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I sogni dell'Anarchico cover

I sogni dell'Anarchico

Chapter 9: II.
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About This Book

The narrative examines debates and tensions among militants as two comrades confront questions of soul, faith, and the morality of revolutionary violence. It contrasts an imperious, calculating elder who favors decisive action with an impassioned, philosophically inclined younger man who wrestles with ritual obligations and personal conscience. Plans for a politically charged attack intersect with vivid dream and visionary sequences that fold historical and fantastic images into the characters' interior lives. Through alternating conversation, introspection, and surreal episodes the work probes the price of ideological commitment, the instability of conviction, and the blurred boundary between conviction and cruelty.

II.

Cesare

I.

Egli si destò, sul suo letto di porpora, e aprì gli occhi. Un sudore freddo, gelido, gl'imperlava la fronte. Girò gli occhi e guardò smarrito attorno a sè.

L'ampia stanza, dalle pareti di marmo prezioso, ornate di grandi scudi di bronzo e di oro, era innondata di una luce tepida, che usciva da due grandi lampade d'oro, nutrite di olii aromatici, presso le quali vegliava un bellissimo schiavo greco. Il pavimento di marmo era celato da soffici tappeti, ed in mezzo alla stanza sorgeva il basso letto di argento e di oro, su quattro piedi, simili a gigantesche zampe di leone; soffici materassi e magnifiche coltri di porpora ornavano il letto, sul quale egli aveva posato le pingui membra.

—Ho sognato! mormorò. Ho sognato! Gli dei immortali siano ringraziati.

Il sogno era stato terribile davvero. Aveva sognato di essere stato libero principe africano; di aver lottato per la libertà della sua tribù; di essere stato battuto, vinto, catturato, reso schiavo e costretto a lottare nel circo, a venir gettato in pasto alle fiere assieme agli incendiari di Roma.

Già. Gli incendiari! Un brutto sorriso errò sulle sue tumide labbra. I cristiani avevano dato Roma alle fiamme. Certamente, certamente……

Quel terribile sogno. Ed aveva durato così a lungo; egli aveva vissuto molti mesi, anzi anni nello stato obbrobrioso di schiavitù, condannato alla morte; ed invece il sogno aveva durato…..

Puer! Che ora fa?

Il giovane schiavo bello balzò in piedi, guardò l'orologio ad acqua e si prostrò a terra.

È la quarta vigilia della notte, divino Apollo, rispose.

La quarta vigilia. L'alba non era ancora spuntata sul cielo. Egli si era coricato, che la terza vigilia stava per finire. Aveva dormito brevissimo tempo. Eppure un simile sogno.

—Gli immortali ne tengano lontano ogni sventuroso significato, mormorò e tese la destra verso il cielo. Era il Pontefice Massimo che supplicava gli dei, era Apollo, l'immortale, che invocava gl'immortali. Già. Egli era un dio, era lo stesso Apollo. Glielo avevano dichiarato in Grecia le mille volte. Non era egli forse il signore del dolce canto? Non lo avevano supplicato gli ambasciatori greci ginocchioni di deliziare le loro orecchie col suo canto? Non aveva egli destato l'applauso infinito della folla delirante, ed era ritornato dalla Grecia a Roma con un bottino, quale nessuno prima di lui aveva fatto, un bottino, col quale offuscava la fama e la gloria di Mario e di Sulla, di Scipione e di Cesare; migliaia di corone d'oro e di alloro, guadagnate nelle gare, dopo di aver superato tutti i rivali colla potenza del suo genio immortale? Egli era grande come imperatore; il più grande tra i Cesari, ma più, assai più grande per il suo canto: Apollo, Apollo, il divino Apollo!

Perciò aveva incendiato lui, cioè no, i cristiani, la eterna città; essa non doveva portare più il nome di quel meschino che fu Romolo, ma il suo. Doveva chiamarsi, d'ora innanzi, Neronia, la sua città.

Pensò alla casa di oro che si era fatta costruire e dove abitava. Giove grande, ti ho superato! Neppure gl'immortali, sull'Olimpo, avevano un'abitazione, che potesse gareggiare colla sua!

Si sentiva stanco, sfinito dell'orgia del giorno innanzi. Aveva durato una notte, ed un giorno ed alcune ore della notte; fino alla terza vigilia. L'aveva allestita per ricordare i suoi grandi trionfi nella Grecia.

La festa era stata degna di lui. Quale profusione dei cibi più rari; quanto lusso; e quei regali! Egli aveva donato ad ogni ospite la tavola di argento incrostata di verde malachite, la sedia di argento, il vasellame d'oro, gli schiavi che lo avevano servito, il fanciullo che gli aveva versato il vino nella coppa ed una bella schiava di Oriente, dalla pelle candida come l'alabastro e dalle leggere tinte rosee nelle guancie di velluto. Egli stesso aveva scelto quelle bellissime schiave tra le molte, che possedeva e la sua scelta era stata felice, perchè egli s'intendeva di bellezza femminile. Ne era il più profondo conoscitore.

Eppoi…. eppoi…. Ricordava i cibi rari, la musica, i canti…. tutti avevano applaudito ai celebri cantanti, che egli aveva fatto venire dalla Grecia lontana. Avevano applaudito, perchè non avevano udito lui, il sommo Apollo.

Lo avevano supplicato di cantare. Ed egli, finalmente, si era arreso ed aveva cantato, destando, più che entusiasmo, vero delirio. Quali applausi! Degni di lui, del vero Apollo. Lo avevano incoronato cantore massimo; lo avevano adorato come una rivelazione celeste; eppoi l'orgia era continuata. Le più belle fanciulle si erano gettate tra le sue braccia. E Poppea Sabina……… Già… Con Tigellino!

Un sorriso di scherno sfiorò le sue labbra. Con Tigellino! Godesse pure! Egli, l'immortale, fingeva di non vedere, di ignorare. Ma sarebbe venuto il suo giorno! Era venuto per Messalina, sua madre: sarebbe venuto anche per loro. Giove Nerone risparmiava i suoi fulmini; ma guai quando li lanciava! Guai a colui che ne veniva colpito!

Quelle fanciulle, che si erano gettate, pazze di amore, al suo petto! Quanto lo amavano! Era impossibile vederlo e non amarlo, e non gettarsi fra le sue braccia, implorando un amplesso come la maggiore tra le grazie, il più desiderato tra i doni; era impossibile vederlo, e non adorarlo.

Ma egli sentiva una nausea di questi facili amori, che gli venivano offerti, imposti, che non gli costavano nessuna lotta; e le schiere dei nobili, dei patrizi, dei senatori, che strisciavano avanti a lui e l'omaggiavano, gli facevano schifo. Ricordò il detto di Caligola, il divino, che l'aveva preceduto: O, se tutto il popolo romano, avesse una sola testa! Qual voluttà, poterla spiccare dal busto!

Ma poi ricordò. Una volta….. Non la poteva dimenticare quella fanciulla. Non era più bella delle altre, tutt'altro, ma era la prima che non gli si fosse offerta, che non avesse mendicato amore. Gli era venuto un vivo desiderio di possederla, una vera frenesia. Se l'era fatta portare nel palazzo ed aveva voluto farla sua.

Era la prima volta che aveva lottato; che aveva dovuto ricorrere a certe arti di seduzione, che non aveva usato fino allora mai; che aveva cercato di piacerle, di conquistarne il cuore. Lui, Nerone, il divino Apollo, si era abbassato a lei, aveva supplicato affetto, aveva mendicato amore. E lei aveva resistito; non si era arresa; aveva fatto la sorda alle sue promesse, alle sue minacce; aveva osato resistere financo alla violenza. Una cristiana…. un'incendiaria di Roma; perchè i cristiani avevano incendiato l'eterna città…..

