«__Ah, te voilà donc, avec ta vieille marotte!__ dirai tu sorridendo. Sì certo, come in collegio, come sempre. Dal nostro confessore lezioso che faceva il bocchino ed ogni sorta di smancerie alle più belle e alle più nobili delle sue giovani penitenti, fino all'ultimo vagheggino che ha trovato modo di farsi presentare in casa mia e s'è fatto un debito di strombolarmi subito un complimento, io li conosco tutti, questi uomini; son tutti di una pasta. Non ho veduto altro che la superficie, dirai tu; ma non è questa la parte migliore dell'uomo? Orbene, la loro superficie è sgradevole. Io ringrazio il cielo che m'ha fatta meno brutta di tante e tante altre, poichè di tal guisa ho potuto vederli meglio e d'un tratto. Non credi tu che la bellezza sia per noi donne una seconda vista? Non siamo noi più in grado di custodirci contro gli assalti di questi rubacuori? Dall'alto d'una rocca ben munita non si specola meglio all'intorno, non si notano più facilmente i difetti del nemico, e non si finisce il più delle volte a ridere delle sue mostre spavalde e de' suoi miseri sforzi?
«Vengo al tuo protetto, che correvo risico di dimenticare da capo. Egli si chiama Aloise di Montalto, marchese come son tutti i patrizi genovesi, e nobile d'antica data come non tutti sono. Credo che se ne tenga, e in questo fa bene. È in apparenza uno de' più modesti, ma nel fatto uno de' più altieri; studia leggi per suo capriccio, e dicono che abbia ingegno, che faccia versi e musica come gli antichi trovatori, ma niente ne è venuto fuori ad affrontare il giudizio dell'universale; solo è noto che i letterati e i musicisti l'hanno in gran conto, sebbene assai giovine, e poco più che ventenne. Gli sfaccendati eleganti, poi, lo imitano in ogni cosa; s'industriano a vestir come lui, vanno scimmiottando i suoi modi, il suo portamento, perfino la sua andatura, e lo citano ad ogni tratto come un esempio di cavalleria. E qui debbo aggiungere che è uno schermidore valente, che ha già avuto più d'un duello, ed è forte in sella come Chirone, il maestro d'Achille. Essergli amici è un vanto; ma non a tutti è dato, poichè egli si concede soltanto a pochi. Pochissime case hanno l'onore delle sue visite, ma tutte di trentadue quarti, come i Pedralbes, gli Usodimare e i Pietrasanta. È biondo, è bello e di gentile aspetto, come il re Manfredi che il nostro Dante ha cantato, e che il vostro Carlo d'Angiò ha sconfitto e morto a Benevento. Ti basta? Io credo che ce ne sia d'avanzo. Sta a vedere che con questi cenni biografici io t'ho innamorata del nostro genovese! Sarebbe graziosa davvero, così da lontano, e colla catena delle Alpi per lo mezzo!…»
A questa lettera tenevano dietro altre parecchie, dal 1851 al 1855, nelle quali si parlava poco o punto di Aloise. Qua e là si narrava in quella vece di alcune persecuzioni mascoline, corteggiamenti spietati, e molestie di quella fatta, a cui una donna giovine e bella è sempre esposta nell'umano consorzio. Ginevra s'indispettiva; ma in fondo in fondo aveva gusto a raccontarle. E questo s'intende; che l'incenso, sia pur del peggiore, dà sempre buon fumo agli altari. A noi, che raccontiamo, venne udita una gentildonna, egregia per bellezza e per senno, la quale non sapeva dolersi d'una frase di troppo libera ammirazione che l'aveva, non salutata, flagellata, mentr'ella passava per via. «Certo, gli è un villano; ma in fine, che cosa mi ha detto? O non sarebbe peggio, se m'avesse trovata spiacente?»
Tratto tratto, nell'epistolario della bella Ginevra si riscontrava il nome di Aloise. La poca varietà delle consuetudini genovesi, il doversi raggirare mai sempre nella cerchia ristretta della vita patrizia, tiravano in campo necessariamente quel nome; ma egli ci era ricordato, bisogna pur dirlo, a testimonianza d'onore.
Tutti pregiavano il Montalto, siccome abbiam detto, uomini e donne, sciocchi e saputi; che più? lo stesso Antoniotto, il senatore, il gran diplomatico dei neri, lo aveva per un giovane di vaglia, del quale si sarebbe potuto far molto. E le sue parole, ci s'intende, si ficcavano anch'esse nell'epistolario della bella marchesa.
Una nota del copista, sotto la data del dicembre 1856, rincalzava il giudizio del nostro senatore. Lo stesso Bonaventura vedeva l'utilità di tirare quel giovinotto dalla parte loro, anche per la ragione della eredità del Vitali. Ma come venirne a capo? L'arguto occhio del gesuita aveva còlto, indovinato, attraverso i nonnulla di quel carteggio donnesco, un affetto profondo del giovine; la sua penna aveva tosto affermata, con una frase asciutta ed imperiosa, la necessità di cavarne profitto.
«Avvicinare Aloise di Montalto a Ginevra Torre Vivaldi; egli è una forza che bisognerà far nostra, o distruggere.»
Un brivido corse per l'ossa ad Aloise; quelle parole balenarono a' suoi occhi come un solco di fuoco per una notte tempestosa, e in quella luce improvvisa gli si rischiarò il suo passato. Colà, dove egli aveva creduto di vedere la mano del destino, era in quella vece la mano di Bonaventura Gallegos, che annodava le fila.
Divorò, più che non leggesse, le pagine susseguenti. Certamente doveva esserci una lettera intorno alla festa da ballo, in cui per la prima volta egli s'era avvicinato a Ginevra; gli la sentiva vicina, e con essa un nugolo di dolorose rivelazioni. Vide a mala pena un cenno dei teatri; sorvolò alcune minuzie di conversazione; notò un breve racconto del suo duello con Lorenzo Salvani, e giunse finalmente a quella pagina desiderata e temuta.
La lettera era lunga, assai lunga, tutta piacevolezze, tutta particolari intorno alle dame, ai cavalieri, alle abbigliature, ai casi svariati, ai cento nonnulla, graziosi o ridicoli, di quella splendida festa che aveva chiusa nel palazzo Vivaldi la stagione invernale. Costretta dalla sua condizione di padrona di casa, Ginevra aveva saputo, veduto ogni cosa più lieve, e ciò che aveva veduto e saputo raccontava partitamente all'amica, non dimenticando nulla, nemmeno il tacco del piccolo Riario, che s'era staccato nel fervor delle danze. Tutta la lettera era un chiacchierìo, un cinguettìo, uno scoppio di risa. L'amaro, quel che Aloise cercava, era in fondo.
«…. Anche il Montalto, il contegnoso, l'altero Montalto, è venuto alla nostra festa. Egli era assai pallido, forse a cagione della ferita che ha toccata di recente in duello. Ma debbo io dirtelo? Egli m'è parso da meno della sua gran fama; impacciato, non disinvolto; più timido a gran pezza che altero. Se gli altri tutti, come sembra, lo vedono diverso, tanto meglio per lui; a me, forse per la ragione che l'hanno troppo vantato, non ha fatto gran senso. Del resto, un compito cavaliere, quantunque balli maluccio….»
Seguiva, scritta nel giugno del 1857, la lettera dalla campagna, che i nostri lettori conoscono da capo a fondo, avendola noi riferita, come una primizia del carteggio, allorquando ci occorse di chiarire come e perchè la marchesa Ginevra domandasse ai suoi ospiti un cenno di Goffredo Rudel e di Percivalle Doria. Se l'hanno letta, ricorderanno che, dopo una delle sue solite sfuriate contro i signori uomini, la bella Ginevra dagli occhi verdi narrava all'amica di Francia come il Montalto, tornato parecchie volte in casa sua, amorevolmente accolto, festeggiato, accarezzato dal marchese Antoniotto, seguitasse a fare il malinconico, e come ella avesse finalmente scoperto il suo segreto, vogliamo dire la fiamma che egli nutriva per lei. Quell'amore non l'aveva commossa. La lettera, come è noto, finiva con queste parole: «Scriva a suo talento il signorino, egli pure, ed affoghi nella consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuor di Ginevra.»
Pervenuto a questo punto della lettura, Aloise si fermò, chè gli si offuscava la vista. Il povero giovine sentì come uno schianto al cuore, e le ciglia gli si inondarono di lagrime.
Il duca di Feira, che stava immobile al suo posto cogli occhi intenti su lui, si alzò per recargli conforto; ma egli, udendo il vecchio gentiluomo accostarsi, con un gesto concitato lo trattenne.
—Perdonate,—gli disse, in quella che si tergeva le lagrime,—perdonate un atto di debolezza a chi legge la sua sentenza. Vedete?—soggiunse poscia, svolgendo un'altra pagina del volume.—Ci sono ancora due lettere, e sarà tutto finito.—
Il vecchio gentiluomo non disse parola; ma rimase in piedi, poco distante da Aloise, ben vedendo che la crisi era vicina.
Intanto il giovine, con un pugno stretto, puntellato sulla scrivania, una mano aggrappata al seno, quasi volesse lacerarlo, e mormorando rotte parole di amarezza ineffabile, ripigliò la lettura.
La prima delle due lettere con cui si chiudeva il carteggio, era breve. In que' pochi versi era annunziato il viaggio imminente dei Torre Vivaldi a Parigi. «Volevo farti una improvvisata (diceva la marchesa) ma non mi riesce, poichè il signor di Montalto giungerà a Parigi di questi giorni, e Antoniotto ha voluto dargli una commendatizia per tuo marito. Or dunque, sappilo da me, innanzi che venga a dirtelo il marchese di Montalto; tra quindici giorni, a Dio piacendo, verrò a salutarti. Rimarrò un mese sulle rive della Senna, come si dice poeticamente, e vicino a te, il che è più poetico ancora e più grato. Eccotelo dunque, mentre starai aspettando il mio arrivo, eccotelo dunque, il Montalto, che ti premeva pur tanto. Vedrai questo __lion__ genovese dalla criniera arruffata, e son certa che colle tue grazie verrai a capo d'ammansarlo, e lo renderai più piacevole; che in verità non è tale gran fatto, almeno per me. E tu stessa, chi sa? potresti anche far come tanti, come quasi tutti qui in Genova, trovarlo grazioso ed amabile….»
