Capitolo V. Simboli emotivi.
1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una ad altra persona.
Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio, nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni, perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine. Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza.
2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno, per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo: adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso, o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i trofei sono tenuti[126].
Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro, lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile, vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria, associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo; si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua autorità.
Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo) e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media una, la infima nessuna.
Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi, dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra, essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli: «Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il 9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva.
3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso, nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito, una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie; ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se non con estrema fatica.
Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le usurpazioni.
Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni, solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo; gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile, composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia: il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle — aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità, che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono ogni distintivo: gli uomini andarono in società in frac, le donne in corsetto»[130].
L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale, giuridica.
4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa, patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la loro funzione è più complessa.