In un momento di collera l'aveva condannata a morte; l'aveva fatta uccidere sotto i propri occhi, onde punirla per la sua ritrosia; ne aveva voluto veder scorrere il sangue. Ma quando l'aveva vista morta era montato su tutte le furie; aveva voluto richiamarla in vita; aveva maledetto a se stesso, alla propria potenza, alla propria autorità, perchè l'aveva fatta morire! Perchè era Cesare, era Augusto, era Apollo, era dio, eppure non poteva richiamarla in vita quella bella?

Inveì allora contro chi gli aveva suggerito quella condanna, contro chi non l'aveva impedita, contro il carnefice che aveva ubbidito ai suoi comandi; fece rotolare teste, fece crocifiggere, volle vedere sangue, molto sangue; girò, cieco dall'ira, per le sale della casa d'oro, scannò, ferì, comandò che tutti i cristiani venissero scannati l'indomani senza misericordia, e si gettò a capofitto in braccio alla voluttà; cercò di dimenticare, tra altre braccia, quelle della pudica cristiana; con altri baci, i baci che essa gli aveva rifiutato. Ma tuttora, che ci pensava, sentiva un desiderio infinito di lei, la sola degna di appartenere a lui. Ed egli l'aveva uccisa.

Eppoi ricordò certi cristiani. Ne aveva giudicato due soli; i loro capi: due ebrei. Ma qual differenza tra loro e i senatori, e i patrizi? Quando uno di questi compariva al suo tribunale, si contorceva come un verme e supplicava grazia; nessuna dignità in loro. Quei due ebrei, invece….. Quanta maestà! Sembrava che si ritenessero pari a lui. Volevano ricordargli….. già, che egli non era un sovrano assoluto; che sopra di lui v'era un Dio; che doveva essere giusto e misericordioso, che doveva….. scioccaggini, scioccaggini!

Avrebbe perdonato se si fossero piegati avanti a lui. Era questo che voleva da loro; che riconoscessero la sua autorità, che lo adorassero. Gli premeva piegare quei due capi superbi. Non è gioia vedere milioni di umili, di vili, strisciare ai propri piedi; la voluttà sta nel costringere un superbo a piegare il capo lui pure. Si erano rifiutati. Li aveva condannati a morte: l'uno alla croce e l'altro alla spada.

Non rimpiangeva quelle condanne. Rimpiangere un morto; lui; Nerone? Mai! Eppure sarebbe stato meglio, molto meglio, se quei due uomini si fossero piegati. La loro adorazione gli avrebbe recato maggior gaudio che gli umili omaggi di Roma tutta. Piegare capi superbi, ecco la maggior voluttà. Peccato che questi capi non esistevano; che tutti si piegavano, senza attendere neppure la più piccola pressione, il menomo segno….

Valeva la pena di vivere? Che cosa gli poteva offrire ancora la vita. Era sazio di tutto: di guadi e di amori… Ma il suo canto, il suo canto divino! Poteva egli privare il mondo di tanta delizia? Come il mondo sarebbe sì triste se il sole si spegnesse, così l'umanità non poteva vivere senza il suo canto. Se egli non avesse cantato si sarebbe otturata la maggior sorgente di vera gioia, di puro giubilo, di lieto entusiasmo. Che cosa sarebbe stato il mondo senza il suo canto?

Voleva cantare e godere.

Ma quel sogno? Non ci volle più pensare. Sbadigliò e chiuse di nuovo gli occhi al sonno.

II.

Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto imperiale, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era guadagnata nella Grecia.

Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, bevè molto, assistì a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende. L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta.

Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano un premio adeguato al suo canto.

Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliaia di citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente; essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento ai giochi istmici; mai tanta profusione di corone e di lauri, mai tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perchè odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò 500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il padrone del santuario?

Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa del piacere vuotata fino alla nausea.

Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati…. Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia di migliaia. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri mortali, ed egli non era un mortale, nè un dio, ma qualche cosa di più di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore dell'universo, il signore del canto…..

Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose.

Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli, coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di ambire. Sognò cristiani da umiliare.

—Ce ne sono nelle carceri?

—Sì, divino.

—Vengano.

—Quanti?

—Tutti.

Vennero: molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi, candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri schiavi. Egli li guardò con disprezzo.

—Incendiari!

Nessuno rispose.

Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che si confessassero rei od almeno si scolpassero.

—In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio! Adoratemi!

Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose:

—Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense.

I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le ginocchia avanti al nuovo nume, ma Nerone il proibì.

Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunziò la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani.

Ma il suo canto non compì il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie. Bisognava piegarli.

Cantò ancora, molto, molto. La sua voce non era bella; la sua scuola poverissima. Il canto straziava le orecchie dei cortigiani, che se ne mostravano però deliziati e lo proclamavano dio e Apollo novello.

Alle sue insistenze il vecchio rispondeva in nome di tutti:

—Mai!

Montò su tutte le furie. Volle vedere sangue. Comandò torture; torturò di sua mano. Voleva, doveva piegare quei ribelli. Gli avrebbe fatto più piacere l'adorazione di uno di loro che di mille senatori curvi ai suoi piedi.

Invano.

Allora li condannò ad ardere quella sera, fiaccole viventi…..

Nessun rimprovero, nessuna protesta uscì da quelle labbra. I martiri chinarono il capo.

—Così sia!

La loro rassegnazione gli sembrò stupida e ne aumentò lo sdegno; tanta forza d'animo nel resistere ai suoi comandi, tanta stupida remissività davanti alla condanna.

O questi cristiani!

Malcontento di sè stesso girò infuriato per il palazzo. Ammazzò con una pedata nel ventre una fanciulla, che aveva amato ieri e che gli si era fatta incontro col sorriso sulle labbra; condannò a morte Pitagora, spudorato liberto, che aveva sposato pubblicamente a Corinto, vestendolo da imperatrice, per profanare, con quella infame parodia, i riti sacri matrimoniali; girò quella sera vestito da Apollo, in lettiga, tra le fiaccole ardenti, non pago dei crucirati delle sue vittime: ne avrebbe preferito l'adulazione. Chiese l'indomani adorazione dal senato e la ebbe; fu al Circo, acclamato dalla folla Apollo e padre degli dei; vide sangue, molto sangue, e non ne fu pago; ideò novelle costruzioni; la casa d'oro doveva arrivare fino al mare; sognò immensi giardini, fiumi navigabili, laghi artificiali, sporgenze di terreno ricche di alberi, sognò…. ma niente lo appagava.

Diede banchetti senza fine; invitò migliaia di patrizi, di senatori; allestì orgie infami; commise delitti nefandi, per appagare la propria sete di gaudio; si adirò con Poppea Sabina che portava sotto il petto il suo figlio e con un calcio la uccise; la fece poi imbalsamare, proclamare dea, e bruciare in onore di lei tanti incensi, quanti l'Arabia produce in un anno.

Ma non trovava l'ebrezza che sognava; il gaudio che sospirava.
Dovunque gli si presentava la nausea.

Ed allora decise di recarsi a Napoli.

III.

Fa il viaggio, con mille vetture; giganteschi carri portano le sue corone, che non vuole abbandonare a Roma, che conduce seco, tanto gli sono care. È un'intiera città che emigra con lui; un esercito di senatori, di patrizi, che lo accompagna; cantanti, numi, gladiatori, liberti, schiavi suoi compagni di ebbrezza; legioni intere di donne, rotte ad ogni vizio.

Ecco il bel mare; ecco le cittadine, che sorgono quali gemme alla sua sponda; ecco il bel Vesuvio, il più bello tra i monti, il più delizioso; ecco Partenope, che esce luminosa dall'onda, e che egli vuole deliziare del suo canto. La folla gli si fa incontro festosa; inneggia ad Apollo; i sacerdoti conducono pingui tori dalle corna dorate, per immolarle al sacro nume. Egli osserva dalla lettiga d'oro con scherno quella folla, che si prostra ai suoi piedi, che lo adora; è troppo assuefatto all'adorazione delle masse, è troppo avvezzo a quelle feste.

