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I rossi e i neri, vol. 2 cover

I rossi e i neri, vol. 2

Chapter 29: XXV.
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La seconda parte si concentra sulla notte del 29 giugno e sulle conseguenze morali e pratiche di una rivolta: Lorenzo Salvani, combattuto fra il proposito di cercare la morte nell'insurrezione e l'improvviso amore per Maria, affronta il contrasto fra cuore e ragione. L'influsso pessimista dell'amico Giorgio Assereto acuisce i dubbi e la paura della congiura, mentre Lorenzo si appresta al posto di combattimento in un vicolo del sestiere di Prè. La narrazione esplora fatalismo, lealtà, l'efficacia degli attentati politici e il prezzo personale della scelta tra onore e desiderio.

Il Giuliani, che era rimasto fino a quel punto silenzioso ad udirlo, ma commosso, trepidante, presso ad erompere, balzò in piedi a quell'ultima dimanda.

—Signor duca,—diss'egli intenerito,—io ripongo tutta la mia fede in voi. Se dopo ciò io mi fossi ingannato, se alcun danno avesse a seguirne, dirò che Dio non esiste.—

La frase era dubitativa, ma l'accento dimostrava la certezza. Il giovane stese ambe le mani per afferrare la destra del duca; ma il vecchio gli aperse le braccia e lo strinse paternamente al suo cuore.

—Non dubitate di Dio!—rispose egli con piglio solenne.—Non ne dubitate, nè ora nè mai. È un vecchio che ve ne prega, un vecchio al quale è stata negata la sua parte di gioia, un vecchio che aspetta ancora ogni cosa da lui. Ed ora io vi dirò quello che chiedevate pur dianzi; chi ha fede in me, è degno della mia fede, e poichè il mio segreto morrà nel vostro cuore….

—No, ve ne supplico;—interruppe il Giuliani.—Non una parola di più! Fallirei alla vostra stima, alla mia, se vi lasciassi proseguire. Chi siete? Lo so: un amico. Donde venite? Dal dolore, poichè v'accostate a chi soffre. Non basta ciò forse?—

Il Giuliani e il duca di Feira rimasero un tratto senza parole; ma il loro silenzio era eloquente, perchè dai loro occhi traspariva la fede scambievole, dai loro atti la commozione, la gioia profonda di quel loro ravvicinamento, di quell'aspra battaglia mutata in alleanza. Parevano due vecchi amici, i quali da lunga pezza non si fossero veduti, nè mai fino a quel giorno, a quell'ora, avessero sperato di trovarsi vicini.

Ripigliata la conversazione, il Giuliani volle che il duca fosse informato minutamente di ogni cosa. E cominciò a dirgli chi fosse il Gallegos, l'anima dei neri, dei quali il marchese Antoniotto Torre Vivaldi era l'insegna; come e per quali ragioni desse la caccia ai milioni del vecchio banchiere Vitali, e come perciò avesse giurata la rovina di Aloise di Montalto.

Narrò, poichè gli cadeva in taglio, del dottor Collini, e della sua scena occorsa nella chiesuola di San Nazaro, dove, per colpa di lui, Aloise e Lorenzo, due uomini nati per amarsi, avevano lavorato alacremente ad uccidersi; il che per buona sorte non avvenne, ed egli aveva potuto involgerli ambedue nel suo odio implacabile.

Di Lorenzo Salvani raccontò come in pochi anni, morti i parenti, precipitasse a rovina, malgrado ogni suo sforzo, malgrado ogni studio di procacciarsi onestamente un pane. Il duca di Feira entrò, condotto dalle parole del Giuliani, nella casa di quei poveri vergognosi, costretti dalla loro condizione a parere signori, e condannati a mille angustie segrete. E donde veniva tutta la guerra, che pareva del destino? Da Bonaventura Gallegos e dal suo aiutante nelle male opere. La casa Salvani possedeva un segreto; per averlo in sue mani, per istrappare una povera fanciulla da quella casa e giovarsene Dio sa con qual fine, il gesuita aveva messi in opera tutti i più sottili accorgimenti, tutte le più audaci invenzioni.

E detto di Maria, e dell'amore purissimo ch'egli argomentava esser nato tra lei e Lorenzo, narrò ancora della cassettina d'ebano e (poichè non si poteva tacerlo) della marchesa di Priamar, de' suoi amori infelici, della colpa nascosta, del pentimento, della vita religiosa a cui s'era data. Sapeva ella che la giovinetta da lei condotta in San Silvestro fosse sua figlia? Lo Spagnuolo di cui parlavano le lettere di Lilla a Paris Montalto, e che in quel carteggio appariva come un amante disprezzato di Lilla, indi si scorgeva ascritto alla compagnia di Gesù, tornato a Genova ed entrato come consigliere in casa Priamar, era forse Bonaventura? Il sospetto era balenato a Lorenzo, ne' suoi dolorosi ozi della Montalda. Ora, se quel sospetto era fondato, molte cose si chiarivano in un punto; in tutta quella trama del Gallegos era da vedersi una tarda vendetta amorosa.

E qui, partitamente esposta ogni cosa, sottilmente indagate le fila di quella gran tela ordita dalla parte nemica, il Giuliani narrò ciò che avevano fatto, lui auspice, i Templarii; come, aiutati dalle confessioni del povero Michele, fossero andati sull'orma dei tristi; come i ricordi e le necessarie rivelazioni di Lorenzo li avessero aiutati a trovare il bandolo della matassa, e con quali artifizi fossero andati oltre, di scoperta in scoperta; come finalmente avessero immaginato di strappar la fanciulla dalla sua prigionia.

Non è a dire con quanta attenzione il duca di Feira ascoltasse il racconto del Giuliani. Molto sapeva dalle confidenze di Lorenzo; ma l'ordito di quella congiura non si era mai svolto in tutta la sua paurosa ampiezza, come allora, sotto gli occhi di lui. E tuttavia non diè segno di maraviglia; nulla pareva giungergli nuovo. A vederlo, mentre seguiva il filo della narrazione, e mentre crollava il capo in atto di conscia sollecitudine, ad ogni nuovo fatto che il narratore accennava, si sarebbe detto ch'egli fosse vissuto da lunga mano a Genova; che i personaggi del triste dramma fossero sue vecchie conoscenze; che avesse in pratica il Gallegos, la marchesa Lilla, il Vitali, i Montalto della vecchia generazione, e non gli fosse ignoto Aloise.

Quest'ultima nota va fatta, perchè, all'udire il nome del giovine Montalto, il suo volto s'era di subito rannuvolato. Chiesto più particolarmente di lui, volle sapere che giovine fosse, quale la tempra dell'animo, quali i diportamenti, e parve molto dubbioso, incredulo quasi, allorquando il Giuliani gliene disse tutto il bene che pensava, e s'impuntò a volerlo netto d'ogni biasimo, quando pure ebbe a parlare della rovina a cui s'era condotto.

—Qui sotto c'è un arcano del cuore;—aveva detto il Giuliani;—nè io m'attento di scrutarlo.

—M'avete narrato ch'egli è sempre dai Torre Vivaldi;—soggiunse il duca.—Il gesuita non dimora egli nel palazzo, e non è egli l'anima di quel partito che è capitanato dal marchese Antoniotto?

—Sì!—rispose il Giuliani, che vedeva andare il duca diritto da quelle premesse alla medesima illazione ch'egli aveva tratta in cuor suo.

—Disgraziato!—esclamò il duca. E non ne disse altro.

Intanto il Giuliani, ripigliato il filo del racconto, venne alle cose sapute dal servo Michele. In quel colloquio che il damo della signora Marianna aveva origliato dalla toppa, il gesuita ed il Collini s'erano aperti del tutto. Bonaventura si faceva forte dell'aiuto della marchesa Lilla perchè Maria accettasse la mano del suo discepolo, se non voleva chiudersi in un monastero per sempre. E qui il duca di Feira vide la necessità di sgominare il disegno presso la marchesa medesima, innanzi di far capo a quell'__ultima ratio__ dello scandalo, che teneva in serbo il Giuliani.

Più grave, e meno rimediabile, era il caso di Aloise. Stretto dai creditori, aveva già dovuto vendere due case, che gli fruttavano la sua modesta agiatezza. Ma quel sacrifizio non era bastato; c'erano fuori altre cambiali per una somma ragguardevole, e le aveva in mano il Collini. Ora, quelle cambiali erano false.

Com'era ciò avvenuto? Il nome di Aloise c'era scritto, accanto ad un altro rispettabile nome; ma quel nome, pur troppo, non era vergato di pugno del suo legittimo possessore. Questo aveva notato con aria di trionfo il Collini, e si capiva che egli, mostrandosi vittima innocente dell'inganno, non avrebbe tralasciato di metter la cosa in mano alla vindice giustizia, quando, all'avvicinarsi della scadenza, avesse riconosciuto che quelle cambiali odoravano di truffa. Intanto lo sapeva egli già, egli che aveva tesa la rete, e per mezzo de' suoi fidati trattovi dentro il mal cauto nemico. E intanto il nonno era già in chiaro d'ogni cosa; gli era stato accortamente dimostrato come Aloise facesse assegnamento sulla sua eredità, e come, mandato allegramente in malora il fatto suo, facesse a fidanza colla morte del nonno. E il vecchio Vitali era andato su tutte le furie; aveva fatto un testamento in cui diseredava il nipote, nominando suo vero ed universale erede il Gallegos.

Quelle ultime notizie turbavano fortemente il duca di Feira. Per fortuna mancavano ancora parecchi giorni alla scadenza delle cambiali; egli era in tempo a scompigliar le fila della congiura. Ringraziò il Giuliani d'avergli palesato ogni cosa; lo ringraziò per fino de' suoi sospetti, perchè da essi era venuto il colloquio.