Ora, qual sembrasse Aloise alla graziosa viscontessa di Roche Huart, i nostri lettori già sanno. A lei che d'uomini intendeva un tantino, era parso perfetto. Ciò forse era troppo; la Ginevra, dal canto suo, non aveva voluto ammetterne la minima parte. Ed era naturale; che ad intendere un cuore occorre aver cuore; non troppo, s'intende, nè aperto a troppi; ma tanto almeno da sentire nei proprii i dolori altrui, e da riconoscere per via di somiglianza le più arcane sottigliezze dell'affetto.
La bella Ginevra dagli occhi verdi non aveva dunque un briciolino di cuore? Al suo nascere, come a quello d'una principessa da leggenda, aveva assistito una fata benigna, che le aveva dato la bellezza, l'ingegno, la ricchezza, la nobiltà, tutte le grazie, insomma, e tutti i pregi che adornano la creatura; ma, fosse dimenticanza, o deliberato proposito, non le aveva altrimenti dato quel misto di sensi soavi che la nostra lingua ha così bene compendiato in quella sola parola? Ardua questione! In ogni cosa umana è da badare alla fine. Per intanto veniamo allo scritto. Ecco l'ultima lettera, che recava la data del 30 settembre, cioè a dire di quindici giorni innanzi.
«Sono finalmente a casa mia, dopo due mesi d'assenza, e ti confesso che ci sto bene. Come dopo una notte di festa si sente il piacere di rannicchiarsi sotto le coltri, io provo ora la dolcezza del riposo. Ti parrà ingratitudine, questa; ma togliti questo pensiero dal capo, mia bella Onorina, che io ho trovata più bella, più cara, più gentile, che mai; non sono ingrata alla tua amicizia, sono stanca degli ultimi trabalzamenti da Parigi a Berlino, da Berlino a Monaco, da Monaco a Venezia. Se quei due mesi li avessi passati tutti e due presso a te, se almeno si fosse potuto variar l'ordine loro, così che io avessi avuto il dolce alla fine!… Ma no, s'è finito colla Germania, e co' suoi uomini di Stato, tutta gente cerimoniosa e stecchita che solo a vederli ti mettono i brividi.
«Ad Antoniotto, come puoi immaginarti, piacquero, e se li ha goduti per due. Ma, tu lo sai, io non amo la politica, nè la diplomazia che le fa il sordino. Tutt'al più, mi rassegnerei ad essere ambasciatrice di Sardegna alla corte delle Tuileries, ma lasciando a mio marito la cura di leggere i dispacci e di farli leggere, di tener d'occhio il corso degli eventi e di ragguagliarne i ministri. Gran bella cosa, questa ragione di Stato! I nostri mariti dicono che noi donne non ne intendiamo un ette; figùrati! Dire una cosa e pensarne un'altra, poi farne o lasciarne fare un'altra ancora, che non s'era detta nè pensata; questo è il grande arcano della nuova scienza cabalistica!
«Basta, veniamo all'essenziale. Sono a Genova, e in villeggiatura per ora non fo conto di tornare. Antoniotto ha da sbrigar qui certe sue faccende; io ci ho le mie compere di Parigi da mettere in ordine; insomma, si rimane in città. A Quinto andremo forse per due o tre settimane, prima che finisca l'ottobre. Intanto ho ripigliato le mie consuetudini, e ricevo le mie solite visite, cioè a dire quelle dei pochi che non sono in campagna, o fuori paese. Il De Salvi, gran ciambellano, il De Carli, grande oratore, anzi Demostene, innanzi la cura dei sassolini, mi sono rimasti fedeli. Io li chiamo i Propilei della mia Acropoli: un po' sciupati dal tempo, sgretolati, non belli a vedersi, ma saldi. Dei giovani, ho spesso il Riario, e il Cigàla; il Pietrasanta viene pur qualche volta, quando non è dai Monterosso, miei vicini di villeggiatura, come sai. Anche il Montalto è di sovente da noi, sempre lo stesso…. Ma già, che farci? Un nostro proverbio dice: chi l'ha nell'ossa lo porta nella fossa.
«A dirtela schietta, egli mi diventa insoffribile, con quella sua aria sempre rannuvolata, con quelle sue torbide occhiate, con que' suoi tenebrosi silenzi. Che s'argomenta egli di fare? Mi ama…. Roba vecchia. E sia, mi ami a sua posta; ma io non vedo il bisogno di far tante bambinerie. Tu lo hai veduto, e non te ne dico altro. Certo, egli in cuor suo m'incolpa. Dio sa di quanti misfatti; io sarò una ingrata, una tiranna, una girandola, una civettuola. Nota che non gli ho mai detto parola che gli desse diritto di accusarmi. L'ho tollerato, ecco il male; per un po' non lo nego, m'ha anche ricreata con quella sua cera da moribondo, e mi son pigliato un po' di spasso; ma me ne sono pentita, e non ci torno più, no davvero; che non vorrei s'avesse a mettere in capo che io so del suo amore e gli concedo di proseguire. Che te ne sembra delle sue pretensioni? Avrei dovuto io dimenticare a tal segno me stessa, e ciò che debbo al mio buon nome? Ed anco se questo pensiero avesse potuto girarmi un'ora per la fantasia, i modi del signorino me ne avrebbero liberata di subito. L'amore si nutre di libertà; e così lo rammentassero tante povere belle, che si comprano, come suol dirsi, la schiavitù col loro denaro.
«Ne francano davvero la spesa, questi signori! Sciocchi come un Riario; leggeri come un Pietrasanta; burbanzosi come un Nelli di Rovereto; stravaganti come un Montalto! Dei tanti che la nostra città può mettere in mostra, ne ho appena conosciuto uno, che valga un tantino più degli altri; il Cigàla. È cortese, senza aspettar mai nulla in ricambio; arguto senza malo animo; di bei modi, d'umore sereno, dovunque si trovi è sempre ornamento, non un peso. Ha fama di esser freddo, insensibile. Io penso che tutti lo credano, solo perchè egli lo dice; ma se ad una donna saltasse in mente di metterlo alla prova, lo vedremmo accendersi come il primo che capita.
«Ma già, a conti fatti, si rassomigliano tutti; ben veduti e considerati, non valgono il sacrifizio della pace del cuore, de' nostri allegri ed innocenti trionfi, della bella serenità dei nostri passatempi, nei quali essi non hanno, nè debbono avere altro ufficio che quello di comparse, come per farci il contorno….»
XXXII.
Veteris vestigia flammae.
Aloise non lesse più oltre; richiuse il libro, si rannicchiò rabbrividendo contro la scranna, e si fece scorrere lentamente le palme sugli occhi, come chi si desti a mala pena, e tenti cacciare le immagini tuttavia presenti d'un orrido sogno.
Il duca di Feira si avvicinò.
—Orbene, figliuol mio;—diss'egli con accento di tenerezza paterna,—avete letto?
Aloise sollevò la fronte a guardarlo. Il povero giovine era come istupidito dal dolore, e durò fatica a riaversi. Scosse il capo più volte, trasse a stento un sospiro dal petto, e stese finalmente la mano all'amico, in quella che le sue labbra mormoravano un grazie, in cui parve mettere il fil di vita che ancora gli rimaneva.
—Vivrete?—gli domandò il duca, stringendo quella mano tra le sue.
—No;—rispose il giovine, a cui la dimanda svegliò un subito incendio nel sangue;—ora, più che mai, sono deliberato di finirla.
—Per una donna che non vi ama!—notò, crollando mestamente il capo, il vecchio gentiluomo.
—E che perciò?—proruppe impetuoso Aloise.—Non m'ama, e sia. Non lo sapevo io già? Non ero io venuto a morire per questo? Le pagine che voi, signor duca, mi avete poste pietosamente dinanzi, comunque doloroso, sono a mala pena un compendio delle amarezze che hanno abbeverato il mio cuore. Non m'ama! Dovevo prevederlo fin da quel giorno che la vidi per la prima volta; dovevo ricordarlo innanzi di avvicinarmi a lei, e di accogliere in seno una bugiarda speranza. Ma, che volete? ero un fanciullo. L'ho amata; come si vive, come si respira, per arcana necessità, senza darmene ragione, senza pure averne coscienza. Fui pazzo, a credere che un giorno ella avrebbe potuto aver compassione di me; pazzo, tre volte pazzo! L'amore è il pane degl'infelici. Bisogna aver patito, per intendere che sia, come faccia dimenticare il mondo, i suoi dolori, le sue fallite promesse, una dolce parola, un sorriso, un bacio della creatura che soffre con noi. Essa ebbe assai miglior sorte. Chi più di lei felice nel mondo? Quali venture le mancarono, quali promesse della sua gioventù le vennero meno? La sua vanità ebbe un trono, un altare; e colassù giungono i profumi: ma la nube vaporosa non consente di scorgere il volto; l'altezza non consente di udire la preghiera degli adoratori modesti. E sta bene: il mondo è vanità. A che l'amore? Questo affetto malnato, a cui non è un tormento, è una nausea. Dovevo capirla, tener chiuso il mio segreto nel profondo del cuore, affogarlo nella mia rabbia, non darlo, come ho fatto, in balìa dello scherno.
