Quelle erano le dolenti note del cuor di Aloise; nè vogliamo ora tornare su cose già dette, narrando per filo e per segno tutti i patimenti del giovine, le sue angosce d'ogni mese, d'ogni giorno, d'ogni ora. Dei dissesti della sua fortuna è già noto quanto occorre, e i lettori intenderanno agevolmente come le sue pazze spese fossero state tali da dar fondo a ben più ragguardevoli patrimonii e meno sprecati, venduti a stracciamercato del suo.
La scadenza del 15 ottobre si avvicinò, senza che egli avesse trovato il modo di far onore all'impegno. Gli avevano fatto sperare fin da principio una rinnovazione di cambiali, e lo avevano ingannato. Egli si era proposto di vendere la Montalda, e quel negozio, messo accortamente in piazza, trattato apertamente da sensali di mala fama, gli fruttava proposte ridicole. Andare dal nonno a chiedere aiuto? La sua dignità non lo consentiva. Di amici a cui far capo, non aveva altri che il Pietrasanta; ma questi era figlio di famiglia, e il suo credito presso gli usurai non andava fino a quella somma. Così giunse l'antivigilia, senza che egli avesse provveduto a nulla, nè più sperasse di poter provvedere.
—Orbene,—pensò egli,—farò posdimani quello che tanto e tanto avrei fatto qualche giorno dopo. La Montalda pagherà profumatamente il mio creditore. Gli sciocchi diranno che l'ho finita pei debiti…. Dicano pure; che importa a me delle ciance loro? Mi venivano a nausea quando mi davano lode; il biasimo loro non mi farà dormire meno tranquillo il mio ultimo sonno.—
Fatta questa deliberazione, si sentì più libero da quel lato. La sera andò dalla marchesa Ginevra, ma senza aver agio a dirle una sola parola che non fosse di cerimonia. L'imminenza della morte gli avrebbe dato quella sera l'ardimento d'un supremo colloquio; ma c'era conversazione fiorita; il De' Salvi, il Cigàla, Riario, c'erano tutti, perfino il lezioso De' Carli. Egli fu quella sera più cupo del solito, di una tristezza, di una mala grazia senza pari. Ginevra, poi, vedutolo così accigliato, stette anche più del consueto sulla sua, e lo trattò freddamente. Con tutta la loro acutezza, le signore donne, quando le si mettono sul puntiglio, non ne indovinano una.
Quando sentì di non poter più sopportare il martirio, si alzò dalla scranna, e partì, dopo aver toccata a mala pena la mano di lei. Ed era l'ultima stretta di mano. Nè ella lo intese; non mostrò neppure di maravigliarsi della sua partenza; lo salutò tra un motto che le diceva il Cigàla e una risposta che ella stava per dargli. Povero romanzo, come andava egli a finire! Goffredo Rudel si recava in disparte a morire, senza il bacio consolatore della contessa di Tripoli.
—Meglio così!—aveva egli detto, uscendo da quella casa malaugurata.—Meglio così! Oh, come mi pesa la vita!—
Ed era per l'angoscia di quell'ultimo saluto, per la notte travagliata che ne seguì, che Aloise fu visto così abbattuto dell'aspetto ad Arturo Ceretti, a quell'Adone da dozzina, che gli era stato mandato esploratore dal Collini, nella mattina seguente. Aloise pensava alla scadenza delle cambiali come si pensa alla fame, al freddo, quando il corpo sente gli stimoli dell'una e l'impressione dell'altro, cioè a dire per mera necessità del suo stato. Del resto egli non aveva altro pensiero che quello di dar sesto a tutte le sue faccende, di ardere i suoi manoscritti, le sue carte, ogni nonnulla che di lui potesse rimanere ai superstiti, e di andarsene alla Montalda, dove aveva fatto conto di finirsi.
Però, già colto dall'ansia febbrile de' suoi ultimi apparecchi, già invaso da quello spirito feroce che fa considerar la morte come un bene, non diè neppur retta al Pietrasanta, quando questi venne da lui per dirgli che aveva una speranza, che avrebbe fatto capo a qualcheduno per trovare la somma bisognevole, e che più tardi sarebbe tornato a dargliene novelle.
Per la prima volta dacchè erano amici, Aloise fu lieto di vedere il Pietrasanta andarsene via. Libero finalmente d'ogni molestia di discorso, si diede tutto alla sua opera di distruzione; la quale egli non interruppe nemmeno, allorquando venne il servitore a portargli una lettera.—Deponila sul tavolino;—gli disse, e continuò il suo lavoro.
Poco stante, vuotata e rassettata la scrivania, vide la lettera, e la prese tra mani. La rivoltò, e pose gli occhi al suggello; ma lo stemma che vi scorse impresso in ceralacca turchina, non gli ricordò nessuno di sua conoscenza. Allora chiamò il servitore.
—Chi ha portato questa lettera?
—Un servo in mezza livrea; perciò non ho capito di che famiglia fosse.
—Sta bene; vattene.—
E mentre il servitore se ne partiva, aperse la sopraccarta. Ma in quella che ne cavava un foglio di carta inglese vergata, scapparono fuori quattro foglietti più sottili e più brevi sparpagliandosi sul pavimento. Aloise si chinò per raccoglierli; erano quattro cambiali, quelle medesime cambiali che portavano a tergo la sua girata, e che dovevano esser pagate il giorno seguente.
Non istaremo a descrivere la meraviglia, o, per dire più veramente, lo stupore di Aloise. Deposte le cambiali sulla scrivania corse cogli occhi allo scritto; ed ecco ciò che egli lesse:
«Di casa, il 14 ottobre 1857.
«<i>Signor Marchese</i>,
«La S. V. non vorrà, io spero, togliere in mala parte che un ignoto si pigli arbitrio di mandarle queste quattro cambiali. Esse gli vennero in mano mentre egli, udito che la S. V. aveva in animo di vendere un castello che ha nome dalla nobil casata dei Montalto, si disponeva a profferirsi compratore, e a pregarla di accennargli i suoi patti.
«Ora, se la S. V. è davvero in questo proposito, voglia ritenere queste cambiali a conto di quella maggior somma che Le parrà conveniente di indicare, come prezzo della Montalda, e assegnare il giorno e l'ora per firmare il contratto con chi si reca a gran pregio di potersi profferire della S. V. divotissimo
«IL DUCA DI FEIRA.»
Lo stupore di Aloise si accrebbe (e non poteva essere altrimenti) dopo quella lettura. Il duca di Feira! Quel nome gli era noto, perchè da qualche tempo, nelle conversazioni, nelle veglie, in ogni ritrovo della signoril compagnia, era un gran discorrere di quel Portoghese, Americano, o Indiano che fosse, il quale era ricco sfondato come un principe delle __Mille e una notte__, e viveva solitario nella sua opulenza, alieno da ogni maniera di passatempi e da tutto quanto potesse dare alla curiosità universale l'appiglio d'una conoscenza più prossima. Solo il sindaco della città aveva posto piede nel suo salotto, e ciò perchè egli s'era recato a debito di ringraziare il nobile forestiero di uno splendido presente fatto al museo Civico e d'una ragguardevole offerta ad un istituto di carità cittadina. Accolto dallo straniero in quel modo che si conveniva al primo magistrato della città, il sindaco non avea parole per lodarsi di quel magnifico gentiluomo in guisa degna di lui. La visita era stata ricambiata il giorno seguente, e le relazioni estere dello straniero erano rimaste a quel punto. Alcuni giorni dopo, egli era partito da Genova e dicevasi per una gita di parecchie settimane in Toscana. Diffatti, il suo palazzo era rimasto aperto; le mute della sua rimessa uscivano regolamente ogni giorno per tenere in moto i cavalli, e l'intendente faceva le sue corse in carrozza, seduto al posto del duca.
Fino dal primo apparire di quel ricco signore, la gente curiosa s'era fatta a pigliar lingua qua e là, dovunque potesse cavar notizie del misterioso personaggio. E presto aveva dovuto capacitarsi che di misterioso non c'era nulla fuorchè l'apparenza. Il duca di Feira era un duca autentico, padrone di una miniera aurifera nel Brasile, dov'era tenuto in gran conto, ma dove da molti anni si vedeva di rado, essendo egli un gran viaggiatore nel cospetto di Dio. Questo si era saputo dai banchieri, presso i quali il duca di Feira era larghissimamente accreditato. Nè andò molto che fu noto ancora come l'imperator del Brasile avesse profferta al duca la sua ambasciata presso la corte di Torino, od altra che più gli tornasse a grado, e come egli avesse ricusato quell'alto onore per ragioni di salute. Viaggiava l'Italia, dopo aver visitato l'Asia e il settentrione d'Europa; a Genova gli era parso confacente il clima, e faceva conto di rimanervi più a lungo; non amava la compagnia, perciò usciva solitario. Tutto ciò era naturale, e nessuno poteva trovarci a ridire.
