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I rossi e i neri, vol. 2 cover

I rossi e i neri, vol. 2

Chapter 39: XXXV.
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La seconda parte si concentra sulla notte del 29 giugno e sulle conseguenze morali e pratiche di una rivolta: Lorenzo Salvani, combattuto fra il proposito di cercare la morte nell'insurrezione e l'improvviso amore per Maria, affronta il contrasto fra cuore e ragione. L'influsso pessimista dell'amico Giorgio Assereto acuisce i dubbi e la paura della congiura, mentre Lorenzo si appresta al posto di combattimento in un vicolo del sestiere di Prè. La narrazione esplora fatalismo, lealtà, l'efficacia degli attentati politici e il prezzo personale della scelta tra onore e desiderio.

—Voi amate, Aloise….—disse Maria con accento compassionevole.

—Sì, e senza speranza. Non è il segreto di alcuno; è il mio segreto; posso adunque trarlo fuori dal profondo, e flagellarmene il petto. Sì, amo fieramente, e fieramente odio…. me stesso. Sì, vorrei strapparmi il cuore, questo cuore malnato, che accoglie confidente un affetto, e lo serba a mio malgrado, e lo difende contro la mia stessa ragione; questo vil traditore che mi dà in balìa d'un beffardo nemico, e dopo avermi offuscato l'intelletto, scemata ogni virtù di propositi, congiura a togliermi perfino la dignità del soffrire. Ah Lorenzo, amico, fratello mio! Se non avessimo di tali spine qui dentro, come saremmo noi forti! Quale avversa possanza resisterebbe alla tenace operosità dell'uomo, tutta rivolta ad un fine? Noi giovani, noi animosi, noi senza macchia e senza paura, potremmo dar opera a grandi cose, far manipolo contro il male che invade d'ogni banda, portar la spada e la fiaccola, combattere e illuminare, essere esempio ai buoni e flagello ai malvagi, ordinare l'aristocrazia dell'ingegno e della onestà, la sola vera, la sola efficace, non già a salvare un vecchio edifizio che minaccia d'ogni parte rovina, sibbene a rinnovare la faccia del mondo infiacchito nel tiepido amore del bello, del vero e del buono, fatto teatro ai contrasti ridicoli di vizi piccini e di piccine virtù. Ma no; forti e non ignari della nostra forza, rinunziamo alle nobili voluttà che ella può darci; abbiamo qui dentro il tarlo roditore delle nostre passioni; disperdiamo in vani scintillamenti una luce preziosa; consapevoli dissennati, sprechiamo tutta la possanza nostra a' piedi d'un idolo di creta.—

Così parlava esacerbato Aloise. Lorenzo volse lo sguardo a Maria, che avvicinatasi chetamente già era per reclinare la bruna testa sull'omero dell'amato, ma si trattenne, e parve dirgli col gesto: rispettiamo il suo dolore.

Aloise, o si avvedesse del gesto, o indovinasse il pensiero, levò la fronte verso i due pietosi, e soggiunse:

—Voi, Lorenzo vi siete imbattuto in un angelo. Io, in quella vece, ho fallita la strada, e debbo portarne la pena. Che volete, fratelli miei? Nessuno può sottrarsi al suo fato.—

XXXV.

Dal campo dell'Iliade alla patria di Omero.

Ha ragione il signor di Montalto con la sua triste sentenza? Sì, e no; è questione d'intenderci. Che cosa è il fato? Se davvero una forza prepotente, fuori e sopra di noi, conseguenza logica di atti sconsiderati, frutto amaro d'incaute passioni, potremmo dire di no; perchè agli atti nostri c'è qualche volta rimedio, e alle nostre passioni può sempre comandare lo spirito. Ma, d'altra parte, come fare a sceverar noi medesimi dalle cose, che premono d'ogni lato, confondendosi troppo spesso con noi? Come esser padroni di mutar l'indirizzo del vivere, quando il verso è preso, ed altre forze, soverchiando la volontà, ci travolgono? L'istesso Cosimo Donati, il nobilissimo duca di Feira, che ebbe la rara virtù di sopravvivere al suo dolore, facendosi della propria sventura una religione, una norma di vita, poteva dirsi libero in tutto dagli eventi? Diciamo dunque, temperando l'orgoglio della nostra filosofia, che in un certo punto, i casi nostri prendono un corso violento, su cui non ha più potere la nostra ragione; e il fato riacquista allora quei diritti, che il nostro libero arbitrio non ha fatto in tempo a contendergli.

Contro il fato di Aloise combatteva ad ogni modo il duca di Feira. A quanti atti, che parevano irrevocabili, non aveva gli rimediato? Ed anche al resto si sarebbe provveduto, che era certamente il meno, come quello che dipendeva soltanto da uno sforzo di volontà. Partire, a buon conto; levarsi di lì; condurre Aloise per tutte le vicende, per tutte le distrazioni forzate di un lungo viaggio! In quel muoversi irrequieto, variando sensazioni, soggiacendo a nuove necessità, portate lì per lì dalla diversità dei luoghi e dei costumi, non aveva egli, il povero Cosimo, ingannata la sua pena, trovate le ragioni del vivere? Perchè non le avrebbe trovate il suo Aloise, che finalmente non doveva serbarsi fedele a nessuna immagine celeste, a nessun sacro ricordo? Così fu impreso il viaggio, così fu continuato; capricciosamente, in apparenza, ma con accorta progressione di varietà, per tutte le capitali d'Europa, non isfuggendo neppur quelle dove Aloise era già stato, e dove anche aveva sofferto.

Muovere incontro ai dolorosi ricordi, col proposito di lasciarsi soverchiare da essi, è atto di poca prudenza, certamente; passarci accanto, irritandoli un poco, quasi mostrando di non temerli, è buona arte di guerra, specie di ricognizione offensiva in cui si provano le nostre forze, e si addestrano a più grosse giornate. Erano perciò andati a Parigi, ma proseguendo assai presto per Madrid, per Lisbona, per Londra; erano stati a Brusselle, a Monaco, a Vienna, a Berlino, ma spingendosi tosto a Stoccolma, a Pietroburgo, a Mosca. La Grecia, divina nelle sue memorie, vero balsamo a tutti i mali dell'anima, aveva poi la miglior parte del tempo loro. Così meglio disposti, erano passati da Atene per Costantinopoli; sempre in moto i corpi, sempre in agitazione gli spiriti, qualche vantaggio doveva pure venire.

Già più e più volte in Grecia il duca di Feira aveva veduto Aloise infiammarsi; triste a Misitra, ma per la scomparsa delle istesse rovine di Sparta; accigliato in Maratona e al passo delle Termopili, ma per la troppo lunga carestia di Milziadi e di Leonida ai tempi moderni; accigliato ancora e triste in Atene, ma più spesso esaltato per ciò che rimaneva dell'antica grandezza, dell'antica bellezza, dell'antica idealità degli Elleni.—Chi può pensare,—aveva egli detto un giorno,—chi può pensare ai propri dolori, salendo all'Acropoli? Quanta storia, quant'arte, e quanto pensiero, tra l'Erettèo e il Partenone! E il mondo ne vive ancora!—

Da Costantinopoli, ultimo lembo d'Europa, il salto alla costa d'Asia era naturale, come a dire indicato. Aloise gradì molto l'occasione di visitare la Troade. Laggiù, da occidente e da settentrione, s'era mostrato sollecito di vedere molte cose, pensando di far cosa grata al duca di Feira; ma in quelle terre orientali diventava particolarmente sollecito, singolarmente curioso per sè. Da un libraio della via di Ermete, in Atene, aveva comprati parecchi volumi, e tra questi l'Iliade; poteva dunque viaggiare la Troade con Omero alla mano.—Questo è un Baedeker!—diceva egli sorridendo al duca di Feira.—È certamente il primo della serie!—

La celia e il sorriso dicevano molto al suo Mèntore, che si lodava in cuor suo di aver condotto in quella forma il viaggio.

A quel tempo il signor Enrico Schliemann, gran milionario e gran pellegrino d'amore per la storia e per l'arte, non era anche disceso laggiù con la sua bella fede e con le sue buone squadre di manovali, per ritrovare e disseppellire i sacri avanzi di Troia. Intorno alla situazione dell'antichissimo Ilio, «raso due volte, e due risorto», si era tuttavia fra i dubbi, le incertezze e le tenebre, aggravate sempre più dalle dispute degli eruditi tedeschi. Hissarlic, o Burnabachi? Aloise si dichiarò volentieri per l'eminenza meno distante dal mare. I campi delle quotidiane battaglie tra Greci e Troiani erano lì, ragionevole distesa di terreno, su cui dall'alto delle mura potesse spaziare lo sguardo trepidante di Priamo; erano lì i sacri fiumi, Simoenta e Scamandro, anche ammettendo che essi, da quegli irrequieti vagabondi che sono sempre stati i fiumi, avessero cangiato più volte di letto.

