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I sogni dell'Anarchico cover

I sogni dell'Anarchico

Chapter 15: III.
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About This Book

The narrative examines debates and tensions among militants as two comrades confront questions of soul, faith, and the morality of revolutionary violence. It contrasts an imperious, calculating elder who favors decisive action with an impassioned, philosophically inclined younger man who wrestles with ritual obligations and personal conscience. Plans for a politically charged attack intersect with vivid dream and visionary sequences that fold historical and fantastic images into the characters' interior lives. Through alternating conversation, introspection, and surreal episodes the work probes the price of ideological commitment, the instability of conviction, and the blurred boundary between conviction and cruelty.

IV.

Rovine fumanti

Che bel sogno! Ho sognato di essere marito amato, libero lavoratore della terra, della mia terra. Certo, aveva sofferto molto, nell'incendio della mia antica casa e nella dura prigionia; le mie spalle avevano sentito i colpi della frusta; ma poi era riuscito, per opera di buoni monaci, a riavere la libertà, a ricostruire la casa bruciata, e voleva procreare dei figli forti, robusti, sani, nei quali trasfondere tutto il grande amore che portava alla patria.

Invece tutto fu un sogno, ed io mi trovo davanti alle rovine fumanti della mia città natia.

Maledetto tedesco! Assassino della nostra libertà, distruttore della nostra patria! Chi ti ha chiamato in Italia? Che cosa cerchi su questo nostro caro suolo? La mia città! Distrutta, distrutta! Perchè il sogno non fu realtà?

Comprendo il sogno. Ho sognato incendi e rovine, perchè ho veduto incendi e rovine; ho sognato omicidi, catture, vergini violate, delitti senza nome, perchè questi miei occhi, inariditi dal troppo pianto ed incapaci di più spargere una lagrima, hanno veduto questi infiniti orrori, ho sognato goti perchè ho visto tedeschi. Il sogno terminò però bene. Ha da essere questo un omen? Mi sorriderà ancora un istante di felicità?

Strano questo sogno! Devo essermi addormentato pochi minuti fa, ed in esso ho vissuto mesi ed anzi anni; ho patito, ho sofferto, ho lottato, mi sono redento col lavoro assiduo all'ombra della croce, ho avuta famiglia. Non comprendo. Tutta una vita, vissuta in brevissimi istanti. Cercherò il mio pedagogo. Chissà? Ha salvato forse la vita, e lo interrogherò….. Ma che vado io sognando? Posso occuparmi di filosofia e di cose di pensiero, mentre la patria arde e il petto di noi, che siamo rimasti in vita, non deve palpitare che di una sola brama, di un desiderio unico: della brama della vendetta?

Sì, vendetta di te, Federico! Finchè un milanese resterà in vita vivrà un vendicatore. Vendetta per la patria distrutta, per le nostre case incenerite, per l'aratro, tirato sulle rovine di Milano, per il sale sparso nei solchi; vendetta per i nostri genitori uccisi, per le nostre sorelle violate, trascinate in dura prigionia; vendetta per tanti delitti commessi, per questa nostra patria violata, esecrata; vendetta per l'Italia che piange, che geme, che non vuole portare lei, la regina del mondo, pesanti catene di duro servaggio; vendetta per tanti morti!—esclama il giovane, scuotendo il pugno chiuso verso il cielo, mentre il suo sguardo contempla le rovine che si presentano al suo sguardo; rovine dolorose, terribili e sconfinate: rovine di case, di palazzi, di chiese; sì, anche di chiese, perchè alcune chiese soltanto vennero risparmiate e altre furono distrutte esse pure. Le rovine di una intera città, punita soltanto perchè voleva conservare la propria libertà ed essere padrona a casa sua; perchè, come non voleva disturbare nessuno, così non voleva venir disturbata; perchè voleva conservare Roma al Papa e l'Italia agl'italiani.

La presa, l'incendio, la distruzione di Milano! Uno dei delitti maggiori che la storia conosca.

Altri giovani gli si uniscono. Essi contemplano pure sdegnati le rovine, ed anche dalle loro labbra escono parole di esecrazione contro il teutone odiato; essi pure fanno il giuramento di vendicarsi.

—Milano deve risorgere, fenice novella, dalle rovine!—esclama uno dei giovani.

—Non è possibile—risponde con tristezza.—Siamo troppo pochi e troppo divisi e la potenza del Barbarossa è troppo grande; noi possiamo cercare di vendicarci, e benedetta la mano che caccerà il pugnale nel suo petto; ma la ricostruzione della città non è possibile!

—Uomo di poca fede! Riusciremo!

—No.

—Riusciremo ti dico! C'è un uomo, capace di unire gl'italiani od almeno noi lombardi in un solo fascio, e di condurci alla vittoria!

—Chi?

—Alessandro.

—Il Papa?

—Una vittima anche lui della crudeltà teutonica. Egli deve difendere dalla barbarie tedesca qualche cosa più prezioso di Milano.

—Roma? Roma vale Milano?

—La Chiesa, che il Barbarossa perseguita, che dilania, che vuole privare della sua libertà. È lui, che oppone le su vili creature all'Apostolico; che insulta Cristo e Pietro coi suoi antipapi; che vuole fare a brandelli la veste inconsutile del Redentore. E Alessandro…

—Ha perduto nella gran lotta.

—Il Papa non perde mai quando lotta per la Chiesa, perchè Gesù è con lui.

—Ma il Papa erra ramingo in Francia.

—Ritornerà. E nel suo nome e col suo aiuto lotteremo e vinceremo. Combattiamo per l'Italia, per Milano Qua la mano, amici! Formiamo la compagnia della morte!

«Siano nere le nostre vesti ed abbrunate le nostre armi. Vogliamo lottare, vincere o morire. Non possiamo vivere mentre Milano è distrutta, nè vedere l'abiezione estrema della patria amata! Al giuro, amici, al giuro! La compagnia nera della morte! O vincitori o morti! Sant'Ambrogio, Sant'Ambrogio!

Le destre impugnanti i pugnali si alzano verso il cielo e le labbra pronunziano il terribile giuro, che consacra quei giovani alla morte per la patria. Essi, che avevano avuto da lei la vita, erano disposti di sacrificarla per conservarle la libertà.

II.

Passano i mesi, lunghi, durante i quali egli gira di qua, di là, organizzando le masse, destando entusiasmo, esercitando i giovani, esortandoli a fare anche il maggior sacrificio per la patria.

E Milano risorge. Le sue mura? I nostri petti. Abbiamo costruito una novella città; la vogliamo chiamare Alessandria, in onore del nostro duce supremo, Alessandria non ha bisogno di mura; e se mura devono essere, la circonderemo di paglia. I nostri petti saranno anche a lei mura. La Chiesa e l'Italia combattono la battaglia decisiva, per la libertà, per la vita. Se Alessandro non vince non potrà più ritornare a Roma e maledetti apostati, infami e vili creature imperiali, profaneranno la maggior basilica; sulla tomba del Pescatore mani sacrileghe offriranno la gran vittima, e l'Italia sarà per sempre schiava dell'invasore.

Alla lotta, per la fede e per l'Italia. Egli comprende, che questi due concerti non possono venir separati; che l'Italia ha bisogno della fede per la sua vera grandezza; che solo la religione del Cristo la può rendere grande; che la sola fede riempie i cuori di nobili palpiti; che non vi può essere vero amore di patria senza vero, sentito, intenso amore alla Chiesa. Egli sente che la religione è la scintilla che accende i cuori di amore all'Italia. Alessandro, Alessandro!

Tutti inneggiano al Papa. È nel suo nome che si vuole combattere, è nel suo nome che si spera di vincere.

O questa fertile pianura lombarda; questa terra così ricca; questa madre così buona; questa nutrice amorosa di propri figli! Tu non impinguerai il forestiero! O queste belle città, nelle quali freme una grande vita cittadina; queste ingenti fucine di liberi spiriti! Libertà, libertà! Distruggiamole e moriamo tutti sotto le loro rovine, piuttosto di vederle asservite allo straniero; queste chiese, create dalla pietà degli avi; belle chiese dove dal pergamo c'insegnano nel nostro dolce idioma natio assieme all'amore di Dio anche l'amore a quella libertà che è il dono più prezioso del Signore, noi vi difenderemo! Alessandro, Alessandro! Pietro vince in Alessandro! Il mercenario, la maledetta creatura dell'imperatore teutone, non profanerà queste chiese; il suo nome non vi verrà mai fatto. Noi in comunione coll'antipapa? Mai! Viva Alessandro!