—A me la cura di tutto!—diss'egli.—Domani sarò di ritorno a Genova, dove la mia gente mi crede partito per un viaggio di venti giorni in Toscana. Mi conoscevate di veduta; saprete dove abito; domani a sera v'aspetto.—

Il Giuliani era fuori di sè per la contentezza, e poco mancò che non si mettesse a batter le palme, come un fanciullo per gioia improvvisa.

—Finalmente,—gridò,—ecco un uomo a cui cedere il comando di questa difficile impresa! Signor duca, io vi consegno il mio bastone di maresciallo.—

Così era finito quel dialogo, che pareva da principio promettere assai poco di buono. Il Giuliani se ne tornò a Genova, dove il colpo di mastro Pasquale ebbe, il giorno dopo, quell'esito che i lettori già sanno.

E adesso è noto altresì perchè il Giuliani fosse così contento de' fatti suoi, e parlasse del futuro con tanta sicurezza, mentre usciva col suo aiutante Michele dalla bottega del gobbo legnaiuolo.

XXIII.

I presentimenti della vigilia.

Quantunque a malincuore (e ce lo crederanno agevolmente i lettori che hanno avuta la pazienza di seguitarci fin qua), dobbiam pur salire una quinta volta all'ultimo piano del palazzo Vivaldi, nel quartierino di Bonaventura Gallegos.

A noi piacciono i lieti casi, le gaie scene, quelle oasi frondose dove l'azione si posa, dove la brezza meridiana, aliando sotto il padiglione degli alberi esotici, accarezza le guance delle donne belle; dove i motti arguti e festevoli hanno l'aria di significar tante cose, e le lievi mussoline ne lasciano indovinare tant'altre; dove la luce, l'aria, le fragranze dei fiori, tutto parla d'amore.

A noi piacciono le veglie, i geniali ritrovi del teatro e del palazzo, dove lo splendore dei doppieri fa sfolgorare di ranciato vivissimo, di verde limpido, di azzurro carico, le gemme preziose che adornano il collo, gli orecchi e i polsi alle belle marchesane; dove lo sguardo saettato e la parola susurrata fanno scintillare occhi più belli dei diamanti a gran pezza; dove musica e poesia, segretarie galanti, dànno a prestanza le note e le sillabe per coniugare cantando il più bel verbo della lingua italiana; dove l'ardor della danza svolge profumi più grati che non le rose di Saron e stille di sudore assai migliori delle perle eritree, e non già da bersi disciolte, come è fama adoperasse Cleopatra, ma da suggersi intiere, innanzi che siano spiccate dalla conchiglia natìa.

Son questi i fiori della vita, queste le oasi del viaggio. Ma per un bel fiore che sbocci solitario al sommo d'un ramo, quanti sudori di tronco nodoso! Per un'oasi, in cui ripararsi un tratto della sferza del sole, quante leghe di monotono deserto! E noi, che nel giardino non siamo neppure i visitatori scioperati, ma i pazienti orticoltori, a cui ogni fioritura costa settimane di fatica, noi che in questo viaggio non siamo i curiosi giramondi, ma i condottieri della carovana, non abbiamo più uno di questi fiori, più una di queste geniali fermate, da offrire ai lettori benevoli; non più corti d'amore, nei boschi di Quinto, non più feste da ballo in via Nuova. Quantunque siamo appena al 14 di ottobre, la villa del tiranno di Quinto è deserta; la bella Ginevra dagli occhi verdi, tornata dal suo viaggio di Francia e Lamagna, ha dovuto rimanere in città per certe faccende del marchese Antoniotto, e la stagione delle veglie, dei teatri, dei balli, è ancora di là da venire.

Noi d'altra parte incalzano le necessità della storia. Non è più tempo di soste; alla Montalda abbiamo, per dir così, bevuto il bicchier della staffa; il nostro racconto galoppa alla catastrofe; __ad eventum festinat__. Armiamoci dunque di coraggio, e poichè gli è necessario, torniamo in casa del gesuita, dove piglieremo due colombi ad una fava (meglio sarebbe il dire corvi ad uno stinco) perchè il padre Bonaventura è nella sua camera da studio in compagnia del Collini. E ben dobbiamo ascoltar noi quello che diranno i due sozii, perchè il fido Michele non è questa volta nella sala da pranzo, per origliare ogni cosa dal buco della toppa. La signora Marianna, oramai, cotta e stracotta com'è, gli lascierebbe far questo ed altro; ma pensa che ci vuol giudizio, e Michele, che n'ha la sua parte, non si mette più a quelle imprese pericolose. Ambedue sono per farne una coi fiocchi; ma, non dubitate, ci vanno col piè dell'oca, e certo non romperanno l'ova in sull'uscio.

Bonaventura non era lieto, quel giorno; e si vedeva. Egli, per solito così chiuso dell'animo, che sapeva comandare al suo volto e foggiarselo a maschera per dissimulare le sue contrarietà, aveva quel giorno una cera da funerale. Sorrideva, ma a stento; parlava, ma distratto; come se, mentre rispondeva al Collini, stesse pure ascoltando ciò che un'interna cura gli bisbigliava nel cuore.

E sì che il fiero lottatore oramai poteva dirsi al termine del suo faticoso lavoro, e presso a raccoglierne i frutti. Il vecchio Vitali, come s'è accennato, aveva alla perfine fatto testamento. Per mettersi in pace con Dio s'era obbligato a dar fuori pel primo di gennaio un milione, che era appunto la somma lasciata in sue mani dai gesuiti fuggiaschi, e della quale, per la morte del Padre Martelli, non si sapeva più dove raccapezzare la ricevuta, che pure doveva esser stata sottoscritta dal banchiere. Questa era una restituzione; ma il signor Giovanni non aveva voluto saperne del vocabolo, e aveva in quella vece accettato una variante suggerita da Bonaventura, snocciolando quella somma a lui, perchè la trasmettesse a Roma, come offerta del pietoso banchiere alla chiesa del Gesù. Ciò fatto, al Vitali sarebbe rimasto ancora un milione e centomila lire; e di questa somma egli parlava per l'appunto nel suo testamento, lasciandola, tranne pochi legati a gente di servizio, in eredità al medesimo Bonaventura, come ricompensa alle sue cure amorevoli di tanti anni.

E perchè il Codice albertino non gli avrebbe concesso di disporre d'oltre i due terzi della sua sostanza in quel modo, e una terza parte sarebbe andata necessariamente ad Aloise, indicò nel testamento, come parte di quella sostanza, le quattrocentomila lire che aveva ricevuto in dote sua figlia, quando egli la sposò al marchese Alessandro Montalto. Per tal modo egli lasciava al nipote quello che non poteva negargli; ma computandovi quello che già i suoi parenti avevano ricevuto.

Ora il conto è presto fatto. La fortuna del banchiere Vitali oltrepassava i due milioni. Ma uno doveva esser dato alla mano, e non occorreva parlarne; rimaneva adunque un milione e poco più, forse centomila lire, secondo s'è detto; insomma un milione e mezzo contando la dote di Eugenia Vitali. La terza parte di Aloise, figlio unico di Eugenia, riusciva di un mezzo milione, sulla carta; in contanti, era appena di centomila lire; in tasca, poi, riusciva a nulla, poichè, se il giovine Montalto non pagava i suoi debiti, com'era da argomentarsi certissimo, alla morte del nonno i creditori avrebbero messo il sequestro sulla parte a lui spettante della eredità del Vitali. Il disegno, come si vede, era bene immaginato, ed Aloise era messo, coll'aiuto della provvida legge, sul lastrico.

Da questo lato adunque tutto volgeva a seconda. Ma il guaio era dall'altro. Dopo l'accaduto del giardino, la fanciulla di casa Salvani era stata trasportata all'infermeria del monastero; le era sopraggiunta la febbre, e colla febbre il delirio. Da alcuni giorni si era alquanto rimessa in salute; ma la poverina era tuttavia così debole, che non poteva scendere in parlatorio, e la marchesa di Priamar non trovava modo di condurre innanzi il negozio. Avrebbe Maria consentito ai suoi disegni? Sì certo. Non le era uscita di bocca la nobilissima promessa, che ella non avrebbe infamata la memoria di sua madre, se morta, nè fatta arrossire quella povera donna, se viva? Egli, adunque, che faceva assegnamento sulla virtù come sul vizio, era sicuro dell'esito; ma vedeva andar la cosa per le lunghe, e ciò lo metteva in pensiero. La marchesa Lilla, saputo lo stato della fanciulla, era in una ansietà che mai la maggiore; tutti i giorni al monastero per chieder novelle; poi chiusa nelle sue stanze a piangere. E quei nemici che avevano trovato il modo di far giungere alla fanciulla il biglietto consolatore, chi erano, e quanti? Che cosa meditavano? Di quali forze potevano disporre? A quali altri spedienti avrebbero posto mano? Egli non ne sapeva nulla; tutta la sua scienza si logorava intorno ad una incognita ribelle, ad una radice irreduttibile. Il gobbo legnaiuolo faceva lo gnorri; non c'era verso d'indurlo a parlare, nè con minacce, nè con profferte. Di quelle, indettato com'era, non aveva timore; di queste non gl'importava affatto. Aveva egli preso l'ingoffo, od era un fior di galantuomo? Altro dubbio, del quale il gesuita non poteva sincerarsi.