Al nostro giovine amico, che con tanta divozione classica percorreva quei luoghi, facendo sostare ad ogni tratto la scorta, parve di riconoscere un po' sopra a certe fontane il luogo delle porte Scee, donde Ettore aveva preso dalla sua Andromaca e dal figliuoletto Astianatte i patetici congedi cantati divinamente da Omero; e lì presso, il luogo del muro alto, dalla cui sommità la bellissima Elena aveva additati al suo buon suocero provvisorio i più famosi e i più temibili condottieri di Grecia. Elena, la cagione dell'eccidio d'un regno! Elena, la grande bellezza fatale! Che fascino era in lei? Aloise non si fermò neanche a pensare se ella avesse gli occhi verdi, o turchini; che tanta serenità di spirito non si poteva pretendere ancora da lui. Ma intanto egli filosofò la parte sua sulle rovine cagionate da Elena, e sui pericoli che una soverchia bellezza può far correre agli uomini, povera materia infiammabile, come la stipa e il capecchio.

Filosofava, adunque. Ora, quando l'uomo può filosofare, è segno che può ragionare. Quando può ragionare, è segno che ha la testa sgombra e libero il cuore. Così pensava il duca di Feira, ascoltando il suo compagno di viaggio. Egli aveva già potuto osservare come il suo Aloise si ritrovasse più franco e più ilare in quelle terre orientali, che non laggiù, da occidente e da settentrione, in quelle sontuose capitali europee. Non ferrovia, non cavalli di posta, non alberghi, non comodità della vita; strade malagevoli, sentieri da capre, rompicolli, guadi da raccomandarcisi l'anima, rovine, desolazioni; che importa? Tra quelle desolazioni non si è solamente lontani nello spazio; si è lontani ancora nel tempo. Anche laggiù nella Troade era già una distanza enorme da Genova, e da Quinto, il ritrovarsi a tu per tu con Elena Argiva.

—Se fosse qui il Giuliani!—aveva esclamato Aloise.—Quanto latino metterebbe fuori, vedendo il tumulo di Achille, __et solum quo Troia fuit__. Hai notato, babbo,—(da qualche tempo Aloise dava del tu al duca di Feira, chiamandolo ancora col dolce nome di padre)—hai notato come il dottor Giuliani parli spesso e volentieri in latino? Può forse annoiare tanti altri, non me. Mi pare, sentendolo infiorare i suoi discorsi di tante citazioni, buttate anche là con un tono di celia, che le cose della vita moderna, della vita comune, prendano colore e sapore d'antico, quasi di eroico, e insieme di universale. Quel po' di celia che v'aggiunge, come un pizzico di sale, tempera tutto; e di ciò che potrebbe parere un difetto a qualcuno, te ne fa una qualità; che so io? una cosa gradevole. Io gli invidio quest'arte. Perchè, infine, ci è data la parola? Per dire soltanto delle volgarità e delle sciocchezze, lasciando che un po' di dottrina si spenda soltanto nelle conversazioni noiose dei pedanti? Ah, vorrei qui il Giuliani; e che ci parlasse di Elena! Ne sentiremmo di belle!

—M'immagino che la difenderebbe;—disse il duca di Feira.—È tanto cavaliere quanto è originale.

—Eh, credo bene che avremmo un panegirico;—ripigliò Aloise, fermandosi volentieri su quel tema.—Una buona ragione per farlo, la troverebbe di certo. La cagione di tanti guai non fa più nessun male ad anima viva, mentre l'immagine sua può ancora alimentare molte fantasie di poeti e di artisti. Le morte bellezze non fan più soffrire nessuno; possono consolare, artisticamente evocate, in un poema, in una statua, in un quadro. Che follìa, del resto, il soffrire per quelle nobili matte! Non val meglio ammirarle, per ciò che in esse è stato, ed è tuttavia, di veramente divino? Per restar tra le antiche, Frine era un mostro di corruttela, senza dubbio; il suo nome istesso, che era poi un soprannome, datole quasi per marchio d'infamia dai suoi contemporanei, lo dice. Frine, rospo! Ma che importa ciò? Frine è un miracolo di bellezza; e Prassitele copia appuntino quella perfezione di forme; e quei di Gnido la mettono sull'altare, per rappresentarvi Afrodite. La bellezza, quando è sovrana, va trattata così; adorata, come usarono i Greci, ma facendone un marmo. Sapienti, i Greci; e noi sciocchi, non ti pare?—

Il duca di Feira assentiva, sorridendo.

—Ed anche cattivi;—soggiunse Aloise,—perchè troppo spesso consideriamo le belle col criterio della nostra passione, del nostro egoismo, che è così spesso un insulto alla legge morale.

—Ah, qui ti sento anche più volentieri;—disse il duca, esultante.

—Ma sì;—proseguiva infervorato Aloise.—Vediamo una stupenda creatura, per caso; il nostro cuore s'infiamma; la nostra ragione, che dovrebbe trattenerci, non protesta, acconsente, si associa, come si farebbe in parlamento, per disciplina di partito. La donna per cui ci siamo infiammati, vedendola a caso, ha da corrispondere ai nostri ardori, sotto pena di esser dichiarata senza cuore e senz'anima. Ma se non è libera? Se ha data già la sua fede ad un altro? Oh, non dubitare; ho meditato anche su ciò, e lungamente, correndo il mondo con te. Ma come va che nell'ardore delle nostre passioni, quando sono ancora sul nascere e permettono di ragionare, non pensiamo noi a queste cose? Ci ha guastati, io credo, il veder tante e tante graziose creature, che il nostro costume ha ridotte così male, condannandole a non veder altro nel matrimonio, fuorchè il principio della loro libertà, e il passaporto della loro galanteria. Ma infine, anche sotto certe apparenze che gli usi della conversazione hanno giustificate, le graziose creature non sono tutte così sciolte d'ogni vincolo e d'ogni legge. Ci sono poi gli alti caratteri, che vanno rispettati; in ognuna quel carattere ci può essere, e noi non essercene in tempo avveduti; e se una di queste ci mette sdegnosamente fuori dell'uscio, o, con più grazia, fuor di speranze, fa bene.—

Il duca era fuori di sè dalla gioia.

—Ma bravo, il mio Aloise!—gridò, accostandosi a lui e con atto amorevole battendogli della palma sul braccio.—Tu mi maravigli, quest'oggi. Ci voleva proprio il ricordo di Elena Argiva, per farti render giustizia…. ad Andromaca!

—Oh, le donne antiche non c'entrano affatto,—rispose il giovane, crollando la testa, e quasi porgendola alle carezze della mano patema.—Non sento queste cose da oggi, sotto le porte Scee. Il corso delle mie meditazioni è più antico, ed è opera tua. Prima di tutto, non mi hai tu fatto leggere quel brutto libro, lassù, alla Montalda, dove lo avevi portato per me? Amaro libro;—soggiunse Aloise, rabbrividendo un pochino;—amaro come quello che fu dato dall'angelo per cibo al veggente dell'Apocalisse, ma che lasciò succhi vitali nell'anima mia. Tra molte parole un po' dure pel mio amor proprio, ce n'erano alcune, in una lettera di donna, che mi son parse giuste, e che mi stanno sempre davanti agli occhi: «Avrei dovuto io dimenticare me stessa, e ciò che debbo al mio buon nome?» Aveva ragione, la bella orgogliosa; e su questo punto poteva dire assai più, che sarebbe stato per mio bene, e fino da quella triste sera della Montalda m'avrebbe guarito, facendomi vergognare della mia tracotanza colpevole. Se me ne sono vergognato poi, se oggi mi sento guarito, non ti maravigliare, te ne prego. In tua compagnia son diventato un altr'uomo. Il tuo esempio era buono. Hai amato, e più fortemente di me. Non ti era possibile non amare, dov'erano bellezza e virtù. Anche per questo hai amato più nobilmente; e dei tuoi dolori puoi darti gloria. Non io, pur troppo, dei miei!

—Se ti sei vinto, puoi darti gloria di questo;—disse il duca di
Feira.—Saper vincere sè stesso è il sommo della forza morale.

—Ma io non potrò farmene un merito!—esclamò Aloise, sorridendo.—Non son io che ho vinto; sei tu che m'hai fatto riconoscere come io fossi un dappoco. Che stoltezza la mia! e di tanti miei pari! Crediamo le donne angeli, così alla rinfusa, senza far distinzione. Angeli! E come finalmente potrebbero esser tali, in mezzo a tanta moltitudine di sciocchi e di scioperati che le circondano?—

La burrasca girava, verso un altro quadrante. Tra sciocchi e scioperati c'era da scegliere; ed Aloise ne passò molti in rassegna, tutti della società elegante in cui era vissuto. Di questi uno ebbe più lunga sentenza; e fu per caso il Cigàla.

—M'hai detto che è una testa quadra e un cuor libero;—notò il duca di Feira;—una specie di filosofo in guanti.

