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I suicidi di Parigi

Chapter 22: I.
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About This Book

An older man's calculated plot sets in motion a manipulation of social appearances by promoting a young woman's charm until she becomes the season's celebrated beauty; her rise, staged through gifts, displays and cultivated indifference, provokes envy, desire and competing seductions. The narrative follows how social spectacle, ambition and calculated temptation corrode private morals and public manners, turning admiration into exploitation and igniting intrigues that escalate into crime, degradation and tragic self-destruction as the scheme produces unforeseen, ruinous consequences.

XVI.

Una visita notturna.

Sergio era restato nel suo letto, immerso in una meditazione profonda, che si traduceva sul suo sembiante, seguendo fasi diverse: ora, con un rapido rossore; ora, con crispazioni delle labbra e dei muscoli del viso; ora, con la fissità della pupilla che gli dava la maschera del catalettico. E' sollevavasi di balzo su i suoi origlieri, si avvolgeva sotto le coltri, come per sottrarsi alla presenza ed alla pressione di un fantasima. Poi ridiveniva freddo, come se ghiaccio fuso e non più sangue riempisse le sue vene.

In questo parossismo di quietitudine e' si levò, all'una del mattino. Bassò il lucignolo della lampada, ed, i piedi nudi, imbacuccato nella sua veste da camera, traversò il suo gabinetto e recossi all'altra estremità dell'appartamento, fino alla camera da letto di Regina. Quivi fermossi ed ascoltò.

Egli udì il rumore cadenzato cui faceva Nick, rimovendo la coda sul tappeto, ed il diapason eguale, lento, leggiero della respirazione di Regina.

Ella dormiva placidamente, profondamente!

Sergio restò qualche minuto ad udire quella musica santa del sonno dell'innocenza, poi ritornò nella sua camera.

Vi era ancora della bracia nel focolare.

Sergio prese il manoscritto, cui aveva dettato a Regina; ne tolse la lettera che questa aveva scritto a nome della Regina del romanzo, e cacciò il resto sotto i carboni ardenti. Ratto, la fiamma vi sorse e l'ultima scena dei Sixièmes étages de Paris disparve.

Sergio assistè perfino alla trasformazione, alla scomparsa delle ceneri nere della carta, cui respinse sotto la brace. Prese in seguito la lettera, e cavò di sotto il guanciale la piccola fiala, cui suo fratello gli aveva portato il mattino.

La camera di Regina era rischiarata da una veilleuse posta sul mobile vicino al capezzale. Il fondo di essa era immerso nell'ombra. Ma la fioca luce, che sprigionavasi di sotto ad un abat-jour di alabastro, cadeva in pieno sul sembiante della giovane.

Regina dormiva supino, la faccia volta al cielo.

I suoi lineamenti erano calmi. Le sue palpebre erano socchiuse, di guisa che scorgevasi, tra le due ciglia, come un orlo degli occhi—banda di perla incastonando una linea di nero smalto. Le sue labbra erano semi aperte, e le ai vedeva sempre sul labbro superiore la scottatura ancor viva—cui Sergio vi aveva impressa—come una foglia di rosa pizzicata da un bruco.

Ella era bella.

Ella avrebbe data la vertigine a tutt'altro uomo, che ad un marito oltraggiato e dominato dal demone della vendetta. Le mani di lei pendevano fuori dei lembi del letto, ed il suo peignoir, sbottonato sul seno, offriva allo sguardo delle delizie che avrebbero messo la disperazione nel cuore di un artista.—Imperciocchè alcuno non idealizza come dama natura, quando la si da questo compito!

Sergio, egli stesso, restò tocco, abbarbagliato. Un brivido terribile gli corse lungo la spina. Ebbe la tentazione di gettarsi su quella divina creatura, svegliarla di un bacio, e sottrarsi all'incubo che lo possedeva.

Egli sentì che l'inebbriamento guadagnavalo. Fece un passo per retrocedere ed urtò in Nick, dietro ai suoi talloni.

L'aspetto di quest'essere vivente, altro che la fata la quale lo ammaliava e lo attirava, operò in lui una reazione rapida. Il mondo reale lo riacciuffò. Egli mise allora la lettera, cui Regina aveva scritta sotto la sua dettatura e firmata, sul piccolo secretaire ove ella scriveva, e tornò innanzi al letto.

Egli era ancora a dimandarsi se assassinava o se eseguiva una sentenza!

Se Regina avesse aperto gli occhi, ella era salva. Se avesse potuto dire una parola, il boia sarebbe forse ridivenuto l'innamorato… Regina dormiva. La morte apparente rizzavasi tra suo marito e lei ed intercettava le correnti fra i due cuori.

Sergio cavò allora freddamente l'albarello del suo viluppo; sbirciò a traverso la luce il colore del liquido che vi si conteneva; lo sturò; e lasciò distillare una gocciola di quell'essenza d'inferno sulla piccola piaga che le aveva fatta col suo sigaretto.

La flittene erasi rotta e l'escara non ancora formata. La piaga era dunque viva.

Seguì un minuto secondo, che fu un'eternità.

E' lasciò cadere una seconda stilla.

Fu dessa una sensazione? fu una rivolta dell'istinto? Regina aprì gli occhi.

L'aspetto di Sergio doveva essere talmente scomposto e livido, che dessa, per intuizione fulminea, comprese tutto.

—Innocente ancora!—gridò ella tendendo le braccia al marito.

Era già troppo tardi di un secondo.

Regina ricadde sulle piume, la testa rovesciata fuori del letto…

Era morta.

Sergio gettò via per terra la fiala e fuggì.

Trovò alla porta Nick, che gli ringhiò orribilmente, e sordamente gemè.

Chiuse l'uscio ed andò a rificcarsi sotto le coperte.

Avrebbe voluto che quel giaciglio fosse l'abisso! Se non fosse piombato in deliquio, e' si sarebbe per fermo ucciso.

L'indomani, furono i gridi di Lisa ed i gemiti di Nick che lo tirarono di letargia.

Comprendendo allora tutta la portata dell'opera sua, ei si sarebbe infallibilmente denunziato, se suo fratello non si fosse trovato opportuno al suo capezzale per sorvegliarlo, per salvarlo.

Sergio corse alla camera di Regina, l'infraperse…. e fuggì.

