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I rossi e i neri, vol. 2 cover

I rossi e i neri, vol. 2

Chapter 8: IV.
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La seconda parte si concentra sulla notte del 29 giugno e sulle conseguenze morali e pratiche di una rivolta: Lorenzo Salvani, combattuto fra il proposito di cercare la morte nell'insurrezione e l'improvviso amore per Maria, affronta il contrasto fra cuore e ragione. L'influsso pessimista dell'amico Giorgio Assereto acuisce i dubbi e la paura della congiura, mentre Lorenzo si appresta al posto di combattimento in un vicolo del sestiere di Prè. La narrazione esplora fatalismo, lealtà, l'efficacia degli attentati politici e il prezzo personale della scelta tra onore e desiderio.

—Parlate anche per l'assente?

—No, marchesa; qui parlo per me, solamente per me.

—Cigàla, io vo in collera!—interruppe Ginevra.

—E perchè, di grazia?

—Perchè voi dite a tutte le dame la medesima cosa; ed è male, assai male!

—Ma il peggio, signora, è più ancora del male, se ben ricordo gl'insegnamenti del mio maestro di grammatica. Ora il peggio si è che con tutte faccio fiasco egualmente.

—E perchè? non lo indovinate voi, il perchè?—soggiunse Ginevra, proseguendo la celia.—Perchè mirate a troppe. Ora voi non ignorate che cos'abbia sentenziato una nostra gentile antecessora, la contessa di Sciampagna. «Egli non si può amare più d'una donna ad un tempo».

—Verissimo, pel tempo d'allora;—rispose il
  Cigàla.

—Perchè d'allora, e non d'adesso?—chiese
  Maddalena.

—Perchè? È presto detto. Perchè una dama a quel tempo era costretta dalle leggi d'amore a non mandar disperato il cavaliere ch'ella avesse ricevuto in sua mercè, il cavaliere che portasse i suoi colori e facesse ogni maniera di prodezze per lei. Che fanno ora, con vostra licenza, le dame? C'incatenano colle loro lusinghe (lusinghe inconsapevoli, involontarie, s'intende) e poi, come fanciulli crudeli cogli animalucci che cascano sotto le loro mani innocenti, si pigliano spasso de' nostri dolori; ci piantano spille tra le unghie e la carne ci punzecchiano il cuore, come si adopera colle oche, per dilatar loro il fegato; ci mettono a rosolare sulla graticola e in fondo a tutto questo martirio non c'è nemmeno quella speranza del paradiso, che consolava gli antichi confessori della fede cristiana.

—Benissimo!—tartagliò il De' Carli.

—È pretta verità!—soggiunse il piccolo Riario, battendo del tacco sull'erba.

—Mi fate venir la pelle d'oca!—disse a sua volta ridendo la marchesa
Ginevra.

—Ah, buon segno!—gridò con aria di trionfo il Cigàla.—Voi, almeno, sentireste pietà de' nostri tormenti. Ora, volete intorno a ciò il mio schietto parere? Io non voglio patire a questo modo; io sono un filosofo, non già un santo anacoreta che ami flagellarsi le carni, far penitenza de' suoi peccati e di quelli degli altri. Amo la donna in tutte le donne; piglio divotamente (e qui sta il mio pregio) tutto quello che esse non ricusano ad alcuno, voglio dire la vista delle loro bellezze, lo splendore delle loro grazie, i dolci sorrisi, le soavi parole, e ne compongo un elettuario, un brodo ristretto….

—Eravate galante, e diventate volgare!—esclamò Giulia, strappandogli la matassa dalle mani.

—Lasciatemi finire, signora!—ripigliò il Cigàla, trattenendo i pochi giri di lana che gli rimanevano sospesi tra il pollice e l'indice.—Ho detto e ripeto che ne compongo un elettuario, un brodo ristretto, che mi abbia a servire di viatico in questo deserto della vita. Il paragone è volgare, ma esprime il concetto; e il concetto non è volgare, finalmente! Amo in tutte le donne la donna; questo è l'essenziale. E ciò vale meglio che amarne una, una sola, e condannarsi a morire di rabbia. Che ne dici tu Aloise?—

La dimanda era rivolta al Montalto, che in quel frattempo s'era liberato dalle fabbricerie e tornava con lenti passi verso il crocchio delle signore.

—Io?—rispose il giovine, che aveva udito le ultime frasi del discorso di Cigàla.—Io dico che l'amore è la più trista delle umane passioni.—

Questo era l'atto di contrizione di un apostata che tornava alla fede!
Ma la vendetta della sdegnata divinità non si fece aspettare.

—Per chi non ama davvero, sì certo,—rispose asciuttamente Ginevra, senza alzare gli occhi verso di lui, in quella che spingeva la punta del suo ago da ricamo nei trafori del canavaccio.

Più acuto assai che non fosse l'ago da ricamo, giunse lo strale e si piantò nel cuore di Aloise. Egli ricevette il colpo senza badare a pararlo ne a renderlo; barcollò, e, per non far scorgere il suo turbamento, si lasciò andare su d'un sedile ch'era rimasto vuoto.

Ma il Cigàla, sempre armato di tutto punto, e destro schermidore in cosiffatte tenzoni (tanto più destro in quanto che non ci aveva malinconie dentro il cuore), fu pronto a rispondere.

—Questa sarebbe un'eccezione, signora, e noi parliamo sui generali.

—Rispondete anche pel signor di Montalto?

—S'egli lo permette, perchè no?—

Aloise, così messo al punto, accennò all'amico che proseguisse liberamente per tutti e due.

—Stando adunque sui generali,—disse il Cigàla,—io chiederò a voi, gentili signore, chi pensiate amar più fortemente, fra le donne e gli uomini.

—Ah, veramente, voi non volete più avere quest'altra matassa che io stavo slacciando per voi!—gridò la Monterosso in atto di minaccia.

—L'avrà un guindolo migliore;—rispose sospirando il Cigàla.—Ecco infatti un assente, che sarà lietissimo di pigliare il mio posto.—

L'arguta allusione del giovinotto accennava alla comparsa del Pietrasanta alle falde del prato. Poco dianzi s'era udito rumore d'una carrozza dall'altro lato del palazzo, ed era il __landau__ del nostro Eurialo, che veniva in traccia di Niso. Il Pietrasanta si avanzò spigliatamente sul prato, alla volta degli alberi, e col cappello tra mani, il sorriso sulle labbra, corse ad ossequiare la marchesa Ginevra e le altre due dame; dopo di che si volse a salutare i cavalieri, stringendo la mano ai più intrinseci, e da ultimo si sedette accanto ad Aloise, col quale già incominciava a barattare qualche parola, allorquando fu interrotto dalla marchesa Giulia.

—Siete venuto in buon punto, Pietrasanta,—ella diceva,—per aiutarmi a dipanare la lana di Ginevra. Il Cigàla ha ardito mettere in dubbio che le donne siano migliori degli uomini, e non mi farà più da guindolo.

—Crudelissimo Cigàla, ne fai di queste?

—Cioè a dire….—rispose il Cigàla,—io non ho messo in dubbio nulla; chiedevo mi si dicesse chi ami più fortemente, se l'uomo o la donna, e torno a chiederlo, checchè possiate infliggermi per penitenza, ingiustissima dama.

—Alzatevi intanto, e date il posto al Pietrasanta;—disse la Giulia.

—Signora,—soggiunse Enrico, in quella che poggiava amorevolmente le mani sulle spalle dell'amico, per trattenerlo sul sedile;—perdonate al Cigàla, e sarà la grazia maggiore che mi potrete concedere.

—Ma bene, ottimamente!—entrò a dire Ginevra.—Vedi Giulia, come sono galanti tra di loro, questi signori uomini.

—Perchè amano fortemente, marchesa!—gridò, con aria di trionfo, il Cigàla.—Questa cortesia di Enrico, che io non ho chiesta nè preparata, viene in aiuto alla mia tesi.

Ora io lo dimanderò alla signora Maddalena, che non mi ha ancora dato il suo voto di biasimo; chi ama più fortemente? gli uomini o le donne?