Il carroccio! Costruiamo il carroccio! Lo condurremo con noi, e noi, la compagnia della morte, lo difenderemo coi nostri petti! Sacro carroccio, simbolo di cittadina libertà! Pianteremo su di te le nostre bandiere; alta sopra tutte sventolerà quella di sant'Ambrogio. Sant'Ambrogio, sant'Ambrogio! Milano, Milano! Le opere di Dio per le mani dei milanesi! Date fiato alle vostre trombe. Le odano i governatori che egli ha lasciato in Lombardia e riferiscano a lui, che Milano risorge, che abbiamo rifabbricato il carroccio.

III.

Egli lo guarda estatico il carroccio, lo bacia, non sa staccare lo sguardo da lui e poi va da Alessandro.

Il viaggio non gli reca difficoltà. È così veloce; gli sembra di volare. Non sente stanchezza alcuna. Rapidamente si susseguono i giorni ai giorni. Finalmente è giunto. Ottiene di venir ammesso al suo cospetto.

Ecco l'Apostolico. Un vecchio piccolo, scarno, sciupato da infinite fatiche, da indicibili dolori, con un dolce sorriso paterno sullo scarno volto e certi occhi grandi, buoni, ma velati d'infinita mestizia. Il cuore del padre soffre tanto a quelle lotte, a quel sangue; soffre di dover difendere i diritti di Dio, della Chiesa e della libertà colla spada, colle lancie, colle frecce, colle armi. Ma non è possibile diversamente. Anche Giuda Maccabeo ha dovuto difendere colle armi e spargendo sangue la città santa e l'altare del Dio vivente. Ed ora non si trattava di un tempio di pietre, ricco di metalli, ma dello stesso corpo mistico del Redentore, della sua Chiesa.

Egli comprende tutto questo; legge i pensieri del Papa quando si prostra al bacio del sacro piede ed implora dal Vicario di Gesù Cristo una speciale benedizione per Milano, per la compagnia della morte, per il carroccio, una benedizione, che sia caparra di vittoria.

—Vi benedico! Il Papa auspica le benedizioni dall'Alto a chi combatte alla difesa della buona causa, per la libertà della Chiesa e della patria. Anch'io sono italiano. Benedico ai vostri sforzi di conservare la libertà dei vostri Comuni, d'impedire che le schiere imperiali apportino novelle rovine a queste terre, che Dio ha dato a noi e dove noi abbiamo diritto di condurre libera vita, sempre con gran rispetto dei diritti altrui, e dell'autorità che ci è superiore—è la benedizione del Papa.

Come volano questi mesi! sembra un sogno. Sono già passati l'estate e l'autunno; è passato l'inverno temuto, ed egli non se ne è quasi accorto, non ha sentito il freddo invernale, così rigido, così temuto ai piedi delle Alpi. Già; quando si lavora.

Ricorda di spesso l'antico sogno. Là il tempo gli era passato quasi con maggior lentezza. Già. La vita è un sogno e nel sogno si vive quasi una vita novella.

Il lavoro; la tensione grande, infinita delle proprie forze! Dio mio, come passa presto la vita!

Le truppe imperiali scendono le Alpi e si riversano in Italia. Barbarossa è furente. I fuggiaschi raccontano delle sue collere infinite. Ha giurato di distruggere quanto si opporrà al suo passaggio; vuole punire la superbia dei lombardi; chi gli cade nelle mani viene scannato; non usa misericordia a nessuno. Tutte le città, nelle quali s'incontrerà per via, verranno date alle fiamme; rischiareranno la sua via; ed Alessandro ha da diventare il suo cappellano umile e devoto; perchè egli è l'imperatore e perciò il capo universale della Chiesa e dello stato; nel suo petto sono due sorgenti, dalle quali sgorga ogni legge, la civile e l'umana; egli è l'arbitro del mondo. Ciò che egli vuole ed approva è buono; cattivo ciò che egli non vuole o condanna; la sua volontà è legge e doverosa ogni cosa voluta da lui. Non è Dio l'autore delle leggi, neppure il Papa, ma soltanto lui, Barbarossa!

Così gli riferiscono i Fuggiaschi, ed il suo cuore divampa di sempre maggior sdegno; un oltraggio sì grande alla patria, all'Italia, a Milano, a Alessandro!

La compagnia della morte si arma. Si arma lui pure. Quanto è dolce morire per la patria! Ora incomincia a comprenderlo. Si sente invaso di un grande entusiasmo, di un delirio immenso. Ecco le sue armi; sono velate a nero. Finchè Milano non è libera, non è risorta, i suoi figli vestano a gramaglie.

Avanti! Alla marcia, alla marcia contro il nemico!

Quanti soldati! Nessuno li ha costretti; nessuno li stipendia. Sono tutti volontari; i figli di Milano e delle città sorelle; la balda gioventù lombarda, che marcia contro il nemico, avida di combattere, di vincere o di morire. Libertà o morte! Molti moriranno, ma la morte non incute loro terrore. Moriranno per l'Italia, per Milano. Libertà o morte!

Dietro a quella folla di giovani così fieri, così baldi, decisi di combattere, di morire per la patria, viene il carroccio gigantesco, dal quale sventolano le sacre bandiere, e che è Milano stessa che accompagna i propri figli; il carroccio, l'emblema della sacra libertà. Vedere il carroccio vuol dire vedere Milano; difendere il carroccio difendere Milano. Non deve cadere nelle mani del nemico; mai, mai, finchè anche uno solo di noi resterà in vita.

Ecco Legnano. Ecco l'esercito nemico; ecco le aquile imperiali. Quanto è numeroso quell'esercito, quanto potente! Quanti avversari! Gente nordica, semibarbara, vestita di ferro, con grandi elmi piumati, con forti macchine di guerra; molti a cavallo. Gente in gran parte mercenaria; pagata dall'imperatore; combattono per la speranza del bottino. Hanno detto loro che le città lombarde sono ricche, abbondante il loro oro, generosi i loro vini, belle le loro donne. Dio creò l'Italia per i tedeschi; il lavoro italiano per arricchire i tedeschi, e volle belle le donne italiane per i loro amatori di Germania. Oro! Bottino! Donne! Vino! Barbarossa! Barbarossa! E poi l'antipapa li ha benedetti, ha assicurato loro la vittoria, perdono dei loro peccati, assoluzione generale, la gloria beata del cielo; chi muore sul campo di battaglia diventa martire e verrà venerato come martire. Che cosa non promette un antipapa?

Barbarossa! Barbarossa!

Egli ode questo grido uscire da mille e mille rauchi petti. Comprende che è venuto il grande momento; che si decide allora la sorte di Milano, dell'Italia tutta, i destini della Chiesa. Se Barbarossa vince Milano apparterà alla storia, l'Italia sarà feudo tedesco, terra da sfrutto; Roma città imperiale, il papato trasportato altrove, in Francia, in altre terre; non più a Roma, dove il vicario di Cristo non poteva essere lo zimbello dell'autorità imperiale.

E quant'egli comprende lo sentono anche i suoi compagni, che da mille petti esce festoso il grido: Alessandro! Alessandro! Sant'Ambrogio! Sant'Ambrogio! S'invoca il nome del santo patrono, acciocchè difenda dal cielo la sua Milano e si fa il nome del Papa, che racchiude, in quell'istante, un intero programma di libertà. Alessandro, Alessandro!

Le sacre bandiere milanesi e delle altre città lombarde sventolano allegramente al vento e gli eserciti si scontrano. Suonano le fanfare, per tener alto il morale dei lottatori; il sole viene oscurato da immensi nugoli di frecce; la cavalleria atterra i fanti e mena scempio tra i pedoni; i cavalieri, vestiti di ferro, brandiscono le immense spade e spiccano teste; ma anche i fanti vanno lieti alla lotta, alla difesa, e più di un cavallo viene colpito in pieno petto od ha le gambe ferite, cade a terra e ribalta il suo cavaliere, che non è più capace di alzarsi.

Avanti, avanti! Già la lotta si accende corpo a corpo.

Difendiamo il carroccio! Alessandro, Alessandro! Sant'Ambrogio,
Sant'Ambrogio!

I nemici fanno grandi sforzi per giungere al carroccio, per strappare le bandiere, per impossessarsi di quel sacro legno. I milanesi lo difendono col loro petto; la compagnia della morte fa prodigi di valore.