S'aggira ammirato nel grande palazzo, sognando novelle feste, novelle orgie, novelli delitti.

I giorni passano lenti, nella nausea suprema di quelle feste, avido cercando sempre novelle emozioni, macchiandosi di colpe sempre più infami, ma che non lo saziano nè gli procurano la soddisfazione che cerca.

Sempre lo stesso spettacolo: Dorsi che si curvavano avanti a lui; omaggi che non costano lotta, piaceri che non richiedono sacrifizi.

E da Roma giungono notizie di feste date in suo onore e della folla che gli plaude.

Dal terrazzino del suo grande palazzo di Baia egli domina l'infinita distesa del mare, così bello, così tranquillo, e sogna di solcarlo un'altra volta, per andare a deliziare col suo canto altri mondi: l'Egitto, la costa africana, Cartagine; per conquistare quelle terre colla pastosità della sua voce. Guarda, osserva, contempla, ed un pensiero gli frulla per la mente. Valeva la pena d'essere imperatore? Non era meglio render felici le genti col suo canto? Un cortigiano l'avvicina collo spavento sul volto. Nella Gallia celtica è scoppiata la rivoluzione. Giulio Vindice, rampollo degli antichi re di Aquitania e vicepretore di quella provincia, ha fatto sventolare la bandiera della sommossa, ha dichiarato che l'impero non può sopportare più a lungo un tiranno come Nerone, lo ha dichiarato decaduto da trono e marcia contro Roma.

Egli diventa pallido dallo sdegno e sfoga la propria collera sul malaugurato cortigiano, sugli oggetti che lo circondano, su certi vasi preziosi, d'immenso valore, su certi ninnoli, che si trovano sui tavoli di marmo; getta tutto a terra, spezza, frantuma, rovina.

—Egli vuole cingere la corona imperiale? domanda.

—No. L'ha offerta al vecchio senatore Sulpicio Galba, governatore della Spagna.

—A quel vecchio imbecille? Sotto qual titolo? freme il tiranno.

—Perchè congiunto dell'imperatrice Livia.

—Galba ha accettato?

Il cortigiano non lo sa. Novelle collere dell'Augusto.

—Va! Domanda; informati. Galba è condannato a morte. Sicari vadano nelle Spagne per eseguire la condanna. Centomila sesterzi a chi mi porta la sua testa o può provarlo di averlo giustiziato, urla.

Il cortigiano è lieto di poter allontanarsi dalla presenza dell'infuriato signore col pretesto di eseguire gli ordini.

Egli urla, grida, freme. La corona imperiale spetta soltanto a lui, all'erede del divino Augusto, all'immortale Apollo, che si è degnato rivelarsi ai mortali.

Guarda sdegnato Napoli ai suoi piedi; freme al pensiero, che forse nella città v'erano alcuni, parecchi, molti, i quali godevano a quella notizia e simpatizzavano con Sulpicio Galba. Tra questi erano certo anche i cristiani.

Vuole sfogare la propria collera sopra di loro.

—A Napoli ci sono dei cristiani?

Nessuno lo sa.

—Vengano ricercati e trascinati alla mia presenza.

Cerca altri oggetti, sui quali sfogare la propria collera e li trova. Cortigiani vengono cacciati in esilio; schiavi torturati, crocifissi; i delatori lavorano, denunziano, accusano; vengono imbastiti mille processi di lesa maestà e molti innocenti devono pagare il fio per la collera del tiranno.

Alcuni cristiani vengono catturati; pochi, troppo pochi per le sue collere. Egli è adirato contro la polizia e contro i delatori; ne vuole altri, altri ancora. Ma la comunità di Napoli è così piccola.

Vuole che i prigionieri facciano i nomi dei loro compagni di delitto, ma essi si rifiutano. Non sono delinquenti.

—Cesare. Adoriamo Dio e rispettiamo la tua persona. Non hai sudditi più tranquilli e fedeli di noi. Vuoi dormire sicuro, specialmente ora, che alcuni si ribellano a te? Circondati di una guardia di corpo, formata di soli cristiani. Noi ti difenderemo col nostro corpo, col nostro sangue; ci lasceremo ammazzare tutti alla tua difesa.

Queste parole ne aumentarono le collere. Le ritenne sarcasmo. Eppoi, anche se questo fosse vero, avrebbe rinunziato al trono piuttosto di affidare la propria difesa ai cristiani. Che si curava lui dell'impero; che del trono; che del benessere dei popoli soggetti. Una cosa gli premeva, una sola aveva vero valore: Che lo riconoscessero quale Apollo, quale uno degl'immortali, e i cristiani gli rifiutavano adorazione.

—I nomi dei vostri complici!

Vennero messi alla tortura. Non fecero i delatori; non si macchiarono di tanta infamia.

Vennero condannati alla più terribile tra le morti.

Il comune di Napoli gli aveva decretato molti onori, ed egli volava da festa a festa; nei templi, dove gli si offrivano sacrifizi, nei teatri, per assistere a pantomine e recite, nell'anfiteatro, nel circo, dove gladiatori, fatti venire espressamente da Roma, lo salutavano, condannati a morire; dove si faceva grande spreco di vittime umane, dove cristiani venivano dati in preda ai leoni. Egli andava a quelle feste, per soffocare i suoi timori, per dimenticare il pericolo, e, supplicato dalla plebe, cantava, cantava.

Lo applaudono, ed egli è lieto di quegli applausi, e di nuovo pensa a rinunziare al trono ed a dedicarsi soltanto al canto.

Il cielo ritorna sereno. Virginio Rufo, semplice cavaliere ma uomo stimato, legato dell'Alta Germania, ha dichiarato guerra a Giulio Vindice e muove contro di lui alla tutela dell'impero.

Nerone ne è lieto. Un generale fedele. Ricompenserà la sua fedeltà. Lo farà trionfare a Roma e poi…. Portava sempre con sè una boccetta di cristallo, quasi piena di un liquore incolore, che Lomita gli aveva preparato. Una goccia di quel liquore versato in un calice di vino generoso avrebbe piantato nel cuore di Virginio Rufo il germe della morte.

Nessuno gli deve contrastare la gloria; egli solo ha da venir ammirato nell'impero. Guai a chi vuole emergere!

Feste si succedono a feste. Virginio Rufo vince Giulio Vindice il quale suicide.

Novelle feste per celebrare la morte dell'audace.

Ma il cielo si offusca di nuovo. Un cortigiano, il solo che ha coraggio, osa avvicinarlo e comunicargli la triste novella. Virginio Rufo lo ha dichiarato decaduto dall'impero.

—Egli aspira al trono? chiese fremendo.

—No, gli venne offerta la porpora dall'esercito vittorioso ma egli l'ha rifiutata.

—Galba?

—Neppure. Virginio Rufo marcia verso Roma. Vuole che l'impero si conceda soltanto per voto di senato.

—Il senato! Il mio senato! Mi è fedele! Mi confermerà. Non sono io forse Apollo? esclama rassicurato. Non è possibile, che i senatori, che lo avevano ricolmato di tanti onori; lo avevano dichiarato il migliore tra i Cesari e l'amore e la delizia del genere umano; avevano dichiarata Roma felice sotto tanto principe, non lo avessero supplicato di rimanere in carica. Doveva accettare la riconferma o non era forse meglio?….. d'imperatori v'era dovizia, ma di cantanti, di citaredi suoi pari non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un impero, difficile invece cantare come cantava lui. Egli era grande, non perchè imperatore ma perchè citaredo; la sua vera gloria era dovuta alla sua gola, al suo canto armonioso, che innamorava e rapiva tutti i cuori. Non doveva forse rinunziare al trono per andar a conquistare il mondo intero, Alessandro novello, Orfeo redivivo, colla sua voce, col suo canto? A Roma, a Roma; nella Roma fedele, dal senato, che non poteva vivere senza di lui.