—E lo chiedete ancora?—rispose la soave Maddalena.—Le donne, a mio credere. E voi, seriamente, ardireste essere d'una contraria opinione?

—Pur troppo, signora, e non solo tengo che gli uomini amino più fortemente a gran pezza, ma aggiungo….

—Suvvia, non vi fermate a mezza strada!—disse Ginevra.—Dopo quello che avete già sentenziato, non ci può esser altro che rechi stupore a Maddalena.

—Or bene, aggiungo…. Ma intendiamoci, lascio da parte le dame presenti! Aggiungo insomma che le donne amano poco, per non dir nulla, addirittura.

—È grossa!—esclamò la Giulia.

—E la sostengo, foss'anche grossa come il nostro pianeta!—disse di rimando l'oratore pessimista.—Le donne, generalmente parlando, sono egoiste. Amano, sì, non lo nego, ma anzitutto sè stesse. L'affetto di un uomo dice loro, in tutti i modi, una cosa sola: «siete bella!» Ecco perchè l'uomo che ama è ricambiato, e per che modo. Notate, io parlo delle migliori, di quelle che sono grate all'uomo un tantino di più che non allo specchio. Ma che cos'è poi questo loro ricambio di amore? È il superfluo dei loro pensieri, delle loro cure, e che non impedisce loro di contentare ogni loro capriccio, pari a quel superfluo che il Vangelo ci comanda di dare ai poveri, e che, levato di tasca, ci lascia ancor tanto da non patir difetto di nulla. Ora io lo chiedo a voi, gentilissime eccezioni; questo amare per una decima, anzi per una centesima parte della propria potenza spirituale, è egli amare davvero, o non piuttosto per celia?

—L'accusa è antica,—rispose placidamente Ginevra,—e tutte le donne che ci hanno preceduto sulla scena del mondo, l'hanno combattuta, risospingendola agli uomini. Io non mi gioverò di questo spediente; non negherò neppure che ci sia molto di vero in quello che dite. Ma non si meritano questo, e peggio, i signori uomini? Lascio, s'intende, da parte i presenti;—aggiunse ella sorridendo, per rendere la pariglia al Cigàla, che s'alzò a mezzo, per farle un inchino;—ma è certo che i signori uomini sanno molto bene volere, e punto punto guadagnare. Oggi, pur di vederci, si contentano di starci dinanzi in adorazione; domani vogliono già udirci a parlare, e d'una cosa soltanto; entrati a mala pena, e quasi sempre a caso, nella cerchia delle nostre consuetudini, s'atteggiano a conquistatori, e vogliono essere adorati a lor volta, o chiedono una confessione in premio d'un sacrifizio che non hanno fatto, ed anche qui vogliono essere adorati alle prime. Ricordate la sentenza, Cigàla; «il vero amante è sempre timido».

—È la contessa di Sciampagna che lo dice?

—Non so, ma ne ricordo bene un'altra delle sue: «chi non sa nascondere non sa amare».

—Signora, Lanfranco Cigàla, mio antenato, e trovatore di grido, lasciò scritto in una delle sue canzoni: «chi nasconde non fa veder nulla».

—È autentica la citazione?

—Poniamo che sia apocrifa; la sentenza rimane, e può valer quanto un'altra.

—A questi patti ve ne citerò una terza, che potete leggere nel codice d'amore: «L'indiscreto non sarà mai un amante fedele». Ma tornando alla vostra, vi dirò che una donna si avvede mai sempre dell'affetto di un uomo, anco se gelosamente custodito nel profondo del cuore. E così i signori uomini si contentassero a lasciare indovinare i loro pensieri, che n'avrebbero assai più vantaggio.—

Aloise, il quale era stato muto ad udire quella tenzone, respirò più liberamente all'ultima frase della marchesa Ginevra, che gli parve uno zuccherino per lui. Ma il Cigàla, che non poteva averci le ragioni di Aloise a contentarsi di quella chiusa, s'impuntò ancora a rispondere.

—Voi dunque, signora, non ammettete nessuna uguaglianza tra le donne e gli uomini? Voi sarete un cortèo di regine, e noi un branco di schiavi?

—E che altro vorreste essere?—dimandò Ginevra, con piglio di leggiadra alterezza.—Non vi basta di avere lo scettro per tutte l'altre cose della vita? Lasciate a noi il regno del cuore, questo povero regno, questo alveare che abbiamo fabbricato noi, api pazienti, colla nostra industria sottile, cavando la cera e il miele dal calice dei fiori. Ma sapete che se questo regno grazioso cadesse per avventura anch'esso in vostra balìa, ne fareste un bell'uso!

—Non io certamente, marchesa!

—Lasciamo da parte i presenti, uomo di corta memoria! Vi arrendete?

—A discrezione.

—Bene! la Corte vi rimanda assolto, ma non già in grazia vostra, sibbene di Lanfranco Cigàla, vostro antenato, e gentil trovatore, che avete citato, in vostra buon'ora, testè. E poichè parliamo di trovatori, chi di voi, signori, saprebbe raccontarci la vita di Goffredo Rudel, e di Percivalle Doria?

IV.

Qui si racconta di Goffredo Rudel, come per amor si morisse.

Si ricordano i nostri lettori della visita che fece Aloise alla villa Vivaldi, allorquando l'amico Pietrasanta lo condusse a fare la prima passeggiata di convalescenza là dalla parte di Nervi? Se essi non hanno dimenticato quella gita campestre, rammenteranno ancora che, innanzi di uscir dalla villa, e quando il giardiniere aveva additato l'albo dei visitatori, Aloise di Montalto si era fatto sollecito a pigliar la matita, e, dopo avere rivolta un'occhiata d'intelligenza al compagno, aveva scritto sull'albo due strani nomi: __Goffredo Rudel__ e __Percivalle Doria__.

Di questa bizzarria il Pietrasanta aveva chiesta la ragione all'amico; e questi gli aveva risposto con un'altra, ripetendo una frase detta da Enrico al giardiniere, quando erano per rimettersi in carrozza: «i nostri noi viaggiano nel più stretto incognito».

Ma perchè, tra tanti nomi posticci che potevano venirgli in mente, egli era andato a cercar proprio que' due nomi storici? Perchè all'innamorato senza speranze pareva di scorgere una certa somiglianza tra la sua infelicità e quella famosa del poeta provenzale. Un trovatore, poi, ne tirava un altro, e tra i nomi di trovatori da poter mettere accanto al primo, gli era balenato alla fantasia quello di un genovese; però aveva aggiunto Percivalle Doria, come pseudonimo di Enrico Pietrasanta. Si noti che mezz'ora innanzi il giardiniere, conducendoli sotto l'albero di sughero, aveva accennato ad una Corte di amore; si aggiunga che Aloise, a que' tempi, secondo l'uso di tanti innamorati, leggeva assiduamente il Leopardi e il Petrarca. Ora, dal cenno del giardiniere e dai versi del Petrarca, ai trovatori, al Rudel, non c'era altro che un passo, e ad Aloise tornava in mente ciò che aveva scritto messer Francesco nel suo __Trionfo d'amore__.

    Gianfrè Rudel, che usò la vela e il remo
    A cercar la sua morte….

Dopo quel giorno, molte cose erano avvenute, ed Aloise era introdotto solennemente in casa Torre-Vivaldi. La sua prima visita alla marchesa, dopo ch'ella era in villeggiatura, gli aveva fatto ricordare, non senza un pochino di trepidanza, i due nomi scritti sul libro, e l'altro inciso sulla tavola di lavagna; ma s'era poscia raffidato nel pensiero che i primi dovessero rimanere ignorati, confusi com'erano tra tanti altri forestieri e visitatori d'ogni risma, e l'altro celato sotto il tappeto, che era sempre disteso sulla tavola di lavagna, in quelle ore che la marchesa usava passare in quel suo luogo prediletto.