Ma non sembrò naturale del pari ad Aloise quella intromissione dello straniero nelle sue cose domestiche. Bene intendeva egli come il duca di Feira avesse voluto fargli servizio; ma perchè, poi? Come era venuto in chiaro delle sue strettezze? E in che modo aveva potuto metter la mano sulle cambiali, il giorno innanzi la scadenza?
A tutte quelle domande, che lo tennero a lungo dubbioso, recò una risposta, o a dire più veramente gli recò il modo di trovarla di per sè, l'amico Pietrasanta, tornato da lui dopo due ore d'assenza. Enrico aveva veduto, due giorni innanzi, il Giuliani; si erano intrattenuti a lungo sul caso di Aloise, e il Giuliani aveva suggerito ad Enrico di tentare la prova presso il duca di Feira, che gli era noto come un compìto gentiluomo, e dispostissimo, per la bontà somma dell'animo, a far servizio altrui. Certo era arditezza grande il presentarsi al duca, senza conoscerlo; ma il Giuliani, che avrebbe parlato volentieri egli stesso al duca se non avesse reputato di correr troppo alla leggera, non essendo col marchese di Montalto in molta dimestichezza, offriva al Pietrasanta di dargli un suo biglietto di visita che lo introducesse presso il duca e gli agevolasse il suo compito. Enrico era rimasto perplesso: ma avendogli detto il Giuliani saper egli di buon luogo che gli strozzini avevano fatto mettere ad Aloise la girata su cambiali false, tanto per condurlo ad un tristo passo, aveva veduto esser quella l'unica via di salvezza, e senza dirne nulla ad Aloise, era andato dal duca; ma non lo aveva trovato in casa, con suo grande rammarico; nè certo avrebbe raccontato di quei suoi infruttuosi negoziati ad Aloise, se non avesse vedute le cambiali e la lettera del duca, la quale gli dimostrava che il Giuliani, dato il consiglio, aveva stimato più acconcio mettere i fatti di costa alle parole, e, più fortunato di lui, aveva potuto parlare col duca.
Un brivido corse per l'ossa ad Aloise, e stille di sudor freddo gli bagnarono la fronte, allorquando dal racconto dell'amico udì il pericolo che aveva corso. Acerbi erano i dolori dell'anima sua, e tali da fargli considerare gran ventura la morte; ma i suoi tormenti non erano stati inaspriti dal pensiero dell'infamia. Certo, una così scellerata trama non era di volgari usurai; ed egli tremò, pensando a quel laccio che era stato teso al suo onore, e dal quale egli si era inconsapevolmente salvato, mercè l'operoso affetto del Giuliani, di un amico recente.
Come si fu riavuto da quel colpo, ringraziò il Pietrasanta, benedisse al Giuliani, e spremuto dal cuore quell'ultimo avanzo di alterigia che pochi istanti prima lo avrebbe forse condotto a ricusare il servigio dello straniero nel modo in cui gli era offerto, prese la penna e scrisse questo biglietto al duca di Feira:
«<i>Signor Duca</i>,
«Grazie! che vi dirò io di più? Grazie, e dal profondo del cuore.
«Abbiatevi la Montalda, della quale io non posso chiedervi più di quello che v'è costato il riscatto delle cambiali. Voi certamente le avete riscattate per farmi servizio, e quello che è giunto or ora al mio orecchio, e mi confonde tuttavia di sgomento e di vergogna, me ne fa testimonianza certissima.
«Oggi stesso, a quell'ora che vi torni più a grado, sarò dal notaio
Marinasco, per sottoscrivere il contratto.
«Vostro per la vita
«ALOISE DI MONTALTO.»
—Non gli prometto molto!—disse Aloise tra sè, in quella che scriveva quel «vostro per la vita».
E suggellata la lettera, la mandò prontamente al duca di Feira.
XXVI.
Come Bonaventura trovasse impedimento tra l'uovo e il sale.
Nel pomeriggio di quel medesimo giorno, 14 ottobre, pochi minuti dopo il desinare, ch'egli aveva a mala pena assaggiato, Bonaventura Gallegos era nella sua camera di studio. Quel dì gli era venuto in uggia il terrazzo, dove soleva recarsi a fare la sua digestione; i tristi pensieri, che gli giravano per la fantasia, richiedevano il raccoglimento della solitudine. Ancora non sapeva di ciò che avesse fatto il Collini, che in quel punto doveva essere tuttavia a colloquio col Salati; non aveva altro sopraccapo che i suoi brutti presentimenti; ma ce n'era d'avanzo per occupargli lo spirito.
Da pochi minuti, come abbiam detto, egli era là chiuso, seduto nel suo seggiolone, assorto nelle sue meditazioni, allorquando venne a rompergliene il filo una scampanellata all'uscio, e poco stante la signora Marianna gli porgeva una lettera, recata da un servo della marchesa di Priamar.
Un foglio di Lilla! Che voleva dir ciò? Quella sera medesima egli aveva fatto conto di andare da lei, ed essa lo aspettava certamente. Perchè quella lettera di lei? di lei, che non gli aveva mai scritto? Bonaventura pigliò la lettera, chiedendo alla governante se il servitore aspettasse risposta; la signora Marianna gli disse di no, perchè il servitore se n'era andato senz'altro aspettare; egli allora congedò la signora Marianna, e ruppe il suggello della sopraccarta.
Nel foglio della marchesa erano pochissimi versi. Lilla desiderava vederlo, per dargli ragguaglio d'alcune cose sue. E ciò gli parve assai poco. In quella vece gli parve soverchio un «Padre reverendissimo» col quale era cominciata la lettera, e il battere le labbra in atto sdegnoso, com'egli fece, avrebbe potuto mostrare come quelle due parole gli dessero maledettamente sui nervi. Al cospetto di quella donna gli pesava il suo stato chiesastico, e gli cuoceva sentirselo ricordare da lei. Perchè dargli quel titolo di rispettosa cerimonia, ella che, conversando con lui, soleva chiamarlo col nome di amico? Sempre la stessa! pensò. E non avrà da mutarsi mai? Non sente ella ancora d'essere in mio potere?
In quel mezzo, l'orologio a pendolo che stava nell'anticamera, suonò le quattro. Allora, pensando che se la marchesa aveva bisogno di vederlo tre o quattr'ore prima del tempo, gli era certo per cosa di rilievo, si mosse per uscire, e vestitosi in fretta, chiuso accuratamente l'armadio dov'erano riposte le opere di sant'Agostino e la famosa cassettina d'ebano, partì, dicendo alla signora Marianna che sarebbe tornato sulle dieci.
Il suo apparire sulla strada fu notato da un tale, che era appostato sulla cantonata del palazzo Verde. Costui, che all'arnese pareva uno spazzaturaio, o alcun che di somigliante, lo seguitò chetamente fino alla via del Campo, e vistolo entrare nel portone di casa Priamar, rifece speditamente i suoi passi, infilò le scale del palazzo Vivaldi e andò a battere all'uscio di Bonaventura tre colpi cabalistici, i quali, come l'«__Apriti, Sesamo__» di Ali Babà, ebbero la virtù di schiudere prontamente la porta, coll'aiuto, s'intende, della signora Marianna che tirava il catenaccio.
—Siete ben certo che non torni indietro?—chiese la femmina al suo niente misterioso visitatore.
—L'ho veduto io stesso entrare in casa Priamar; non abbiate timore! E adesso, non perdiamo tempo, colombella mia; in dieci minuti ha da esser fatta ogni cosa.
—Ah, Michele! La faccio grossa!—esclamò la signora Marianna, alzando gli occhi al cielo.
—Ma non avrete a pentirvene;—soggiunse Michele.—Vedrete che bella casetta; ci staremo da principi. Animo, dunque; non mi fate la scrupolosa; se no, come dice lo stornello, «Se mai v'incontro per la strada a caso,—Sia maledetto se vi guardo in viso».
—Ah sì, omaccione? Così parlate adesso?—gridò con un piglio tra il dolce e l'amaro la signora Marianna.—Tutti d'una pasta, questi uomini! Quando hanno da ottenere qualcosa, pregano, piangono, s'inginocchiano; poi….
—Via, Mariannuccia, via!—disse Michele, dandole sulla voce;—ho detto per celia. Sapete pure che vi voglio un gran bene, e che tra un mese, tra quindici dì, se ci sarà tempo a farci gridare in chiesa, saremo marito e moglie, benedetti come due ceri pasquali. Ma non ci perdiamo in chiacchiere, e lavoriamo di fine, se vogliamo guadagnarci il paradiso.—
Poco prima che questi discorsi, promettitori di pronte opere, si facessero in casa di Bonaventura, questi era già entrato in casa Priamar, e squadrava con occhi da inquisitore la faccia abbronzata di un servo che gli aveva aperta la porta, ben diverso da quello che era solito di vedere in anticamera.
—Chi siete voi?—domandò col suo piglio imperioso il gesuita.
—Il valletto della signora marchesa.
—Da quanto tempo?
—Da stamattina.
—Siete forestiero?—chiese Bonaventura, che aveva notato l'accento esotico del servo.
—Sissignore.
—E in che casa servivate, prima di venir qua?