Vuole abbandonare Napoli per mettere al sicuro le sue corone, i suoi istrumenti musicali, i suoi mimi, le sue danzatrici, le sue cortigiane. Le fa vestire da amazzoni, affida loro se stesso, la sua gloria, la sua voce, il suo canto.

Promette all'esercito, al popolo, frumento; ve n'era tanta scarsità.
Navi verranno dall'Egitto; ve ne sarà per tutti.

Canta l'arrivo delle navi cariche di pane.

Il suo canto è onnipotente! Ecco navi spuntare sul lontano orizzonte; sono desse, sono desse. Il suo canto, il suo divin canto le ha attirate.

Fa annunziare all'esercito, al popolo, che le navi stanno per entrare nel porto; che si farà una grande distribuzione di frumento; ve ne sarà per tutti.

Le navi entrano, ma sono cariche di sabbia d'Egitto, da cospargere il teatro, dove gladiatori e lottatori hanno da presentarsi alla folla.

IV.

Egli infuria nelle sale del suo palazzo. Nessuno osa avvicinarlo, tanto è adirato.

La folla infuria essa pure. La delusione è stata troppo grande. Inveiscono contro di lui, e le loro imprecazioni arrivano al suo orecchio e lo fanno fremere: Matricida! Matricida!

Già. Egli ha fatto uccidere sua madre; ma questo era un suo diritto. Chi può proibire ad Apollo, al padrone del mondo, di fare quanto più gli piace e di ammazzare chi vuole?

Hanno atterrato le sue statue nelle piazze e sul foro e negano soccorso alle sue truppe.

—I miei pretoriani!

Vuole mettersi alla loro testa, marciare contro la folla e decimarla.

I pretoriani lo hanno abbandonato.

—Le amazzoni!

—Sono fuggite. Sono andate a cercare altri protettori. Anche i mimi lo hanno abbandonato.

Schiavi, liberti, cortigiani saccheggiano il palazzo. Gli portano via tutto; financo le coperte del letto e la fiala preziosa, che Lomita gli aveva preparato. Vuole difendere le sue corone di alloro. È solo. Non riesce. I suoi strumenti musicali; la sua cetra. Anche questi gli vengono tolti. Nessuno ne ascolta i comandi, le proteste, le suppliche; si ride del suo pianto; egli viene schernito, beffeggiato od ignorato. Un sovrano decaduto.

Quanto soffre! Pazzi pensieri gli passano per la mente: vuole recarsi nelle Gallie, incontro all'esercito ribelle. Domerà i soldati col suo canto; s'inginocchierà avanti a loro e piangerà. Le sue lagrime li commuoveranno, il suo canto li renderà propizi. Ma poi cambia pensiero. Vuole rifugiarsi dai Parti e riconquistare col loro aiuto il trono; si recherà a Roma, salirà la tribuna e commuoverà il popolo, coll'eloquenza appresa da Seneca. Manda messi da Virgilio Rufo. È disposto di rinunziare al trono, purchè gli lascino la prefettura d'Egitto. Manda messi a Roma. Lo lascino in vita, l'Apollo novello. Non ne sa che fare del trono. Se lo tengano. Anela glorie maggiori.

Quanto soffre! Oh questa ingrata plebe! Avesse l'umanità una testa sola, per spiccarla dal busto, con un taglio solo! Solo il re del canto, il dio Apollo, ha diritto alla vita!

Nessuno si cura di lui; trova a stento uno schiavo che gli prepara un boccone. Il palazzo svaligiato è deserto, ma la folla non è contenta della sua umiliazione; ne chiede il sangue. Chi lo difenderà?

Oh queste umiliazioni, queste ingiurie, questa solitudine! Lo accascia tanto.

Un uomo, vestito poveramente, entra nel palazzo e lo avvicina.

—Cesare. Un pugno di fedeli è deciso di salvarti.

Di fedeli? Vi erano adunque ancora degli uomini che gli erano rimasti fedeli? Tutti lo avevano abbandonato.

Respira.

—Salvatemi!

Promette loro ricchezze, cariche, condividerà con loro il dominio del mondo, purchè lo salvino.

Sono decisi di salvarlo. Verranno a prenderlo, di notte, con una lettiga; lo porteranno in una villa romita, dove se ne starà nascosto, finchè la procella si sarà calmata. Non possono conservargli il trono; non sta nella loro potestà. Gli vogliono conservare almeno la vita.

Egli paventa un tranello.

—Non temere. Noi ti difenderemo col nostro sangue. Andremo volentieri per te alla morte, lieti di morire per te, è la risposta.

Gli viene un sospetto.

—Chi siete?

L'uomo non risponde.

—Mi volete salvare, perchè adorate in me l'Apollo vivente, perchè siete entusiasmati della mia voce, del mio canto?

—Perchè il nostro Dio ci ha imposto di esserti fedeli e di dare per te anche il sangue.

—Cristiani? chiede, fremendo dallo sdegno.

—Cristiani!

L'uomo non può continuare. Il pugnale del sovrano lo ha trafitto nel petto. È caduto morto al suolo.

Freme al vedere quel morto. È adirato seco stesso che ha ucciso quell'uomo. Chissà?…. Forse?….. Ora avrà anche i cristiani contro di sè, ed i cristiani sono grandi fattucchieri, che vorranno vendicare su di lui tutto il sangue che egli ha sparso. Deve fuggire.

Un cortigiano gli suggerisce:

—Apriti le vene.

È il solo, che gli è rimasto fedele.

Il suicidio! Mai! Non può privare il mondo del suo canto. La fuga! Si getta ai piedi del cortigiano.

—Salvami!

Poi cambia pensiero.—Uccidimi! lo supplica.

Nessuno osa farlo, si teme.

—Suicidati!

Non ha coraggio. Fugge sopra un povero ronzino, seguito da quattro servi; uno solo gli è fedele, gli altri lo seguono costretti.

Un servo fedele; un fenice—Chi sei? Perchè non mi abbandoni tu pure?

Il servo, il povero schiavo, gli parla; cerca di sollevarne lo spirito, di destare in lui fiducia in Dio. Un cristiano! Maledetti cristiani!

Giunge al Tevere. Si vuole gettare nelle sue acque ma non ha coraggio.

—Alla villa di Faone.

È un liberto che ha beneficato, che ha amato, che gli sarà rimasto fedele.

La via è polverosa; il caldo soffocante. I rari passanti guardano con indifferenza il cavaliere, madido di sudore, in groppa al magro ronzino, seguito da quattro schiavi; certo un uomo povero. Ignorano, che egli è il dominatore del mondo.

Lo era. Ora non lo era più.

Sciocco! Perchè non ha rinunziato all'impero? Gli dei gli hanno pur dato il canto!

Giunge da Faone.

—Il senato ti ha deposto; ti ha giudicato. Sei stato dichiarato nemico della patria. Ti hanno condannato alle forche!

Il senato! Quei senatori, che ha tanto beneficato, che ha avuto ai suoi piedi, che lo hanno dichiarato l'amore e la delizia del genere umano, il miglior tra i Cesari. Il senato! Maledetti, maledetti!

È adirato con se stesso, che li ha tollerati in vita, che non li ha fatti scannare tutti, tutti. Eppoi pensa a se stesso. Deposto, condannato alle forche! Gli avessero lasciato almeno l'Egitto!

—Suicidati!

Deve suicidarsi. Le forche. Mai! Ma non sa decidersi.

—Scavatemi la fossa.

Mentre la scavano gira desolato per la villa, per i giardini. Il sudore dell'angoscia gl'imperla la fronte; il cuore gli si stringe come in una morsa; gli si fa scuro avanti agli occhi; si sente tanto infelice.—Un grande artista perisce! esclama.

Soffre, pensando al suo canto, e rumina fughe. Vuole salvare la vita, andare in Grecia, e colà cantare, cantare.

—Suicidati!

—Il mio canto?