Ma quanto era pensieroso Bonaventura, con tutti que' suoi sopraccapi, altrettanto era ilare, contento di sè medesimo, il Collini. L'odio contro Aloise soverchiava ogni altra cura nell'animo di lui. Egli era alla vigilia della vendetta, e già l'assaporava col pensiero; due ore innanzi egli aveva potuto anche palparla, poichè aveva tenuto in mano quattro belle cambiali, di quella forma particolare che più precisamente si chiama «pagherò», ognuna da venticinque mila lire, tutte sottoscritte da un Luciano Marsigli, colla cessione del giratario Aloise di Montalto a favore del banco Cardi Salati e C., di quel banco malamente famoso che già parecchie volte c'è occorso di ricordare ai nostri buoni lettori.

—Dunque, ci siamo?—chiese Bonaventura, proseguendo un dialogo de' cui preliminari facciamo grazia ai lettori sullodati.

—Sì, padre, e non mi sfugge. Ho mandato un'ora fa il Salati in persona, al banco dei fratelli Teirasca a vedere se il Marsigli ha fatto provvigione di fondi per le sue scadenze di domani.

—E perchè non aspettare che venga al vostro banco il Montalto, se già sapete che il Marsigli non pensa nemmeno per sogno di aver questa scadenza sulle spalle?—

Il Collini sorrise, con aria da sopracciò, a quella dimanda del maestro.

—Il banco Cardi Salati,—diss'egli,—non ha da saper nulla di questa ignoranza del Marsigli. Il banco Cardi Salati ha cambiali sue, per centomila lire, pagabili presso il reputatissimo banco Teirasca, come è scritto chiaramente a' piedi delle quattro obbligazioni, girate ad esso da Aloise Montalto. Il banco Cardi Salati sceglie tra i due debitori quello che più gli garba, e gli par più solvibile.

—Capisco;—rispose il gesuita.—Già, voi, in questa ragione di negozi siete laureato come in medicina, se non forse di più. Ma ciò che non intendo bene, si è il corso di tutta questa faccenda. Me l'avete già raccontata due volte, e non mi raccapezzo ancora….

—Voi non avete pratica di cose commerciali;—notò colla sua aria vanitosa il Collini.—Vi spiegherò una terza volta il negozio; ma statemi bene attento, che non ismarriate il filo.

—Non dubitate!—rispose il gesuita, piegando le labbra ad uno di que' stentati sorrisi, dei quali abbiam detto più sopra.

E il discepolo, non parendogli vero di far da maestro una volta, s'allacciò la giornèa, per raccontargli i suoi fasti.

—Cominciamo dal principio. Il Montalto, or fanno due mesi, era da capo a chieder danaro ad imprestito. Doveva andare a Parigi, il signorino, in Germania, in Isvizzera, e che so io, sempre per far l'ombra alla dama de' suoi pensieri; e per questo gli bastava una piccola somma, sessantamila lire; di più, se era possibile, ma non un quattrino di meno. Le chiese ai miei socii; ma essi, com'era naturale, non vollero saperne. Trentamila gliele avevano date fin dai primi di luglio; in agosto gliene occorsero cinquanta; per pagar queste e quelle, un mese dopo vendeva le sue case allo Scandola….

—Vostro prestanome!—notò Bonaventura.

—Un vecchio merlo spennacchiato, che serve a tirar gli altri nella rete;—rispose il Collini ridendo.—Ma che importa? Peggio per lui se lo ha tolto per un capitalista. Il mio uomo gli ha dato il necessario per pagar le cambiali, e più ventimila lire, che andarono subito in tasca ad un mercante di cavalli. Se n'è pigliata una satolla, di grandezze! Ma si sa, chi vuole il dolce, senta l'amaro. Torniamo al fatto; egli aveva urgente bisogno delle sessantamila lire; i miei socii non le volevano dar fuori sopra una firma sola; ed egli, che aveva superbamente toccato della Montalda, la quale, secondo lui, ben valeva tre volte quella somma, dovette sentirsi dire che la terra era una grillaia, che il palazzo era fuori di mano, e che non si poteva dar prezzo ad un fondo il quale non rendeva nulla come podere, e come villeggiatura, poi, avrebbe potuto servire soltanto ad un misantropo, ad un eremita. Si voltò egli allora allo Scandola; ma lo Scandola aveva tutti i suoi denari fuori, e credo dicesse il vero; perchè il galantuomo, dacchè lo conosco, non è mai ritornato nel suo.—

Qui il Collini fece una sapiente fermata, quasi aspettando che il maestro potesse gustare l'arguzia. Ma Bonaventura aveva altro nel capo; ed egli fu costretto a proseguire senza la limosina d'un sorriso.

—Il nostro innamorato non sapeva più a che santo votarsi; e fu allora che lo Scandola, vedendolo disperato, gli entrò a dire di certe cambiali che aveva ricevute in pagamento di mercanzie da un Marsigli, e che avrebbe potuto cedere a lui, marchese di Montalto, perchè ne facesse suo pro' in quel suo bisogno. E il marchesino non se lo fece dire due volte, ben sapendo che i miei socii gliel'avrebbero scontate, e pigliatolo in parola, sottoscrisse una ricevuta in piena regola, e si beccò le cambiali per centomila lire.

—Delle quali n'ebbe appena sessantamila!—notò Bonaventura, che amava di tanto in tanto, da buon maestro, mortificare la superbia del discepolo.

—Poteva non accettare il partito!—rispose il Collini.—Nessuno lo costringeva; e il banco Cardi Salati fu tanto cortese da non mettere fuori un dubbio sulla bontà della firma, da snocciolargli issofatto, l'una sull'altra, sessantamila lire. Ed ora che le ha godute, che ha sfoggiato a sua posta, torna a Genova squattrinato, va dallo Scandola perchè lo aiuti a guadagnar tempo; intanto, se egli vuole, si pigli la Montalda; per centomila lire gliela cede, sebbene sia grave sacrifizio per lui. Ma lo Scandola non è ancora tornato nel suo; ha crediti d'ogni parte, denari pochi, tutt'al più trentamila lire; se il Montalto vuol cedergli la sua grillaia per quella moneta, sta bene; se no, no, e provveda egli come gli pare più acconcio. A farvela breve, Aloise non ha il denaro per la scadenza di domani, e le gazzette racconteranno un suicidio di più.

—Lo credete?—domandò, con aria incredula, il gesuita.

—E come no?—disse il Collini.—Oggi siamo alla vigilia della scadenza. Il Salati, in un negozio così delicato, non si fida neanche del suo fattorino, e se ne va egli, anzi a quest'ora è già andato, al banco dei fratelli Teirasca, per domandare se sia stata fatta provvigione di denaro per quattro cambiali di Luciano Marsigli. I Teirasca non ne sanno nulla, e rispondono di non aver ricevuto incarico di sorta. Allora il Salati va dal Marsigli, e gli chiede se riconosca quelle quattro obbligazioni che ha sottoscritte. Il Marsigli va in bestia, perchè non ha sottoscritto nulla; e tutt'e due se ne vanno difilati a palazzo Ducale, per esporre il caso all'avvocato fiscale. Ora ammettiamo pure che il Montalto, che non sa nulla della firma falsa, e che non ha i denari da pagare il suo debito, aspetti anche il protesto. Egli è perduto egualmente, perchè, riconosciuta la truffa, non gli servirà a nulla aver trovato le centomila lire (dato il caso che le trovi) e dovrà vedere il suo nome infamato da un processo criminale. Non si faccia saltar le cervella, se gli preme conservarle; io non ho bisogno della sua morte; purchè se ne vada in galera!…—

Bonaventura, tuttochè non fosse molto pratico di cose commerciali, intese il negozio appuntino. E intese altresì come colui che gli stava dinanzi non fosse più uno scolaro, e come in certe materie potesse anco insegnargliene a lui, maestro patentato di ribalderie. Certo, se egli non avesse avuto altri pensieri molesti pel capo, lo avrebbe abbracciato, dicendogli: tu sei veramente il mio figlio, del quale io mi compiaccio.

—Avete ragione!—si contentò egli in quella vece a rispondergli, ma non senza un fil d'ironia.—Ed io, povero frate, che cinque mesi fa mi affannavo a consigliarvi di volere cambiali! Sfondavo un uscio aperto, a quanto pare, anzi spalancato!

—Voi ricordate, padre mio, che allora la non m'entrava d'imprestargli denaro, perchè sostenesse più riccamente la sua parte di vagheggino. Ma ho fatto bene a seguire il vostro consiglio. Io m'intendo di commercio; ma voi v'intendete d'uomini, e come!—

Crederemmo di far torto all'acutezza dei lettori, se ci fermassimo a chiarire con molte parole il perchè di quella lode, o per dir meglio, di quella complicità che il Collini voleva mettere in sodo. Bonaventura operava il male con un proposito, non nobile di certo, ma alto, poichè egli serviva una causa, per la quale il fine giustifica i mezzi; e dove pure egli operava per conto suo, obbediva ad una passione che era stata l'incubo di tutta la sua vita. Si poteva odiare quell'uomo; potendo, si sarebbe dovuto punire; disprezzare non mai. Laddove il Collini, rôso dalla vanità, divorato dall'invidia, operava il male pel male; la crudeltà non era in lui pervertimento di gagliarde passioni, ma istinto di rettile. Epperò votati ad una medesima impresa, quei due uomini si sentivano, si sapevano stimolati da diverse cagioni; epperò nella lode di Bonaventura al discepolo c'era un fil d'ironia, e questi, smessa la vanità con cui s'era fatto a narrare le sue gesta, sentiva il bisogno di ricordare che aveva operato per istigazione dell'avveduto maestro.

—Lasciamo da banda i complimenti;—disse questi infastidito.—E lo
Scandola, come se la caverà?