—Aloise, suvvia, siate uomo; poichè così bene conoscete il dolore, abbiate l'ardire di guardarlo in faccia. Siete giovine e forte; l'insegnamento vi giovi. Rifate la vostra vita. Aloise; provate la voluttà, amara ma nobile, dello aver vinto voi stesso. Lo avete ieri veduto; pur dianzi, in quelle tristi pagine, si sono offerte ai vostri occhi le fila sottili e lontane che vi dovevano involgere. Stringerete voi, colle vostre mani, il nodo che già stava per rompersi? Darete voi la vittoria ai vostri nemici? Vivete, Aloise, i dolori come il vostro, non devono distruggere, ma ritemprare la vita: l'uomo antico sparisce, e in noi sottentra un altr'uomo, più forte, più animoso, più sperimentato alle pugne.
—No, vi adoperate invano;—rispose il giovine,—io non valgo più a nulla; io sono mortalmente ferito. Amo, amo fieramente, disperatamente amo; non lo avete voi inteso? Questo male non ritempra le forze; di questo male si muore. Non lo credete? Ah, voi non avete amato mai al pari di me, da lunghi anni, senza speranza, colla maledizione soffocata nel cuore!…
—Ingiusto! disse il vecchio, con accento di arcana mestizia.
—Perchè?—dimandò Aloise, che lo vide impallidire ad un tratto.
Ma il duca di Feira non rispose alla sua dimanda, e dopo una breve pausa, durante la quale stette cogli occhi chiusi, come chi raccolga tutte le virtù dell'animo e dei sensi ad uno sforzo supremo, proseguì concitato:
—Ah credete voi, giovinotto, che chi di tanti anni v'ha preceduto nella vita non v'abbia preceduto ancora nel soffrire? Credete che i vostri affanni siano i soli, e i più forti che uomo provasse mai? Che basti il dire, ecco io muoio, e rompersi le tempia con un colpo di pistola, per dimostrare al mondo, a sè stessi, di avere amato davvero? Sappiatelo da un vecchio, che ne' suoi dolori ha imparato a compatire gli altrui; non ama sempre più fortemente chi muore, chi si sottragge all'angoscia. V'ha chi vive, ed è peggio. Voi avete amato fieramente, da lunghi anni, senza speranza, colla maledizione nel cuore; or che direste voi della disperazione di un uomo che, giovine, avesse amato e sperato; che fosse stato sul punto di raggiungere la felicità, e questa d'improvviso gli fosse ghermita, ed egli avesse chinato la testa, e si fosse rassegnato a rispettare il diritto di un altro; che amando fortemente, amando a tal segno da non accogliere più altro affetto nel cuore, si fosse pur tuttavia sacrificato a vivere, ad avere mai sempre davanti agli occhi della mente la felicità di un altr'uomo, a noverare i giorni colle angosce, gli istanti tutti colle trafitture del cuore, a vivere insomma di continuo nelle tenebre, dopo aver veduto il sole, desiderandolo sempre, e senza speranza di salutarlo mai più?
—Orribile martirio!—esclamò dolente Aloise.
—Ed è stato, ed è il mio!—soggiunse il duca di Feira con un accento che andò diritto al cuore del giovine.—E in nome di questo martirio, Aloise, io ve ne prego; vivete per me, se non volete per voi. Voi lo dovete, poichè ho molto patito. Siete fermo nel vostro fiero proposito? E sia; non morrete già solo; le vostre armi basteranno per due.—
A quelle inaspettate parole, il cui senso era così chiaro e riciso, il giovine balzò in piedi turbato.
—Signor duca,—diss'egli lentamente, quasi volesse scolpire le sue parole nella mente del vecchio,—questo mi fa tornare al principio del nostro dialogo. Se voi non giungevate in mio soccorso ier l'altro, io sarei morto infamato, e, sebbene senza mia colpa, come vi è noto, una brutta macchia sarebbe rimasta sul mio nome, sull'unica parte di me che dovrà soppravvivermi. Mercè vostra, io posso morire tranquillo, portare con me il mio onore nella tomba. È un ottimo guanciale,—aggiunse Aloise con funebre arguzia,—e franca la spesa di ringraziare chi ce l'ha offerto, in quella che noi eravamo sul punto di perderlo. Vedete che io vi son grato; vedete che io intendo il pregio di ciò che avete fatto per me. Ora, perchè mi vietereste voi il riposo che la mia stanca anima invoca? Perchè, dopo essermi stato cortese, mi vi fareste nemico? Chi siete voi? Qual diritto avete di porvi in tal guisa come un ostacolo, tra me e il mio destino? Qual vincolo ci unisce, perchè vogliate morire con me?
—Un vincolo, sì, l'avete detto;—rispose il duca con accento solenne,—un vincolo sacro; vostra madre!—
Vostra madre! All'urto improvviso, che tale poteva dirsi veramente la frase del duca, Aloise si scosse, diè un passo indietro, e un fremito gli corse per le vene. Il viso attonito, lo sguardo perplesso, quasi sgomentito, che volse in quel punto al vecchio gentiluomo, lasciavano indovinare che un abisso di fosche immagini, di pensieri informi, di arcane paure, s'era schiuso nella sua mente. Ma fu un lampo; Aloise si padroneggiò, risospinse nel nulla tutte le larve che quella frase aveva tratte dal nulla, e con voce tremante per commozione, ma altiera, saettò con queste parole il duca di Feira:
—Signore, io sono il figlio di Alessandro di
Montalto.—
Il vecchio fu colpito a sua volta, e più fieramente che non credesse Aloise. Quante amarissime ricordanze ridestava, quante acerbe trafitture gli rinnovava in petto quel nome! Stette saldo tuttavia, e rispose con uno sguardo soave a colui che lo aveva percosso.
—Sì, figliuol suo!—si fece egli a dir poscia.—Voi potete portare altieramente il suo nome, e ricordar vostra madre come la più pura, la più santa delle creature che siano al mondo vissute. Vostra madre, Aloise,—e qui la voce del vecchio si fece tutta tremante,—vostra madre fu cosa di cielo venuta in terra perchè gli uomini non dicessero la virtù un nome vano; vostra madre…. Ma venite, Aloise; qui non è luogo da ragionare di lei. Là, in quelle stanze dove ella ha udito i vostri primi vagiti, dov'ella ha vegliato su voi, bambino innocente, ignaro degli alti dolori della vita, dov'ella ha passato i suoi ultimi anni, dov'ella è morta benedicendovi, là, in quel santo luogo dove io non potrei mentire, se pure volessi, vi parlerò di lei, vi dirò chi io sia, perchè venuto a gettarmi tra voi e la morte, a dirvi: vivete, Aloise, vivete per me!—
Le lagrime brillavano sugli occhi, tremavano nella voce del duca di Feira. Aloise si lasciò pigliare per mano, e trasognato, commosso, smarrito, lo seguì verso l'uscio.
Varcarono silenziosi il salotto e la vasta anticamera, in capo alla quale, di rimpetto al quartierino d'Aloise, erano le stanze di sua madre. L'uscio era aperto, e si scorgeva lume per entro. La mano di Antonio si ravvisava colà; ma il giovine, confuso come era, non pose mente a ciò. Egli non aveva coscienza di nulla: seguiva il duca di Feira colla istintiva cura d'un fanciullo che muove i piccoli passi sull'orme di chi lo conduce.
Giunse per tal modo nel pensatoio di sua madre, e si affacciò sulla soglia della camera da letto, che era rischiarata dal fioco lume d'una lampada notturna, come se la marchesa fosse stata colà, dormente sotto il suo padiglione di damasco violetto. Il duca di Feira, che lo precedeva, come fu in mezzo alla camera, barcollò a guisa d'uomo che abbia toccata una ferita improvvisa; ma, innanzi che Aloise accorresse a sorreggerlo, come difatti colle braccia tese accennava di voler fare, raccolto quel tanto di forza che ancora gli rimaneva, giunse fino alla sponda del letto, dove cadde ginocchioni, e diede in uno scoppio di pianto.
Aloise stette tacito, ma profondamente commosso a guardarlo. Sua madre era un angelo; e quell'antico, inginocchiato, piangente, adorava sua madre. In quella vivente immagine dell'amore che vince la morte, era alcun che di così santo, di così schiettamente sublime, che il figlio di Alessandro Montalto, il superbo Aloise, sentì sciogliersi il gelo del cuore, e corrergli mutato in ardenti lagrime alle ciglia. Ma il piangere gli parve poco, al cospetto di un così alto dolore; però avvicinatosi al duca, gli pose affettuosamente le braccia al collo, e col più tenero accento che mai figlio adoprasse per parlare a un padre, gli disse:
—Voi soffrite!
—No, sono lagrime soavi, le mie;—rispose volgendosi il duca, mentre, da lui sostenuto, veniva sollevandosi a mezzo.—Da gran tempo io non ne avevo più sparse di tali. Grazie, Aloise, grazie della vostra amorevolezza! Vedete? Sono tranquillo. Oh, Dio santo,—proseguì, traendo il giovine presso la lampada.—Aloise, figliol mio d'adozione, ultimo affetto del mio cuore, come somigli a tua madre!—
Inspirato da un senso, da una voce arcana di pietà, il giovine reclinò la sua bionda testa sul petto del vecchio gentiluomo, ed un bacio, un lungo bacio frammisto di lacrime, scese a bagnargli la fronte. In quel bacio si confondeano tre spiriti.
XXXIII.
Una sola, e per sempre.
—Qui, Aloise, qui; presso di me, che io vi veda in volto, che io non vi perda un istante!
—Eccomi, ai vostri piedi, mio secondo padre!—Così dicendo, Aloise si lasciò cadere su di uno sgabello presso il canapè, su cui il duca di Feira era venuto a sedersi spossato. Su quel canapè usava sedersi, su quello sgabello posare i piedi sua madre. E la madre era là, presente in tutte quelle cose che aveva toccate, presente in quell'aria che aveva respirata; ed il suo spirito congiungeva quei due, il vecchio seduto, e il giovane che gli posava daccanto, con le braccia appoggiate sulle sue ginocchia, lo sguardo fisso nel suo.