Egli si sente pieno di un indomito entusiasmo; avido di difendere la Chiesa e la patria, i suoi due maggiori tesori. Brandisce la spada. Ha già lottato corpo a corpo contro un nemico e lo ha ucciso. Altri lo aggrediscono. Sono tedeschi; c'è anche qualche traditore italiano, tra di loro. Oh, questi traditori! Servire la causa del nemico; combattere per l'assassinio della patria libertà!

Si difende da loro; lotta da prode; ma i nemici sono tanto numerosi; egli non può parare tutti i colpi; viene crivellato da parecchie ferite. Quanto gli dolgono; ma è per la patria, per la patria diletta; e finalmente riceve un gran colpo al petto. La daga gli apre una ferita grande, profonda, mortale, dalla quale sfugge abbondante il sangue e col sangue la vita.

Giace sul campo di battaglia, a fianco di molti morii e morenti. Ne ode i gemiti, i lamenti, le bestemmie, le preghiere. Gli è così difficile respirare. Ansa. O questo affanno! Ed intanto la lotta continua; ode rumore di armi; ode grida.

L'affanno si fa sempre più forte; i poveri polmoni si dilatano spasmodicamente e cercano invano un po' d'aria! Eppoi ode un urlo di gioia pazza, indicibile, infinita.

Sant'Ambrogio! Sant'Ambrogio! Alessandro, Alessandro!

Alza con fatica la testa morente. Vede le truppe tedesche allontanarsi in una vertiginosa fuga. Il carroccio si avanza maestoso, solenne; le bandiere trionfanti svolazzano vittoriose al vento.

Alessandro! Sant'Ambrogio! esclama giulivo.

È l'ultimo grido che esce dalle sue labbra; l'affanno diventa sempre più forte; le immagini delle cose che lo circondano si scoloriscono; è la morte che s'avvicina…

Secondo intermezzo

Le campane della cattedrale suonano a festa. È la consacrazione. Sul sacrosanto altare si ripete il grande prodigio di Betlemme. Il Verbo incarnato vi discende sotto le specie di candido pane ed il sacerdote alza, tra nubi d'incenso, la bianca Ostia e la mostra al popolo, il quale l'adora riverente.

Mirabile degnazione del Verbo! A Betlemme cela i bagliori della sua divinità sotto la natura umana assunta; sull'altare la divinità gloriosa e la umanità trasfigurata, il corpo glorificato e l'anima beata, sotto le sacrate specie.

Molti fedeli comprendono la poesia del grande istante, fissano commossi la sacra particola e più d'uno piange.

Il suono delle campane è giunto anche nella sua stanza ed egli si desta. La camera è buia.

—Maledette campane! è il primo pensiero che gli si affaccia, e poi ricorda, colpito, stupito, ammirato; ed il ricordo gli desta un grande spavento, un infinito disagio.

—Non è vero!—esclama.—Non è vero!

Allunga il braccio e chiude la corrente elettrica. La stanza viene inondata da una luce intensa, bianchissima, che lo abbarbaglia per un istante. Troppo rapido è il passaggio dalle tenebre a quella luce infinita. Chiude gli occhi e poi li apre di nuovo, a poco, a poco.

Volge il capo e guarda l'orologio a pendolo, appeso alla parete.

—La mezza! Mi sono coricato alle ventitrè ed ho udito battere i tre quarti. Neppure un'ora! E tanti, tanti anni di vita. Egli aveva ragione. Vi sono altre misure. Ed allora?

Non tirò la conseguenza. Il ricordo delle immagini vedute nel sogno non lo voleva abbandonare. Rivedeva…. E il ricordo gli creava grande disagio; gli ripeteva con insistenza certe verità, alle quali rifiutava fede, che non poteva, non voleva ammettere. Eppure….. eppure…..

—No, no!—urlò adirato.—Maledette campane! Il loro suono!

Tese il braccio ed interruppe la corrente. Nella stanza si fece di nuovo scuro; tutto ripiombò nelle tenebre.

Gli venne un pensiero. Allo stesso modo tu fai volontariamente tenebre al tuo spirito.

No, no! Egli non voleva le tenebre, voleva la luce; l'aveva cercata sempre; l'aveva trovata, e quella mattina… La bomba… la bomba!

Sogni pazzi di notte di Natale, causati dalle stupide osservazioni dell'amico, dal suono delle campane, e dal microbo della superstizione che ammorba tuttora l'Italia.

Dormire, e non sognare, oppure sognare rivoluzioni, bombe, tiranni uccisi, aristocratici e borghesi sfracellati in un mare di sangue; sognare vescovi scannati, papi col ventre squarciato; la rivoluzione, la grande rivoluzione, operazione terribile ma necessaria, che sola può salvare l'Italia.

Maledette campane! Si avvolge ben bene nelle coltri, cela la testa nel lenzuolo e cerca sonno.

Morfeo fa scendere lentamente fiori di papavero sul suo capo. Sbadiglia; le idee gli si confondono; dimentica il luogo dove si trova; dimentica che è la notte di Natale.

Dorme…

V.

Il signorotto.

I.

Egli era uscito dalla sua piccola casa, dove abitava colla moglie ed una nidiata di figli, e guardava il colle vicino, dai pendii rapidi, scoscesi, sul quale mani affaccendate costruivano una grande fabbrica. Qualche settimana prima colà non v'erano che quattro alberi ed un po' d'erba, ed ora sorgevano, come d'incanto, alte mura, munite di strette finestre, e già incominciava su quelle ad alzarsi una torre. Egli osservava sdegnato, adirato, con un grande, immenso fremito di rabbia, e malediva a colui, che aveva ordinato la fabbrica e a coloro che eseguivano il lavoro.

—Vili! Per qualche berlinga vendono il loro lavoro allo straniero, all'usurpatore! Qualche settimana ancora ed il castello sarà ultimato. Egli vi abiterà ed allora guai a noi! Ci tratterà da schiavi, come già ci trattano altrove. Ritengono queste nostre terre paese di conquista.

Egli fa il pugno e freme, dalla grande rabbia, dallo sdegno impotente. La persuasione della propria impotenza ne aumenta la collera; gli sembra di essere simile ad un piccolo cane fedele, che non può opporsi al ladro, il quale entra nell'abitazione del padrone amato. Il cagnolino deve limitarsi a latrare; ma il ladro neppure si cura di lui; tira innanzi con disprezzo e questo disprezzo fa al cane assai più male, che se il passante avesse aggredito, si fosse posto alla difesa, lo avesse magari ucciso a bastonate. Avrebbe almeno mostrato di fare conto dell'animale fedele….. Ma un disprezzo simile. Perchè non era cane, un cane forte, robusto, da san Bernardo, capace di slanciarsi contro lo straniero, di costringerlo a mettersi alla difesa, di addentarlo, di metterlo in fuga?

Avrebbe voluto difendere la propria terra da quei prepotenti; ma come farlo? Essi erano molti; avevano con sè la forza, l'autorità, tutto tutto; ed egli era solo. Nessuno la pensava come lui; nessuno aveva il suo coraggio. I più ubbidivano supini. Erano nati per servire, e loro era indifferente a chi servivano; proprio come una mula, alla quale è indifferente di portare in groppa un sacco di carbone o delle fasce di legna, il signor curato o quel malanno, che ora, fabbricava lassù il suo castello. E gli altri; i pochi che fremevano al pensiero del giogo che veniva loro imposto, che si sentivano impari a portarlo, che lo avrebbero scosso così volentieri, gli altri non avevano coraggio. Si lamentavano; ma quando egli aveva detto loro: Prendiamo le vanghe, le zappe, i picconi, andiamo a distruggere quanto è stato già fabbricato e impediamo che la fabbrica continui, essi lo avevano guardato col terrore sul volto; avevano protestato contro le sue parole; lo avevano supplicato di tacere. Taci, per l'amore del cielo! Che nessuno ti oda! Il mondo è pieno di spie. Egli guardava, e il suo sdegno diventa sempre più intenso; il maschio petto ansa fortemente sotto l'impulso di quella collera infinita, e gli viene la pazza voglia di correre, di arrampicarsi sul colle, di arringare gli operai, di suggerire loro di abbandonare il lavoro, di sospenderlo, di non permettere che continui; il desiderio, di atterrare, colle proprie mani, quelle mura, quella torre, d'impedire che si continui la fabbrica del castello.

