Questo progetto, materiale, volgare, sviluppato e seguìto in tutt'i suoi dettagli, spinto fino alle conseguenze le più remote dell'abiezione, dell'egoismo, della bassezza, del delitto, fermentò nello spirito del dottore.
E' lo mise poi in atto, circondandolo di tutte le precauzioni e di tutte le attrattive che dovevano farlo riescire.
Regina rispose a tutto, meravigliosamente. La macchina del conte di Nubo funzionò superbamente. Ella attirò tutti gli sguardi; svegliò tutte le avidità le più sfrenate. Regina ebbe un successo di voga nel mondo: fu alla moda, fu la lionne della stagione. Gli amorazzi, gli amoretti, le seduzioni, le tentazioni, le dimande in matrimonio piovvero a catinelle.
Il dottore restò saldo.
Regina però aveva indovinato lo scopo del suo allevatore, e con una certa leggerezza calcolata, gaissima d'altronde, glie lo aveva sviluppato un giorno in cui il suo pseudozio mostravasi un pochino più espansivo del consueto. Ella faceva vista, pertanto, di accomodarsi con docilità alla condotta del suo cornac—lo chiamava di questo nome—si lasciò pilotare, e si promise di giungere al porto con lui, combinando le sue proprie aspirazioni con i calcoli del suo exploiteur.
Il conte di Nubo credè avere alla fine trovato il suo desideratum nella persona di Alberto Dehal, il banchiere svedese. Egli analizzò la fortuna del giovane alla lente d'ingrandimento, per suo proprio conto. In seguito, scoprì che Alberto, oltre i milioni, possedeva uno spirito meditativo, poetico, un po' vaneggiatore, ma colto e fino, un aspetto distintissimo, ed amava Regina alla follia. Con delle condizioni simili, il matrimonio fu subito abborracciato.
Quando tutto fu definitivamente stabilito, il dottore significò il suo piano alla fidanzata.
Regina si sentì profondamente ferita dai procedimenti del conte. Si tacque nonpertanto. Fece anzi sembiante di annuire. Però, nel suo foro interno giurò di liberarsi a proposito.
Noi abbiam già visto ch'ella non vi mancò. E sappiamo ch'ella corre adesso sulla strada d'Inghilterra—non per le messaggerie, ove il dottore avrebbe potuto farla arrestare per telegrafo e dove si sarebbe trovata mista ad un mondo eccessivamente importuno nella sua situazione, ma in una bella sedia da posta, mollemente cullata nelle nuvole d'oro dell'amore.
Sergio erasi fatto precedere da un corriere per preparargli i cavalli da rilievo.
All'ora stessa, il dottore di Nubo, il quale aveva ripreso tutta la sua calma e si era rassegnato, leggeva al club la lettera di madama Augusta Thibault. E poco dopo, recavasi da lei.
VI.
Le consolazioni che non consolano.
La bella vedova giaceva distesa sur una dormeuse, nel suo boudoir, in négligé di mattino, quantunque fossero già le 9 della sera. Ella aveva interdetto la sua porta a tutt'i suoi amici ed aspettava il dottore con impazienza.
Di Nubo tamburinò carezzevolmente sulle belle guance della cameriera che gli aprì la porta del salone e le fe' segno di ritirarsi. E' penetrò in seguito nel boudoir, e baciò la sua amica.
—Ebbene, ch'avete voi dunque, bella incantatrice?—dimandò egli. Un novello accidente di maternità contrariata, eh?
—Dottore—disse Augusta con umore—io non ò il capo a scherzi quest'oggi. Abbiatevelo per detto.
—Benissimo—replicò il dottore—E' non si tratta mica dunque della fine di un imprudente oblio, di un…
—Basta, via…
—Allora, si tratterebbe egli forse di un principio di….
—Ah! voi siete incorreggibile.
—A meraviglia. Non abbiam dunque nè un principio, nè una fine.
Tastiamo altra cosa.
—Fatela finita, su! Io sono ammalata.
—Oh! Io vorrei bene veder codesto, veh! che voi disponghiate del vostro corpo per una così villana bisogna—la malattia!
—Ciò è, pertanto.
—In questo caso… quanto codesto vi rende?—domandò il dottore sorridendo.
—Voi mi seccate. Andate pur via.
—Sareste voi dunque ammalata per bene?
—Voi nol vedete, eh?
—E dove codesto vezzoso corpicino soffre dunque, colomba mia?
—Al cuore, al cervello, all'anima… da per tutto… Io soffoco.
—Poffardio! che magagne! E voi possedete tutto codesto—voi—cuore, cervello, anima! Dite mò; vi avrebbero dessi rubato?
—Se non aveste i vostri laidi capelli fango di Parigi… vi batterai—vel giuro.
—Vedete mo' l'abitudine! Si calunnia perfino il colore dei miei capelli. Ma via, eccomi qui. Parlate: ch'avete voi?
—Io amo.
—A che tasso?
—Per nulla.
—Non trattasi allora di un agente di cambio o di un banchiere, m'immagino!
—Un artista—no, un poeta, un giornalista.
—Come domine vi siete cacciata voi in codesto brutto roveto?
—Lo so, io? la si è guizzata dentro di soppiatto, a mo' di ladro.
—Amore innocente, platonico, ideale, eh?
—Passate oltre.
—Amore cognito al mondo?
—Misterioso come una cospirazione.
—Allora?
—Allora, allora…—scoppiò Augusta; ma il miserabile m'à ingannata.
—Requiescat in pace! Ed è così difficile di sostituirlo? La letteratura è in sciopero in questo momento. Le odi non sono scontate alla Borsa. I giornalisti s'inscrivono all'ufficio di collocamento. Non avrete quindi che a scrivere, franco di posta, ai Petites affiches e vi si riporterà il vostro barboncello smarrito, o vi si servirà un rimpiazzante a modo.
—Orsù! cessate, in nome di Dio e del diavolo. O' bisogno di consigli.
O' bisogno di cure. Soffro.
—Ebbene, in fede mia, debb'essere un bel bellimbusto colui che à fatto il miracolo di dotarvi di un cuore. Che nome date voi a codestui?
—Voi lo conoscete: Sergio di Linsac.
—Se lo conosco! Egli era uffiziale nello squadrone volante che caracollava intorno a mia nipote. Eppoi?
—E' m'à piantata lì… e si ammoglia!
—La fine prosaica di tutte le cattive commedie.
—Ritornando di casa vostra, ieri sera, trovai una lettera di lui, con la quale mi dà congedo, e mi annunzia che partiva per andare a sposare.
—In provincia?
—O all'inferno, che so io? E' mi lascia ed ammogliasi: ecco tutto. Ed io, l'amo.
Il dottore non rispose. Era divenuto pensoso.
—A che pensate voi dunque?—dimandò Augusta.
—A nulla. Avreste voi qualche sospetto della donna con cui il vostro poeta maritasi? perocchè non suppongo che la conosciate.
—In guisa alcuna. E voi?
—Io credo… Vi sono delle coincidenze strane… Sovvienemi adesso di parecchie cose a cui io non poneva mente. Pertanto… fo dei confronti…
—Insomma, la conoscete voi, sì o no!
—O' dei sospetti.
—Come ella chiamasi?
—Innanzi tutto, che pensate voi fare?
—Uno scandalo, un dramma, un'opera… un tafferuglio di tutt'i diavoli… e vendicarmi.
—Di chi?
—Di entrambi.
—Ciò è male.
—Male! che cosa?
—Lo scandalo.
—Ma io non posso far senza di lui. Non òvvi io detto che l'amavo, che n'ero pazza?
—Ragione di più per agire con prudenza. Volete voi riescire?
—Ad ogni costo.
—Mettete voi nel gioco perfino Alberto Dehal?