Il dottore di Nubo, istruito dell'avvenimento, arrivò quindi a poco. Egli entrò nella camera dove era il cadavere, innanzi al commissario di polizia.

Il commissario leggeva la lettera di Regina.

Il dottore indovinò tutto, di un sol tratto, di un solo sguardo, ed uscì.

Egli entrò nell'appartamento di Sergio e rimase impiedi avanti ai due fratelli, ed in silenzio.

—Ella non era l'amante del principe di Lavandall—diss'egli infine, di una voce fioca e lenta. Ella non era che un agente diplomatico dell'ambasciata.

—Come?—gridò Sergio.

—Signor Sergio di Linsac—continuò il dottore—ecco due volte già che vi gettate a traverso della mia via. Guai a voi, se v'incontro una terza volta.

Il dottore uscì.

Sergio svenne.

La sera, i giornali di Parigi annunziavano, nei Fatti diversi:

«Una sventura orribile à colpito uno degli uomini i più distinti della stampa parigina. La signora contessa Sergio di Linsac si è suicidata col curare, in seguito all'infame calunnia sparsa sul conto di lei.

«Suo marito è pazzo di dolore.»

Il principe di Lavandall partì in congedo per un viaggio in Italia.

Ora, che era desso il principe di Lavandall?

Uditelo.

FINE DELL'EPISODIO PRIMO.

MAUD

EPISODIO SECONDO.

I.

The foundling hospital.

A capo di Lamb's-Conduit street, a Londra, sorge un grande edificio che occupa un considerevole posto nella strada.

À una spaziosa corte esterna, un gran giardino di dietro, Macklembourg
Square all'est e Brunswik Square all'ovest.

Quest'edifizio occupa tre lati di un quadrato. La facciata è costrutta in pietre, le due ali in mattoni. Le finestre di mezzo sono ornate di vetri opachi; quelle dei lati di piccoli cristalli, sopra telari dipinti a rosso.

È il foundling hospital—l'ospizio dei trovatelli.

Il pubblico è ammesso a visitarlo ogni domenica, mediante una retribuzione di sei pence (dodici soldi), che si lascia in un vassoio tenuto da uno degli amministratori dello stabilimento, alla porta della cappella. Gli altri giorni l'ingresso è interdetto.

Vi si va la domenica per udirvi suonar l'organo, il quale non à altro merito che quello di essere stato regalato da Haendel. Vi si va per ammirare il ritratto del capitano Thomas Coram—il fondatore dell'ospizio—magnifico dipinto di Hogarth, e qualche altro quadro più o meno bello di Ramsay, di Shackleton, di Hudson e di Joshua Reynold. Vi si va per udir cantare e veder mangiare i figli del luogo; osservare come sono coricati e con quanta nettezza tenuti.

Ed invero, non poche tenere madri augurano ai loro propri figliuoli la sorte di quelli abbandonati—mentre tanti fra costoro invidiano la felicità dei fanciulli che ànno una madre!

Una bella mattina di giugno, raggiante di un sole caldo e limpido—cui i detrattori della mia cara Londra le negano anche nell'estate—una carrozza sboccò dal lato di Mecklembourg Square e si fermò innanzi all'inferriata dell'ospizio.

La carrozza era stemmata, tirata da quattro cavalli grigi pomellati, condotta da un cocchiere che pesava due tonnellate, a parrucca incipriata, forte in colore, raso il mattino, vestito di una livrea amaranto a lacci neri. Tre lacchè, similmente vestiti, recando ciascuno nelle sue mani un lungo bastone a pomo di oro, tenevansi in sul pedile di dietro.

Discesero, ed un di costoro si avvicinò allo sportello per pigliare gli ordini del padrone.

Questi disse un motto, ed il valletto andò a suonare al cancello, dimandando al portinaio se mistress Grown fosse in casa.

Alla risposta affermativa del funzionario (che in Italia sarebbe stato cavaliere, se pur no commendatore) il lacchè gli significò di aprire e di lasciar entrare la vettura nella corte.

In generale, gli inglesi ànno un certo rispetto per tutte le persone che girano in cocchio. Ma questo rispetto si eleva ad ammirazione, se il veicolo à aggiogato quattro cavalli, e ad adorazione se le quattro dette rispettabili bestie sono accompagnate da tre o quattro fanti affusolati di parrucche infarinate, di tricorni, e pastorale a borchie lucenti.

Laonde, il portinaio, che aveva contemplato tutto codesto, non oppose la minima difficoltà agli ordini del lacchè del visitatore, e la carrozza entrò trionfalmente.

Allora, il personaggio che l'occupava cavò dal taccuino una lettera e la rimise al valletto.

—Fate dimandare a mistress Grown—diss'egli—se la può ricevermi.

Il valletto penetrò nello stabilimento.

Il personaggio rimase nel cocchio.

A capo di qualche minuto, il valletto tornò ed annunziò al padrone che mistress Grown aveva l'onore di aspettarlo.

Infatti, leggendo la lettera, la buona dama non solo consentì a ricevere immediatamente lo straniero, ma, raggiustata di un giro di mano la sua toilette—che non era proprio disacconcia—uscì dal suo appartamento e venne all'incontro del visitatore—non senza di essersi previamente e ripetutamente mirata nello specchio.

Ahimè! ciò giovava poco alla povera donna! Imperciocchè, per essersi contemplata per cinquant'anni in tutti gli specchi possibili, perfin gli specchi ustoridi del Politecnico! la non aveva accorciati di una linea i suoi lunghi denti, nè fatto impallidir di un zinzino il rosso ardente delle sue guance, nè offuscato di un'impercettibile nuance il tuono carota dei suoi capelli.

Del resto, se queste piccole contrarietà fisiche l'avevano messa talvolta in collera contro la natura—sopratutto quando una velleità di matrimonio le aveva solcato la mente—giammai quella collera non si era volta contro altrui, nè si era fatta risentire neppur di rimando.

Mistress Grown era di un'inesauribile bontà, e di una calma supremamente britannica.

Statemi dunque a far delle glosse contro i capelli carota!

—Chi può essere codesto straniero «di grande distinzione» cui la duchessa di Shetland mi raccomanda di accompagnare io stessa nella sua visita allo stabilimento, senza manco indicarmene il nome?—si domandava la buona mistress Grown, uscendo dal suo drawing room.