Una volta aveva tremato davvero, ma non al tutto di sgomento. Egli era, con altri, vicino alla signora, e il discorso era per l'appunto caduto su quella rustica tavola, che il marchese Antoniotto avrebbe desiderato mutare in un'altra di marmo.

—No, essa m'è troppo cara così!—aveva esclamato la marchesa.

Ma il subitaneo timore e il dubbio dolcissimo di Aloise erano tosto svaniti. La marchesa, proseguendo, aveva narrato com'ella non volesse mutar nulla in quel luogo. La disposizione d'ogni cosa, la consuetudine di andarvi a passare le calde ore del giorno, il nome istesso di Corte d'amore, rimontavano alla sua bisavola, a quella «__celebrata—Per ingegno e beltà Tullia divina__» siccome l'avea cantata un poeta famoso del suo tempo. Agli orli di quella tavola si erano appoggiate le crespe rigonfie della sua veste di broccato; su quel piano s'era posato il suo ventaglio piumato, il suo occhialino, il suo libro; quella rozza lastra era sacra; sacri i rozzi sedili fatti di quel medesimo schisto nericcio, sorretti da scabri pilastrini; nient'altro di nuovo ci aveva da essere, salvo l'aggiunta dei sedili di maiolica, poichè i primi non sarebbero bastati alle geniali adunanze dei visitatori moderni.

Tornando ad Aloise, egli, poichè Ginevra niente aveva detto, o lontanamente accennato, s'era facilmente condotto a credere che non si fosse addata di nulla. E inoltre, come avrebbe ella potuto rintracciare in quei muti segni la mano di lui? Il giardiniere, nel quale s'era imbattuto due volte, non aveva mostrato di raffigurarlo; oltre di che, non avrebbe potuto affermare chi, dei tanti forestieri, avesse scritto que' nomi. E li aveva forse pur letti? In queste argomentazioni s'era chetata l'apprensione di Aloise, ed egli non ci pensava già più.

Ma bene, per contro, ci pensava Ginevra, come potrebbe dimostrarvi una lettera di lei alla Roche Huart, scritta ne' primi giorni del giugno, e già debitamente copiata da padre Bonaventura nel noto volume delle Opere di santo Agostino.

Volete leggerla? Tanto, per udire la continuazione dei lieti ragionari e la vita del trovatore Rudel, che qualcheduno si farà pure animo a raccontare, ci sarà sempre tempo, e noi, cronisti patentati, non ve ne faremo perdere neanche una sillaba.

È tempo, d'altra parte, che vi diciamo qualche cosa intorno al cuore della marchesa Ginevra, che fu una delle più notevoli donne della nostra generazione, in quella guisa che è una delle più importanti nel viluppo di questa veridica storia. Già minutamente ve l'abbiamo dipinta nella prima parte del libro, nè abbiamo tralasciato di accennarvi le egregie doti del suo intelletto; del cuore abbiamo detto soltanto che ancora non aveva dato segno di vita, così restando ella una donna della quale non si capiva un bel nulla. Tentiamo ora di capirne qualcosa; la lettera è qui:

«Sono finalmente nella mia tranquilla dimora di Quinto, dove mi è dato di respirare, di vivere. Sei mesi di agitazioni, di feste, di cure, di molestie parigine, non fanno anche a te, mia bellissima, desiderare la quiete della tua Bretagna? Le veglie, i teatri, le visite, le mille cure della città, opprimono me pure, m'infastidiscono per cinque o sei mesi colla monotona sequela dei loro trabalzamenti, e mi fanno parere cento volte più bella, più cara, questa mia vita campestre. Vivo in città, come il fiore nell'aria soffocata d'una stufa; qui torno all'aperto, dove il tepore è sano, dove la luce ravviva.

«Anche quassù s'alternano le visite e i passatempi; ma questi non sono comandati dalla consuetudine; la mia mente li trova e li varia a sua posta; quelle poi si ristringono a un picciol numero di famigliari, uomini sempre, e spesso adoratori molesti, ma sotto la comportabile maschera dell'ossequio, o della amicizia.

«Uomini! stirpe volgare, la cui ammirazione ti rimpicciolisce, il cui amore ti offende! Io non so intendere, per verità, come ci possano essere di così stolte donne, le quali commettano il cuore, la vita loro, al facile, insolente entusiasmo di un uomo. Or vedi che cosa avviene, sotto i nostri occhi, ogni giorno. Perchè una donna è giovane e bella (ardisco scrivere in tal guisa a te, mia bellissima, che m'hai guastata colle tue lodi e che solevi chiamarmi la tua __petite madone italienne__), si ascrivono a debito di ammirarla, di farle intendere in mille modi, non escluso quello della persecuzione, che ella ha l'altissimo onore di piacer loro non poco. Perchè questa donna ha un marito, tal volta severo e uggioso, tal altra maturo d'anni e logoro di cuore, eccoli tosto ad arrogarsi il diritto di amarla e di sperare che li ami. Questa è villania, insulto universale e continuo, che ognuna di noi è costretta a patire, e la più parte ne godono; tanto è vero che la servitù ci ha invilito lo spirito!

«Mi chiedi del Montalto, se continua a fare il malinconico. Sì, mia bellissima, continua, e va peggiorando; ma ti giuro che tutto ciò mi dispiace. Io lo stimavo assai più, allorquando, scrivendoti della mia prima comparsa di donna in questa società genovese, ti accennavo com'egli fosse il solo che non avesse cercato di farsi presentare a me, e in teatro, mentre tutti gli sguardi erano rivolti alla tua __petite madone italienne__, egli solo ostentasse di volger le spalle. Fui curiosa di conoscerlo, questo bizzarro giovinotto, del quale tutti erano, e sono ancora, invaghiti; e ciò forse ha potuto darti di me un concetto disforme dal vero. Egli è venuto, come sai, alla mia veglia annuale di congedo, e mio marito se n'è innamorato come tutti gli altri, egli che non va pazzo per alcuna cosa al mondo. Ma di lui ti ho già parlato a lungo, e di tutti i suoi amori colla politica: laonde non ti sarà difficile indovinare che la sua amicizia pel Montalto ha le sue radici nella ragion di Stato, che a noi donne mette i brividi addosso. Per fartela breve, il giovine amico è già venuto tre volte a Quinto, e mio marito vorrebbe vederlo ogni giorno. Intanto, sai che scoperta ho fatto io? Potrei dartela alle cento, alle mille, come madama Sevignè nella sua famosa lettera, che ci hanno fatta leggere tante volte in collegio, e tanto non la indovineresti. Figurati che quel suo contegno, quella sua arcana severità, nascondevano un antico affetto. E per chi? Per la madonnina italiana.

«Il primo giorno della mia villeggiatura, vado a salutare la Corte d'amore della marchesa Tullia, e quella tavola di lavagna che sai. Sull'orlo di quella tenera lastra di pietra che cosa trovo? Inciso il mio nome, __Ginevra__. Tutto ciò mi dà molto da fantasticare. Chi è stato? Vo a squadernare l'albo dei visitatori della villa. Son tutti nomi di Francesi, di Tedeschi, d'Inglesi, e di persone ignote. Ma l'incisore del mio nome, dico tra me, ha da essere uno del nostro ceto, e che mi conosca per bene. Ora io non so raccapezzarmi tra i nomi scritti nell'albo; due soli mi tengono dubbiosa, due nomi strani, due nomi d'antichi trovatori, Goffredo Rudel e Percivalle Doria. Piglio lingua dal giardiniere. Il brav'uomo si ricorda della venuta di due gran signori, giovani ambedue; l'uno pallido, biondo e svelto della persona, taciturno e infermiccio in apparenza; l'altro di capel bruno, spigliato nei modi, chiacchierino e sempre in moto. Sono certamente costoro che hanno lasciato quei due nomi nell'albo; il giardiniere ha notato che s'era negli ultimi giorni di febbraio, e sulla pagina c'è appunto scritta la data di quel mese. Essi visitarono la villa per ogni verso; ma, il biondo, che pareva stanco, non era andato più oltre della prateria, e, mentre il compagno scendeva nella grotta, era andato a sedersi presso la tavola di lavagna. Ci siamo, ho detto tra me; l'ignoto incisore è il giovine biondo.

