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I suicidi di Parigi

Chapter 18: XV.
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About This Book

An older man's calculated plot sets in motion a manipulation of social appearances by promoting a young woman's charm until she becomes the season's celebrated beauty; her rise, staged through gifts, displays and cultivated indifference, provokes envy, desire and competing seductions. The narrative follows how social spectacle, ambition and calculated temptation corrode private morals and public manners, turning admiration into exploitation and igniting intrigues that escalate into crime, degradation and tragic self-destruction as the scheme produces unforeseen, ruinous consequences.

—Ma le sono delle bas-bleu politiche codeste. Poffardio! Elleno predicherebbero i diritti della donna, per entrare in Parlamento e reggere un ministero. Io, io sono, tutto al più, una civetta soppannata di un abbozzo di artista.

—La diplomazia à più di facce che tu non ài di capricci.

—Ne avrebbe dessa una allora, non mica troppo brutta, perchè io potessi provarne?

—Si potrebbe rovistare nel vestiario.

—Quale mo', per esempio?

—Mah! che pensi tu di una fanciulla bella…

—Come me…

—Spiritosa… continua dunque.

—Come me—poichè ciò vi aggrada.

—Allerta, civettuola, insinuante; che avrebbe dei belli occhi per tutto osservare; che intenderebbe tutto; che comprenderebbe a mezza parola; che saprebbe far parlare; che saprebbe dare ad intendere; che fiuterebbe i secreti; che scompiglierebbe i progetti; che leggerebbe nelle anime; che dominerebbe le resistenze con un sorriso; che saprebbe farsi pagare un bacio con un segreto di Stato… un'ammaliatrice insomma, una…

—E voi credete che codesto prodigio di donna esista?

—Io la conosco.

—E che dovrebbe far ella, codesta donna miracolo, alla fin fine?

—La donna—niente altro che la donna.

—Oh!

—Vestire splendidamente ed elegantemente, correr le feste, frequentare i balli ufficiali, ricevere, cinguettare, ascoltare, comprendere, rammentarsi, e…

—Riferire… n'è vero, eh?

—Raccontare. Vi àn degli uomini che scrivono ai dì nostri la cronaca contemporanea come Saint-Simon, il cardinale di Retz, ed altri scrivevano la cronaca dei tempi loro. V'è la mania delle Memorie, delle auto biografie… Vi àn dei curiosi assai ricchi per pagarsi gli aneddoti, i si dice, i motti, il racconto degl'intrighi dei saloni; sapere ciò che Parigi ciarla, ciò che Parigi pensa, ciò che Parigi delira, ciò che Parigi fantastica, ciò che progettasi e ciò che si è in via di compiere. Vi sono dei signori stranieri, i quali, per allietare le nere cure dei loro sovrani, amano scriver loro delle follie di Parigi e tutto ciò che fermenta sotto il cranio di questa città turbinosa—come il principe di Talleyrand scriveva a Luigi XVIII tutto ciò che occorreva nei saloni di Vienna, al tempo del congresso… come la contessa di Lieven scrive alli Tzar Alessandro e Nicola…

—Ed il mio curioso in quistione, caro zio, non abiterebbe desso, per azzardo, nella via di Jérusalem, eh?¹

¹ In questa via è la prefettura di polizia.

—No, carina—rispose il dottore dopo un minuto di silenzio. Egli abita la via di Amsterdam, e chiamasi il principe di Lavandall.

—Bene. E ciò che codesto nobile signore richiede da codesta donna non si addimanderebbe, con nome proprio, senza ambiguità, con l'impertinenza sfrontata di un dizionario… dite, dottore, non si addimanderebbe desso spionaggio?

—Bazzeccole! stoltezza! L'uomo che riceve quaranta soldi al dì, e la spesa di ciò che consuma nei luoghi pubblici, spia. La donna che palpa 12,000 franchi di onorario, 24,000 franchi per toilette, e 20,000 per spese di ricevimento, osserva. L'è la logica del mondo… e della lingua.

—Tentatore!—gridò Regina levandosi di botto… e fuggendo.

Ella aprì la porta del salone e fece un passo nell'anticamera, poi si fermò. Riflettè quivi un istante, come qualcuno che cerca qualcosa. Poscia ritornò su i suoi passi, riaprì un filetto della porta del salone, passò di quivi la sua testolina svegliata, e mandò dentro, in uno scroscio di riso:

—Caro zio, accetto il ballo dal ministro della marina. E partì.

Il dottore di Nubo restò, degli occhi devaricati sulla porta, e borbottò:

—La tengo. Sarò vendicato!

Disgraziato! Egli non sospettava che veniva di pronunziare la sentenza di morte di quella creatura di venti anni!

XI.

Il frutto dell'albero della scienza.

Regina ritornò a casa affranta.

Vi àn certi pensieri, i quali per la loro intensità producono, in un momento, lo stesso spossamento di spirito che se durato avessero lungamente.

La proposizione del conte di Nubo aveva messo a soqquadro l'anima di Regina. Ella aveva trovato in quelle insinuazioni qualche cosa di anormale, di così mostruoso, qualche cosa di così ribrezzevole ed inatteso, ch'ella non sapeva più rendersi conto delle sue proprie idee, dei suoi propri sentimenti.

Una giovane donna, quasi ancora una fanciulla; una natura eletta, bella, ammirata, desiderata, aleggiante nelle regioni sfolgoranti della poesia e dell'arte, portando un nome senza macchia e glorioso, ella, ancor innocente civettuola, accolta dovunque con un sorriso, lasciando dovunque desiderio di sè in partendo: quella natura di fiore e di stella si era vista, di un tratto, tuffata, perduta nei gurgiti scuri della polizia. La donna di mondo marcata dello stigmata dello spionaggio, avendo in tasca una patente di agente provocatore! Quello sgorbio terrificante, ch'ella si sentiva impresso sul sembiante, stillare come catrame dal suo viso, la fece quasi sdilinquire. Ella videsi riconosciuta, smascherata, poi cacciata via dai lacchè, indicata a dito… Ella vide suo marito suicidarsi di vergogna. Si vide rugata, allaidita dal delitto… e rugghiò di dolore e terrore.

Regina giunse a casa sotto l'impressione di questo incubo. Imperciocchè la sua immaginazione, in qualche minuto, dalla via di Lille, ove dimorava suo zio, alla via di Boulogne, ove ella abitava, l'aveva travolta per tutte le sentine della bassa polizia e, di conseguenza in conseguenza, le aveva fatto traversare e percorrere tutte le infamie, tutti i tradimenti, tutte le miserie. Ella si chiuse nel suo atelier e si lasciò cadere sur un divano, ove si assopì.

Il suo polso batteva quasi avesse avuto la febbre.

Svegliandosi un'ora più tardi, molto più calma, Regina si fregò gli occhi come per cacciarne il sonno dai tristi sogni. Sollevossi sul cubito, sorridendo. Poi, dopo aver lasciato galleggiar qualche istante il suo spirito nel vago, ella riprese a ruminare col pensiero, in secondo ripasso e raffinamento, la conversazione con lo zio.