Ella ne era ancora a chiedersi codesto, quando il personaggio annunziato comparve.

Mistress Grown era la direttrice della parte orientale dell'edifizio, destinata alle fanciulle.

Bisogna credere che la si aspettasse ad altro, perchè una tal quale sorpresa si dipinse sul suo viso all'aspetto di colui che si avanzava verso di lei.

D'ordinario, i visitatori serii che picchiano alla porta di questi ospizi sono dei pubblicisti—i quali si occupano di scienze sociali—o di uomini di una certa età e mica ricchi.

Il visitatore, questa volta, si presentava con grande spanto; portava lettera di una delle più grandi dame della corte, parente della regina, ed in un giorno in cui il pubblico non era ammesso.

Gli era poi costui un giovane di venticinque a ventisei anni. E il suo vestire semplice, il suo portamento modesto non indicavano, di modo alcuno, ch'egli potesse avere il petto coperto di decorazioni, e che il giorno innanzi egli avesse aggiunto l'ordine della Giarrettiera a quello del Toson d'oro, alla Legione di onore, alla placca in diamanti di S. Andrea.

Il suo andare era lento ed un po' stracco. Trascinava il passo come la gente distratta, la quale si cura poco della terra cui calpesta e del mondo che la circonda. Era molto pallido. Ma s'indovinava di un'occhiata, che quella pallidezza, pur non essendo affatto naturale, non era una pallidezza completamente malaticcia, nè sopra tutto quel pallore sinistro che denunzia il vizio od il rimorso.

I suoi capelli bruni, un cotal poco laschi sulla fronte, inquadravano un viso leggiermente allungato e si armonizzavano con i tratti avvenentissimi della sua fisionomia.

Portava tutta la barba, d'un colore alquanto men scuro dei capelli.

Uno sguardo opaco e chiuso in di dentro spiccava d'ordinario dai suoi occhi di smeraldo. Per momenti però, quello sguardo si allumava, come le lanterne cieche che si animano di botto quando le si dirigono verso l'oggetto cui si vuole rischiarare. Per ciò, appunto, il suo sembiante dal color scialbo ed inespressivo di già, si velava inoltre di uno strato di ghiaccio. Quell'uomo diventava allora un mistero. Tanto più che la sua bocca si componeva di raro al sorriso, quantunque facesse mostra di denti magnifici, fra due labbra pallide nascoste sotto lunghi batti.

Quell'aspetto sofferente non si spiegava. Imperciocchè, non magrezza, non linee curve, non contrazioni violente di muscoli, non rughe, nulla insomma, l'abbiam detto, che dinotasse il disordine dell'esistenza di certi chiostri, un guasto permanente nella salute. Nulla che indicasse la causa, a quell'età, di quel tono freddo, di quell'aria molle, di quello spossamento di fluido che, dal primo incontro, teneva a distanza coloro che l'avvicinavano.

Non svegliava alcuna simpatia. Ma eccitava una specie di sorpresa curiosa, e forse un po' di paura—sopratutto quando la sua faccia si oscurava ed e' rientrava in sè o si stecchiva sotto il sentimento della collera.

Era poi alto, smilzo, ben proporzionato, dall'insieme elegante e senza affettamento, avvegnachè portasse, camminando, la testa un po' inclinata sul petto e la mano dritta sul cuore.

Le sue maniere erano distintissime, ma poco calorose. Non un gesto, parlando, per rilevare l'espressione di una voce, d'ordinario sorda ed incolore. Non era parlatore. Al contrario, il suo verbo era corto, quando alcuna passione nol dominava. Sotto l'impulsione di un affetto qualunque, però, egli diventava eloquente, poeta, ed aveva un accento sarcastico ed amaro.

Questo personaggio si avanzò verso mistress Grown e la salutò del capo, con rispetto, senza dire motto.

—Milord—esclamò mistress Grown restituendogli il saluto—la lettera di Sua Grazia la duchessa di Shetland, cui vostra signoria mi à fatto l'onore recapitarmi, mi apprende che la S. V. desidera di visitare l'ospizio. Sono agli ordini vostri, milord.

Lo straniero s'inclinò leggiermente.

—Di dove V. S. vuoi cominciare?—dimandò mistress Grown—dai garzoncelli o dalle figliuole?

—Dalle figliuole, madama—rispose il visitatore, in inglese, come mistress Grown gli aveva favellato.

—In questo caso, milord, vogliate darvi la pena di accompagnarmi.

Lo straniero le offerse il braccio, e cominciarono la visita dello stabilimento.

Mistress Grown, pur volendo mostrarsi graziosa verso colui cui le avevano raccomandato, bruciava di voglia di conoscere lo scopo di quella visita. Come non era guari a presumere che quel giovane signore avesse dimandato una lettera ad una dama della corte, per andare personalmente, in treno di gala, a scegliere una cameriera in un ospizio, la sua curiosità doveva avere un altro interesse.

—Non è nemmanco possibile—ruminava nel suo capo mistress Grown—che egli venga a visitare i quadri della sala del comitato. La Marcia di Finchley di Hogarth, il cartone di Raffaello, l'Angelo ed Ismaele di Highmore, il Cristo di Willis, il Moise di Hayman, belli che siano, non richiedono un così alto intervento per essere ammirati. Verrebb'egli dunque per conoscere la storia del capitano Thomas Coram, e come quel bravo uomo fondò l'ospizio? Vien'egli per apprendere i nostri regolamenti e paragonarli a quelli del continente; per osservare come lo stabilimento è tenuto ed amministrato; per ottenere la statistica dei trovatelli raccolti? Non ne so nulla. Come dunque posso soddisfare ai suoi desideri se non l'indovino?

Malgrado si mettesse queste questioni, mistress Grown non osava nulla chiedere allo straniero. Si proponeva mostrargli tutto, tutto dirgli. Lo condusse dunque nella vasta sala ove le ragazze entravano in quel momento per pranzare.

Erano circa centocinquanta.

La sala, lindissima, era rischiarata da parecchi finestroni aperti, sporgenti sul giardino, da cui penetravano, nel tempo stesso, il sole a grandi ondate, la brezza, il cinguettare degli uccelli che folleggiavano negli olmi, ed il profumo dei fiori delle aiuole, misto all'odore delle vivande.

Delle tavole, senza mensale, coperte di tela verniciata, correvano da un capo all'altro della sala.