Un rumore di cavalcature. Volge il capo in quella direzione. Ah! È lui, l'odiato. Non lo ha veduto ancora mai; ma comprende che è lui, che deve essere lui, che non può essere che lui; un uomo molto grasso, tarchiato, con una faccia molto ampia, pingue, grandi mustacchi, pizzo, giganteschi stivaloni di cuoio giallo, muniti di enormi speroni di argento, larghe uose di velluto marrone, un enorme mantello di velluto con grandi bottoni di argento; un cappellone enorme, di panno finissimo, con gigantesche piume, una larga fascia attorno ai fianchi, dalla quale pende una grande pistola, ed il cavallo magnificamente bardato. Mani inanellate stringono le briglie ed il frustino; il portamento dell'uomo e altero, è ridicolmente altero; e dietro a lui vengono otto armati, pure a cavallo e con facce patibolari; i capelli sono lunghi; il ciuffo enorme pende loro di dietro; uno solo lo ha lasciato cadere davanti, ed esso gli maschera il volto. È impossibile ravvisarlo.

Il piumato si arresta e domanda in un pessimo italiano, irto di vocaboli spagnoli.

—Quale è la via che conduce lassù?—ed addita col frustino il castello in costruzione.

—Non lo so!—risponde con scherno. Sentiva di odiare quell'uomo, il quale veniva ad istallarsi, come dominatore, in mezzo a loro. Non gli avrebbe indicato la via che conduce lassù. Ad un suo nemico; ad uno di quegli spagnoli superbi? Mai! Era troppo italiano per farlo.

—Lo costringiamo?—domandò uno dei bravi al suo signore.

Questi ebbe un'occhiata di infinito disprezzo per l'agricoltore.

—Non vale la pena-!—rispose con scherno. Queste parole fecero venire al lavoratore dei campi il sangue alla fronte. Il ricco spagnolo non lo riteneva neppure degno di osservazione. Si riteneva tanto alto, da non degnarsi neppure di far conto delle sue parole e di punirlo per quel rifiuto.

Un urlo di rabbia gli uscì dalle labbra.

Il signorotto rise, i bravi risero pure, ed uno di loro, quello del ciuffo, lo minacciò col pugno chiuso.

—Faremo i conti!—gli disse minaccioso. Si allontanarono.

Egli li seguì collo sguardo, in preda ad una rabbia infinita…

II.

Passano i giorni. Egli è assiduo al lavoro; lavora da mane a sera, e la moglie robusta e due figli lo aiutano sui campi, mentre l'unica figlia disimpegna i lavori di casa. È troppo gracile per lavorare.

—Non diventerà una contadina a modo—dicono di spesso i genitori, crollando il capo.

—Non lo vuole neppur diventare—rispondeva sorridendo la madre, la quale conosceva il segreto della figlia e l'aveva approvato.

Lavorava, lavorava ma non valeva la pena di lavorare.

Le notizie che giungevano in paese erano così brutte; se ne raccontavano tante della crudeltà degli spagnoli.

Qua essi avevano ammazzato una vacca, soltanto per mangiarne il fegato; là erano penetrati in una casa ed avevano chiesto del vino; si erano poi rifiutati di pagarlo, e il proprietario avendo insistito, lo avevano legato, denudato e flagellato a sangue; avevano flagellato pure la moglie, che era accorsa alla difesa del marito, rotto il fondo delle botti e lasciato scorrer tutto il vino; si parlava di signorotti che taglieggiavano i contadini; imponevano loro forti tasse; nel villaggio vicino era scomparsa la figlia di un agricoltore, una ragazza belloccia; nessuno sapeva dove fosse andata, ma la voce generale diceva, che era stata rapita dal signorotto.

Questi racconti girano di bocca in bocca, venivano arricchiti di sempre nuovi particolari, i quali lì rendevano sempre più crudeli, più sanguinari, più truci; e tutti ci prestavano fede. Egli poi li raccoglieva con avidità, li assaporava con una voluttà crudele; era lieto di udirli, e ci credeva, abbenchè certe volte la ragione gli suggerisse di non prestar fede a tutto, di fare una larga tara, di non generalizzare. C'erano tra gli spagnoli dei cattivi, certamente, ma ce n'erano anche dei buoni, dei santi. Ed i loro sovrani? Non si era ritirato Carlo I[1] in un convento, per passare gli ultimi anni della sua vita nella preghiera e nel ritiro, e Filippo II che allora viveva, non era forse un sovrano buono e pio, che conduceva una vita soprannaturale, cristiana? Ma l'odio che egli portava a quanto sapeva di spagnolo era troppo intenso, per fargli apprezzare il bene che si trovava presso quel popolo.

[1] Carlo I di Spagna, V di Germania.

Passarono i giorni, rapidamente; il castello va incontro alla sua ultimazione; i grandi carri portano un ricco mobiglio ad ammirare il quale si affollano i curiosi, e poi il castellano vi conduce la moglie, i figli e grande quantità di invitati, di amici; si fanno grandi feste, e le allegre brigate girano per il paese, battono le campagne, allestiscono grandi cacce, e, nell'inseguimento della lepre o della volpe, attraversano a spron battuto il seminato, senza fare alcun conto delle proteste dei contadini, i quali si vedono privati del frutto di lungo lavoro, vedono rovinati i loro campi e messo in forse il raccolto.

Tonio, il padrone di una campagna vicina, si era opposto ad un gruppo di cacciatori, i quali ne attraversavano, a spron battuto, il seminato; aveva gridato loro di cessare e di non rovinare le sue terre, ma uno di loro, per tutta risposta, aveva fatto fuoco sopra del poveretto e lo aveva ferito gravemente.

Tutta la borgata era sossopra. Tutti maledicevano il signorotto, i suoi amici, i suoi ospiti, agitavano minacciosi i pugni nella direzione del castello, invocavano i fulmini del cielo sopra i brutali, ma tutto si limitava a questo.

Il barbiere del villaggio aveva fasciato Tonio e dichiarato la ferita gravissima. La povera moglie del ferito ed i figliuoletti piangevano desolati.

Egli era stato a vedere di Tonio, aveva confortato l'amico ed avuto parole roventi per il signorotto.

—Ed a dire che non possiamo fare nulla, che siamo assolutamente impotenti di fronte a lui!—esclama adiratissimo, e ritorna a casa, con questa rabbia impotente nel cuore.

Per via s'imbatte in una figura lunga, straordinariamente magra: dal dorso ricurvo, coperta di un abito nero, logorato dall'uso. Il volto dell'uomo è straordinariamente pallido, ed il suo pallore armonizza col candore dei mustacchi e del pizzo. Quel vecchio ha una faccia così dolce; un volto così paterno. Eppure egli sente in quell'istante avversione di lui. Quante volte non ha egli insegnato di ubbidire all'autorità. Era per colpa sua se nessuno si rivoltava nel villaggio.

—Che ne dice don Protasio, della ferita, del povero Tonio?—gli domanda.

—Un avvenimento dolorosissimo.

—Ecco che cosa ha ottenuto colle sue prediche!

—Io?—domanda il vecchio, tutto stupore.

—Lei, proprio lei! Non ci ha raccomandato le tante volte di aver pazienza e di ubbidire alle autorità?

—Ho da predicare forse la ribellione? Ho da dirvi di ribellarvi e di andare così incontro a morte certa, perchè una vostra sommossa sarebbe condannata al più deplorevole insuccesso?—domandò il parroco.

—Ma intanto hanno ferito Tonio.

—Don Fernando, il castellano non è mica l'autorità.

—Dobbiamo però, nevvero, tollerarne le crudeltà, senza poter protestare?—domanda con sarcasmo.

—Chi vi proibisce di protestare. Io mi reco ora al castello, per tutelare i vostri interessi, e per parlare, al castellano, di Tonio e della sua famiglia—esclamò il parroco.

Il suo volto era, in quel momento, trasfigurato, ed esprimeva un'energia tale, che Tonio lo guardò meravigliato. Quello non era più il vecchio dolce, amoroso, timido, ma il pastore forte, audace, il quale si moveva alla difesa delle sue pecorelle contro il lupo del male, senza punto paventare la fiera; il pastore, pronto a dare la vita ed il sangue per le pecorelle.

—Vuole andare davvero?—domandò.

—È mio dovere.

—Azzarda la vita.

Il parroco sorrise.