—E la Svezia.
—Perfino il principe di Lavandall?
—Dottore…
—Inteso.
—Il principe è la mia ultima posta!
—Sapete voi chi è la fanciulla, cui il vostro Sergio di Linsac à rapita la notte scorsa?
—Rapita?
—Sì, rapita, e con cui egli corre le grandi strade in questo istante?
—Nominatemela.
—Mia nipote.
Augusta saltò dal suo canapè e levossi in piedi, il viso pallido, gli occhi spalancati.
—Sì, mia nipote se n'è ita la notte scorsa—rispose il dottore.
—Ma in questo caso…
—Ma, in questo caso, come io non ò nulla a farmi del vostro poeta, ed abbisogno di mia nipote, io conto che voi agirete con prudenza e non bruscherete le cose, per non perder tutto irreparabilmente.
—Io perdo la bussola! sclamò Augusta ricadendo affranta sul canapè.
—Prestatemi il vostro principe di Lavandall.
—Impossibile. Voi lo sapete: egli è la mia provvidenza.
—Io v'ò detto: prestatemi il principe.
—No. Vi sono dei prestiti che non si ricuperano mai più.
—Voi sapete, belloccia mia, che io lo conosco, che lo incontro presso i ministri, nelle ambasciate, nei saloni del Faubourg. Laonde, se volessi rapirvelo, non avrei permesso a dimandarvi.
—Ma che volete voi dunque?
—Che me lo serviate in una festa, a casa vostra, alla mia prima richiesta.
—Sarà ciò subito?
—Non lo so ancora. Ciò dipende…
—Accetto.
—Infrattanto, calma e silenzio. Come vai tu, figliuola mia bella, adesso?
—Meglio, dottore. Ma Sergio…
—Che vuoi tu che io mi faccia di un poeta, di un giornalista, in un'epoca in cui ogni monello politico e morale, sciorina giornali, ed in cui il miglior poema è il listino della Borsa? Ve lo dò come buona mancia, va! Ma, ve lo ripeto, punto d'imprudenze, e non forziamo il tempo.
—Sia.
Il dottore baciò Augusta sulla fronte ed uscì.
VII.
Su per le nuvole.
Mentre cospiravasi a Parigi contro la felicità dei due fidanzati, essi correvano gaiamente la strada per l'Inghilterra.
Quando Lisa faceva le viste di dormire, ovvero cacciava il capo fuori degli sportelli della carrozza, le bocche dei due innamorati si rapprossimavano, si toccavano, si azzeccavano l'una all'altra, si assorbivano, e l'uno aspirava dall'altra un bacio lungo, melodioso, penetrante, luminoso come l'aurora che levasi, profumato di paradiso. Essi avevano tante cose a dirsi, che restavano in silenzio! Le cataratte della parola erano anguste: il troppo pieno traboccava dagli occhi in uno sguardo, dalla bocca in un bacio.
Essi divoravano la via, perchè la presenza di Lisa li incomodava, ma non potevano sbrigarsene con convenienza, prima che non si fossero sposati.
A Boulogne presero il paquebot. A Folkstone, la posta di nuovo… E non si fermarono più che alla frontiera della Scozia, a Gretna-Green, per celebrarvi il matrimonio provvisorio—cui dovevan poscia far sanzionare, alla privata, a Parigi, nella chiesa della Trinità.
Quegli sponsali scozzesi erano un pretesto per un lungo e delizioso vaneggiamento—cui addimandarono la luna di mele dell'amore.
L'albergatore della locanda di Gretna-Green li congiunse. Egli diede loro, alla benedizione, un estratto del registro ove egli iscrisse il compimento delle formalità delle nozze—estratto firmato da lui e da quattro testimoni, per eccesso di precauzione.
Quest'atto compiuto, rimandarono Lisa ad aspettarli a Parigi, e si misero in viaggio.
Ecco innanzi tutto il certificato: «Regno di Scozia. Contea di Dumfries, parrocchia di Gretna. Le presenti sono per certificare a tutti coloro che le vedranno, come mademoiselle Regina di Nubo, della parocchia di Nicastro nel regno di Napoli, e Mr. Sergio conte di Linsac, di Nantes, nel regno di Francia, essendo qui presenti ed avendo dichiarato che erano celibi, sono stati maritati oggi, secondo le leggi scozzesi, come l'attestano le nostre firme. Gretna-Green Hall, il 27 giugno…» Nomi dei testimoni.
Questo documento prezioso incassato, essi partirono per visitare le
Terre Alte—Highland—a piccole giornate.
Viaggiatori poco frettolosi, una fontana, un cespuglio, un poggio a scalare o un bel panorama ad ammirare e bozzare sull'album… tutto serviva loro di pretesto per fermarsi. Sedevano, allacciavano le mani, ovvero consertavano le braccia, si guardavano seriamente, scoppiavano in un folle scroscio di risa, o si baciavano. Tutto cominciava e finiva per codesto.
La natura sembrava non occuparsi che di queste due felici creature. Se il sole sorgeva splendido di dietro le isole Orknei; se le alte cime dei Gramplans, il Ben Mac Dhui, il Cairngorn, il Brocriach… scintillavano sotto il riverbero del sole che fondeva lentamente gli strati di ghiaccio; se gli uccelli gorgheggiavano dei loro piccoli affari di famiglia; se il fiore apriva il suo calice per aspirare la brezza e la luce; se gli alberi ondulavano soavemente sotto i fuochi del sole al tramonto; se i paesaggi del Ben Lewis, del Ben Lomond, del Ben Nevis, del Cruachan si sviluppavano rapidi, profondi, incantevoli, viventi, armoniosi di tinte e di forma… ratto, Sergio e Regina s'invitavano scambiavolmente a quelle feste della natura.
—Gli è per te—diceva Sergio—che quel sole s'imporpora di tanta orgia di luce; l'è te che quel piccolo fiore curioso vuole spiare al passaggio; gli è di te che quegli augelli ciarlieri chiacchierano per dirsi: Vedi mo! che begli occhi! Tu non n'ài di così splendidi, mia vezzosa cardellina! Che bei capelli neri! Nasconditi, su, mastro corvo! Che testa viva ed allerta! Tu sei ben contadina, al paragone, signorina rondinella.
E tutto celebrava così il zonzare dei due mortali che traversavano una contrada poco bazzicata dalla turba, onde trovarsi, soli, intieri in faccia a Dio ed alla natura, con tutta l'opulenza infinita del loro amore.
—In fede mia—diceva Sergio—se io potessi tirar dal mio cuore altra rima che: t'amo! scriverei dei versi.
—Tira pure, tira, e scrivine ancora su codesta rima—rispondeva
Regina.—Io ti darò la replica.
—Con la stessa parola?
—Imparate dunque, signor mio, che io rispetto la prosodia—rimbeccava
Regina, baciandolo.
Di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di clan in clan, essi consumarono così due mesi di voluttà. Le ore snocciolavano come perle d'ambra d'un monile nelle mani di una cortigiana greca.
Essi non sfioravano il mondo che delle punte delle ali.
La vita materiale, a dir vero, non era delle più confortevoli. In fra le montagne di Argyle, di Ross, d'Inverness, di Stillig—dove essi s'inerpicavano a piedi, le braccia allacciate, gli occhi negli occhi più sovente che nel cielo—il pranzo, a quell'epoca, lasciava molto a desiderare, ed il giaciglio ancora di più. Ma quando eglino non avevano che un cattivo oat-cake—focaccia d'avena—o un milk-porridge—zuppa di latte—Regina l'accostava alle sue labbra, poi lo porgeva a Sergio, e diceva:
—Gusta un po' di questo camangiare!
