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I rossi e i neri, vol. 2 cover

I rossi e i neri, vol. 2

Chapter 33: XXIX.
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About This Book

La seconda parte si concentra sulla notte del 29 giugno e sulle conseguenze morali e pratiche di una rivolta: Lorenzo Salvani, combattuto fra il proposito di cercare la morte nell'insurrezione e l'improvviso amore per Maria, affronta il contrasto fra cuore e ragione. L'influsso pessimista dell'amico Giorgio Assereto acuisce i dubbi e la paura della congiura, mentre Lorenzo si appresta al posto di combattimento in un vicolo del sestiere di Prè. La narrazione esplora fatalismo, lealtà, l'efficacia degli attentati politici e il prezzo personale della scelta tra onore e desiderio.

—Certo! Che cosa mi manca? Un po' di giudizio, qualche volta, un po' d'ingegno come il tuo, sempre….

—Eh via!—disse Aloise, dandogli sulla voce.

—No, no, lasciami seguitare. Anch'io mi conosco; è questa la parte d'ingegno ch'io ho. Del resto non me ne accoro; io non ho da inventar nulla, nè la stampa, nè la polvere da cannone. Ho capito che cos'è il mondo, e per dargli a' versi mi basta saper fare il nodo alla cravatta (vedrai che un giorno tornerà l'uso dei nodi belli fatti, e si avrà fama senza fatica), vestire attillato, aver belle pariglie e un bel nome che sappia d'antico. Il mio risale al 1200, ed era allora già celebre. Un Pietrasanta venne da Milano podestà dei Genovesi, e ci si accasò, come i natali del tuo umilissimo servo dimostrano. Ti par poco? Molti c'invidiano queste picciole cose, che io darei tutte a mazzo, qualche volta, per uno di quegli ingegni robusti che fanno operare le grandi. Vorrei esser te, anche senza la memoria de' tuoi dogi; vorrei essere il Salvani, che andrà molto innanzi, se la fortuna, come n'ha debito, darà la mano al valore; ma, queste malinconie me le tengo nel gozzo, per non scemare il mio pregio dinanzi ai profani. Quello che io sono fa gola a molti, ripeto; ce n'è dunque d'avanzo. Ne cerchi un altro, la Giulia; non lo trova, salvo il caso che a te non salti in mente di farle la corte. La qual cosa tu non farai, perchè mi vuoi bene….—

Aloise gli rispose con un gesto di volenteroso diniego.

—Grazie!—proseguì allegramente Enrico.—Io dunque tiro innanzi. Ella mi ama, me ne sono avveduto; anzi lo so, e potrei dirti….

—Di' pure; domani io non me ne ricorderò più;—soggiunse Aloise, con un suo risolino sottile.

—Ah, bada,—ripigliò il Pietrasanta.—Tu mi metterai al punto di raccontarti posdimani ogni cosa da capo. Con te non voglio avere segreti. Non mi hai tu confidate le tue pene, quando eri innamorato della Ginevra? E perchè ti amo tanto io, se non perchè sei un gentiluomo più di noi tutti? A qualcuno bisogna pur dire ciò che si sente, quando si è sventurati; figuriamoci poi quando si è felici!—

Aloise trasse un sospiro; ma il Pietrasanta, tutto nel suo racconto com'era, non gli pose mente.

—L'amo,—diss'egli con enfasi,—l'ho confessato a lei, e s'è messa a ridere, ma mi ha lasciato baciar la sua mano.—

E qui, poichè aveva preso l'aire, il festevole giovinotto raccontò la sua conversazione colla Giulia, ed altre parecchie tenute di poi, che ai lettori non farebbero nè caldo nè freddo, e che le lettrici, non ci domanderanno, poichè, cortesi come sono, avranno esaudita la preghiera posta in fronte a questo capitolo. Enrico Pietrasanta, come è noto fin da principio, e come s'è visto poc'anzi, aveva assai sciolto lo scilinguagnolo; Aloise era l'unico suo confidente, al quale gli tornava grato dir questo, ed altro ancora, se ne avesse avuto; laonde, si può argomentare che se ne pigliasse una vera satolla.

—Ora, aspetto che caschi,—diss'egli conchiudendo,—e cascherà certamente.

—Perchè?—dimandò Aloise.

—Perchè! oh bella! perchè sono forte.

—Forte! forte, con una donna che si ami?

—E dàlli! ma io l'amo in quel tal modo che già t'ho detto, e senza perdere il lume della ragione, come chi so dir io. Non cascherà? Stia ritta a sua posta, e arrivederci nella valle di Giosafat! Ella mi va a genio, lo sai; ma tienti bene in mente che non darò nei gerundii, che non finirò per lei, nè al camposanto, nè all'ospedale de' pazzi.

—Beato te!

—E tu, dimmi, non hai fatto lo stesso, alla perfine? Non ti sei forse consolato?

—Io?…—esclamò Aloise con impeto. E già era per uscire di riga; ma ravvedutosi in tempo, sorrise malinconicamente, e diè ragione all'amico.—Sicuro; anch'io, sebbene mi sia costato una grossa fatica. Sento ancora un po' di bruciore; ma passerà anche questo tra breve.

—Farai bene. Sorridi, Aloise, rallègrati: tu sei nato vestito. La
Usodimare è invaghita di te.

—Eh via!

—Ho detto male; dovevo dir cotta e stracotta. Ella ancor ier l'altro si lagnava di non vederti più spesso; ella giura per te, non sa parlar che di te. Amala, Aloise; amala…. e credila, come dicono tutte le lettere, all'ultimo verso.

—Pazzo!

—Savio, Aloise! Ricòrdati che m'hai paragonato più volte ad uno dei sette Savi della Grecia.—

Con queste chiacchiere era finita la colazione. Pochi minuti dopo, i due amici, tornati in sella, galoppavano alla volta di Genova.

Colà giunti, il Pietrasanta tolse commiato da Aloise, per andare a mutar d'abiti. Aloise, nel dipartirsi da lui, non ebbe cuore di annunziargli che andava quel giorno medesimo alla Montalda, temendo che l'amico avesse a leggergli, tra una parola e l'altra, il suo disperato proposito; ma gli strinse più e più volte la mano, e gli disse:

—Enrico, tu sei un ottimo giovane; ti auguro ogni
  fortuna.

—È una tratta sulla Monterosso, questa!—aveva risposto il
Pietrasanta.—Corro a presentarla oggi stesso al vezzoso banchiere.—

Come Aloise fu solo, le forze che lo avevano sostenuto fino allora lo abbandonarono a un tratto.

—Va, uomo felice;—diss'egli tra sè, in quella che saliva faticosamente le scale del suo quartierino;—segui pur la tua strada! Tu hai ragione; la vita è come ognuno la vede. L'aspetto delle cose, le forme, i colori, non sono essi dentro di noi? Qual meraviglia se Enrico scorge la vita colorata di rose? E in fondo in fondo, non potrebbe ella esser tale davvero? È il cuore, il cuore, questo viscere malnato, che c'intorbida ogni cosa, che ci matura gli affanni, che ci scompiglia lo spirito. Pure, Enrico non è senza cuore; la sua amicizia per me, così divota, così salda, così sollecitamente operosa, ne fa buona testimonianza. Ma egli è fortunato; a lui soccorre un senso arcano, che io non ebbi nascendo, per correre sicuramente questo gran mare. Possa questo senso durargli, condurlo sano e salvo a quella età che più non teme patimenti morali!—

Mutati i panni, poichè quella corsa lo aveva fradicio di sudore e di polvere, Aloise voleva partir subito alla volta della Montalda. Ogni cosa era all'ordine; le sue carte bruciate, i suoi libri riposti, il suo quartierino di via Balbi poteva paragonarsi ad una casa rimessa a nuovo pur dianzi. Solo un rotolo di musica, legato da un nastro nero, stava in mostra su d'un tavolino. Perchè un nastro nero? Aloise lo aveva messo la sera innanzi, senza pure badarvi. Quando gli venne sott'occhi, fu per cambiarlo; ma tosto mutò di proposito. Non è forse giusto? pensò. Ella lo riceverà questa sera.

Quel rotolo intanto aveva attratto la sua attenzione. Rimase un pezzo seduto sopra un divano a guardarlo. Quella era musica della marchesa Ginevra, che egli aveva presa qualche tempo innanzi, per leggerla al cembalo, e che voleva restituirle. Ma, guardando quel rotolo, gli venne in mente che forse era male mandarlo pel servo. Avrebb'egli fatta la commissione quel giorno medesimo? Non l'avrebbe dimenticata, per avventura?

Così pensando, si alzò e prese il rotolo per portarlo egli stesso. Due sere innanzi, se i lettori rammentano, egli era stato dalla marchesa, e aveva fatto giuramento di non rimettere il piede in sua casa. Ma gli parve che la cortesia dimandasse il sacrificio di quella sua prima e troppo asciutta deliberazione. __Noblesse oblige__.