—Questo colloquio è triste, assai triste;—ripigliò poco stante il vecchio gentiluomo;—ma in esso è tuttavia il primo lampo di gioia che illumini un tratto le tenebre della mia sconsolata esistenza. Non fate che mi sparisca sì tosto; consentite che questo po' di luce rischiari i miei ultimi giorni. È vostra madre che ve lo chiede per le mie labbra, ella che mi ha comandato di vivere per voi. Non sentite l'anima sua immortale che ci aleggia dintorno? Non pensate che ella ci ascolta, librata su noi, in atto di aspettare da suo figlio una parola che la raffidi? Io ne ho fede, io la sento, in questo punto la vedo. Vi racconterò una cosa strana, incredibile, ma vera. Un giorno, or fanno a mala pena quattro anni, io varcavo la catena delle Ande, eccelsa, paurosa sede di vulcani e di nevi. Perchè? non lo so; andavo innanzi come l'Assuero della leggenda, sospinto qua là senza posa dal suo fato, pur sempre tentando di sfuggirgli, ma invano. Così son vissuto io, Aloise, e gli anni, lungi dal mitigare l'angoscia, l'accrebbero. E così travagliato da un aspro desiderio, da una operosità febbrile, che a volte mi diè la stanchezza, senza mai lasciarmi gustare la calma, io viaggiavo quel giorno. Gli uomini della mia scorta, affranti da molte ore di cammino, avevano fatto una sosta; io non posavo, io avevo bisogno di muovermi, io correvo speditamente innanzi, procacciandomi la voluttà di sentir rompere sul mio volto i buffi dell'aria gelata che scendeva dalle gole dei monti. E fu allora, in mezzo a quella rigidezza dell'aria, che un alito soave, tiepido, sommesso, venne a sfiorarmi la guancia.—«Ah! ella è morta!» gridai, e caddi privo di sensi. Un'ora dopo, i miei uomini mi raggiungevano, e mi richiamavano, malamente pietosi, alla vita. Oh foss'io morto in quel giorno! Era il 20 novembre del 1853….
—Mia madre è morta quel giorno!—esclamò esterrefatto Aloise.
—Sì, l'ho saputo più tardi, molto più tardi, al mio ritorno in Europa; e bene ebbi a convincermi che non era stata un'illusione la mia, che l'anima della vostra santa madre era venuta a salutare chi aveva tanto patito per essa. Quel giorno rimasi istupidito, e molt'altri ancora; a Valparaiso, per dove ero avviato, giunsi tre settimane dopo, senza aver coscienza alcuna di me, delle ragioni del mio viaggio, di ciò che avrei fatto colà, della nuova via che avrei presa. Più tardi mi risovvenni; ascrissi il fatto ad un inganno dei sensi turbati, alla impressione del freddo, alla fatica soverchia; cionondimeno io non ero tranquillo, un dubbio atroce mi stava fitto nell'anima. M'ero proposto di toccare l'Australia e di tornare nell'India dove già avevo passati due anni; ma non mi diè l'animo di mettermi in mare; rifeci la strada, rividi il Brasile; il solo mio ricapito che fosse noto ad un vecchio amico di Genova, confidente de' miei giovanili dolori, il solo paese dove io potessi ripromettermi di ricever sue lettere. Vana speranza! Egli non mi aveva più scritto da oltre due anni, o le sue lettere erano andate smarrite; quella volta ancora, non c'era nulla per me. Lo credetti immemore, accusai i mutamenti del cuore; ero ingiusto; il mio povero amico da due anni era morto. Anche questo seppi solamente più tardi, al mio ritorno in patria. Allora, ignaro di tutto, io mi struggevo di ansietà, di timore, di rabbia impossente. Aspettai tre mesi, ma invano; indi ripartii pel viaggio disegnato dell'India. Perchè non venni in Italia, a cercar le novelle che mi erano da tanto tempo mancate? Perchè avevo giurato, giurato a vostra madre, Aloise, di non riporre più mai il piede in Europa.
—A mia madre?
—A lei. Ma io debbo narrarvi ordinatamente ogni cosa. Il cuore mi sanguina, ma non importa; il figlio di Eugenia Vitali udrà la mia confessione, e mi compiangerà; il figlio di Alessandro Montalto vedrà se io meriti il dolce nome che egli m'ha dato pur dianzi. Oh, non mi dite nulla; già so quel che vorreste rispondermi; voi siete di quella eletta di nobili cuori, i quali, o non si dànno, o si dànno intieri; in voi vostra madre non ha solo lasciato l'impronta del suo volto. Ma uditemi; io ho pur bisogno di raccontarvi tutto me stesso. Il mio vecchio nome importerebbe poco: la mia terra natale, dov'io ero già solo, lo ha da molti anni dimenticato; qui non è più anima viva che sotto il nome sonante del duca di Feira, degnamente acquistato, ardisco dirlo, e degnamente portato, possa ricercare Cosimo Donati, e annettere a questo nome una ricordanza di tempi lontani. Cosimo era giovine, assai più giovane che voi ora non siate, allorquando lasciò la sua cara Liguria, per andare lontano, a cercare alle fonti istesse del traffico genovese una ricchezza che gli era necessaria, per ottener la mano della donna del suo cuore. Il Vitali non era allora il ricchissimo banchiere che egli diventò in processo di tempo; ma era già tale da poter negare la mano di sua figlia ad un giovane di modeste sostanze qual era il Donati. Perchè, debbo dirlo, questi ardì chiederla, e gli fu risposto: siate così ricco da poterle profferire del vostro quanto io le darò in dote del mio, e se altri non l'abbia chiesta ed io non l'abbia accordata, non sarò uomo da negarvela un'altra volta, come oggi mi costringe di fare il mio debito di padre. Era un cortese rifiuto; ma io amavo, ero giovane, credevo d'essere amato, e non disperai. Partito da Genova, confinato dall'ansia febbrile del lavoro sul lembo estremo della Bessarabia, ebbi cosiffattamente amica la fortuna, che ad arricchire, siccome avevo promesso, non mi bisognarono i cinque anni che avevo accennati al Vitali e a sua figlia, come il termine assegnato alla mia operosità affannosa, allo adempimento delle mie alte promesse. Tornai, dopo un'assenza di tre anni; Eugenia Vitali era moglie ad un altro, era già vostra madre….—
L'amarezza delle ricordanze soffocò in questo punto la voce del vecchio, a cui fu mestieri d'un po' di sosta, per ricomporsi e proseguire il racconto. Nè ruppe il silenzio Aloise, che, rispettando quell'alto dolore, stava colla fronte china e le palpebre chiuse, in atto di profonda meditazione.
—Scherno atroce della fortuna!—ripigliò il duca di—Feira.—Ella non m'aveva sorriso se non per farmi sentire più forte il disinganno. Come io rimanessi allora, solo il mio povero cuore lo sa. Non vi dirò in qual modo mi presentassi a vostra madre, Aloise, che bene nol rammento più ora, tanto ero fuor di me pel soverchio dolore. Ella certamente si avvide del mio misero stato, poichè, sebbene i suoi atti non m'accennassero di rimanere, non mi dissero nemmeno di uscire. Fu severa, non sdegnata, e le sue parole, che in quel punto mi parvero crudeli, ebbi a riconoscere di poi santamente pietose. Ben vi dirò come io partissi da lei. Ero stato un leale amante; non potevo ridurmi ad essere un volgar tentatore. Non avevo posto il piede in quella casa per turbare la sua pace; ero andato colà come un forsennato, sapendo la mia sentenza, non volendo credervi ancora, desideroso di udirla dalle sue labbra. Perchè? Lo so io il perchè? La mia ferita sanguinava; sentivo forse il bisogno che la sua mano vi ripiantasse il coltello. Udite le sue parole; esse mi sono rimaste scolpite nell'anima. «Cosimo, mio padre l'ha voluto, io non potevo resistere ai voleri di mio padre. Non mi compiangete come una vittima; io sono contenta; io amo mio marito; amo il padre del mio Aloise. Volete voi entrare in quella camera? È là dentro, il mio angioletto, che dorme». Ricusai. Ella parve non intender bene il mio gesto; io lessi ne' suoi occhi il sospetto, la tema d'insidie future. E allora giurai; giurai sulla mia fede di gentiluomo, giurai sul suo capo, giurai per la memoria dei miei cari estinti, che sarei partito, che, lui vivo, non sarei più tornato in Europa.—«Il voto è indegno di voi e della donna che vi ascolta, interruppe ella, scrutandomi co' suoi grandi occhi il profondo dell'anima; me viva, dovete dire, me viva. Siete gentiluomo, mostratevi tale. Io amo un uomo solo in terra; potrò, mercè vostra, stimarne due, senza fallire al mio debito di moglie e di madre».—Oh, se voi l'aveste veduta in quel punto, Aloise, com'era tutta radiante di quella interna bellezza che accresce e fa risplendere a mille doppi la bellezza esteriore! Giurai, commosso, soggiogato, tremante, tutto ciò che ella volle; voi viva, lo giuro per quanto è caro e sacro in terra, non riporrò il piede in Europa. «Grazie, mi rispose ella con un angelico sorriso; eccovi ora la mia mano, in segno di schietta amicizia; andate, Cosimo, voi meritate ogni bene; amate, e siate felice, come son io, nelle gioie serene della famiglia».—
—Oh madre mia; madre mia!—proruppe lagrimando Aloise.
—Venerate la sua memoria; per essa il vostro petto sia un tempio, il vostro cuore un altare; ella era cosa di cielo;—soggiunse il duca, con quella sua immaginosa breviloquenza.—Ed io, vedete, avrei pur potuto risponderle: «no, è impossibile; perduta voi, il mio cuore si spezza;» lo avrei potuto, perchè lo pensavo allora, e così fu veramente. Ma non lo feci; una frase come quella sarebbe stata una inutile crudeltà, una codarda vendetta, la frecciata del Parto fuggente. Non lo feci, dico; tacqui e partii; quel giorno io l'avevo veduta per l'ultima volta, quella luce dell'anima mia. Salutai nuovi cieli; le tenebre mi seguirono dappertutto.