E quando la sera non trovavano talvolta, in luogo di letto, che una manata di varech o un lembo di vecchio plaid striato, Sergio tendeva il suo braccio e diceva a Regina:
—Poggia il tuo capo su questo origliere!
Quanto lontana era Parigi! Come la vita era di rose!
Se un bel garzoncello dagli occhi attoniti vedevali passare, Sergio gettava a Regina uno sguardo ardente, smagliato di un sorriso significativo. E Regina arrossiva. Se una povera vecchia, dai capelli rossi, ben segaligna, ben disseccata, fermavasi e tendeva loro la mano in silenzio, Regina tuffava la sua mano nelle tasche di Sergio e dava alla meschina una moneta di sei pence, dicendole:
—Dalla parte di questo signore, la mamma!
Le sere in cui esse non trovavano albergo, domandavano ospitalità in qualche cottage di montanaro o in qualche House di landlord, e riuniti intorno alla tavola a the di fronte ad una bella fiamma di sterpi resinosi, Regina provocava la conversazione sugli usi e costumi della contrada, dimandava storie ed aneddoti, per arricchire l'album e la galleria del suo romanziere.
Sovente e' scalavano i dirupi a picco sul mare—falaises—per ammaliarsi, per contemplare le onde fosforescenti dell'Oceano che attaccava la spiaggia ai loro piedi, ed il cielo profondo scintillante di stelle azzurrognole. E Sergio esclamava:
—Gli astri di lassù non valgono questi!
E baciava gli occhi di Regina.
Poi esaltato da quello spettacolo e' le raccontava ora le lotte della sua infanzia e le follie dell'adolescenza, ora le gioie della sua vita giovanile e virile contro l'odio, l'indifferenza, la gelosia, gli ostacoli che aveva avuto a sormontare per praticarsi una via, tra ciò che puossi addimandare le savane delle lettere, e le steppe della politica. Egli apriva tutto intero il suo cuore: rimuginavano fino i più segreti ripostigli; prodigava checchè si aveva di passione e di sensibilità. E' non celava nulla, non sparmiava nulla. Sciupava senza riserbo, nè misura, sopratutto senza il tedio del dimani—quel tedio pensieroso che è lo scoglio a cui frangesi l'amor ingenuo ed ardente, il quale dà tutto in una volta sola, schiaccia e soffoca l'oggetto preso nei suoi artigli divini.
Cosa strana! quell'uomo che sapeva con tant'arte e talento distribuire le scene di un dramma, e condurre gli effetti di un romanzo, preparando le passioni, versandole gocciola a gocciola, con progressione ed opportunità, quell'uomo lasciavasi andare, nella vita reale, con una imprevidenza da adolescente.
Regina, lei, ritenevasi meglio, e vi guardava più al sottile. Ella smaniava di voglia per raccontare le scene bizzarre di sua fanciullezza—la vita da zingari, di cui essi vivevano adesso, richiamandone il sovvenire. Ella avrebbe raccontato quelle scene con le delizie egoiste di colui che, dall'alto dei veroni del suo castello, mira i cavalloni dell'Oceano correr l'un sull'altro a mo' di montagna. Ma Regina si raffrenò. Ella non discorse che della sua pensione, e della sua vita vaneggiatrice di giovinetta. Ella prodigò meno ancora l'amor suo—il suo cuore essendo del resto rimasto straniero alla sua scappatuccia.
Ella erasi entusiasmata, inebbriata del poeta, e lo aveva amato del cervello, infra la lettura di due odi e due romanzi.
Regina non lesinò dunque un briciolo di questa specie d'amore prismatico—cui si potrebbe addimandar pure fantasia. Ma quanto a quello del suo cuore, la gl'impose silenzio.
—Vedremo poi—dicevasi ella.—Ogni cosa a tempo suo. Ciò che dò oggi basta pel momento.
La donna à sempre, in fondo, un pensiero d'avvenire. In ogni cosa, ella sfiora il presente e passa senza fermarvisi. Il presente è un gradino di quella scala di Giacobbe cui ella vede perennemente rizzarsi dinanzi ai suoi occhi, avendo a cima quell'angelo ideale verso il quale ella aspira sempre, e cui non stringe giammai. L'è l'essenza della sua natura di edera—natura incompleta che mai non si basta.
Questa epopea di amore durò due mesi. Ma alla perfine l'ora della realtà scoccò.
Sergio, vero galeotto del pensiero, aveva contratto impegni per procurarsi quattrini. Lo si chiamava a Parigi per tenerli.
E' doveva somministrare un romanzo, in sei volumi, ad un giornale—romanzo di cui non aveva dato che il titolo: I Sesti Piani di Parigi. Del resto, non aveva abbozzato nè manco un'idea. Partendo, erasi proposto di meditare il suo soggetto viaggiando. Ed infatti, aveva di tempo in tempo fantasticato un tantino sul tema. Ma, avendo cominciato dal rêver dei sesti piani, era poi poco a poco disceso al primo, dove erasi visto con Regina, in uno splendido appartamento, circondato di lusso, di fiori, di felicità.
Sergio parlò dunque di ritorno—tanto più che il clima di Scozia cominciava a divenir rigido pel loro vagabondare.
Partirono quindi in sulla fine di settembre.
Sergio di Linsac aveva pregato il suo amico Marco di Beauvois di trovargli un alloggio e di farlo mobigliare alla larga, riserbandosi di ornarlo affatto secondo il gusto di sua moglie, al loro ritorno. Egli aveva ceduto il suo appartamentino da scapolo a Marco. Questi gli aveva procacciato un piccolo chalet, tra due giardini, nella via di Boulogne—dimora appartata, tranquilla, civettuola.
Regina trovolla stupenda e l'addobbò a magìa.
Lisa li serviva.
Qualche giorno dopo il loro arrivo a Parigi, Regina scrisse al dottore di Nubo una lettera meno burliera della prima. Alla quale il dottore non rispose. Alla vigilia del giorno prefisso per legittimare il matrimonio secondo le leggi francesi, Regina si recò dal suo ex-zio e gli portò una lettera di suo marito. Il dottore ricevè la sua ex-nipote gelidamente, non le diresse un motto di rimprovero, non fece alcuna allusione al passato. Gettò l'epistola di Sergio sul tavolo senza aprirla, e non andò nè al municipio, nè alla chiesa.
Regina cominciava a sentire una specie di freddo al cuore. Ella principiava a trovarsi sola e si atterriva di quell'isolamento.
Imperciocchè, checchè se ne dica, il marito non è mica tutto per una donna!
Per trovarsi a completo, la donna à mestieri sentirsi dietro una famiglia del passato—i parenti—ed innanzi una famiglia dell'avvenire—i figliuoli. Codesti sono le sue guardie del corpo. Un marito, anche imbecille, è poi sempre, più o meno, un padrone.
A quella specie di solitudine, cui le creava l'assenza dei legami del sangue, arrogevasi la libertà intera ed illimitata cui Sergio le lasciava, e la vita che costui era forzato condurre per compiere i suoi lavori.
Un uomo di lettere—poche eccezioni salve—è il peggiore dei mariti, per una donna che aspettasi a trovare in lui il pontefice massimo della bellezza di lei ed il primo gentiluomo di sua camera—un essere previggente, in una parola, dalle piccole moine, espansivo, delicato, innamorato.
Un uomo di lettere serio, non si mischia troppo al mondo, che per eccezione. Di consueto, egli vive fuor del mondo, di una vita fittizia, in mezzo ad esseri ch'egli evoca dal suo cervello. I giorni dell'uomo del pensiero scorrono in mezzo al cozzo delle idee che s'incrociano nel suo spirito; assiepato di sistemi, di dottrine, di collezioni, di teorie, di libri; in presenza di allievi o di nemici, di credenti o di denigratori; assorto, distratto, sgarbato, stanco, strano, perduto fra gli uomini reali. Però, quando à la sorte di sapersi lasciar dietro, nel suo gabinetto, tutta questa plebe di larve, il letterato o lo scienziato, è un trionfo di grazia—Egli indora e rallegra la vita di coloro che lo attorniano e l'avvicinano.