—E in fondo, m'annoiano, i filosofi in guanti;—rispose Aloise.—Hanno il cuor libero, e sta bene; ma ancora amano far pompa della loro libertà, come le case vuote del loro «appigionasi». Non promettono niente, non s'impegnano a niente; sorridono e passano. A questi, poi, si fa volentieri la parte del leone. Ricordi la lettera, di cui parlavamo poc'anzi? Il Cigàla (vi si leggeva) il Cigàla è quello che vale un tantino più degli altri; cortese, senza aspettar nulla in ricambio; arguto, senza cattiveria; bei modi, umor sereno; ornamento in un salotto, non peso; si vuol far credere insensibile; ma bisognerebbe che ad una donna saltasse il ticchio di metterlo alla prova, e si vedrebbe.—

Il duca di Feira pensò che il suo Aloise possedeva una memoria di ferro. Anche leggendo rapidamente, il giovine aveva molto ritenuto del libro amaro. Amaro al palato, del resto; ma buono e nutritivo allo stomaco. Anche questo pensava il saggio duca; e l'animo suo, finalmente aperto a liete speranze, si compiaceva di stimolare, temperandoli all'uopo, i giudizi del suo figliuolo d'adozione.

—Capisco, sì;—concesse il duca;—la gioventù è capace di adattarsi a molte cose, ch'ella stessa non prevede e non pensa. Ma quel tuo Cigàla è sincero nel suo modo di sentire; leale, me lo dicevi soprattutto.

—E non mi voglio già disdire sul conto suo; leale per quel che fa la piazza;—soggiunse Aloise.—In fine, è il tanto che basta, e di cui possiamo contentarci nelle relazioni sociali. Io, del resto, lo avrai già notato, ho un debole per Enrico Pietrasanta; un cuor d'oro, quello, che non si cela, che non fa il tenebroso; un carattere aperto; e modesto, poi, tanto modesto da adattarsi alle seconde parti, senza lasciarti scorgere che potrebbe aspirare alle prime. Se non fosse per lui, che con tante amabili sue qualità mi offusca un tantino il giudizio, direi volentieri che il Cigàla è una perla. Ma adagio;—soggiunse Aloise, ridendo della propria liberalità;—teniamo qualche cosa in serbo per altri amici, che abbiamo veduti alla prova, e che meritano i primissimi onori. Come definiremmo il Giuliani, così caldo, ardito, sincero, e così ameno per giunta? Che cosa diremo poi di Lorenzo Salvani? Quello è un uomo! Gli si leggono negli occhi tutte le virtù, cardinali e teologali; non ti pare? Sarà felice, la mia bella cuginetta, con quel fior di cavaliere. Ah,—conchiuse il giovine, con un razzo finale di ammirazione e di affetto,—se dopo morti sotto un aspetto, dovessimo tornare in vita sotto un altro, ti giuro, padre mio, che vorrei rinascer Salvani!—

Era gaio, Aloise; e fu gaia la giornata della Troade, col pasto improvvisato dagli uomini della scorta, sotto le mura iliache, di cui non si vedeva più traccia, accanto alle fontane cantate da Omero, che sussurravano ancora. Distrutta è la città di Priamo;—potevano dire i due nobili viaggiatori;—disperse le sue reliquie, con le bellezze lusinghiere di Elena Argiva; tu sola vivi eterna, o natura.

Il più vecchio dei due poteva anche pensare dell'altro; e di quell'altro che pensava gli si dipingeva una gran contentezza sul volto. In quella giornata della Troade, fra le scarse reliquie di una città e di una vita estinta, nasceva un mondo di speranze per lui. Aloise risanato, Aloise riconciliato coll'esistenza; quale vittoria! E il pensiero di Cosimo volava lontano, fino alla Montalda, presso la tomba di Eugenia.

—È salvo! è salvo!—diceva a sè stesso il duca di Feira, lasciando quella medesima sera le rive dello Scamandro.—Ed ora, per compir l'opera, bisognerà avviarne lo spirito a qualche utile occupazione.—

Due giorni dopo quella gita archeologica, i due viaggiatori riprendevano il mare, costeggiando la punta settentrionale dell'Asia Minore, dallo stretto dei Dardanelli al golfo di Smirne. Andavano, dalla terra che Omero aveva celebrata col canto, alla terra dove era nato il divino cantore. C'era poi nato davvero? Lo asseriva Erodoto, antichissimo tra i biografi; ma altre sei città greche, continentali ed insulari, contendevano a Smirne quell'altissimo vanto. Un famoso distico latino, traduzione di un altro e non meno famoso distico greco, aveva raccolte a mazzo le sette rivali. Che peccato non ricordarlo! Se ci fosse stato il Giuliani, come l'avrebbe recitato a volo, e con quell'ardore che metteva in tutte le cose ch'egli facesse o dicesse! E ancora, che buon compagno di viaggio sarebbe egli stato, con tante cose da vedere, da ammirare, da commentare, e laggiù ed altrove, anzi, com'egli avrebbe certamente detto, nell'universo mondo! La terra, a buon conto,—notava Aloise,—è più vasta che non si pensi. Un giorno era tutto, quando vedevamo in essa il centro del creato; oggi le grandi scoperte e i grandi numeri dell'astronomia ce la riducono ad una miseria, da far sorridere di compassione. Niente di male, dopo tutto; essa può ridere con tanto gusto di noi!

A Smirne, città orientale e insieme tanto europea nell'aspetto come negli usi del vivere, era naturale il pensare a due mondi, l'uno sull'altro innestati, e lo intravvedere alla bella prima quanto il mondo occidentale avrebbe da fare nell'orientale; soprattutto da rifare, poichè il prodigio era già stato operato una volta. Il duca di Feira accarezzava queste idee di Aloise, che già davanti a Lemno, a Mitilene, ad Ipsara, a Scio, immaginando sempre d'essere in vista di Rodi, si era gittato con tutto l'ardore dei ricordi universitarii sulle famose leggi Rodie, esemplari di giurisprudenza commerciale e marittima ai Romani, conquistatori e civilizzatori del mondo. E dai commerci antichi era sceso con facile trapasso ai moderni, considerando quanto ci fosse da tentare, con nobile e fruttuosa audacia, per istrappar l'Oriente, il vicino e il lontano, dalla sua fatale inerzia, dalla sua supina ignoranza, per tirarlo nella vasta corrente della vita moderna.

—Ecco un bel programma, Aloise;—diceva il duca di Feira, cogliendo la palla al balzo, mentre sul terrazzino del primo albergo di Smirne il giovine Montalto dava gli ultimi tocchi al suo disegno di rinnovamento orientale;—ed è qui la tua vocazione. Vedendo così largo e così lontano, tu non vorrai già ridurti a vivere ancora la vita ristretta e disutile in cui ti ho ritrovato. Sei ricco per me, poichè mi accetti per padre, ed io non ho creatura al mondo ch'io debba amare e favorire, dopo di te. Ma non sarai un fannullone, non essendo mai stato un gaudente. Ti sorride l'idea di esser utile alla patria…. fuor della patria? Io, disgraziato, non ho potuto, con tanto desiderio che ne avevo nell'anima, e ad un'altra patria ho dovuto consacrare l'opera mia. Tu, fortunato, senti che la tua sarà grande; mi par d'intendere che l'ora del destino è imminente. Comunque sia, dove sei nato, dove si tiene alta la bandiera dei tre colori, ivi è l'Italia, presente e futura: servendo il piccolo Stato dove sei cittadino, servi già il grande, che verrà poi.

—Ho inteso, babbo: mi vuoi mettere in diplomazia.

—Per l'appunto; è l'unica condizione in cui ti sarà dato di colorire i disegni che da parecchi giorni mi esponi. Quello che si vuol fare, si faccia presto; è massima antica. Ritorneremo a Genova, per aggiustare le cose tue, e quelle dei nostri amici. La Montalda…. il santuario…. può rimanere in custodia ai Salvani. E subito manderemo ad effetto la tua felicissima idea; non è vero? Servire la patria…. fuor della patria, ti ho detto; ingrandire la sfera della sua legittima azione, dar luce ed aria, aprire quanto più sia possibile il mondo ai nostri commerci, alle nostre arti, al nostro pensiero, alla nostra lingua; ecco l'opera varia e mirabile a cui deve lavorare chi può, innamorandosi, vivaddio, di qualche cosa che ne franchi la spesa.

—Giusto!—disse Aloise.—Ma saran poi tutte rose?

—Eh, t'intendo;—rispose il duca, tentennando la testa.—La mia esperienza, tra tante imprese fortunate, ricorda ancora parecchie disillusioni. C'è qualche volta il tuo governo in mano a gente dappoco, che non t'intende e ti guasta il lavoro. Ma più spesso, trattandosi di un lavoro lontano, egli non prevede nulla che meriti l'intromissione di un guastamestieri, e ti lascia fare a tuo modo. Così, ciò che tu accortamente disponi in questa o in quella parte del mondo, è sempre utile preparazione ad atti che tu solo avevi veduto opportuni, e che tu solo hai lavorato a render possibili. Così, finalmente, si gettano i semi della grandezza futura d'un popolo.

—Giustissimo!—gridò il giovine Montalto, persuaso da quella argomentazione del duca di Feira.—Ed io vedrò volentieri di tentar qualche cosa in questo povero Oriente.