Ogni figliuoletta occupava il suo posto numerato.

La veste in cotonata bruna non le sformava troppo. L'azzardo le aveva abbellite di teste bionde, di occhi limpidi, di labbra rosee che sembravano sospirare i baci di una madre—e la minestra.

Quando ognuna fu al suo posto, un momento di silenzio seguì. Poi, dal centro delle tavole, una modesta ragazza di diciassette a diciott'anni, la più attempata della compagnia, intonò il benedicite di una voce dolce ed un poco commossa.

Aveva questa terminato appena la preghiera, che un'altra giovinetta cominciò a dispensare con rapidità ed appropriatamente le porzioni di carne e legumi, ammonticchiate nel piatto a lei dinanzi.

La direttrice ed il visitatore percorrevano il refettorio silenziosi e lenti.

Si sarebbe potuto leggere sul sembiante di mistress Grown la soddisfazione, con la quale constatava la ciera di salute che mostravano quelle fanciulle, ed il buon appetito con cui esse divoravano la loro pietanza. Mistress Grown dimandò perfino a qualcuna d'elleno se era soddisfatta.

Il viso dello straniero, all'incontro, restava impassibile. Guardava pertanto attentamente, e rallentava talvolta il passo onde meglio osservare. Gli capitò perfino di fermarsi due o tre volte innanzi alle più adulte di quelle figliuole. Ed allora, se gli si fossero messi gli occhi negli occhi, vi si avrebbe potuto trovar forse quella vita e quell'acuità che mancava loro di abitudine.

Fece due volte il giro della sala, senza disserrare le labbra.

Uscendo del refettorio, mistress Grown, che si sentiva imbarazzata di quel silenzio; che si trovava appesa al braccio di quell'uomo come a quello di una statua di bronzo; che era curiosa di più in più, bisogna dirlo, e che avrebbe voluto trovare nella bocca di lui l'espressione dei suoi sentimenti, gli dimandò timidamente:

—Ebbene, milord, la S. V. pensa dessa che noi compiamo il nostro dovere verso quelle sgraziate creature?

—Lo penso, madama—rispose lo straniero di un tono secco.

—Ed ora, milord, vostra Grazia vuole ella visitare i dormitori delle fanciulle?

—No, madama—rispose lo straniero. Piuttosto il giardino.

—Dopo l'appartamento della segreteria, non è vero, milord?

—Prima, madama, se il permettete.

Uscirono nel giardino.

Lo straniero camminava adesso un poco più sollecito, dirigendosi verso un viale ombrato da folti platani, al coperto dal sole che cadeva a piombo sui praticelli. Delle grandi magnolie, in vasi, riempivano l'aria di olezzo. Le aiuole spiegavano i loro addobbi di girani, di viole, di flussie, mentre le ravanelle; gli anthemi, le cobee, le volubili si arrampicavano su per i tralicci verdi del muro e li tappezzavano di fiori di oro, di zaffiro e di argento.

La caldura e la luce sembravano risvegliare in quel giovane signore una certa animazione; perocchè, forzando il grave suo silenzio, chiese:

—Madama, che fate voi apprendere alle figliuole di questo ospizio?

—Mica molto, milord—rispose mistress Grown un poco imbarazzata. Imparano a leggere, a scrivere, a cucire—in breve, ciò che può occorrere ad una povera famiglia.

—Quale sorte le attende uscendo di qui?

—Le più fortunate divengono cameriere. In generale, si fanno serve od operaie.

Lo straniero si tacque.

—La loro sorte non è poi brillante, milord—continuò mistress Grown. Ma noi ci studiamo, innanzi tutto, d'impedire che esse cadano nel male.

—Sono figlie tutte del popolo?—dimandò lo straniero.

—Lo più sovente, milord. Però, capita talvolta altresì che delle persone di una condizione più elevata vengano a nasconder qui il frutto della loro vergogna o il malore della loro leggiera condotta. Non si dà giammai spiega alcuna. Ond'è che la povera fanciulla, cui si destina ad una cucina o ad una manifattura, potrebbe bene avere una madre che va a corte ed un padre che siede in Parlamento.

—Non avviene mai che una madre riprenda la sua prole?

—Una sopra dieci mila. Quando una donna à fatto rinculare il sentimento della maternità innanzi a quello della vergogna, è ben raro che la abbia un ritorno e si corregga. Quasi sempre, la natura à perduto la sua partita contro la società.

Lo straniero si tacque di nuovo. Ma mistress Grown, che si accorgeva con soddisfazione il ghiaccio cominciare a fondere, e se ne attribuiva modestamente il merito, dimandò:

—Milord, desidera egli la statistica dei resultati morali e materiali del nostro ospizio—che è lo più considerevole di Londra?

—Grazie, signora—rispose lo straniero. Vogliate dirmi piuttosto il nome di quella giovinetta che à recitato il Gratia a desinare.

Mistress Grown guardò fra i due occhi il suo interlocutore, per provar di rendersi conto del senso intimo dell'interrogazione. Poi, dopo un istante di silenzio, rispose secco, secco:

—Maud, milord.

—Potreste farla venir qui e parlarle, madama?

—E che dovrei io dirle, milord, se me lo permettete?—obbiettò mistress Grown, di meglio in meglio stupita.

—Tutto ciò che vorrete, madama—riprese lo straniero;—basta ch'ella parli.

—Ah! sclamò la direttrice, osando guardare di nuovo. Vorreste interpellarla voi stesso, milord?

—Al contrario—rispose questi con vivacità. Io mi ritiro dietro quell'arcata di liane. Io non voglio che udirla.

Mistress Grown salutò profondamente, come qualcuno che si rassegna a cosa che gli spiace, ed uscì per andare in cerca della figliuola.

Due minuti dopo, la conduceva Maud della mano.

Lo straniero si nascose infatti dietro il pergolato.

Egli si sforzava di comprimere nel suo seno una specie d'inquietudine, che si tradiva fuori per un rianimamento inusitato delle guance ed una respirazione più calda e più celere. Le sue pupille, or ora sì opache, scintillavano adesso.

Egli avviluppò del suo sguardo la giovinetta, cui mistress Grown conduceva.

Se questa degna persona avesse potuto osservarlo, ella sarebbe restata sorpresa di trovare tanta vita in un sembiante cui aveva visto un momento fa sì placido e freddo, ed una espressione sì strana su dei lineamenti che un istante innanzi sembravano estinti.