—L'ho mandato ieri in Isvizzera, pel caso che s'avesse da mettere il negozio nelle mani della giustizia. Ma non dubitate; non ci sarà bisogno di giungere a questi estremi, poichè ho fermo in mente che il Montalto non vorrà sopravvivere allo scorno.

—E proprio siete sicuro che non avrà il denaro?

—Sicurissimo.

—In che modo?

—Stamani è andato da lui il Ceretti, quella perla di giovinotto che m'avete messo voi per le mani, ad offrirgli di comperar lui la Montalda. Lo ha accolto come si accoglie il salvatore; ma quando ha udito che il Ceretti non intendeva spender più di quarantamila lire, gli son cadute le braccia. Se avesse venduta la Montalda per centomila, egli non avrebbe fatto quella accoglienza al Ceretti, che non conosce punto. Questi, poi, m'ha narrato che il marchesino aveva l'aspetto abbattuto e gli occhi rossi, come un uomo che ha passata la notte a piangere….

—O a vegliare.

—Torna lo stesso. Se ci avesse i denari, avrebbe dormito saporitamente.

—Capisco,—disse Bonaventura, crollando il capo in atto di assentimento,—che il Montalto riuscirà a fare secondo le vostre speranze. Questa almeno va bene!

—E le altre no?—chiese il Collini.

—Ne dubito;—rispose mestamente il gesuita.

—O come? Io, notate, padre mio, non sento questo gran bisogno di sposar la ragazza, sebbene, a dirvi il vero, la mi vada maledettamente a genio, anche senza il pensiero della grassa dote che m'avete promessa….

—Meno male!—interruppe Bonaventura.—Non siete schizzinoso, voi!

—No, rendo giustizia alla sua bellezza. E tuttavia, ve l'ho detto, non ne ho quella gran voglia. Ma come non s'avrebbe ella a piegare, se voi ci siete, padre mio, e se la faccenda è nelle vostre mani?

—Ho certi presentimenti!…—disse il gesuita.

—Voi?—esclamò stupefatto il discepolo.

—Io, sì, non ne avete mai avuto, voi? Non v'è egli mai accaduto di considerare come ogni cosa ci andasse a seconda, come la fatalità ci aiutasse oltre le nostre speranze, oltre la misura dei nostri apparecchi? Guardate l'opera vostra! In otto mesi avete mandato in malora un uomo…. un ragazzo, sia pure. Non c'è uomo così savio e così avveduto, il quale non trovi chi possa farlo impazzire. Tutto sta nel trovare l'occasione, ed io l'ho trovata, coi fiocchi. Altri (ve lo dico io, e potete credermi) altri avrebbe perduta la ragione, dov'egli perderà soltanto la vita, ad espiazione volontaria d'un conto fallato. Ma non usciamo di strada. Egli non era ricco, lo so; ma una entrata di sette in ottomila lire, l'aveva. Non c'era da spender largo; ma poteva vivere in una modesta agiatezza, aspettando dai decreti della natura i milioni del nonno, che avrebbero fatto di lui, gran gentiluomo, un gran signore. Ed ecco, è bastata la facilità di trovare trentamila lire ad imprestito, e cinquantamila innanzi di aver pagato le trenta, per metterlo a mal partito, per darvelo incatenato in balìa. Lo avete preso all'esca d'una rinnovazione di cambiali, e s'è impantanato sempre più; a voi ha giovato l'astuzia per impadronirvene; a lui non gioverà la sua dignità per salvarsi; l'alterezza del suo carattere non farà altro che accrescere il vostro trionfo. Rovinato in otto mesi, e suicida per giunta! Vi par poco?

—Stiamo a vedere che ho fatto una fatica d'Ercole!—notò beffardo il
Collini.—Ne aveva pochi, e in poco tempo sono iti.

—Ne aveva più di voi,—ripiccò Bonaventura,—e voi ci avete ora i vostri e i suoi. Tutt'e due ci avevate il vostro demonio nel cuore; ma il vostro v'ha arricchito; il suo l'ha mandato in precipizio. E non faccio questo raffronto per umiliarvi, sibbene per condurvi a riconoscere le cagioni singolarissime che l'hanno ridotto agli estremi, per farvi scorgere quanto cammino abbiate in breve ora fornito, e come l'esito abbia oltrepassato i confini delle ragionevoli speranze.

—E voi, padre, col Vitali….

—Sì, anche questo negozio è andato troppo bene. Credete a me, Collini, troppo bene ogni cosa, e troppo presto. Perciò temo. C'è egli un fato? O gli uomini son liberi, per modo che i più avveduti, i più savi, comandino agli eventi? O tra la loro volontà e gli eventi che ella governa, c'è una potenza ignota che invigila il lavoro, e a volte conduce, e a volte scompiglia le fila? Non ne so nulla; ma temo.

—Padre mio!—esclamò il Collini, più maravigliato che mai.—Questi dubbi in una mente così salda come la vostra?…

—Oh, lo so anch'io quel che s'ha a credere!—rispose Bonaventura.—Appartengo ad un sodalizio che ha, si può dire, ereditato il grande arcano dei sacerdoti d'Iside. Altro è quello che s'ha da insegnare alle moltitudini; altro è quello che s'ha da pensare. La dottrina non è pane per tutti i denti; il vero sapiente la tiene per sè. Ma che volete? ognuno, per forte che sia, ritiene un po' del suo tempo. La scienza mi fa negare; la coscienza mi fa dubitare della scienza. So quello che volete rispondermi. La coscienza non è mai venuta sotto il vostro coltello anatomico. Essa è una miscéa, un amargama di tutti gli errori, di tutte le contraddizioni, di tutti i sogni, di tutte le chimere sublimi o ridicole, che l'arte umana ha fatte rampollare per lungo corso di secoli dal vecchio tronco della paura. E tuttavia le anime più salde hanno sempre avuto i loro cattivi momenti, ne' quali hanno sentito come fuggirsi di mano le fila del loro destino, paventato una forza arcana, superiore ed avversa ai loro disegni, e dubitato, sto per dire, del loro medesimo dubbio.

—Questione di temperamenti!—sentenziò il Collini, stringendosi nelle spalle.—Il vostro, padre mio, s'è fatto soverchiamente sanguigno.

—Forse!—assentì Bonaventura, il cui pensiero correva altrove.

—E adesso,—ripigliò il Collini,—io che non ho i vostri presentimenti, me ne andrò difilato al banco, per udire a che punto sia la faccenda. Certo, a quest'ora, il Salati e il povero Marsigli sono già andati a palazzo Ducale.

—Andate, andate, e portatemi buone notizie stasera.

—A che ora sarete in casa?

—Alle dieci.

—A rivederci dunque, e intanto provvedete alle mie nozze.—

Bonaventura gli rispose con un cenno del capo, in quella che si muoveva per accompagnarlo all'uscio.

E crollando il capo se ne tornò nella sua camera, quando il Collini fu uscito.

—Vedremo!—diss'egli tra sè.—L'è andata troppo bene, finora, e non vorrei che cominciasse a cangiare.—

XXIV.

Che potrebbe, in via di metafora, intitolarsi "La prima ai Corinzii".

Sono le quattro dopo il meriggio, ora in cui il ceto dei negozianti suole aver posto fine al lavoro, e i granaiuoli, i sensali, i cambiatori, e simili, chiuso il banco, lo scrittoio, il telonio e via discorrendo, se ne vanno da buoni padri di famiglia ai taglierini domestici. Ma non è chiuso ancora il banco Cardi Salati e C., nè accenna a volersi chiudere così presto, poichè in anticamera c'è ancora il galoppino, che sonnecchia a gomitello sulla sponda d'un tavolino, di rincontro alla finestra, aspettando che qualcheduno lo chiami dalla seconda camera, ove sta un giovine di banco, o dalla terza, che è il __sancta sanctorum__ dei due principali.

Il banco sullodato (passateci l'aggettivo) era al terzo piano d'una casaccia nerastra, posta in una di quelle viuzze che adornano i pressi della via San Luca. Ci si ascendeva per una scala stretta, buia, umidiccia, ogni pianerottolo della quale godeva, la mercè d'una smilza apertura decorata del nome di finestra, non già la luce, perchè la luce è una cosa chiara, ma un'ombra crepuscolare, bastante a lasciar vedere le centinaia di ragnatele polverose che spenzolavano nel vano di una chiostra, la quale, anzi che il pozzo d'aria, poteva dirsi l'immondezzaio dei sette piani della casa. Il che piaceva, e s'intenderà di leggieri, a quattro o cinque galline che razzolavano in fondo, non già alle centinaia di ragni de' piani superiori, che vedevano ad ogni tratto sfondati da bucce e torsi di cavolo i loro sapienti tessuti.

Che cosa aspettavano quei ragni? che frutto si ripromettevano dalle lor reti, che andavano rimendando sollecitamente ad ogni nuovo strappo? Colà non si perigliavano mosche nè moscerini, allegri figli della luce, e tenerissimi della madre loro. Quei poveri ragni tiravano là, per amore dell'arte, aspettando tempi migliori, che non giungevano mai, e senza sapersi risolvere a mutar di paese. Amavano, avevano prole, condannata a vivacchiar di speranza e a morir di inanizione com'essi.