—Non m'à desso parlato di 24,000 franchi di spese di toilette e di 20,000 per spese di ricevimento?—pensava dessa. Non m'à egli ammonticchiato contesse su principesse e baronesse su duchesse? Non m'à egli parlato di balli, di spettacoli, di feste; e poi di cicalecci vivi ed insinuanti; e poi di vedere, ascoltare, ripetere ad un gran signore curioso, straniero, che vuole disannoiare non so più qual sovrano? La noia! oh! l'orribile baratro! Ma, vi rifletto: e se non si vedesse che ciò cui vuolsi vedere? e se non si ascoltasse punto, ma punto? Non si potrebbe dunque raccontar questo e non quello? Si potrebbe anzi non raccontar niente del tutto. Perchè, che debbe importare ad una onesta giovane donna, come me, la politica ed i suoi segreti, la diplomazia ed i suoi intrighi? Riflettiamo dunque.

Regina levossi e cominciò a gironzare per l'atelier, mentre la sua mente batteva le ali per lo spazio.

—Sì, riflettiamo. La morale impone di non calunniare e di non ripetere la maldicenze, di non portare intorno cose che potrebbero danneggiare l'onore e la vita delle persone. Sia. Ora, che la Francia civetti con la Russia, che l'Inghilterra cospiri con la Germania, e che si mettano in quattro per ingoiare di un sol boccone la Turchia, l'Italia… che importami, a me? Ciò si dice, ciò si pensa, ciò si fa… Se male ci è, essi non debbono fare il male. Lo fanno? Tanto peggio. Io lo appuro, me lo dicono, l'odo… e lo ripeto come un altro—ve'! proprio proprio come un giornale! Non resterebbe dunque, tutto al più, che una questione di data: io lo saprei e lo direi per la prima. Oh! ecco poi il gran delitto! Peccato da calendario. Cinquanta mila franchi ne assolvono ben d'altri, nel seno della chiesa! Ma tratterebbesi, a quanto pare, di forzare a parlare e di profittare dei miei mezzi di seduzione per cavar dei segreti, dei… che so io? Bah! non si vede che codesto in società, lo si vede tutti i dì… e ve n'àn pure di quelle che profittano di questi vantaggi per saccheggiare i bietoloni. Io farò parlare. Benissimo. Se l'agente di un governo qualunque è così malaccorto di parlare, tanto meglio che lo si smascheri. Egli non sarà impiegato più nella bisogna, e non sarà più periglioso.

Regina si assise di nuovo, e gli occhi fissi sur un pastello bozzato continuò a vaneggiare.

—Ma che uffizio superbo è poi quello di ricevere alti funzionari, e quindi della gente del corpo diplomatico, e poi dei giornalisti serii, ed inoltre il mondo della corte, dei generali, dei grossi banchieri, il nunzio… Trovo che davvero 20,000 franchi è troppo poco per codesto… Sì troppo, troppo poco… Occorrerà dimandare un aumento di dotazione sulle spese di rappresentazione. E chi lo saprà? Io sono a chiedermelo. Nè il principe, nè il dottore, nè io, certo, ne parleremo. Sarebbe dunque il diavolo che si accollerebbe codesta brutta bisogna per nulla? Decisamente, io penso che posso accettare. Il conte di Nubo, del resto, che è stato il mio miglior amico, non mi avrebbe consigliato una cosa simile, se la fosse stata cattiva.

Dopo questo esame di coscienza, dopo questa espansione di confidenza, Regina ebbe un novello accesso di dubbio. In seguito, una nuova crisi di bramosia. Poi ancora delle paure novelle. Ella bilicò infine su questa altalena per due giorni. Sovvennesi però di aver detto a suo zio, in un primo slancio di leggierezza, ch'ella accettava l'invito al ballo del ministro della marina. Se ne pentì. Poi se ne consolò sclamando:

—Il primo impulso è sempre il più retto; ed ò ben fatto. Ma la toilette?

Questo spettro offuscava il quadro.

Il dottore di Nubo, dal lato suo, sospettava bene della lotta che infuriava nel cuore della giovane. E' sapeva troppo bene di avervi gettato il germe di un cancro. Lasciò a questo germe pigliarvi vita e radice. Però, per accelerare lo sboccio, egli scrisse questo vigliettino alla nipote:

«Mio bell'angelo, il proprietario delle Villes de France mi deve qualche moneta. Vuoi tu darti la pena di andarla a toccare, in mercanzie? È l'ultimo credito che posseggo sui marcanti di mode. Profittane. Ti bacio su quel bel fronte ripieno di capricci.»

Il colpo fu decisivo.

Regina si dette una toilette splendida. Ed otto giorni dopo il sermone del dottore, si recò al ballo della rue Royale.

Il principe di Lavandall non vi mancò.

Egli trovò l'opportunità di porgere il braccio a Regina e di menarla intorno pei saloni. Le parlò per mezz'ora e completò la conversione sì maestrevolmente intrapresa dal dottore.

Regina ascoltò tutto, ridendo; rispose a tutto con spirito. Accettò tutto infine, ridendo sempre, quasi avesse portato una sfida al principe di esser serio in ciò che diceva.

Del resto, quantunque costui avesse uno scopo di più che Regina, egli vi si condusse con un tatto sì delicato, nascose così bene l'amante sotto il diplomatico, ch'e' sarebbe stato impossibile di comprendere la cosa di una maniera brutale ed offendersene.

Regina, d'altra banda, barcamenò con tanta scaltrezza e gaiezza, ch'ei sarebbe stato impossibile di accettare un'infamia di miglior grazia e con maggior buon gusto.

Capì dessa l'amante nella proposizione del diplomatico?

Nol sappiamo. Ma che cosa una donna non comprende dessa?

In ogni modo, si separarono a punto per non fissare l'attenzione. E come la conversazione era stata interrotta espressamente sur un capitolo curioso—e Regina era curiosissima—ella si lasciò sfuggire dalla labbra:

—A domani.

Il principe susurrò qualche parola al dottore.

Questi dette le sue istruzioni alla nipote.

XII.

Oh! i consigli, i consigli!

Erasi in carnevale.

Il ballo del ministro aveva avuto luogo il lunedì. Il giovedì, Sergio riceveva questo viglietto:

«Sabato, all'una del mattino, al Foyer dell'Opéra, seguite il domino a faveur rosa che vi toccherà la spalla. Trattasi del vostro onor di marito.»

Sergio lasciò scappar lentamente un buffo di fumo azzurro dal suo sigaretto, e sclamò gittando il viglietto su i tizzoni:

—Sempre e poi sempre delle infamie anonime!

Il viglietto cadde in un angolo del caminetto e si bruciò a metà.

—Ma, mi pare riconoscere quella scrittura—mormorò Sergio tirando dal fuoco la metà del foglietto.

Non ne restavano che due motti: «domino a faveur rosa» ed «onor di marito.»