Mistress Grown guidò la ragazza vicino ad un pergolato di clematite, come in passeggiando, parlandole con dolcezza, sorridendole con bontà. Ella non aveva coscienza di ciò che faceva. Ma pensava che il personaggio, il qual le era stato raccomandato di sì alto, e che pareva sì colmo di dignità e di distinzione, non poteva pigliarla a complice di una cattiva azione. Si prestava quindi adesso con non troppa repugnanza ai desiderii dello straniero. Poi una luce le traversò per la mente:

—Vorrebb'egli riparare un torto?—si dimandò ella interiormente. È troppo giovane, pertanto! Lo si sarebbe incaricato… Di che?

Maud la seguiva, niente affatto sorpresa dell'immenso favore di famigliarità cui la direttrice le mostrava. Sembrava così rassegnata, che la si sarebbe creduta indifferente. Non sperava ella adunque più nulla su questa terra, dove si spera sempre? Ovvero aveva dessa una confidenza più illimitata che altrui nell'avvenire?

Chi lo sa?

Una serenità completa regnava sul suo sembiante.

I suoi occhi non esprimevano alcun desìo—se tuttavia non n'era uno quel lungo sguardo di cui seguire una rondine, sì alto nel cielo, che la si sarebbe detta perduta nello spazio.

—Così che dunque, figliuola mia—diceva mistress Grown, continuando la conversazione—voi non avete alcuna preferenza per un mestiere anzi che per un altro?

—Dio mio, madama—rispose Maud—io so che debbo il mio tempo ed il mio lavoro a colui che mi dà del pane. Ch'egli ne usi allora come vorrà.

—Pertanto vi sono lavori più o meno duri, più o meno servili—soggiunse la direttrice. Noi abbiamo attitudini diverse, vocazioni… Ne avete voi una, figliuola mia?

—A che pro averne una, madama, se io non sono al caso di scegliere? Quando non si à neppure ciò che conforta i più piccoli uccelli del cielo, i più piccoli insetti dei campi: una madre! sarebbe mai lecito avere altri desiderii, madama?

—Chi sa, piccina mia—sclamò mistress Grown, volgendo gli occhi verso il traliccio di liane. Non sareste voi la prima creatura abbandonata che avrebbe trovato di un tratto una famiglia e l'opulenza.

—Sì madama—replicò Maud—ma Dio è troppo in alto per guardar sovente a di sì piccoli atomi e seminare miracoli. O' letto nella Bibbia…

—Come, figlia mia—l'interruppe la direttrice con tristezza—disperereste voi dunque della bontà di Dio?

—No, madama. Ma ò paura di averlo stancato a forza di domandargli sera e mattino…

—Dei sogni?

—Non ancora, madama: un miracolo!

—Ed avete avuto torto, figliuola mia. La cagion prima dei nostri mali sulla terra è la non-rassegnazione.

—Gli è vero, madama. O' avuto torto. Un giorno però voi mi diceste che, quando si depositò la mia culla alla porta di questa casa, si depositò pure una somma di 500 ghinee—un dono per lo stabilimento.

—Sì. E poi?

—Un altro giorno, madama, mi ricercarono per occuparmi in una casa di confezione come cucitrice. Io voleva andarvi. Voi mi diceste allora, madama, che si era imposto allo stabilimento, depositandomivi, di non disporre di me prima che io non mi avessi compiuto i sedici anni.

—Ebbene, che volete voi conchiudere di codesto?

—Dio mio! l'è chiaro, pertanto. Se vi impedivano di disporre di me, si voleva dunque reclamarmi prima di quell'età.

—Ah!

—Io ò terminato i miei diciassette anni, madama—soggiunse Maud con abbandono—ed alcuno non è venuto.

—Voi disperate, allora?

—Talvolta, madama. Perchè, ecco lì due anni, che non è scorsa un'ora della mia giornata, una sola delle mie notti, in cui io non mi abbia delirato di quell'assente. È dessa morta? mi dico. Ebbene, che mi si indichi la sua fossa, perchè io mi vada talvolta a piangervi e portarvi dei fiori. È dessa povera? io so lavorare; lavorerò per lei. È dessa colpevole? io le perdono—di gran cuore le perdono. Arrossisce di me? ebbene, che me la si mostri soltanto, ed io andrò alla sua porta a vederla passare e benedirla di tutte le forze dell'anima mia. Mi à dessa obliata? ma che la mi oblii. Io non le dimando nulla: non voglio che vederla una volta sola, una volta, per dare una forma al mio sogno implacabile, un obietto al mio amore assetato; per sapere ove volgere il mio sguardo nell'orizzonte, su quale testa invocare la benedizione di Dio, quale angelo adorare nella mia preghiera. Ò io torto, madama, di disperare talvolta, di aspettar sempre, malgrado ciò?

Mistress Grown si tacque un istante, non sapendo che rispondere.

Poi sclamò:

—Figliuola mia, è la volontà di Dio: bisogna obbedire.

—Per fermo, madama—replicò Maud sospirando. Nè è Dio che io mi accusi. Però, come avviene che Iddio—il quale alimenta così amorosamente gli uccelli del cielo; che dà ai fiori ammanto sì bello ed alito così profumato; che riveste gli alberi di fresche foglie per garantirli contro gli ardori del sole; e che tira delle farfalle da immondi bruchi… come avviene, mi domando io, che egli non abbia il male se non per le povere creature dell'uomo, come noi, e che ci orbi di ciò cui dà ai più miseri esseri della creazione: una madre?

La logica del sentimento è senza pietà. E la finisce per far di Dio un mostro, a forza di attribuirgli le più piccole vicissitudini della vita.

Se si fosse detto a Maud che non era Dio, ma una società rachitica che le rubava lo sguardo benedetto di sua madre, il suo dolore sarebbe forse divenuto ateo, trovando che vi era qualcosa al disopra di Dio, più potente di Dio: se stesso ed il mondo!

Il giovane forestiero, che restava senza fiatare dietro la spalliera di liane, gli occhi inchiodati sulla fanciulla, le orecchie tese, si fece avanti di un tratto.

A quell'apparizione inaspettata, Maud si turbò. Divenne di bracia, bassò lo sguardo, si ritirò di un passo indietro.