Libero di queste preoccupazioni, quando trovasi in contatto con stranieri o nel mondo, l'uomo di lettere o di scienze, spoglia la persona sua vera e s'investe di una parte—cui egli rappresenta del resto con una abilità suprema. Ma, nel grembo della famiglia, in faccia della moglie—per la quale egli crea quella miriade di spettri, che debbe loro servire il pane quotidiano—ben pochi uomini di lettere o di scienze si smentiscono o si trasformano; ben pochi rinunciano al loro essere intimo e si addobbano di un carattere forzato, e fuori dell'elemento abituale in cui vivono; ben pochi insomma divengono commedianti al loro focolaio. L'uomo della sala da pranzo, l'uomo della camera da letto, resta spessissimo l'uomo del gabinetto dal lavoro. Ed e' racconta a sua moglie la vita del suo pensiero e le gesta dei suoi fantasmi.
Se questa moglie è una donna superiore, se ama suo marito, ella interessasi a questa creazione quotidiana; invita suo marito a presentargliela, l'incita a parlare—accelerando così la procreazione. Ella l'aiuta dei suoi consigli—spessissimo eccellenti—Gli comunica le sue impressioni e le sue idee, non raramente giuste.
Una donna leggiera, una donna egoista, che vive in sè e per altrui, annoiasi dei vaneggiamenti, dell'idealismo di suo marito—se tuttavolta non ne diviene gelosa e se n'offende. Ella trovasi negletta.—Ella vede delle rivali nelle visioni di lui.
L'uomo di lettere, inoltre, à spesso dei doveri sociali, cui non può fare partecipare a sua moglie. Egli bazzica talvolta una compagnia ove una madre di famiglia si troverebbe fuori posto.
Sergio, capitano nella stampa quotidiana, lasciava dunque Regina assai soventi soletta, per delle lunghe sere, dopo aver passato tutto un giorno nel suo studio.
Egli vedevala per un istante all'ora dell'asciolvere; poi rientrando, ad un'ora del mattino, e' sedeva alle sponde del letto di Regina e chiacchierava con lei fino alle tre.
Egli era obbligato a desinare in città parecchie volte nella settimana. Lo si sapeva uomo di spirito, ed i suoi protettori lo servivano come un hors d'oeuvre ai loro commensali.
Quando era ben stanco, addormentavasi a fianco di sua moglie. Ma alle 8 del mattino, il galeotto ripigliava la sua catena—e via!
Regina aveva conosciuto Sergio nei libri scritti da lui, e nel mondo. Ella aveva per conseguenza conosciuto la maschera—direi meglio l'attore—Ed erasi invaghita di lui come un'educanda—avvegnachè la fosse di già bene sveglia e bene allerta. Ella aveva rinvenuto il medesimo essere durante i due mesi di peregrinazione passati insieme. Imperciocchè lì, Sergio erasi completamente obliato, aveva messo la sordina all'ebbolizioni del suo cervello; aveva rilegato ben lontano l'esigenze di Parigi, ed aveva vissuto del cuore. Adesso, egli aveva ripreso il suo giogo… E Regina nol riconosceva più.
—Me l'ànno cangiato—ella dicevasi—o egli m'à stranamente mistificata.
Ella pertanto non querelavasi. Però, un lievito di amarezza cominciava a germogliare nella sua anima. Non rimpiangeva nulla ancora, ma rifletteva.
A che rifletteva dessa?
L'ora giunse.
Le feste cominciarono.
Durante il suo soggiorno col dottore, Regina aveva frequentato i balli dei ministri, degli ambasciatori, del Faubourg Saint-Germain.
Il medico è un elemento neutro nella società. Egli è al suo posto dovunque, nel soffitto come alla Corte; egli à il suo libero parlare, il suo libero procedere; egli è re—egli ordina; egli è padre—e' consiglia. Nipote del dottore di Nubo, Regina andava ove il dottore voleva condurla; nipote del conte di Nubo—uno dei nomi più aristocratici in Italia—ella era al suo posto dovunque.
Non era la medesima cosa per la signora Sergio di Linsac—quantunque contessa.
Regina trovavasi identificata alla condizione di suo marito. Il suo posto era disegnato conseguentemente in quel medio ove l'uomo di lettere può vivere—nella sua qualità di uomo; il suo posto era determinato dal partito politico cui egli apparteneva. Dappoichè—nella sua qualità di artista—sopra tutto quando il letterato è celibe, egli non trovasi intruso in alcun sito.
Regina, che piacevasi a disegnare, spendeva i suoi dì nel suo piccolo atelier, sovente in compagnia di amici di suo marito. Perocchè il marito di bella donna non manca mai di amici, più o meno intimi, teneri, divoti, pieni di attenzione—disinteressati sopra tutto! Questi amici accorciavano un poco le lunghe serate di Regina e le rallegravano. Ma ciò non bastava. Ciò non soffocava, principalmente, il rimpianto del paradiso da cui era esiliata adesso. Ella sospirava i balli diplomatici e ministeriali, ed in cima a tutto quelli del Faubourg.
Ella trovava milensamente ridicole le feste della Chaussée d'Antin, e quelle del mondo della finanza. Ella sbadigliava a morire allo spettacolo—ove Sergio la conduceva ogni qualvolta ella lo desiderava. Regina principiò a sentire una specie di nostalgia del mondo elegante ed aristocratico. Non pertanto, ella divertivasi moltissimo a quelle feste fantastiche che davano di tempo, in tempo gli artisti—ma desse erano rare, perchè troppo costose.
Regina non fiatò motto a Sergio della rivoluzione che si operava nel suo spirito. Nè Sergio la scoprì. Il dottore, lui, era perfettamente al corrente di ciò che avveniva della sua pupilla.—Perchè Lisa lo raccontava a Trust, e Trust lo ripeteva al padrone. Solamente egli diceva:
—Ah! signor Dio, monsieur, Lisa si annoia; Lisa vuole andare al ballo; Lisa è andata al teatro; Lisa à voglia di pizzi e di cachemire.
Egli confondeva le persone; identificava la soubrette con la padrona.
Un mattino—il mattino del capodanno—il dottore colazionava, quando sentì due piccole mani poggiare sulle sue spalle, ed udì una voce insinuante che gli mormorava all'orecchio:
VIII.
Dove si vede… ciò che vedrete.
—Voi tenete dunque ancora il broncio, cattivo zio?—disse quella voce.
—Affatto—rispose costui tranquillamente. Io ti aspettava.
—Davvero?—gridò Regina, sfolgorante di gioia.
—Magari! Credi tu che io avrei vissuto sessant'anni per non imparar nulla? Ti aspettavo.
—Perchè allora non mi avete chiamata prima?
—Perchè io non aveva bisogno di te; e perchè io era sicuro che tu saresti venuta quando avresti avuto bisogno di me.
—Sempre lo stesso!—sclamò Regina, sospirando. Il vostro cuore non spiana dunque giammai le sue rughe?
Il dottore la fissò tra i due occhi e sorrise.
—Voi credete dunque che sono venuta perchè ò bisogno di voi?—chiese
Regina.
—Non lo credo: ne sono certo—rispose il dottore. Ed ecco perchè soggiungo: sbrigati a dire che cosa ti occorre—perchè debbo uscire.
—Ma, non mi occorre proprio nulla. Voleva solamente…
—Grazie, e buon giorno. Prendi una tazza di thè?