«Ma ciò non bastava ancora; ho cavato le parole di bocca al Pietrasanta, l'amico inseparabile del Montalto, e lì, tra mille chiacchiere sbadatamente fatte, ho potuto sapere che egli era stato, in un tempo non molto lontano, a visitare la nostra villa. Non ho chiesto di più, per non metterlo in sospetto; ma il mio dubbio s'è fatto certezza; il tenue filo della mia logica mi ha guidato a questa scoperta: Aloise di Montalto aveva un segreto, e questo segreto lo ha confidato ad una tavola di lavagna, credendola muta. Ma oramai non parlano anche le tavole?

«Scriva a suo talento, il signorino: cada egli pure ed affoghi nella consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuore di Ginevra.»

Di questa lettera, come dell'altre scritte prima e poi alla viscontessa di Roche Huart, come, a farla breve, di tutto ciò che pensasse la bella Ginevra, nulla poteva sapere Aloise. Però, argomenti il lettore come rimanesse sgomentito a quella improvvisa dimanda della marchesa, intorno ai due trovatori. Un fulmine, caduto a ciel sereno, non lo avrebbe scosso più forte. Per un tratto rimase muto; e fu ventura che altri parecchi gli fossero compagni, ai quali la domanda era rivolta come a lui; se no, impacciato come un pulcino nella stoppa, non avrebbe trovato niente da dire, e, quel che è peggio, il rossore lo avrebbe tradito.

Primo a rompere il silenzio fu il Cigàla, che rispose candidamente di non conoscere que' due personaggi. Il piccolo Riario fece una ugual confessione; altri due si strinsero nelle spalle; perfino il De' Carli tartagliò le sue quattro parole di scusa. Il Pietrasanta stette duro, come se la cosa non lo risguardasse punto, e se la cavò mandando una languida occhiata alla marchesa Giulia, che si fece tutta rossa nel volto. Ma i lettori non facciano sospetti temerarii; la marchesa arrossiva facilmente, perchè a ciò la traeva il suo color naturale.

Restava Aloise; ma, in quella che gli altri parlavano, il nostro giovine s'era fatto un cuor da leone. Non si diventa prodi, se non guardando in faccia il pericolo. Cotesto occorre in battaglia, e molti che leggono ne avranno fatto sperimento in sè stessi. Chinar la testa una volta al sibilar delle palle, conduce a chinarla per sempre; mettersi al riparo dietro un ciglione, persuade a non trarne più fuori la testa; e l'occasione, che potrebbe fare dell'uomo un eroe, la occasione se ne va, lasciando il soldato nella sua codarda postura.

Aloise aveva veduto il suo segreto scoperto; ma, tocco sul vivo, aveva pure considerata in un batter d'occhio la sua condizione disagiata, e fatto il proposito di uscirne. Però, a mala pena ebbe il marchese Onofrio tartagliate le sue scuse, volse lo sguardo animoso a Ginevra, e le disse:

—Orbene, se gli amici non la sanno, vedrò di raccontarvela io; ma quella soltanto di Goffredo Rudel, che l'altra del Doria non l'ho presente ora.

—Ci contenteremo di quella;—rispose Ginevra.

—Incomincio, dunque; ma badate, signora, che è
  lunga.

—Oh, non ve ne date pensiero; il tempo è tutto
  nostro.

—Aloise,—bisbigliò il Pietrasanta all'amico,—ero venuto per parlarti di un negozio….

—Me ne parlerai più tardi!—interruppe Aloise, con un accento che non isfuggì al fine udito della marchesa Ginevra.

E mentre tutta la nobile brigata si raccoglieva ad udirlo, Aloise, non senza arrossire un tantino, così incominciò la la narrazione:

—«Goffredo Rudel, signore di Blaia, è uno dei primi trovatori di cui facciano menzione le cronache di Linguadoca. Da giovine, amò, o credette di amare, una Guglielmetta di Benagues, viscontessa guascona, la quale doveva essere una gran lusinghiera, e amica del numero tre, poichè le piaceva tenere a bada, nel medesimo tempo, lui Goffredo, Elia Rudel suo cugino, e Savary di Mal Leone.»

—Povera viscontessa!—interruppe Giulia.—Non sareste per caso un po' crudele con lei?

—No, marchesa, imparziale. «Narra la storia che in una conversazione tra la dama e i tre gentiluomini anzidetti, ella sapesse diportarsi per modo che ognuno di loro, uscendo di là, si tenne il prediletto di lei. Infatti, venuti a disputa, si chiarì che a Goffredo avea data una dolcissima occhiata; ad Elia una eloquentissima stretta di mano; a Savary aveva premuto il piede, sotto la tavola. Così narra Nostradamus, ed io lo ripeto, per dimostrarvi in che guisa Goffredo Rudel si allontanasse da lei. Per ventura, quell'amore del giovine per la Guascona, era un capriccio, uno scherzo, non già un affetto profondo….»

—Non amano tutti ad un modo i signori uomini?—chiese argutamente
Ginevra.

—La storia di Goffredo Rudel vi dimostrerà il contrario;—soggiunse Aloise,—ed io vado innanzi senza paura. «Fatto esperto da quel primo disinganno, Goffredo Rudel non volle metter più la sua fede fuorchè in nobili cuori. Ora i nobili cuori erano rari al suo tempo tra le donne, e per lunga pezza il signore di Blaia visse soltanto per l'amicizia, nè altro ebbe a celebrare ne' suoi versi che questa. Il signore d'Agoult era l'amico suo, e il castello dell'amico lo trattenne a lungo tra le sue mura ospitali. Ma giunge in Provenza il conte Goffredo Plantageneto, fratello a Riccardo Cuor di leone, re d'Inghilterra, e nella breve dimora fatta al castello di Agoult, s'innamora cosiffattamente del gentile poeta, che lo vuole con sè alla corte d'Inghilterra. Il trovatore si schermisce; ma il signore d'Agoult, liberale com'era, nè volendo rimandare scontento un così potente barone, prega a sua volta l'amico di cedere allo invito del conte Goffredo. Ed ecco i due Goffredi, il principe e il trovatore, in viaggio, alla volta d'Albione.»

—Dell'__avara Albione__!—tartagliò il De' Carli.

—Ma non avara di lusinghe pel nostro provenzale;—soggiunse il Cigàla.—Egli certamente avrà fatto dar volta al cervello di molte __ladies__!

—Può darsi;—soggiunse, continuando, Aloise:—«Quel che avvenisse alle dame inglesi non so; ma posso starvi pagatore che Goffredo Rudel non n'ebbe il cuore commosso, e in quella vece s'accese del più gagliardo affetto che uomo sentisse mai, per una donna la quale egli non aveva mai vista, per la contessa di Tripoli, la quale viveva nella sua corte, sulle spiagge di Soria. Innamorarsi di veduta, è cosa agevole e naturale; innamorarsi d'udita, è cosa strana, che molti stenterebbero a credere. Ma che volete? Udendo dai pellegrini, che tornavano da Terrasanta, narrare i pregi della contessa, celebrare la prestanza delle forme, la soavità dei modi, l'ingegno acuto, e virtù d'ogni maniera che la facevano superiore all'altre dame del suo tempo, il povero trovatore tanto se ne invaghì, che non ebbe più pace. E certo quel suo insolito e strano amore diventava la favola di tutta la corte d'Inghilterra, se le canzoni che egli scriveva in lode della lontana sua dama, della sconosciuta beltà, destando l'ammirazione universale, non avessero fatto tacere il sarcasmo.»

—Voi pure ammettete,—interruppe Ginevra,—che fosse strano non poco, questo amore d'udita?

—Non lo nego; sebbene, a que' tempi, la cosa poteva parere meno bizzarra. Le cronache provenzali ci hanno conservata una tenzone tra due poeti, Gerardo e Peronetto, intorno alla quistione, chi più ami la sua dama, se il presente o l'assente, e chi più possente amore introduca, o il cuore o gli occhi.