Fortificato contro la sua coscienza, che lo accusava di debolezza, uscì allora di casa. Erano le due dopo il meriggio. Quando fu dinanzi al palazzo Vivaldi, la coscienza parlò un tratto più forte, ed egli ebbe vergogna di sè; la persona aveva già accennato a voltarsi per infilare il portone, ma i piedi lo condussero oltre. Andò fino alla Posta; ma giunto al cominciamento della piazza, gli vennero veduti da lontano il Riario, il Cigàla, ed altri suoi conoscenti, raunati a crocchio in un luogo donde avrebbero potuto scorgerlo, se egli fosse andato più in là. Tornò indietro sollecito; passò di bel nuovo rasente al palazzo Vivaldi, e questa volta poi v'entrò a dirittura. Salì le scale, giunse all'uscio padronale del primo piano, e stese la mano alla nappa del campanello. Ma qui ancora la coscienza gli disse: codardo! Scese da capo, e per andarsene senz'altro. Ma non era anche giunto all'ultimo scalino, che un dubbio lo assalse. Dalle finestre, qualcheduno, affacciatosi a caso, non aveva potuto vederlo ad entrare? Non si sarebbero fatte le meraviglie che non fosse salito? E queste meraviglie non avrebbero condotto a svariate congetture, allorquando si fosse finalmente risaputo quello che era ancora di là da venire?

Scuse, pretesti, e non altro. Diffatti, risalendo, egli sentiva il bisogno di aggiungere: Alla perfine, io debbo vederla ancora una volta; anco se trista, ella è pur stata la stella di questa mia vita.

Suonò finalmente; ma stettero molto, innanzi di aprirgli, di modo che egli ebbe tempo a pentirsi di essersi condotto a quel punto.—Che vado a fare? Ella non si cura di me. La vedrò; patirò mille morti in pochi istanti; dovrò divorare in silenzio altre lagrime…. Oh, se tardassero ancora! potrei tornarmene via.

Mentre egli meditava in tal guisa la fuga, udì un rumore di passi nell'anticamera. Poco stante l'uscio si aperse, e comparve nel vano un valletto della marchesa.

—Illustrissimo!—disse il servo, inchinandosi.—

—È in casa la marchesa?—dimandò Aloise, entrando nell'anticamera.

—No, illustrissimo, e nemmeno Sua Eccellenza il padrone. Sono partiti, or fanno due ore, per alla volta di Quinto.—

Aloise ebbe al cuore un'orribile scossa.

—O come?—chiese egli turbato:—Così all'improvviso?

—Sì, illustrissimo; ier sera è avvenuta una disgrazia. È morto qui sopra un casigliano di Sua Eccellenza; la cosa ha fatto senso al padrone, e la signora marchesa ha voluto andarsene questa mattina per tempo, per levarlo di qua. Son rimasto io nel palazzo, per dar sesto ad alcune faccende.—

Il cuore di Aloise si riempì d'amarezza. Partita! E il consiglio è venuto da lei!

Contenendosi a stento, trasse di tasca il taccuino; ne cavò un biglietto di visita; gli fece, secondo l'usanza, un orecchio nell'angolo, e lo diede, insieme col rotolo di musica al servitore, perchè fosse consegnato alla marchesa Ginevra.

—È il fato che lo vuole!—esclamò, discendendo per la seconda volta le scale, e questa volta da senno.

Un'ora dopo, Aloise partiva per la Montalda. Il cielo gli parve buio; la città era orbata di Ginevra, della sua unica luce.

La carrozza, che lo aspettava al portone della sua casa, era scoperta. Egli fece chiudere i mantici, poichè fortunatamente era un landò, e vi si rannicchiò dentro, tutto tremante di freddo, sebbene uno splendido sole riscaldasse l'aria come in un giorno di estate.

—Comanda altro, Eccellenza?—gli chiese il suo servo, che stava ossequiosamente ritto al predellino.

—No; rimango alcuni giorni in campagna. Bada alla casa, e se verrà il marchese Pietrasanta, obbedisci a lui come ad un altro me stesso. Avanti, cocchiere; ho premura.—

Il cocchiere stimolò i cavalli con uno scoppiettìo di lingua e con un altro di frusta, e la carrozza si mosse rapidamente sul selciato, non tuttavia quanto avrebbe voluto Aloise. Tanto era egli smanioso di finirla!

XXIX.

Nè vivere, nè morire.

Aloise giunse alle falde del monte su cui torreggiava la Montalda, alle cinque dopo il meriggio; mezz'ora dopo, era lassù.

Il vecchio Antonio non parve punto meravigliato del suo arrivo. Egli stava ad aspettarlo sul portone della villa, in atto di godersi la frescura del tramonto, cogliendo al varco la gente del vicinato, per scambiar quattro chiacchiere, secondo la costumanza villereccia, prima di ritirarsi.

Ma se Antonio non parve meravigliato, bene guardò di sotto alle folte sopracciglia il suo giovine padrone, in quella che rispettosamente gli faceva di cappello e si sprofondava in inchini; e quelle sue guardate significavano una cura amorevole, una sollecitudine pietosa, che contraffacevano all'umile stato e alla apparente rozzezza del vecchio gastaldo. Per verità, l'Antonio era grandemente mutato, e coloro che lo avevano in pratica avrebbero potuto avvedersene senza fatica. Il taciturno e malinconico abitatore della Montalda era più sciolto di modi, più sereno nel volto; si sarebbe detto, a guardarlo, che ci aveva meno grinze di prima: a sentirlo respirare più liberamente e dir qualche parola più del consueto, si sarebbe preso per un uomo liberato d'un gran peso che aveva sullo stomaco.

Aloise non badò a tutti questi nonnulla, e chiamando col gesto il gastaldo a venirgli da lato, gli domandò per la prima cosa di Lorenzo Salvani.

Egli da due giorni non aveva più pensato all'amico. Il suo dolore era stato così acerbamente tiranno, che non aveva patito ricordanza d'altri dolenti. Perciò egli aveva venduta la Montalda, aveva fatti i suoi ultimi apparecchi, ed era venuto a morire accanto a sua madre, senza pur rammentarsi dell'amico, dell'ospite che abbandonava a sè stesso. Senonchè, postosi in viaggio, gli era pur sovvenuto di Lorenzo, e gli cuoceva di lasciarlo così, mentre forse il povero fuggiasco aveva più che mai bisogno di amici saldi e operosi. Ma, ripensando alla lettera cortese del duca di Feira, Aloise aveva tosto fatto disegno di scrivergli, raccomandando al vecchio gentiluomo d'essere a Lorenzo, al suo avversario d'un giorno, ciò ch'egli non poteva più essergli, protettore fino a quando occorresse, amico per tutta la vita.

In questi pensieri, domandò di Lorenzo al gastaldo. E fu grande la sua maraviglia, allorquando il vecchio gli ebbe detto, che quella istessa mattina erano venuti in due, l'Assereto e il Giuliani, a cercarlo, e poco dopo erano partiti tutti e tre alla volta di Genova.

—Il signor Salvani era molto contento;—aggiunse il gastaldo.—Per la prima volta dacchè egli era quassù, l'ho veduto ridere. E se n'è pigliato una satolla, il povero giovine! Poi, s'è degnato di abbracciarmi, innanzi di andarsene, e mi ha chiesto se non mandassi a dir nulla a Vostra Eccellenza, che egli sarebbe andato a salutare in giornata. Che si ricordi del suo povero Antonio, gli ho risposto io, e della sua Montalda che non lo vede da un pezzo.

—Grazie, mio buon Antonio; tu lo vedi, sono venuto;—disse Aloise, mettendogli amorevolmente una mano sulla spalla.—Orvia, conducimi nelle mie stanze, e va tosto ad aprirmi la cappella.

—E non vuol prender nulla? Vostra Eccellenza sarà
  stanca.

—No, non ho bisogno di nulla; prima di tutto voglio salutare mia madre.—

Il gastaldo non disse altro di rimando, e lo precedette nel palazzo. Come furono giunti nella camera di Aloise, il vecchio notò che il suo padrone deponeva su d'una mensola una busta che aveva recato sotto la sua spolverina da viaggio.

—Che cos'è questo? armi?

—Sì,—rispose a fior di labbra Aloise,—pei ladri, se vorranno assaggiarne.

—Oh, non vengono ladri quassù, che la farebbero bassa. Antonio dorme da un occhio solo, come ebbe a dirmi una volta il signor Salvani.—

Aloise non aggiunse parola. Il suo pensiero era corso da capo a
Lorenzo, e andava chiedendo come mai il fuggiasco avesse potuto così
di punto in bianco tornare in città, e quali fossero le novelle del
Giuliani e dell'Assereto, che lo avevano racconsolato d'un tratto.

Ora, quello che non sapeva e che non poteva indovinare Aloise, racconteremo noi brevemente, tanto che non gridino al miracolo i nostri lettori. Il miracolo, se miracolo c'era, lo aveva operato il duca di Feira, con una visita all'intendente di Genova e all'avvocato generale. Nulla c'era presso i magistrati che provasse a danno del giovane. Egli era indiziato come uno di coloro che avevano avuto mano nel tentativo; ma dalla istruttoria del processo niente era venuto fuori contro di lui. Certo, se avessero potuto mettergli l'ugne addosso, l'avrebbero fatto; l'avrebbero interrogato minutamente e messo a raffronto cogli altri carcerati. E certo il Salvani, dal canto suo, anche senza il bisogno di quest'ultimo espediente, non avrebbe negato, schietto e generoso com'era, di aver partecipato, e con ogni sua possa, a quella alzata di scudi. Ma poichè non era stato colto, poichè non c'era egli ad accusarsi, nè altri aveva detto nulla di lui, i rappresentanti del governo, i tutori dell'ordine pubblico, non avevano alcuna grave ragione per tener fermo; una in quella vece e fortissima per cedere, vogliam dire la cura che si pigliava di quel giovanotto di nessun conto un uomo di molti milioni, un pezzo grosso, come il signor duca di Feira.