—Venivo a far colazione con voi. Ma ora nol voglio più. Sareste capace di dire che non venivo se non per questo…
—E per altre cose.
—Ah! E quali dunque, se vi piace, signore?
—Mi riguarda ciò forse? Sarà di già bene abbastanza di udirlo. Non mi dò dunque la pena d'indovinarlo e di dirlo.
—A maraviglia. Voi divenite di una brutalità a far scoppiar d'invidia… un editore—direbbe mio marito.
—Gli è che gli editori ànno ragione quando ànno a fare con scribacchiucci del calibro di quello lì.
—Voi siete ingiusto, dottore. Il signor Sergio di Linsac è un uomo compito, di grande ingegno, di gran cuore, che mi ama molto e mi rende felice.
—Peste! lo tradiresti di già, per consacrargli un simile elogio da epitaffio al Père Lachaise?
—Mi pento di esser venuta. Oh! sì: dovevo pur saperlo che gli uomini come voi non perdonano mai.
—E perchè no… quando sprezzano l'offesa?
—Io sovverrommi mai sempre di ciò che ero, e di ciò che avete fatto per me. La gitanella di Nicastro aveva la sua piccola volontà; ma ella aveva altresì del cuore.
—Per chi, dunque?
Regina guardò a sua volta fissamente il dottore e rispose:
—Per quelli che l'ànno amata.
—In questo caso, io conosco mica male di deseredati. Ma passiam oltre. Adesso la gitanella in questione si annoia.
—Un pochino.
—Ella trova il tempo lungo, l'esistenza vuota, le serate monotone e scure. Ella è sola nel mezzo della folla, vedova al focolaio domestico. Ella si trova fuori di classe, fuori dell'orbita sua naturale…
—Voi credete?
—La giovinetta cotanto festeggiata nel mondo, si tedia, giovane donna più che giammai. La giovinetta sì elegante, sì scintillante di gusto e di semplicità, si trova, giovane sposa senza diamanti, senza carrozza, senza una falange di lacchè… attrice riboccante di brio e di spirito, in tutta la potenza dei suoi mezzi, ma senza teatro, senza pubblico.
—Voi esagerate, dottore.
—La fanciulla aveva vaneggiato di un Dio che doveva trasfigurare la giovane sposa. Ella à visto quel Dio trasformarsi egli stesso in una creatura fastidiosa, silenziosa, distratta, che beve, mangia, dorme, e carezza sua moglie—quando la carezza—come l'ultimo dei facchini dell'Auvergne.
—Eh, Dio mio! l'è la storia di chicchessia—sclamò Regina sospirando—l'è la storia della donna e del matrimonio. Perchè me ne lagnerei, io?
—E chi dice che tu te ne lagni? Io constato la situazione del tuo spirito.
—Ebbene. Quando ciò fosse? Io avrei torto: ecco tutto.
—Ma, è fuori dubbio che tu ài torto. Il realizzamento di queste visioni non può esser permesso che alle donzelle dell'Opera… o alle mogli dei milionarii. La moglie di uno scrittore deve fare i conti con la sua cuoca—quando ne à una—andare al mercato, portare delle toilettes modeste, e mettere da banda un po' di gruzzolo per i giorni di non lavoro, par i figliuoli—che capitano checchè si faccia per evitarli. Che sono, al postutto, tutte codeste follie della vita elegante? Tu le conosci pure. Tu le ài gustate, tu le ài divise con le duchesse e con le ambasciatrici. Quantunque un ex-zingara, tu devi esserne sazia, stufa. N'è vero, figliuola mia?
—Mica poi tanto!—sclamò Regina, sospirando.
—E tu ài torto. Tuo marito vive nobilmente della sua penna—lo riconosco, avvegnachè non l'ami. Ma il tempo della penna è passato. La Francia muore d'un ingorgamento di lettere. Mr. Guizot vi metterà ordine—e farà bene. Meno scienziati, e più sensali e agenti di cambio! Tu mi costavi dodici mila franchi l'anno. Adesso…
—Non ve ne costerò che sei mila…—susurrò Regina, carezzante.
—Mille grazie. Io mi riformo. Metto poste alla cassa di risparmio, per la vecchiaia—come le cuciniere. Chi sa che può avvenire? Prendi dunque il bruno del passato, e rassegnati.
—Io mi tedio a perirne.
—La gloria non ti basta, dunque, eh!
—La gloria è del sesso femminile, dottore. E poi, dessa è a mio marito.
—Non vi siete voi dunque mica maritati col regime della comunità?
Egli ti celebra pertanto, nei suoi romanzi.
—Ebbene, sì. Egli mi à ultimamente collocata in un soffitto. La sua Regina è bella… ma abita il sesto piano sul mezzanino. Io l'avrei preferita in un palazzo. Mi capite?
—Il sesto piano è l'olimpo dell'amor vero. Non l'abita chi vuole.
—Si ama benissimo anche al primo piano, m'immagino.
—Ami tu tuo marito?
—Che domanda! l'avrei sposato senza ciò?
—Un milione di gaudi, allora. Un tugurio… ed il suo cuore!…
—E poichè vi siete, soggiungete: e sessanta mila lire di rendita!
—Io conoscevo un certo Svedese che ne possedeva trecento mila.
—Codesto, è storia antica… passiamo.
—Ne conosco che ne ànno cinquecento mila.
—Codesto è un sospiro di vedova… passiamo ancora.
—Vi auguro il buon giorno, signora contessa Sergio di Linsac.
—Quando verrete voi a pranzo da me—a pique-nique, bene inteso!
—Non ne so nulla. Non ne ò il tempo. Gl'inviti mi soffocano.
—Mettetevi al regime omiopatico.
—Io sono allopatico, carina—e non appostato—quantunque ciò sia alla moda. A proposito, se incontrate per avventura la gitanella in questione, ditele, che vi è per lei da Delille una veste e certi pizzi. Che vada a reclamarli. Inoltre, ditele che io vado al ballo dell'ambasciata d'Austria il 10 corrente, e che quella sera lì, io resterò in casa fino alle 11 pomeridiane, aspettando una vettura che venga a prendermi.
—Voi volete dunque pervertirla?—sclamò Regina, baciando il dottore sulla fronte. Io non porto mica di tali messaggi. Addio. O' fame, e vado ad asciolvere in casa mia.
—A vostro comodo, signora Alberto Dehal… ah! scusa! signora contessa di Linsac.
Regina fece un segno di minaccia col suo dito, scintillando di un sorriso che illuminò la camera.
Il dottore la vide partire ed un ghigno spaventevole si stemperò sul suo sembiante. Poi prese un foglietto e scrisse:
«Trovata. Al ballo dell'ambasciata d'Austria.»
Piegò quindi la lettera e vi mise l'indirizzo: «Al signor principe di
Lavandall. Rue d'Amsterdam, n. 97.»
Si vestì ed uscì.
IX.
Eva ritorna all'Eden.
—Vittoria su tutta la linea, mio caro!—gridò Regina, rientrando e saltando al collo di suo marito.
—Che dunque?—sclamò costui.
—Lo zio à piegato. L'ò portato via di assalto.
—Ed e' à lasciato fare?
—Non mica. À resistito, il vecchio ostinato, à risposto di becco ed unghia; ma infine…
—Egli à ceduto?
—Completamente. La pace è firmata. Egli è stato per fine gentile.
—Al postutto che cosa gli costa codesto.
—Codesto?… gli costerà almeno sei o otto mila franchi, per il momento.
—Vale a dire?
—Vale a dire, ch'egli mi à annunziato esservi per me da Delille una veste e dei pizzi. Ora, poichè vi sono, non vo' fare le cose a mezzo.
—Ed è lui che paga?
—Bene inteso.