—Questione difficile!—notò il Pietrasanta.—Che ne pensate voi, signora?

—Io tengo per gli occhi;—rispose arrossendo la Giulia, a cui la dimanda era rivolta.

—E voi?—chiese il Cigàla, alla Torralba.

—Pel cuore;—rispose la soave Maddalena.

—Ed io per tutti e due!—sbruffò il lezioso De'
  Carli.

—Ma come fu sciolta la questione, allora?—chiese Ginevra, per dar la parola di bel nuovo al narratore.

—Non saprei dirvelo. Le cronache raccontano che fu portata innanzi alla corte d'amore di Pierafuoco e di Signa; ma non ci recano la sentenza che ne fu data. So bensì che in quella tenzone poetica, tra molte buone ragioni ed esempi per l'una parte e per l'altra, c'era una strofa che vi traduco così: «Tutti gli uomini di perfetto giudizio conoscono molto bene che il cuore ha signoria sopra gli occhi, e che gli occhi non servono punto nelle cose d'amore, se il cuore non acconsente; laddove, senza gli occhi, il cuore può francamente amare una cosa che giammai non abbia veduta, siccome avvenne al signore di Blaia.»

—L'esempio non scioglie la questione!—disse
  Ginevra.

—È un circolo vizioso!—aggiunse il De' Carli.

—Ma via,—ripigliò la marchesa,—continuate la vostra storia, signor Aloise, e perdonate le interruzioni troppo frequenti a un uditorio curioso ed attento.

—«Infiammato sempre più dal desiderio di veder la contessa, Goffredo deliberò di andarsene pellegrino in Terrasanta. Un suo dilettissimo, anch'egli buon trovatore, Bertrando di Alamannone, fu pronto, come suol dirsi, a tenergli bordone, e ambedue fecero il disegno d'imbarcarsi a quella volta. Doleva di quella partenza al Plantageneto, che usò d'ogni suo potere per distogliere il suo protetto da quel faticoso viaggio. Ma nulla valse; e finalmente, ottenuta licenza dal conte, il Rudel monta in nave coll'amico. Eccoli in viaggio, alla scoperta dell'ignota bellezza. Il vento fischia nel sartiame; la tempesta assale il naviglio; il masso di Gibilterra torreggia spaventoso frammezzo alle brume; Goffredo Rudel non ode il fischio del vento; non bada ai marosi che invadono la coperta, e canta dolcemente d'amore. Udite la canzone ch'egli ha composto nel tragitto, temendo di non poter subito parlare alla contessa, anzi d'aversene a tornare con suo estremo dolore, dopo un sì lungo e pericoloso viaggio:

      <i>Irat et dolent m'en partray.
    S'yeu no vey est amour deluench
    Et ne say qu' ouras la veyray,
    Car son trop nostras terras luench.</i>

«Ma scusate; senza badarvi, la recitavo nel testo provenzale, non rammentando che l'avevo tradotta.

      «Corrucciato, dolente, io partirò,
    Se pria non vegga l'amor mio lontano,
    E non so quando mai lo rivedrò,
    Chè nostre terre son troppo lontano!

      «Quel Dio che quanto viene e va creò,
    Che vita diede a quest'amor lontano,
    Mi dia conforto al cor, perchè pur ho
    Speranza di vederti, amor lontano!

      «Signor, per vero e per leale io dò
    L'amor che porto a lei, così lontano:
    Giacchè per un sol gaudio che n'avrò,
    N'ho mille affanni, tanto son lontano!

      «Già d'altri amori ormai non gioirò,
    Se di te non gioisco, amor lontano;
    Chè donna pia leggiadra esser non so,
    In alcun luogo, prossimo, o lontano!

«L'amore è stato paragonato ad una lama che, troppo a lungo rinchiusa, irrugginisce e corrode la guaina. Al misero Goffredo, quell'amore fortissimo per una donna ignota, compresso per così lunga stagione nel profondo del cuore, aveva turbate, distrutte, le fonti della vita. I venti contrarii, le stazioni forzate nei porti del Mediterraneo, tutto concorreva ad accrescere i disagi del tragitto; laonde il desiderio di giungere si tramutò in febbre, e colla febbre si svolsero in breve ora i segni dell'interno struggimento di quelle membra affralite. La nave non aveva anche oltrepassata la punta estrema di Sicilia, che già l'infermo non era più in grado di muoversi dal suo giaciglio, e i governatori del legno pensavano di averlo tra pochi giorni a seppellire nei gorghi del mare.

«—Almeno vivessi io tanto da vederla una volta!—andava ripetendo l'infermo al cortese amico, che passava i giorni e le notti al suo fianco, studiandosi di consolarlo. Veder la contessa e poi morire, era il suo pensiero assiduo, incessante, e, diremo anzi, la sua agonìa.

«La nave giunse finalmente nelle acque di Soria, in vista di Tripoli. Trascinatosi a stento sul cassero di poppa, Goffredo Rudel salutò le bianche torri della sospirata città, che parevano accostarsi a lui sulla liquida superficie, e non volle smuoversi da quella contemplazione fuorchè per scendere a riva. Ma un tanto sforzo lo aveva stremato; e quando, a gran fatica di braccia amorevoli, calato in uno schifo, fu condotto a terra più morto che vivo, parve necessario portarlo immantinente allo spedale dei pellegrini, dove si credette che in quella notte medesima dovesse render l'anima a Dio.

—Poveretto!—esclamò la pietosa Torralba.

—«In tali distrette—proseguì Aloise—Bertrando di Alamannone fu sollecito a recarsi presso il conte di Tripoli. Ma il conte Raimondo non era in città, sibbene ai confini della sua vasta contea, per abboccarsi con un messaggero del Saladino, al quale egli, cristiano, doveva più tardi riuscire di così valido aiuto nella conquista di Gerusalemme. Vide in quella vece la contessa e n'ebbe le più oneste accoglienze che sperar si potesse. E allorquando egli ebbe detto a quella nobile dama com'egli fosse giunto in compagnia del signore di Blaia, la cui fama era pervenuta fino a lei, insieme coi suoi versi d'amore per essa (perchè allora le canzoni dei trovatori correvano il mondo, in quella stessa guisa che oggidì corrono i libri dei più famosi scrittori) e come il gentil trovatore fosse ridotto in fin di vita, ella fu presa da così forte turbamento che la costrinse a sorreggersi sulle braccia delle sue ancelle, per non cadere come corpo morto sul pavimento.

«La donna che sa d'essere amata, è facilmente pietosa (almeno così dicono): e la contessa di Tripoli sentiva nei canti celebrati di Goffredo Rudel e nella fama che del suo affetto correva da più anni in Europa e sulle spiaggie di Palestina, di essere la più amata tra tutte le donne della cristianità. Epperò, tornata in sè stessa, non volle mettere indugio a vedere il morente, e corse, volò, in compagnia di Bertrando, allo spedale dei pellegrini.

«Allorquando dalle labbra dell'amico, che era corso innanzi, udì Goffredo che la sospirata donna gli era già tanto vicina, non seppe resistere a quella grande allegrezza, e uscì per tal modo fuori de' sensi, che fu da Bertrando creduto morto senz'altro.

«—Ahimè,—gridò la contessa di Tripoli, entrando nella cameretta e vedendo quella pallida fronte supina sul capezzale—che questa mia infausta bellezza ha ucciso il più gentil cavaliere che al mondo fosse!—

«E corsa alla sponda del letto, ov'egli giaceva, strinse quella mano che pendeva prosciolta sul ruvido copertoio, e recatasela alle labbra, la baciò amorosamente più volte.

«Al tocco di quelle labbra, tornò in sensi, riaperse gli occhi il moribondo, e vide finalmente, ahi troppo tardi! quella immagine divina. Un'aria di supremo contento gli si diffuse sul volto; la sua mano strinse dolcemente quella di lei; i suoi occhi si affisarono estatici sul bianco viso, sul collo, sugli omeri, e sulla persona tutta quanta di quella gentile, quasi non volessero perdere un lineamento, un contorno, di tanta bellezza. Così guardandola, e palpitando, raggiando verso di lei con tutte le forze stremate dell'anima sua, notò Goffredo le lagrime che le sgorgavano copiose dagli occhi.