Sergio esaminò attentamente quella scritta, poi disse:

—M'ero ingannato. È la scrittura di un uomo—scrittura cattiva, ma a sangue freddo; penna pesante; spirito distratto. Si direbbe che l'è una copia. Al diavolo allora!

E rigettò la carta nel fuoco. La fiamma l'assorbì: essa si annerì da prima, poi delle scintille vivide vi serpeggiarono, si accasciò, si ridusse in cenere grigia. Sergio assistè alle diverse fasi della distruzione della denunzia con compiacenza e rimase a meditare sul suo auto-da-fe. A capo di qualche tempo, gettò il sigaretto che gli bruciava le labbra e riprese la penna.

Egli scrisse una pagina o due molto sgorbiate e cancellate—e' che di consueto scriveva di un fiato, senza radiare una virgola, senza cangiare un motto! Le sue idee si presentavano adesso ingarbugliate, confuse, le immagini cozzavano nel suo cervello e svanivano in briciole scure. Era distratto. Il mondo a cui impartiva movimento e vita, svaporavasi per cedere il posto a fantasmagorie abrupte e strane. Franse la penna sur un presse-papier e levossi.

—Che natura milensa ed incorreggibile ch'è quella dell'uomo!—si disse egli. L'assurdo lo sedurrà mai sempre!

Accese un altro sigaretto, fece qualche passo pel gabinetto, aprì la finestra, poi prese un'altra penna.

Le sue idee nascevano più arruffate che prima. Volle farsi violenza. Fissò il suo spirito sur un obbietto: impossibile! Aveva le traveggole e scriveva una frase, mentre ne pensava un'altra. Allora egli tolse via la sua vareuse grigia, si cacciò addosso un pastrano, ed uscì per passeggiare e far visite.

Voleva recarsi all'atelier di Delacroix. Sul boulevard, incontrò un romanziere dei suoi amici, il quale, il naso al vento, era a caccia di tipi e di scene.

—Ebbene, caro,—gli disse Prospero Dalleux—i tuoi Sixièmes Etages de Paris finiranno per darti un château. Essi sono deliziosi.

—Piaggiatore!—rispose Sergio sorridendo. Li si leggono: ecco tutto.

—Li si leggono? di' dunque che li si divorano, che se li strappano, che non si parla che d'essi.

—Tu non ne diresti altrettanto in un articolo bibliografico, ve'! Ma, a proposito, vuoi tu darmi un consiglio?

—Più volentieri che venti franchi, figliuolo.

—Io mi son cacciato in un angiporto, nel mio romanzo.

—Sfonda l'angiporto, o sollevati in pallone.

—Su mo'! Trattasi semplicemente di questo: un marito à ricevuto una lettera anonima che l'invita a recarsi al ballo dell'Opéra, ove un domino a faveurs bleues vuole intrattenerlo sul di lui onore di marito. Occorr'egli che il mio piccolo brav'uomo si trasporti all'Opéra ed accetti l'invito?

—Innanzi tutto, mon petit, codesto è vecchio arci-vecchio, anti-diluviano, e tu faresti meglio frugar per altra cosa. Ma non importa. Noi viviamo tutti di bric à brac nel passato. Dimmi un po': il tuo marito conosc'egli il carattere della lettera? Sospetta egli l'autore di codesta missiva?

—No, o quasi no.

—In questo caso, tu non ài bisogno assoluto di codesto vecchio intingolo per la catastrofe. Io gli farei dunque sprezzar la denunzia e nol farei gire al ritrovo.

—Nol farei gire, nol farei gire…! L'è facile a dir codesto, in fra noi. Ma il mio marito non è un pizzicagnolo che può e che vuole passar oltre sur una simile circostanza. Senza essere geloso, egli à un profondo sentimento di dignità. Senza credere che una donna sia una proprietà inviolabile, per un articolo del codice civile, egli pretende, nonostante, che questa donna rispetti gl'impegni liberamente contratti, spontaneamente presi, sapendo tutta la portata dei suoi doveri, quali la società, a torto od a ragione, gliel'impone. Egli dà piena libertà a sua moglie, piena confidenza; ma egli non tollererebbe di guisa alcuna che codesta donna abusasse della lealtà di lui per coprirlo di ridicolo e di vituperio. Egli è indulgente per i capricci; inesorabile per le colpe. Infine, la di lui fierezza s'insorgerebbe a cogliere sulla bocca di sua moglie il guaime dei baci di un altro. Egli vede nell'infedeltà coniugale non una violazione di proprietà, ma una rottura di patto ed un segno di disprezzo per la sua persona. Tu comprendi allora ch'egli non può restare indifferente alla lettera del domino, quantunque anonima.

—Poichè tu ài messo al mondo un marito di così cattiva tempra, bisogna pur essere conseguente—lo veggo. Ora, innanzi tutto, non considerando in ciò che addimandasi disonore se non una rottura di contratto, egli non può volerne al suo rivale, non avendo egli trattato che con sua moglie. È dessa dunque che debb'essere sola risponsabile dell'infrazione, secondo la tua teoria. Non potendo per conseguenza vendicarsi da uomo, egli è sconvenevole e grottesco fare strepito, chiamare il prossimo a testimone delle sue piccole brighe con la moglie. Arrogi a ciò, ch'e' non bisogna giammai disonorare una donna con la pubblicità. Imperciocchè, anche decaduta e gualcita, la donna è sempre augusta pel dritto divino della bellezza e del piacere. Gli antichi, che non erano pertanto mica galanti, dichiaravano sacrilega, tu il sai, la mano che toccava il velo di una donna. Il velo! figurati la fama. Laonde, caro, da banda il contatto con denunziatori.

—Ma allora?…

—V'ànno altri mezzi per sapere a che stanno le cose—mezzi non buoni neppur dessi, però men fragorosi. Conosci tu una casa da ragguagli?

—No.

—In questo caso, tu farai fare al tuo marito ciò che fatto ò io stesso.

—Vale a dire?

—Ecco qui. Io aveva un'amante dotata di tutte le virtù cardinali e teologali del catechismo—e di altre ancora. Ella faceva sbocciar sulle sue spalle del Cachemire, cui io non le aveva mai regalati. Ella innestava ai suoi polsi, alle sua dita, alle sue orecchie, e dovunque, dei gioielli, cui io non aveva mai avuto la tentazione di comperare. Ella faceva fiorire sul bel suo corpo delle vesti magnifiche, cui io contemplavo solo con ammirazione negli étalages—a cinquanta mila franchi lontani dalla mia borsa. La madre della mia maîtresse era portinaia, ed il padre invalido. Per lo che, quei belli oggetti non le venivano certo mica dai dominii paterni. Malgrado ciò, la mia innamorata, che aveva la frega di poser, voleva passare assolutamente per donna onesta. Io abbomino le donne oneste, io: esse costano troppo caro! Io aveva un bel dire a Fanny ch'io non volevo punto della sua virtù, ma dei suoi vezzi. Ella mi avrebbe assolto, mi perdoni Iddio! che io l'avessi trovata brutta, gobba, sciancata, butterata… che so io? basta che io l'avessi sospettata capace di aver della morale e di andare a messa. Io mi piccai al gioco e volli finire per provarle, fatti in punto, ch'ella non aveva alcun titolo al compenso della virtù di Monthyon.