—Non suicidarti! Ricorri a Dio. Lo prega; invoca il suo aiuto e ti rassegna alla sua volontà! Quello che vuole il Signore!

È lo schiavo cristiano che gli suggerisce così. Egli si avventa sdegnato contro di lui.

—Maledetto! Mi vuoi vivo acciocchè il senato mi conduca alle forche!

Lo uccide.

E mentre osserva sdegnato quel cadavere, imbrattato di sangue, che giace ai suoi piedi, viene ansante un nunzio.

—Cesare. Vengono!

—Chi?

—I messi del senato per catturarti e condurti alle forche. Odi.

Ode il calpestio dei cavalli. Le forche! Mai! Non può indugiare.

Vuole cacciare il pugnale insanguinato nelle mani del messo.

—Uccidimi! Ti prego, ti scongiuro! Uccidimi! esclama con angoscia di morte. Ha tanta paura della morte. Gli manca il coraggio del suicidio.

—Suicidati!

Il calpestio si fa più vicino. Ecco apparire i soldati a cavallo.
Deve, deve!

Un ultimo sguardo al sole, che splende infuocato sul cielo: agli alberi verdi del giardino, La vita è cosi bella, e dover piombare nel regno delle ombre!

Uno sguardo al cadavere ai suoi piedi. Un grande scatto di odio, contro i cristiani. Sono essi la causa della sua sventura. Ogni male viene dai cristiani. Un grande rimpianto. Muore il più grande cantante di ogni tempo.

Vibra il pugnale e se lo caccia nel petto. L'acciaio freddo, freddo, entra lentamente nelle sue carni…. sente brividi di morte…

Primo intermezzo

Il vento soffia impetuoso, e sbatte la neve contro le lastre, scuotendo i telai delle finestre; passa sibilando per le vie, agita i fili del telegrafo e del telefono, che corrono sulle case, producendo certi suoni, i quali sembrano melanconici lamenti, che scendono dall'alto; e poi le campane di tutte le chiese incominciano a suonare a gran festa. Annunziano che il Verbo si è fatto carne ed abitò tra di noi; annunziano la grande Natività.

In una povera stalla, nel rigore dell'inverno, nelle tenebre della mezzanotte, viene alla luce un piccolo fanciullo ebreo; la giovanetta madre lo avvolge in un pannolino e lo reclina nel presepio. Questo Bambino è il Verbo incarnato, e attorno a questa culla gravitano i destini dell'umanità.

Il suono giulivo delle campane supera il sibilare del vento, che per qualche tempo non viene udito, supera il gemito lamentoso delle condutture aeree, e sembra voce di angeli che nelle tenebre di un secolo, nel quale imperversano i venti delle passioni, trionfa il gelo dell'egoismo più brutale e l'umanità si lamenta per inaudite sofferenze, annunziano il grande mistero dell'amore di Dio e auspicano pace agli uomini di buon volere.

Il suono festivo delle campane giunge ai fedeli che si pigiano nelle chiese, vagamente illuminate, e fissano lo sguardo sull'altare della vita, al quale il sacerdote celebra i divini misteri e dove egli evoca quello stesso divino Infante che è nato a Betlemme. Essi uniscono la loro voce a quella del celebrante. Cantano: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!, professano in mezzo alle tenebre di un ateismo profondo: «Tu sei il solo santo, tu il solo Signore, tu il solo Altissimo, Gesù Cristo» e sono così lieti di questa franca professione della loro fede e della loro convinzione, che lungi dal piccolo bambino ebreo non havvi salvezza.

Il suono delle campane giunge nelle case, dove le famiglie sono ancora deste, in attesa della mezzanotte. Mezzanotte!

Buon Natale! Lo dicono tutti. In molte case il genitore credente racconta ai figli il grande avvenimento, e li trasporta colla navicella della fantasia a Betlemme, nella stalletta: in altre, dove la fede è svanita, il suono delle campane evoca lontani ricordi, così dolci, così soavi; il ricordo dei defunti genitori, dei nonni, che avevano creduto; toccano certe corde nell'anima, che da anni danno suono lontano in quella notte fortunata e destano la nostalgia di un passato che non ritorna, di un futuro, al quale non vogliono tendere e che pure sentono così desiderabile; desta la nostalgia di un raggio di fede nella notte della loro vita mondana; di un grande raggio di fede, che illumini la loro esistenza così egoistica e faccia luce sul mistero della morte.

Entra in certe osterie, in certi luoghi di peccato, dove il Natale viene festeggiato nell'orgia e nell'ebbrezza dei sensi; ed è simile ad un rimorso dì coscienza, grande, che non viene ascoltato, ma che li avrebbe resi poi non scusabili.

Entra nella stanza, dove sotto soffici coltri riposa un uomo.

Egli ha avuto fino allora un sonno molto irrequieto. Deve soffrire nel sonno, perchè sudori affannosi gl'imperlano la fronte; le braccia si agitano convulsive, la mano stringe il pugno, e voci di lamento escon di quando in quando dalle sue labbra; di un'angoscia grande, infinita.

Il suono delle campane non lo desta, ma gli procura un po' di calma. Egli si tranquilla per un momento. I solchi della fronte si spianano, il volto perde l'antica espressione di grande angoscia, di un infinito affanno; i pugni si chiudono; sembra che la calma sia ritornata in quel cuore.

È questo l'effetto delle campane; la loro voce benedetta ha donato la pace a quel poveretto, quella pace che esse annunziavano in quella sacratissima notte all'umanità credente, oppure, per un processo fisiologico qualunque, i terribili sogni, che forse agitavano quello spirito sono cessati ed il sonno è diventato più tranquillo?

Chi lo può dire?

Fatto sta, che nello stesso istante, nel quale le campane cessano di suonare, il volto del dormiente prende l'antica espressione di terrore e le sue labbra si schiudono all'antico gemito doloroso, fugato dal suono dei sacri bronzi.

Un infermo? No, che sul comodino non ci sono boccette di medicine, scatole con pillole, polverine.

Ed allora?

Gli affanni di una cattiva coscienza, calmata da quel suono dolce, maestoso, sereno?

Chi lo sa?

III.

Il monaco

Egli era in preda ad un'angoscia infinita. Le notizie, giunte qualche minuto fa al suo orecchio, erano state così truci. Le aveva avute da un uomo che fuggiva terrorizzato, schiacciato dal peso di una sciagura infinita.

Quell'uomo era stramazzato al suolo, estenuato, avanti alla sua casa. Egli lo aveva rialzato, si era preso cura di lui, gli aveva offerto cibo ed una ciotola di latte. L'uomo aveva bevuto avidamente il latte; aveva divorato il pane, la carne, e raccontato all'agricoltore la propria sventura.

Egli era stato pure un agricoltore assiduo, laborioso. Aveva dissodato il terreno, lo aveva concimato, seminato, lavorato; lo aveva bagnato coi suoi sudori e costretto a dare quanto poteva: pane a sè, ai propri figli.

Il suolo, grato per quelle cure, per quei lavori assidui, non si era rifiutato di mantenere l'onesto lavoratore ed egli si era trovato bene in quel bell'angolo d'Umbria.

Era stato così felice, colla moglie sana, robusta, lavoratrice essa pure; un bel pezzo di donna, capace di guidare i bovi e di governare l'aratro, e che gli aveva donato sette figli sani, forti, una vera benedizione del cielo, i futuri lavoratori assidui del suolo. Egli riposava, alle volte, seduto sul supremo gradino della bassa scala che conduceva all'uscio della sua piccola casa; i bambini lo attorniavano, e guardava felice i campi, che aveva lavorato, le sue mandrie, che ritornavano dal pascolo, i suoi bovi aratori, e lo sguardo spaziava lontano, fino all'estremo lembo del suo possesso, e più lontano ancora, fino ad un bianco mucchio di casolari, dai quali usciva una fabbrica maggiore, la chiesa, l'abitazione di Dio sulla terra.