—Non lo credo. Don Fernando è cristiano. Ma anche se avessi da incorrere in qualche pericolo, che per ciò? Non mi sono fatto prete per il mio vantaggio materiale, ma per la salvezza delle anime—rispose.

—Stia bene in guardia, signor parroco.

—Non me lo raccomandare. Sarò prudente ma anche di ferro—disse il parroco e si allontanò a buon passo.

Egli lo seguì collo sguardo.

—I soli che si prendono cura di noi, che ci difendono,—disse tra sè e sè, ed il suo pensiero volò da quell'umile parroco al grande, che allora reggeva le sorti dell'arcidiocesi, e del quale tutti parlavano come di un sant'Ambrogio redivivo, del conte Carlo Borromeo, il nipote del Papa che, nominato quasi fanciullo arcivescovo, era l'uomo di Dio e della Provvidenza, il padre dei poveri. Il difensore degl'umili, il conforto dei sofferenti, il grande tutore dei diritti della Chiesa e del popolo. Tutti lo proclamavano santo, grande santo; le madri accorrevano al suo passaggio per vederlo, ascoltarlo, baciare il lembo della sua veste e ricevere la sua benedizione. La sua persona destava un delirio. Ed egli sapeva difendere il suo popolo, anche dagli spagnoli, perchè non si sentiva soltanto vescovo cattolico, ma anche lombardo ed italiano, amava il suo popolo, soffriva al vedere calpestati i diritti, e si abbassava, lui, il conte, il rampollo di nobile casato, l'arcivescovo, il cardinale, il santo, fino all'ultimo dei suoi figli spirituali, al meno intellettuale, al più povero, al più umile, per sollevarlo a sè.

—O la Chiesa. Se essa non fosse poveri noi!—esclama.

Ora comprende, che anche il parroco fa quanto può, fa più di quello che può. Ne attende il ritorno; e mentre le mani assidue lavorano, chè egli non può rimanere a lungo senza lavorare, il suo sguardo spia la via che conduce al castello del signorotto, attendendo il ritorno del curatore d'anime, curioso di rilevare, ciò che egli ha potuto ottenere.

Sarà già arrivato; ecco che parla, che discute, che si accalora. Don Fernando cede, lo minaccia, nega ogni cosa, lo fa cacciare dal castello dai servi, dai cani… Ma egli non ritorna. Che l'abbia trattenuto, fatto prigioniero, chiuso in carcere? I contadini che avevano aiutato i muratori di professione nella costruzione del castello raccontavano, che ai piedi della torre erano stati costruiti certi ambienti oscuri, che dovevano servire da prigione. Il parroco incarcerato? Il villaggio non doveva tollerare una simile onta. Bisognava liberare l'amato pastore.

Verso sera vede finalmente una figura umana, che avanza veloce. È lui, è lui. Gli corre incontro. Ma egli viene da una direzione diversa da quella del castello. Non vi è dunque stato? Ha fatto il gradasso ed ha avuto paura di avvicinare il covo del leone?

—Signor Parroco. Lei?

—Ritorno da Tonio. Il medico spera di salvarlo.

—Il barbiere?—domanda.

—Il medico della borgata vicina. Don Fernando, da principio, non voleva credere. Non gli avevano raccontato nulla. Poi ritenne che i suoi si erano difesi da un attacco. Ma io ho parlato…. gli ho detto ogni cosa, gli ho fatto toccare con mano…—disse il parroco infervorandosi.

—Non ha avuto paura? domanda Tonio ammirato.

Il parroco non risponde alla domanda ma continua a raccontare. Don Fernando era montato sulle furie quando egli aveva chiesto un indennizzo per Tonio, voluto che gli mandasse un medico e pensasse alla moglie di lui ed ai figli, e quando aveva pur domandato, che fosse rispettata la popolazione inerme e tranquilla.

Il signorotto aveva dato ordine ai servi di cacciare il prete importuno, che veniva a tutelare gli interessi di quegli italiani, che egli, nella sua boria spagnola, disprezzava tanto; ma l'audace sacerdote non si era lasciato imporre da quelle parole, ed aveva invitato il superbo spagnolo al tribunale di Dio.

Don Fernando era cristiano. Le parole del prete lo avevano impressionato. Aveva incominciato a cedere lentamente.

—Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto; ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non so se manterrà la promessa. È così difficile ridurre questa gente a buon senno. Sono così superbi, così boriosi, così poco malleabili; si credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio sperare…. Intanto per Tonio venne provveduto—disse il sacerdote.

Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto.

Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire meno il dominio spagnolo.

—Volevano introdurre la loro inquisizione.

—Cielo! Con tutti i suoi orrori!—esclama, egli, che ne aveva udito parlare con spavento.

—Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga.

—È riuscito?

—Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge—fu la risposta del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono sempre fieri i buoni di un superiore santo.

Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase indietro e guardò pensieroso il castello, piantato lassù quale un gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà; pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa, la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa, e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove nacquero tre generazioni, e cercò e trovò sonno…..

VI.

Sulla via di Savona.

Una via polverosa. Egli procede a piedi, stanco, sfinito. Va alla città vicina per chiedere giustizia. La otterrà? Ne è quasi sfiduciato. Eppure la cosa è così lampante, che, se fosse giustizia sulla terra, gli si dovrebbe dare piena ragione; ma la giustizia, l'equità, il diritto, tutto, tutto è esulato dalla terra, dal giorno, nel quale quei maledetti francesi sono calati in Italia, se ne sono impossessati ed hanno incominciato a comportarsi come in terra di conquista.

Ladri, ladri! Avevano rubato tutto, e quanto non potevano trascinare seco, veniva distrutto.

Ricorda le terribili notizie giunte al suo orecchio, dei furti da loro commessi, delle loro rapine. Distrutto a Venezia il Pucintoro; distrutte numerose merci, saccheggiato il tesoro della basilica di S. Marco; levati da quella gli apostoli d'argento e mandati alla zecca; calati i famosi cavalli di bronzo ed inviati a Parigi; saccheggiate le chiese, levati i quadri migliori, e mandati tutti in Francia; derubato il santuario di Loreto; asportate le ricchezze della Madonna: saccheggiata Roma e asportato di là tutto: quadri, archivi, documenti; un miracolo, che non avevano asportato anche la cupola di san Pietro; dovunque rubate le ricchezze nazionali e gli oggetti di valore; il metallo venduto, colato; imposte taglie immense alle popolazioni che queste non erano capaci di pagare.

E come Napoleone, il gran ladro, così i suoi generali, i suoi ufficiali, i suoi soldati; tutti fino all'ultimo uomo.

Una mezza compagnia aveva rovinato, col suo passaggio, i suoi campi, invaso la sua casa, mangiato i suoi viveri, bevuto il suo vino, ucciso i suoi polli, scannate le sue due vacche, rubato il suo denaro, e quando sua moglie, egli era assente, li aveva pregati di cessare, di non uccidere per il barbaro piacer di uccidere, di lasciare in vita almeno il bove aratore; erano così poveri e quel bove rappresentava per loro una sostanza, senza di quel bove come avrebbero potuto arare i loro campi; eppoi essi, i soldati, erano fin troppo sazi e carne c'era là in abbondanza, allora essi erano montati sulle furie; avevano scannato il bove, il mulo, le poche pecore; avevano rotto, fuori di sè dalla rabbia, tutti i mobili della casa: le sedie, le scranne, gli armadi, i letti, avevano bastonato, con quelle scheggie, la donna a sangue; ne avevano percosso i figli, e poi avevano fatto un gran falò, con quei mobili rotti, guasti, e se ne erano andati, fieri del loro operato, maledicendo agli italiani…

Egli era ritornato ed aveva trovato ogni suo avere distrutto; si era trovato in una casa completamente vuota e piena di lordure, colla moglie malconcia, i figli battuti, pesti, insanguinati, il bestiame scannato; ridotto alla miseria, incapace di uscire da quella, privo dei mezzi di lavoro.

Aveva avuto allora fremiti d'impotente sdegno; aveva sentito un desiderio infinito ma insoddisfabile di vendetta; ed ora si recava alla città vicina, dove risiedeva il generale, per raccontare il fatto; per chiedere il risarcimento dei danni; per domandare giustizia; deciso di commettere, per ottenerla, magari un eccesso; risoluto a tutto.