«—Madonna,—diss'egli allora, con un filo di voce, e traendo a sè, come gli veniva fatto, quella maravigliosa persona,—qui, qui, presso a me, ve ne prego, che quelle dolcissime lagrime non vadano perdute!

«—State di buon animo, messere!—soggiunse ella, accostando la sua alla faccia di Goffredo, per modo che i suoi capelli ricadenti gli sfiorarono le guance e l'alito della sua bocca scese come una divina ambrosia a rinfrescargli le labbra;—Voi risanerete, e la nostra corte udrà ammirata i nuovi versi di un sì gentil trovatore.—

«A queste parole della contessa di Tripoli, Goffredo crollò malinconicamente la testa sull'origliere.

«—No, madonna,—ripigliò;—io mi sento morire. Solo la speranza di vedervi una volta, mi ha serbato questo soffio di vita. Addio, madonna; io non mi dolgo ora della morte, ora che vi ho veduta. Il mio labbro ha bevute le vostre lagrime; il mio cuore le porterà nella tomba.—

«Furono le ultime parole di Goffredo Rudel, che poco stante, felicissimo nella morte, com'era stato infelicissimo in vita, esalava lo spirito tra le braccia della donna adorata. La quale compose la salma di lui in una ricca ed onorevole sepoltura di porfido, su cui fece intagliare alcuni versi in lingua arabica, a ricordo di un così grande amatore.

«E i versi tutti che Goffredo Rudel aveva composti in lode di lei, fece trascrivere in lettere d'oro e serbò gelosamente con sè. Ma, da quel giorno, mai più la contessa di Tripoli fu veduta con faccia lieta. Visse ancora, ma soltanto per ricordare quel giorno, quell'ora, in cui avea conosciuto, e perduto ad un tempo, il signore di Blaia.

«Il codice dei trovatori che si conserva a Roma, nella biblioteca Vaticana, racconta che la contessa di Tripoli, come potè farlo liberamente, si chiuse in un monastero. Tutti gli altri cronisti narrano che non tardasse molto a seguir nella tomba l'uomo che era morto d'amore per lei.»

V.

L'uomo propone e la donna dispone.

Così finì il racconto di Aloise di Montalto, che, interrotto sul principio dalle gaie considerazioni della brigata, fu poscia, a mano a mano che si avvicinava alla catastrofe, ascoltato con molto raccoglimento da tutti, segnatamente dalle tre dame.

—Se amassero tutti come Goffredo Rudel!—disse la bianca Maddalena.—Ma, pur troppo, nella vita comune non sarà così; e il suo caso….

—Il suo caso prova,—interruppe prontamente Aloise,—che gli uomini non sono poi così brutti come le signore donne li dipingono.

—Non lo nego,—rispose la marchesa Maddalena,—ma il caso è tuttavia dei più strani.—

Aloise si preparava a rispondere; ma Ginevra, accennando col gesto di voler parlare, gli ruppe il filo delle sue argomentazioni.

—Io qui non sono dalla tua;—disse Ginevra.—Io so di un caso anche più strano.—

E così dicendo, ella aveva volto lo sguardo ad Aloise.

—E quale?—dimandò egli.

—Quello del signor Aloise, che sa così bene la storia di Goffredo Rudel, da raccontarcela con tanti particolari, e ricorda i suoi versi provenzali e li ha tradotti per giunta. Sareste per caso un dilettante d'anticaglie?

—Un pochino, signora;—rispose il giovine, cercando di vincere il suo turbamento.—Son sempre vissuto volentieri coi vecchi libri, e se la storia che ne ho cavata non v'è riuscita spiacevole….

—Che dite voi mai? C'è andata anzi a genio, e ve ne siamo gratissime. Peccato che non sappiate anche quella di Percivalle Doria, che vi pregheremmo di raccontarcela adesso. Ho letto questi due nomi in un libro francese,—soggiunse ella, a mo' di parentesi,—e m'era venuta la curiosità di sapere chi fossero. Il secondo, a giudicarne dal nome, dovrebbe essere un genovese. Spero che voi, così dotto nella materia, vorrete cercarne sui libri, e narrarci di quest'altro tra breve.

—Anche domani!—rispose Aloise.—Questa sera medesima andrò a scartabellare i miei vecchi amici.

—Non tanta fretta!—esclamò Ginevra.—Noi leggeremo stasera, se vi piacerà rimanere, quel proverbio di Alfredo de Musset che dicevamo ieri, e che reciteremo sul nostro teatrino rustico, all'aria aperta. Non volete voi che vi diamo una parte?—

A quel cortese invito di Ginevra, la gioia balenò sugli occhi del giovine. Ma tremò in cuor suo l'amico Pietrasanta, a cui la lettera di Lorenzo Salvani bruciava, stiam per dire, nella tasca della giacca.

Come vengono le inspirazioni? Gli antichi, per cavarsela dai viluppi psicologici, le facevano discendere senz'altro dal cielo. Per non metterci a nostra volta nel ginepraio, le deriveremo anche noi di lassù, raccontando che dal cielo venne una ispirazione ad Enrico Pietrasanta; sebbene egli, facendo l'atto di grattarsi una certa protuberanza dietro l'orecchio, dimostrasse che gli veniva dal cervello, posto in quel momento a tortura.

—Voi dicevate dunque, o signora,—entrò egli a dire sollecito,—che vi piacerebbe sapere la vita e i miracoli di Percivalle Doria?

—Sì, per l'appunto, la vita…. e i miracoli, se pure ne ha fatti;—rispose sorridendo la marchesa.

—Oh, ne ha fatti, ne ha fatti!—soggiunse il Pietrasanta, colla deliberata prontezza di un uomo che, dovendo affrontare un pericolo, si butta disperato innanzi, per non rimanere più oltre perplesso.

—E li sapete voi?

—Da capo a fondo.

—E perchè non dircelo subito?

—Perchè…. perchè volevo anzitutto raccapezzarmi…. Ho letto anch'io la mia parte di libri vecchi.

—Benissimo!—saltò su a dire il Cigàla.—Anche a te, Pietrasanta, s'è dischiusa la vena?

—Sicuro, e perchè no? Certo, non racconterò così bene come il mio amico Aloise; ma ognuno fa quel che può, e in fin de' conti, meglio poco e male, che nulla.

—Sentiamola,—disse Ginevra,—sentiamola dunque, la vostra storia!

—La mia, signora?

—Sì, quella che sapete voi. Ho detto forse male?

—Tolga il cielo che io voglia correggervi!—rispose Enrico, che pure avea sentita la botta, e l'aveva per tale.—Voi ci avete le labbra d'oro!

Questa volta fu Ginevra che s'inchinò, per ringraziar l'oratore.

—I complimenti del nostro amico Pietrasanta,—ella soggiunse,—ci fanno pensare che udremo un'altra storia da mandar superbo il nostro sesso.

—Oh no, signora, no!

—Come, no!—interruppe la Giulia.—E avreste allora il coraggio di raccontarla?

—Certamente! Le storie si seguono, e non si rassomigliano. Quella di Aloise incominciava coll'amicizia, e finì coll'amore. La mia rimane da capo a fondo fedele alla amicizia. Io non posso già inventare di pianta! Questa è storia perfetta, la storia, che è donna, non fa complimenti mai, nè a donne, perchè eguale, nè ad uomini, perchè superiore.

—Via, consoliamoci!—disse Ginevra.—Questo almeno è uno zuccherino per noi.

—Voi lo vedete;—ripigliò il Pietrasanta,—finora la storia non è cominciata, e son io che parlo. Ma torniamo al fatto; che cos'è poi l'amicizia? L'amore senz'ali.

—Perciò rade la terra!—notò asciuttamente la
  Giulia.

—Ma almeno non vola via;—disse Enrico di
  rimando.