—In casa di Sua Eccellenza il duca di Feira.—
Bonaventura conosceva di nome quel duca, come tutti lo conoscevano da qualche tempo in città. Ma quel nome non gli diede alcun sospetto; nè certo avrebbe potuto dargliene, nuovo com'era. Il gesuita si fermò in quella vece a chieder tra sè per qual ragione la marchesa Lilla avesse mandato via l'altro servitore, uomo di sua confidenza, che egli stesso aveva collocato presso di lei.
—Annunziate il signor Gallegos!—diss'egli, ponendo fine a quell'inutile interrogatorio.
—Il padre Gallegos! La signora marchesa lo aspetta per l'appunto.—
E così dicendo, il servitore corse sollecito innanzi al gesuita, e spalancò la portiera del salotto, per richiuderla dietro di lui.
Bonaventura s'inoltrò accigliato verso quell'angolo della sala, dov'era il ridotto della signora. La marchesa Lilla era appunto colà, seduta sul suo piccolo sofà; il cuore le palpitò forte nel petto, all'avvicinarsi del gesuita; ma il suo volto, composto ad espressione di calma, se non per avventura di serenità, non tradì l'interno sussulto.
—Lilla, buona sera!—disse il Gallegos, facendosi avanti.
—Buona sera!—rispose ella dolcemente.
—Avete cangiato di servitore, quest'oggi?—chiese Bonaventura, innanzi di sedersi, com'ella gli aveva accennato col gesto.
—Sì.
—Perchè?
—Perchè l'altro non mi serviva a dovere.
—L'avevo collocato io nella vostra casa, e mi pare….—
Bonaventura aveva meditato quella reticenza, facendo assegnamento su d'una pronta risposta. Ma la signora si tacque. Egli la guardò stupefatto; indi, mutato argomento, proseguì:
—Mi avete scritto di venire da voi. Avevate qualcosa a dirmi?
—Sì;—rispose ella con un fil di voce, mentre il suo cuore, sentendo avvicinarsi il gran punto, si gonfiava per la commozione.
—Della fanciulla, forse?—chiese il gesuita.
—Sì.
—Come va ella?
—Oh, molto meglio!
—Ne godo;—disse Bonaventura, col medesimo severo accento con cui avrebbe detto: me ne duole.—E finalmente si sarà piegata ad accettare il partito che le avete profferto.
—No, padre.
—No? è male, assai male!—tuonò Bonaventura.—Ma voi. Lilla, ne son certo….
—Io,—si affrettò a dire la marchesa, che non poteva più sostenere la battaglia a monosillabi,—l'ho tratta ieri dal monastero.—
Un fulmine scoppiato a' suoi piedi non avrebbe fatto più colpo sull'animo del Gallegos, di quello che gli fece la risposta, buttata là a precipizio, della marchesa di Priamar.
—Voi!—esclamò egli, balzando dalla scranna.—Voi avete fatto ciò?
—Io, sì!—proruppe la marchesa;—io, che non potevo resistere più oltre allo strazio di quella povera creatura.
—Siete voi pazza?
—Sono madre!
—Ah sì, lo avevo dimenticato!—ringhiò con accento di profonda amarezza il gesuita.
E senza badare alle buone creanze, si diede a passeggiare concitato nel salotto, collo sguardo basso, i denti stretti e i pugni chiusi sul petto, come un lottatore che si prepari alla riscossa. Ma veramente egli non sapeva come avrebbe potuto rifarsi; mille pensieri gli turbinavano confusi pel capo; il sangue gli gonfiava le vene pel collo toroso, e gli martellava alle tempie.
Passeggiò a lungo in quel modo; indi, come un uomo che abbia preso una deliberazione, mosse impetuoso verso la signora, e si piantò dinanzi a lei con un piglio feroce che la fece dar indietro sbigottita, e con un accento da cui trapelava tutta la rabbia ond'era invaso, le dimandò:
—Dove è ora, la figlia di Paris Montalto?
—In casa mia;—rispose con voce spenta, ma ferma, la marchesa di
Priamar.
Bonaventura stette silenzioso un tratto, squadrandola con occhi fiammanti, quasi volesse incenerirla collo sguardo; quindi proseguì:
—E che cos'avete in animo di fare?
—Nulla.
—Badate a voi, Lilla! Non irritate il leone, poichè esso vi ridurrà in brani. Rispondetemi; che avete in mente di fare di quella fanciulla?
—Tutto ciò che ella vorrà;—gridò la marchesa, togliendo l'ardimento dalle medesime difficoltà di quel dialogo;—credete voi che non sia tempo di finirla? Ho sofferto; ho trangugiato mille amarezze; ho assistito immobile ai pianti di quella povera creatura; ho cercato di soffocare la voce del sangue, ma invano; essa ha gridato dal profondo del cuore. Sono madre; non intendete voi? sono madre!
—Sarete infamata!
—Da chi? chi ardirà infamare una madre?
—Io,—rispose Bonaventura,—io che vi ho amata, stolto, io che sono stato condannato da voi alla più triste vita che uomo possa durare sulla terra, io disdegnato, io deriso da voi.
—Non vi ho disdegnato, non vi derido; l'amor vostro io non l'ho chiesto, non l'ho lusingato mai. Lilla non ha rimorsi; una colpa ha macchiato la sua vita; ma non sta a voi ricercarla.
—La farò palese ad ognuno; diverrete la favola di quanti vi conoscono; vi segneranno a dito i viandanti; vi chiuderanno l'uscio sul viso le vostre pari; vi negheranno il saluto gli amici. Badate, marchesa; io non ho mai fallito alle mie promesse, mai, dacchè vivo. Quanto più siete stata in alto finora, tanto più cadrete in basso; ve ne fo giuramento per l'odio più terribile che sia, per l'odio che nasce dall'amore spregiato.
—E sia;—gridò balzando in piedi la marchesa, al colmo dell'esaltazione,—ma io avrò salvato mia figlia. Perderò il mio buon nome, sacrificherò le consuetudini tutte del mio vivere; ma ella non avrà da morire maledicendo; ma ella, così a lungo sventurata, vivrà giorni più lieti, e finalmente libera, godrà di quei puri gaudii della famiglia, che non arrisero alla sua povera madre. Che m'importa del mondo, innanzi al debito sacro di far felice mia figlia? Voi, ministro di Dio, del Dio che perdona, siete stato l'implacabile sacerdote della vendetta, il beffardo scovatore d'una colpa ignorata ed espiata, per rinfacciarmela, per farmi arrossire, per farmi scendere più in basso che non fossi caduta in un giorno di aberrazione fatale. Voi, ministro del Dio che comanda di passar sopra ad ogni umano rispetto, pur di seguire la sua legge d'amore, voi avete ravvivato nel mio cuore, scaldato, rinvigorito un falso concetto, una falsa vergogna, una falsa dignità; pregiudizio, superbia, egoismo, a danno d'una innocente creatura. Andate, ho aperto gli occhi; ho veduta la mia povera figlia moribonda, prigioniera per me, sepolta per me in una cella di monastero…. E parlate di cuore, voi, che avete potuto consigliarmi in tal guisa? E chiedete gratitudine, chiedete obbedienza, voi che avete potuto chiedermi un delitto? Andate, Bonaventura; sapiente conoscitore d'uomini, voi non avete saputo intendere un cuore di donna, un cuore di madre. Mia figlia è libera; io l'avevo condotta là dentro; io l'ho tratta di là, e nessuno la strapperà più dal mio fianco. Pronta ad ogni sacrifizio di me medesima, non temo l'obbrobrio che mi è minacciato da voi.—
Ciò detto. Lilla come chi si senta liberato da un grave peso, da una penosa oppressura, e ansante, trafelata, ma raggiante di sublime entusiasmo, ricadde sul sofà, in quella che coll'indice teso gli accennava di uscire.
Bonaventura era fuori di sè, tanto più furibondo, quanto ella, così animata e fiammeggiante nel volto, appariva più bella a' suoi sguardi.
—Qualcheduno è stato qui dentro!—sclamò.—Vedo qui la sua traccia. Uomo, o demonio, lo conoscerò; dovessi anco strapparvi il suo nome dal cuore.—
E fece per avventarsi sulla marchesa, che istintivamente si fece schermo delle braccia contro quella belva umana.
Ma in quel punto si sollevarono le pieghe d'una portiera di damasco, e un terzo personaggio comparve nel salotto.
—Non tanta pena, padre Gallegos! Uomo, o demonio, egli è dinanzi a voi; guardatelo a vostro bell'agio.—
A quella voce Bonaventura si volse, e rimase di sasso, come se avesse veduto la testa di Medusa. Egli non conosceva quell'uomo.