Camminava sulla via polverosa, lunga, sotto la sferza del sollione, e fremeva pensando ai francesi, a Napoleone, all'umiliazione d'Italia, divenuta schiava dei francesi; pensava ai tanti principi e sovrani, i quali s'inchinavano avanti all'usurpatore, non sapevano insorgere alla difesa dei loro sudditi; pensava all'imperatore d'Austria, il quale aveva dato sua figlia in concubina all'imperatore; pensava e fremeva.

Nessuno sapeva insorgere, contro l'usurpatore, alla difesa dei diritti del popolo schiacciato, maltrattato, oppresso, privo di alcun diritto; nessuno era capace di alzare la voce e di ricordare a Napoleone… Che cosa?

Un ufficiale francese viene a spron battuto verso di lui, che si trova ad un crocevia e gli domanda con accento imperioso in un pessimo italiano:

—Quale via conduce al villaggio di….

Egli si sente bollire il sangue alla vista di quell'uniforme; ricorda la moglie, che giace malconcia, pesta a casa, sopra un pugno di fieno; ricorda le schiene piagate dei propri figli innocenti: sente un ribrezzo, un orrore dell'uniforme, uno sdegno infinito, e risponde:

—Non lo so.

Per tutta risposta l'ufficiale gli tira il frustino un paio di volte sulla testa, sulle spalle. Egli freme dalla rabbia; muggisce come un toro; è la prima volta, che una frusta sfiorasse le sue spalle; e questa è una frusta francese; spicca un balzo, vuole afferrare la frusta, strapparla dalle mani dell'ufficiale e misurargliela in collo. Non pensa alle conseguenze di un tale agire; non le valuta in quell'istante; ma anche se le avesse valutate a pieno non avrebbe agito diversamente. Una simile offesa!

Ma l'altro dà di sprone al cavallo e si allontana ridendo.

Egli lo minaccia nell'impotente collera col pugno chiuso e continua verso la città.

Alcuni carri passano: carri grandi, onusti di quadri in cornici d'oro; di volumacci enormi. I quadri sono esposti alla polvere; soffrono certo danno; le tele sono vecchie; la pittura s'impalta qua e là. Quadri magnifici, d'infinito valore. Con quanto riguardo non erano stati conservati in qualche chiesa, in qualche palazzo, in qualche galleria privata, ed ora venivano trascinati lontano, lontano. Dove?

Egli chiede ad uno dei carradori, che camminava a piedi, a fianco dei cavalli, e bestemmiava perchè c'era un po' di salita, le bestie stanche trovavano difficoltà di procedere ed essi avevano dovuto scendere per alleggerir il carico:

—Dove andate?

—A Parigi.

—Parigi è lontana.

—Ci si arriva.

—Già. Si arriva anche nell'inferno, che è più lontano o magari più vicino—pensò.

—Donde venite?

—Da Roma.

—E questa roba?

—Bottino di guerra. Hanno dato il sacco al Vaticano ed alle chiese. Quadri levati di là. Dicono che queste vecchie tele abbiano valore. Io preferirei, se fossi Napoleone, una botte di quel vino soave che beve il Papa. Anche questi libri vennero presi in Vaticano. Pesano quintali e non capisco il valore che hanno.

Gli si stringe il cuore. Bottino italiano che va all'estero. Le cose più belle d'Italia che vanno a finire a Parigi.

Povera Italia! egli prova un dolore infinito, come se gli avessero catturato la mamma; povera vecchia mamma; riposa da anni nel camposanto! se glie l'avessero derubata, portandole via i vestiti ed i pochi gioielli, per adornare con quelli una donna, che gli era stata sempre nemica, che egli doveva odiare.

Bottino italiano!

Non hanno preso a lui quelle cose; le hanno prese a Roma, e Roma è Italia, come è Italia Venezia, Loreto, Firenze, Siena e le cent'altre città, che il francese possiede, che il francese saccheggia.

I carri sono senza numero; sono dieci, venti, trenta, quaranta almeno; tutti sì onusti che stentano a procedere.

I quadri ne soffrono. Arriveranno, in parte guasti al destino. E poi il carradore gli narra di certi scartafacci buttati via lungo la strada, per alleggerire i carri; di certi volumacci bruciati di notte per mancanza di combustibile e coi quali era stata preparata la cena; di qualche quadro di minor mole venduto.

Ve ne erano tanti quadri sui carri; nessuno li aveva contati, nessuno li avrebbe numerati. Uno di più, uno di meno. Ed egli piangeva su tanto sperpero, su questi danni incalcolabili, e pensava che quei furti erano in buona parte inutili, perchè non giovavano neppure alla Francia; parte del bottino veniva sciupato per via.

Povera Italia! E nessuno alzava la voce alla sua difesa.

Ma che cosa è quella vettura, che avanza in rapida corsa? È così semplice, così umile; viene trascinata da due cavalli veloci, cambiati all'ultima posta e agli sportelli cavalcano due dragoni francesi.

I carradori piegano le ginocchia e tendono le braccia verso la vettura.

Egli vede in quella tre uomini, due preti, in veste nera, uno dei quali dal volto cereo, spiritualizzato, colle stimmate di un dolore infinito, mentre di fronte a loro siede un ufficiale francese, serio, duro, istecchito.

—Chi? domanda.

—Il Papa.

Egli pure s'inginocchia, tende le braccia verso la carrozza e grida:

—Santo Padre, beneditemi.

Un soave sorriso abbellisce le pallide labbra del vecchio prete dai dolcissimi lineamenti; ed egli alza la scarna destra benedicendo, mentre l'ufficiale francese fa un gesto di rabbia; è sdegnato delle riverenze che dovunque si fanno al Papa, dell'entusiasmo che desta.

Il Papa vien condotto prigioniero in Francia, perchè non ha voluto piegarsi all'onnipotente volontà di Napoleone; perchè lui, unico sulla terra, gli ha saputo resistere in nome della Chiesa e del popolo; perchè ha osato ricordare a Napoleone, che egli pure ha il suo superiore, quel Dio, al quale tutti devono rendere conto del proprio operato.

I carradori gli parlano con entusiasmo del Papa. Sono italiani e perciò apprezzano il gran Pio; e gli raccontano di un altro Pio, che riposava nell'umile cimitero di Fontainbleau, dove era stato tenuto pure in dura prigionia, per non aver voluto piegarsi avanti a Napoleone, tradire la causa della Chiesa, dei fedeli di Roma e degli italiani.

Procede a lungo, silenzioso, meditando quanto ha visto e udito; e corregge sempre più antiche idee inveterate, che ora vede in tutta la sua falsità; sempre più si convince, che la Chiesa è la sola vera amica d'Italia; che essa sola la ha aiutata in tutti gli eventi e nelle maggiori necessità; che quando il mondo intero tradiva il popolo, abbandonava le masse e non si curava d'Italia, la Chiesa era là, vigile alla loro difesa…

VII.

Rivoluzione!

I.

Ode un tumulto immenso. Dove si trova? Non più sulla via, che conduceva dalla sua casa, svaligiata dai francesi, alla cittadella, dove voleva porgere denunzia al generale francese e chiedere giustizia. Non camminava sulla strada polverosa, a fianco di una fila interminabile di carri, onusti del frutto delle ruberie francesi, del bottino, che essi avevano fatto a Roma e che portavano a Parigi; ed invece del rumore dei carri questi urli, questo fracasso, scariche di fucili, lo schioppettio nefasto e lugubre delle mitragliatrici, urli di rabbia, di dolore, ed il rombo minaccioso del cannone.

Che è avvenuto? Balza dal letto. Già. Ha sognato.

La realtà invece si è, che la tanto sospirata rivoluzione sociale è finalmente scoppiata.

Egli ne gode. È ora, è ora! È giusto che il popolo, sfruttato dai secoli, finalmente si sollevi e si vendichi. Bisogna distruggere l'antica mole dello stato aristocratico, borghese, succhione, socialista ufficiale e ricostruire, su quelle rovine, la società.

Egli l'aveva sospirata tanto la rivoluzione sociale, l'aveva preparata, ne aveva propagandato l'idea. Non era egli forse uno dei capi del movimento comunista? Ma non aveva pensato che essa fosse scoppiata così presto, ed era adiratissimo, che era scoppiata a sua insaputa, senza il suo ordine. In ogni partito deve regnare l'ordine, e quanto maggiore l'ordine e lo spirito di ubbidienza, tanto meglio procede il partito.

Egli era uno dei capi del comunismo; avrebbero dovuto attendere che egli avesse dato l'ordine di ribellarsi; che il segno della rivoluzione fosse partito da lui, od almeno avrebbero dovuto agire di suo accordo. Ed invece?