Era così felice d'essere agricoltore, di possedere la sua terra; amava tanto i suoi campi, la sua casa, la sua Umbria, la sua Italia, questa terra, che gli aveva dato la vita e della quale egli si sentiva figlio, rampollo e parte; fibra del corpo amoroso di lei, ed era grato a Dio, che lo aveva voluto figlio d'Italia, agricoltore assiduo, che gli aveva dato una patria, una famiglia, la sua fede.

Ed ora tutto era perduto. La moglie assassinata, i figli morti o prigionieri, la sua casa incendiata, le sue mandrie rapite o scannate; scannati i bovi, bruciate le messi, devastati i campi, ed egli povero, fuggiasco, orbato della patria, della famiglia, dei suoi cari, costretto a fuggire.

—Come?—lo aveva richiesto l'ospite.

Dal nord, dal di là delle Alpi, erano calate barbare schiere, le quali rinnovavano tutti gli orrori delle antiche invasioni. Egli faceva, tremante, alcuni nomi, che aveva udito con spavento dai genitori, dagli avi: Genserico, i Vandali, Odoacre, Teodorico, che era piombato tra le fiamme del vulcano Stromboli, Attila, flagel di Dio! Ma i barbari novelli, superavano tutti in malizia atroce. Erano goti, guidato da Totila, a devastare l'Italia.

—Maledetti!—dissero i due lavoratori del suolo,—Che venite a cercare nelle nostre terre? Lasciateci in pace! Abbiamo diritto alla patria, alla famiglia, al lavoro!

Un pugno di questi barbari aveva assalito la sua casa; egli si era messo alla difesa, ma era stato atterrato. Lo avevano creduto morto ma non lo era; e quando rinvenne vide la casa in fiamme; in fiamme le biade e le messi biondeggianti, mature; vide il cadavere di sua moglie; vide i morti pastori; uno, ferito, gli disse, che i suoi figli erano stati, parte uccisi e parte fatti schiavi; vide il lontano villaggio: ardeva; ardeva la casa del Signore. Una paura pazza lo incolse; un infinito timore; e si allontanò a gran corsa, fuggendo, spaventato, dal teatro di quelle sventure, dalla sua casa in fiamme, dal cadavere della moglie che aveva sepolto in fretta e furia, per salvare la vita e poi…. e poi…. Già. Voleva ricercare i propri figli, senza avere però speranza di ritrovarli, di riscattarli.

—Resta presso di me, lo invitò l'ospite.

—No, no! Fuggi tu pure! Vieni con me! Prendi teco i tuoi cari. Fuggiamo! Essi mi sono alle calcagna! Vieni; andiamo! La salvezza è nella fuga! Vieni! Mettiamo in salvo la vita! Non sai quanto sono brutti, orridi, crudeli! Vieni, andiamo!—insistè il fuggiasco, in preda ad un orgasmo indicibile.

L'altro cercò di calmarlo ma non riuscì. L'impressione, lasciata da quegli orribili eventi sull'animo del lavoratore assiduo dei campi era stata troppo atroce. Non potè, non volle rimanere. Essa dava ali ai suoi piedi; lo aveva reso irrequieto; non gli dava pace; novello Asvero, l'impressione prodotta dalla casa in fiamme e dalla moglie uccisa; il grande eccidio di quanto gli era più caro al mondo, lo spronavano a correre, a fuggire; non gli dava pace; lo rendeva errante, ramingo, senza patria.

E l'altro rimase solo, sulla soglia della sua casa, pensando.

II.

Rimane a lungo solo, sul limitare della casa e contempla i campi pingui, i lunghi filari di alberi fruttiferi, le viti, maritate ai gelsi, i pioppi altissimi; osserva le messi bionde e mature al taglio; osserva quella terra buona, umile, ubbidiente; la sua madre e la sua nutrice, la quale, lavorata con amore, offre centuplice frutto.

È quella la terra dei suoi avi; là lavorò il nonno, là il padre, là egli apprese amore al lavoro, alla vita all'aperto, alla piena luce del sole; i fratelli si erano dipartiti; uno era partito al servizio delle armi, l'altro andato ad abitare in città, del terzo non si sapeva nulla: Uno strano fanciullo, così diverso dal babbo e dai fratelli; un fanciullo dagli occhi grandi, profondi come il mare, neri come la notte; un'anima serena, pia, chiusa, che porgeva ascolto alle voci misteriose dei venti, del lago, dei torrenti, dei fiori: i fiori gli sembravano piccoli campanelli, simili alle squille di argento che i fanciulli agitavano in chiesa per annunziare che il sacrifizio stava per incominciare; e quelle squille lo chiamavano lontano, lontano; in altre terre, in altre regioni. Egli aveva seguito il suono misterioso di quelle campane, la voce del vento, il rumoreggiar dei torrenti, che gli destavano una nostalgia grande di una patria lontana, della sua vera patria, che non era ancora la patria celeste; che si trovava sulla terra; dove, ei non lo sapeva; ma si doveva trovare, e dove avrebbe trovato l'avveramento dei suoi sogni, l'esaudimento dei suoi voti, e pace, grande pace, quella pace che desiderava, sospirava, anelava; senza della quale non poteva vivere, e che non trovava, non avrebbe mai trovato a casa, presso i fratelli; nemmeno presso Cecilia, la bella fanciulla bruna, robusta, dall'eterno sorriso sulle labbra di corallo, la quale lo seguiva continuamente; appariva sempre là dove egli si trovava, e gli offriva istintivamente le sue braccia, ben tornite come fusi e le sue labbra coralline al bacio. I suoi fratelli gli avevano detto: Ti ama. Non è povera. Ti porterà della terra, sufficiente per te, per lei, per i figli che avrete. Prendila in moglie. Vedi come langue di amore di te.

Ma egli le volse sdegnoso il capo e partì in cerca della patria lontana, del paese dei suoi sospiri. Il sorriso si spense allora sulle labbra di Cecilia; eppoi essa pure sparve. Nessuno seppe dove si fosse recata. Alcuni dicevano, che essa era corsa dietro il fanciullo, senza del quale non poteva vivere; altri, che era andata a seppellire la sua giovinezza presso le donne vestite di bianco, che Scolastica aveva incominciato ad unire nell'amore allo sposo Gesù e nell'esercizio della carità più fiorita.

Anche la sorella era passata a marito, ed egli era rimasto solo, il padrone di quel terreno; il capo di una famiglia discreta di pastori e di agricoltori, antichi schiavi, che non portavano di schiavi nè il nome nè gli oneri, Nessuno li aveva mai manomessi; vivevano su quella gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola famiglia, uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna terra, verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello, di pingue, di ricco in quella tenuta.

Qualche giorno ancora, eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe condotto sulla sua casa la nuova padrona, che vi avrebbe portato l'allegria del suo sorriso, la robustezza del suo braccio, le proprie energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma di monete di oro, perchè egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna sana, la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e anche qualche po' di terra e di oro.

Era così lieto al pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che presto, presto, avrebbe una forte compagna al fianco.

L'Italia. Egli l'amava tanto, tanto! Non ne sapeva la storia; ne ignorava i fasti gloriosi, non ne conosceva i confini; non sapeva neppure il nome dei popoli che in essa abitavano; non gli avvenimenti politici degli ultimi giorni. Per lui l'Italia era quel pezzo di terra che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che dominava collo sguardo; la terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre vicine, i vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi vicini, coloro che egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza del villaggio, sotto il bel tiglio; e questa Italia, questi italiani, egli sentiva di amare tanto, tanto.

Ora i barbari volevano bruciare le sue biade, le sue messi bionde, scannare i suoi manzi, rubare le sue agnella, incendiare la sua casa e distruggere tutto, tutto. Con qual diritto?

Tutto il suo interno si ribellava alla loro avanzata: sentiva di odiarli, questi grandi nemici d'Italia e degli italiani, di odiarli con tutte le proprie forze; eppure essi avanzavano. Lo aveva detto il fuggiasco.