—E anzitutto,—proseguì lo sconosciuto, avanzandosi in mezzo alla sala,—rispettate le donne. Non era ella una donna, la madre vostra?—
Il Gallegos non rispose parola. Guardava esterrefatto quell'uomo, e chiedeva a sè stesso chi fosse egli mai, quel vivente simulacro del fato, che veniva così in mal punto a rompere la trama sudata delle sue vendette. Lo sconosciuto era di bell'aspetto, ma severo; tutta la sua persona spirava la dignità e la forza. I capegli aveva bianchi; ma il volto abbronzato, i lineamenti ricisi, le membra poderose, additavano una gagliardia virile; i muscoli delle sopracciglia, contratti sulle orbite dei grand'occhi azzurri che mandavano lampi, accennavano com'egli fosse uomo da metterla in opera. Quell'uomo gli aveva fatto, dicemmo, l'impressione della testa di Medusa; ma, più attentamente guardato, era Giove punitore, col pugno armato di fulmini.
Bonaventura vide in quel punto tutta l'orridezza del suo stato, e l'ignominia degli atti a cui era trascorso. Una vampa gli salì alla fronte; vampa di vergogna insieme e di rabbia; e non sapendo come uscire dal ronco, andò con mentita audacia incontro al nemico.
—Chi siete voi?—dimandò.
—Son tale,—rispose l'altro senza muovere un passo,—che vi potrebbe far misurare l'altezza di quella finestra, senza aiuto di servitori.—
A quella minaccia il Gallegos si rannicchiò contro la parete, pronto a vender cara la vita.
Un sorriso di sprezzo sfiorò le labbra dello sconosciuto:
—Bravo, il mio uomo!—proseguì egli beffardo.—Eravamo dunque in via di far paura ad una donna? E siete spagnuolo? Vergognatevi! La Spagna fu mai sempre nazione di cavalieri, i quali non usarono inferocire se non contro gli uomini, e alle donne consacrarono rispetto, venerazione, come cosa divina. Per esse il Cid Campeador non faceva vituperii, ma prodigi d'alto valore. Onta su voi, tralignato! Ma che? avete forse patria, voi altri, falsi seguaci di quell'Inigo Loyola che condusse tant'oltre la cavalleria da voler essere il cavaliere della Vergine?—
Tutti quei colpi andavano diritti a flagellare il viso del Gallegos. E al cospetto d'una donna! Della donna che egli aveva amata!
—Capisco queste prodezze da eroe di Cervantes,—rispose egli con accento sarcastico,—quando chi parla è l'amante di Dulcinea. Non è egli vero, marchesa del Toboso?—
Queste ultime parole erano rivolte a Lilla, che si nascose il volto tra le palme.
—Vigliacco!—gridò lo sconosciuto.
E avanzandosi minaccioso contro Bonaventura, alzò il braccio sopra di lui. Il gesuita vide la mano in alto, la sentì scendere, rombare nell'aria. Strinse le pugna, ma senza ardire di respingere l'assalto; tutte le sue forze erano intese a sostenere lo sguardo dell'avversario, il cui volto, infiammato dallo sdegno, era una spanna dal suo. E la mano discese, rovinò sulla spalla del gesuita, facendolo vacillar sulle ginocchia, per la forza del colpo.
—Rettile!—aggiunse lo sconosciuto, mentre con quella istessa mano lo spingeva sdegnosamente contro la parete.
Un singhiozzo della marchesa, che era rimasta spettatrice di quella scena, richiamò ad altre cure il suo difensore.
—Perdonate, signora!—diss'egli, volgendosi a lei con voce di repente mutata.—Per cagione di questo signore, dimenticavo di dirvi che vostra figlia ha bisogno di voi. Degnatevi di accettare il mio braccio.—
E aiutata cortesemente la marchesa ad alzarsi dal sofà, sul quale era rimasta accasciata, l'accompagnò, confusa, smarrita, fino a quell'uscio, dal quale gli era comparso pur dianzi nel salotto.
Bonaventura si mosse a sua volta, anzi spiccò un salto verso l'uscio che metteva all'anticamera. E già egli era per girar la maniglia, allorquando l'altro, che stava alzando la portiera per far passare la signora nella Camera attigua, lo fermò con queste parole:
—Badate, padre Gallegos! C'è in anticamera un valletto che ha per costume di lasciar entrare, ma non di lasciare uscire così facilmente, come potreste creder voi ora. Il mio Sindi è fedele come un cane, ma ci ha il vizio di mordere.—
Il gesuita tornò indietro scornato. L'altro, intanto, lasciato ricadere il lembo della portiera, veniva alla sua volta, in mezzo alla sala.
—Ah, il duca di Feira!—mormorò Bonaventura, che ricordava allora le parole del nuovo valletto da lui interrogato in anticamera.
—Sì, padre, egli in persona, capitato a Genova in buon punto per scompigliare i vostri disegni.
—Come c'entrate voi?—chiese il gesuita.
—È un mio segreto, ed io non ho la pretensione d'insegnare a voi che i segreti si custodiscono gelosamente.—
Bonaventura si morse le labbra; egli padrone di tanti segreti, non possedeva questo, che doveva essere dei più rilevanti, poichè aveva condotto quell'uomo tra' suoi piedi, a guastargli un'impresa così bene avviata.
—Son prigioniero qui dentro?—diss'egli, dopo un istante di pausa.
—No, in fede mia;—rispose il duca di Feira.—Che cosa farei d'una vipera come voi? Un farmacista se ne gioverebbe per le sue infusioni; io, che non ho infermi da risanare, ma soltanto amici da custodire contro i vostri morsi avvelenati, non vi terrò oltre il tempo bisognevole per istrapparvi i denti.
—Che cosa intendete di dire?
—Eccovi un altro segreto; ma questo lo indovinerete voi stesso tra breve. Ragioniamo un tratto, e sedete senza timore. Sono più forte di voi; posso stritolarvi con queste mani, ma non abuserò della mia forza.—
Così dicendo il duca di Feira si assise egli stesso, ma in guisa da aver gli occhi verso l'entrata del salotto.
—Avete vinto;—bufonchiò il gesuita.—Che volete ancora da me?
—Una cosa da nulla; che mi diciate che cosa farete quando sarete uscito di qui.—
L'inchiesta sarebbe parsa fanciullesca a Bonaventura, se egli non avesse pensato che chi la faceva era il duca di Feira, il suo fortunato avversario, il suo vincitore. Essa, per verità, gli parve strana; laonde rimase mutolo, guardando il duca co' suoi occhi grifagni, quasi volesse leggergli nell'anima la risposta, cagione di quella dimanda.
—Animo, via;—soggiunse il duca;—che cosa
farete?
—Io?…—disse Bonaventura.—E voi, così avveduto come siete, non potete argomentarlo?
—Sì, sì, lo capisco: penserete a vendicarvi. Ma come? questo amerei sapere da voi.
—Signor duca,—notò il gesuita;—non avete voi detto poc'anzi di averci i vostri segreti? Anche io n'ho la mia parte.
—Benissimo, e li custodite gelosamente?
—Sicuro.
—Abbiate le mie congratulazioni. Io dunque, poichè non volete dirmeli, sarò costretto a scoprirli da me.
—In che modo?
—Segreto per segreto. Ditemi che cosa farete per vendicarvi; io vi dirò quel che farò per iscoprire i vostri maneggi. E non è una vana promessa, la mia; poichè ne ho scoperti già tanti, laddove voi nulla sapete di me. Non vi torna? Sia come volete. Cercate a vostra posta di vendicarvi, padre Gallegos; mettete in piazza, infamate liberamente la donna che avete amata e desiderata; siate fellone all'onore; ciò vi risguarda. Io intanto, per vostro vantaggio, vi consiglio a sfrattare da questa città, dove non c'è più aria per voi, e a sfrattare oggi stesso. Perchè, badate,—e qui la voce del duca di Feira assunse un tono solenne,—quest'oggi è pei vostri pari il giorno della giustizia di Dio.—
Bonaventura ruppe in un ghigno beffardo. Messo per le parole stesse del duca al sicuro dagli atti maneschi, egli non aveva nulla a temere.
—Ah, ah! queste son frasi da tragedia;—diss'egli;—io sto pei fatti, e vi accerto, signor duca….
—Che siete libero di andarvene, e di vendicarvi come potrete;—interruppe il duca, che aveva veduto aprirsi l'uscio, e apparire nel vano la faccia di Sindi, che si recava rispettosamente la mano sul petto.—Ma accettate il mio consiglio, padre Gallegos; pentitevi de' vostri falli; cangiate costume; imitate il glorioso Sant'Agostino, di cui non vi saranno ignote le Confessioni immortali.—
Sussultò il gesuita; volle parlare, chiedere al duca che cosa volesse egli dire con quelle parole di colore oscuro; ma il duca, dopo avergli accennato l'uscio, gli aveva voltate le spalle, andando verso la nota portiera di damasco.
Agitato, confuso, fuori di sè, Bonaventura si volse all'anticamera, e scortato dal servo, varcò la soglia di quella casa, senza pensare a Lilla di Priamar, senza pur ricordare ch'egli l'aveva veduta per l'ultima volta, quella innocente cagione de' suoi mali, quell'immagine perturbatrice di tutta la sua vita.
XXVII.
Occhio per occhio, dente per dente.