La rivoluzione è scoppiata. Egli è così felice! Si veste in fretta e corre alla finestra. Già la città è in piena sommossa. Ecco gente che corre, che fugge, terrorizzata; ode il lontano rombo di scariche di fucile e di mitragliatrici. Questo rombo poi, così cupo, così funesto, che cosa è mai? Un cannone? Ma i rivoltosi non hanno cannone. Dunque i soldati! Il governo borghese ha inviato le truppe contro i rivoltosi e questi ricorrono al cannone contro i cittadini? Governo maledetto! Egli sente uno sdegno infinito contro il governo, che cerca di ritardare la propria rovina; che osa mettersi alla difesa; che ha l'ardire di puntare le armi sui rivoltosi.

Ecco una compagnia di guardie regie che procede a passo di marcia, col fucile in pugno, pronte alla scarica. Dove vanno? Ma tò! Da una casa vicina vengono lanciate alcune bombe. Egli ne vede le proiettorie luminose; quello sembra un filo d'argento che scende rapido dall'alto; una nube di fumo; urli strazianti, d'infinito dolore; e poi la nube si dilegua; ed egli vede il suolo rosseggiante di sangue; vede cadaveri, vede feriti, che si contorcono tra gli spasimi più atroci, e sente una grande gioia per lo scoppio di una bomba, per quella rovina, perchè essa ha ucciso parecchie guardie, schiavi venduti al governo, i maggiori nemici del popolo.

Non è quella la casa dove abita Beppe storpio? Le bombe le ha lanciate lui, l'anarchico fanatico, traboccante d'odio contro la moderna società; lui, l'impulsivo; lui, che non volle mai ragionare, che voleva soltanto agire, persuaso, che unico mezzo per giungere all'attuazione dei grandi ideali del popolo è la bomba ed il pugnale. Egli gli aveva proibito le tante volte di ricorrere alle bombe; il tempo non gli sembrava ancora maturo per la grande rivoluzione sociale, ma Beppe storpio s'infischiava di tutti.

Aveva fatto bene a gettare la bomba sui carabinieri. Ma le conseguenze? I carabinieri rimasti in vita, e sono i più, non sono fuggiti, ma cercano di penetrare nella casa, donde sono uscite le bombe; fanno violenza all'uscio; questo cede; entrano. Dall'alto non scendono altre bombe. Beppe non ne ha certo delle altre.

Come procede la grande rivoluzione, promossa e fatta scoppiare contro la volontà dei capi? vuole dirigerla, per averne il merito se riesce, per assumersi la responsabilità se non riesce. Certo, non l'ha voluta; la ritiene anzi prematura; ma non sarà mai, che egli, in un momento si critico, separi la propria responsabilità da quella delle masse anarchiche. Con loro sempre, anche quando errano. Dirà: Approvo la rivoluzione, abbenchè non l'abbia voluta e debba condannarla come prematura.—Ma riuscirà, ma deve riuscire. L'aria è satura di anarchia.

Esce di corsa di casa e passa sulla via, dove viene quasi coinvolto dalla fiumana di gente che fugge, che scappa, che si rintana nelle case, che urla spaventata, che implora soccorso, che invoca le guardie regie, i carabinieri.

Egli sente una grande nausea di questa gente. Come? questo è il popolo oppresso, che egli vuole liberare dal giogo di un governo maledettamente borghese; questi vili, i quali, ora che viene la redenzione, non la vogliono, la rifiutano, ed allontanano sdegnosi la mano amica che porta loro un sollievo? Oh! se non fosse la grande causa, l'ideale! Questa gente non sarebbe degna del suo lavoro, del suo interesse, del suo grande e nobile sacrifizio.

Continua nella direzione dalla quale vengano le scariche, del teatro della lotta.

Gente corre ancora sempre, spaventata. Passa in vicinanza di una chiesa; la porta è spalancata e dal suo interno giunge a lui un rumore di voci che gridano, urlano, schiamazzano. I maledetti borghesi ed i socialisti ufficiali hanno certo approfittato della rivoluzione per saccheggiare le chiese e riversare la colpa sugli anarchici. Egli odia la religione e le chiese, che vorrebbe distrutte; ma non è questo il modo di procedere; non è così che si promuovono gl'interessi dell'anarchia. La rivoluzione deve procedere seria, dignitosa.

Entra.

La chiesa è profanata. Al suolo giacciono alcuni cadaveri; due, tre uomini sono intenti ad impiccare un prete ad una colonna dell'altare maggiore, mentre altri saccheggiano, rubano ad una statua della Madonna gli anelli d'oro, le gemme, i cuori di argento; altri fanno man bassa sugli altri altari; hanno scassinato il tabernacolo, versate le particole, che coprono il pavimento quali fiocchi di neve, e due, quattro, cinque si accapigliano per il possesso della pisside.

Egli stenta a prestar fede ai suoi occhi. Gli scassinatori, i ladri, non sono grassi borghesi, non socialisti e neppure la teppa, che approfitta della rivoluzione per sfogare le proprie passioni, ma i suoi anarchici, i più caldi aderenti delle teorie più azzardate.

Egli freme dallo sdegno,

—Vergognatevi!—esclama.

—Vergognati tu!—è la risposta

—Così si risponde ad un capo?—domanda fremendo.

—Che capo d'Egitto! È suonata l'ora per tutti i capi, gli autoritari, gli czar: per tutti, per tutti! Anarchia! Anarchia! Comandano tutti!—urlarono.

—Desistete da questi delitti!… Non comprendete, che in tal modo disonorate il partito?—esclama, ma nessuno l'ascolta.

—Via! via—gridano molti, ed egli si vede investito, minacciato. Comprende che ha perduto il dominio di loro; che non sanno, che non vogliono ubbidire, ed esce addolorato, scoraggiato.

Continua nella direzione di quelle scariche. Vede palazzi messi a sacco; anarchici, i quali, invece di combattere, cercano di mettere in salvo il bottino; hanno predicato teorie comunarde; hanno dichiarato che la proprietà è un furto, che tutto è di tutti; hanno affettato il maggior disprezzo della proprietà, tanto individuale come collettiva, ed ora che la rivoluzione è scoppiata non badano ad incanalarla ed a promuovere il trionfo all'idea, ma a fare bottino.

Li rimbrotta.

Rispondono con scherno.

Impone loro di desistere dal saccheggio.

—Libertà per tutti. Viva l'anarchia! Ognuno può fare ciò che gli talenta!—

Impone loro di combattere piuttosto per il trionfo dell'idea.

Gli rispondono con una sghignazzata. Preferiscono saccheggiare e fare il bottino al portare la pelle al mercato.

Il rossore copre le sue guancie. Questo è il frutto di lunghi anni di educazione anarchica? Egli si era lusingato di aver condotto i suoi verso l'ideale ed invece comprende, che le sue dottrine non furono bastanti per uccidere la bestia nell'uomo; che gli antichi istinti sono divenuti più forti di prima: lo spirito di finzione, la viltà, il desiderio di mettere in salvo la pelle, ed in modo speciale la brama del possesso, il desiderio di accumulare ricchezze…. Comprende, che ci deve essere una mente che diriga, che guidi e comandi, e freme dallo sdegno, che nessuno gli voglia ubbidire, e che perciò l'ideale degeneri….

Continua la corsa; ecco una chiesa che arde; ecco parecchi cadaveri che penzolano dai fanali: un prete, due suore, un carabiniere, una guardia regia, qualche borghese. Non ne piange la morte: se la sono meritata; ma quello non è il tempo di fare giustizia; questa si farà di poi; è tempo di lotta! e continua…

Eccolo investito da una fiumana di gente che viene nella sua direzione; sono uomini, sono giovani, in parte feriti, colle mani lorde di sangue, in preda ad una grande rabbia, ad un forte sdegno, ad un'immensa paura. Li ravvisa. Sono dessi. L'avanguardia anarchica, che egli ha educato, ha entusiasmato, ha riempito di sete di sangue, di desiderio di rivoluzione. Hanno lottato contro l'esercito e vennero messi in fuga dal cannone, dalle mitragliatrici, dai fucili.

Lo vedono, lo riconoscono, lo minacciano.

—Maledetto! Tu sei la causa di tutto!—e lo trascinano seco nella fuga.

Egli cerca di scolparsi.

—Non sono stato io! Vi ho proibito di passare alla lotta.

—Non accettiamo nè comandi nè proibizioni da nessuno.