—Scegli bene il tuo campo;—riprese il duca.—Si era cominciato così, con Marco Polo; ma poi, povera gente, abbiamo smarrita la strada. Sei dunque risoluto?

—Sì, padre mio. Tanto, la vita oziosa non m'è andata mai. Mettiamoci di buon animo a servire la patria…. fuor della patria. Ma bada, con una restrizione.

—Quale?

—Siamo forse alla vigilia di grandi cose. L'hai detto anche tu. Si sente odor di polvere nell'aria. Se scoppiasse una guerra?…

—Ora?

—Non ora, che entriamo nell'inverno; ma nella prossima primavera, perchè no? E ti pare che io debba mettermi al tirocinio della diplomazia, mentre gli amici farebbero ben altro uso del tempo loro? il Salvani, ad esempio, ripigliando la spada, come capitano di Garibaldi, e il Pietrasanta entrando volontario in un reggimento di cavalleria? Son genovese, diceva egli per l'appunto, un giorno che si parlava di guerra possibile; cadrà dunque su Genova Cavalleria la mia scelta.—

Il duca di Feira stette pensoso un istante; poi, disse, con accento solenne:

—A questo sacrifizio il mio cuore si adatta. Tanto più,—soggiunse egli, rizzando la testa,—che son forte abbastanza per fare qualche cosa ancor io.

—E allora, qua la mano, camerata,—osò dire Aloise. Ma non osò stender la mano; bensì, con atto di devozione filiale, chinò la fronte sul petto del duca.

XXXVI.

Come fosse guarito Aloise di Montalto della sua pena di cuore.

Il ritorno del duca di Feira e del giovine Aloise in patria, segna il termine, o quasi, del nostro racconto. Laonde, per non avere ad indugiarci poi con taluni personaggi minori, intorno ai quali il lettore vorrà essere debitamente informato, diciamone fin d'ora quel tanto che può essere necessario.

Vive ancora il banchiere Vitali? Sì, vive, ma della vita «di chi doman morrà»; il che significa, ridotto in povera prosa, che il vecchio peccatore è sulle ventitrè ore e tre quarti. Lo assiste il Collini, tenendolo su a forza di espedienti. E non già perchè speri di far mettere il suo nome in luogo di quello del morto Bonaventura, nel testamento dell'infermo. Il nuovo testamento e già fatto, e pel Collini c'è soltanto un legato; cospicuo, sì, ma che non eccede i limiti della onesta riconoscenza. Dunque, direte, il vecchio si è pentito, e salvo il diritto di una certa Compagnia che aveva lasciato al Vitali un milione in deposito, ha nominato erede universale il marchese di Montalto? No, niente di ciò: ben voleva il Vitali fare ammenda onorevole con lui di tanti suoi torti; ma Aloise, pur visitandolo ed augurandogli ogni bene, era stato fermo nel ricusare le sue liberalità, e perfino quel tanto che gli sarebbe spettato per legge.

—Lasciate le vostre ricchezze a chi può averne bisogno più di me;—diceva Aloise.—Ai poveri, per esempio; e parecchie generazioni di cittadini benediranno la vostra memoria. Questa è anche l'opinione d'un mio vecchio amico, il duca di Feira, nel quale potreste ravvisare, vedendolo, una vostra antica conoscenza…. Cosimo Donati.—Era un gran colpo, pel vecchio Vitali, il sentir proferito quel nome. Ma egli lo sopportò validamente, come sanno sopportare i vecchi, fatti insensibili, o poco meno, a certe commozioni morali. Egli si adattò perfino a rivedere l'antico pretendente alla mano di Eugenia, più che quell'altro non si adattasse a rivedere il padre di lei, l'artefice di tutti i suoi mali. Cosimo fu in quella circostanza misurato e cortese; sorvolò sul passato, venendo tosto a rincalzare con le sue argomentazioni i propositi di Aloise. Ed egli, che per la condizione poteva parlare più liberamente del suo giovine amico, che ormai considerava come figlio ed erede, costrinse il vecchio a fare un testamento da galantuomo. Andasse un milione a cui spettava, e a quel milione s'aggiungessero i frutti, computati ad interesse composto. Dieci anni erano corsi oramai dall'asserto deposito del Padre Martelli; si oltrepassava dunque il milione e mezzo; e fu ricupero superiore ad ogni speranza della sacra Compagnia, ad ogni immaginazione degli aderenti di quella. Primo a farne le meraviglie fu il confessore del Vitali, che tosto ne sparse la nuova, fruttando al duca di Feira l'omaggio reverente di tutto il partito dei neri. Lo stesso marchese Antoniotto, come bandieraio di quell'esercito, stimò conveniente di mandare al generoso consigliere un suo biglietto di visita, con alcune righe di prosa robusta, sommamente laudatoria; cortesia che bisognò ricambiare, incappando ancora nella noia di un incontro sulle scale, e di una accoglienza festosa in salotto.

Stranezze del caso, il quale avvicina coloro che potrebbero star bene lontani, ed allontana coloro che starebbero tanto meglio vicini! E l'incontro col signor senatore e la conseguente presentazione alla marchesa, furono il solo segreto che il duca di Feira dovesse custodire, tacendone riguardosamente col suo Aloise. Frattanto, a parlar solamente degli uomini, dovevano esser belli quei due personaggi accostati dal caso; l'uno che lodava l'altro come un benemerito della sua parte; l'altro che ricusava la lode, poichè solamente aveva fatto il debito suo di onesto consigliere, n'avesse anche profitto una gente nemica. Bello, due anni più tardi, il banchiere Vitali, tutto bianco di latte in marmo di Carrara, per trecentomila lire lasciate ad un istituto di carità, che gli eresse la statua; e Dio perdoni al povero letterato, che fu richiesto di dettar l'iscrizione, e non seppe schermirsene!

Del Collini si è già detto, che ebbe un cospicuo legato, bastante a farlo vivacchiare. O non era già ricco? direte. Sì, era; ma quel banco Cardi, Salati e Compagno, nel quale egli, il compagno, teneva impegnati tutti i suoi capitali, sapete pure che fece una mala fine. Già ogni anno, alla stretta dei conti, tra Cardi e Salati si salassava ben bene il compagno: poi, un bel giorno, il Salati era sparito colla cassa; e il Cardi, atteggiandosi a vittima, spandeva torrenti di lagrime, disposto a dare una parte del suo al compagno scottato. Magra consolazione, un cinque o sei mila lire di partecipazione, a chi ne perdeva dugentomila: pure, gli bisognò contentarsene. Poi, anche il Cardi sparì, per vergogna, forse, e per andare a cercar fortuna altrove; più probabilmente per ricongiungersi al Salati, e rifare con lui una nuova ragion di commercio. Speriamo che abbiano azzeccato un altro compagno; quanto a quello di Genova, non ebbe più modo di risorgere! corto a quattrini, si ritrovò politicamente spacciato; il partito ch'egli sperava di capitanare dopo la morte del Gallegos, gli antepose un altro, che non valeva (diss'egli) i legacci delle sue scarpe. Ma così va il mondo; e il nostro grand'uomo dal pelo rossigno, che aveva nutrite in cuor suo tutte le ambizioni, della eleganza, della ricchezza, dell'autorità, si trovò in un giorno deluso di tutte, messo fuori bel bello dalle nobili case, costretto a chinare la fronte orgogliosa, battendo per disperato la povera via delle visite a un franco l'una. Triste destarsi da un sogno di onnipotenza, che lo aveva lusingato, gonfiato, levato al settimo cielo!

Il suo fortunato rivale e successore nella condotta del partito, non ebbe da stare molto più allegro di lui. Quello era un momento critico per la parte nera. Speranze nuove allargavano i cuori; molto si aspettava dal terzo Napoleone, e nel Parlamento italiano, per prepararsi ai felici eventi, si facevano alleanze fin allora insperate, tra liberali temperati e liberali più caldi, come fuori del Parlamento tra repubblicani e monarchici. Che cosa poteva fare l'esercito della reazione, davanti a una così larga sollevazione di coscienze infiammate, frementi patria, indipendenza, unità? Sparpagliarsi, aspettando tempi migliori; anzi, in quel crescere di speranze liberali, non isperandoli nemmeno. Quella non era più la fiammata del Quarantotto, da potersene prevedere la fine con l'ultima tracciata di paglia. Del resto, quel povero esercito incominciava a sentir carestia di teste quadre, molte delle quali eran passate, o preparavano il passaggio, nel campo nemico. Soprattutto mancavano i gran nomi, da attrarre col lustro della nobiltà, e da comandar coll'esempio.