—Senza condizioni?
—Una sola.
—Me lo immaginavo. Quale dunque?
—Che il 10 gennaio io vada a prenderlo in carrozza per condurlo al ballo dell'ambasciata d'Austria.
—Addobbata di quell'abito e di quei pizzi in discorso?
—Lo penso bene.
—Per farne mostra innanzi ad una turba di stranieri, e provar loro, che in fatto di gusto, la Parigina è la prima donna del mondo?
—Il dottore è naturalista: egli ama provare con i fatti.
—Ebbene, mia cara, ne sono incantato.
Regina lo abbracciò ancora una volta.
—Ma tu sarai meco—disse ella.
—Uhm! codesto è un altro paio di maniche—borbottò Sergio.—Io sono in delicatezze con l'Austria.
—Come ciò?
—L'Austria è una vecchia civetta che vuol darsi l'aria, i gusti, l'andazzo, le passioni di una giovinetta. Ora, nella mia qualità di giornalista dell'opposizione, mi occorse più di una fiata provarle, che i suoi denti erano falsi; i suoi colori, belletto; i suoi diamanti, strass; i suoi addobbi, un vecchio resto di rivendugliola di toilette; la sua fierezza, burbanza scenica; la sua forza, un po' d'isterismo; ed il suo codazzo, dei creditori, i quali un giorno o l'altro finiranno per perder pazienza, e non mica amanti. Tu comprendi! dopo codeste brutalità, una vecchia ragazza non perdona mai.
—Ma allora?
—Tu andrai al ballo con tuo zio. Ciò è ammesso e si vede ogni giorno. Egli, è più austriaco del principe di Metternich. Ed io ne sono rapito; perchè io capisco, piccina mia, che la vita in cui forzato sono d'imbragarti, è scura e monotona. Non appartenendomi io stesso, posso appartenerti ben poco. Ma io non sono egoista.
—Lo so.
—Divertiti dunque, poichè tuo zio vuol di nuovo servirti di introduttore. Solamente, ricordati amica mia, che tu porti un nome che obliga. Io tengo poco ad un titolo che vienmi di antenati che furono alle Crociate. Ma tengo moltissimo a quello che vienmi da Dio, il quale me ne fè dono sotto la forma di strofe scintillanti, di romanzi passionati, e di una polemica politica che à spezzato più d'un ministro.
—Il nome tuo è pure il mio—risposa Regina—e ne sono fiera quanto te.
L'indomani fu per Regina una giornata di lavoro. Ella corse i negozi, le sarte, le modiste, i mercanti di fiori, i gioiellieri. Ella apparecchiava le sue armi da battaglia.
Vi è una certa ansietà nella donna che va per la prima volta nel mondo, dopo le sue nozze. Ella va a pigliar posto. Ignora ancora se la graziosa o civettesca disinvoltura della giovane donna farà obliare facilmente l'aria impacciata, la modestia quasi sciocca cui affettò fanciulla. Non conosce ancora quella linea indefinibile, e pertanto capitale, ove la facilità, l'indipendenza, la grazia, la seduzione, l'originalità delle maniere finiscono, e dove la libertà comincia. Ella conosce un uomo, ma non ancora gli uomini. Non à sperimentato ancora l'effetto del cangiamento che si è operato nella persona sua—se desso à aggiunto o tolto qualche vezzo ai vezzi suoi. Ella non à provato ancora le novelle armi della toilette di una donna: lo scollacciato, i monili, lo sguardo intrepido, il sorriso franco ed aperto, il rimbecco subito senza arrossire, la provocazione. Ella fa la sua prima entrata sul teatro attivo della vita. Mentre la giovinetta aspettava, ella va adesso ad agire. Ella presentasi sotto un'altra maschera, sotto un altro nome, in un'altra parte: riescirà?
Ella va a piantar questo problema—ed il dubbio, l'ansietà, l'agitano.
Regina sentiva tutto codesto. Ella andava a dar battaglia.
Ad ogni azzardo, ella cominciò dall'armarsi a meraviglia.
Portava una veste di crespo cilestre con un grande volant di pizzo bianco, rilevato ai lati da quattro grappoli di brughiera rosa. Il suo seno nudo si apriva sopra un mazzetto di mughetti. Alcuni rami di brughiera bianca s'innestavano nelle dense trecce dei suoi serici e lunghi capelli. Due bottoni, di un sol diamante, pendevano dalle sue orecchie rosee e sottili. Le sue spalle nude rivaleggiavano col soffice bagliore delle file di perle che serpeggiavano intorno ad un collo maravigliosamente bello. E le sue braccia bianche e rotonde impedivano di rimarcare le due girate di grosse perle che le allacciavano i polsi.
Regina era alta, flessibile, svelta come una liana. La sua vita avrebbe destato invidia in una vespa. I suoi occhi, di un nero bleu, illuminavano la sua fisionomia del più puro tipo spagnuolo della scuola di Zurbaran. Aveva una pallidezza sana, fresca come una gionchiglia, appetita e mordente, che rivelava l'equilibrio della vita, animando in modo eguale una struttura di primo ordine. Sul suo sembiante volteggiava quella calma calda e stellata delle notti di està. Le sue labbra rosse, un tantin carnute, erano un focolaio di amore, una pila voltaica di voluttà. Il naso, insensibilmente curvo, le dava un'aria fiera e degna, che imponeva rispetto ed indicava ad un tempo che, se giammai una passione agitasse il suo cuore, quella passione potrebbe diventare un uragano. I suoi piedi piccini, inarcati, elastici davano i brividi.
Quando Regina entrò nel salone, tutti gli sguardi si volsero e fermarono su di lei. In mezzo ad una folla d'inglesi—pettinate con uccelli di paradiso, azzimate di rosso e schiacciate sotto una bardatura di diamanti; in mezzo a delle matrone germaniche—caricate d'abiti di velluto verde pomo; infra Americane adornate come tabernacoli di ogni sorta d'oreficeria; d'Italiane, balenanti come iride, e di Russe splendenti di gioielli… quella giovane sì bella, sì elegantemente semplice, messa con un gusto sì squisito, di un portamento sì sereno e sicuro di sè, doveva naturalmente far senso, per la stessa bizzarria del contrasto. Regina, del resto, era di quel piccolo numero di Parigine che—adorne con la medesima aristrocratica semplicità—formavano la via lattea del ballo dall'ambasciata.
Ella divenne quindi all'istante il centro della festa. Gli inviti alla danza s'incrociavano.
Alberto Dehal, che era pur quivi, non osò neppure salutarla. Restò a contemplarla in uno stato di stupefazione estatica.
Il dottore si tenne sotto l'arco di una porta e calcolava. Ma non passò guari, e vide entrare nel salone, in faccia a lui, un signore di alta statura, il petto screziato di decorazioni, vestito da generale, ed i suoi lineamenti, i suoi capelli biondo-rossi, il suo portamento, tradendo la sua origine settentrionale.
Il dottore traversò la sala dove trovavasi Regina, e cui lo straniero traversava anch'egli lentamente, salutando questi, dicendo un motto a quegli e sbirciando tutti e tutto.
Lo straniero vide venirgli incontro il dottore e fermossi.
—Dottore—disse egli, porgendogli la mano—sono fortunato potervi annunziare pel primo che la nostra Accademia delle Scienze si è largito l'onore di nominarvi suo membro straordinario.
—Mille grazie, principe—rispose il conte di Nubo salutando. Il vostro sovrano debbe essere ben fiero di aver all'estero un rappresentante, come l'Eccellenza vostra, che recluta anime… anche per l'accademie!
—A proposito, dottore, vorreste voi permettermi di presentarvi uno dei nostri scienziati, che m'è capitato con l'ultimo corriere, e di pregarvi di piloteggiarlo un po' pel mondo della scienza?