—Nobile cuore!—esclamò Aloise, stringendogli affettuosamente le mani.—E mio pa…. (voleva dire mio padre, ma si rattenne) e il marchese di Montalto non seppe di quel dialogo?
—Lo seppe da vostra madre, che non aveva segreti per lui. Egli cercò sdegnato di me. Non conoscendomi, egli aveva ragione; io m'ero introdotto, straniero, non chiesto, in sua casa. Il prode gentiluomo volle lavar l'ingiuria nel sangue, e mi seguì in Isvizzera, dove tranquillamente fu meditata e condotta tra noi due una sciocca contesa, che ci offrisse un ragionevole pretesto di scendere sul terreno. Io finsi, per non dar sospetti ai testimoni, di aggiustar la mira su lui; ma il colpo, come volevo, andò in alto. Egli a sua volta appuntò la pistola; io gli offrivo il petto scoperto; la palla mi penetrò qui—(ed accennava il sommo del petto)—ed uscì fuori dall'omero. Caddi, nè più lo vidi, o seppi di lui. Stetti un mese tra morte e vita, ma risanai; la morte non mi voleva…. Morire allora per le mie mani?… Il pensiero m'era balenato alla mente, ma non mi diè l'animo di mandarlo ad effetto. Come avrei io potuto dipartirmi al tutto da lei, abbandonare la terra che l'accoglieva vivente? Che avrebbe fatto il mio spirito, lontano da lei? C'era egli, non pure allegrezza di beati, ma riposo, ma sonno, dove ella non fosse? Queste parranno sottigliezze a voi, ma non sono, e certo non mi parvero tali. Parlavate d'amore disperato, Aloise!… Eccovi il mio. Soffrir mille morti e non morire, nutrirmi d'ira, di gelosia, com'altri di felicità, e vivere in apparenza tranquillo, coll'inferno nell'anima; avermi fatte, in mezzo alla moltitudine, le usanze, le consuetudini del deserto; sentirmi il cuore riboccante d'affetti, e condannarmi ad una eterna vedovanza; desiderare ardentemente una vana immagine di donna, e rifuggire infastidito da quante, vive e palpitanti, si profferivano a me; sospirare il cielo e struggermi alla sua vista come la Peri sulla soglia vietata del paradiso; questa fu la mia vita. E sono venticinque anni oramai, m'intendete voi. Aloise? ch'io vivo di questa agonìa. Questo amore, che io ho chiuso, suggellato qui dentro, è oggi così gagliardo come il dì che io partii alla volta di Russia per tentare la sorte, così disperato come il giorno che io, risanato a mala pena della ferita, mi avviai alla volta del Portogallo, donde più tardi avevo ad imbarcarmi per l'America. Ero ricco, già ve lo dissi; cercai di soffocare l'affanno nella operosità irrequieta. Audace come il giuocatore che raddoppia ad ogni trar di carte la posta, e vede, come per incanto, ammonticchiarsi l'oro davanti a sè, io guadagnavo senza desiderio, guadagnavo sempre, qualunque cosa tentassi. L'avete voi mai notato? L'uomo ottiene sempre tutto ciò che meno desidera. Pare che un mal genio presieda alle nostre pugne, e consapevole dei voti del cuore, pigli diletto a contrastarceli, e sia largo con noi di tutto quanto ci è inutile, o molesto, mentre ci nega inesorabilmente le gioie con più ardore agognate.—
Aloise crollò mestamente il capo. Egli vedeva in quelle parole sè stesso.
—Vincevo,—continuò, con accento d'amarezza, il duca di Feira,—superavo sempre, senza volerlo, senza pure averne coscienza, ogni ostacolo. Quante intraprese io tentassi, tutte mi volgevano a seconda. Pari al re Mida, qualunque cosa io toccassi, mi si mutava in oro tra le dita. Fui in breve ora straricco, e l'opulenza mi fruttò facilmente rinomanza e potere. Mi diedi alla guerra, nel cuore dell'India, ed ebbi trionfi, non da altro interrotti fuorchè dal proposito di non vincolarmi a donna veruna, foss'anco stata sul trono e me l'avesse profferto. Ma lasciamo di ciò; anch'io apparvi ingrato, anch'io crudele a mia volta. Tentai le arti della diplomazia, ed ogni mio detto fu scaltrezza, ogni mio atto vittoria. Resi servigi, che parvero di grande rilievo, a paesi che non m'erano nulla, e il mio titolo di nobiltà, vecchia ciarpa che dà sempre negli occhi, in una società la quale risente ancora del Medio Evo, può farvene testimonianza. Ben presto mi venne a noia la ragion degli Stati; mi diedi a correre per diporto da un capo all'altro della terra, ed ebbi fama di viaggiatore arditissimo. Passavo, passavo, veloce e splendido come il baleno, segno di invidia ad ogni maniera di volgo; e mentre le genti ammirate dicevano: «quegli è il duca di Feira, il più ricco signore del Brasile, il gran diplomatico, il nababbo indiano, l'uomo che poteva nella porpora squarciata di Aureng-Zeb tagliarsi ancor tanto da farne un manto reale» qui dentro, Aloise, era una solitudine paurosa, qui dentro l'anacoreta si struggeva in silenzio, qui dentro il povero Cosimo divorava le sue lagrime, qui dentro il leone imbelle ruggiva disperato. E fu la mia vita; e più venni innanzi negli anni, più crebbe la mia angoscia. Ora argomentate qual cuore fosse il mio, allorquando, privo da due anni di lettere, aspettai vanamente quella che doveva recarmi una orrenda certezza, o tranquillarmi lo spirito, così fieramente turbato dal doloroso presagio. L'amico aveva sempre usato scrivermi rarissimo e breve; nelle sue lettere non era mai cenno della madre vostra. Ma egli sapeva il passato; però il suo silenzio mi accennava: ella vive, ella è felice con lui. Vi ho detto che queste lettere giungevano a Rio Janeiro. Dovunque io fossi, un mio fidato partiva a quella volta, varcava terre e mari per andare in cerca d'un foglio di carta, che di sovente non c'era. Sindi, il mio fedele indiano, ha di questa guisa viaggiato più volte. Il silenzio dell'amico, che da tre anni durava, e voi già sapete il perchè, mi tolse di sapere ciò che avvenne nel 1850, vo' dire la morte del padre vostro. Il destino volle così, e forse fu provvidenza; perchè, io ve lo giuro, Aloise, avrei fallito alla mia promessa, sarei corso, volato in Italia. Ma tutto congiurò a mio danno, perfino la morte del pietoso amico, quando più mi sarebbe tornato necessario il sapere. Pensate voi che ella non mi avrebbe perdonato il ritorno? Qual colpa sarebbe stata in noi di rivederci, se il lutto avvenuto in sua casa, e che non era dato nè a me nè a lei di far che non fosse, giungeva tristamente inaspettato a lei, non chiesto, non desiderato da me? Ah, io ne ho fede, ella mi avrebbe perdonato, ella che, morta appena, venne a susurrarmi un saluto, ella che innanzi di morire mi aveva invocato, a custodia, a tutela del suo diletto Aloise.
—Ah!—interruppe il giovane.—Ben ravviso la mia santa madre, memore del vostro sacrifizio, certa di avere in voi un amico.
—Sì;—disse sospirando il duca di Feira,—e quella lettera che mi fu tanto dolorosa, mi ricompensò pur largamente di tante amarezze patite. Ma uditemi. Dopo avere aspettato senza frutto una lettera del lontano amico e, ingiustamente accusandolo, avevo rifatta la strada e valicate di bel nuovo le Ande, ero andato a imbarcarmi per l'Australia. Rimasi assai poco laggiù; visitai la Cina, ricorsi l'India, viaggiai, senza quasi far sosta, la Persia e l'Asia Minore, donde scesi in Egitto. Un'aspra cura mi stimolava; volevo andare, volevo esser più vicino che mi venisse fatto alle regioni vietate dov'ella era. Di là il mio Sindi partì un'altra volta, già indovinate per dove. Avevo sei mesi da attendere; li passai nell'interno dell'Africa, risalendo verso le fonti inesplorate del Nilo, ridiscendendo in Egitto, viaggiando alle rovine di Cartagine, sempre con quell'acerbo dubbio nell'anima, inquieto, iracondo, fastidioso a me stesso. Sindi tornò finalmente. Egli non aveva trovato lettere per Cosimo Donati, ma bensì pel duca di Feira. Il solo aspetto di quella lettera, la cui soprascritta recava i fini caratteri di una mano di donna, mi turbò fortemente. Era sua, la prima ch'io ricevessi da lei. Come aveva ella saputo il mio nome? Eccovi quella lettera; essa da quel giorno ha sempre posato sul mio cuore; è essa che mi ha tenuto vivo fin qui.—
Così dicendo, il vecchio gentiluomo porse ad Aloise un foglio che aveva tolto dal seno. Il giovine lo afferrò sollecito, lo aperse con mano tremante, lo baciò divotamente e lesse:
«13 novembre, 1853.
«Vivete voi, Cosimo? Io mi sento morire. Appena questa lettera vi giunga (e ne ho certezza, poichè Dio vorrà appagare il voto d'una madre) venite a Genova, chiedete della vedova di Alessandro Montalto. Vi diranno che è morta e sepolta nel suo castello, lontano dalla città, dai congiunti, dal consorzio in cui ella ha vissuto. Antonio, un vecchio gastaldo, l'unico servitore del quale io possa fidarmi, vi consegnerà alcune carte che io non ardisco distruggere. In esse è la mia vita di questi ultimi anni, scritta giorno per giorno, ora per ora: esse vi parleranno di una donna che ebbe la triste ventura di esservi cara un giorno e di costarvi immeritati dolori; vi diranno quali fossero i suoi pensieri, com'ella amasse la sua casa e suo figlio.