Una bella ragnatela, e largamente fruttuosa, era al terzo piano che abbiam detto. Colà ma non all'aria aperta, prosperavano tre ragni in una medesima buca, due noti e visibili, il Cardi e il Salati, il terzo nascosto all'ombra d'un C., che era il discepolo di Bonaventura. Si davano ad ogni maniera di traffichi, o, per meglio dire, d'intrugli, pei quali ci avevano i loro mezzani, che, all'occorrenza, e per salvare l'onoratezza del banco, il quale apertamente non imprestava denari oltre il sei d'interesse, assumevano apparenza di capitalisti. E da quella triade nascosta uscivano i più sottili accorgimenti che ingegno di strozzino potesse immaginare; quello ad esempio dei nòccioli di pèsche, il quale va raccontato. __Ab uno disce omnes__.

Un giovanotto di buon casato, a cui non potevano un giorno mancare le sue quarantamila lire d'entrata, ma che appunto per la larghezza delle speranze, non poteva rassegnarsi ad attendere in pace (i padri eterni, lo dice il proverbio, fanno i figliuoli crocifissi), aveva bisogno di denaro. Ogni somma gli bastava; seimila lire, diecimila, ventimila; fossero anche state centomila, le avrebbe accettate, sottoscrivendo la sua brava obbligazione a babbo morto.

I sensali, a cui si rivolse, gliene proffersero due mila, s'intende in mercanzie «di sua piena soddisfazione, per rivenderle e farne commercio» come doveva essere scritto in una cambiale a tre mesi. Nè il genere dell'obbligazione, a scadenza troppo breve, nè il fatto delle mercanzie, piacevano al giovanotto; ma la necessità dei __cumquibus__ l'aveva stretto alla gola, e poichè i sensali gli ebbero detto che una cambiale poteva rinnovarsi, e che le mercanzie potevano vendersi il giorno stesso, chinò la testa e passò sotto le forche caudine, pigliando, per una cambiale di due mila lire, venti quintali di nòccioli di pèsche.

—Che roba è questa?—aveva esclamato il giovinotto, innanzi di sottoscrivere.

—Roba eccellente, e la si piglia a stracciamercato!—rispose il sensale.

—O come?

—La mi stia a sentire. Il quintale è cento chilogrammi; venti quintali sono due mila chilogrammi. Ella sottoscrive per duemila lire. Ella ha dunque i nòccioli a una lira per chilogramma.

—E a che prezzo li venderò?

—Non si dia pensiero per questo; domanderemo ad un confettiere.—

E andarono da uno dei più riputati della città, il quale comperava quella derrata a una lira e venti centesimi il chilogramma, ed era pronto a pigliarne anche quattro quintali.

—Ma noi li abbiamo in partita; venti quintali, ce n'abbiamo,—rispose il sensale.—Li comperi tutti e venti, e dia qualche centesimo di meno.

—Son troppi pel mio bisogno;—disse il confettiere.—Ma via, per far piacere, li piglierò a una lira e dieci.

—E quando vuole la mercanzia?

—Anche subito.—

Al giovinotto pareva di sognare. Quella robaccia valer tanto! La sua mente si sentì sollevata d'un tratto alle più alte sfere del traffico; gli parve allora di capire in che modo certuni di sua conoscenza fossero diventati straricchi in breve ora, e gli balenò perfino il vasto concetto d'incettare i nòccioli di tutte le pèsche, duràcine e spartitoie, che si sarebbero mangiate l'anno seguente in città.

—Vede Ella?—gli andava dicendo frattanto il sensale.—È affar fatto. Il confettiere è una birba, che ci guadagna ancora il trenta per cento, perchè i nòccioli si pagano una lira e cinquanta al chilogramma, e a volte anche più caro, laddove noi gli si dànno a una e dieci. Del resto Ella non ci perde, anzi fa un contratto d'oro; chi ci perde è il capitalista, che le dà per uno, ciò che Ella rivende uno e dieci, facendo un guadagno netto di quattrocento lire.

—In verità, me ne duole;—disse il giovinotto,—povero capitalista! non gli si fa forse un mal tiro?

—Che? il commercio è fatto così;—rispose prontamente il sensale:—uno perde, un altro guadagna, e la ruota gira. Del resto il mercante ne ha di grosse partite in magazzino, e bisogna bene che le venda. Siamo a mala pena in settembre, e i nòccioli potrebbero calar di prezzo.—

Per tal modo chetati gli scrupoli del compratore, la cambiale passò nelle mani del capitalista, e la mercanzia fu allogata in un magazzino pigliato a bella posta in affitto dal giovine. Il confettiere vide allora la merce, e guardò in volto quei due, in aria di chiedere se avessero voluto dargli la baia.

—E che debbo io farmene di questa roba?—gridò egli finalmente, vedendo di aver dinanzi non un canzonatore, ma un canzonato.—Si dice nòccioli, ma s'intende anime; questi nòccioli vanno prima stiacciati; poi comprerò le anime, al prezzo che ho detto.—

E se n'andò, brontolando pel tempo che gli avevano fatto perdere; mezz'ora dopo rideva come un matto.

La gherminella dispiacque al nostro giovine, rimasto padrone di venti quintali di nòccioli; ma che farci? Bastonare il sensale? Questa era l'unica vendetta che potesse pigliarsi; e già gli prudevano le mani. Ma il sensale, vista la mala parata, si buttò ginocchioni; giurò d'esser stato ingannato anche lui, e colla promessa di trovar gente che si fosse acconciata a stiacciare i nòccioli perchè si potesse trar profitto dell'anime, cansò le legnate.

I nòccioli furono stacciati; ma, come i lettori facilmente argomentano, la rammendatura fu peggiore dello strappo; e il giovanotto ebbe da aggiungervi la paga delle donne e dei ragazzi che lavorarono, di martello sui nòccioli, e di dente sull'anime.

Di tal fatta erano stati i negozi del banco Cardi Salati e C. ne' primordi della sua esistenza; nè tralasciò mai di farne altri consimili, quando gliene venisse il destro, sempre, s'intende, coll'artifizio dei prestanome, che ne aveva sempre parecchi a prosperargli dattorno. In apparenza praticava l'usura modesta, la urbana rapina, e aspirava a più gloriosi destini. Usciremmo dai confini segnati al nostro racconto, se raccontassimo ciò che ne avvenne di poi; i lettori si contentino di sapere che or non ha guari il signor Cardi è stato fatto cavaliere, e il signor Salati grida che la è una ingiustizia, che il governo ci ha due pesi e due misure, che lavora a mettere a discordia tra i fedelissimi sudditi, e via discorrendo. Ora, anche senza seguire il signor Salati in tutte le sue invettive, e a non dargli che una parte di ragione, ben si può ammettere che ci sia stato un pochino di parzialità, perchè la croce se la meritavano tutt'e due ad un modo.

Per tornare al racconto, il banco era aperto; ma il __sancta sanctorum__ che abbiamo accennato più sopra, era chiuso da dentro; indizio certo che c'era qualcheduno. E questo qualcheduno era il signor Salati, un ometto sui quarantacinque, o in quel torno; grasso, rubicondo, colla faccia liscia come una mela cotogna (il che potrebbe dispensarci dal dire che si faceva radere tutti i peli del viso), calvo sul cocuzzolo del cranio, ma coi capegli ravviati sulle tempie, per modo che parevano venire a cercare le sopracciglia, per dar loro il buon dì; ornato finalmente di due occhietti azzurri e sempre in moto, che dinotavano il candore dell'anima e la contentezza d'una vergine coscienza. Due manichini di tela nera che gli coprivano le braccia, a custodia delle maniche del soprabito, mostravano com'egli avesse cura della sua roba. E così pulito, modesto, rubicondo, levigato e paffuto, il signor Salati ci aveva l'aria d'un cassiere, degno della più ragguardevole casa, e della più ragguardevole cassa del nostro commercio. Andate a credere alle apparenze! Oramai quelle stereotipe figure d'usurai, dagli occhi grifagni, dal naso adunco, dalle dita adunche, e tutto il resto __idem__, come ne' contrassegni d'un passaporto, alle quali ci avevano assuefatti gli antichi romanzieri, vanno lasciate da banda. Siamo nel secolo delle vaporiere e dei telegrafi; le distanze spariscono, anche quelle tra galantuomini e birbe.

Che cosa faceva il signor Salati, chiuso là dentro? Era solo, abbiam detto, ma solo, s'intende, di persone viventi, di nati dalla costa d'Adamo; che del resto egli non era, o per meglio dire non gli pareva d'esser solo, poichè stava facendo i convenevoli ad una numerosa brigata d'amici. Ed erano tutti d'una forma, gli amici suoi, schierati in bell'ordine su d'una scrivania, la cui coperta di tela incerata faceva spiccar meglio la loro candidezza nativa. Dopo questi ragguagli, sarebbe quasi da tacersi che erano biglietti della Banca nazionale, e biglietti da mille.

Come son cari gli amici! E come giungono, quando meno s'aspettavano, altrettanto più grati! E il signor Salati li contemplava da una giusta distanza, li passava contento in rassegna, come Federico il grande i suoi reggimenti; poi s'accostava a palparli amorevolmente, e a guardarli attentamente di rincontro alla luce della finestra, non già per sincerarsi della loro autenticità (che li sapeva venuti di buon luogo) ma per non saper resistere ad una vecchia consuetudine. È li guardava per ogni verso, e li tornava a riporre; dava una giravolta sui tacchi, giungeva in fondo alla camera stropicciandosi le mani, indi tornava a contarli e sorrideva. Uomo felice!

Ma ogni estasi ha il suo fine; se così non fosse, avremmo in terra le beatitudini del paradiso. Al signor Salati fu interrotto quel passatempo dolcissimo da un colpo discretamente battuto sull'uscio. Egli raccolse in fretta gli amici a manipolo, e destro come un giocoliere, li fece scorrere in un cassetto dello scrittoio, che tosto richiuse, in quella che per pigliar tempo, domandava con voce melliflua:

—Chi è?