Costava così poco il contentarlo! A farselo amico, un pochino d'arrendevolezza bastava; perchè si sarebbero tenuti sul niego? Siam tutti uomini, dice il proverbio; e anco a non voler dimenticare le sacrosante leggi della giustizia, che non ci hanno a far nulla, gli è posto in sodo fin da' tempi antichissimi che la nostra cortesia si spende assai più facilmente cogli uomini di vaglia, che non coi dappoco. Ora, qui non c'era proprio altro che un atto di cortesia, e il duca di Feira ne francava la spesa. Laonde i gran dignitarii furono solleciti a dirgli che il Salvani poteva liberamente tornare, e il suo nome non essendo per alcun verso venuto fuori, egli non avrebbe avuto altra molestia, da quella infuori che s'era recata di per sè, andando fuori di Genova.

La mattina vegnente Lorenzo Salvani tornava in città, chiamatovi assai più che dall'agevolezza del ritorno, dall'annunzio che Maria, la diletta Maria, non era più in monastero, ma al fianco d'una madre amorosa. Molte cose aveva fatte il duca in un giorno, e collegate per guisa che l'una tirasse l'altra, nè più il nemico avesse tempo al riparo. Egli bene intendeva come fosse pericoloso ferire il primo colpo, senza aver gli altri sicuri; laonde ordinò tutte le parti della sua grande impresa per modo che il giorno della presentazione delle cambiali d'Aloise al banco Teirasca, tutto crollasse ad un tratto il faticoso edifizio dei tristi. La stessa marchesa di Priamar, da lui veduta parecchi giorni innanzi, commossa e vinta dalle argomentazioni semplici, affettuose, di quel gentiluomo a cui la canizie consentiva lo schietto linguaggio del vero, non era andata, per suo consiglio, a trarre la fanciulla dal monastero se non all'ultimo istante, quando fosse per cominciare quella grande rovina che aveva ad involgere il gesuita e il discepolo, già inebbriati dai fumi del vicino trionfo.

Una cosa non aveva fatta; ma qui per l'appunto si chiariva com'egli fosse avveduto capitano, degno di aver raccolte in pugno le fila, già tese dall'animoso Giuliani. Egli non s'era dato pensiero del testamento del nonno d'Aloise; non era andato dal Vitali per guastare quell'altro negozio al Gallegos. E tuttavia egli avrebbe potuto andarvi, e senza mestieri d'introduttori; perchè il vecchio banchiere lo conosceva da lunga mano, ed ei gli sarebbe apparso come un fantasma, tornato dai morti regni a destargli in cuore un antico rimorso. Pure, non lo fece; quello era il lato debole del nemico; ma appunto perchè era il più debole era anche il più vigilato. Già una volta il fiero gesuita era stato colpito da quella banda, ed è noto com'egli avesse saputo pigliarsi la sua brava rivincita sui notturni visitatori pietosi della sua vittima. Il duca però si rattenne da quell'attacco, che era pericoloso ed inutile. Egli non aveva mestieri di stravincere; salvare Aloise dall'infamia, Lorenzo e Maria dalla disperazione; quello era il gran punto; il resto sarebbe venuto da sè; o non sarebbe venuto, e non ci sarebbe stato niente di male.

Aloise, del resto, non avrebbe mai fatto l'onore d'un pensiero alle ricchezze del nonno. Vero cavaliere antico, smarrito in questi bassi tempi distruttori d'ogni alto carattere, l'oro non disprezzava, nè amava. Qual fosse la sua cura, il suo struggimento, sappiamo; ora, se egli avesse avuti in balìa tutti i tesori, i regni tutti della terra, li avrebbe dati di grand'animo tutti per un bacio di quella donna che gli aveva tolta la pace del cuore. Privo di quel bacio, perduta ogni speranza, egli se ne andava tacitamente, e diremmo quasi senza rammarico, per quella china dove sono iti già tanti generosi pagatori d'un conto fallato.

—Povero Lorenzo!—andava egli dicendo tra sè, già insensibile a' suoi dolori, mentre scendeva per andare alla tomba di sua madre.—Egli almeno sarà felice, se io non son tale. Non sono? E perchè? Non me ne vado, io?—Tutto era silenzio e buio nella cappella, quando egli vi scese; ma il luogo gli era noto, ed egli corse, volò senza esitanza verso uno dei lati, dove un occhio avvezzo all'oscurità avrebbe potuto veder biancheggiare una lapide sepolcrale. Antonio, che lo aveva accompagnato fino all'uscio della sagrestia, diè tosto mano ad accendere una lampada che pendeva dall'arco dell'altare. Fornita questa bisogna, alla luce che egli stesso aveva fatta in quel mesto recinto, rimase immobile a contemplare il padrone, che era inginocchiato davanti alla tomba materna, colla fronte appoggiata sul marmo. Aloise, senza pure voltarsi a lui, gli accennò col gesto di andarsene, e il vecchio, sebbene a malincuore, e sospirando, si mosse per obbedirlo.

La cappella dei Montalto era di poca ampiezza e assai scarsa d'ornamenti, come sogliono essere tutti questi edifizi annessi alle villeggiature signorili dei nostri antichi, con un solo altare nel fondo, e due nicchie sui lati. Una di queste era vuota; nell'altra sorgeva un monumento di marmo, sormontato da un angelo in atto di preghiera. Sull'imbasamento, dintornato da semplici riquadrature, si leggeva scolpita questa iscrizione:

QUI DOVE ELLA SI SPENSE IGNOTA AL MONDO NON AL DOLORE IL GIORNO XX DI NOVEMBRE DEL MDCCCLIII RIPOSA NELLA PACE DEL SEPOLCRO LA NOBIL DONNA EUGENIA DI MONTALTO NATA DEI VITALI UNICO AMORE PERENNE MEMORIA DEL SUO POVERO FIGLIO ALOISE.

Unico amore! Aloise, che, come avranno già inteso i lettori, era l'autore dell'epigrafe, aveva proprio scritto così. Ed era vero, diffatti, allorquando la sua angelica madre era scesa nel sepolcro; perchè il giovine era stato bensì colpito dalla sovrumana bellezza di Ginevra, e così fieramente da non poter più accogliere l'immagine di un'altra donna nel cuore, ma certo non pensava allora che il giorno sarebbe venuto, in cui egli, avvicinatosi a quella divina, l'avrebbe fatta arbitra della sua esistenza. Ma se sua madre morta non era più l'unico amore, ben era durata perenne memoria nell'anima sconsolata del figlio, e presso la tomba materna egli veniva a metter l'ultimo lamento del suo cuore ferito.

Ciò ch'egli disse colà in due ore di sommesso colloquio coll'estinta adorata, non ci attenteremo noi di ripetere. I ragionamenti d'un figlio con sua madre, come quelli d'una madre col suo bambino allorchè questi incomincia a balbettare le sue prime sensazioni, hanno alcun che di teneramente infantile, che è sublime nella intimità, ma che perde ogni suo pregio ove si commetta ad orecchi profani.

In quel suo colloquio, Aloise riandava di certo quei giorni che fanciulletto aveva passati daccanto a lei; com'ella in lui solo, nelle sue infantili carezze, paresse trovar conforto ad ascose pene, sollievo a taciuti rammarichi. Sempre accigliato, burbero o noncurante il padre; ella sempre buona, sempre soave, sempre tenera, sempre pari a sè stessa; più soave, più buona, più tenera quando il padre fu morto, quasi paresse amar meglio, darsi più liberamente all'amore del figlio. Povera madre! Ella avvezza a vederlo ogni giorno, a invigilarne con occhio del pari benevolo gli studi e i trastulli, aveva un giorno veduta la necessità di ritrarsi in quella solitudine campestre, perchè il suo vivere ristretto consentisse al marchesino di Montalto una certa agiatezza patrizia. Povera madre! Come s'era ella adoperata, quante amorose e sapienti fatiche (sapienti appunto perchè amorose) aveva ella durate per farlo uomo, veramente uomo, per trasfondere in lui la severa alterezza della sua anima, la sensitiva bontà del suo cuore!

Ah il cuore! triste dono! O non sarebbe meglio averne l'apparenza soltanto? Non basterebbe all'uomo, per vivere lodato, riverito ed amato nel civile consorzio, la benevolenza misurata, la soavità tranquilla, la cortesia riguardosa, e tutto il cortéo delle mezzane virtù, che hanno bensì il nome dal lago del cuore, ma in verità derivano l'origine dalle scarse vene del raziocinio? L'uomo, così privilegiato dalla natura, riuscirebbe amabile senza danno della sua esistenza, godrebbe i frutti della sua forza senza gli smarrimenti d'uno spirito che si va logorando nell'attrito. E di tal fatta son molti, i cui pregi vanno assai facilmente per le bocche di tutti; uomini e donne la cui bontà discende da un sillogismo, la cui gentilezza sgocciola da un sorite, i cui sacrifizi, quando essi ne fanno di tali, si sprigionano, meditati a lungo, dalle corna d'un dilemma. Ma costoro, dirà taluno, non operano le grandi cose nel mondo. Che importa? Per uno, tra cento di quei grandi infelici, che meriterà una statua dai posteri, novantanove spendono vanamente il loro affetto nelle oscure battaglie della vita privata, e muoiono senza compenso di gratitudine. Qui, poi, è da vedersi se la statua sia davvero un compenso, e se l'ammirazione dei superstiti valga la felicità non ottenuta vivendo. Che importa egli chiamarsi Francesco Petrarca, Torquato Tasso, Giacomo Leopardi, e durare estinti sugli altari della fama, se vivi s'è patito dieci volte più della comune degli uomini? La gloria è come una vetta solitaria che tutti vedono e ammirano da lontano; ma lassù durano eterne le nevi; i fianchi ignudi si sfranano, corrosi dall'acque, flagellati dal fulmine.