Lo stesso marchese Antoniotto, a mezzo il dicembre del '58, si tirava in disparte. Scontento, non andava neanche più a Torino, per rompere le sue lance in Senato contro i mulini…. di Collegno; nè più si faceva vedere a Genova, essendosi chiuso nella sua villa di Quinto, come Scipione nella sua di Linterno. Scontento! e di che? A sentir lui, della poca saldezza e del nessuno ardimento del partito dell'ordine, a sentir gli altri, per ragioni più intime, più delicate, che la sua prosopopea di grand'uomo avevano spruzzata un tantino di ridicolo; onde egli si era ritirato a Quinto, più tiranno che mai, mentre la marchesa, con quei freschi incominciati, e senza pensar più che tanto alla festa da ballo con cui casa Vivaldi soleva aprire la stagione invernale, aveva creduto opportuno di andarsene a stare da sola in un suo castello delle Langhe.

Ragioni di salute, si diceva per lei, ammiccando, tra caritatevoli amiche. Infatti da un po' di tempo si lagnava dell'aria marina, e già più volte il suo medico le aveva consigliato di passar l'Appennino. Ragioni di studio, si diceva per lui, ridendo un pochino, tra i buontemponi del suo ceto. Infatti, doveva scrivere un'opera sulla ragione di Stato nei tempi moderni; l'aveva annunziata da un pezzo; non voleva farla aspettare più a lungo; e lo scrivere un'opera di quella fatta non poteva riuscirgli bene fuorchè nella sua villa di Quinto, dove erano meno centinaia di quadri, e più migliaia di volumi, ad ingombrar le pareti.

Il marchese Antoniotto Torre Vivaldi non scrisse l'opera promessa alle genti. Finì il '58 senza che egli l'avesse pur cominciata; passò il '59, anno di tali novità politiche da confondere ogni ragione di Stato che s'ispirasse ai trattati del '15; venne il '60, e fu peggio che mai. Dicono che il povero senatore se ne accorasse tanto, da farci una malattia; quella malattia che in capo a tre mesi lo condusse alla tomba. E della grand'opera promessa, neanche un capitolo; il che non tolse che l'__Armonia__ di Torino, levando a cielo i meriti dell'estinto, raccomandasse alla vedova di voler dare alle stampe ogni cosa che fosse rimasta di lui; tra l'altro la «Ragion di Stato dei tempi moderni». Anche in alcune parti incompiuta, e in altre non condotte a quella finitezza di stile che era uno tra i pregi del marchese Torre Vivaldi come scrittore, non si poteva defraudarne il mondo, per cui benefizio era stata pensata.

Dal castello di Valcalda nelle Langhe non venne risposta all'invito. La castellana non leggeva l'__Armonia__; ed anche aveva altro da pensare. Ma basti di ciò; noi ci siamo spinti un po' troppo innanzi nel tempo, e dobbiamo ritornare sui nostri passi; se non vi spiace, fino al 4 dicembre del 1858.

Siamo a Genova; entriamo in un buio portone della via Sauli, presso Canneto il Lungo; saliamo due scale anche più buie, ed eccoci in una stamperia, che è l'officina, anzi la fucina della __Nazione__, di quel giornale quotidiano, che era nato da pochi mesi, che doveva morire un anno dopo, ma che morendo potè dire il suo __vixi__, senza esser notato di vanagloria.

Era quello il diario che rappresentava, nel concerto della pubblica opinione, il concorso leale d'una parte dei repubblicani d'allora alla monarchia di Savoia, a patto che si muovesse guerra allo straniero, e si facesse l'Italia. La guerra venne, e l'Italia fu fatta, non importa dir come; nè pensiamo che ciò debba entrare nel nostro racconto. C'entra bensì l'amico Giuliani, uno dei molti giovani che si stringevano intorno al vessillo della __Nazione__; il quale Giuliani, aspettando la guerra per averci la sua parte, aiutava ad attizzare il fuoco nelle pagine del bellicoso giornale.

Abbiamo detto con ciò che egli era uno dei compilatori; aggiungiamo che la mattina del 4 dicembre egli stava nel bugigattolo che la pretendeva a segreteria del giornale, e che seduto vicino a lui stava Enrico Pietrasanta; ambedue infervorati in un discorso, che, come i lettori vedranno, non aveva da far niente colla politica.

—Che cosa mi dite, Enrico? Ma è proprio vero?

—Che volete?—soggiunse il Pietrasanta.—Non ho potuto impedire, non ho potuto mutar nulla, e mi bisogna esclamare come Mosca Lamberti: __Cosa fatta capo ha__. Ora non si tratta d'altro che di far presto. Accettate?

—Sono in un brutto impiccio;—rispose il Giuliani con aria perplessa.—Vorrei compiacere al nostro amico, e rispondere alla fiducia ch'egli ripone in me; ma sono anche amico del Cigàla, che è uno dei nostri, e non vorrei….

—Non ve ne date pensiero!—interruppe il Pietrasanta. Accettando, farete cosa grata anche a lui. Questo è un malaugurato negozio, nel quale devono entrare soltanto amici, persone le quali non si impuntino a voler sapere le cagioni dello scontro. Lo stesso Cigàla me ne ha mostrato il desiderio, dicendomi che insieme con me, dalla parte di Aloise, avrebbe veduto volentieri il Salvani, o voi. Ma il nostro Lorenzo è ammogliato; la sua luna di miele è tuttavia nel primo quarto….

—E fo voto che duri;—disse il Giuliani.—Or dunque, poichè la è così, accetterò; e siccome capisco che bisognerà anche far presto….

—Vogliono farla finita quest'oggi stesso. Siamo a mezzodì, e non c'è tempo da perdere.

—Che furia! Basta; così vogliono, e sia. Ma le
  armi?

—Non c'è nulla da fare; si sono già intesi tra di loro; ed hanno scelta la spada.

—Di bene in meglio!—esclamò il Giuliani.—Ma che farnetico li ha colti, di mandare innanzi le cose a questo modo, non lasciando niente da fare ai padrini? Io non ci vedo molto chiaro; e voi?

—Io sì, ci vedo!—rispose Enrico sospirando.

—Ma come? Aloise, tornato a mala pena da un mese, si guasta di punto in bianco col Cigàla, con un amico, con un giovanotto che non farebbe male, sto per dire, ad un mosca?…

—Sì, avete ragione,—soggiunse Enrico;—ma c'è di mezzo una ruggine antica. Parlo ad un amico mio e di Aloise, e neppur l'aria ha da risapere….

—Non dubitate, son mutolo.

—Orbene,—proseguì il Pietrasanta,—vi dirò tutto quel ch'io ne penso. Prima di tutto, sapete voi la cagione della partenza di Aloise un anno fa?

—Credo di averla indovinata; un amore sventurato. E il suo ritorno, mi sembra di averlo capito, un risanamento felice.

—No, qui non sono della vostra opinione. Giuliani. Aloise non è risanato. Non lo avete visto, che cera da funerale? Egli è tornato quello di prima, ed è tornato, m'immagino, perchè non gli dava più l'animo di viver lontano…. da lei. Destino! Ieri l'ha veduta per via. Ella passava, sulla piazza delle Fontane Amorose, in compagnia del Cigàla, che a dirvela di passata, salvo il debito della cortesia, non si cura di lei nè punto nè poco. Ma Aloise non la pensa così. M'ero già accorto, fin dagli ultimi giorni che egli rimase a Genova, innanzi di partire col duca di Feira, che la sua amicizia pel Cigàla s'era di molto raffreddata. Egli lo salutava a mala pena per via, e a qualche domanda che io gli feci, rispose con certe frasi scucite, da cui trapelava la stizza. Per farvela breve, Aloise s'era ingelosito del Cigàla; s'era fitto in mente che la dama non lo vedesse di mal occhio. Intorno a questo, non dico di no; ma che lo ami!… Quella donna non ama nessuno, non ha mai amato altro che sè medesima; la qual cosa, come voi ben potete argomentare, non darà troppo gravi apprensioni al tiranno di Quinto. Insomma, ieri Aloise ha veduto la dama, e il Cigàla che le veniva a fianco, ciaramellando allegramente, com'è suo costume; ed ella rideva, e non vide neppur noi, che stavamo a piuolo dieci passi discosto, sotto la base del palazzo Spinola. Ella del resto ci aveva le sue buone ragioni per non vedere, poichè Aloise, tornato dal suo viaggio, non è andato a salutarla, non ha portato neanche un biglietto da visita al palazzo Vivaldi. Il Cigàla, in quella vece, che non ci aveva le stesse ragioni, ci vide e salutò; ma Aloise lo guardò arcigno, e non rispose il saluto.—Perchè, gli dissi, non saluti il Cigàla?—Io? e che bisogno c'è egli di salutarlo, quello sciocco vanitoso?—Non aggiunsi parola, ed egli neppure; ma vidi, e non c'era bisogno di molta acutezza per vederlo, ch'egli era fortemente agitato. Questa mattina egli venne da me.—Ho parlato col Cigàla; mi disse, e ci siamo intesi.—Oh, meno male! risposi. E la nube si sarà dileguata?—Sì, disse Aloise, prega il Giuliani che voglia unirsi a te, per farmi ambedue da padrini. Noi ci batteremo oggi stesso, alle due…. alle tre…. insomma, prima che tramonti il sole, nella villa del Riario, in Polcevera; l'arma è la spada; tu porta le tue; il Riario ne porterà un altro paio.—E adesso avete capito. Giuliani? Che ve ne pare? Danno dello sventato, del pazzo a me; ma i più savi mi vincon la mano.—

Il Giuliani rimase un tratto sopra pensiero. Avvezzo a vederne di tutti i colori sulle scene della vita, non sapeva pure capacitarsi di questa. Ma che farci? Mosca Lamberti aveva ragione; cosa fatta capo ha.