—Son io, Salati.

—Ah, il nostro dottore!—disse il Salati, aprendo l'uscio al compare
Collini.—Appunto vi aspettavo, per chiudere il banco.

—Orbene?—entrò subito a dimandargli il dottore.

—Tutto fatto a dovere.

—Ah finalmente!—esclamò il Collini, traendo un sospiro di contentezza.—E come l'ha presa l'avvocato fiscale?

—Che avvocato? che fiscale?—strillò il Salati,
  ghignando.

—Credevo ci foste andato subito;—disse l'altro.

—No, no; e neanche m'è bisognato andare in cerca del Marsigli.

—Ma che cosa avete fatto? Suvvia, parlate, non mi tenete sulla corda!—gridò impazientito il Collini.

—Chetatevi! chetatevi! Ora vengo al busilli. Non volevo darvi la nuova così d'un tratto. Io, vedete, sono un uomo flemmatico: e tuttavia sono stato ad un pelo di rotolar dalle scale, per la contentezza, e di sgualcirmi il soprabito. Egli è ben vero che le scale del palazzo Teirasca non sono come le nostre, e ci si potrebbe ruzzolare vestiti di bianco, senza paura d'insudiciarsi!…—

Il Collini, che già si sentiva soffocar dalla stizza, gli volse le spalle e andò a sedersi sopra un divano, dove depose, anzi buttò con piglio sdegnoso il cappello.

—Ma parlate una volta!—gridò egli più forte.—Che importa a me del vostro soprabito? Le cambiali, dove sono?

—Ih, che furia! Eccole qui, le vostre cambiali, anzi qualcosa di meglio che le vostre cambiali.—

E andato alla scrivania, presso cui fu sollecito a seguirlo il Collini, l'ometto giubilante aperse il cassetto, raccolse nelle palme i biglietti che v'erano caduti poco prima alla rinfusa, e li lasciò ricadere sulla tela incerata.

—Eccoli!—diss'egli.—Sono cento; contateli; cento biglietti, bianchi come la neve, biglietti da mille, e puri di macchia, non già col peccato originale della firma falsa, come le vostre cambiali. Cento da mille, fanno centomila, e quel che è più strano, che sa di miracolo, venuti ventiquattr'ore avanti la scadenza. Ma che c'è? che cos'avete, Collini?—

Il Collini, veduti i biglietti, era rimasto come fulminato, e, sentendosi venir meno le forze, s'era lasciato cadere su d'una scranna. Alla dimanda del Salati non rispose parola; forse neppure la udì, tanto era turbato.

V'ebbero alcuni minuti di silenzio, non interrotto che dal respiro affannoso del medico e dallo strofinìo dei biglietti che il Salati andava rimettendo in ordine, da quell'ometto aggiustato ch'egli era. Il Collini che s'era messe le palme alle tempie e stringeva forte quasi per tema che avessero a scoppiargli, finalmente si volse al compagno, e con occhi stralunati, con voce soffocata, gli chiese:

—Ma ditemi, per l'anima mia, com'è ciò avvenuto?

—Vi contento subito, purchè mi lasciate parlare. Al tocco mi son mosso di qui per andare dai fratelli Teirasca, come mi avevate raccomandato di fare. La vuol finir male, dicevo tra me. Il Marsigli non sa nulla; il Montalto non ha quattrini, e que' signori mi rideranno sul muso. Ma lasciamo anche stare la trista figura che io ci farò, di capitalista corbellato; si avranno a far delle spese; bisognerà pigliarsi la noia di andar per giustizia, e i denari, arrivedelli! Metteranno quel giovinastro in gattabuia; bel guadagno! Il nostro Collini ci avrà perso sessanta mila lire.

—Le perdevo del mio!—interruppe il Collini.

—Lo capisco; anzi, a dir vero, non perdevate nulla, poichè l'altro negozio delle case l'avete fatto voi, e ci avete guadagnato ben altro. Comunque sia, poichè il guadagno non conta, ecco sessantamila lire andate al diavolo, dicevo tra me, nel mettere il piede in quel vasto cortile del palazzo Teirasca. Un bel palazzo, Collini! Dicono che sia di Galeazzo Alessi. Uno stupendo edifizio, in fede mia, e può valere cinque volte questa somma che ci è capitata per miracolo. Quando l'avremo noi, un palazzo come quello, da metterci il banco Cardi Salati e compagno? Basta; salgo le scale, entro nell'anticamera del banco Teirasca, e mi affaccio alla cancellata.—In che possiamo servirla? mi domanda un giovinotto di pelo rosso come voi.—Son venuto, rispondo, per vedere se Luciano Marsigli ha fatto provvigione di denaro a questo banco, per pagare quattro obbligazioni che scadono domani, quindici ottobre.—L'altro mi guarda un tratto, con certi occhi che paiono volermi passare fuor fuori. Hanno a ridere de' fatti miei! dico io tra me e me; coraggio, Salati, e passiamo pure per un merlo spennacchiato. Ma ecco che il mio uomo, altrettanto cortese nei modi, quanto m'era parso ironico nelle sue guardate, mi domanda: Ha Ella le cambiali di questi signori? Eccole. E cavato di tasca il portafogli, metto sott'occhi al signorino i quattro pagherò del Marsigli. Me li guarda attentamente, li ripone su d'uno scaffaletto, e accennandomi un altro lato della sala, mi dice colla sua vocina di flauto: I denari ci sono, e si pagano a Vossignoria fin d'oggi, tanto perchè non si pigli la briga di rifar le scale domani.—Argomentate il mio stupore; mi pareva di sognare. Intanto il giovinotto mi addita la cassa, all'altro lato della sala, e ad alta voce comanda al cassiere di consegnarmi cento biglietti da mille, salvo che (aggiunge egli) non mi torni più comodo aver la somma in oro.—Non occorre, rispondo io; la carta fa meno ingombro. E lì, tra i sorrisi del signorino e gl'inchini del cassiere ad ogni biglietto che sfoglia, intasco centomila lire, e me ne vado, non senza correr risico di sfondar l'invetriata, nello andare a ritroso, come le ballerine quando ringraziano il colto e l'inclita.

—Maledizione!—urlò il Collini, che si era contenuto fino a quel punto, per sentire tutti quei particolari.—Tutto ciò è strano, assai strano. Donde l'ha avute, quelle centomila lire? Ma che dico l'ha avute? Donde l'hanno avute i Teirasca? Perchè egli di certo non le ha snocciolate….

—A caval donato non si guarda in bocca,—sentenziò placidamente il Salati.—Abbiamo fatto un negozio stupendo. Di sessantamila abbiamo centomila in due mesi; abbiam messo il nostro denaro, se la memoria non mi gira nel manico, all'interesse del dugenquaranta per cento. L'andasse tutti i mesi così! Ma purtroppo, si dà il più delle volte del naso in certi spiantati, in certi matricolati furfanti, che a far saldo con loro, ci si rimette quel po' di guadagno su cui s'era fatto assegnamento.

—Oh voi non vedete altro che il guadagno!—brontolò il Collini, che andava a passi concitati su e giù per la camera.

—E per che cosa ci siamo noi uniti in ragion di commercio, di grazia?—dimandò candidamente il Salati.

Il Collini gli rispose con una crollata di spalle, e continuò borbottando la sua passeggiata.

—Ma scusatemi, veh!—proseguì l'altro, che non sapeva capacitarsi di quella stizza del compagno.—Poco fa, ho creduto che fosse meraviglia, e mi parve naturale. Anch'io, flemmatico come sono, ce ne ho avuto il mio quarto d'ora. Ma adesso io non v'intendo più. Che cosa sono queste smanie? O che, facevate forse il conto di non essere pagato?

—Sicuramente!—gridò il Collini, piantandosi sui due piedi in faccia al collega, che rimase con tanto d'occhi a guardarlo.—Allorquando voi altri non volevate scontar le cambiali senza aver prima riconosciuta la firma di Luciano Marsigli, non vi avevo io detto….

—Sì, lo ricordo benissimo;—interruppe il Salati.—Ci avete detto che non occorreva; che anzi avevate il dubbio che la firma del Marsigli non fosse autentica, ma che a voi non importava nulla, poichè c'era la firma del marchese di Montalto. E poichè ci vedeste nicchiare, avete aggiunto: scontiamo le cambiali; se ci sarà da perdere, mettete la somma a mio debito. Vedevate più lontano di noi, e il banco vi ha molta gratitudine. Che colpo d'occhio, Collini! Con voi faremo miracoli; ancora due anni di buon incontro come questo, e potremo metterci nell'alte imprese bancarie.

—Ma non intendete voi che io le volevo perdere, quelle sessantamila lire?

—Perderle? e perchè?

—Il perchè lo so io. E adesso, la vendetta m'è sfuggita di mano, e quel burbanzoso ha cansata la galera.

—Capisco,—disse il Salati,—che se le centomila lire non c'erano, egli ci passava rasente. Ma alla fin fine, meglio così; l'amico si è mostrato buon pagatore.

—Non dicevate così, per lo innanzi!

—E mi disdico; l'ho oramai per un uomo a modo. Se càpita un'altra volta a chiedere una somma ad imprestito, poniamo anco diecimila lire, gliele dò di mio capo, al medesimo interesse. Credete a me, Collini,—soggiunse l'ometto rubicondo e paffuto,—la vendetta è una vivanda saporita; ma i denari son più gustosi ancora. Io so bene; ricordo quella vostra rabbia dell'inverno passato; ma, in fede mia, vi credevo più sano di mente. Quando egli ha dato nella ragna, e voi ci avete proposto di sbocconcellarcelo in compagnia, ho detto tra me: il Collini è un filosofo che capisce il suo tempo. Difatti, non si ammazza più nessuno, oggidì; le vendette rumorose non sono più in voga. Questi giovinotti inesperti hanno la spada in pugno; noi le loro cambiali in tasca. Questa è la vera botta dritta, che va al cuore, ma passando per la via della borsa. Credete a me, Collini; il denaro del nemico ha più sapore che non il suo sangue. Pigliate i denari al nemico, ed è un uomo spacciato. Ve lo dice anche il Savio __«Homo sine pecunia est imago mortis»__.