Che fare? Fuggire? Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue mandrie? Mai! Doveva dunque rimanere e lottare, alla difesa di quel suolo santo, benedetto?

Ma che è quel bagliore lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza al cielo? In quella direzione sono ì campi di un suo amico, sono le case di lui, le abitazioni dei suoi compagni di lavoro, i suoi granai grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi ha dato loro fuoco? I barbari!

Sente un fremito infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le sue campagne, per le sue messi, per le sue mandrie; uno sdegno indicibile che altri, stranieri, abbiamo diritto di profanare, in tal modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di rovinarla, d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e della vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai barbari; vuole punirli per il male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno recato, che recano all'Italia.

Dà fiato al corno. Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori della terra, i pazienti pastori. Egli parla loro e diventa eloquente. Dice delle stragi, che i goti vanno menando; indica loro quelle fiamme lontane, quel fumo acre, denso, che sale al cielo; li esorta a stare uniti a lui, a lottare; ma non ottiene l'effetto.

I Goti! Terribile nome, che evoca antichi, dolorosi ricordi, di una potenza fiera, indomabile, la quale scende come valanga; che tutto travolge, rovina, distrugge e cui nessuno sa resistere. Un terribile flagello di Dio.

A periculo Gothorum libera nos, Domine,—si pregava nelle chiese. I goti! Ogni resistenza era vana. Non restava che la fuga!

—Scappiamo, padrone! Rifugiamoci nella foresta, in certe caverne, che essi non conoscono. Colà attenderemo, che il flagello sia passato. E salviamo quanto possiamo!

—Vili! Resistiamo; lottiamo! Difendiamo le nostre terre, pronti a morire per l'Italia!—dice loro.

Già appariscono i primi fuggiaschi; gente spaventata, terrorizzata. Raccontano cose terribili dei goti: uomini truci, crudeli, barbari, senza misericordia. Giganti nel corpo, orribili nell'esterno, terribili nelle armi, veri demoni incarnati. È impossibile resistere loro. Bruciano tutto; scannano gli uomini e le mandrie, per il solo piacere di scannare; rubano e fanno schiavi; non hanno compassione di nessuno. Hanno ucciso il padrone e catturato i suoi figli. Non resta che di scappare, per mettere in salvo la vita.

Scappano, scappano. Invano egli dice loro di arrestarsi, di lottare, di difendersi, di resistere. Invano li supplica, per amore di quella terra sì buona, che ha diritto alla difesa, perchè è stata loro madre amorosa e larga di aiuto. Invano promette loro vittoria.

Essi scappano; ed i suoi dipendenti; i suoi schiavi secondo la legge; gli assidui agricoltori, i pastori così pazienti, scappano pure; nessuno resta indietro; lo abbandonano tutti.

Egli resta solo, là, immobile, nel crepuscolo serotino, nelle tenebre della notte, collo sguardo fisso verso quelle lontane fiamme rosse, le quali annunziano il grande incendio; fremente dallo sdegno; pieno di un livore infinito, contro il nemico che si avanzava borioso, crudele, e contro gl'italiani sì vili; che non vogliono, che non sanno resistere ed opporsi all'impeto nemico, e mentre maledice alla boriosa crudeltà dei primi ed all'ignavia degli altri, il suo ciglio viene inumidito da una lagrima amara sulla sorte d'Italia; del suo amato suolo natio, in balia del primo venuto, dello straniero, sempre.

III.

Sono venuti. Tutto arde; le fiamme si alzano altissime e divorano il frutto del suo lavoro, dei suoi sudori; le sue messi, le sue biade, i suoi granai, la sua casa, tutto, tutto. I barbari sono là che gridano, urlano, ridono, danzano, bevono il suo vino, mangiano la carne dei suoi bovi che hanno dichiarato loro proprietà, che hanno in parte scannato, guastato.

Quanto sono brutti! I loro corpi sono avviluppati in pelli di orso, di lupo, di capra, il teschio dell'animale ne ricopre la testa; le loro barbe rosse sono lunghe, fluenti, lunghi i capelli rossi, spettenati, arruffati, estremamente sudicio il volto. Le loro armi sono gigantesche: Lancie, alabarde, bastoni ferrati. Non hanno compassione di nessuno; ammazzano colla stessa indifferenza un agnello ed un fanciullo, una donna, un vecchio. Guai a chi si oppone loro, guai a chi non ubbidisce, guai ai prigionieri che non ritengono atti a venir trascinati in dura prigionia, per lavori servili oppure per il mercato! Li uccidono tra i dolori più raffinati, le torture più scelte, perchè sono lieti di poter torturare, scannare, uccidere.

Egli ha voluto opporsi loro; ma tre, quattro, cinque, dieci si sono gettati sopra di lui, lo hanno atterrato, legato e trascinato dal loro capo, e questi ha decretato che rimanga in vita; è forte, è robusto, sarà un buono schiavo. Viene caricato di ceppi e buttato là, tra altri schiavi italiani, che i barbari hanno fatto, e che gli raccontano gli orrori della loro cattura e della loro marcia attraverso la patria; dei patimenti della schiavitù; della frusta che cadde continuamente sulle loro spalle; degli orrori che hanno veduto; di scene raccapriccianti, cui hanno assistito. I barbari non pensano che a rovinare, a devastare, a distruggere. Attraversano le lande più floride, lasciando dietro di sè un deserto. Hanno visto case distrutte, messi in fiamme, animali scannati per il piacere dii scannare, eccidi senza numero. Egli ascolta fremente e poi deve assistere all'incendio della sua casa, della sua messe, alla devastazione delle sue terre. Si dimena dall'indomito e pure impotente sdegno; freme, digrigna i denti, urla, si dibatte, fa sforzi sovrumani per spezzare le catene, che lo tengono stretto, per gettarsi sugli avversar!, sui nemici…… invano, invano……

Perchè non è fuggito? Perchè non ha salvato la vita, per vendicare la patria?

Passa una notte d'inferno, e alla mattina la sferza lo costringe ad alzarsi e a mettersi in cammino. La sferza! Non è caduta ancora mai sulle sue libere spalle; oggi invece; oggi….

Vorrebbe resistere; vorrebbe opporsi; vorrebbe destare la rabbia dei suoi novelli padroni e ricevere il colpo di grazia. Meglio, assai meglio morto che schiavo; ma un compagno di sventura gli dice:

Non ti ribellare. Vivi! Dio lo vuole! Eppoi finchè vedremo il sole possiamo sperare.

Sperare? No; non aveva più nulla da sperare. E Dio? Perchè Dio tollerava simili eccidi? Perchè non insorgeva alla difesa d'Italia?

Eppure non vuole morire. Chissà? È sempre possibile che gli riesca la fuga, la vendetta.

Ubbidisce. Viene onusto di bottino e marcia, marcia, coi suoi catturatori.

Oh la marcia terribile, attraverso l'Umbria così ricca, così bella, così serena, così tranquilla, così melanconica: una terra tutta propria, che ha un'intonazione tutta speciale, così diversa dal rimanente d'Italia. Egli sente quel non so che di sacro, di singolare, di indefinibile, di speciale che ha l'Umbria; sente che essa è una terra privilegiata; ma allora quel privilegio speciale non le giova; anzi sembra che i goti infurino più che mai in quella terra. Dietro di loro è il deserto, e quanto si oppone al loro passaggio diventa deserto.

Case bruciate; la popolazione passata a fil di spada, scannata, uccisa tra indicibili dolori, tra infiniti tormenti, o menata schiava.

Giunsero alla casa dove abitava la sua sposa diletta. Maledice a se stesso che non l'ha resa attenta al grave pericolo, che non ha cercato di metterla in salvo. Anche quella casa viene bruciata, ed egli deve vedere la sua sposa tra le braccia dei goti, in uno stato più terribile della morte.