Il colloquio d'Aloise con sua madre era finito. Baciò, ribaciò commosso quel marmo che la contendeva a' suoi occhi; tese le palme, quasi implorando una benedizione; mormorò il saluto di chi promette tornare tra breve; scoccò un ultimo bacio in quell'aria che gli pareva tutta piena di lei, e s'involò rapidamente dalla chiesuola.

Giunto a piè della scala interna che metteva al primo piano del palazzo, gli venne veduto Antonio che se ne stava accoccolato sul primo gradino, coi gomiti puntellati sulle ginocchia e la fronte sulle palme, in atto di meditazione.

—Che fai tu qui?—disse Aloise.

—Aspettavo;—rispose il vecchio gastaldo, togliendosi prontamente da quella postura.—Vostra Eccellenza avrà bisogno di qualche cosa….

—Non ho bisogno di nulla; vattene!—

Così disse asciuttamente Aloise; ma ravvedutosi tosto, pose una mano sul braccio del servo, che mogio mogio si muoveva per obbedirlo, e con accento carezzevole soggiunse:

—Va, buon Antonio, va a riposarti. È tuo costume di alzarti sempre per tempo. E poi, domattina, avrò bisogno di te.—

Dicendo queste ultime parole, non si potè trattenere dal porgli le braccia al collo. Il vecchio gastaldo diede in uno scoppio di pianto.

—E adesso, che hai? che cosa sono queste lagrime?

—Nulla, nulla, padrone!—rispose tra i singhiozzi il poveretto.—Sono vecchio, e la tristezza dei giovani mi fa male al cuore.

—Non temere;—disse Aloise, a cui quelle schiette parole facevano tenerezza;—la Montalda mi farà passare ogni cosa.

—Che Iddio ascolti Vostra Eccellenza!—soggiunse Antonio, rasciugandosi gli occhi col dosso delle sue ruvide mani.

Erano le nove di sera, quando il marchese di Montalto potè finalmente essere solo. Ridottosi nel suo quartierino, richiuse l'uscio del salotto dietro di sè, ed entrò nello studio, che precedeva la sua camera da letto. Il povero giovane era travagliato dalla febbre, a lui derivata dalle ansietà, dalle cure svariate, dai contrasti di quella negra giornata. Dal mattino egli non aveva preso alcun ristoro, e si sentiva riardere le fauci. Tracannò un bicchier d'acqua, e gli parve di sentirsi meglio; passeggiò un tratto nella camera, ventilò sottilmente il pro e il contro di ciò che stava per fare, e una serenità solenne gli si dipinse sul volto.

Andò allora alla mensola su cui era posata la busta che aveva eccitata l'attenzione del vecchio gastaldo, e aperto quell'astuccio ne cavò due pistole. Erano due armi stupende, uscite dalla riputata officina del Lepage, e da lui comperate nella sua gita a Parigi. Sorrise amaramente nell'atto di recarsele in mano e di sperimentarne il grilletto. La marchesa Ginevra si era degnata di ammirare quelle armi, e colle sue dita affusolate ne avea tocchi i congegni.

Caricò le sue armi colla tranquilla accuratezza di un padrino di duellanti, le depose quindi sulla scrivania, dinanzi la quale risedette, per vergare una lettera. Ed ecco ciò che gli uscì dalla penna.

«<i>Mio ottimo Enrico</i>,

«Perdonami il dolore che ti arreco; quando tu riceverai questa lettera, io avrò finito di vivere. Non ho saputo resistere all'affanno, sopportare pazientemente una vita nella quale ogni giorno è un ricordo, ogni ora, uno struggimento delle speranze perdute. È egli bene o mal fatto l'uccidersi? Siamo noi i padroni della nostra esistenza? Io credo di no; se il suicidio non è per avventura un delitto, è sempre una viltà, quando non è una follia. Ma tu non porterai, spero, un così aspro giudizio di me; ho troppo patito, non ne posso più, mi sottraggo ad una pena che supera le mie forze.

«Non mi difendere, se udrai lacerar la mia fama; è questa l'ultima grazia che io domando alla tua schietta e leale amicizia. I soliti cianciatori diranno che io mi sono ucciso pei debiti. L'accusa volgare mi duole; ma meglio così; credano costoro e facciano credere altrui ciò che loro talenta.

«A te, amico del cuore, dovrei dire la verità tutta quanta. Ma tu non hai bisogno di una confessione, tu che hai vissuto tanti anni con me. La carta è infedele. Chi sa dov'ella andrà, sotto quali occhi sarà costretta a cadere, se pure ti giungerà inviolata?

«Addio, mio ottimo Enrico. Qui, sul punto di morire, sento di averti amato come e quanto è possibile amare un fratello d'elezione. Stringi la mano per me a Lorenzo Salvani, a Giorgio Assereto, a Carlo Giuliani, nobili giovani coi quali mi sarà caro che tu parli qualche volta di me. Non mi dimenticate; è dolce il vivere nella memoria dei buoni. Ad altri non dir nulla, io non lascio un ricordo, una parola per altri.

«Ah no; dimenticavo un nome. Brutta cosa l'essere ingrati in un'ora solenne come questa! Mando un saluto al duca di Feira, a quell'uomo di cuore che mi ha stesa la mano, che m'ha sovvenuto generosamente in una trista congiuntura. Digli che muoio benedicendolo, poichè a lui sono debitore di poter morire onorato.

«Addio, fratello; desidero d'esser sepolto vicino a mia madre. Tutte le cose mie (ben poco per verità) al mio vecchio Antonio; a te un bacio e l'ultimo pensiero del tuo povero amico

«ALOISE.»

Ciò scritto, piegò la lettera; la chiuse in una sopraccarta su cui vergò il nome del marchese Pietrasanta; si alzò da sedere, levò gli occhi al cielo, e si fece scorrere la sinistra mano sulla fronte, quasi volesse cacciarne un'immagine, un pensiero molesto; indi stese la destra per impugnar la pistola.

A quell'atto, l'uscio della camera da letto, che era socchiuso, si aperse, ed una voce severa disse ad Aloise, che s'era voltato rapidamente all'improvviso rumore:

—Fermatevi, signor di Montalto; voi non avete il diritto di uccidervi.—

XXX.

Come le armi di Bonaventura servissero al duca di Feira

Si turbò grandemente a quelle parole Aloise, e al turbamento tenne dietro un alto stupore, allorquando vide apparire sulla soglia un uomo dal nobile aspetto e dai capegli bianchi, nel quale riconobbe tosto il duca di Feira.

In qual modo era egli penetrato colà? Ben ricordava Aloise come la sua camera da letto avesse una uscita, che metteva ad altre camere di servizio. Ma come aveva potuto quell'uomo disporre ogni cosa per modo da giungergli addosso improvviso, nel punto che egli stava per abbandonare la vita? Certo il duca di Feira, da quel giorno padrone della Montalda, era venuto prima di lui al castello. Ma perchè Antonio aveva taciuto? Come si era fatto suo complice? E perchè poi quella persecuzione? Come aveva potuto il vecchio gentiluomo trapelare una deliberazione la quale egli, Aloise, non aveva detta ad anima viva?

Tutte queste dimande si affacciarono, si succedettero colla rapidità del lampo, nella sua mente turbata.

Ma il duca di Feira gli aveva detto una grave parola.—«Voi non avete il diritto di uccidervi».

Ora a questo bisognava rispondere. Ed Aloise, trascorsi pochi istanti, ne' quali gli avvenne di pensare tutto ciò che abbiamo tentato di significare a parole, si fece a sostenere l'assalto.

—Perchè?—domandò egli, con piglio tra curioso ed altero.

—Perchè vi amo;—rispose il vecchio gentiluomo, facendo un passo innanzi, e guardando Aloise con espressione di malinconico affetto;—perchè la vostra vita è necessaria alla mia.

—Per qual diritto?—gli disse di rimando il giovine, mentre dava indietro d'un passo, quasi volesse anche col gesto respingere quella dichiarazione amorevole.

—Lo saprete tra poco.—

Così dicendo, il duca di Feira si fece pallido in volto, come chi sia per uscir fuori dei sensi. In pari tempo sentì mancarsi le forze, e s'aggrappò vacillante alla spalliera d'una scranna, su cui venne, con un supremo sforzo, a cadere.

Un senso di alta pietà invase il cuore del giovine.

—Signor duca, che avete?—gridò egli, avvicinandosi, in atto di porgergli aiuto.

—Nulla, nulla!—rispose il gentiluomo, tentando di padroneggiarsi.—Sono vecchio, e ritorno un fanciullo. Ma che volete? Veder giovani baldi come voi, sul fior dell'età, della bellezza, della forza, prepararsi così tranquillamente, freddamente, a morire…. E perchè poi? per una donna che non vi ama.—

Aloise diede un sobbalzo a quel colpo repentino, e guardò il duca di
Feira con piglio sdegnato.