—Siete un asino, voi!—rispose furibondo il
  Collini.

E pigliato il cappello, se n'andò via a precipizio, tirandosi dietro con grande strepito l'uscio del __sancta sanctorum__.

—Asino! asino a me?—fischiò, digrignando i denti, l'ometto paffuto.—Te lo darò io l'asino, tra due mesi, alla stretta dei conti!—

XXV.

Nel quale i lettori più scarsi d'ermeneutica avranno la spiegazione della "Prima dei Corinzii".

Com'era avvenuto tutto ciò?

Per raccontarlo ai lettori, dobbiamo rifarci alcune ore indietro, e cercare Aloise Montalto nel suo quartierino di via Balbi.

In che stato fosse l'animo del giovine, ci è noto dalle parole del Collini, il quale aveva mandato il Ceretti ad esplorare, col pretesto di comperar la Montalda. Ma noi dobbiamo soggiungere che quel negozio delle cambiali non era il solo argomento della tristezza d'Aloise.

Anzitutto, perchè s'era egli gettato in quella rovina? Egli giovine severo, assegnato, perchè s'era dato ad operare da spensierato, da pazzo?

Nella dimanda è già la risposta. Chi giudicherà i diportamenti d'un pazzo? E chi potrà sentenziare per quali vie abbia a scorrere, a qual punto fermarsi la pazzia? Incendio lunga pezza nascosto, infuria d'improvviso per modo che opera umana più non vale a frenarlo. E la fiamma d'Aloise era stata covata sei anni, sei lunghi anni in silenzio. Per tutto quel tempo il suo cuore era stato come un tempio domestico, dove egli custodiva gelosamente una immagine sola, nè occhio profano era giunto mai a trapelarne il mistero. E la dea ch'egli adorava in segreto, ai cui piedi ardeva il migliore degli incensi, il fiore della sua giovinezza, i pensieri tutti dell'anima, regnava là dentro, non pure scolpita, animata da quel Pigmalione eterno che si chiama l'amore. Perchè infatti, siamo noi gli artefici de' nostri idoli; la donna amata è in gran parte opera de' nostri vaneggiamenti. I più soavi contorni del suo volto, le curve più leggiadre della sua persona, non appartengono all'originale. Il ritratto è fedele bensì, ma ogni cosa è raggentilita, levigata, accarezzata da quel medesimo scalpello che ad opera compiuta si converte in pugnale per noi.

La bella Ginevra dagli occhi verdi, per verità, era di tale bellezza, che il suo Pigmalione non avrebbe potuto conferirle una grazia di più. Ma egli, nel ritrarla in sè stesso, le aveva pur dato alcun che di nuovo, d'insolito, il suggello dell'artista. Quella immagine amava Aloise; egli l'aveva foggiata secondo il suo desiderio. E mentre la bella Ginevra non sapeva ancora di lui se non che egli era il solo che sdegnasse, non che ammirarla, guardarla; mentre nessuno s'era pure avveduto ch'egli si struggesse per lei, già la marchesa Ginevra era sua, già l'immagine rispondeva alle agonie dell'artefice. Il miracolo l'aveva operato egli nel suo cuore; era tuttavia un sogno, e già gli pareva realtà. Diremo una cosa strana, ma non parrà tale a chi abbia amato una volta in sua vita; se quella donna, il primo giorno ch'egli si fosse appressato a lei, gli avesse stesa la mano e detto col più soave accento di tenerezza: «vi amo» ei non l'avrebbe avuto in conto di novità; quella stretta di mano, quell'accento, quella parola, gli sarebbero sembrati continuazione d'un colloquio che durava da anni.

Così, allorquando le fu vicino e le parlò per la prima volta, gli parve non aver più nulla a dirle ch'ella già non sapesse, più altro a fare se non che adorarla tacendo. Lo schietto amore è già di per sè stesso poco loquace. La famosa carta del Tenero è una guida a chi viaggia per diporto; Werther e Jacopo Ortis non la conobbero, o, se pur la conobbero, sdegnarono usarne. L'amor vero e profondo non si butta a correre la ventura delle chiacchiere; indovinato e corrisposto si espande, arde ed illumina due vite; __Sigea lata relucent__; anco i naviganti lontani ne traggono indirizzo ed auspicio. Ignorato e negletto si consuma da sè, ma uccidendo chi lo porta nel seno.

Così amava Aloise; così fu tratto facilmente, fatalmente, nell'orbita di quell'astro che egli aveva tanto amato da lontano. Ginevra era troppo gran dama, troppo conscia di sè; le leggi era avvezza a dettarle, non a subirle da alcuno. E senza parlare di lei, non è questo il costume di tutte? L'amore, chi voglia considerarlo un tantino, ha le sue forme storiche anch'esso, come tutte le passioni dell'umanità, o, per pigliare una frase a prestanza dagli economisti, come tutti i fatti sociali. Una storia dell'amore è da farsi tuttavia, e forse non sarà fatta mai. Chi ama non scrive; chi scrive non ama. Egli avviene talvolta che un uomo ferito a morte intinga la penna nel suo sangue, e scritta una pagina del gran libro, la getti in pascolo al suo tempo, che avidamente la raccoglie, avendone un turbamento indicibile. Ma è una pagina sola, non già il libro; un grido di morente, non già una dissertazione di filosofo. Lo scrittore, e poniamo anche il più accorto, che veda e noti le occulte ragioni dell'affetto, che lo consideri nelle sue relazioni colla vita dei popoli, colla loro coltura, collo stato della donna, con tutti insomma i rivolgimenti d'un'epoca, correrà il risico di far opera di soverchio leggera, o di soverchio pesante, improba sempre e sgradita.

Nè abbiamo in animo di farla noi, ci s'intende. Solo pel tempo nostro e pel bisogno del nostro racconto, che oramai volge al suo fine, accenneremo come la donna, essendo nell'odierno consorzio schiava ad un tempo e regina, tenga ne' suoi diportamenti dell'una e dell'altra. Tutte si rassomigliano; ora tremano, ora fanno tremare; cogli uni non ragionano, perchè non possono; cogli altri nemmeno, perchè non vogliono. L'uomo è per esse uno schiavo, quando non è un padrone; in un caso e nell'altro, sempre un nemico. La colpa è un po' nostra; non siamo noi che abbiam fatte le leggi, e vi mettiamo a guardia i nostri pregiudizi, i nostri dirizzoni? Comunque sia, la donna è così, nè vale a mutarla il più profondo degli affetti. E può amarla con frutto chi la ami tanto leggermente da non mettersi già in sua balìa, ma da farne le mostre; chi giuochi coperto e stimoli la curiosità di lei, come è fama adoperasse il serpente colla madre antica dell'uman genere; chi, a farla breve, non ami, e si contenti a desiderare, senza soverchio accompagnamento di sospiri e di lagrime.

Uno scrittore (nè sappiamo più quale, e se non vi sa d'autentico, mettete che siam noi a dirittura) ha detto che le donne sogliono amare nella lor vita in due modi; giovani, inesperte, come l'uom vuole; donne fatte, avvedute, come loro talenta; donde avviene che nel primo caso infastidiscono, nel secondo uccidono. Debolezza e crudeltà! Speriamo nel futuro: auguriamo ai nostri nipoti una nuova e miglior forma storica dell'amore. Le donne saranno più libere e per conseguenza più umane; gli uomini, spogli finalmente de' loro storti concetti, vedranno in esse le eguali, le compagne, le amiche, le consolatrici della vita; non si spartiranno più, come ora, in due classi, di carnefici e di vittime. Lovelace e Werther saranno spariti; rimarrà in vece loro un uomo nuovo, amante ed amato, confidente e felice. Nato dalla libertà, l'amore si nutrirà di stima; la venerazione tornando al suo vecchio significato, farà solenne ciò che ora è brutale o colpevole, doloroso o ridicolo. Questa poesia dei sensi, come l'ha definito il Balzac, diventerà il senso più eletto della poesia che informa l'umanità tutta quanta, e che ha nella donna la sua incarnazione più efficace e più splendida.

Ciò detto, e anzi che no malamente, per non lasciar coll'amaro le nostre graziose lettrici, che già ci avran tolto per calunniatori del bel sesso, torniamo ad Aloise, ad Aloise che errò, e patì i danni dell'error suo, senza muoverne un lagno. Non era forse sua la colpa? Ben poteva egli amar quella donna da lontano, e durar nello inganno; volle avvicinarsi a lei, e si consunse alla fiamma. Poteva egli ritrarsi? Creda ciò chi lo ha fatto, e s'argomenti pure d'avere amato da senno; Aloise, non potè, e ben conobbe alle prime ch'egli era dannato a morire. Farsi innanzi non gli era concesso; dare indietro gli sarebbe parso viltà. Ma quella donna vedeva il suo misero stato? A volte gli parve di sì. Non erano segni di amorosa pietà quegli atti cortesi che lo richiamavano di tanto in tanto al fianco di lei? Il silenzio medesimo che durava tra essi, e che si mutava in improvviso cicaleccio al giungere del più gramo personaggio della corte, non era egli un dire ad Aloise: io so il vostro segreto? Ma erano lampi; uno sprazzo di vivida luce rischiarava lo spazio; poi, d'improvviso, tutto ritornava nell'ombra. E queste tenebre solevano farsi più fitte allorquando gli occhi di Aloise, precursori della parola, incominciavano a dir qualche cosa.