—E il Cigàla lo avete veduto?—disse egli, dopo alcuni istanti di pausa.

—Sì, a caso, per via, mentre ancora io duravo fatica a riavermi dal colpo. Voi capite, Giuliani, che avevo tentato di smuovere Aloise, di fargli capire…. Ma sì, le furon novelle!—Tutto è inteso tra noi, mi rispose asciutto: l'essenziale è di farla presto finita, perchè stasera vorrei ritornare col duca alla Montalda; se mi ami come sempre, dammi una mano; se no….—Questo furono le sue ultime parole. Ed io, lo vedete, accettai. Tornando al Cigàla, eccovi ciò che egli mi disse:—Son lieto, in questa brutta congiuntura, di saperti dalla parte di Aloise, ed amerei che tu avessi a compagno un altro amico, o molto prudente, o molto ignaro delle cose nostre. Io ho scelto il Riario, che non sa nulla di nulla, e il Morandi, uomo serio, di poche parole e di nessuna curiosità, ai quali ho dato a credere che si tratti d'una questione politica, mutatasi sventuratamente in alterco. Aloise ha torto marcio. Io era andato stamane da amico, da fratello, a chiedergli perchè mi si mostrasse così sostenuto; mi dicesse in che avessi potuto dispiacergli, chè, senza ancora saperne nulla, io gliene dimandavo scusa. Egli mi rispose acerbo, e l'abbiamo finita come sai. Ha torto, lo ripeto; io non gli ho fatto nulla, non ho nulla a rimproverarmi che faccia contro ad una schietta e leale amicizia. Ho un sospetto, sai?… E qui, se pure ho indovinato, egli è fuori di strada. Ma egli m'ha offeso, e perdio! s'egli è valente schermidore, io non sono una sbercia, neanche al suo giuoco!

—Io vedo,—disse il Giuliani, il quale aveva attentamente ascoltato il racconto di Enrico,—che qui non c'è altro da fare che contentarli. Ma il duca di Feira, non ne sa nulla?

—Mah!—rispose Enrico, stringendosi nelle spalle.—Certo, Aloise non gli ha detto nulla: mi è parso così impaziente, così frettoloso, appunto per timore che il duca venga a sapere questa sua scappata. Povero duca! L'ho veduto poc'anzi in via Nuova; e m'ha salutato appena; forse aveva fretta egli pure. Non si riconosce più, quell'ottimo tra i gentiluomini: pare invecchiato di vent'anni. Anch'egli deve essersi avveduto che la piaga di Aloise, tutt'altro che rimarginata, si è inciprignita, ritornando all'aria di Genova.

—Basta;—notò il Giuliani, alzandosi da sedere;—purchè le cose vadano bene oggi, al resto si penserà; e il duca, che ama Aloise, non è uomo da starsene colle mani in mano, aspettando il rimedio dal cielo, come la manna gli Ebrei. Andiamo ora, coll'aiuto di Dio. Che ore sono?

—Il tocco, Giuliani; andando subito, potremo essere in carrozza alle due.—

Scambiate queste parole, uscirono, per correre dal Montalto, e far gli apparecchi della partenza. Aloise aveva già pensato e provveduto ad ogni cosa; le armi erano già nella carrozza del Pietrasanta, e il dottor Mattei, con tutto il bisognevole dell'arte sua, era agli ordini loro.

Un'ora dopo, debitamente avvisata la parte avversaria, che li precedette di parecchi minuti, i quattro amici, lieti nell'aspetto come se andassero a sollazzarsi in campagna, uscivano di città; giunti a Sampierdarena prendevano lo stradone della Polcevera.

Aloise era sparuto anzi che no, ma di buon animo, ilare, quasi festevole; e questo gli aveva fatto tornar sulle guance i bei colori della giovinezza. La giornata era bella, non fredda, e il sole mandava coi tiepidi raggi alla nuda campagna quasi un postumo saluto dell'autunno. L'immagine era di Aloise, che, come tutti sanno, era poeta nel profondo dell'anima, e in quel tragitto appariva tale due volte di più. Fu egli, per tal modo, che tenne desta la conversazione. Ringraziò il Giuliani del tempo che quasi perdeva per lui, togliendolo ad altre cure più gravi e più utili; ragionò della felicità del loro amico Lorenzo, di ciò che avrebbe potuto operare per la sua patria quel giovine generoso, ove lo consentissero i casi, e d'altre cose consimili, con facile eloquio, con mente serena. Tranne le speculazioni filosofiche, che non ci furono, pareva Socrate, innanzi di ber la cicuta.

Giunti che furono a Rivarolo, la carrozza s'avviò al ponte che mette alla destra riva del fiume, e per quella nuova strada, costeggiando le falde della collina di Coronata e Fegino, li condusse in pochi minuti al cancello della villa Riario. Colà smontarono, fra le riverenze di due contadini che li aspettavano per additar loro il sentiero: poco stante, alla svolta d'un viale che conduceva al palazzo, trovarono il Riario, il Morandi, il Cigàla, che insieme col loro medico salivano a lenti passi per l'erta.

Si salutarono tutti con molta cordialità; lo stesso Aloise si fece con atto grazioso incontro al Cigàla, e incominciò a ragionare con lui, come se eglino fossero i padrini, anzi che i combattenti. E questo s'intenderà di leggieri; quel duello, a cui si disponevano, era stato concertato da essi; le armi scelte da essi; era dunque naturale che provvedessero al resto.

—Ci batteremo su questa spianata;—disse Aloise, poichè furono giunti di costa al palazzo, dove, nell'ombra gettata dall'edificio, era un largo lembo di suolo al coperto del sole;—il terreno è battuto e liscio come un'aia; la luce uguale per ambedue.

—Ottimamente;—rispose il Cigàla;—non si potrebbe trovare un luogo più adatto.—

I padrini furono del medesimo avviso, poichè tosto si diedero a tutti i minuti uffizi della geodesia duellaria. E in quella che essi misuravano il campo e segnavano i punti per le mòsse dei combattenti, Aloise, preso pel braccio il Mattei, lo condusse passeggiando fino all'angolo del palazzo, donde si vedeva il cielo aperto, sereno in alto, e stipato al basso di nuvolette, che si dipingevano di vaghi colori ai raggi del sole.

—Guardate l'orizzonte, Mattei; quant'è mirabile per varietà di colori, per magnificenza di luce! Il sole è davvero un monarca, in tutto lo splendor del suo trono! Passerà un'ora, e questa sua pompa sarà finita, per ricominciare domani; e così via via fino alla consumazione dei secoli. Ma noi per fortuna non abbiamo bisogno di tanto; basterà quest'ora per sforacchiarci a dovere.

—E per una controversia ridicola!—sentenziò con accento di rimprovero il Mattei.

—Sicuro, ridicola, come tutte le controversie del mondo. Ve n'ha di serie, per avventura? E in tutte non siamo noi pronti a giuocare ugualmente la vita? Badate a me, Mattei;—proseguì con amaro scherno Aloise;—se ella valesse davvero qualcosa, non la porremmo a repentaglio per alcuna ragione; ed io certamente non la metterei a così vil prezzo come ora.

—E il duca?…—chiese il Mattei, come per richiamare l'amico a più teneri pensieri.

—Ah, non mi parlate del duca!—gridò il giovine
  sgomentito.

E rimase un tratto in silenzio. Indi, quasi volgesse la parola a sè medesimo, continuò:

—Ma, Dio santo, dovrò io dunque prolungare ancora questo martirio? Ed egli, vive forse più lieto, perchè io vivo e gli dò il quotidiano spettacolo de' miei patimenti?—

Il dialogo fu interrotto in quel mentre dai padrini, che annunziavano essere ogni cosa all'ordine. Aloise fu sollecito a mettersi in assetto di combattimento. La tempesta svegliata nell'animo suo dalle parole del Mattei, si dileguò in un attimo; ilare in volto si piantò di rincontro al Cigàla, e lo salutò col più gaio sorriso. Il Cigàla lo ricambiò cortese…. ma triste.

—All'armi, dunque!—esclamò Aloise, con quella serenità della quale aveva già fatto prova;—peccato che due gentiluomini come noi non siano qui venuti a combattere pei begli occhi d'una dama!

—Così pur fosse!—soggiunse il Cigàla, tenendo bordone al prudente artifizio o allo scherno dell'avversario, che ben poteva esserci dell'una cosa e dell'altra.—Io terrei la giostra con più di baldanza!