—Tu avevi ragione.

—Io era un imbecille, mon petit. Io perdetti la mia amante, la quale non costavami assolutamente altro che il soffio dei miei baci.

—E poi?

—Poi? Regola generale: la donna non debbe giammai aver torto che ai suoi proprii occhi, nel suo foro interno, senza che si dubiti mai ch'altri pure conoscano i suoi peccatuzzi. A questa condizione sola, ella può correggersi—e si corregge. La donna, se potesse giammai amar altro che il suo squisito visuccio, amerebbe l'uomo generoso.

—Borsa alla mano?

—Moralmente. Ma io mi condussi come uno gnoccolone. Me ne andai da madama Goupil.

—Cosa è codesta madama Goupil, innanzi tutto?

—Un tipo, mio caro, un tipo restato incognito per fino al gran Colombo di Parigi—il nostro sommo pontefice Balzac. Vuoi tu che ci rechiamo da lei?

—Non ne ò il tempo, oggi. Continua pure.

—Ebbene, nella via dei Martyrs, alla casa che fa angolo con la via di Naverin, al quarto piano, dimora una certa donna di cinquanta anni. Ella à perrucca, denti posticci, belletto sulle guance. Il suo alloggio è popolato di gatti e di conigli, che non vivono sempre nella più completa armonia. Le mura sono gremite di gabbie ripiene di canarini. Sul caminetto del suo salone si sguaia, sotto una campana di vetro, un barboncello imbalsamato, affiancato da due Gesù-bambino cacciati in boccali di alcool. Delle sedie a testa di sfinge, in velluto di Utrecht giallo, vi permettono—non senza inconvenienti, a causa dei chiodi che vi germogliano fitti—di mortificarvi le natiche, se siete stanco, mentre delle testuggini bene educate guizzano fra le vostre gambe, ed una dozzina di gazze e di corvi malappresi vengono ad appollaiarsi sul vostro cappello e lo marmorizzano di guano…

—L'è dunque l'arca di Noè codesto alloggio di monna Goupil?…

—Un'arca, sotto il regime d'una volpe—madama Goupil—ex… ecc.., ecc…—Voi potete soggiungere tutto ciò che vi aggrada, senza pericolo di calunnia.

—La vedo proprio.

—Tanto meglio. Madama Goupil, vedova, ecc., ecc…, à fondato una casa di ragguagli—quantunque, sia detto fra noi, io m'immagino ch'ella n'abbia un poco rubata l'invenzione. Comunque sia, voi vi presentate da questa nobile dama—la quale ne sa cinquanta volte più che monna polizia—e le dite…

—Ella parla dunque?

—Qualche volta. In ogni modo, ella ascolta. Le dite dunque: Madama, vorrei sapere vita e morte del signore o della signora Tal dei Tali. Direte il nome se vi piace, basta alla cosa d'indicar la persona. Ovvero, le direte:—Vorrei sapere come il signore o la signora So-and-So—come dicono gl'inglesi—passa il suo tempo. Date quindi l'indirizzo ed il segnalamento esatto, più esatto che all'uffizio dei passaporti, e pagate.

—Quanto?

—L'è secondo. Nelle circostanze in cui trovasi il tuo marito, l'è venti franchi al dì—più, le spese di carrozza, se carrozza v'à. Madama Goupil à i suoi agenti. Ella li apposta, o li slancia sulle piste della persona indicata, e… fouette cocher! Voi riceverete ogni dì, per messaggiere o per la posta, il giornale dei fatti e delle gesta dell'individuo sorvegliato. Quando credete di averne abbastanza, saldate i conti… e riposate tranquillo. Madama Goupil è una donna onesta, e la sua casa è una tomba. Altri dettagli sono superflui. Va a vederla. L'è una fisionomia a delineare che quella di madama Goupil—ed il tuo puntiglioso marito te ne presenta un'opportunità magnifica.

—Credo di averne quanto basta per questa fiata. Ci andrò un altro dì.
Per il momento, vado a veder di meglio: una principessa russa, a cui
mi àn servito l'altra sera, in fra due tazze di the—come un tigre del
Bengala. Le debbo una visita per apprenderle che sono francese.

—Ed io men vado a spigolar da Granville. Molto di Sesti Piani, eh!

—Grazie.

Sergio prese un fiacre e se ne andò dritto da madama Goupil.

XIII.

Il giornale del segugio.

La sera, egli covava sua moglie di uno sguardo di desiderio ineffabile.

Giammai e' non l'aveva trovata così bella. E' ripentivasi della vigliaccheria di averla sospettata. E' voleva quasi confessare il suo errore e dimandarle perdono. La prese fra le sue braccia. L'assise sulle sue ginocchia. Le baciò la punta delle dita.

—To' il bel braccialetto che tu ài lì!—le disse egli. Io ignorava che tu avessi quel gioiello.

—Infatti, è lo zio che mel regalò ieri—ed io obliai mostrartelo.

Sergio ringuainò la confessione espansiva ch'era sul punto di farle, e parlò d'altro.

Sergio aveva compreso che per giudicare la condotta di sua moglie con un po' d'insieme non bisognava fermarsi ad un sol giorno della vita di lei, ma sorvegliarla per parecchi dì. Laonde, egli aveva pagato per cinque giorni, dicendo a madama Goupil, che andrebbe a prender egli stesso il giornale, o piuttosto il cartolare dell'investigamento.

Vi andò infatti al quinto giorno.

Madama Goupil gli rimise il quadernetto seguente:

«Primo giorno.

«La signora Sergio di Linsac—Sergio non le aveva mica detto il nome—è uscita a mezzodì e cinque minuti. È scesa a piedi per la via Blanche: à parlato con un signore decorato nella Chaussée d'Antin per due o tre minuti, ed è entrata nel negozio della Glaneuse. All'una e mezzo, à traversato i boulevards ed è entrata da Janisset, ove la ànno mostrato dei gioielli. À comprato qualcosa ed è uscita. Quivi à preso una vettura e si è recata dalla contessa di Boisbruns, via di Verneuil, n. 17. Riescita alle quattro e mezzo, à traversato il giardino delle Tuileries a piedi, ove à parlato ancora per cinque minuti con un giovane biondo a barba rossiccia. In seguito per la via della Paix—ove à ordinato qualcosa da Cuvillier—e per la via Caumartin, ella è rientrata in casa, via di Boulogne. Madama di Linsac aveva un abito color castagno chiaro, un Cachemire, un cappello di velluto nero. Non uscita nella sera, fino a mezzanotte.

«Secondo giorno.

«Madama è uscita all'una. Vestiva un abito di moire antico nero, cappellino lilas coverto di un velo nero. À preso una vettura di rimessa giù nella via di Clichy, che l'à condotta alla piazza della Concorde. À pagato ed è passeggiato a piedi per i Champs Elysées, viale Gabriel, fino alla porta dei giardino dell'ambasciata inglese.