Lo straniero s'avanzò di un'aria grave verso le due donne e le salutò.
Poi, dirigendosi a mistress Grown, le chiese:

—Madama, sarebb'egli permesso di cavare questa giovinetta da quest'ospizio?

Mistress Grown alzò gli occhi su di lui con un certo piglio di osservazione, poi rispose lentamente e con gravità:

—Lo si può, milord, conformandosi a certe regole stabilite dai fondatori.

—Quali, madama?

—Da prima, milord, è mestieri conoscere il nome della persona che piglia a sua carico l'esistenza del trovatello cui le si affida, ed in seguito che vuole ella farne.

—In questo caso, madama—riprese con solennità il forestiero—io vi dimando questa fanciulla. Io sono il principe Pietro di Lavandall, cugino della duchessa di Shetland.

La direttrice e Maud levarono gli occhi attoniti sul principe.

—Come, Vostra Grazia…?—prese a balbuziare mistress Grown imbarazzatissima, dopo alcuni minuti di silenzio… Ma… scusi, milord… non m'inganno io forse? Vostra Grazia dimanda…

—Io vi dimando, madama, questa giovinetta—rispose il principe vivamente agitato.

—Mille grazie per lei, milord—riprese la direttrice. Perocchè gli è, senza dubbio, per farne una cameriera della signora principessa di Lavandall…

—Punto, madama.

—Ma allora, milord—soggiunse mistress Grown, rivenendo un po' della sua sorpresa…—che vorreste voi fare di questa povera orfana?

—Mia moglie, madama. Voglio farne la principessa Pietro di Lavandall.

E ciò dicendo, salutò le due donne e si allontanò di un passo rapido.

—A casa, e ventre a terra—gridò il principe ai suoi lacchè, salendo in vettura.

Sentiva che la sua emozione era per sopraffarlo.

II.

Il giorno delle nozze.

Il generale principe Paolo di Lavandall era venuto a Parigi nel 1815 con gli eserciti confederati stranieri.

Alla corte di Luigi XVIII, egli aveva conosciuto Paolina, figlia maggiore del duca di Saint-Cassan, amica intima della famosa nipote del principe Talleyrand.

Paolina non era così bella che la duchessa di Dino, ma era altrettanto ardita ed intraprendente. Si susurrava chiotto chiotto nei saloni che ella arrivava dove altre, infinitamente più belle di lei, non avrebbero osato collocare neppure una speranza, e che, aggiungendo la vivacità caustica del suo spirito e la distinzione delle sue maniere ad una solida istruzione, spigolata nell'esilio, ella avrebbe potuto pretendere a passare per letterata—se non avesse preferito di essere una civetta.

Il principe di Lavandall s'invaghì di lei e la sposò.

E si fece correre il rumore che l'imperatore Alessandro—il quale l'aveva veduta a Vienna, in casa del principe di Talleyrand—lo avesse spinto alle nozze.

Di questa unione, dopo un anno o due, nacquero due gemelli: Pietro ed
Alessandro di Lavandall.

Pietro, venendo al mondo il primo, godè del rango di primogenito, e, poco dopo, del titolo e dei diritti della sua nascita, alla morte del padre.

Quantunque gemelli, i due bambini si rassomigliavano poco.

Al fisico, la dissomiglianza consisteva unicamente nella gradazione del colore dei capelli—cui Pietro aveva scuri e Alessandro di un biondo dorato—e forse anche nel colorito—cui il primogenito aveva pallido ed il cadetto molto animato. Ma al morale, questa dissomiglianza era più profonda.

Pietro era un sognatore. Egli amava la solitudine; aveva un carattere fermo; un coraggio freddo; una grande tenacità di volontà. E' si mostrava poco aperto. Più esatto al compito cui si assegnava egli stesso che a quello cui gli si avrebbe voluto imporre. Poi, calmo fino alla mollezza.

Alessandro, all'incontro, era rumoroso, metti-brighe, pigro. Sempre dietro a gonne di pettegole, con le mani nelle cameriere. Sempre a bisdosso di un cavallo, od un fucile alla mano. Abborriva i libri. Amava la danza; folleggiava per i piaceri; dava volentieri degli scappellotti; e quando non lo si trovava nei boschi a snidare gli orsacchi, i lupi, i nidi di aquila, si era certi trovarlo nella sala d'armi.

Questa differenza di gusti e di costumi non impediva che i due fratelli si amassero teneramente. Però per cagione appunto di questa differenza, per spirito di antitesi, il padre—il quale aveva identicamente il carattere del suo cadetto—preferiva il primogenito, e la madre—la quale, una volta maritata ed allontanata dalla corte, era divenuta una donna seria ed ambiziosa—ammattiva pel figlio cadetto.

Al suo ritorno da Parigi, il principe Paolo aveva concepito qualche sospetto sulle inclinazioni dello tzar Alessandro per sua moglie. Erasi quindi dimesso dal servizio militare e si era ritirato nelle sue terre. Fu mestieri, per conseguenza, che sua moglie ve lo seguisse e vi restasse tanto ch'ei visse.

Dopo la morte di lui, però, la principessa—che aveva subito la solitudine come una punizione—prese tosto la risoluzione di recarsi a corte, ove la nuova Tzarina, dopo la morte di Alessandro, le aveva mantenuto il grado di dama d'onore, ed aveva fatto ammettere suo figlio Alessandro come paggio dell'imperatore Nicola.

La principessa Paolina voleva condurre con lei anche il figliuolo primogenito.

Pietro, oggimai il principe Pietro, le manifestò il suo desiderio di partire per l'Alemagna.

—E che vuoi tu andar a fare in Germania, all'età tua?—dimandò la madre.

—Visitare le università e studiare.

—Ah!—sclamò la principessa.

—Ma ad una condizione—riprese il principe Pietro.

—Bravo! ecco delle condizioni, adesso.

—A due condizioni, anzi, se vi piace, madama—continuò il principe.

—E quali? mio signor principe, se tuttavolta degnate comunicarle—chiese la principessa, ammiccando di un'aria ironica.

—Primo, di sgabellarmi del mio istitutore, e di viaggiare accompagnato da un solo cameriere.

—Benissimo. Quel povero padre Toufferel v'imbarazza dunque, o non sa egli abbastanza?