—Perdonate, signor di Montalto, perdonate!—soggiunse prontamente il duca.—I miei capelli bianchi non mi daranno essi alcun diritto presso di voi? Ero forte; son tale ancora per molti; dinanzi a voi mi sento debole. Ne siete stato testimone voi stesso. Io non ho potuto vedervi da vicino, parlarvi, udire la vostra voce, senza sentirmi mancare. Perdonate una schietta parola a chi vi ama, a chi non ama altri che voi! E non vi paia strano. È dei vecchi lo amare i giovani. Che altro ameremmo noi, per quale altra cosa ci terremmo aggrappati alla vita, noi logori, infiacchiti, abbandonati da tante cose care, e perfino dalla speranza, se non ci volgessimo a voi, freschi di giovinezza, ricchi di forza, pieni la mente di tutte le grandi promesse del futuro, del futuro che è vostro, sol che sappiate andargli incontro animosi? In voi, giovani, riviviamo talvolta, in voi vediamo riflessi i nostri antichi dolori, in voi ripetuti i nostri disinganni, le nostre agonie. Perchè non cercheremmo di mettere la nostra esperienza a servizio della vostra spensierata fiducia? Perchè non ci adopreremmo a farvi più lieti, che a noi non sia stato consentito di essere? Voi mi ascoltate; è buon segno. Io ne tolgo argomento a rivolgervi una preghiera qual più vorrete, d'amico, di fratello, o di padre. Date a me quelle armi che sono sulla vostra scrivania.

Il giovine titubò un tratto, scosso com'era da quelle affettuose parole. Ma tornando alla coscienza del suo stato, invece di rispondere alla preghiera del vecchio, così gli parlò con accento tranquillo ma fermo:

—Signor duca, voi avete sorpreso il mio segreto, e questo, consentite che io ve lo dica, è male. V'hanno propositi nella nostra vita, v'hanno atti, dei quali dobbiamo render ragione soltanto a Dio, e gli uomini, poniamo anche i più autorevoli, i più strettamente cari, non hanno da entrarvi. Mi credete voi un fanciullo, che possa mutare consiglio per opera altri, e solo perchè ad un ignoto è venuto in mente di dirgli: tu non farai la tal cosa?

—No, non temete!—rispose solennemente il duca.—Datemi quelle armi; io vi giuro sulla mia fede di gentiluomo che non mi opporrò alla vostra deliberazione, qualunque ella sia, quando m'avrete ascoltato. Vi chiedo assai poco, qualche ora di tempo; e voi dovete concedermela, poichè vi amo. Non mi amate voi pure? In quella lettera che sta suggellata su quella tavola, non c'è egli un ricordo per me?

—Come lo sapete voi?—chiese attonito Aloise.

—L'indovino. Voi avete un'anima nobile. Potevo io credere che avreste abbandonato la vita, senza mandare un saluto all'uomo che ha avuta la fortuna di rendervi un servigio? Oh, non mi dite nulla intorno a ciò; della vostra gratitudine, se pure ciò che ho fatto ne franca la spesa, vorrei ben altra testimonianza che vane parole. Siatene certo, io non v'ho accennato ora quel tanto che ho operato per voi, se non perchè quelle pistole sono ancor là, sebbene io ve le abbia già chieste due volte, e perchè ho bisogno di tutto per trattenervi, per richiamarvi alla vita.—

Aloise crollò lievemente il capo, e un mesto sorriso gli sfiorò le labbra, a quelle parole del duca.

—Eccovi le mie pistole,—diss'egli;—me le restituirete voi, quando vi avrò udito, quando vi avrò detto: amico, non mi sento la forza di vivere?—

Il vecchio gentiluomo gli rispose mettendosi una mano sul cuore, e, tolte le armi dalle mani di Aloise, le ripose nella busta.

—Ora aspettatemi;—soggiunse;—torno subito a
  voi.—

Ciò detto, si allontanò, colla busta tra mani, per quell'uscio medesimo dond'era venuto.

Rimasto solo nello studio, Aloise si lasciò cadere sfinito sulla scranna, coi gomiti sull'orlo della scrivania, la fronte nelle palme, in atto di profondo abbattimento. La novità improvvisa di quella apparizione, la stranezza di quel colloquio, la vergogna dell'essere stato còlto in quel punto, come un colpevole sull'atto di commettere un fallo, lo avevano fieramente inasprito. Le parole amorevoli dello straniero, le sue preghiere, quella sua aria misteriosa che gli prometteva inaspettate rivelazioni, avevano mutato quella irritazione in un turbamento indicibile. Nella sua mente era un tumulto di pensieri, un agitarsi confuso di dubbi, tra cui la sua ragione si smarriva. Chi è costui? Che vuole da me? Per qual modo, con quale disegno, viene egli a piantarsi tra me e il mio destino? Tutte queste dimande di già le avea volte e rivolte nell'animo, a mala pena quell'uomo gli era apparso dinanzi. E le ripeteva tuttavia, irato contro sè medesimo di non aver saputo metterle fuori, per flagellarne quel turbatore de' suoi momenti supremi. Diffatti, in quel lungo dialogo, così aspramente teso dal canto suo, non s'era detto ancor nulla; Aloise non aveva nulla capito. Il duca di Feira aveva signoreggiata la conversazione, l'aveva avviata, condotta, rigirata a suo modo. E adesso quali novità gli preparava? Qual era, e di qual fatta, l'arcano che doveva venir fuori, e da cui lo straniero si riprometteva pur tanto sull'animo suo?

Poco stante, siccome aveva promesso, tornò il duca di Feira. Egli aveva lasciata la busta delle pistole, e, in cambio di quella, teneva tra le mani un libro, che andò a deporre sulla scrivania, sotto gli occhi di Aloise.

Era un grosso volume, legato in cartapecora. La legatura non doveva essere antica, poichè la coperta era rigida e tesa; ma il colore giallastro, la superficie levigata, oleosa, lucente, dimostravano l'uso assiduo che doveva aver fatto di quel libro il suo possessore.

Aloise guardò trasognato il volume, e dal volume alzò gli occhi a guardare il duca di Feira, in atto d'interrogazione. A prima giunta aveva pensato che il duca volesse pigliarsi giuoco di lui; ma il volto del vecchio gentiluomo era così severo, i suoi sguardi si volgevano con tanta sicurezza ne' suoi, che il sospetto gli uscì tosto di mente.

—Che è ciò?—si fece egli allora a domandargli.

—Leggete, signor di Montalto; vedrete qui dentro tal cosa che non aspettavate di certo.—

Così disse il duca di Feira con accento malinconico. Una nube passò dinanzi agli occhi del giovane, e il cuore gli si strinse sgomentito. Là dentro, era dunque alcun che di grave per lui? Il suo destino riposava in quelle pagine chiuse? Quali angosce inattese gli serbava ancora la vita?

Stette alcuni istanti perplesso, guardando il libro e non osando porvi mano. Quel giovine animoso che poco dianzi stava per afferrare una pistola e voltarne la canna omicida alle tempie, era investito da un arcano terrore alla vista di quel libro chiuso. Ardimentoso al cospetto della morte che aveva meditata, che egli cercava, si sentiva debole, inerme, contro l'ignoto, che inatteso era venuto a cercarlo.

Finalmente, con mano peritosa, sollevò la coperta, e nell'alto del foglio di guardia lesse queste parole manoscritte: «__Ex libris P. Bonaventurae Gallegos, e Societate Jesu__.» Il nome del fiero gesuita, che aveva avuta tanta parte nella sua vita dolorosa, lo scosse. Voltò rapidamente la guardia, e corse cogli occhi al frontispizio. __S. Augustini Episcopi Hipponensis, Opera omnia__. Così era stampato, in caratteri rossi e neri, giusta il costume di tre secoli addietro. Il numero d'ordine del tomo era il sedicesimo, ma scritto a mano, in lettere romane, accanto al numero stampato, che si vedeva cancellato con alcuni tratti penna.

Aloise si fece da capo ad interrogare collo sguardo il duca di Feira. Il volto del vecchio gentiluomo era dipinto di mestizia; gli occhi suoi si posavano malinconicamente sul giovine, in atto di compassione profonda. Diffatti, il duca di Feira pensava in quel punto alle acerbe trafitture che quel libro avrebbe recato al cuore d'Aloise. Ma egli era costretto ad operare in quel modo; il rimedio era amaro, mia era il solo da cui potesse ripromettersi ancora la salvezza del suo giovine amico.

—Andate innanzi, figliuol mio!—gli disse soavemente il duca.—Là dentro è la verità, dolorosa ma schietta, nutrimento delle anime forti.—

Più turbato che mai da quelle arcane parole del vecchio, Aloise si diede a svolgere alcune carte del libro. Egli si avvide allora che il volume era interfogliato, cioè a dire che ad ogni pagina di stampa rispondeva una pagina bianca. Ma non bianca del tutto; in alcuni luoghi per metà, altrove tutta quanta coperta di caratteri manoscritti.

—È questo,—proseguì il duca di Feira, mentre Aloise svolgeva le pagine,—uno dei ventiquattro volumi delle Opere di sant'Agostino. Ieri ancora erano in casa di un uomo che voi conoscete, di un uomo che ha fatto molto male a voi e agli amici vostri, e che oggi non può più farne ad alcuno. Il vescovo d'Ippona serve qui di copertoio; tra le sue pagine innocenti si nasconde la storia di molti e molti, non esclusa la vostra. È lavoro sudato di lunghi anni, scritto di giorno in giorno, accresciuto di ora in ora con ogni maniera d'artifizi. La pazienza del compilatore non è superata da altro, fuorchè dalla sua malvagità. Questo è, difatti, un serbatoio dei più sottili veleni che una scienza ribalda abbia saputi stillare a danno altrui. Ma anco i veleni, e i più possenti, si adoperano a guisa di farmachi; ed io ho una gagliarda cura da compiere. Iddio m'è testimone che io volgo questi infami stromenti ad un'opera buona. Troppo male essi hanno già operato; egli è giusto che, dopo aver perduto tanti uomini, ne salvino uno, innanzi d'esser dati alle fiamme. A voi, signor di Montalto, questo volume, per ordine numerico, è il decimonono; per ordine alfabetico è la lettera T. Andate innanzi; troverete un nome…. un doppio casato….—

Un grido interruppe le parole del duca. Aloise, seguendo il discorso del vecchio, avea svolte le pagine del libro fino al nome dei Torre Vivaldi.