—Fate conto, Cigàla!—disse di rimando Aloise.—Figuriamoci ambedue che ella sia qui, questa sognata castellana, e che dall'alto di quel verone ella assista al torneo, per gittare col sommo delle dita un bacio a quella spada che uscirà tinta del sangue di uno di noi.—

Il Cigàla si morse le labbra, e non rispose più altro. Enrico intanto s'era fatto innanzi per offrir loro le spade. Le tolsero, salutarono alla svelta i padrini, ed impegnarono le lame.

XXXVII.

Tardi, ma in tempo….

Ambedue fecero bella mostra di loro prodezze; chè il Montalto, come è noto, era una lama gagliarda, e il Cigàla, come aveva detto con acconcia frase egli stesso, non era una sbercia. Ma più andavano innanzi, e più era facile il vedere che Aloise superava di gran lunga il suo avversario. Non schermiva, egli, scherzava col ferro; or senza muovere passo e quasi senza sforzo di mano, scompigliava un assalto; or minacciava a sua volta, incalzava, facendo luccicare la punta della spada sugli occhi del nemico, o rigirandola in rapidissimi cerchi sul petto di lui, nè mai sferrava la botta. Il Cigàla, così paziente come era animoso, assaliva senza fiacchezza, ma altresì senza stizza, e parando come meglio poteva, lasciando al fato la cura del resto. Ma il giuoco durava, e un dubbio gli balenò nella mente, e tremò d'essersi apposto. I suoi padrini, intanto, ammiravano il suo coraggio, ma tremavano forte per lui.

Essi ad un tratto respirarono, e il Giuliani e il Pietrasanta del pari. Stanco di quelle schermaglie, Aloise aveva voluto compir l'opera con un colpo maestro. In un batter d'occhio il Cigàla era stato disarmato; la spada, trattagli a forza dal pugno, balzava tre passi discosto sul terreno.

—Ah, lode al cielo!—esclamò il Morandi.—Per un meschino battibecco di politica, io spero che basti.

—Se già non ce n'è d'avanzo!—aggiunse, in atto d'assentimento, il
Giuliani.

E tutt'e due si movevano, per frapporsi e farla finita. Ma ciò che videro allora, li fece rimaner sospesi.

Aloise guardava il suo avversario, additandogli con piglio imperioso la spada, che giaceva sul terreno. Il Cigàla era rimasto perplesso, e con occhio mesto interrogava l'animo di Aloise. Questi allora, come ravvedendosi, fece un passo innanzi, porse la sua spada al Cigàla, che l'accettò silenzioso, e raccolta quell'altra, si rimise in guardia, temperando l'atto con una parola cortese.

—Da leali cavalieri! Io fo voto che la mia vi
  porti fortuna.

—Ma non basta, signori?—si provò a dire il
  Morandi.

—Pare di no:—disse il Cigàla, con accento malinconico.—Non ci badate, amici; abbiamo concertato noi ogni cosa.—

E si rimise in guardia a sua volta. Aloise, lo ringraziò con un cenno del capo, e il duello ricominciò.

—Soltanto, non mi risparmiate, come avete fatto finora;—soggiunse il
Cigàla;—ch'io farò il mio potere.

—__Allah kerim!__—rispose il Montalto, coll'accento e col piglio dell'arabo fatalista.

Ma tosto, per tema d'esser capito, ingaggiò un assalto vigoroso. Le lame si cercavano, si seguivano in giri traditori, si allacciavano, si sbrigavano con celerità meravigliosa. Il Cigàla faceva tutto il poter suo, ma sempre rompendo la misura, che non bastava a tanto incalzar di proposte. E tuttavia, egli ben lo vedeva, la lama di Aloise non giungeva mai al suo petto. Affascinato dal suo sguardo, indietreggiava parando, e minacciando vanamente; i suoi occhi già più non badavano alla lama; solo il pugno, istintivamente, seguiva il ferro avversario. E v'ebbe un istante che egli, così stretto da vicino, e non toccato mai, diede un'occhiata mestissima al suo avversario, e le sue labbra mormorarono, tra lo sgrigiolar delle spade, il nome di Aloise. Ma il suo avversario, proprio in quel mezzo, aveva conseguito l'intento; sollevata la punta della sua lama per modo che non offendesse il Cigàla, s'era spinto sotto la misura, precipitato contro il ferro nemico; indi balenava un tratto colla spada in alto, e stramazzava al suolo.

L'orribile scena era durata due minuti, non più. All'improvvisa catastrofe, accorsero i padrini per rialzare il ferito. Il Cigàla era rimasto attonito, esterrefatto; guardava il caduto con aria smarrita, e guardava la punta della sua spada, senza intendere per qual modo fosse tinta di sangue.

—Un suicidio!—esclamò sommesso il Mattei, mentre, inginocchiato al fianco di Aloise si disponeva a visitar la ferita.

—No;—rispose sollecitamente il giovine;—avevo troppo spinta l'azione, e mi sono infilzato. Cigàla,—aggiunse poscia stendendo la mano a quell'altro, che s'accostò a lui più morto che vivo,—senza rancore!

—Oh, Aloise!—gridò quegli, dando in uno scoppio di pianto,—dimmi che non sono stato io!

Aloise gli strinse la mano.

—Io te lo giuro,—proseguì l'altro, prostrato daccanto a lui,—te lo giuro per l'anima di mia madre, tu ti sei ingannato! Sentimi, Aloise, tu risanerai; il cielo ci concederà questa grazia. Vedrai allora il tuo povero amico, se meritasse un sospetto. Oh, io attendo ora, invoco una guerra sollecita, e una palla d'Austriaco, che mi tolga il rimorso.—

Fu un vaticinio; cinque mesi dopo, il Cigàla, valoroso cavaliere, dava la vita nell'ultima carica di Montebello.

—Chiedo un po' di silenzio!—disse il Mattei, che stava continuando la sua esplorazione chirurgica.

Ed aggiunse anco un'occhiata eloquente al Morandi e al Riario. Questi si avvicinarono al Cigàla, e lo trassero, sebbene riluttante, fuori del campo.

Rimasto solo coi medici e co' suoi padrini, Aloise rivolse la parola al Mattei.

—Orbene;—diss'egli a mezza voce,—e quel filosofo greco?

—Che dite voi?—chiese il medico.

—Sì,—continuò il ferito,—l'enfisema!

Il Mattei stette mutolo, ma non gli venne fatto reprimere un sospiro. L'uomo dell'arte aveva riconosciuto come la ferita fosse profonda pur troppo, e come il ferro del Cigàla avesse dovuto penetrare obliquamente fino al pericardio e all'orecchietta destra del cuore. Questo gli dicevano le sue esplorazioni, questo gli era confermato dal pallore estremo del volto, dal respiro che cominciava a farsi affannoso.

—Tanto meglio!—disse allora Aloise.—Debbo dir due parole al Pietrasanta, al Giuliani. Amici miei, vi ho fatto un tristo regalo. Perdonate! A che gioverebbe l'amicizia, se non potessimo fare assegnamento sovr'essa pel nostro bisogno? Ora io vi prego di un'ultima grazia…. Portatemi stasera alla Montalda….

—Sarà impossibile…. per molti giorni ancora….—balbettò il
Giuliani.

—Vedrete che si potrà…. senza pericolo!—rispose con un mesto sorriso il ferito.—Vorrei essere sepolto accanto a mia madre, e accanto a lui…. che non sarà tardo a seguirmi. Anch'egli è ferito nel cuore. Ditegli che mi perdoni…. di non averlo aspettato…. e che il mio ultimo pensiero è stato per lui….—

Il Giuliani e il Pietrasanta si stempravano in lagrime. Il Mattei, col suo triste silenzio, diceva assai chiaramente che non c'era speranza.

Il ferito aveva chiuse le palpebre. Il suo volto s'era fatto smorto; solo il respiro affannoso lo diceva ancor vivo, e mal vivo.

—Ho freddo!—mormorò egli poco stante.—Vorrei essere al sole.—

Il Pietrasanta e il Giuliani volsero gli occhi al Mattei. Questi assentì con un cenno del capo, ed anzi fu pronto, insieme coll'altro medico ad aiutarli, per trasportare il morente oltre l'angolo del palazzo. Tanto e tanto, di là si dova passare per condurlo dentro.

Il sole era presso al tramonto. I suoi raggi rossastri apparivano ancora dal ciglio dei colli, che nascondevano bensì l'orizzonte, ma non il vasto padiglione di porpora sotto il quale veniva morendo la luce dell'astro.

—Bel sole! bel sole!—disse Aloise, riaprendo le palpebre, e volgendo una languida occhiata a quello splendore di cielo.—Come è bello il tuo morire…. ed il mio! Grazie, Mattei! Giuliani, grazie! Sarei morto volentieri in guerra, per la mia patria. Non ho potuto aspettare! E tu, Enrico….—

Il Pietrasanta chinò il viso su quello del giacente, quasi per coglierne le ultime voci.

—Non amare, Enrico…. non amare!… Ci si lascia….—Un grido del
Pietrasanta gli tolse di finire la frase.

—Che cosa?—domandò il morente.—Che cosa hai veduto?… Lui?