Come giungesse in fondo alle scale, non vide, non seppe, chè il suo pensiero era già oltre il palazzo Priamar, sebbene dinanzi agli occhi della mente gli durassero immagini tormentose, il duca di Feira e quella donna amata ed odiata con tutte le forze dell'anima.
Orribilmente sconvolto, giunse sulla strada; la testa gli ardeva; gli rombavano gli orecchi; non vedeva, non udiva; l'istinto lo guidava da solo, attraverso la folla de' viandanti, i quali certamente lo avrebbero tolto per ubbriaco, o per pazzo, se la notte sopraggiunta non avesse impedito di vederlo nel volto, di notare i suoi occhi stralunati, e l'andar barcolloni a guisa di toro che abbia toccata la mazzata nel mezzo della fronte.
Nella sua mente era una confusione, un turbinio di pensieri; ma uno solo, se per avventura non signoreggiava gli altri tutti, certo era il più spiccato e costante. Il suo segreto scoverto? Ma come? Chi era, donde sbalestrato per suo danno, quel duca di Feira? E perchè era venuto a piantarsi, ostacolo insuperabile, tra lui e la sua vendetta, proprio nel punto che egli stava per coglierne il frutto? Nello scompiglio in cui l'aveva posto quella apparizione improvvisa, Bonaventura giunse perfino a chiedere che cosa avesse egli fatto a quell'uomo, egli che non soleva credere a scrupoli, e, pur di raggiungere la meta, non s'era mai fatto carico degl'innocenti che calpestava nel proseguir la sua strada. Ma così, buoni e tristi, siam tutti, misera progenie di Caino; egoisti, feroci, senz'altro divario che quello del più o del meno, pronti ad ascoltar la ragione, ad invocare il giusto e l'onesto, dove non entri l'appagamento dei nostri desiderii.
Come tutti se ne andavano in fumo i disegni di Bonaventura! Come gli crollava miseramente dintorno il suo edifizio, con tanta cura inalzato! Egli era come il matematico che ha condotto a fine un calcolo complesso, frutto di lunghe meditazioni, di veglie sudate, e s'avvede che il conto, così diligentemente condotto, non torna. Come s'è ficcato per entro, e dove si nasconde l'errore? Ecco intanto, il suo edifizio di numeri e di segni algebrici, pericola; egli non sa, non può indovinare dove manchi, se alla base od al vertice, sui lati o negli angoli. Ei lo aveva pure incominciato con tanta diligenza, tirato innanzi con tanta pazienza di prove e riprove! Rifarsi da capo? Paurosa fatica! E gli sarebbero bastate le forze? V'hanno di tali cadute, dalle quali non è più dato rimettersi.
Bonaventura, quel forte atleta, fino a quel giorno invitto, era affranto, nè intendeva le cagioni di quella grande rovina. Se in quel punto gli avessero detto:—tu ti butterai da una finestra—egli avrebbe risposto: può darsi, purchè sfracellandomi il capo, io possa distruggere la coscienza di me medesimo, la mia rabbia, la vergogna della sconfitta, il dubbio che mi tormenta.
Perchè c'era anche un dubbio, un orribile dubbio che gli avevano soffiato nel cuore le ultime parole del duca di Feira. Questo dubbio non aveva anche preso forma chiara e ricisa nella sua mente; ma c'era, e gli pungeva il cuore aspramente, e lo faceva correre, volare smanioso per le scorciatoie verso il palazzo Vivaldi. Giunse affannato al portone; salì in furia le scale; giunse al pianerottolo del suo quartierino; suonò, bussò, tempestò l'uscio, ma invano. Nessuno rispose; la sua casa era muta.
Che sgomento lo assalisse in quel punto, è più facile argomentare che descrivere. Le parole, che si seguono ordinate sulla carta, non valgono a dipingere i moti, i turbamenti improvvisi dell'animo, il sangue che rifluisce ardente al cervello, la vista che si offusca, il cuore che trema, e tutto quel misto di acute sensazioni che rispondono ad ogni parte più riposta della macchina umana.
Tentò di raccapezzarsi. Dov'era la signora Marianna? Dove poteva essere, a quell'ora? Egli aveva bensì detto alla sua governante che sarebbe tornato sulle dieci; ma lo avea detto a guisa di notizia, perchè ella non avesse a stare in angustie, e non già per darle una libertà, che ella non s'era mai tolta. La signora Marianna non usciva mai di sera; qualche rara volta nel pomeriggio, ma innanzi l'Avemmaria era sempre rientrata.
Scampanellò da capo, tambussò l'uscio, fece un diavoleto; ma nel suo quartierino non udì segno di vita.
Uno strepito d'uscio che si apriva, un passo affrettato, si udì poco stante nelle scale. Era un servitore dei Torre Vivaldi, che a quella tempesta di suoni s'era scosso dalla panca su cui sonnecchiava, e veniva a vedere che diavol fosse che metteva a rumore la casa.
Risovvenendosi allora della porta di comunicazione che c'era tra l'abitazione dei Torre Vivaldi e il suo quartierino, Bonaventura dimandò al servo se Sua Eccellenza fosse in casa, e udito che sì, scese le scale per andare dal marchese Antoniotto.
Il tempo che pose il servo ad annunziarlo al padrone, fu a mala pena bastante al gesuita per rimettersi un tratto dal suo turbamento. Il marchese Antoniotto era seduto davanti alla sua scrivania; ma tosto si alzò per farsi incontro al Gallegos, e per chiedergli con garbo signorile qual buona ventura gli procacciasse di vedere il padre Bonaventura in quel punto. Dal bisticcio è agevole argomentare che il tiranno di Quinto era di buon umore oltre l'usato; per giunta si stropicciava le mani, come il suo avversario in Parlamento, che era (i lettori non l'hanno dimenticato di certo) il conte di Cavour, ovvero il mugnaio di Collegno, com'egli soleva chiamarlo.
Com'ebbe udito da Bonaventura perchè egli fosse sceso da lui, il marchese Antoniotto fu sollecito a mandare il servo a quel pianerottolo cieco, dov'era l'uscio ferrato che separava l'ammezzato della gente di servizio dal quartierino del gesuita, per vedere se a caso, tirando il catenaccio da dentro, si potesse aprire. Ma Bonaventura non lo sperava, ben sapendo che anco dal lato suo quell'uscio soleva star chiuso. Diffatti, pochi minuti dopo, tornò il servitore, per dire a Sua Eccellenza che non aveva potuto aprire, essendoci l'altro catenaccio chiuso di fuori.
—Andate subito pel fabbro ferraio, e non si perda tempo;—disse il marchese Antoniotto al servo, che incontanente si mosse.—E intanto che Ella aspetta, voglio farle vedere un discorsetto che sto preparando pel Senato. Ho scritto tutt'oggi, e non sono scontento de' fatti miei. Sentirà a giorni il Cavour, come lo concio, colle sue dottrine di libero scambio. Eretico in economia politica, come in religione; questo gli dico, e glielo provo. Vuole udir Lei, padre Bonaventura, a che modo finisco?—
Il gesuita balbettò alcune parole di assentimento.
—Sto preparandomi,—soggiunse a mo' di preambolo, il marchese Antoniotto, mentre veniva rassettando sulla scrivania i due o tre ultimi fogli inchiostrati per quella sua fatica oratoria,—sto preparandomi alla nuova sessione, che comincia in dicembre, nella quale ho fatto proposito di adoperarmi più alacremente che non facessi finora. Le ragioni del nostro partito lo vogliono; anche a Parigi mi s'è fatto capire dai nostri amici che io mi tengo troppo lontano dalla cosa pubblica. Ed hanno ragione; chi si tiene in disparte non giova a sè, nè alla sua parte. Ella ricorderà, padre Bonaventura, d'avermelo detto più volte.—
Bonaventura non ricordava nulla, non intendeva nulla, e questo si capiva facilmente. La sua fantasia correva a briglia sciolta, faceva cento leghe al minuto secondo. Così fuori di sè, lasciò che il marchese Antoniotto parlasse a sua posta, spiegandogli il suo discorso, pigliandosi una pregustazione di trionfo oratorio.
Il marchese Antoniotto leggeva a modo, sebbene con enfasi; ma ciò non guastava, perchè egli non portava i quaderni alla tribuna. A furia di leggere, imparava i suoi discorsi a memoria, e poteva dar colore d'improvvisazione allo scritto. Però, quella lettura tornando ad esercizio della sua meditata eloquenza, era naturale che volesse afferrar l'occasione, leggendo caldo caldo il suo discorso all'amico.
Ma gli era proprio un discorso? Più conveniente sarebbe il chiamarlo discorsa. Fatta così in anticipazione di due mesi, la cicalata del nostro senatore non aveva, nè poteva avere attinenza con alcun particolare argomento; sfiorava ogni questione delle tante che bollivano allora; parlava, come suol dirsi, __de omnibus rebus et de quibusdam aliis__, dei concetti economici del conte di Cavour, della politica interna del suo collega Rattazzi, della falsa via che si batteva a volersi inimicare coll'Austria, dei fuorusciti e dei rompicolli che turbavano la ragione di Stato, e dei pochi, ma veri e saldi amici rimasti allo Statuto, che erano (non ridete!) i cattolici. Questo era un colpo maestro, e il marchese Antoniotto se ne teneva. E fu qui che il valentuomo ingrossò la voce, per istrappare l'applauso al suo taciturno uditore.