Alla vista di quel nome, che gli scorse dinanzi a guisa d'un lampo, gli occhi di Aloise si ottenebrarono. A quel pauroso sprazzo di luce, teneva dietro un gran buio.

—Coraggio! Leggete;—disse il duca di Feira, voltando egli stesso un'altra pagina, e indicandogli un punto del manoscritto;—questa è la vita di Ginevra.—

Il giovine tremò tutto, a quell'invito del duca; volse lo sguardo dove questi accennava col dito, e rimase immobile a lungo, cogli occhi sbarrati, ma senza leggere, quasi senza vedere lo scritto. Quelle linee di caratteri fitti si schieravano bensì dinanzi a lui, ma in quelle forme strane, bizzarre, ad ogni tratto mutevoli, che sono proprie del sogno, e da quelle linee, che parevano muoversi sotto i suoi occhi, alzarsi e discendere, urtarsi, incrociarsi e scomporsi senza posa, sorgevano, come vapori notturni dalla superficie d'un lago, immagini dolorose ad ingombrargli lo spirito. Sei anni, sei lunghi anni di martirio, gli scorrevano per tal guisa dinanzi agli occhi della mente.

Quella donna era apparsa un giorno, come Venere vittoriosa, e aveva col solo aspetto soggiogata la moltitudine dei riguardanti. Egli solo, Aloise di Montalto, mentre tutti gli occhi erano volti su lei, egli solo non l'aveva guardata neppure un istante; egli solo, a malgrado degli inviti amichevoli, aveva avuta la costanza di rimanersi tutta una sera colle spalle rivolte a quella sovrumana bellezza. Era egli un presentimento, un'arcana paura?

Finalmente una sera, fosse caso o destino, egli l'aveva veduta; e vederla e amarla era stato tutt'uno. Questi amori veloci, irresistibili, fatali, sono una malattia tutta italiana. E contro quella rovina di un sol momento egli aveva lottato sei anni; fermo, sereno in apparenza, ma piagato nel profondo del cuore, era vissuto sei anni senza tentare, senza ardire, quasi senza desiderare di avvicinarsi a lei, ond'era ripiena tutta l'anima sua. Perchè egli s'era dato a lei, s'era posto in sua balìa, senza pompa di sacrifizio, senza patti, senza speranza di mercede. La vittoriosa non ne sapeva nulla, ed era già il pensiero dei suoi giorni, il sogno delle sue notti. Ognuno regalava al biondo Aloise le più liete avventure; il suo far riguardoso, il suo vivere chiuso, insieme colla sua eleganza e coll'alterezza d'un bel nome nobilmente portato, lo rendevano in singolar modo accetto alla più graziosa, alla sola graziosa, metà del genere umano; le sue lodi andavano per tutte quelle labbra di cui sono più desiderabili i baci; laonde, egli non avveniva che il giovane si avvicinasse, per debito di cortesia, a una di quelle regine del salotto e del palco, senza che gli amici, i conoscenti, e tutta quella moltitudine di cortigiani che farfalleggiano intorno alle belle, non bisbigliassero tosto: egli è amato. Ed egli frattanto non ci pensava nè punto, nè poco. Invaghito come era di quella divina a cui non ardiva accostarsi, egli non sapeva nulla di quella virtù d'attrazione che esercitava su tante altre. È una vecchia storia, codesta, e se la memoria non c'inganna, è un epigramma greco che la racconta: «Clori amava Dafni, che amava Glicera; la quale non amava nessuno».

Il caso, come dicemmo, o, per dire più veramente (che oramai non è più mestieri di accorgimenti da narratore), la mano del Gallegos, aveva tratto Aloise dinanzi a quella donna, così amata ad un tempo e temuta. Ignaro, aveva veduto nelle cortesie del Torre Vivaldi il __volentem ducit nolentem trahit__ della fatalità, e s'era acconciato ai voleri di quell'arcana possanza. E avvicinato a quella donna, tratto nell'orbita luminosa dell'astro, aveva sperato. Amando smisuratamente, non aveva egli diritto a sperare?

Ma giunsero ben presto i disinganni; alla infermità tenne dietro l'agonia. Quella donna s'era avveduta dell'amor d'Aloise; ma da quel giorno appunto che ella se ne avvide, incominciò il vero martirio del giovine. Sicuramente c'era una ragione che la conduceva ad essere tiranna con lui; ma egli non sapeva indovinarla. Quale innamorato ha mai letto nel cuore della donna amata? Sono così sottili, e così lievi, le fila che muovono il cuore! Ginevra si lasciava adorare; accettava senza aggradire; argomentate ora se fosse disposta a ricambiare. __L'amor che a nullo amato amar perdona__, quella sublime divinazione del cantor di Francesca, era una frase vuota di senso per l'amata di Aloise. Cortese ella era con tutti, e cortese anche con lui, null'altro che cortese. Egli talvolta si sentiva il cuore inondato di gioia, ad una frase, ad un atto amorevole di lei, che pareva consapevolezza del suo martirio, pietà sorella e messaggera di amore; ma, quel giorno medesimo, una frase, un atto simigliante per altri, o un accrescersi improvviso di rigore per lui, toglievano ogni senso arcano a quel primo e bugiardo lampo d'affetto, intristivano sul primo germoglio il fiore della speranza nel suo povero cuore.

Il giovine innamorato non aveva faticato molto ad intendere che quella donna gli avrebbe fatto scorrere tutti i gradi del patimento. L'amore non era più una allegrezza, poichè non era più una speranza; era un dolore, uno spasimo, un'agonia prolungata. Pari all'infelice che trascinato dinanzi ai giudici del Sant'Uffizio vede tutto intorno minacciosamente disposti i più svariati strumenti di tortura, e il risolino asciutto dell'inquisitore sembra promettergli che neppure uno di quegli arnesi sarà dimenticato per lui, egli, nel contemplare quella donna sorridente e tranquilla, andava dicendo in cuor suo: ecco, io avrò tutti i tormenti; fin dove alle forze umane è dato di giungere, io sarò tratto, angustiato da lei.

Ed Aloise aveva accettato la sua morte, preparato a soffrire, deliberato a morire, quando la piena dell'angoscia avesse soverchiato le sue forze. Voluttà del morire, voluttà che non fallisce, una tra tante, a chi è stato tradito da tutte l'altre impromesse voluttà della vita!

Quel triste corteo di speranze e di disinganni, di gioie fugaci e di assidui dolori, di sogni ridenti e di torbide vigilie, passò dinanzi alla mente di Aloise, in quella che guardava la pagina posta sotto i suoi occhi, come un fiero rimedio, dalla pietà del duca di Feira.

Si tolse di là, poichè ancora non gli dava l'animo di leggere. La fronte gli ardeva; tante dolorose cure, d'improvviso svegliate, tumultuavano nella sua mente, che egli era sul punto di smarrire la coscienza di sè medesimo. Andò, mal reggendosi in piedi, fino alla finestra, e aperte le imposte, rimase un tratto al davanzale, per chiedere un po' di ristoro all'aria frizzante della campagna. I fremiti sommessi della notte, il soave scintillar delle stelle nello spazio azzurro, valsero a chetargli alquanto quella battaglia dello spirito.

Rinfrancato, non rasserenato, ritornò allora nel mezzo della camera. Il duca di Feira era seduto al suo posto, immobile, muto, senza togliere lo sguardo da lui.

—Perdonate;—disse il giovane;—tutto ciò è così nuovo per me!…

—V'intendo, Aloise;—soggiunse il vecchio gentiluomo;—ora fatevi animo, e leggete.—

Aloise obbedì, e sedutosi alla scrivania incominciò a leggere da dove era scritto, a caratteri più spiccati, il nome di Ginevra Torre Vivaldi; a precipizio dapprima, come uomo che volesse prontamente finirla, indi a mano a mano più lentamente, e spesso tornando indietro, per raccapezzarsi in quel nuovo mondo che si schiudeva davanti ai suoi occhi.

XXXI.

Donna senza cuore, rosa senza odore.

Incominciava la pagina con una breve notizia genealogica, della casata Vivaldi, del ramo di Valcalda, che veniva ad estinguersi nella persona della marchesa Ginevra. Seguivano alcuni cenni intorno a costei, nata nel 1834, educata presso le Dame del Sacro Cuore, a Lione, e maritata di sedici anni al marchese Antoniotto Della Torre, il cui nome leggevasi ornato d'una chiamata alla pagina precedente, ov'erano le notizie risguardanti quell'orrevole personaggio. Era un diligente annotatore, il Gallegos, e soleva fare ogni cosa a puntino.

Messe sulla carta queste poche cose, a mo' di preambolo, il padre Bonaventura veniva difilato a toccare della amicizia di Ginevra colla viscontessa Onorina Roche Huart, nata de Kérouèc, amicizia nata tra le mura del monastero e tenuta viva da un lungo ed abbondante carteggio. E qui, senza dire in che modo gli cadessero in mano, il gesuita era venuto trascrivendo le lettere di Ginevra all'amica lontana.