—E lei;—rispose il Pietrasanta, sollevandolo amorevolmente tra le sue braccia.—Coraggio, Aloise, coraggio!—

Ma prima ch'egli avesse finita la sua esortazione, una donna smarrita all'aspetto, come fuori di sè, veniva tutta lagrimosa a buttarsi ginocchioni a' piedi del ferito.

—Ah!—mormorò Aloise, riconoscendola, e stendendo le braccia verso di lei.

Il duca di Feira, che l'aveva accompagnata fin là, rimaneva alcuni passi discosto, pallido, ansante, anch'egli più morto che vivo.

—Come qui?—gli chiedeva il Mattei.—Fosse almeno arrivato dieci minuti prima.

—Ahimè!—rispose il vecchio gentiluomo.—Fu già molto per noi aver saputo il luogo e l'ora dello scontro. Il cocchiere, sventuratamente, non conosceva bene la strada. Così abbiamo perduto mezz'ora. E anch'io speravo tanto che la signora potesse giungere in tempo! Ella aveva così bene disposto ogni cosa!—

Era ella, infatti, la marchesa Ginevra, che il giorno innanzi, dopo il malaugurato incontro col signor di Montalto, aveva capito da un improvviso rannuvolarsi del suo cavaliere, per solito di umor così gaio, che qualche cosa dovesse succedere. Non gli aveva chiesto nulla; ma quella sera stessa, chiamando a sè con qualche pretesto gli amici comuni dei due gentiluomini, era venuta a capo di stabilire un buon servizio di esplorazione. Quella mattina stessa aveva saputo che la sfida era corsa, e dove fosse e per qual ora il ritrovo. Lo stesso Riario si era lasciato cavare il segreto di bocca. E allora, senza por tempo in mezzo, aveva mandato a chiamare il duca di Feira, chiedendogli di accompagnarla al luogo dello scontro. Non sentiva ragioni; non vedeva difficoltà, non curava pericoli, non temeva di ciò che potesse parerne in casa sua, e molto meno di ciò che potesse dirne la gente. Non voleva quel duello, il cui esito poteva esser fatale a qualcheduno. Ma infine, il signor di Montalto era un fortissimo schermidore, ed anche un cavaliere generoso; tratto sul terreno il suo avversario, si sarebbe mostrato anche umano, risparmiando il Cigàla. Era questo il pensiero del duca. Ma il duca non l'aveva capita. Che importava a lei del Cigàla? Appunto perchè il signor di Montalto era un cavaliere generoso, ella temeva per lui. E non voleva essere abbandonata in quel tristissimo frangente dal duca; alle due del pomeriggio l'aspettasse sulla piazza dell'Annunziata; avrebbero presa una vettura di piazza, e via, poichè sapevano dove fosse il ritrovo, ed erano sicuri di giungere in tempo. E il duca aveva acconsentito. Come fare altrimenti, del resto? Anch'egli incominciava ad impensierirsi, per gli stessi timori di lei. Ed erano corsi sull'orma dei combattenti; ma giungevano tardi; colpa del cocchiere, che non conosceva bene dove fosse la villa Riario; più che colpa del cocchiere, ironia del destino!

Intanto la bella Ginevra era già tutta prostrata al fianco del morente. Si erano ritirati gli amici, intendendo la gravità del momento: solo era rimasto, perchè avvicinatosi allora, il Mattei. Lo vide Aloise, e stendendogli la mano con atto supplichevole gli disse:

—Ah, dottore, ancora pochi istanti di vita!

—Sì, sì e speriamo di uscirne ancora;—rispose il Mattei;—ma siate calmo, Aloise.—

Un lieve sorriso increspò le labbra del giovine.

—Son calmo, sì, calmo…. e contento;—diss'egli.—O Dio, che momento è questo? Siete dunque voi, madonna Ginevra?—soggiunse, volgendosi alla bellissima creatura, che stava sempre prostrata, inclinando il volto su lui.

—Io, sì,—rispose ella, avvicinandosi ancora;—io, che vi ho sempre amato, Aloise.—

Sussultò alle inattese parole il morente, e aperse gli occhi, quanto più gli venne fatto, contemplandola estatico.

—Non Aloise;—mormorò egli poscia.—Goffredo…. Goffredo Rudel! La contessa di Tripoli, pietosa, è venuta a consolare gli ultimi momenti del suo servo fedele.

—Fedele, sì, ma senza fede in lei!—diss'ella, con accento di dolce rimprovero.—Che idea, questo duello!

—Dica questo suicidio!—esclamò il Mattei, traendosi indietro, con le palme alla fronte.

—Ah, il cuore me lo diceva, pur troppo!—gridò la marchesa, impallidendo.—Come tutto ha concorso ad ingannarlo! Ed anche io, conoscendoti male, mi ero tanto ingannata! Aloise, dimmi che mi hai perdonato!

—Vi adoro;—rispose il giovine, con un filo di voce, in cui si raccoglieva tutta l'anima sua.

E le sue labbra, già fatte smorte, si muovevano implorando. E sovr'esse intendendo la muta eloquenza dell'atto vennero ardenti a posarsi le labbra di lei.

—Sono felice;—diss'egli.—Come è più dolce, ora, il morire! Sia ringraziato il Signore della misericordia, ed accolga l'anima mia!—

Il doloroso momento si avvicinava. Una spuma rossastra apparve sulle labbra del giacente; al sommo del petto un tremito violento e continuo indicava gli sbalzi del cuore, così rapidi e pazzi, sul punto di ridursi all'inerzia finale. Ancora una volta il morente tentò di aprir gli occhi; ma non gli venne fatto che a mezzo, e le sue mani si irrigidirono in una stretta suprema su quelle di Ginevra. Era l'addio della partenza. L'ultimo raggio del sole si nascondeva dietro il colle di Coronata, e l'anima di Aloise di Montalto fuggiva da quelle labbra smorte che il bacio di madonna Ginevra aveva poc'anzi allegrate, premiando l'amor più profondo e più forte che mai sentisse il cuore di un uomo.

La povera Ginevra fu tratta a forza di là dal Mattei, e ricondotta in città dal duca di Feira, che seppe dominare il suo profondo dolore per confortare l'altrui. Il vecchio gentiluomo era avvezzo oramai a soffrire. Andò dunque al suo ufficio di pietà e di cavalleria: lo aspettassero i dolenti amici alla villa Riario, dove sarebbe ritornato sollecitamente all'obbligo suo.

Di ciò ch'era venuto, dopo lo scontro fatale, fu giurato da tutti i presenti il segreto: anche per qualche tempo fu mantenuto, e quel tanto che ne sfuggì poi alla discretezza di alcuni, fu piuttosto vagamente accennato che detto. Ma qualcheduno, e in quella medesima sera, dovette pur chiedere perchè la marchesa non fosse in casa per l'ora del pranzo, e perchè, tardi arrivata, si chiudesse nelle sue camere, non volendo veder nessuno, negando di dar ragguagli, sdegnando di scendere a giustificazioni.

Il marchese Antoniotto aveva un suo modo particolare di manifestare la sua scontentezza; ma quel modo non si poteva usare con la marchesa Ginevra, come con la gente di servizio, o con altra classe dei suoi dipendenti. Perciò il tiranno di Quinto si chiuse in un mutismo, che non era senza una cert'aria di dignità, e diciamo pure di grandezza. Ma il giorno seguente, essendosi sparsa la voce del duello e della morte del signor di Montalto, il marchese Antoniotto non ebbe bisogno di sapere più altro; e stette più duro che mai.

La spiegazione domestica, per altro, non poteva farsi troppo aspettare; e venne infatti, dopo una diecina di giorni. Più lente a venire furono le conseguenze di quella spiegazione. Anche più lente le avrebbe volute il marchese Antoniotto; per togliere ogni appiglio a sospetti, a ciarle di scioperati, consigliava di non chiuder l'uscio ai piccoli ricevimenti, e di far buona cera alle visite. Ma sarebbero state ipocrisie; la marchesa Ginevra non ne volle sapere. Così venne la necessità di una risoluzione ardita: lei, per ragioni di salute, all'aria delle Langhe, nel suo castello di Valcalda; egli, per ragioni di studio, nella villa di Quinto.

Ciò che avvenne di lui s'è già visto; di lei si può aggiungere che dal suo castello, diventato convento, non uscì più fin che visse, tranne due volte l'anno, per giungere alla stazione di Pontedecimo, e salire di là fino alla Montalda. Per il primo anno ebbe il duca di Feira, ospite cavalleresco, e compagno premuroso nella visita alle tombe dei Montalto: lui morto indi a poco, ebbe ospiti cortesi i Salvani, che l'accompagnavano fino all'ingresso della chiesina di famiglia, lasciandola sola lunghe ore davanti alla tomba di Aloise.

E così fu per quindici anni ancora. Poi, ella non apparve più. La bella Ginevra dagli occhi verdi, la più ammirata tra le belle di cui Genova andò sempre meritamente superba, era morta. Felice anche lei! Tardi, ma in tempo per elevarne lo spirito, si era animato il suo cuore.

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.