«Un cocchiere, sur un coupé, aspettava. Madama à detto un motto. Il cocchiere si è precipitato di predella; à aperto lo sportello. Madama è entrata nel coupé, e sono partiti.

«Madama aveva bassato il velo. Al n. 97 della via di Amsterdam, il cocchiere à dato voce al portinaio. La porta si è aperta. La vettura è entrata. La porta si è rinchiusa, e la signora non è più uscita. Quella palazzina appartiene al principe di Lavandall. Alle cinque e mezzo, una vettura è uscita, portando via un signore solo. La dama è rimasta, se tuttavia non è uscita da un altro lato. La palazzina deve avere due uscite.

«Terzo giorno.

«La signora è sortita dal suo châlet alle nove meno un quarto. À preso un fiacre di rimessa ed è andata dal dottore di Nubo, via di Lille, n. 31. Alle dieci e mezzo è partita di là, à preso un'altra vettura ed è tornata a casa. Molti signori venuti in visita dalle tre alle cinque.

«Quarto giorno.

«Identicamente come il secondo giorno. Solo, il cocchiere del viale Gabriel l'à riconosciuta e le à aperto lo sportello senza dimandare il motto di passo.

«Quinto giorno.

«Uscita alle due, in veste bleue chiaro, à volants, cappello di peluche bleue, mantello di velluto nero. Una vettura, alla via Blanche. Comprato dei fiori, alla Chaussée d'Antin. Poi, come al secondo ed al quarto giorno, è andata al n. 97 nella via d'Amsterdam. È restata quivi. Alle sei, il coupè à portato via lo stesso signore—che è il principe Alessandro di Lavandall. La palazzina à un'altra uscita nella via di Clichy, n. 69.»

Leggendo questo infernale processo verbale, Sergio divenne eccessivamente pallido: e' si sentiva svenire. Lo rilesse, per avere il tempo di rimettersi.

Avrebbe voluto parlare all'agente che aveva seguito sua moglie, per volgergli mille quistioni sul portamento e l'aria di lei; informarsi se l'era gaia, se l'era sollecita, se sembrava abbattuta, ed altro, ed altro ancora. L'agente non era lì. E d'altronde, per sistema, madama Goupil nol metteva giammai in confronto con i suoi clienti, onde scansare i disordini possibili, cui una conoscenza reciproca poteva poscia occasionare.

Sergio pagò le spese straordinarie ed andò via.

Ne sapeva già abbastanza. Tre volte, in cinque giorni, dal principe di Lavandall, in quella palazzina cui tutta Parigi denunziava come il Parc-aux-Cerfs di sua Eccellenza!

Quando rientrò, all'una del mattino, egli andò ad abbracciare sua moglie, come di uso, ma non fermossi a lungo nella camera di lei. Pretestò un furioso mal di capo per andare a riposare nella sua propria stanza. Pertanto, non coricossi. Passeggiò la notte intera.

Egli giudicava sua moglie!

Alle cinque del mattino, agghiadato a mezzo, Sergio si annicchiò sotto le coverte. Ma il sonno non venne. Nondimanco, egli era calmo oggimai. Aveva preso una risoluzione. Dopo colazione, uscì. Voleva andare ad ispezionare personalmente i luoghi. Voleva, in seguito, prendere un fiacre; rinchiudervisi; bassar le tendinelle; appostarsi in faccia alla palazzina del principe. Passando nella strada, osservò che l'atelier di un pittore suo amico sporgeva proprio sul piccolo giardino che precede la porta interna della dimora del principe—tra giardino e stufa—di guisa che, restando a sentinella nell'atelier, egli poteva vedere tutto ciò che avveniva nella palazzina.

Salì dal suo amico.

Poi, parlando sempre, aprì la finestra dell'atelier e si assicurò ch'aveva ben giudicato della topografia del luogo. S'installò allora vicino la finestra ed allontanò un piccolo lembo di tela verde che figurava da bandinella e temperava la luce. Di questo modo, egli potè vedere liberamente di fuori senza esser visto. Chiacchierò molto col suo amico, mascherato dal cavalletto, e restò in agguato. Ad ogni strepito di carrozza, volgeva il capo dal lato della via.

Alle due, una superba vettura a due cavalli si fermò innanzi la palazzina, li cocchiere vociò: la vettura entrò nel giardino. E Sergio vide il principe, cui conosceva di vista, discendere sotto la marquise.

Mezz'ora dopo, giunse un coupè. Il cocchiere appellò pure: la porta si riaprì; si rinchiuse tosto. E Sergio scorse una dama, celata da un denso velo, saltar fuori d'un lancio, e d'un lancio spiccarsi nella palazzina.

La dama portava un abito verde scuro a strisce nere, un grande sciallo, un cappello nero.

E' riconobbe sua moglie.

Scambiò ancora qualche parola col suo amico, e ritirossi.

Aspettò Regina, che rientrò alle cinque e mezzo, a piedi, portando lo stesso vestimento della dama della palazzina del principe Alessandro di Lavandall.

—Tu sei incantevole, in quella toilette!—le diss'egli con un sorriso.

—N'è vero, amico mio? La trovan tutti elegante.

—Dove sei stata, ma chèrie?

—O' fatto un giro pel Bois de Boulogne poi ò passeggiato dieci minuti per i Champs Elysées, e rientro a piedi.

—Chi ài incontrato?

—Molta gente e niuno… Ah! il re.

—Decisamente, andrai tu al ballo delle Tuileries?

—Non ne so nulla, a fè. Credo però che non androvvi. Tu porti il broncio; e me ne vorrebbero forte, al Faubourg.

—Tieni tu tanto all'opinione del Faubourg?

—Mah! l'è il tribunale del mondo elegante di Europa.

—E che si dice, al proposito, di questo conte portoghese che à ucciso sua moglie, perchè innaspava delle relazioni col suo cocchiere?

—Ch'egli è stato uno sciocco…

—Come mo'?

—Di esservisi preso di maniera da compromettersi con la giustizia.

—Ah! il delitto, per un certo mondo, non è dunque che un affare di stile?

—Orbè! la legge stessa non ammette le circostanze attenuanti?

—Veggo bene, diletta mia, che tu ti risenti della ricrudescenza dell'amicizia per tuo zio.

—Via, Sergio, tu ài torto di non amare mio zio. Egli è migliore di ciò che tu penai.

—L'è possibile. Ma in compenso, tu l'ami per due… e mi rubi.

—Saresti tu geloso?

—M'ami tu dunque sempre, ma mie?

Regina si alzò, cacciò le sue dita tra i capelli di suo marito, scartò le ciocche dalla fronte e la baciò dicendo:

—Più che giammai.

Ella uscì.

Sergio la seguì degli occhi, aggrottando terribilmente le sopracciglia, e sclamò lentamente:

—Se avessi potuto dubitare ancora, questa parola sarebbe bastata per condannarla. Ella morrà.

Infatti, le donne infedeli raddoppiano gli attestati di amore e carezzano più teneramente coloro cui tradiscono. Ma Regina non mentiva. Ella amava suo marito.