—«…. Imperocchè, o signori, la nostra vita è consacrata a Dio, al principe, alle leggi, e il biasimo de' tristi ci torna a gloria; imperocchè i popoli hanno inteso non poter esser loro nemici coloro che si oppongono ad una barbarie, la quale minaccia la famiglia e la proprietà, e tenta confondere in una sola jattura le infrante corone, gli statuti violati e le pietre de' santuarii. Non vuol la rovina dello Stato chi vuole la patria fiorente per arti e commerci. Se noi difendiamo la causa della religione, si è perchè in essa risiede il palladio e la forza del Piemonte; perchè ella insegna ai governati il rispetto delle leggi, la coscienza dei diritti, la santità dei doveri. Bando alle recriminazioni di parte; ci prenda pensiero delle gravi necessità della patria, che aspetta di veder rimarginate le sue orride piaghe, alleviati i suoi gravissimi pesi, protette le sue povere industrie. Dietro a noi sta la nazione, che nella fede gloriosa dei suoi padri vede il labaro di salute pe' suoi minacciati destini.»—
Qui finiva il discorso, e l'oratore si volse a Bonaventura per chiedergli il suo parere e pigliarne le lodi. Ma egli s'avvide allora, con sua gran meraviglia, che il gesuita, non pure non era in grado di rispondergli, ma non aveva inteso una parola della sua stupenda orazione.
—Ella è turbata, padre Bonaventura?—esclamò il marchese Antoniotto.—Abbia un po' di pazienza; il fabbro ferraio non tarderà molto a giungere….
—Pazienza!—soggiunse il gesuita, richiamato da quelle parole in sè stesso.—Ella ne parla a suo agio, signor marchese! Ma io, qui sotto, vedo un tranello….
—Che? Non bisogna poi correre per le poste, com'Ella fa!—disse il marchese Antoniotto.—La sua governante sarà uscita per qualche urgente bisogna domestica, e quando tornerà, sarà molto meravigliata di sapere il gran caso che Ella ne ha fatto. Ma ecco il servitore; orbene?
—Il fabbro ferraio è in anticamera, coi suoi ordigni, che aspetta;—rispose il servitore, giunto allora, a cui era rivolta l'ultima parola del marchese Antoniotto.
—Andiamo, dunque, andiamo!—gridò Bonaventura, balzando dalla seggiola e correndo all'uscio, con un piglio da spiritato.
Vedendo in che stato si fosse il suo riveritissimo amico, il marchese Antoniotto si degnò di accompagnarlo, ed ambedue uscirono sulle scale, seguiti dal fabbro ferraio che li aspettava coi ferri del mestiere tra mani, e dal servitore che portava una lucerna per rischiarare la via.
Ma in quella che muovevano i primi passi per salire al a di sopra, un nuovo personaggio comparve sul pianerottolo. Era il Collini.
—Padre,—diss'egli a Bonaventura, mentre faceva un profondo inchino al marchese Antoniotto,—son già venuto due volte a cercarvi.
—Torno adesso;—gli rispose brevemente il
gesuita.
—Ho a parlarvi di cose gravi;—aggiunse sommesso il Collini.—Un caso strano, inaudito.
—Più tardi, più tardi,—gli aveva già detto Bonaventura; senonchè alle ultime parole del discepolo si fermò, ed aggiunse,—che cosa?
—Le cambiali sono state pagate.
—Ah! che dite voi mai?
—Sì, pagate stamane dal banco Teirasca. La vendetta m'è sfuggita pur troppo!—
Bonaventura fu colto da un capogiro, per modo che dovette aggrapparsi alla ringhiera, e un grido gli sfuggì dalle labbra.
—Che c'è?—dimandò, voltandosi indietro, il marchese Antoniotto, che già li aveva preceduti su per le scale.
—Nulla!—rispose il gesuita, scuotendo il capo, come per liberarsi da quella oppressura.—Presto, presto, signor marchese! apriamo quell'uscio! che io entri in casa mia…. che io m'assicuri!…—
E barcollando a guisa d'ubbriaco, salì le scale, dietro al Torre Vivaldi, al suo servitore e all'artigiano che doveva aprir l'uscio e dargli il passo alla sua camera da studio.
Senza capir nulla di quel tramestìo, il Collini seguì la comitiva su per le scale; ma all'affanno di Bonaventura, all'affaccendarsi del marchese Antoniotto, intese che c'era un guaio de' grossi. Quella era stata per lo scolaro una giornata di disgrazia; ogni cosa anche pel maestro doveva andare alla peggio. Bonaventura, quell'uomo così forte, così padrone di sè, gli appariva stravolto, irrequieto, furente. Egli ben lo vedeva, al chiarore della lucerna, acceso in volto, il collo teso, seguire con gli occhi sbarrati e sanguinanti i moti dell'artigiano, che andava sperimentando l'un dopo l'altro i suoi ferri nella serratura restìa.
Non era facile impresa lo aprire quell'uscio. Toppa indiavolata! aveva detto il fabbro, in quella che cambiava per la seconda volta di grimaldello; e già cominciava a tirar giù qualche santo del paradiso, senza che Bonaventura e il cattolico senatore mostrassero di scandolezzarsene punto.
Finalmente uno di que' ferri fece buona prova; la stanghetta, allo scattar della molla si mosse d'una mandata. Al gesuita grillarono gli occhi.
—Sia lodato il cielo!—esclamò il marchese Antoniotto, intanto che il grimaldello toglieva la seconda mandata.
—Sì, ecco fatto;—soggiunse l'artigiano cavando fuori il ferro ricurvo dal buco, e spalancando l'uscio con un gagliardo spintone.
Bonaventura non disse verbo; si cacciò dentro a precipizio, e senza aspettare l'aiuto del lume, corse nella sua camera da studio, dove, anzi che gli altri lo seguissero, aveva già brancolato alla nota parete, e tentata colle unghie la commessura dei battenti dell'armadio. Quel ripostiglio era chiuso, ed egli respirò un tratto. Uscì allora, e passato in mezzo al marchese Antoniotto e al Collini, che già si affacciavano sulla soglia, infilò il corridoio che metteva alle camere di servizio. La governante non c'era; ma ogni cosa gli parve a suo posto.
—Ella vede che non manca nulla;—disse allora il marchese, che gli aveva tenuto dietro con amorevole cura,—si calmi, adunque; or ora tornerà la sua governante, e ben potremo dire d'esserne usciti colla paura.—
Il gesuita non gli badò più che tanto. Accesa in fretta una bugia, ripigliò la via dello studio.
—Mi lascino solo un tratto, di grazia!—diss'egli, temperando più che gli venne fatto coll'accento la durezza della frase.
I compagni, che erano già per seguirlo, si rattennero. Egli entrò e tirò l'uscio dietro di sè. Lo avrebbe chiuso senz'altro, se un sentimento di onesto riguardo al marchese Antoniotto non lo avesse trattenuto in buon punto.
Il Torre Vivaldi approfittò di quella sosta per licenziare il fabbro ferraio.
—Quanto volete per la vostra fatica?
—La sua buona grazia, illustrissimo.
—Eccovi cinque lire, andate.—
L'artigiano fece un profondo inchino, e se ne andò. Il marchese Antoniotto si volse allora al Collini, che era rimasto pensieroso in mezzo all'anticamera; ma in quella che stava per volgergli la parola, si udì un grido dallo studio, e il tonfo, di un corpo che stramazza sul pavimento.
Che cos'era egli mai accaduto? Chiusosi a mala pena nella camera, Bonaventura era andato sollecitamente all'armadio. Il cuore gli batteva violentemente, per modo che egli stesso le udiva le pulsazioni, confuse con quelle del sangue che gli martellava alle tempie. In quell'orgasmo trasse di tasca una piccola chiave che egli portava sempre con sè; l'introdusse con mano tremante nella serratura, e ansante, affannoso, trambasciato, schiuse i battenti che nascondevano ancora a' suoi occhi il ripostiglio geloso. Maledizione! I due scompartimenti dell'armadio erano vuoti. I ventiquattro volumi delle opere di Santo Agostino non c'erano più; la cassettina d'ebano era sparita.
Rimase un istante immobile, guatando a quella volta con occhi sbarrati e scintillanti. Orribile a vedersi! Sulla fronte livida appariva, smisuratamente ingrossata, una vena nerastra. Anch'esse le vene del collo nereggiavano, ingorgate di sangue, tese a mo' di corde sotto la pelle pavonazza, che pareva sul punto di rompersi. Fremevano le nari dilatate; le labbra, agitate da un moto convulsivo, tremavano. Ruppe in un grido; ma il grido si spense tosto in un rantolo; la lucerna gli sfuggì dalle dita; le mani brancolarono nel vuoto, come cercando un appiglio; e quella mole fulminata stramazzò rovescioni sul pavimento.