Egli agita allora le braccia incatenate verso il cielo e maledice all'Eterno che ha abbandonato l'Italia e permette la rovina di questa terra!

IV.

Ma chi sono quei due uomini che si fanno imperterriti avanti, nulla temendo?

Vestono una talare di lana bianca, che giunge loro al malleolo, e sulla quale scende lo scapolare della stessa stoffa. Uno ha la barba lunga, di neve, e l'altro è un giovane, dalla faccia spiritualizzata, dallo sguardo estatico, ispirato; un giovane bello, infinitamente bello, di una bellezza ieratica. Gli sembra un angelo; uno di quegli angeli che la mano esperta di un umile pittore aveva dipinto nella chiesetta, ormai distrutta, del suo villaggio. Quel giovane sembra un santo; sembra Pancrazio od Oreste; o è forse Tobia, che l'altro, il venerando vegliardo, guida?

Il volto del giovanetto gli sembra così noto. Deve averlo veduto altre volte. Ma dove? Lui? No, non può essere! Eppure è lui, è lui! Romano, fratello mio! Romano! Romano! Egli ha cercato la patria, il suo fratello amato, e l'ha trovata. Il paese della pace, il regno della tranquillità serena. Il bel giovane, dal volto di angelo, ode il grido, volge verso di lui la faccia, lo riconosce, gli addita, coll'indice della destra il cielo e segue il vecchio.

I goti si sono arrestasi sorpresi, al vedere la croce astata che il giovane sorregge ed il vecchio che segue, ed il capo li avvicina.

—Che vuoi vegliardo? Chi sei? gli domanda in un pessimo latino.

Il vecchio parla. Egli non ne ode le parole, è troppo lontano. Ma devono essere parole severe, perchè il goto freme dalla rabbia, minaccia il vecchio, e fa un gesto, quasi lo volesse scannare; ma l'altro sorride dolcemente e continua a parlare. Parla a lungo ed addita la croce che il suo compagno sorregge e mostra a tutti: ai nemici ed ai prigionieri. L'agricoltore vede la croce, bagnata dai raggi caldi del sole, che sale maestoso sul firmamento, e mai comprese così bene il mistero di quel sacro legno, l'unica salvezza d'Italia, l'albero santo, dai cui rami pendette Colui, che allarga le braccia, per stringere tutti al suo petto, in un solo abbraccio: italiani e goti, vincitori e vinti, per unirli e fonderli assieme, nel crogiolo del suo cuore, del suo amore infinito…..

Oh la croce, la croce! La vista del suo Dio crocifisso ne calma lo spavento agitato, porta lenimento ai suoi dolori ed egli esclama:

—Signore! Come vuoi tu! Pietà!

Il vecchio parla a lungo. Il capo dei goti diventa sempre più meditabondo. Finalmente scende da cavallo, si inchina avanti alla Croce, la bacia e fa un cenno ai suoi uomini. Essi pure scendono da cavallo, piegano le superbe ginocchia, ed il vecchio traccia colla grande croce sul loro capo un segno di benedizione.

Il vecchio passa poi dai prigionieri ed annunzia loro la lieta novella. Il capo dei goti gli ha lato licenza di riscattarli e di condurli con sè nella vicina abbazia, dove essi rimarranno e che egli ha promesso di rispettare.

—Coleremo i calici; daremo loro i vasi sacri, fatti a pezzi. Il Signore non ha bisogno di quei vasi; egli preferisce abitare nei vostri petti, che sono il suo tempio vivo ed eletto, non fatto da mano umana ma creato da lui, per la sua gloria, osserva. E poi dice loro, che i goti hanno promesso di non più bruciare, di non uccidere, di non fare schiavi; si accontenteranno di prelevare dalla popolazione il necessario alla vita, nella loro grande marcia verso Roma.

Il giovane monaco avvicinò l'agricoltore.

—Publio mio!—gli disse, gettandogli le braccia al collo.

—Romano! Tutto, tutto perduto!

—Hai perduto beni terreni. Dio ti darà in cambio beni eterni, fu la dolce risposta.

—La mia casa?

—La rifabbricherai.

—Le mie messi?

—Ti è rimasta la terra, questa buona madre. Essa avrà compassione di te, ti sarà grata del tuo lavoro e ti produrrà centuplicati frutti.

—Le mie mandrie? Il Signore provvederà.

—E la mia donna?

—Sei ammogliato?

—Dovevo prendere moglie appena messo al sicuro il raccolto.

—Se ti ama ti prenderà anche povero.

—Non posso più prenderla.

—È morta?

—I barbari…..e non potè continuare.

—Dove si trova? chiese il giovane monaco pieno di compassione.

Il fratello gli indicò la bella contadina, che guardava confusa il suolo, in uno stato che rasentava la pazzia.

—Insegna sant'Agostino, che la vera verginità risiede nel cuore.
Gl'impudici abbracci dei barbari non ne hanno diminuito il candore.
Prendila.

—È stata d'altri.

—Ha sofferto ingiuria, come l'hai sofferta tu, come l'hanno sofferta mille e mille, come l'ha sofferta questa povera terra, che noi tanto amiamo. Prendila! Il tuo amore le sia di conforto nelle sue amarezze.

Il fratello non risponde.

—E tu? domanda piuttosto.

Il bell'occhio profondo del giovane brilla d'infinito entusiasmo.

—Sono felice! esclama.

—Hai trovato?

—Quanto cercava. La terra sospirata dai miei sogni; la patria terrena, che mi fa pregustare le dolcezze dell'eterna; un padre buono, fratelli dolcissimi, all'ombra della chiesa, secondo la regola del mio santo padre Benedetto, benedetto davvero, dal quale venne a me ed al mondo tanta pace, tanta benedizione!

I goti conducono i prigionieri alla non lontana abbazia.

Un colle, anticamente selvaggio, ed ora reso fertile dal lavoro di monaci industriosi. Una chiesa semplice, ma vasta, tutta candore, con un grande coro ed un altare coperto di veli; attorno a quella alcuni piccoli edifizi: il dormitorio dei monaci, la biblioteca ricca di volumi, da loro pazientemente copiati, la scuola, la troppo modesta cucina. E tra quegli edifizî si aggirano parecchi monaci, vestiti di bianco, provetti alcuni negli anni e quasi cadenti, altri ancora giovani e quasi fanciulli, ma tutti spiranti la stessa pace di paradiso.

I goti ne sono colpiti. Chinano rispettosi il capo avanti a tanta pace e non osano venir meno alla parola data.

L'abbate rompe i vasi sacri e dà loro quell'oro, quelle gemme. Lo fa senza alcun rimpianto, abbenchè quei vasi fossero la sua delizia. Ne era tanto fiero. Li aveva fatti fondere coi gioielli della sua defunta madre, lieto di poter offrire un calice, degno di ricever il sacrosanto sangue del Signore. Ma avrebbe dato non solo quei calici, ma tutto se stesso, la propria libertà, la propria vita, per riscattare anche uno solo di loro.

I goti accettano l'oro e partono.

I prigionieri vengono assistiti dai monaci e l'agricoltore comprende, che l'opera di san Benedetto e la grande salvezza della scienza, dell'arte, della libertà d'Italia; che quei santi monaci sono i custodi vigili del pensiero cattolico ed italiano; che sicurezza e libertà non havvi che all'ombra delle loro abbazie. Non sente voglia di ritornare alla sua terra devastata, ma decide di rimanere all'ombra dell'abbazia.

Giura, nella Chiesa bianca, fede incrollabile alla sua sposa, che mai gli sembra così pura e così degna di amore come ora, che ha sofferto tant'onta; che vuole consolare, col suo maschio amore, per l'onta subita, ed incomincia a diradare una foresta abbandonata, a coltivare la fertile terra, a edificare un rustica casa; lieto di trovarsi anche là in Italia, perchè sa che là, dove si trova anche un solo italiano, vi è pure l'adorata madre Italia……