—Sa anzi troppo. Però, io non voglio più gesuiti intorno a me.

—E secondo?

—Secondo, di vivere affatto libero e padrone delle mie azioni. Io so chi sono e dove vado.

Queste dimande parvero strane, sopratutto al padre Toufferel—il quale governava la testa ed il cuore della principessa, oltre la coscienza di lei.

Si oppose un rifiuto perentorio.

Il giovane principe ricusò a sua volta di ricevere ulteriormente il gesuita, e protestò a sua madre che non si sarebbe recato a Pietroburgo che trascinato dalla forza.

—E perchè?

—Perchè io non voglio disobbedire, come voi disobbedite, madama, ai desiderii, agli ultimi ordini di mio padre e del vostro marito e signore.

Quest'attitudine colpì la principessa, e diede a riflettere al gesuita.

La principessa—che andava alla corte per godere della sua libertà—vide di uno sguardo ch'ella vi menerebbe seco un testimone uggioso delle sue azioni, e più tardi—quando il giovine principe avrebbe raggiunto i suoi diciotto anni, età determinata dal padre per la maggiorità di lui—un padrone severo.

Si lasciò dunque piegare.

Il gesuita calcolò più freddamente: che valeva meglio conservare la direzione della donna che l'educazione del garzone refrattario.

E Pietro partì per la Germania, il giorno stesso in cui sua madre ed il confessore partivano per Pietroburgo.

La vita del buchschaft esercitò sopra Pietro come un incanto.

Potendo pagare dei professori liberi, non si sommise alla severa disciplina della massoneria delle università germaniche. Non accettò dello studente che ciò che gli piacque—vale a dire l'abito, le maniere, la vita di studio mista alle dissipazioni, le libere aspirazioni, i vaneggiamenti elevati—quella mischianza, insomma, di metafisico e di artista che si trova accoppiata negli allievi istruiti delle scuole tedesche.

Non s'imbragò guari nè in teologia, nè in diritto, nè in pedagogia. S'innamorò invece dello studio della fisiologia, della chimica, della fisica. Poi, per una tendenza verso il soprannaturale che gli era propria, si cacciò capo giù nelle scienze mistiche e nelle speculazioni ermetiche.

Il professore di Tubinga, che lo dirigeva, era forte addentro a queste scienze e vi credeva coscientemente.

Il carattere di Pietro, di già sì serio, addivenne quinci in poi più grave e più scuro.

Un incidente lo immerse affatto nella tristezza.

Un giorno, a Heidelberg, e' venne a parole con uno dei suoi amici, a proposito d'una ragazza incontrata in un ballo. Si batterono alla spada. Si batterono da bravi. E sì bravamente, che, al terzo assalto, caddero entrambi nel medesimo tempo: Pietro, per svenimento; il suo avversario passato fuor fuori.

Ciò fu fatale al giovane principe di Lavandall.

La sua salute si alterò. La sua pallidezza aumentò di giorno in giorno. I suoi occhi perdettero il bagliore della giovinezza. Le sue guance smagrirono. I suoi lineamenti, completamente alterati, divennero di un tratto più maturi. Breve, l'insieme di sua figura acquistò un cotal che di strano e di turbato.

E' se ne penetrò, e s'impose per conseguenza un grande riserbo, una solitudine quasi completa. Evitò perfino le occasioni delle grandi emozioni.

Aveva torto? No.

No, perchè una sera, avendo ceduto all'attrazione di vedere il Wallenstein di Schiller, alle ultime scene del dramma, il suo cameriere lo raccolse svenuto nel suo palco.

Lasciò dopo di ciò la Germania, ed andò a Parigi.

Pietro di Lavandall aveva allora ventitrè anni.

Il dottore di Nubo gli consigliò di abbandonare lo studio, che ruinava la sua salute, e di addarsi alla vita elegante ed agli esercizi signorili dello sport.

Il principe lasciò quindi il nome d'imprestito, assunto in Germania, e si recò da suo avolo sotto il suo vero nome.

Il duca di Saint-Cassan presentò il principe alle Tuileries, ed a quella parte della aristocrazia francese che aveva accettato la monarchia democratica. Per il suo nome però, per il suo titolo, per i precedenti di suo padre, egli fu ricercato altresì e carezzato nei saloni dell'aristocrazia ribelle del Faubourg Saint-Germain.

La principessa di Lieven lo mise alla moda in mezzo al mondo dell'intelligenza.

Il principe di Lavandall era, oltre a ciò, ricchissimo, bel giovane, dalle maniere squisite, ma poco inchinevole verso il mondo e che, per ciò appunto, rilevava la persona a cui e' si piaceva interessare. Aveva un carattere eguale e fermo, e di una elevatezza costante nei sentimenti.

In una parola, a ventitrè anni, il signor di Lavandall era ciò che addimandasi un uomo serio, con cui è d'uopo contare, sia che prenda parte a qualcosa, sia che si astenga.

Infine, era affettuoso nel fondo, ed eccessivamente sensibile.

Il re Luigi Filippo gli dimandò una sera perchè non abbracciasse la carriera diplomatica.

—Perchè, sire,—rispose Pietro—il principe di Metternich ed il principe di Talleyrand àn fatto della diplomazia una mariuoleria elegante, ed i ministri di V. M. un'ingenuità pomposa.

—Ne siete voi ben sicuro?—disse il re, volgendo il dorso senza aspettare la replica.

S. M. rinculava innanzi alla spiega della frase ingénuité pompeuse, troppo, troppo cortigiana!

—Gli è un curioso giovane il vostro parente cosacco, signor duca—disse il re al signor di Saint-Cassan.

—Avrebbe spiaciuto a V. M.?—dimandò costui.

—Non bazzica egli dunque il mondo?

—Pochissimo, sire. E ciò che è più singolare, non à contratto alcun legame, nè con i giovani della sua età e della sua condizione, nè con gente di altra sorte.

—Non à desso un palco agl'Italiani ed all'Opéra?

—Sì, sire. Ma vi si mostra di raro, per qualche minuto solamente, e sempre solo.

—Non accetta inviti a pranzo?

—Neppure dal suo ambasciadore.

—Non si mostra ai balli?

—Solo per farvi un atto di presenza indispensabile, e di cui sarebbe impossibile astenersi. Ma non balla mai. À pranzato due volte sole al club, durante l'inverno, ed è passato tre volte pel Bois.