—Ben parata!—esclamò il Cigàla, a cui quelle scherme piacevano;—che ne dite, signora?

—Dico, signor Cigàla, che udremo di belle cose, in verità!—rispose la Giulia, fingendo lo sdegno.—Ma via, signor Pietrasanta, raccontate la storia del vostro Percivalle; la Corte d'amore, qui sedente, vi giudicherà.—

Così posto alle strette, Enrico incominciò il suo racconto ai maravigliati uditori. Ma la più gran meraviglia era quella di Aloise, il quale ben sapeva come il Medio Evo non fosse il forte dell'amico Pietrasanta. Che diamine racconterà egli? chiedeva Aloise tra sè. Certo, Enrico ha le sue gravi ragioni, per mettersi in questo garbuglio!

Frattanto, come abbiam detto, Enrico Pietrasanta prendeva il largo.

—Percivalle Doria,—incominciò egli,—fu buon poeta provenzale, come i suoi due concittadini Lanfranco Cigàla e Folchetto, che molti s'ostinano, contro l'autorità del Petrarca, a reputar marsigliese. Io spero che la gravità di questo esordio mi concilierà l'attenzione della nobilissima udienza.

—Contaci su!—rispose il Cigàla, discendente di
  Lanfranco.

—Grazie!—ripigliò il Pietrasanta.—Ora, perchè il mio eroe si allontanasse da casa e di cittadino genovese diventasse trovator provenzale, non saprei raccontarvi. Ben so che uscì giovanissimo dalla terra natale, e andò alla corte del re di Francia, Odoacre…. cioè, Faramondo…. anzi no. Luigi Filippo…. Insomma, il nome non mette conto saperlo.

—Lasciamo stare il nome del re;—disse Ginevra ridendo,—ma almeno diteci il secolo, per non farci correre su e giù, quanto è lunga, la storia di Francia.

—Il secolo, signora? Avete ragione! Percivalle Doria fiorì (notate la bellezza del verbo) nel secolo decimoterzo, o giù di lì.

—Sta bene; e adesso, proseguite!

—Proseguo. Percivalle Doria era alla corte del re di Francia…..

—Odoacre!—notò sarcasticamente la marchesa
  Giulia.

—No, Alboino!—rispose il Pietrasanta, sul medesimo tono.—Adesso me ne ricordo; era proprio Alboino. Or bene, il mio Percivalle era un fior di cavaliere, sebbene non credesse all'amore, nè ad altre cose parecchie.

—Era un miscredente, adunque?—dimandò Ginevra.

—No: era un uomo che conosceva il mondò e amava la vita, senza concederle una soverchia importanza. E non istate a credere che avesse patito gravi disinganni, perchè era giovine, e la fortuna gli era sempre stata propizia. Ma egli, più felice di tanti e tanti, i quali non acquistano l'esperienza delle cose umane se non a proprie spese, l'aveva acquistata alle spese altrui, vedendo ciò che agli altri accadeva, e facendone tesoro per sè.

—Come può esser ciò?—chiese a sua, volta la
  Torralba.

—Non saprei, signora, darvene una spiegazione plausibile, se non col dirvi che nella grande famiglia umana ci sono i caratteri privilegiati, i quali imparano nelle miserie altrui a cansare per se medesimi i dolori della vita.

—Privilegiati!—soggiunse la marchesa Ginevra.—Dite piuttosto senza cuore.

—Oh, vedrete se non ci avesse cuore, il mio Percivalle!—disse di rimando il Pietrasanta.—Egli era, ripeto, alla corte d'Alboino, dove gli avvenne di stringersi in salda amicizia con messere Alardo di Anglona gran siniscalco del re; il quale messer Alardo, a sua volta, era amicissimo di un povero ma gentil cavalier normanno, chiamato Laurent di Sauvaine.

—Erano in tre!—disse il piccolo Riario.

—__Omne trinum est perfectum!__—rispose, senza turbarsi, il Pietrasanta.—Ora udite che cosa avvenisse al povero Laurent di Sauvaine. A cagione di un suo alterco con un possente barone, egli era tenuto lontano dalla corte, Messere Alardo, in quella vece, ci viveva da mattina a sera, e per ragione dell'ufficio suo, e per altro ancora, che gli faceva dimenticare ogni altra cosa che al mondo fosse. Notate, nobilissime dame, come parlo anch'io in pretta lingua del Trecento! Ora, poichè Laurent di Sauvaine, lontano dagli occhi, era anche lontano dal cuore di Alardo d'Anglona, il trovatore, che li aveva in gran pregio ambedue, e si doleva di questa dimenticanza di Alardo, scrisse una canzone bellissima, che io pur troppo non rammento in provenzale, e che in italiano non ho saputo voltare, nella quale erano fortemente biasimati coloro che dimenticano gli amici, poichè l'amicizia, com'è superiore alle mondane ambizioni, così deve essere superiore all'amore.

—In verità,—interruppe la marchesa Giulia,—era poco galante, il vostro Percivalle, e voi, signor Pietrasanta, non siete da meno di lui.

—Badate;—aggiunse Ginevra,—se andate innanzi di questa guisa, non vi daremo più ascolto.

—Lo volesse il cielo!—disse in cuor suo il narratore impacciato, che le buttava fuori a bella posta, quelle massime, tanto per essere interrotto e guadagnar tempo alle sue faticose invenzioni.

—Questa non sarebbe giustizia;—rispose egli poscia ad alta voce,—e voi non vorrete dannarmi prima che sia finita la storia. Ora la mia storia dice che Alboino…. cioè, messere Alardo d'Anglona…. anzi, no, volevo dire Laurent di Sauvaine, fosse stato colto ad un agguato tesogli dal suo nemico e chiuso per comando di questi in un carcere donde non avrebbe potuto toglierlo se non un altro e più possente barone, come il signore d'Anglona. Ma il siniscalco, già ve lo dissi, non pensava all'amico Sauvaine, e questi sarebbe rimasto anco un mese senza comparirgli dinanzi, che egli, immerso com'era nelle delizie della corte, non si sarebbe pur ricordato di lui, non avrebbe pur chiesto a sè stesso: che diamine è egli avvenuto del nostro Sauvaine? Per fortuna, Percivalle vegliava, e saputo del caso del cavaliere di Sauvaine, n'andò da messere Alardo, il quale stava appunto allora architettando un torneo, per far cosa grata alla regina….

—Rosmunda!—saltò su a gridare, non senza sbruffi, il marchese
Tartaglia.

—Ah! l'avete pigliato proprio sul serio, il mio Alboino?—chiese il Pietrasanta, voltandosi all'interruttore.—Orbene, sì, Rosmunda, figlia di Cunimondo, re del Belgio, la quale poi volle un mal di morte a Percivalle Doria, per averle guastata la festa, e fu cagione che re Alboino lo cacciasse dalla sua corte.»

—Ma che cosa aveva egli fatto, il vostro Percivalle?—dimandò
Ginevra.

—Ecco! La corte era adunata e il siniscalco era tutto in faccende. Il trovatore lo tira in disparte e gli dice: messere, l'amico Sauvaine ha bisogno di voi, e subito subito.—O come? Ed io che non posso muovermi! Il re, la regina….—Non c'è re, nè regine, che tengano; l'amico ha bisogno d'aiuto; ponete che sia in fin di vita; lo abbandonereste voi?—A Dio non piaccia….—Orbene, gli è appunto il caso; partiamo, e si dimostri per voi che l'amicizia non è un nome vano. Il siniscalco, cedendo alle istanze di Percivalle Doria, andò con esso lui, e fu tratto il cavaliere di Sauvaine dall'unghie del suo mortale nemico. Ma la corte era rimasta senza il siniscalco; il torneo non fu fatto; la regina si dolse; Alboino strepitò, e il povero trovatore, che aveva turbato le gioie della corte, fu mandato con Dio, senza la croce d'un quattrino; contento tuttavia, nel profondo del cuore, di aver fatto sì che l'amico non fallisse all'amico. __Amen.__

—E finisce qui?—dimandò maliziosamente Ginevra, alla cui perspicacia non era sfuggita la titubanza del narratore, nè certe occhiate ch'egli andava tratto tratto gettando, a mo' di chiosa, all'amico Aloise.