«Lo amerete voi, il mio Aloise? Il cuore, che non inganna, mi dice di sì. Ricusaste di vederlo bambino, e fu una gran pena per me. Speravo quel giorno che l'aspetto della madre cancellasse nell'animo vostro l'aspetto della fanciulla, e che voi poteste uscire come un amico dalla mia casa. Non intenderete forse mai più quanto mi accorasse il vostro rifiuto, e quale io vi giudicassi in quel punto. Vi ho meglio conosciuto poi, e amando il padre di mio figlio, ho potuto stimar voi, lasciarvi, senza offesa per lui, un posto onorato nelle mie ricordanze. Sia caso, o pietoso disegno del cielo, ho potuto molti anni più tardi ravvisar Cosimo Donati sotto il nome del duca di Feira, seguire da lontano il famoso uomo di Stato, l'audace viaggiatore d'inesplorate regioni, il liberale dispensatore di benefizi, e vedere ed intendere come si vendicasse nobilmente della fortuna. E non avete data la vostra mano ad una donna; nessuno del vostro sangue erediterà il vostro gran nome! Fu male, assai male; io m'aspettavo ben altro da voi. Ma così avete voluto, e sia; la vedova di Alessandro Montalto può perdonarvelo; la madre d'Aloise può esserne quasi lieta, oggi ch'ella sta per morire, lasciando suo figlio solo, in balìa di sè stesso.
«Il mio Aloise, quanto è bello, altrettanto è savio e costumato, e così d'alto sentire, da parere financo orgoglioso; che non è, ve lo giuro. Per la sua anima, nobilmente temprata, io dunque non temo, bensì pel suo cuore, che è debole, non preparato alle battaglie della vita. Che ciò non gli torni a sciagura! La mia mente è piena di tristi presagi. Tornate, Cosimo; udite la voce d'una morente; accorrete, fate sì che il mio spirito, nel dipartirsi da questa terra, vi possa scorgere pietosamente inteso al ritorno….»
Qui Aloise si fermò; che gli si annebbiarono gli occhi; ripose lo scritto prezioso tra le mani del duca, e gridò tra i singhiozzi:—mia madre! mia povera madre!—
Il duca di Feira non si provò a confortarlo, non disse parola; anch'egli era commosso, e due grosse lagrime gli rigavano le guance.
—Questa lettera giunse troppo tardi al ricapito;—proseguì egli, dopo alcuni istanti di pausa;—si era smarrita, non so come, e pervenne a Rio Janeiro quando io ero già partito d'America. L'ebbi, in quel modo che v'ho detto, due anni dopo; ma l'avessi pur ricevuta a tempo, io non avrei più veduta vostra madre vivente. Ella aveva con arcana previsione noverato i suoi giorni.
—Sì, lo ricordo;—soggiunse Aloise.—Otto giorni innanzi che ella morisse, i medici avevano notato un miglioramento. Fu il miglioramento della morte. Ella se ne giovò per scendere dal letto, e passò due ore a scrivere; indi, poichè la giornata era tiepidissima come di primo autunno, uscì a respirare un po' d'aria sana in giardino. Io ed Antonio le eravamo a' fianchi per aiutarla a scender le scale. Ma ella, come fu al pian terreno, si sciolse dolcemente da noi, e volle da sola innoltrarsi all'aperto.—«Non temete, diceva sorridendo, io sono forte oggi, posso correre un tratto da me…. potrei anche volare». Ella aveva veduto in quel punto passar roteando dinanzi a' suoi occhi una famiglia di rondini, tarde ospiti della Montalda, che ancora non avevano saputo risolversi a mutare di clima.—«Poverine! continuò; voleranno anche esse a dilungo, valicheranno i mari tra poco, in cerca d'un cielo più clemente del nostro». Io stavo silenzioso a guardarla. Era bianca in volto, disfatta, quasi diafana, e in quel punto mi parve davvero che ella avesse a sollevarsi da terra e librarsi a volo, come gli angioli, di cui possedeva la bellezza delicata e soave. Si avvide che la guardavo malinconicamente, e un lieve color di rosa le tinse le guance.—«Qui, Aloise; disse ella; siedi daccanto a me; guarda l'orizzonte, come è bello, fiammante di vivi colori! È lo spettacolo più grato, più attraente che io mi conosca. Io l'ho sempre contemplato con piacere ineffabile, anche da bambina, quel velo misterioso, tutto soavi splendori, tutto arcane promesse, che ci nasconde, lasciandole indovinare, le terre lontane, e, dovunque noi siamo, ci mostra esser noi abbracciati dal cielo.»
—Oh, come io la ravviso!—gridò Cosimo in un impeto di adorazione che lo trasfigurò agli occhi del giovine.—Come ella si mostra a me nelle vostre parole, qual era fanciulla, quale rimase mai sempre, quale la dipingono alla mia mente le pagine ch'ella mi ha lasciate a testimonianza de' suoi pensamenti! Voi leggerete il suo diario, Aloise, e vedrete specchiarsi in esso, come sereno di cielo in un terso cristallo, la sua anima pura. In quelle pagine non si parla d'altro che di voi; ogni giorno ella si dava pensiero del suo diletto Aloise, del quale ella voleva fare un uomo superiore a' suoi simili, utile alla sua patria, degno in tutto del suo nome, e della impresa gentilizia della sua casa. __Altius!__ Non lo ricordate voi il motto, Aloise? Non udrete voi la voce di lei, che vi dice di salire, di salir sempre più in alto, e non prostrarvi a mezzo il cammino? Non darete a me, povero pellegrino, diseredato di tutte le gioie umane, il conforto di avere ottenuto ciò che ella aspettava da me?
—Oh padre mio!—proruppe soggiogato Aloise. E s'abbandonò sul petto di lui, che lo strinse amorosamente tra le sue braccia.
—Vivrete, non è egli vero? vivrete per lei?
—E per voi!—; gridò! il giovine, con accento di tenerezza sublime.
L'alba, che imbiancava allora le vette dei monti vide quei due generosi abbracciati. E li vide ed esultò un'anima innamorata, che per essi dimenticava il suo cielo.
XXXIV.
Post nubila Phoebus.
E adesso i lettori benevoli, che siamo dolenti di non aver più a trattenere se non per pochi capitoli, ci usino la cortesia profumata di chiuder gli occhi, affinchè noi, mal destri giuocatori di mano, facciamo sparire un sei settimane, e presentiamo loro un fatto compiuto, che, piaccia o non piaccia, dovranno pur riconoscere.
Ci torna a mente che quando eravamo bambini, una vecchia fante, la quale era stata in sua giovinezza ai servigi d'un papa (ma intendiamoci, d'un papa prigioniero, il quale non aveva potestà di scegliere i suoi servitori secondo i sacri cànoni), ci raccontava certe sue favole di principi e principesse che, dopo grandi travagli, incantesimi di maghi gelosi ed altri consimili diavolerie, finivano sempre col diventar marito e moglie, come la nostra santa madre Chiesa comanda; di guisa che, dopo essere andati i fatti loro per un pezzo alla peggio, tutto volgeva a bene, perfino le salse del cuoco, il quale ammanniva un pranzo grande e grosso ai felici amanti e ai felicissimi cortigiani. E noi, scimuniti, sempre a chiedere come fosse questo pranzo di nozze. Ma qui ci voleva, la buona Paolina Monetti, per darci sempre la medesima baia. Ella era stata invitata alle nozze, ma sotto la tavola, s'intende, che non era persona da impancarsi in quella fiorita compagnia. E di là sotto, la poverina andava tirando il lembo della gonna alla principessa, perchè si ricordasse di lei e le facesse la limosina di qualche buon boccone. Ma la fortuna fa gli uomini insolenti; ora la principessa, dimenticando i sofferti travagli, s'era fatta una superbiona, ma di quelle! e gran mercè, se, tolto un osso spolpato dal piatto, lo buttava, insieme con un colpettino del suo piede, alla povera affamata. La qual cosa a noi non piaceva nè punto nè poco, tanto più che non avevamo ancora in que' tempi acquistato quel sesto senso, che ora ci fa piacere un bel piede, ancorchè irrequieto, e un pochettino dispettoso.
Signore, non vi sgomentate, che non si fa un corso di estetica. Volevamo, con questo accenno d'infanzia, significarvi che abbiamo a nostre spese imparato a non mettere il naso ne' banchetti di nozze, e che, da uditori diventati narratori, vi facciamo grazia del convito finale. Già, nel caso presente, non se n'è neppur fatto; e se un pranzo ci è stato, diciamo che fu otto settimane dopo gli avvenimenti narrati; ma non pranzo di nozze, quantunque gli sposi ci fossero. Infatti non si trattava d'altro che del duca di Feira, il quale, alla vigilia di partire per un lungo viaggio col suo giovine amico Aloise, voleva pigliar commiato dalle poche persone a cui s'era avvicinato, con cui, o per cui, s'era adoperato, così felicemente come tutti sanno, nella sua breve dimora in Genova.
Si potrebbe dunque chiamare un pranzo di addio, uno di que' pranzi che noi daremo di certo ai nostri benevoli, quando saremo trenta o quaranta volta milionarii come il duca di Feira, o in quel torno, e potremo cantare il __nunc dimittis__ all'ingrata arte del novelliere. Non potendo finora offrirlo del nostro alla cortese brigata, neppure la faremo assistere a quello del duca. Solo diremo che fu splendido, e che gli onori di casa eran fatti da una bellissima sposa, con quella grazia eletta, con quella squisitezza di modi, che in lei potevano dirsi natura.
Maria Salvani era bella, e tanto più bella appariva in quanto che aveva patito, e i patimenti avevano conferito più soavità alle sue fattezze, più efficacia allo sguardo. Maria non era più la giovinetta paurosa ed ignara; in lei si mostrava la donna educata alla severa scuola del dolore; la donna colla sua bellezza riposata ed altera, co' suoi grandi occhi sereni ad un tempo e pensosi, specchio fedele alla maturità del pensiero. Non dissimilmente il mare, dov'è più profondo e più vigilato da rupi scoscese, apparisce, sotto i raggi di un bel sole d'estate, più azzurro insieme e più limpido.