Queste lettere non erano poche, nè brevi, e sebbene il carattere di Bonaventura fosse tondo e fitto, vero carattere da prete, il carteggio teneva lo spazio di molte pagine inchiostrate, s'intende, sopra ambedue le facce. I nostri lettori, che già sanno in qual modo quelle lettere, giunte al loro destino, tornassero copiate in balìa del gesuita; i nostri lettori, che ne hanno già avute le primizie, allorquando noi, pel bisogno del nostro racconto, abbiamo dovuto dir come e perchè la marchesa Ginevra si facesse a chieder la storia di Goffredo Rudel e di Percivalle Doria ai suoi convitati della Corte d'amore; i nostri lettori non avranno discaro di vedere un po' più addentro in questo carteggio, e, dopo aver già sollevato un lembo del velo, scoprire finalmente del tutto quest'Iside misteriosa del racconto che hanno seguito con tanta pazienza fin qua.

Leggano adunque, si facciano in compagnia d'Aloise a scrutare il vero, ma senza averne il capogiro, senza abbeverarsi di fiele, come a lui avvenne pur troppo in quella triste lettura. Per verità, il primo senso era stato d'alto stupore, cagionato dalla novità di quel carteggio così stranamente raccolto; ma, proseguendo, allo stupore sottentrò l'amarezza, non temperata da altro fuor che dall'aspra curiosità del sapere, del correre innanzi, sempre più innanzi, sulla via delle dolorose scoperte.

Il carteggio della Ginevra risaliva all'aprile del 1850, cioè a dire pochi mesi dopo il suo matrimonio col marchese Antoniotto e il viaggio di nozze che gli sposi avevano fatto in Francia, in Inghilterra e in Germania. Nella prima sua lettera la giovine sposa incominciava a raccontare i suoi pensieri, le sue sensazioni, e tutte le particolarità, le minuzie, i nonnulla della sua vita. Quella lettera accennava ad un patto fermato tra le due amiche di convento. La signorina di Kérouèc era andata a marito pochi mesi prima di Ginevra; ambedue s'erano vedute a Parigi, e la viscontessa di Roche Huart aveva fatto, come suol dirsi, gli onori di casa alla marchesa Torre Vivaldi in quella Babilonia moderna che è la capitale di Francia. E innanzi di separarsi da capo, le due spose avevano fatto voto di scriversi spesso e a dilungo, di dirsi liberamente ogni più lieve cosa che loro accadesse di fare o pensare, e di seguire appuntino l'esempio di quella gran chiacchierina della Sévigné, di cui avevano lette, chiosate ed imparate le lettere in collegio, come esempi mirabili di stile epistolare.

Ma usava ella dire ogni cosa, la Sévigné? Con tutto il rispetto dovuto alle dame, vive e morte, ci sia lecito di dubitarne un tantino. E del pari le nostre due scrittrici non dicevano tutto. Non parlavano, verbigrazia, dei loro mariti, nè l'una nè l'altra; quando pure occorreva loro di accennarli, lo facevano così alla sfuggita, dicendone in poche parole un gran bene, e passavano ad altro.

La viscontessa (le cui lettere del resto non erano trascritte nei libri di Bonaventura, come quelle che non avevano alcuna attinenza a' suoi fini) narrava poco di sè e dei pensieri che le giravano per la fantasia; si dimostrava in quella vece molto curiosa dei pensieri, delle opere e perfino delle omissioni di Ginevra; pel rimanente, aveva a parlarle molto di teatri, di veglie, e di nuove fogge parigine. Ma non dubitate, tra i nomi degli eleganti cavalieri che cadevano sotto la penna della francese, Ginevra indovinava subito quello che all'amica premesse di più, quantunque buttato là a caso, mescolato tra tanti. E questo è naturale; nella signoril compagnia non si dice: io amo il tal di tale, come s'usa dal volgo delle figlie d'Eva; si dice in cambio: il tale è un gentil cavaliere, __un homme comme il faut__. Nella qual cosa c'è più prudenza, e, diciamolo anche, più verità. Diffatti, amano esse davvero, queste gran dame? Giuocano all'amore, ecco tutto; il damo è un passatempo, un'appendice ai merletti, alle trine, ed altre simili frascherie.

Ginevra, in quella vece, che viveva una vita meno svariata, più raccolta, più provinciale, non aveva di gran novità a mettere in mostra. Però le sue lettere, data la debita parte ai pochi sollazzi della città, anzi della cerchia ristretta delle sue attinenze nobilesche, tutte passate allo staccio, riuscivano assai più astratte, assai più soggettive; la qual cosa significa che parlava di sè, ed abbondava nelle dipinture dell'animo suo, anzi che nel racconto de' fatti. La marchesa Torre Vivaldi era d'ingegno colto e vivace, che, come si vedeva nel suo conversare, si riscontrava ne' suoi scritti. Non dissimilmente dai valenti parlatori, che spesso amano stare ad udirsi, in quella che vengono arrotondando a fior di labbra i loro aggraziati periodi, Ginevra aveva caro lo scrivere, per ammirare le belle cose che le sgocciolavano dalla penna. I suoi giudizi intorno alle dame e ai cavalieri della sua città erano per consueto assai giusti, ma sempre un po' troppo ricisi; la moglie del tiranno di Quinto tiranneggiava a sua volta, e faceva giustizia sommaria.

Ecco ad esempio, voltata in italiano (poichè il carteggio era tutto in francese), una sua lettera, la seconda che lèsse Aloise, nella quale era minutamente narrata quella che la giovine marchesa Torre Vivaldi chiamava la sua prima comparsa di donna in quella società genovese, dalla quale aveva ad essere acclamata regina per diritto di conquista.

«Il tuo silenzio mi punisce troppo gravemente del non averti io scritto da un pezzo. Non mi tenere il broncio, te ne prego, e pensa che la tua Ginevra ha passato due mesi orrendi, per occupazioni, molestie, seccature senza fine.

«Ho avuto uno sbalordimento così grande, e soprattutto così lungo, che n'ho ancora le orecchie intronate. Ho finalmente capito come si possa affogare in un bicchier d'acqua. Genova è un bicchier d'acqua al paragone di Parigi; ora la tua povera amica, che ha galleggiato passabilmente, tra bene e male, a Parigi, ha fatto naufragio a Genova. Costì, grazie alla tua cortese sollecitudine, tutto mi procedeva ordinato e tranquillo; le nostre cure quotidiane, i nostri passatempi, erano meditati, scelti da noi, condotti secondo la nostra volontà. Qui nulla di ciò, tutto in balìa del caso, o della volontà degli altri, il che è tutt'uno; qui gite su gite, supplizi di costa a supplizi; qui visite da fare e visite da rendere; parenti stretti e lontani, che si vedono la prima volta; nessun amico, e conoscenti a dozzine, un subisso d'uomini che vengono ad ossequiarti, di dame che vengono a riconoscerti; e dover essere sempre affabile, cortese, sorridente, avere un pensiero, uno sguardo, una parola per tutti; che te ne pare? Nè basta ancora; alle cure, alle brighe, alle noie d'una città che ti vien nuova, o quasi, aggiungi il governo d'una casa, nuova del pari, alla quale tu devi avvezzarti, nella quale hai da far leggi e costumi, e durar fatica a raccapezzarti, a fare, come suol dirsi, il tuo nido; aggiungi le necessità dell'acconciatura, del pensare alla sarta, alla modista, a tutte insomma queste indispensabili aiutanti della bellezza (vorrei dirla assente, nel caso mio, ma tu, mia bellissima, mi accuseresti d'ipocrisia), e poi pensa a scrivere, se ti dà l'animo; trova un ritaglio di tempo, se ti vien fatto!

«E così, come io t'ho detto, giungo all'ora del pranzo, stanca, infastidita, prostrata. E il supplizio non è anche finito: s'ha da andare a teatro, o c'è conversazione. Qui si va molto a teatro, e tutte le sere nello stesso; e dove quasi tutte le nostre famiglie patrizie hanno il loro palchetto, dove tutti i nostri eleganti si dànno la posta, e dove finalmente si può andare senza trovarsi in troppo cattiva compagnia. Ma ogni diritto ha il suo rovescio; e qui le noie della giornata ti seguono. Se hai molti conoscenti (e il numero di giorno in giorno s'accresce) è necessario che ogni sera essi vengano a darsi la muta al tuo fianco, per dirti e chiederti tutti quanti la medesima cosa. Questa è prammatica, e non si muta. La signora A non potrebbe perdonare al signor B, che egli andasse nel palchetto della signora C senza passare anche nel suo; e quando egli c'è stato, ha ancora a passare dalle signore D, E, F, G, e via discorrendo da tutte le lettere dell'alfabeto, s'egli ha l'onore di averle in pratica. Chi ha fatto questa legge? I cavalieri, o le dame? Questo si perde nella notte dei tempi, come diceva la nostra maestra di storia. Intanto la legge c'è, e il mio signor marito suol dire che bisogna rispettare le leggi.

«A proposito di teatro, sai? la tua amica ci ha avuto gli onori del trionfo alla sua prima comparsa. A te che vuoi sapere ogni cosa, dirò di passata ch'ella era azzimata per bene, tutta in azzurro, coi capegli pettinati alla foggia greca, e sormontati da una luna falcata che la rassomigliava a Diana. Consenti un tantino di vanità alla dea; ella non era scontenta della sarta, nè del parrucchiere, nè di sè stessa. Giunta a mala pena in teatro, da ogni parte, gli occhi si volsero a lei, e alle sue orecchie giunse quel sussurro che è segno d'ammirazione, e a noi, povere mortali, è più grato che non l'incenso agli Dei.