—Sarò felice di essere ai vostri ordini, principe.
Essi parlavano così, un po' a voce alta, perchè molta gente stava loro intorno. Ma, senza cessar di parlare, il dottore aveva rinculato passo a passo nel vano di un balcone.
Quando si videro soli:
—Ebbene?—domandò il principe.
—Ella è qui.
—Quale dunque?
—La più bella del ballo.
—Sarebbe dessa la giovane che porta delle brughiere bianche tra i suoi capelli neri?
—Per l'appunto.
—Un abito cilestre con pizzi bianchi ed un mazzolino di mughetti sul seno?
—Vostra Eccellenza la dipinge.
—Dal color pallido.
—Proprio così.
Il principe, senza soggiunger sillaba, volse le spalle al dottore di
Nubo e rientrò nel salone.
Regina era circondata da una palizzata di attachés d'ambasciate di tutte le nazioni.
La contradanza finiva allora. Ella favellava con ciascuno e con tutti nel tempo stesso, indirizzando la parola in inglese all'uno, rispondendo in russo all'altro, parlando in tedesco, per mettere sulla via un Prussiano che schermeggiava di un francese a mo' di singhiozzo. Il principe di Lavandall aleggiava intorno al circolo, e, pur chiacchierando con un maresciallo, non perdeva nè una sillaba, nè un movimento di Regina.
L'orchestra dette il segnale del walzer.
Il principe ed i passeggiatori sgombrarono il salone.
Il principe incontrò il dottore in un'altra camera dove giuocavasi al whist.
—Incantevole!—disse egli.
—Una moxa!—rispose il dottore, sorridendo. Dovunque la si vorrà applicare, porterà via un lembo.
—Bisogna che io le parli.
—L'è facile.
—Non qui però.
—Vi preparo allora un'incontro ad un ballo di madama Thibault. Là, voi sarete in casa vostra.
Il principe sorrise ed uscì, dicendogli:
—Il più presto possibile.
Alle due del mattino, il dottore rapiva sua nipote dalla festa. La quale dopo la partenza di lei, sembrò oscurarsi.
Regina era fulgurante di gioia e di bellezza. La vita del ballo aveva raddoppiato la sua vita.
Otto giorni dopo, il ballo da madama Thibault aveva luogo.
X.
Ciò che si cerca e ciò che si trova.
Sergio era partito da due giorni, per non so quale inauguramento di statua di grande uomo in una città di provincia.
Madama Thibault era uno di quei misteri delle grandi città, cui si sospettano, cui si indovinano anzi, ma cui non si riesce mica spesso a spiegare.
Il solo uomo che conoscesse il totale di questo logogrifo era il dottore di Nubo, perchè egli era stato in parecchie occasioni, come per tanti altri, il suo medico, il suo confessore, il suo complice, il suo coadiutore, il suo consigliere, e chi sa se non vi ebbero pure tra loro relazioni di altra natura.
Il dottore aveva conosciuto questa donna in una circostanza terribile. Egli aveva prestato i soccorsi del suo ministero al signor Thibault, che era stato portato in casa sur una barella, ferito a morte in duello. Poi, il dottore era restato medico della giovine bella vedovina.
Il signor Thibault aveva guadagnato una fortuna considerevole nel commercio dei grani. Quella fortuna era nel suo portafogli. Perocchè, egli andava a farne collocamento, quando una provocazione—sotto la forma di uno schiaffo—sopraggiunse,—e vi mise ostacolo.
Gli eredi non trovarono becco di quattrino di quella fortuna.
E si disse, che la vedova avesse rubato i parenti di suo marito; che il dottore le avesse tenuto il sacco nell'operazione.
Tutto codesto, nel fondo fondo, era presso a poco falso. Madama Thibault non aveva sottratto che un centinaio di mille franchi, tutt'al più.
Nondimanco, ella menava una grande esistenza!
Per giustificarla in un modo meno sgustevole, ella lasciava correre, senza troppo contraddirli, gli altri rumori sull'origine di sua ricchezza. La verità però l'è la seguente:
Madama Thibault aveva un magnifico appartamento nella via di Provence. Attiguo al suo appartamento, eravi un piccolo alloggio ove dimorava Sergio di Linsac. Se si fosse spostato la libreria di costui, sarebbesi scorto, dietro questo mobile, una piccola porta praticata nel muro, la quale aprivasi addirittura in un armadio a specchi, nell'appartamento vicino, nella propria camera da letto di madama Thibault. Augusta poteva amar così il poeta a suo comodo, senza che il mondo ne avesse giammai potuto indovinar nulla e neppur sospettarlo.
Bisogna però soggiungere che Sergio di Linsac non era iscritto nel bilancio di rendita di madama Augusta Thibault. Ella lo amava di cuore, lo amava dei sensi e la partita saldavasi così.
Ma la buona dama non si contentava della diaria un po' magrina del poeta.
Alla sommità della via di Clichy, eravi a quell'epoca una gran casa, con un'immensa corte, nel fondo della quale prendeva origine una scalinata di servizio. La gabbia della scala nascondeva quasi una porticina a vetri colorati, che non aprivasi mai, sporgendo in un piccolo giardino, affittato allora al proprietario di una palazzina dietro la casa. La porta a vetri era dunque interdetta.
Madama Thibault aveva affittato il quarto piano di quella casa, per allogarvi una povera vecchia paralitica sua parente, a cui portava affetto. E come la signora Thibault bruciava di carità a mo' delle divote, ella recavasi colà due o tre volte la settimana, onde largir sussidii alla congiunta, e restava a favellare a lungo con lei.
A lungo, diceva ella, ripetevano altri. In realtà madama Thibault non vi si tratteneva che cinque o sei minuti. Poi, discendeva con cautela, apriva la porticina vetrata, di cui possedeva la chiave, e si trovava nella stufa della palazzina—l'entrata principale della quale era nella via di Amsterdam, n. 97.
Quella palazzina apparteneva al principe di Lavandall.
Questi era iscritto sul bilancio d'introito di madama Thibault ad una quota variante, tra i 90 ai 100,000 franchi, l'anno.
Quando madama Thibault riesciva, verso le cinque, dalla palazzina del principe, e traversava il cortile della casa della via di Clichy, i portinai, se per avventura sbirciavanla dal loro covo, sclamavansi:
—La santa donna! quante consolazioni reca dessa all'inferma!
—Ed a voi, eh!—madama Pillet?—soggiungeva la cuoca del secondo piano.
Il signor Pillet degnava sorridere.
Quelle visite occupavano un tantino l'ozio dei lunghi giorni di madama
Thibault.
Ma le notti erano altresì così lunghe, così solitarie, così silenziose! Non piacendole ricevere visite in casa, se ne andava al teatro od a far visita altrui.
Madama Thibault aveva un intendente che avrebbe sconcertato tutti gli etnografici del mondo, se si fossero avvisati di classificarlo e determinare a quale nazione appartenesse. Costui non aveva tipo, e parlava tutte le lingue come sua lingua nativa. Forse, rimuginando bene, noi avremmo potuto riconoscere, sotto l'epiderme di babbo Timoteo, l'antico capo degli zingari di Nicastro, lo zio Tob. Ma noi non abbiam tempo, in questo momento, di occuparci di codesta scoverta, che aveva fatto tanto onore alla scienza del dottor di Nubo.
Due mila franchi l'anno di salario, nudrito, vestito, alloggiato, ed altri piccoli accessori, facevano del babbo Tob, o Timoteo, un miracolo di fedeltà. Per lo manco, lo si diceva. La signora Thibault, del resto, non se ne lamentava. Il babbo Tim o Tob era discreto come i geroglifici della piramide di Louqsor.