Gli affanni della gentil creatura, erano cessati; Lorenzo era salvo; Lorenzo l'amava; Lorenzo era suo; che più? Sua madre s'era intenerita, era ridiventata sua madre. Ed ella era felice, tutta compresa della gioia profonda e tranquilla di chi è scampato da un alto pericolo e nel pensiero della insperata salvezza si conforta delle angosce durate.
La marchesa di Priamar, grave ma sfavillante anch'essa di tenera gioia, era presso di lei, in apparenza di protettrice e di amica; perchè Maria, felice d'aver ricuperata la madre, non avrebbe voluto per cosa alcuna al mondo far vergognare, arrossire la donna. Il segreto era noto a Lorenzo come al duca di Feira, e bastava; lo avevano trapelato Aloise, l'Assereto e il Giuliani: ma essi, da quei compìti cavalieri che erano, fingevano di non saper nulla; il Pietrasanta e il dottor Mattei lo ignoravano affatto.
Così, senza volerlo, abbiamo passati in rassegna i commensali del duca. Era, come si vede, un'assai ristretta brigata. Le più ristrette, ogni persona di garbo può farne testimonianza, sono anche le più liete. Eppure, quello non era stato un gaio banchetto; il pensiero della vicina partenza di Aloise e del duca di Feira, non era tale per verità da sciogliere in serena allegrezza l'amichevole confidenza dell'ora.
Il nostro Aloise, pallido anzi che no e smunto a guisa di chi esca di malattia, era composto dei modi, affabile nei discorsi, quale i lettori l'hanno veduto nella cavalcata di Pegli; ma bene era agevole ad un conoscitore d'affetti lo scorgere che un'arcana cura gli siedeva nell'animo. Più avvezzo a padroneggiarsi, il duca di Feira, se non si mostrava ilare (che tale non era mai stato in sua vita) appariva disinvolto, bello di quella schietta cortesia signorile, che sa, dissimulando lo sforzo, sacrificare agli ospiti ogni interna afflizione, ogni più grave molestia. Più giovine, e meno esercitato all'affanno, Aloise si lasciava a volte andar giù dello spirito; ma bastava che il suo sguardo incontrasse quello del duca, perchè egli si rimettesse tosto; e allora a sentirlo! Ma la sua loquacità irrequieta, il suo riso stentato, non persuadevano il vecchio gentiluomo, nè Lorenzo Salvani, nè Enrico Pietrasanta, che meglio l'avevano in pratica.
Più lieto a gran pezza era il tinello, mezz'ora dopo levate le mense padronali. Colà, non pure allegria, c'era baldoria a dirittura. La gente del duca aveva convitato anch'essa due sposi novelli, non già novellini, intendiamoci; che erano, s'indovina, il nostro Michele Garaventa, e quella badalona della signora Marianna.
Michele, a dir vero, non era più un servitore. Il legionario di Montevideo, il veterano di Roma, viveva, come suol dirsi, d'entrata. Un certo poderetto, che i nostri lettori conoscono, là nei pressi della Montalda, a un trar di schioppo dall'alture della Bricca, era stato assegnato in dote dal Feira alla governante del padre Bonaventura. Quella aveva ad essere la capanna di Filemone e di Bauci; da quei vigneti a solatìo, da quei seminati, da quei castagneti, avevano i due felici da cavare il vivere senza molta fatica, poichè c'era luogo per due famiglie di coloni. Michele, come tutti gli omini trabalzati a lungo qua e là dalle vicende della vita, aveva sempre vagheggiato nei suoi sogni un èremo come quello, ornato di buon letto, di buona tavola e di buona cantina. Iddio misericordioso aveva finalmente esaudito i suoi voti.
I signori erano già da un pezzo raccolti a conversare sotto un elegante loggiato, e i nostri più umili commensali erano ancora e accennavano di voler stare a lungo sul gotto. Michele, che non aveva più segreti da custodire, aveva fatta e suggellata la pace coll'inimico, e ben lo dimostravano i suoi occhi lustri, e il suo naso fiammeggiante più del consueto. A fargli perder le staffe aveva anche contribuito non poco una calda discussione con Sindi. Figuratevi; Michele voleva fare il saputo, parlare de' suoi viaggi, delle sue guerre, delle costumanze dei __gauchos__, della selvaggia bellezza delle __Pampas__; e Sindi, un Indiano di Bènares, conosceva più America di lui, di lui Michele Garaventa, di lui legionario di Montevideo, avanzo di Rio Grande e della __tapèra__ di Don Venanzio!
Come se ciò non bastasse. Sindi voleva far l'uomo anche in materia di lingua, e riprenderlo, lui Michele Garaventa, quando diceva che le Cordigliere delle Ande erano state testimoni di grandi __catechismi__, e che da Montevideo a Buenos Aires correvano di molte miglia __quadrate__. Scontento dell'America, e udito che il suo contradittore non era mai stato a Roma, Michele si pigliò una satolla dell'eterna città, che egli conosceva a menadito; parlò a suo bell'agio del Foro antico, che doveva al certo essere stato turato, poichè non si vedeva più; di San Giovanni __Luterano__, delle __Ecatombe__, dove si radunavano i primi Cristiani, e del __Circolo__, a cui s'era tolto il nome, poichè in parte era diroccato, e il popolo usava in quella vece chiamarlo __Colosseo__, forse perchè molti, nei tempi andati, ci s'erano fiaccato l'osso del collo.
Così preso l'aire, il buon Michele veniva ciaramellando allegramente da un pezzo, tra le risate dei commensali, allorquando uno di essi, che già da un'ora era tornato alle cure del suo uffizio, venne a dirgli che la sua presenza era desiderata da Sua Eccellenza il duca di Feira. Lui nel salotto? Lui dal duca e dai suoi nobilissimi ospiti? La cosa gli parve strana, inaudita, impossibile, e fu mestieri che il collega gliela ripetesse coll'aria più grave del mondo, perchè egli non l'avesse in conto d'una celia.
Ecco ora il come e il perchè di quella chiamata, che faceva tanto senso a Michele. Erano già suonate le nove di sera, e la marchesa Lilla accennava di volersi ridurre a casa per le dieci. Però il duca di Feira invitò cortesemente i suoi ospiti a passare dal loggiato nel salotto, ove li attendevano i rinfreschi d'uso. E colà il nostro Giuliani, che aveva il suo Foscolo in mente, volle propinare al buon viaggio del duca e di Aloise, invocando loro propizi i genii del ritorno. In quel suo brindisi l'allegro giovinotto aveva anche destramente accennato come tutti i convenuti fossero stretti da un vincolo che egli chiamò di parentela morale.—Qual Nume, diceva il Giuliani, qual Nume ci raccostò, ci trasse l'un verso l'altro, perchè avessimo a darci la mano? Qual ragione, per dirla più umanamente, condusse noi, venuti da tante parti diverse, tolti da così diversi ordini di cose e di pensieri, a far manipolo, a chiamarci col santo nome d'amici? La ragion della guerra. Il posto del soldato è là dove romba il cannone. Noi tutti abbiamo udito l'appello, siamo accorsi, e __viribus unitis, agmine facto__, anzi __testudine densa__, ci siamo precipitati all'assalto. Abbiamo combattuta, non fo per dire, un'aspra battaglia, contro un nemico ben munito e coperto. È lecito vantarsi un tantino, la sera della vittoria. Perchè tale è stata la nostra, la Dio mercè, mercè l'assistenza delle donne e mercè il gran capitano, il duca di Feira, che oggi si accomiata da noi, portandoci via uno dei più strenui, de' più cari ufficiali dello stato maggiore. __Ho detto, ho detto, e adesso prendo fiato.__—
S'intende che per prender fiato il Giuliani vuotava il suo calice. L'oratore ebbe il plauso universale; i cavalieri lo acclamarono principe dell'eloquenza; le dame lo salutarono coi loro più amabili sorrisi.
—Grazie, signor Giuliani,—disse di rimando il duca, a cui s'erano rivolti gli occhi di tutti;—ma consentite che io propini in quella vece a voi, alla vostra ricchezza di partiti, alla efficacia dei vostri spedienti. Non siete voi che, insieme coi vostri amici, coi Templarii, come usate chiamarli, avete ordinato ogni cosa? Io ero giunto tardi per ingaggiare il combattimento; voi eravate già in campo, e a tutto avevate provveduto. Io non ho fatto altro che seguire il filo de' vostri disegni, mettendo a' vostri servigi la mia vecchia esperienza.
—Ed altro ancora, signor duca, ed altro ancora!
—Sia pure, ma mi è grato di poter mettere in chiaro che senza di voi non avrei fatto nulla, e non potremmo oggi trovarci raccolti in questa sala, stretti, come avete detto voi così veramente, da un vincolo di parentela morale.
—A questi patti, signor duca, noi dovremmo in quella vece fare un brindisi al servo di casa Salvani. È il buon Michele che s'è messo a sbaraglio per noi, che è penetrato sotto mentite spoglie nella piazza nemica, ha inchiodati i cannoni che traevano a scaglia su noi, e finalmente ci ha schiuse le porte. Modesto al pari dei veri eroi, egli ha compiuta senza sussiego la più grave bisogna. Chi ha fatto entrare una parola di conforto in monastero? Chi ha origliato i disegni dei tristi, dando per tal guisa il bandolo a voi, e il modo di sgominarli? Chi finalmente ha posto le mani… Ma che dirò io di più?—soggiunse, con bella e soprattutto accorta reticenza, il Giuliani.—Questi è Michele Garaventa, un povero servitore, che, fatta un'impresa degna d'Ulisse, o d'altro eroe dell'antichità, se n'è tornato modestamente nell'ombra, senza chiedere ricompensa delle sue prodezze, riportandone anzi una punizione. Perdonate, bella signora,—diss'egli, volgendosi a Maria Salvani,—io parlo sempre da scapolo impenitente.