—Vi ho detto che i tempi non sono ancorai maturi.

—Viva l'anarchia!

—La colpa la avete tutta voi!

—Tu! Tu! Maledetto, maledetto!

E quelle turbe, briache di sangue, piene di sdegno e di livore, avide di sfogarlo sopra qualcheduno, desiderose di trovare un capro espiatorio, sono liete di poter sfogare su di lui la loro rabbia, il loro sdegno; egli viene maltrattato, battuto, percosso; cento pugni lo minacciano; molti cadono fitti, fitti, sul suo corpo; egli ne sente il dolore; grida, urla, strilla, cerca di parare i colpi, ma non riesce; si professa innocente; gli rispondono colle risa e finalmente lo atterrano. Stramazza al suolo e sopra di lui passano i fuggiaschi calpestandolo, senza misericordia, finchè perde i sensi.

II.

Rinviene. Soffre indicibilmente; ha tutto il corpo pesto. Apre gli occhi ma non vede nulla. Il buio è fitto.

Notte? Ma prova un dolore infinito agli occhi, e sente che sono bendati; la benda gli preme la fronte; vuole muovere le membra, ma tutte sono fasciate, bendate.

Dove si trova?

Ricorda il passato; ricorda quelle scene truci; ricorda il modo crudele, nel quale è stato buttato dai suoi; ricorda e freme.

La rivoluzione è riuscita? I rivoluzionari sono rinsaviti; si sono convinti, che egli era un loro benefattore, che dovevano il trionfo a lui; lo hanno raccolto, lo hanno medicato con amore; oppure? oppure?

Prorompe in un grido. Ode un rumore di ciabatte ode una voce senile, carezzevole che gli dice:

—Non si agiti! Il medico non lo permette.

—Dove sono?

—Presso amici.

—Anarchici?

—Ella è anarchico?—domanda la voce.

—Uno dei capi. Abbiamo vinto.

—Calma, calma! Non si agiti. Il medico vuole la calma. Il suo stato è gravissimo; ma ne uscirà, purchè non si agiti—disse la voce.

—Non vedo.

—Le abbiamo bendati gli occhi. È meglio. Sono ammalati.

Un brivido gli scorse per le vene.

—Sono cieco?—domanda.

—Speriamo…—dice la voce con esitanza.

—Sono dunque cieco, cieco!—urla, vedendo confermato da quell'esitanza il suo sospetto.

—Non sono medico. Speri—osserva la voce con imbarazzo.

Egli solleva le braccia piagate, fasciate, dolenti, e vuole strappare la benda, ma una mano l'impedisce.

—Non lo faccia! Abbia pazienza! Si calmi! ed intanto prenda questa pozione calmante—dice la voce, porgendogli una tazza.

Egli la respinge bruscamente.

—Come posso essere calmo se non mi risponde?—domandò.

—Chieda. Risponderò, purchè mi prometta di essere molto calmo.

—Mi dirà la verità?

—Glielo prometto, purchè sia però calmo; chè alla prima agitazione da parte sua non parlo più.

—Tiranno!

—È il medico al quale ubbidisco.

—La rivoluzione è riuscita?

—No.

—No?—domandò con accento di amarezza.

—Il governo la ha soffocata.

—Governo maledetto! Scorse molto sangue?

—Sì.

—Anarchico?

—Borghese in modo speciale.

Viene a rilevare a furia di domande, che gli anarchici hanno bruciato chiese e palazzi, rovinato e saccheggiato case, ucciso preti, frati, monache e molti, molti innocenti.

Non potè approvare un tale operato, ma non osò neppur condannarlo. I suoi fratelli nella fede.

—Ed il governo? domandò.

—Ha soffocato la rivoluzione.

—Quali misure intende di prendere?

—Non lo so.

Egli fa una pausa lunga, lunga, nella quale riflette.

I suoi ideali sono tramontati per sempre come si è spenta la luce dei suoi occhi. Non soffre soltanto perchè la rivoluzione non è riuscita; soffre di più, assai di più, per il disinganno che gli hanno recato i suoi, perchè ha scoperto che il popolo non è maturo per certi ideali; che l'anarchìa è un ideale troppo alto per la società odierna.

Il popolo sarà un giorno maturo?

—Ella è ancora qui?—domanda dopo una pausa.

—Sì.

—Dove mi trovo?

—Nel convento dei cappuccini. Nella piccola parte risparmiata dalle fiamme—è la risposta.

—Ella è dunque?—chiese spaventato.

—Un cappuccino. La chiesa è diventata pasto delle fiamme; una parte del convento pure: il guardiano e tre frati vennero impiccati e due morirono tra le fiamme. L'abbiamo trovato semivivo sulla via, vicino al nostro convento; cinque giorni fà…

—Cinque giorni! Da tanto tempo era privo di sensi!

—Si meraviglia che l'abbiamo raccolto e cercato di conservare la vita?—domanda il cappuccino.

—Sapete chi sono?—domanda. Forse non lo sapevano.

—Il loro capo. Lo sapevano.

—Perchè mi avete raccolto, me, il loro capo?—domanda.

—Perchè Egli lo vuole.

Non chiese altro e meditò la nobilissima risposta. Intuiva chi fosse colui, che aveva imposto la propria volontà a quei frati e per ubbidire al quale essi avevano soffocato l'odio e lo sdegno che sentivano necessariamente contro di lui e gli usavano misericordia, e gli sembrò che una voce gli dicesse: Non l'anarchia ma Lui, Lui solo, è la salvezza di Italia…

Si sentiva così stanco; sfinito; le sensazioni gli si sbiadirono.
Cadde in un sonno profondo…..

Il racconto

L'orologio a pendola battè le sei.

Il dormiente tirò un profondo respiro, aprì gli occhi, girò attorno lo sguardo smarrito e chiese a sè stesso:

—Dove sono?

Attorno a lui tenebre fitte; comprese però di trovarsi sul suo letto buono, nella sua stanza.

—Un sogno!—mormorò.—Ho sognato.

Godette un istante che quello fosse stato un sogno, ma poi continuò:

—Peccato che non fu che un sogno. Sarei morto la morte dell'eroe.

Dell'eroe?

Ma il suo passato anarchico, le convinzioni politiche, le sue antiche persuasioni? No, non sarebbe morto da eroe ma piuttosto da pazzo, da seduttore o da sedotto; certo da uomo che non aveva recato vantaggio ma grave danno all'umanità.

Meglio, molto meglio essere ancora in vita.

Volle allargare il braccio per chiudere la conduttura elettrica e per fare luce nella stanza. Era sempre molto mattiniero; ma poi pensò:

—È l'ultimo giorno della mia vita. Vale la pena alzarsi e mettersi allo studio, al lavoro? Studiare? Che cosa e per chi? E lavorare? Aveva scritto il suo testamento politico; aveva disposto di ogni suo avere; aveva già confezionato le bombe e quel giorno, gettandole, avrebbe recato il maggior servizio alla patria, all'umanità. Voleva godere, per qualche istante ancora, le dolcezze del letto.

Vere dolcezze, che gustava di nuovo, dopo anni, proprio oggi, nel giorno del suo eroismo e forse della sua morte. Già, della sua morte, perchè egli ha da gettare le bombe; le getterà in chiesa e, se ben ci pensa, le getterà in modo da venir sconvolto anche lui dalla rovina e da morire assieme alle sue vittime. Il partito anarchico locale ha bisogno di un martire ed egli sarà questo martire. Il suo ricordo servirà agli altri di sprone alla propaganda anarchica, li persuaderà d'imitarne l'esempio, di fare la rivoluzione sociale; e poi egli non vuole dare a questo maledetto governo borghese il gusto di catturarlo e di condannarlo. Temeva che i giudici lo avessero dichiarato irresponsabile oppure avessero chiesto una perizia medica; che lo avessero sottoposto a lunghi esami minuziosi, a misurazioni di cranio, a studi del suo angolo facciale, delle protuberanze del suo cervello e lo avessero umiliato così negli occhi delle masse. Temeva che gli avessero dato qualche anno soltanto di carcere. La prigione non basta alle masse; esse vogliono la morte dell'eroe per onorarlo. Silvio Pellico si sarebbe assicurato maggior fama se lo avessero impiccato, invece di mandarlo allo Spielberg. Non avrebbe scritto Le Mie Prigioni, ma l'Italia lo avrebbe venerato qual martire, mentre oggi lo dimentica.