Al grido e alla caduta di Bonaventura, il Collini e il Torre Vivaldi erano accorsi nella camera. La vista che si offerse al loro occhi, li colmò di spavento.
—Povero amico! che sarà mai?—gridò il marchese Antoniotto, più morto che vivo, in quella che pur s'industriava a rialzare il caduto.—Presto, qua il lume! Ed Ella, signor dottore…. Il cielo l'aveva proprio mandata a tempo!—
La prima occhiata del Collini, appena il servitore giunse colla lucerna, fu per l'armadio spalancato, dov'egli ben sapeva come il maestro custodisse la cassettina d'ebano ed altre carte di rilievo. Alla vista degli scaffali vuoti si sentì venir meno; gli si offuscarono gli occhi, e rimase come smemorato in mezzo alla camera.
—Che fare, adesso?—proseguì il marchese Antoniotto.—A lei, dottore, questo è affar suo. Non sente che rantolo?—
Queste parole, e la vista di Bonaventura, al cui volto livido il servitore aveva accostata la lucerna, richiamarono il Collini alle cure del suo ministero. Si pose ginocchioni presso il maestro, mentre il marchese Antoniotto gli sosteneva il capo tra le braccia; gli toccò il polso, e battè le labbra in atto di sfiducia; cavò un cerino, lo accese, e ne accostò la fiamma agli occhi di Bonaventura, che erano spalancati, ma vitrei, stravolti. La pupilla rimase immobile, senza dare alcun segno di contrazione.
Il discepolo allora si fece a chiamarlo ad alta voce più volte; ma invano. Il rantolo del moribondo si faceva a mano a mano più fioco; una spuma sanguinolenta gli gorgogliava sulle labbra, che apparivano violentemente contratte da un lato. Il Collini fu pronto a trar fuori la busta chirurgica, e cavatane la lancetta, aperse largamente la vena giugulare, donde spiccarono poche gocce di sangue nerastro, già mezzo rappreso. Volse la lancetta all'arteria temporale; neppure una goccia di sangue ne uscì. Sbottonato in furia il panciotto, strappata la cravatta, fatta la camicia a brandelli, pose l'orecchio alla regione del cuore, ma non gli venne udita la più lieve pulsazione.
—Orbene?—domandò il marchese, che seguiva ansioso degli occhi tutte quelle inutili operazioni.
—Non c'è più rimedio;—rispose il Collini;—il cuore ha cessato di battere.
—Ma questo rantolo….
—È un po' d'aria rimasta nel polmone, che si va sprigionando, e rompe alcune vescichette mucose.
—Ma che cosa sarà mai, che lo uccide?
—Un colpo d'apoplessia. Non vede Ella questa contrazione delle labbra, questi occhi arrovesciati, e questi punti neri sulla faccia? C'è un versamento sanguigno. Se si potesse vedere sotto quel cranio, si scorgerebbe la rottura di un senso venoso del cervello, avvenuta per un afflusso improvviso, impetuoso, irresistibile, di sangue alla testa.
—Ma come? Perchè?—dimandò esterrefatto il marchese.
—Il nostro amico ha patito troppo orgasmo in brev'ora. I vasi portatori della vita hanno condotto una soverchia quantità di umore all'encefalo. Ciò avvenne in un impeto d'ira, o d'angoscia? Chi lo sa? Comunque ciò sia, il colpo è stato così violento, che il rigurgito del sangue dal cervello al cuore non è più stato possibile. Un eccesso di vita lo ha ucciso.—
Diffatti, Bonaventura Gallegos, il forte lottatore, il capitano dei neri, il fiero amante, il persecutore di Lilla di Priamar, non era già più. Il freddo della morte gli irrigidiva le membra.
XXVIII.
Che le signore donne sono pregate a non leggere.
Siamo al 15 di ottobre, che doveva essere per Bonaventura e pel suo tristo discepolo il giorno delle vendette, ed era in quella vece il giorno della espiazione. Il cadavere del gesuita, lasciato in custodia a gente prezzolata, aspettava gli ultimi uffizi del mondo, ne' quali ha maggior parte l'igiene che non la pietà dei superstiti. Il Collini, grandemente turbato per quella rovina di casi, s'era ridotto in casa sua a meditare sul nulla delle umane speranze: e aspettando dalla sua tempra malvagia il ritorno alle antiche consuetudini, si accasciava sgomentito sotto i colpi del fato.
Egli tuttavia, la sera innanzi, non aveva così perduta la testa da cedere ai consigli del Torre Vivaldi, il quale, fatto oramai certo della fuga della governante di Bonaventura, pensava che all'autorità si dovesse dare ragguaglio di tutto.—No, no, per carità, che potrebbe accadere di peggio! aveva gridato il Collini. E poichè il marchese Antoniotto lo aveva incalzato per udire la spiegazione di quelle parole, gli balbettò di certi maneggi del gesuita, i quali, sebbene a pro' della santa causa, non erano fior di farina, e che sarebbero di certo venuti a galla, mettendo a grave risico parecchie persone, e delle più autorevoli nella loro società; la quale, pari alla moglie di Cesare, non doveva essere neanche sospettata. A qual pro', aveva egli soggiunto, andare incontro ad uno scandalo? Non rimestiamo quest'acqua torbida, che manderà fuori il marciume.
In quella sentenza venne anche il Torre Vivaldi, e lasciò che il discepolo di Bonaventura operasse in quel negozio come prudenza voleva. E fatta ne' debiti modi testimonianza della morte repentina, ma naturale, del gesuita, provveduto a quelle poche incombenze che richiedeva lo stato dell'estinto, se ne andarono pe' fatti loro. La mattina del 15 ottobre, come s'è detto, il Collini era chiuso nel suo quartierino; il Torre Vivaldi, per non aversi a contristare di più, se n'andava colla marchesa Ginevra in campagna.
Andiamo ora in traccia d'Aloise, che era scampato pur dianzi dalla ignominia, mercè il provvido aiuto del duca di Feira, ma non aveva smesso il fiero proposito di sottrarsi morendo alle angosce del suo amor desolato.
Egli, siccome è già noto, aveva scritto il giorno innanzi al vecchio gentiluomo d'esser pronto a firmare con lui il contratto che doveva saldare il suo debito, e in quella medesima ora che uno schianto di rabbia impossente uccideva il gesuita, sottoscriveva presso il notaio Marinasco l'atto di vendita della Montalda, dopo aver detto all'intendente del Duca che sarebbe andato il giorno seguente nel palazzo non più suo, per pigliarsi alcuni piccoli ricordi della famiglia e dare un ultimo saluto alla tomba di sua madre.
Un'ora dopo, Aloise riceveva una seconda lettera del duca di Feira. Il vecchio gentiluomo si scusava anzitutto con lui di non essersi recato egli in persona dal notaio, non avendoglielo consentito alcuni urgenti negozi: indi, venendo a toccare del desiderio di Aloise, gli accennava cortesemente che egli era come per lo innanzi padrone di andare e rimanere alla Montalda quanto più gli piacesse. Poter rendere un servizio al marchese di Montalto senza esserne pagato con quella cessione, gli sarebbe stato gratissimo; ma bene aveva inteso che la giusta alterezza del giovine signore non gli avrebbe concesso tanta fortuna. Ma poichè la cosa aveva dovuto finire in quella guisa, gli usasse almeno la cortesia di ricordare che la Montalda rimaneva aperta al suo primo padrone, e che nulla vi sarebbe mutato delle consuetudini antiche. Intorno a ciò, notava il duca che la tomba della marchesa Eugenia era un sacro deposito ch'egli si recava ad onore di custodire, che quanti erano lassù, ed avevano servito in suo vivente la nobilissima dama, vi sarebbero rimasti, ne' loro pietosi uffici di prima.
Quella lettera fu come un po' di balsamo sul cuore esulcerato del giovine. Ma era soltanto una goccia, una misera goccia, sottratta da un mar d'amarezze. L'anima sua s'era inasprita: tutto quanto vedesse dintorno a sè, gli tornava molesto; si chiudeva nel profondo della sua coscienza, e vi trovava le ricordanze del passato, che gli si tramutavano tosto in veleno. Egli avrebbe voluto non vedere, non udire, non pensare, fino a quel momento supremo, nel quale aveva posto ogni sua voluttà. E certo, se egli non avesse considerato come un debito sacro il dire un'affettuosa parola di commiato al vecchio gastaldo, se non avesse reputato ufficio di filiale affetto avvicinarsi nella morte a quella santa gentildonna che, inconsapevole, innocente, lo aveva dato alla luce e alle lagrime, egli avrebbe pur volentieri abbreviato d'un giorno i suoi mali, sfuggita con un colpo sollecito quell'orrida notte d'angoscia che lo aspettava nei silenzi della sua cameretta, sotto quelle azzurre cortine già testimoni di tanti arcani struggimenti, di tante vane querele.