XIV.

Complicazioni che tutto semplificano

Sergio si diede, per parecchi giorni, al lavoro il più ostinato. Egli voleva avanzar la bisogna dei suoi Sixièmes ètages de Paris, cui aveva in cantiere, e la spinse di fatto ben oltre. Imperciocchè era di già giunto allo scioglimento, quando cadde ammalato.

Mandò il suo manoscritto al giornale senza dare avviso della sua indisposizione.

Sergio non aveva solo lavorato, aveva altresì passate quasi tutte le sere nei saloni di Parigi, togliendo al sonno le ore cui destinava ai piaceri. Non lo si era mai visto più gaio, più galante, più felice con maggior vena, raccontar con più spirito e con più amplitudine. Lo si diceva innamorato di una principessa russa, la quale faceva mattezze per lui.

Egli aveva ricevuto un secondo viglietto anonimo, più circostanziato del primo col quale lo si invitava di nuovo al ballo dell'Opéra.

Non v'era andato.

Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac, per mostrarglielo.

Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane, spiccate, mettevan paura nei timorosi—in quelli stessi del suo partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a un epigramma.

I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.

La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.

L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.

Suo fratello lo accudiva.

Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre feuilletons.

Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo debole.

Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.

—Bravo!—sclamò Sergio. Arriva a proposito. Va ad aiutarmi.

Si assise innanzi al caminetto ed aspettò.

Marco non venne da lui. Era entrato nel piccolo atelier di Regina. Sergio andò in busca di lui. Ma, giunto alla porta dell'atelier, alcune frasi, cui infraintese, colpironlo.

Ecco ciò che Marco raccontava:

—………. Un'avventura, madama, che sarebbe stata davvero comica, se il vostro nome non vi si fosse mischiato, e se un uomo non fosse stato mortalmente ferito.

Sergio fermossi ed ascoltò.

—Il mio nome, voi dite?—gridò Regina—il mio nome al foyer de l'Opéra?

—Sventuratamente, sì, madama.

—Impossibile, signore.

—Io vi era, madama, ed ecco come le cose sono avvenute. Non debbo nulla dissimularvi.

—Parlate, al contrario.

—Eravamo riuniti, lì, verso l'una del mattino, un gruppo di giornalisti e di letterati e cicalavamo con delle maschere che ci facevano corona, di ogni specie di monellerie, quando, non so da chi nè perchè, il nome di Sergio fu pronunziato.

—«Non lo si vede più, disse taluno.

—«Lo si vede anzi da pertutto, adesso—sclamò un altro.

—«Egli è nel paradiso dei mariti—osservò un dominò al faveur rosa.

—«Egli è in Russia—sbadigliò Prospero Dalleux.

—«Proprio! egli coltiva le steppe di una principessa russa—ripostò
Gaston di Beauval.

—«L'è giustizia—fece riflettere un Selvaggio. Egli si vendica. Un principe russo amministra sua moglie.

—«Che?—gridammo noi tutti.

—«Ebbene, sì, signori—continuò il Selvaggio. Madama di Linsac è un'abituata del Parc-aux-Cerfs del principe di Lavandall.

—Il miserabile!—gridò Regina saltando in piedi.

—Sì, madama, il miserabile—continuò Marco—ma quel miserabile—non aveva ancora finita la sua frase, che il signor Alberto Dehal gli aveva applicato una ceffata che rintronò in tutta la sala—gittandogli la sua carta al viso e gridando:

—Tu menti, facchino!

Il Selvaggio voleva slanciarsi sopra Alberto; ma io lo afferrai con violenza del braccio e gli dimandai la sua carta col suo nome. Egli si chiama il colonnello Stefano Stetzeneki, un polacco, e dimora al Faubourg Montmartre in un mobigliato mica mal mobigliato—imperciocchè à seco una deliziosa fanciulla di un vent'anni.

—Io credo sognare!—sclamò Regina quasi parlasse a sè stessa.

—Ieri—soggiunse Marco—Prospero Delleux ed io ci presentammo dal Polacco per sollecitare a mandare i suoi padrini. Egli li aspettava giusto allora. Nel pomeriggio, infatti, vennero da me due sotto-ufficiali dei chasseurs, e convenimmo che si sarebbero battuti stamane, alla spada, nel Bois di Meudon.

—Oh! Dio mio, Dio mio!—sclamò Regina.

—Alle otto, infatti, eravamo sul terreno.

—Ma il signor Dehal sapeva egli battersi alla spada?

—Lui!—sclamò Marco—egli è lo più forte allievo di Robert, signora. Sventuratamente, le cose non dovevano sciogliersi regolarmente. Il colonnello è uomo di un'età indefinibile. Perocchè à le guance bellettate, una parrucca rossiccia e dei baffi biondi lunghissimi. Quel sembiante colpì Alberto Dehal.

—«Io ò visto questo mariuolo altrove,—mi diss'egli.

Nondimeno, e' non vi fece più attenzione e si apparecchiò alla cosa con la calma che messa avrebbe ad una toilette da ballo.

—Chi avrebbe sospettato mai codesto in quel garzone!—mormorò Regina.

—L'è vero—riprese Marco. Tanto più, che il duello non doveva mica esser uno di quegl'incontri di convenienza, dopo i quali si dice: «l'onore è soddisfatto!» Alberto aveva freddamente sete del sangue del calunniatore. Questi, dal canto suo, doveva esser evidentemente assoldato da qualche odio o da qualche gelosia furibonda.

—Ma io non ò nemici!—fece Regina.

—Credete voi, signora? rispose Marco—Voi siete tanto bella, così elegante, così spiritosa… tutti coloro che non sono per voi… Infine, si misero in guardia. Ma non appena Alberto ebbe visto il suo rivale di profilo ch'egli sclamò:

—«Poffardio! ò il capo del bandolo adesso. Un istante!

—Ch'era dunque?

—Udite. Fecimo bassar le spade. Alberto si avvicinò al colonnello, e volgendosi a noi:

—«Signori, diss'egli, io non posso battermi con questo galuppo.

—Perchè dunque?

—Perchè dunque? dimandarono infatti il colonnello ed i suoi testimoni di una voce.

—«Perchè, signori,—soggiunse Alberto, costui è un lacchè.

E ciò dicendo, di un colpo di mano strappava la parrucca ed i baffi del Polacco, e di un gesto imperioso ordinavagli:

—«Zio Timoteo, va a prendere il mio pastrano e vestimi. Su presto, mariuolo.

—Mio Dio, mio Dio!—disse Regina. Ma chi era dunque codesto domestico?

—L'intendente di una certa dama Thibault, cui voi conoscete, signora.

—Possibile!

—Sì, signora, ed Alberto nol conosce che troppo. Ora, gli è impossibile di farsi un'idea dello scompiglio che si stampò sul viso di quell'uomo smascherato così. Divenne di un tratto furioso.

—«Ah!—gridò egli—voi non volete battervi meco? Ebbene io vi forzerò.

—«Gli uomini come te, miserabile, risponde Alberto con calma, li si trascinano al banco della polizia correzionale.