Nè andò guari che egli tutto intese il suo fato. Quella donna da lui così fieramente amata, avrebbe potuto durarla anni ed anni in quel suo riserbo, lasciandolo incerto tuttavia, non pure del futuro, ma dell'istesso presente. Che era egli, qual posto aveva nel cuore di lei? Le tornava egli molesto, o le pareva degno di quella pietà che fu detta sorella d'amore? O, preparandosi senza fretta ad usargli misericordia, pigliava diletto a farlo soffrire? O non le importava nulla, proprio nulla di lui, e lo lasciava fare e dire, perchè si stancasse da sè? Comunque fosse, egli non poteva tra quelle dubbiezze discernere il vero; nè i diportamenti di lei erano tali da lasciargli il conforto degli sciocchi, vogliam dire la speranza di lontane fortune, e la molle costanza dello aspettare tacendo. E allora la sua deliberazione fu presa. Senza l'amore di quella donna, non poteva più vivere; lontano da lei, foss'anco stata dieci volte più fredda, nemmeno. Che rimaneva? Sottrarsi agli spasimi d'una lenta agonia; accorciare la strada, correndola a precipizio; vivere sfolgorando a guisa del fulmine; ardere, consumarsi, morire.

E questo pensiero, nato appena, s'ingigantì nella mente di Aloise, fu arbitro di tutte le opere sue. Egli arse le sue navi, come chi non abbia speranza nè desiderio di ritorno. Quello era il campo ignoto dov'egli voleva vincere o morire. La bella Ginevra, per miracolo da lui non sperato, e quasi diremmo neppure invocato, avrebbe avuto compassione di lui? Egli si sentiva la virtù di rifar la trama della sua vita da capo. O, come gli diceva il cuore indovino, avrebbe durato nel suo riserbo invincibile? Ed egli periva. Il suo rogo era pronto; già v'era appiccata la fiamma. Così, fermo nel fiero proposito col sorriso dello spensierato sulle labbra, coll'aspra voluttà del suicida nel cuore, si gettò ad occhi aperti nel vortice.

Da quel dì, Genova non ebbe più magnifico cavaliere, nè più cortesemente superbo di lui. Già aristocratico per natali e per attinenze, divenne tale anche nelle forme del vivere. Le mute della sua rimessa erano il meglio che uscisse dalle officine di Milano e Parigi; i suoi cavalli da sella e da tiro, ammirati, decantati, dall'universale, come i migliori che fossero in città, volavano via come il vento, portando la sua fortuna; quei generosi cornipedi, imitando la serena baldanza del padrone, galoppavano in pendìo senza badare a pericoli. E coloro che vedevano il marchese di Montalto uscire a quel modo fuori di riga, correvano col pensiero alle ricchezze facilmente esagerate del vecchio Vitali; e i milioni del nonno davano loro la chiave delle larghe spese del nipote.

Questa opinione del volgo, alla quale non aveva pensato Aloise, lo aiutò, senza sua saputa, a cansar l'accusa di pazzo, vanitoso che corresse a rovina. Il marchese Antoniotto, egli stesso, la pensò come il volgo, e quella insolita maniera vivere sfoggiato gli parve naturalissima per conseguenza. Abbiamo già detto a suo luogo che Bonaventura non lo metteva a parte di tutti i suoi segreti. Il tiranno di Quinto era l'insegna di bottega del partito clericale, o, per dirla meno bassamente, il suo gran diplomatico, e tale aspirava a diventare altresì per la monarchia di Savoia, quando essa, come a lui pareva probabile, avesse dato un calcio a tante sciocche fantasticherie liberalesche; intanto leggeva discorsi in Senato, che mandavano in visibilio l'__Armonia__, e facevano dire al __Monde__ di Parigi:—__voilà l'homme d'état qui conviendrait le mieux à ce pauvre roi de Sardaigne__.—Il giovine Aloise di Montalto pareva al nostro uomo di Stato un'ottima preda. Aloise, in materia politica non aveva amori nè odii, non simpatie nè ripugnanze deliberate. La sua gioventù era scorsa in un tempo di sosta, povero di eventi e di lotte, in cui la sua mente avesse per amore o per forza a parteggiare; i suoi studi, le sue consuetudini, i suoi passatempi, lo aveano tenuto fuori (nè intendiamo dir qui se fosse male o bene) dal campo chiuso dove da secoli e secoli vengono a darsi la muta, a combattere con varia fortuna, tutti gli svariati sistemi di reggimento, tutti i grandi e piccoli interessi di popoli e di re, tutti i diritti e tutti i privilegi, tutte le inconsiderate verità e tutte le prudenti menzogne. Perciò il marchese Antoniotto poteva sperare di trarre Aloise dalla sua, contentando quella manìa d'apostolato che aveva, e che l'accorto gesuita gli era andato accarezzando nell'animo.

E perciò egli stesso, nel disporsi colla consorte al suo viaggio autunnale che i lettori conoscono, udito da Aloise che egli pure non sarebbe stato alieno dal muoversi un poco e veder nuovi paesi, gli si profferse volenteroso Mentore nelle sue medesime gite, e introduttore autorevole presso i gran dignitarii, gli archimandriti dell'ordine europeo. Non è a dire se questa paresse fortuna ad Aloise, e come ci andasse di buone gambe. Argomentatelo da questo, che egli non seguì, precedette la nobil coppia a Parigi. Colà, presentato, messo innanzi dal dotto maestro, Aloise conobbe tutti i caporioni del vecchio partito, che spaziava nel sobborgo di San Germano e invadeva anche un tratto delle Tuileries; vecchi legittimisti diventati imperiali; vecchi imperiali diventati legittimisti; repubblicani del 1830 che s'accostavano a San Vincenzo de' Paoli; giudei che veneravano il Papa; grande intriso di vecchie furberie e di giovani vanità; amalgama d'ambizioni e d'interessi che per loro natura avrebbero dovuto cozzare, e che per comune necessità si stringevano insieme; misto di vecchie penitenti, e di giovani peccatrici di chiesa e di caserma, di confessionale e d'alcova, di salotto e di giornale; tutto alla mescolata, oro ed orpello; tutto alla rinfusa, vizio e virtù, per la maggior gloria di Dio e pel maggior bene dei popoli.

A Monaco, a Vienna, altri centri di reazione politica (chiediamo perdonanza di questo barbaro gergo ai lettori) fu per Aloise la medesima storia. In ogni luogo egli era stato come il primo segretario di quell'ambasciatore __in partibus__; e senza far cosa alcuna, parlando poco e non dicendo nulla, aveva sostenuta per bene la sua parte in commedia. A Parigi era stato veduto assai di buon occhio in quel consorzio così pieno di contraddizioni; le vecchie dame avevano lodata la severità del suo contegno, i vecchi barbassori la soavità de' suoi modi; da tutti era stato gridato un nobile del vecchio stampo, pio come Baiardo e valoroso non meno. Un duello ch'egli ebbe e che fece chiasso di molto, perchè il suo avversario era uno dei più eleganti e de' più gloriosi fannulloni di Francia e Navarra, e perchè egli al primo assalto lo aveva disarmato, al secondo gli aveva passato fuor fuori una spalla, non gli fruttò nè ira nè abominazione. Conquistatore di salotti per la gentilezza dei suoi modi, egli aveva suggellata la conquista coll'armi; aveva guadagnati gli sproni, e fu una gara a chi gli dèsse primo la gotata de' nuovi cavalieri. I vecchi mastri di campo si degnarono di ragionare con lui dell'arte della scherma, e lodarono il buon metodo della scuola italiana; le dame, uscite pur mo' dal sermone di Nostra Donna, gli diedero coi sorrisi il premio della sua valentìa. La cagione del duello, per essere stata futilissima, non poteva neanche raccontarsi; orbene, anche il silenzio gli fu ascritto a lode, ed egli andò presso le vecchie penitenti encomiato per cavalleresco riserbo. Tutto gli andava a seconda, salvo quel tanto che gli stava più a cuore. E la tristezza che da ciò gli veniva, accrebbe il suo pregio, facendolo passare agli occhi di tutti per un compito diplomatico.

Di tutti? Sì certamente, ove se ne eccettui la viscontessa di Roche Huart, che già lo conosceva un tantino dalle confidenze epistolari della sua amica di collegio, e che lo trovò molto grazioso, molto pensoso, e molto pericoloso.—__Comment, ma toute-belle? Vous voilà toujours froide, vous, toujours rigoureuse avec ce pauvre garçon?__—aveva ella detto a Ginevra, che mostrava di non pensarla a quel modo.—__Si vous restiez longtemps à Paris, je vous promets qu'on ne vous le laisserait pas plus d'une semaine, et l'usurpatrice ne le ferait soupirer que le temps strictement nécessaire pour sauver les apparences__.—

E perchè Ginevra le aveva risposto, ridendo, facessero pure, poichè ella si tratteneva un mese a Parigi, e il marchese di Montalto, dal canto suo, avrebbe potuto rimanervi a sua posta, la viscontessa aveva detto tra sè: __Toujours la même, cette pauvre Geneviève, belle et froide comme un beau marbre de Paros! Ces Italiennes! Dieu leur donne la beauté: et elles n'en savent que faire__. Come si vede, la viscontessa dal collegio in poi, aveva fatta molta più strada che non la sua __petite madone italienne__.