Il Pietrasanta, ottimo amico che aveva sudato freddo in que' giorni per lui, ed assaporava, per Aloise e per sè, i frutti della vittoria ottenuta, giunse nella sera per invitarlo ad uscire, e andare in qualche luogo, in conversazione, al casino, a teatro, foss'anche quello delle marionette, purchè facesse ora e si ammazzasse la noia. Aloise non accettò, perchè si sentiva spossato; bensì accolse la proposta di una cavalcata mattutina a Pegli, per celebrare l'uscita d'Israele dall'Egitto (come il festevole Pietrasanta chiamava l'impresa di quel giorno) e non già con una colazione di manna, sibbene col meglio che avessero in cucina gli ostieri di quel gaio deserto.
La mattina vegnente, alle sette in punto, i cavalli attendevano i due cavalieri sulla piazza dell'Acquaverde. Aloise recava impressi sulle guance e negli occhi i segni della insonnia patita; ma l'aria frizzante del mattino e il riscaldarsi che fece, correndo di buon trotto fino alle porte della Lanterna, gli rifiorirono il volto. Anche il Pietrasanta, che aveva dormito come un ghiro, ma soltanto la metà delle dieci ore che gli occorrevano per inoliar la sua macchina, aveva avuto bisogno di quel moto per isneghittirsi, per isgranchirsi, sgomitolarsi le membra. È collo sgelarsi del corpo (tutti verbi che egli aveva sciorinati l'un dopo l'altro per dipingere il suo misero stato) gli si era anche sciolta, liquefatta, la vena del buon umore, e la parlantina che gli è fida compagna.
Giunsero a Pegli, e comandata la colazione, tanto per non istare all'ozio e annoiarsi aspettando, tirarono oltre fino ai pressi di Voltri; donde, tornati sui loro passi, ripigliarono la via della locanda. Aloise, certo che il suo ultimo giorno era finalmente quello, e già n'aveva spizzicata una parte, fu disinvolto e sereno, se non gaio e festevole come il suo Pilade; e questi, che soleva vederlo contegnoso mai sempre e severo, l'ebbe per ilare a dirittura, e non seppe tenersi che non glielo dicesse, s'intende a guisa d'elogio e ascrivendolo alla sua bella pensata.
—Sicuro! E perchè non sarei lieto? La vita è così mirabilmente bella!—gridò con impeto quasi febbrile Aloise.—Vedi che limpido mattino! Il mare è cheto, azzurro, lucente, come ne' più bei giorni di primavera inoltrata. Il cielo sereno, nitido e terso, splende soavemente incerto tra il cilestrino e il dorato. Quella nube che tu vedi laggiù sull'orizzonte, non è una nube, è una vela aerea che porta i nostri bei sogni, le nostre liete speranze, alle più lontane regioni del vaporoso futuro. Esser giovani; bella cosa! Avere dinanzi a sè l'ignoto, l'incantevole ignoto, largo di dolci promesse, custode d'inesauste lusinghe, di sconfinate delizie! Che ci accadrà egli domani? Non mette conto oggi saperlo. Sperare, rinvenire, desiderare, ottenere; agognare di più, ottenerlo ancora; andare di voluttà in voluttà; questa, non altra, è la vita, chi sappia gustarla. Ti ammali? È una sosta, oltre la quale c'è la guarigione, e il futuro, il futuro che ti attende ancora colle braccia aperte…. dico male, colle braccia chiuse sul petto, per nasconderti un suo dono e fartelo parer più gradito. Sei triste? hai cagione di grave rammarico? È la vigilia d'una nuova allegrezza. Lo stesso uscir di pena non ha egli il suo dolce? Vivere! vivere! vivere! Tutto chiama, tutto conduce, tutto incalza alla vita; essa è mezzo, fine e premio a sè stessa. Ma intendiamoci; non bisogna amare. Quello è uno scoglio dove quella vela che tu vedi laggiù nell'orizzonte, va qualche volta a rompere. Non amare, Enrico, non amare; __experto crede Ruperto__, come dicevano i vecchi.
—Baie!—rispose il Pietrasanta, mentre di rincontro alla luce della finestra (poichè già erano a tavola) egli stava ecclissando la nube di Aloise con un bicchiere di Bordò, di cui considerava il rubino.—L'amore è un'ottima cosa; e, sto per dire, il condimento necessario, il guazzetto, l'intingolo, la salsa __sine qua non__ di tutte le vivande che ci ammannisce il futuro. Scusami se il tuo futuro io lo vedo in sembianza di cuoco; ognuno se lo dipinge come sa. Senza l'amore, vedi, non c'è nulla di buono; tutto è sciocco, scipito, perfino la mostarda dell'ambizione e la senapa dell'orgoglio. Amore! amore! dammi dell'amore, e t'improvviso una mensa nel vuoto, ti slazzero una frittata da una padella (il mio maestro di retorica avrebbe detto __sartagine__) che non sia mai esistita. Amore, ottima cosa, dirò io, copiando la tua giaculatoria; ma s'intende che bisogna usarne in un certo modo.
—Come?—dimandò, sorridendo a fior di labbra,
Aloise.
—Come ne uso io, amando come io amo. Io amo, prima persona del tempo presente. __Ego amo, j'aime, I love, Ich liebe, yo quiero__, e tutto il rimanente che si riscontra nella grammatica poliglotta. Io amo; non lo credi? amo la Giulia, che è una donna stupenda, e la sua ombretta sdegnosa, che mi aleggia dintorno, non se l'abbia a male se la chiamo soltanto una donna. Ella ci ha del sangue nelle vene, non già dell'ambrosia, come certe dame che so io. Bisogna saper amare, te l'ho già detto; ma anzitutto bisogna saper trovare. Tutta la scienza è lì; __that is the question__. E questa frase d'Amleto, vale il tuo __experto crede Ruperto__, che è errato, poichè tu non sei Roberto, ma Aloise, il mio caro Aloise. Ora, per trovare, occorre cercare, e per cercare a modo, bisogna avere un occhio alla macchia e l'altro al cane, non innamorarsi al primo uscio, non far come hai fatto tu, che l'hai trovata superlativamente bella, ma superlativamente fredda, superlativamente contegnosa, superlativamente…. Scusa, veh! Poichè tu m'hai detto dianzi che non bisogna amare, suppongo….
—Di' pure liberamente;—soggiunse Aloise.—Io non amo più quella donna.—
E il povero giovine chinò gli occhi sul piatto, perchè Enrico non avesse a leggervi la bugìa manifesta.
—Ah, meglio così!—disse Enrico.—Io da un pezzo temevo di te. Che vuoi? La Ginevra è bellissima, non lo nego; che diamine? anzi l'ho gridato or ora; ma io l'ho sempre giudicata senz'anima. Ti ricordi? Dio le fa belle, poi leva loro l'anima perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati. Ha ingegno, la Ginevra, ha una rara istruzione, ha grazia, e sto per dire giustizia; ma l'interno è un abisso, che ti manda agli esteri difilato; il suo commercio è geniale, assai più dell'agricoltura, che ella ha lasciata, insieme colle finanze, al marito; ma ai culti più divoti risponde colla guerra, e ti fa venire una matta voglia di affogarti nella marina, rinunziando per sempre alla presidenza del consiglio. Insomma, è una divinità da metter sull'altare; ma a star ginocchioni sul marmo, si gela, si….
—Parlami della Monterosso;—interruppe Aloise.
—Ah, quella è una donna!—gridò il Pietrasanta, accompagnando le parole con uno scoppiettìo di lingua contro il palato, che bene non s'intendeva se fosse per la Monterosso o per una sorsata di Bordò mandata giù poco prima.—Un po' leggerina se vuoi, un po' oca; ma che rileva? Non ho mica a imparar da lei algebra, nè trigonometria! Ella, a dirtela di passata, non ci ha angoli da far studiare; è una sequela di ammirabili curve. Tutti quei pregi che fanno gradita una dama nella civil compagnia la Monterosso li ha; l'arguzia, quello spolvero d'ingegno che le manca, lo sa pigliare da chi l'avvicina, e così accortamente, che neppur te ne avvedi. Hai osservata la luna? Dicono che sia opaca; pure essa risplende. A me non fa caso che ciò le avvenga per ragion di riflesso; m'illumina, e basta. Tu l'hai veduta (parlo della Monterosso, e non della luna) in casa della Ginevra! or dimmi, anche senza tanti sfolgoreggiamenti di spirito, non sa ella tenersi a pari di tutte le sottigliezze, di tutte le delicature della superba castellana? Ella ci ha per giunta un po' d'anima, di fuoco, di gasse; ella sente d'esser nata per l'uomo, e questo è l'essenziale…. per l'uomo. Io l'amo, adunque; sono nel tenero, e piacendo ai Numi, navigherò un giorno nel dolce.
—E puoi durarla così placidamente?—chiese ammirato il
Montalto.—L'attesa non ha angosce, non ha agonie per te?
—Dio è grande,—sentenziò il Pietrasanta,—e la donna è la ministressa delle sue misericordie.
—Tu sei felice!