—Ottimo Michele!—soggiunse Maria, poi che ebbe con un sorriso mostrato al Giuliani che intendeva l'allusione a quel castigo di Dio della signora Marianna.—Egli è stato, non già un servo, un fratello per noi.
—Queste parole egli deve udirle,—notò il duca di Feira,—e saranno la più bella ricompensa delle opere sue. Se voi lo permettete, gentili signore, lo faremo chiamare. Questo è fuori delle consuetudini, in verità; ma non ne siamo stati fuori un po' tutti, in questa guerra mal nata? Ed egli, poi, il valentuomo, per amore de' suoi padroni, non n'era uscito prima di noi, dalle sue? non s'era levato a tale altezza di sacrifizi, che non si può richieder da tutti?—
In questa guisa era stato chiamato Michele Garaventa al cospetto della gentile brigata. Il poveretto era confuso, fuori di sè; quando si vide in mezzo a quei signori, sentì mancarsi qualcosa di sotto, che ben non sapeva se fosse la terra, o le gambe. Accettò, senza profferire parola, il bicchiere che gli porgeva Maria, e bevve mutamente, istintivamente, come uomo che non avesse mai fatto altro in sua vita. Del resto, come a tutti è noto, egli sapeva farlo per bene. Ma allorquando egli udì che si beveva alla sua salute, che quella gran dama della Priamar aveva cortesemente alzato il bicchiere ad onor suo, che Sua Eccellenza si degnava di toccare con lui, che sguardi e parole amorevoli lo sfrombolavano d'ogni parte, fu un altro paio di maniche. Bisognava parlare, egli lo vedeva. Parlare! Ma che cosa avrebbe egli—detto? Le gambe gli facevano giacomo giacomo; gli zufolavano le orecchie; la lingua gli s'impacciava nella chiostra dei denti. Basta; Michele non era stato soldato per nulla; s'appigliò ad uno stratagemma di guerra; pensò che quando il generale Garibaldi passava dinanzi alle file, egli, Michele, soleva guardarlo in faccia, e interrogato rispondergli; che di fronte al nemico egli non aveva tremato mai, nè chiuso gli occhi davanti ad un pericolo. Dopo tutto, non mi mangeranno mica! diss'egli. E fatta questa filosofica considerazione, si sentì tornare il sangue nelle vene; guardò tutti in giro i convitati, e ripulitasi graziosamente la bocca col dosso della mano, uscì in questo discorso:
—Le Signorie Loro mi compatiranno. Io non ho pratica di galateo. La signorina…. cioè no, dico male, la signora Maria può far testimonianza che io sono sempre stato meglio all'accampamento…. Ma che diavolo dico? Ella non c'era mica a vedermi! Insomma, volevo dire che ella mi conosce sa che io sono uno zotico, un ignorantaccio….
—Siete un ottimo cuore, Michele!—interruppe sorridendo Maria
Salvani.
—Ah, non dico di no; ma la testa val poco. Già la testa, con licenza delle Signorie Loro, è sempre il peggio della bestia. In fondo, sono un buon diavolo; amo il figlio del mio povero colonnello, e venero la signorina Maria. Che diamine? La lingua non vuol mai piegarsi a dire signora. Ma che vogliono? l'ho veduta così piccina! Si figurino che la si metteva ritta sui miei piedi; ed io, tenendola per le mani, le servivo d'altalena. E ciò le faceva piacere, e ne faceva anche a me, malgrado i miei dolori __aromatici__, che ho buscati laggiù nell'America, e che non m'hanno ancora voluto lasciare. Ma ora, se piace a Dio, andrò in Acqui, a far la cura dei fanghi. I miei padroni non hanno più bisogno di me; sono contenti…. E anch'io, perbacco, sono contento come una vecchia granata messa a riposo, che ci ha il gusto di veder pulita la casa e di starsene a dormire in un angolo Ma chi me l'avesse mai detto, che tutti questi malanni sarebbero finiti così presto e così bene!… No, per tutti i diavoli, non l'avrei mai creduto. Il mondo è pieno di stranezze oggi in un mar di guai, domani all'__adige__ della contentezza Ecco lì…. Mi scusino della libertà! parlo come vien viene, alla dozzinale, da vecchio soldato che non sa d'arte __aratoria__. Io vedo starsene lì come pane e cacio due bravi signori che otto mesi fa li ho visti barattar stoccate da mettere i brividi. Il signor Assereto e il signor Pietrasanta ne sanno la parte loro, essi che erano della festa. Ci ha fatto caldo a San Nazaro, quel giorno, sebbene non ci fosse il sole! Ma finita la zuffa, tutti amici meglio di prima!
—Le mani dei galantuomini,—disse il Giuliani,—son fatte per stringersi, non già per farsi la guerra.
—Ben detto!—seguitò Michele.—E io, con licenza delle Signorie Loro, bevo alla salute di tutti i veri amici.
—Cominciando da Oreste e Pilade;—entrò a dire il Mattei.
—No, quelli là!—fu pronto Michele a rispondere.—Piuttosto, vede
Ella? berrei alla salute di Erode e Pilato.
—Perchè?
—Perchè quei due nomi, Oreste e…. l'altro, mi fanno ricordare d'una cattiva notte, che io mi son lasciato cavare i calcetti da un certo mascalzone, e poi n'è venuto un subbisso di malanni. Ho presa la mia rivincita, sta bene; per altro, non mi bastava ancora, e se quel tristo mi capitava sotto le unghie!… Ma la giustizia di Dio ci ha avuto più buone gambe di me. Il furfante è in gattabuia, e se non me lo schiaffano in galera, certo me lo spediscono, franco di porto, a rifare un po' meglio i suoi studi ad Oneglia.
—Parlate del Garasso?—chiese Lorenzo.
—Di lui per l'appunto. Lo cercavo da un pezzo, per cavarmi una certa voglia dalle dita; ma sì, piglialo! Il mio uomo doveva fiutarmi da lontano. Per sua disgrazia, mentre sfuggiva da me, inciampò nei birri, che avevano un altro conticino da aggiustare con lui. Si figurino che costui teneva il sacco ai ladri; i suoi compari, caduti nelle mani della giustizia, hanno cantato, e l'amico ciliegia ha dovuto andarli a raggiungere. Vedano un po' con che razza di gente io m'ero imbarcato! Sono un asino, sì, un asino, sì, un asino calzato e vestito; e quando penso a tanti guasti cagionati dalla mia balordaggine….
—Eh via, Michele, non vi buttate a' cani in questo modo!—interruppe il Giuliani.—Io vi ho veduto alla prova, rimediare strenuamente al mal fatto, e mi vien voglia di paragonarvi alla lancia d'Achille.
—Che, mi burla? Una lancia, io? Sdruscita, sì, forse; ma se il personaggio ch'Ella dice ne aveva una simile, giuro che non s'è mosso da riva.—-
Questo era un bisticcio, e fu salutato da una risata universale. Ma il buon Michele non l'aveva fatto a posta, chè non era forte di studi, e ci aveva per giunta l'inimico in corpo, che, come i lettori già sanno, gliele faceva dire più grosse del solito.
Poco stante, il nostro Michele ebbe licenza di tornarsene ai dolci vincoli dell'Imeneo. Anche il Pietrasanta, l'Assereto, il Giuliani e il Mattei, allegro quartetto di scapoli, pigliarono il largo, dopo aver promesso ad Aloise che sarebbero andati il giorno seguente ad accompagnarlo allo scalo della ferrovia. A sua volta, la marchesa di Priamar, stretti al seno quei due, che ella poteva, innanzi al duca e ad Aloise, chiamar liberamente suoi figli, uscì da quella casa in cui aveva passato il primo giorno veramente lieto della sua vita. Il duca di Feira, da quel compito cavaliere che era, volle accompagnarla fino al suo palazzo; della qual cortesia non è a dire com'ella gli fosse grata. La povera madre sentiva il bisogno di essere sola con lui, per ringraziarlo, per aprire il suo cuore a quell'angiolo salvatore di sua figlia e di lei, a quell'autore di tutte le sue contentezze.
—Ella è felice. Povera madre! Era tempo;—andava egli dicendo tra sè, nel ricondursi a casa.—Felici tutti, per me. Ed io?…—
Il pensiero del mesto gentiluomo corse alla Montalda, presso quella tomba solitaria in cui riposava la salma della donna adorata.
—Salvar tuo figlio, Eugenia, e poi ricongiungermi a te nella morte; questa sarà la ricompensa di Cosimo.—
Intanto Aloise, rimasto solo con Lorenzo e Maria nel salotto del duca, s'era lasciato cadere sfinito su d'una scranna.
—Ah, finalmente!—esclamò egli.—Non ne potevo
più.
—Voi siete triste, Aloise?—gli disse Lorenzo, avvicinandosi a lui, e posandogli una mano sulla spalla.
—Perdonate, amici, fratelli miei, perdonate!—rispose il marchese di Montalto, congiungendo la mano di Lorenzo e quella di Maria nelle sue.—Io sono felice, come si può essere, quando si è stati testimoni della gioia d'una madre che vi ama, e che nel contemplarvi, si lasciava sfuggire con nobile audacia il suo segreto dagli occhi; quando infine s'è stretta la destra ad amici schietti e operosi come coloro che ci hanno lasciato poc'anzi. No, la virtù non è un nome vano; no, tutto non è abbiettezza, codardia, bruttura nel mondo. Ma perchè non sono io lieto? Perchè in mezzo a tutta questa gioia io mi sento morire? Da due mesi, vedete, da due mesi io vivo come uno smemorato. Ho come un vuoto qui dentro, e non ardisco addentrarmi nella mia coscienza, considerare questa grande rovina di tutte le mie speranze, di tutti i miei sogni, di tutto ciò che mi faceva cara la vita.