«Il nostro palchetto è in prima fila, dei più lontani dalla scena, ottimo per vedere, e più ancora per essere veduti. Figurati dunque come fosse facile guardare la tua amica da ogni punto del teatro, e come tutti i cannocchiali fossero in moto. Questo era preveduto; alcune nostre dame, nelle loro visite del mattino, le avevano bisbigliato così a fior di labbra, tra il complimento e la stizza, ch'ella era aspettata. Aspettata, sì certo, e assai più ch'esse non argomentassero nel dirlo. Il piano e le alture circostanti avevano l'aria d'un parco d'artiglieria; tutti gli occhi e gli occhialini erano rivolti su lei; fulminata da cinque ordini di batterie, fulminata dagli scanni, fulminata dalle panche, fulminata dal rimanente dell'emiciclo.

«Fuori di celia, pare che tutti quei signori non la trovassero brutta, e si degnassero di mostrare il loro gradimento. Dovunque ella volgesse lo sguardo, incontrava sguardi fissi su lei; e questo cominciò ad infastidirla non poco. Vedendosi, o, per dir meglio, sentendosi guardata in tal guisa, ella non sapeva più da qual banda voltarsi; il suo collo, gli omeri e le braccia nude arrossivano. Immagina la sua confusione, quale e quanta doveva essere, la prima volta che si vedeva in mostra a quel modo. Metter soverchia attenzione allo spettacolo, era forse disdicevole; starsene troppo colla persona rivolta nell'interno del palchetto, le pareva scortese; insomma, ella era sulle spine, e potè dire in cuor suo, come quel re da tragedia: oh, quanto pesa la gloria!

«Tu ridi? Dovevi essere al mio posto, e ti sarebbe accaduto peggio, bellissima tra le belle! Che ti dirò adesso? La tua buona amica avrebbe voluto trovare un punto, un punto solo di quell'ampio recinto, su cui poter posare gli sguardi. Presso a lei c'era conversazione animata tra suo marito e tre signori venuti a farle visita. Sai che Antoniotto parla bene, e, come tutti coloro che parlano bene, non è avaro della sua eloquenza. I tre visitatori erano tutti nella discussione; io non avevo niente da fare, e volgevo gli occhi qua e là, con aria che voleva parere sbadata. Ed ecco che mentre guardavo a quel modo (tu vedi che ho finalmente abbandonata la terza persona del singolare) m'addiedi in una testa, tra le cento che vedevo lì presso tutte rivolte al mio palchetto, la quale era in quella vece rivolta alla scena. Ti confesserò candidamente che la cosa mi parve singolare, tanto più che si trattava d'un signore, il quale era in un crocchio dei più noti eleganti del nostro patriziato, e che i suoi compagni, parlando a lui senza togliere gli sguardi dal palchetto, parevano invitarlo a volgersi indietro e guardare, com'essi facevano, la tua povera amica.

«La curiosità è un nostro peccato; confessiamolo pure, poichè siamo tra noi, __en petit, tout petit comité__. Ora alla tua amica venne il desiderio di stare a vedere se il signorino avrebbe ceduto all'invito dei compagni. Alzai il cannocchiale in atto di guardare la scena; ma gli occhi, di soppiatto, guardavano il cavaliere restio. Si volterà o non si volterà? Ecco, si volta. No, m'ero ingannata; infastidito dalle istanze dei compagni, il signorino aveva fatto un gesto; ma quel gesto (inorridisci!) era stato di crollar le spalle, come chi volesse dire: guardate voi altri, se vi garba; io non mi muovo.

«Ecco un uomo! dissi tra me. E per tutta la sera, di tanto in tanto, i miei occhi corsero a lui. Egli era sempre fermo al suo posto. Lo vidi qualche volta di profilo, mentre si voltava a ragionare cogli amici; ma non ci fu verso che si volgesse indietro una volta. Ecco un uomo che non somiglia agli altri! Questi signori, giovani e maturi, si argomentano tutti di espugnarci coll'assiduità delle occhiate; credono di avere nelle pupille quelle lenti ustorie che Archimede inventò per incenerire le navi romane nel porto di Siracusa. Ma egli, no; egli non crede, perchè una donna è giovane, e non brutta, di doversi mettere a darle la molestia delle sue adorazioni. Meno male!

«Quella sera me ne andai da teatro un pochettino umiliata nel mio orgoglio femminile; a mio malgrado, e proprio in quella prima occasione che mi s'era offerta di veder gli uomini in tutta la loro vanagloriosa pochezza, ero costretta a stimarne uno.

«Ti vo raccontando delle sciocchezze; ma non ho proprio nulla di più rilevante. Del resto, il caso m'è sembrato così strano, che ho voluto accennartelo, anche per farti sapere che il trionfo della tua amica è stato completo. Sai quello che ci raccontavano in collegio dei trionfatori romani, che avevano sempre dietro al loro cocchio uno della plebe, il quale diceva loro ingiurie senza fine, come per rammentar loro che erano mortali, e fallibili. Per noi donne sarebbe troppo; i nostri trionfi sono in quella vece temperati dalla noncuranza di qualcheduno che sta nella folla. Il non esser curate da uno, mentre tutti ci ossequiano, non è forse la massima delle ingiurie? Quegli occhi rivolti altrove, quel crollar disdegnoso di spalle, non dicono apertamente alla trionfatrice: «io non la penso come la moltitudine che vi acclama; vi gridino tutti bellissima, ma voi non siete tale per me?»

«Sarà innamorato, dissi tra me, pensando a quella noncuranza, a quella ribellione. Ma come? Egli solo tra tanti? O non è vero piuttosto che i signori uomini non si fanno scrupolo di ammirare tutte le donne, anche quando dicono di amarne una sola, e di chiedere a tutte un ricambio di sguardi? Non sono essi maestri in quella civetteria che il mondo ingiusto ascrive a noi donne? Comunque sia, innamorato, o no, egli è un uomo dissimile dagli altri; dunque migliore degli altri.

«E infatti, non m'ero ingannata. L'ho veduto altre volte in teatro, sempre contegnoso, sempre severo. Egli è di buon lignaggio e novera tra' suoi antenati dogi e senatori della vecchia repubblica. Non è ricco, ma è l'unico erede di suo nonno, i cui milioni potranno indorargli a nuovo il blasone. Ho saputo queste cose dal mio gran ciambellano. Imperocchè tu devi sapere che sono regina e che ho un ciambellano, il De Salvi, un vecchio asciutto e giallo come una pergamena, il quale mi fa la corte a suo modo, venendo ogni giorno da me, per raccontarmi tutte le novelle e le voci che corrono, e s'argomenta d'aiutarmi a fare gli onori di casa mia. È un bell'originale, costui; ha sessant'anni suonati, e passa la sua vita intorno alle dame, aliando da questa a quella, e dandosi aria di farfalla, essendo, a fargli grazia, un moscone. Ma il suo ronzìo non m'incresce; io vedo in lui come finiscono tutti questi pavoni, che in gioventù fanno superbamente la ruota dinanzi alle belle; mi adatto ad ascoltarlo, quando mi schicchera i suoi gravi consigli, ed ho in lui un'eco fedele di tutto quanto accade in città.

«Lo adopero insomma come un giornale, di cui si legge sbadatamente, quando non si salta addirittura, la prima pagina e la seconda, per correr cogli occhi alla cronaca, all'ultime notizie e agli avvisi teatrali.

«Povero De Salvi! Se sapesse come lo concio, romperebbe i suoi occhiali d'oro sulla soglia di casa mia, in atto di maledizione. Egli è in fondo in fondo un buon diavolo; si crede, e fino ad un certo segno è necessario. Gli uomini come lui sono indispensabili ne' nostri ritrovi; sono essi, così in apparenza noiosi, che tengono viva una conversazione, la quale, senza costoro, o andrebbe troppo nel tenero, o languirebbe affatto; sono essi, questi Alcibiadi giubilati, che noi tiriamo gravemente in disparte, per dar loro un ridicolo incarico, per ragionar di cose da nulla, con molta loro allegrezza, e dannazione degli Alcibiadi in attività di servizio, di speranze e di pretensioni; sono essi….

«Ma che diamine, non la finisco più? Vo' finirla sicuro; tanto, senza pure avvedermene, son giunta in fondo all'ottava pagina, e mi rimane appena un mezzo dito di spazio per dirti che aspetto tue lettere, per mandarti un milione di baci, e per scrivere il nome della tua amantissima

«GINEVRA».

Un'altra lettera d'un mese dopo, tra molte cose di minor conto, diceva:

«…. Mi chiedi il nome del cavaliere ribelle. Che te ne importa? Se credi che egli mi prema più degli altri, t'inganni. La sua persona è entrata nel mio racconto, perchè volevo narrarti in tutti i suoi particolari quel piccolo trionfo della mia vanità. Il fatto del ribelle (poichè il vocabolo va) era l'unico episodio della serata, e la sua novità m'ha persuasa a fartene un cenno; ma tienti in mente che non mi sta a cuore nè punto nè poco.

«Nota, in cambio, una cosa più strana, la quale, del resto, col paragone del bicchier d'acqua si spiega; qui si parla sempre del signore di cui tu mi domandi il nome, quasi mostrando di credere una reticenza meditata, ciò che non era e non poteva essere altro che una dimenticanza. Tutti coloro che vengono in casa mia lo hanno in grandissima considerazione; il suo nome rispettabilissimo viene in campo ogni giorno; le nostre dame parlano di lui come di un eroe da romanzo, d'uno di quei principi da leggenda che non si potevano vedere senza amarli ad un tratto. Il bello si è che delle sue avventure galanti non si sa nulla: non c'è qui una signora di cui si possa dire: egli l'ha guardata più attentamente d'un'altra. Che le abbia tutte in uggia? Potremmo in questo caso farci riscontro; egli disprezzando le donne, ed io gli uomini.