—Finisce qui, marchesa;—rispose Enrico.

—Non mi piace.

—Pure, è storia pretta.

—Mi date licenza di non crederlo?

—Questa ed ogni altra che vi piaccia di ottenere, o di prendervi; ma, per non aggiustar fede ad una storia, bisogna averci le sue brave ragioni. E fino a tanto non venga fuori una storia più autorevole della mia, non mi darò certamente per vinto.

—Qual è l'autore che avete letto voi?

—Non lo ricordo.

—Ha da essere il…. Pietrasanta!—disse, tra le risa di tutti gli astanti, la marchesa Ginevra.

—E per questo non v'è piaciuta la storia!—notò di rimando Enrico.

—Non mi fate dire ciò che neppure mi era passato per la fantasia;—soggiunse Ginevra;—ho detto soltanto che di voi, sviscerato campione dell'amicizia, non bisognava fidarsi.

—Mano agli altri autori, dunque, se li trovate!

—Oh non temete, li troverò. Venite qua, voi, Antoniotto!—proseguì la marchesa, volgendosi al marito, che s'innoltrava a lenti passi verso l'allegra brigata.—Avete qualche libro intorno ai poeti provenzali nella vostra biblioteca?

—Credo di sì; il Crescimbeni…. Anzi, aspettate, ci ha da essere perfino un vecchio esemplare del…. del…. Aiutatemi a dire, Aloise!

—Intorno alle vite dei poeti provenzali ha scritto il
Nostradamus;—rispose il Montalto.

—Sì, per l'appunto, un esemplare del Nostradamus. Volete che vada a cercarlo, Ginevra?

—Mi farete cosa gratissima.

—Spietata giudichessa!—esclamò con aria malinconica il
Pietrasanta.—Voi mi volete morto, senz'altro?

—No, voglio la giustizia e nulla più. Anzi, perchè abbiate a riconoscere la nostra imparzialità, deleghiamo il vostro migliore amico ad accompagnare Antoniotto nelle sue ricerche in libreria.—

L'invito di Ginevra era accompagnato da un sorriso così lusinghiero, che Aloise, quantunque avesse capito il senso della storiella del Pietrasanta e gli premesse di rimaner solo due minuti con esso lui, fu pronto ad alzarsi e rispose all'amata:

—Grazie, signora; vado subito.

—Vado anch'io, se lo permettete….—soggiunse Enrico, che voleva ad ogni costo trovar l'occasione di tirare in disparte Aloise.

—No, Pietrasanta, la Corte non può concedervi tanto. Non siete voi l'accusato? E come abbiamo delegato il vostro amico per le indagini, così deleghiamo la nostra amica Giulia a tenervi in custodia.

—Ed ecco le catene! qua i polsi!—soggiunse la Giulia, mostrando una nuova matassa di lana.

Enrico Pietrasanta, che si era morso il labbro alle prime parole della marchesa Ginevra, non seppe resistere alla dolce violenza della Giulia.

—Non si faccia resistenza a un così vezzoso carabiniere!—diss'egli, sorridendo.—Eccomi in vostra balìa!—

E porse le mani per accettar le catene.

Al marchese Antoniotto, frattanto, non tornò difficile metter le mani su quell'esemplare del Nostradamus che aveva accennato a sua moglie. E fu uno scoppio universale di risa, un nembo d'arguzie, una gazzarra di festosi motteggi, quando venne fuori, da quelle pagine ingiallite dal tempo e rose dai tarli, la vera storia di Percivalle Doria, trovatore di Carlo d'Angiò, poco dianzi svisata, anzi rifatta di pianta, dall'amico di Aloise.

Ma a lui poco importava delle risa universali: se la cavò ridendo ancor egli da quella tempesta di motteggi, alla quale era già preparato, e allorquando la marchesa Giulia notò malignamente che gli allori di Aloise lo avevano ingelosito, non si provò neanche a contraddirla.

Dal canto suo, Aloise pensava, e andava cercando da sè che diamine avesse inteso di fare il Pietrasanta con quella sua pazzesca narrazione. Come gli parve di aver trovato, si accostò discretamente all'amico, e, cogliendo il destro che gli era offerto da alcune frasi impacciate del marchese De' Carli che tiravano altrove l'attenzione delle dame, gli domandò sommessamente:

—Dimmi, il tuo Laurent di Sauvaine sarebbe
  egli….

—Sicuramente;—rispose l'altro,—sarebbe Lorenzo
  Salvani.—

Ma in quella che Aloise stava per ripigliar la parola, i ragionari della brigata furono interrotti da un servo, che, fermatosi ad una rispettosa distanza dal crocchio, annunziò esser l'ora del pranzo. E qui Aloise fu sollecito ad offrire il suo braccio alla Ginevra; il marchese Antoniotto alla Maddalena; laddove ad Enrico Pietrasanta fu preso, più ch'egli non l'offrisse a lei, dalla vezzosa Giulia, che si avviava con lui, come i lettori discreti hanno già inteso, in quelle amene regioni del Tenero, che ci lasciò descritte, nella sua famosa carta, madamigella di Scudéry.

La faccenda del pranzo occupò due ore buone. Il Pietrasanta, seduto lontano da Aloise, aveva un bel saettarlo d'occhiate; Aloise era tutto nei discorsi di Ginevra, e non poteva badare a lui. Le occhiate, d'altra parte, se bastano talvolta a significare un sentimento, un affetto, non giungono mai ad esprimere un ragionamento.

Per pochi minuti, quando si furono alzati e la consuetudine li ebbe condotti in giardino, Enrico potè finalmente tirare in disparte Aloise. Ma il loro dialogo era a mala pena cominciato, che le dame inoltrandosi da quella banda, vennero a rompergli il filo.

—Voi siete un guastafeste, Pietrasanta;—disse la Ginevra, con un accento che imparadisò il giovine Aloise;—le dame escono a passeggio; e voi rapite loro i cavalieri.

—Perdonatemi, signora; parlavo ad Aloise di un mio negozio piuttosto grave….

—Parlatene a me!—entrò a dire la Giulia.—Le donne ci hanno spesso di buoni consigli in serbo.—

E prese, come aveva già fatto da prima, il braccio di Enrico. Ed egli, che non era sant'Antonio, cedette a quella dolce violenza.

Qui certamente era da scorgersi un deliberato proposito delle signore. La Giulia voleva far ricredere il Pietrasanta di tutte le sue chiacchiere contro l'amore, e questo era facile ad immaginarsi. Ma Ginevra! Che cosa pensava Ginevra? Ella mirava a trattenere Aloise, ed anche questo s'intendeva facilmente. Ma perchè? Voleva forse fare ammenda con lui della sua solita severità? O non era che un capriccio di donna, che aveva notato un segreto tra i due giovani, e s'impuntava a tenerli divisi? O c'era ad un tempo dell'una cosa e dell'altra?

Comunque fosse, la fine fu questa, che suonarono le undici di sera e il Pietrasanta non aveva anche potuto ragionare da solo a solo coll'amico. E bisogna poi dire che ad una cert'ora della sera, il nostro diplomatico aveva fatto di necessità virtù, e tra per le difficoltà moltiplicatesi intorno a lui e i rapimenti di una conversazione geniale, s'era adattato allo __statu quo__, com'era voluto da que' potentati femminei.

Ora, il partire così, presso alla mezzanotte, non metteva più conto; poichè, fossero pure andati di galoppo avrebbero trovate chiuse le porte per rientrare in città. E il Pietrasanta, pensato assai ragionevolmente che avrebbero potuto alzarsi per tempissimo nella mattina vegnente, pose il suo animo in pace.

Tutto il suo correre, il suo almanaccare, il suo beccarsi il cervello, non avevano trovato nulla contro i sottili accorgimenti del sesso gentile. L'uomo propone e la donna dispone.