—«Io non domando mica meglio—rimbeccò il Polacco. Prendete questo infrattanto.

E ciò dicendo, allungò la spada, e ferì Alberto profondamente al collo, e dettesi a gambe.

—Oh! l'assassino!—gridò Regina, lasciandosi cascare sur una seggiola.

—Il Polacco aveva preso i due sotto-uffiziali dai chasseurs nella caserma della via di Courcelles—continuò Marco—allegando che andava a battersi, ch'era straniero, e che non conosceva anima viva. Questi, appreso oramai che roba fosse il loro primo, volevano corrergli dietro, perchè il brigante fuggiva come un lepre. Alberto li ritenne, supplicandoli di lasciarlo andar via tranquillo.

—«Vuolsi far scandalo per assassinar l'onor di una dama,—diss'egli con voce soffocata. Non l'avete udito? desidera un processo in polizia correzionale?

—Il signor Dehal è dunque gravemente ferito? chiese Regina con inesprimibile ansietà.

—Sì, signora. Ed io trovomi qui per codesto.

—Parlate, signore, che volete da me?

—Innanzi tutto, signora, il silenzio il più assoluto su tutto questo avvenimento. Sergio deve ignorarlo…

Il signor di Linsac aprì la porta dell'atelier, si fe' avanti ed obiettò:

—E perchè dunque debbo io ignorarlo, Marco?

Marco di Beauvois si avvicinò al suo amico e gli tese la mano senza aggiunger verbo.

—Marco, riprese Sergio, mia moglie come la moglie di Cesare, è al disopra della calunnia.

E dicendo ciò, prese Regina fra le sue braccia, e senza avvertir forse ch'egli aveva un resto di sigaretto acceso nella bocca, la baciò.

Ella gettò un piccolo grido.

Sergio le aveva bruciato il labbro.

—Voi venivate qui per qualcosa, Marco—soggiunse Sergio, dopo aver dimandato scusa a sua moglie di averla scottata.

—Sì—rispose il giovane—Alberto Dehal è sul punto di morire. Egli vorrebbe vedere per l'ultima volta colei che gli fu fidanzata, e cui, duolmi ripeterlo, egli ama ancora….

—Io non andrò! gridò Regina con impeto.

—Tu andrai, cara, rispose Sergio. Se io non fossi ammalato, ti accompagnerei io stesso in casa Dehal. Ma mio fratello va a venire ed e' mi rimpiazzerà. Andrete insieme. Noi non siam mica dei bourgeois, perdio!

Regina gli si avvinse al collo, e disse:

—Voi siete un nobile e generoso cuore, Sergio.

Sergio uscì.

Questa scena l'aveva commosso. Ricoricossi. Suo fratello trovò che aveva la febbre.

I due fratelli s'intrattennero per qualche minuto. Regina si assentò per andare ad indossare uno sciallo e mettere un cappellino per uscire con Giustino.

—Allora, a domani, fratello, eh?

—A domani, sì. Vorrei però che i giornali facessero innanzi tratto un po' di scandalo sulla scena dell'Opera e del bosco di Meudon.

—Non stare inquieto per codesto, Giustino—rispose Sergio. Coloro che àn manipolata la commedia, avran cura di darne partecipazione al pubblico. Vedo adesso donde il colpo è partito e cui vuolsi ferire. V'è lì sotto il dottore di Nubo, poichè vi è dell'Augusta Thibault.

Sergio non s'ingannava.

Il conte di Nubo raccontò l'avventura al club, senza nominare alcuno, della maniera la più comica, in presenza di un redattore del Corsaire. Questi andò per ragguagli alla caserma dei Chasseurs, ed il dì seguente, nella rubrica degli échos de Paris, si potè leggere l'aneddoto completo con indicazioni ed iniziali. Dicevasi:

«Una delle più belle giovani donne di Parigi, la lionne dei nostri saloni aristocratici, R* di L… moglie di uno dei nostri romanzieri più a la moda ed il più grazioso dei tempi nostri, il signor S* di L…—il signor principe di L… rappresentante in partibus di una delle grandi potenze del nord di Europa…—un poetico banchiere scandinavo, il signor A… D…—l'intendente di una bella vedova, conosciuta per l'eleganza del suo gusto ed i misteri della sua vita, madama A… T…»

Insomma, davansi tali segnalamenti, ch'e' sarebbe stato impossibile di confondere le persone, e raccontavasi la verità con l'esattezza di un processo verbale.

—Tu avevi ragione—disse Giustino l'indomani, presentando il giornale a suo fratello. Il colpo è dato.

—Ci servono appuntino. Dammi la fiala.

Giustino cavò lentamente di tasca un involtino, e sedè senza parlare, la testa inclinata sul petto, riflettendo. Sergio stese la mano per ricevere il boccettino. Lo prese, lo nascose sotto l'origliere.

Che sogni incantati n'aveva egli fatto, che ore celesti n'aveva egli vissuto su quell'istesso guanciale, faccia a faccia, bocca a bocca con Regina!

I due fratelli restarono in silenzio per qualche minuto.

—La ferita del signor Dehal è dessa mortale?—chiese Sergio.

—No—rispose Giustino—Non è che perigliosa.

Seguì un nuovo silenzio. Infine, Giustino si levò bruscamente e partì, senza soggiungere una sola parola, senza gittar neppure uno sguardo al fratello.

—Egli soffre più di me, in questo atroce giudizio—sclamò Sergio. Ma, non importa, giustizia sarà fatta.

E gittò il Corsaire sulla brace.

XV.

Un capitolo di romanzo.

Le emozioni, che dalla vigilia, colpo su colpo, eransi avvalangate su
Regina, l'avevano sconvolta, disfatta.

Questa giovane non aveva conosciuto fin lì altri fremiti che quelli del piacere; altre cure, che le cure della toilette; altri turbamenti, che quelli dei desiderii non per anco soddisfatti; altre sensazioni, in una parola, che le sensazioni diverse che accompagnano il compimento delle imprese della vita elegante, della vita delle feste, dell'esistenza dei favoriti della fortuna e della natura. Ora, questa sultana dei saloni aristocratici subiva, da ventiquattro ore, i dolori più strazianti, le ferite più spietate cui potevano infliggere il denigramento, il rimorso, l'insulto, l'ignominia.

Ella era sottostata al racconto di Marco di Beauvois; al perdono di suo marito; al disdegno freddo di suo cognato; alla vista commovente delle sofferenze di Alberto Dehal; a Sergio—il quale l'aveva perfino richiesta di dettagli sullo stato del suo antico rivale, quasi e' fosse stato uno straniero! Ella aveva sofferto l'insonnio della notte; la battaglia del cuore che consigliavale di rivelar tutto a suo marito; lo stoicismo ateo del dottore di Nubo, il quale aveva riso il mattino di tutte quelle corbellerie; e l'incontro col principe, cui ella aveva dovuto vedere quel giorno istesso per informarlo di tutto ciò che era avvenuto.

Il principe sapeva tutto di già.