Questo intendente l'accompagnava.
Si vedeva dunque madama Thibault in una baignoire, fino al secondo atto—talvolta fino al terzo, se la commedia l'interessava. Poi, nell'intermedio, l'intendente giungeva, gettava una pelliccia sulle spalle della padrona, discendeva, apriva lo sportello di una vettura che l'aspettava alla porta del teatro. Augusta entrava. L'intendente ordinava al cocchiere: Andate.
Egli, l'intendente, se ne iva per i piccoli fatti suoi.
E madama Thibault?
La degna dama bazzicava la soirées, faceva visite—diceva ella, diceva altresì l'intendente. In realtà, la signora Thibault recavasi in una deliziosa piccola palazzina, fra due giardini, nella via Neuve-des-Mathuarins—il paradiso del signor Alberto de Dehal. Ella restava quivi presso a poco fino alle due del mattino, dopo cui, il babbo Tim o Tob—che scaldavasi al camino, o passeggiava, o dormiva nell'anticamera fin dalla mezzanotte—le apriva di nuovo lo sportello del coupé e rientravano in casa.
Il signor Alberto Dehal, anch'egli figurava nel bilancio di entrata della bella vedova, per cinquanta o sessanta mila franchi l'anno—tutto compreso.
Con un'esistenza così piena e così sapientemente combinata, la signora Thibault passava nel mondo per una donna irreprovevole. Ella era patronesse di opere pie nella sua parrocchia. Questuava per i poveri alla messa cantata della domenica. Riceveva le visite officiali del signor curato, della società divota, e, quando ella vi consentiva, anche la buona società, la borghesia. Perfino qualche membro dell'aristocrazia avventuravasi a cacciare in quelle steppe. Per lo meno, codesto dicevasi a proposito del principe di Lavandall. Imperciocchè, di certi signori stranieri, di certi principi italiani, conti polacchi, baroni tedeschi, dicevasi, nè più nè meno, ch'essi bazzicavano la casa della vedovina schiettamente per sposarla.
Lo scudo non è desso forse la migliore delle armi?
Il ballo cui Augusta dava—ella non ne dava che due soli nella stagione—fu brillante.
I lions della festa furono, è inutile dirlo, il principe di Lavandall e Regina—l'uno per la sua colluvie di decorazioni; l'altra per la sua bellezza.
Il dottore presentò il principe a sua nipote—E costei ed il principe restarono a chiacchierare insieme un venti minuti.
Lavandall fu abbarbagliato dello spirito penetrante e fine della giovane; del tatto di lei ad indovinar tutto; della di lei abilità di tutto dire o di tutto dissimulare; della solidità del di lei giudizio e della chiarezza con cui esprimeva ciò che la voleva dire.
Quando il principe la lasciò, per discrezione, Alberto Dehal—che assisteva anch'egli a quel ballo e che l'aveva covata degli occhi senza volgerle la parola, come fatto aveva all'ambasciata d'Austria, le si accostò.
—Madama, vorreste farmi la grazia di un giro di walzer? chiese egli con voce commossa.
—Volevo riposarmi, signore—rispose Regina—ma a voi non posso rifiutare.
Levossi.
Alberto la prese fra le sue braccia.
Era estremamente pallido; si sentiva quasi svenire sotto il peso di quella donna, cui aveva tanto amata e cui amava ancor tanto! Si lanciarono alla danza.
—Madama—le sussurrò Alberto all'orecchio—non mettete giammai più il piede in questa casa, e diffidate.
—Di grazia, di che?
—Questa casa vi contamina. Voi siete in una gabbia di tigri. Partite all'istante. Non vi tornate più, e silenzio… silenzio assoluto!
Egli condusse Regina al suo posto e partì.
Regina rimase pensierosa. Poco dopo lasciò il ballo anch'ella. Non disse ad alcuno delle parole di Alberto. Però, riferì a suo marito di essere stata a quel ballo.
—Regina—rispose Sergio di un accento profondamente attristato—va pure nel mondo quanto ti aggrada. Frequenta i balli ufficiali e diplomatici, i balli del Faubourg… ma, se vuoi piacermi, fuggi il mondo borghese e quello dei finanzieri, checchè si siano. Io li detesto.
—Perchè dunque, amico mio?
—Li detesto d'istinto. Nelle regioni elevate, la corruzione, la seduzione, il vizio, la belletta non mancano di certo. Però, se tutto codesto disonora, codesto non imbratta. Imperocchè, quella gente sa orpellare il fondo con la forma. Ora, gli è vergognoso confessarlo, ma ciò è; noi viviamo per gli altri, molto; per noi, poco.
—Ài tu qualche cosa a rimproverare alla signora Thibault?
—Ella è una cliente di tuo zio. Ciò basta. Mi astengo parlarne.
—Ti comprendo amico mio. Non avrai più rimprocci a farmi.
Qualche giorno dopo, il dottore invitava Regina ad un ballo dal ministro della marina. Regina esitò.
—Come?—sclamò il dottore—saresti di già stufa?
—Magari, no.
—Ebbene, dunque?
—Ditemi, dottore, posso recarmi a codesto ballo con la stessa toilette che portavo al ballo dell'ambasciata austriaca?
—Mah! ciò ti riguarda.
—Lo so bene.
—Volgi allora codesta dimanda a tuo marito.
—Non è guari pochi dì, e voi pretendevate che il mestiere di uomo di lettere è mestiere di pezzenti.
—E lo pretendo ancora—a qualche eccezione tranne: rara avis! Ma di chi colpa se tu non ài ad indirizzarti ad un uomo di scudi?
—Dottore, non torniamo più su codesto. È un fatto compiuto.
—Allora vieni al ballo con la stessa toilette d'altra volta.
—Le donne si burleranno di me. Direbbero che dormo con essa.
—Allora, resta a casa.
—Mi vi annoio.
—E dire—sclamò il dottore quasi parlasse a sè solo—che con la metà dello ingegno che il marito di costei sciupa in frascherie fantastiche, in combinazioni fittizie, e' potrebbe, applicandolo a cose reali e serie, navigar sull'oro!
—Applicato a che mo', se vi piace, amico mio? A delle combinazioni di Borsa? Ad inventare un cappello meno ridicolo per gli uomini? un rimedio contro la malattia delle patate? un'assicurazione contro l'infedeltà dei mariti?
—Che pensi tu di quei piccoli bellimbusti che ti farfallavano intorno al ballo dell'ambasciata?
—Mah! che ve n'ànno dei dannatamente sciocchi e vani.
—E pertanto, ecco lì il vivaio degli uomini che avranno un giorno la fortuna degli Stati di Europa nelle loro mani.
—Compiango l'Europa, allora.
—Tuo marito, al paragone di quei fantocci lì, sarebbe un'aquila.
—Lo credo bene! E' ne fabbrica e demolisce, di uomini di Stato.
—Se egli volesse entrare nella diplomazia.
—Oh! per esempio!
—E perchè no?
—Perchè. Ciò sarebbe come un proporre a Scheffer di dipingere insegne per i mercanti di vino.
—Capisco. I gonzi del suo partito l'addimanderebbero apostata—quasi che il mondo fosse popolato di altre bestie che di codeste! Chi non è apostata di qualche cosa? Tu, però…
—Io?
—Perchè non utilizzeresti tu le tue abilità per lo bene di tua casa e per i tuoi piaceri?
Regina scoppiò in un fragoroso scroscio di riso.
—E che volete voi dunque ch'io faccia—dimandò ella.
—Ciò che fa la principessa di Tobelskoy; ciò che fa la contessa di Thent; ciò che fanno lady Mouthbury, la baronessa Steingel, la duchessa di Castelmoro… ed altre parecchie che nè tu, nè io, nè altri conosciamo.