Regina era abbattuta. Ella bruciava dei fuochi della febbre. I suoi pensieri s'infrangevano sotto il suo cranio come i cavalloni corrucciati della tempesta addentano il lido.

Rientrando, alle cinque, un messaggiero portò una lettera per suo marito. Ella la prese e gliela recò.

—Vien dal giornale—disse Sergio scorgendola. Leggila.

Regina lesse:

«Non abbiamo seppure una linea di manoscritto per domani. Ce ne occorre ad ogni costo. La fine, la fine, la fine ad ogni modo.»

—Ebreo errante, marcia!—gridò Sergio poggiando il capo sul guanciale.

—Andiamo, amico mio—ripetè Regina—un po' di coraggio. Vuoi tu che io scriva sotto la tua dettatura? Puoi tu dettare?

—Che ne so io? La mia testa se ne va.

—Prova, amico mio, vediamo, io sono qui. Se non puoi, cesseremo.

Sergio si sollevò sul suo cubito, passò la mano sulla sua fronte, e concentrossi, per raccogliere le sue idee. Infine, cominciò a dettare.

Regina coprì di scrittura pagina su pagina. Era la fine del romanzo: Les sixièmes étages de Paris.

Regina, l'eroina del romanzo a cui Sergio aveva impartito il nome tanto amato di sua moglie, era per suicidarsi.

Sergio dettava:

«Il veggio era acceso. Le finestre e la porta ermeticamente riturate. Il povero giaciglio, non più verginale, ma innocente sempre era pronto a riceverla, come l'altare riceve le vittime delle tragedie antiche.

«Regina baciò religiosamente una ciocca di capelli di suo padre, il ritratto di sua madre, che pendeva al suo capezzale, a lato dell'immagine della madre di Dio. Ella cacciò bene addentro, in una piega del suo busto, un fiore da lungo tempo appassito, una lettera che conservava ancora le impronte delle sue lagrime—l'ultima, la lettera di separamento da Maurizio d'Apremont. Ella lisciò i suoi capelli, raggiustò la sua veste da domenica, di cui erasi azzimata per presentarsi innanzi alla morte, linda, bella, con tutte le eleganze che l'avevano adorna in la vita. Poi si assise alla sua piccola tavola, da cui cavò un foglietto di carta, e scrisse la lettera seguente:»

—Di' carina—chiese Sergio—vuoi tu darmi una tazza di the?

—Lo vo benissimo—rispose Regina alzandosi dallo scrittoio. Ma l'è terribile e stupendo. Non mai avesti tu più di vena. Tu sei ispirato, amico mio.

—Esaltamento di febbre—replicò Sergio. Al postutto, ch'è dunque l'ispirazione se non una febbre cerebrale? Ed io ò due febbri: una alla testa, una al cuore.

Regina fece un passo verso di lui. Ebbe una tentazione subita di gittarsi nelle braccia del marito e di dirgli: «Giudicami! ecco le mie colpe!» Ma ella credè di scorgere negli occhi di Sergio uno sguardo sinistro, una luce scura che l'arrestò. Volse quindi il dorso in silenzio e se ne andò lentamente a preparare il the.

Sergio seguilla degli occhi con ansietà. Si avrebbe potuto leggere sul suo sembiante il desiderio di richiamarla… Si astenne. Invece, sporse la mano e preso tutto il manoscritto cui Regina veniva di terminare.

Questa ritornò tosto col the.

Sergio poggiò la tazza sul mobile vicino al suo letto, e, leggendo sempre la scritta della moglie, o sorbendo a centellini la bevanda profumata, le disse:

—Andremo a continuare.

—Dammi i fogli allora—rispose Regina.

—Prendi un altro quinterno—replicò Sergio senza levar gli occhi dal manoscritto.

—Non v'è che della carta a lettere.

—Ma! la carta a lettere è pur della carta, perdio!—sclamò Sergio con impazienza, leggendo sempre.—Scrivi dunque.

Regina prese un foglietto, e, la penna in aria, aspettò in silenzio che suo marito dettasse.

Sergio continuò:

«L'è troppo tardi, amico mio. Tu m'ài colpita del tuo disprezzo e m'ài minacciata di abbandono. La calunnia mi à ferita. Io sono sola. Non posso dunque lottare; non voglio più restare in piedi nella lotta.

«Se tu mi avessi creduta, io avrei resistito, ed avrei forse provato al mondo ch'esso ingannavasi. Tu ti sei arrangato dalla parte de' miei insultatori. Io aveva vagheggiato la felicità con te, e gustata l'aveva per un dì. Poichè oggi tutto si abbuia, io abbandono il posto, cedo la parte, e mi ritiro—perdonandovi tutti.

«Se non lascio nulla dietro a me, neppur dei rimpianti, sii sicuro, amico mio, che io porto meco qualcosa: la sovvenenza di un amore cui la bufera à fulminato, ma cui Dio non à cessato un istante di benedire. Adesso, le apparenze son contro me. Mi lascio dunque schiacciare da esse… e muoio.

«È terribile pertanto morire a vent'anni! Ma, mestieri n'è. Addio. Io non voglio venir manco, intenerirvi… Addio, amico. Che Dio ti accordi l'oblio, perocchè tu ài di già il perdono della donna che ti amò tanto e che t'ama sempre.»

«REGINA.»

—Regina!—rispose costei, lasciando cader la sua penna. Io scoppio, amico mio. O' voglia di piangere. L'è ben triste la sorte di questa povera fanciulla.

—Restiamone dunque lì per oggi, allora—disse Sergio. Anch'io ò il cuore gonfio. Sì, fermiamoci. Non è abbastanza per un'appendice; ma dessi aspetteranno fino a domani. Porgimi codesto foglietto ed apparecchiami un'altra tazza di the. Non desino.

Regina dette la lettera ed uscì. I suoi occhi navigavano nelle lagrime.

Sergio raccolse tutta la copia di Regina, la piegò e la mise sulla colonnina a fianco al suo letto.

La sera, e' si lamentò di un gran mal di capo.

Regina pranzò sola, ed alle dieci, Sergio la rinviò nella camera di lei.

Durante tutta la sera non le aveva volto dieci parole.

Rientrata in camera, Regina pregò e si coricò.

Ella non abbracciò neppur Nick, la sua guardia del corpo, che restava tutta la notte in fazion alla sua porta. Ella pianse pure senza troppo sapere perchè. Ella pianse di quelle lagrime che talvolta colano, subite e mute, e che muovon da Dio, vengono per la via del cuore, e ci sollevano di una tristezza profonda e misteriosa.

Regina si addormentò alla fine; e due lagrime—due ritardatarie, due trainardes—limpide, lente, spuntarono agli angoli degli occhi, solcarono tranquillamente le guance e bagnarono i guanciali. Erano di quelle perle, per le quali il dio dei cristiani avrebbe perdonato ben altre colpe che quelle di Regina!

A mezzanotte, ella dormiva del sonno placido ed eguale dei bambini.

Altra cosa occorreva nel tempo stesso nella camera di Sergio di
Linsac.