—À bei cavalli?

—I più belli che si siano veduti mai a Rotten-Row, a Londra.

—Giuoca allora?

—Lo si è visto, all'ambasciata d'Inghilterra, perdere tre o quattro mila luigi al whist—parlando di scimie col barone di Humbold, assiso accanto a lui.

—Ma allora che si dice di lui?—chiese il re, il quale aveva forse una ragione ad un'altra in questa investigazione persistente e minuta.

—La vita del principe, sire—rispose il signor di Saint-Cassan—non à nulla di apparente, e quindi nulla che possa dar presa alla maldicenza od alle congetture. Le donne sono intrigate di questo mistero che traversa i saloni. Gli uomini son tenuti in distanza da quel ghiaccio e da quella riserbatezza. Tutto al più, sire, taluno si permette dimandarsi a voce bassa: perchè quella specie di misantropia in mezzo a tanta opulenza di favori della natura? perchè quell'aria stravolta in un sembiante che attira la simpatia? E non si va più innanzi, sire. Perchè un conte italiano, la settimana scorsa, essendosi permesso di domandargli se non fosse malaticcio—con quel pallore sì intenso e quella tristezza sì costante—il principe gli dette del guanto sul muso, ed il dì seguente l'uccise in duello, di un colpo di pistola. E, cosa strana, sire! egli cadde svenuto nelle braccia del conte di Nubo—il quale era nel tempo stesso il suo medico ed il suo unico testimone.

Luigi Filippo ne sapeva abbastanza per ricusarlo come segretario dell'ambasciata di Russia.

Si era discorso di ciò, pare, alla corte di S. Pietroburgo, e lo si era ripetuto nei saloni della principessa di Lieven.

Si vide però il principe di Lavandall prolungare, una sera, più tardi che di costume, la sua presenza al ballo in casa del duca di Luxembourg, e spingere la compiacenza fino a ballare con la signorina di Perceval, a cui la duchessa lo aveva presentato.

Il conte di Perceval aveva passato la sua vita nell'emigrazione, vi aveva mangiato il resto del suo patrimonio—cui Bonaparte gli aveva restituito,—e sciupato con una ballerina la sua parte del miliardo, cui i Borboni avevano avuto cura di fargli ben pingue, per compensarlo della sua fedeltà.

Questo conte non aveva voluto udire a parlare del ramo cadetto—gli Orléans—e viveva adesso di una dotazione sui fondi secreti di Roma, cui il cardinale Lambruschini gli aveva fissata, in considerazione dei servizi che aveva resi al partito cattolico.

Il conte di Perceval si era ammogliato, dopo la Ristaurazione, per piacere alla signora di Cayla per meglio servire la Congregazione. Di questo matrimonio aveva colto, o raccolto, la bella personcina che aveva danzato col principe di Lavandall—la signorina Antonietta di Perceval.

Senza essere proprio sciocca, madamigella di Perceval—forse per timidità esagerata—s'imponeva una grande sobrietà di risposte, un grande riserbo di giudizi. Di guisa che passava per fanciulla di poco spirito, e desolava coloro i quali, per cortesia, si trovavano obbligati a chiaccherare con lei. Malgrado ciò, e forse a causa di ciò, dopo quella sera, dovunque Antonietta di Perceval andò, il principe russo si mostrò anch'egli.

Secondo la sua abitudine, non prolungava di molto la sua presenza nei saloni. Ma, durante il poco tempo che vi restava, alcun'altra persona non aveva il privilegio di disputarlo alla signorina di Perceval. Breve, le cose giunsero al punto, che si cominciava a dimandarsi se non si fosse caduto in inganno nell'apprezzamento dello spirito di quella giovinetta.

Di un tratto poi il rumore si sparse, che madamigella di Perceval sposava il principe di Lavandall.

—Scherzate voi?

—Il duca di Saint-Cassan à fatto la dimanda di matrimonio ed è stata gradita.

—Impossibile.

—Gli è il duca stesso che me lo à detto.

—Ed a me il conte.

I commentari cessarono. Lo stupore però non cessò.

Infrattanto si preparava il cesto da nozze.

La duchessa di Saint-Cassan e la sua cugina, la vecchia contessa di
Cars, non si accordavano riposo—tanto l'impazienza del giovane
principe era grande. La domenica seguente si fecero i tre bandi a S.
Tommaso d'Aquino. Gl'inviti si spiccarono.

Due giorni più tardi, incontrandosi nei saloni dei Faubourg, la gente si diceva, di un tuono dolce ed insinuante:

—Non sapete? Il matrimonio di Lavandall è ito in malora.

—Come! rotto?

—Positivamente.

—Impossibile.

—Sì vero, che il principe è partito per Roma.

—Via, via! l'ò visto ieri sera, ed abbiamo anzi parlato dei suoi sponsali.

—Ciò può essere. Pertanto, ieri sera stessa, egli ebbe un colloquio col suo futuro suocero. La conversazione fu corta e secreta. Dopo che, il conte di Perceval, pare, ritirò la sua parola—ed il principe è partito stamane.

—Tutto codesto è vero—intervenne a dire il conte di Nubo. Il povero conte francese ha rifiutato la mano della sua figliuola al ricco principe russo. E questi corre le poste in questo momento sulla strada di Marsiglia. Che occorse egli fra quei due uomini? Alcuno nol sa; neppure la fidanzata. Alcuno nol saprà mai, forse.

Lo scacco subito, i commentari ingiuriosi che ne seguirono e circolarono, ferirono al vivo il principe di Lavandall. Visse a Roma un anno, senza vedere un'anima, tranne papa Gregorio XVI—che era un maiale—e che lo ricevè una volta ed andò a visitarlo due, nella di lui villa vicino Albano.

Il papa vi pranzò anzi, perchè Gregorio amava desinar bene, ed in casa
Lavandall si faceva lauta mensa.

In questo frattempo, la madre del principe—la quale si era rimaritata ad un giovane conte polacco—capitò a Roma ed andò ad istallarsi in casa del figlio, verso il Pincio.

Tutto al contrario del principe di Lavandall—che scansava il mondo—la madre lo attirava intorno a lei a grossi fiotti.

Il principe Pietro si trovò di nuovo, dunque, malgrado lui, in mezzo alla società. La collera, del resto, era passata; il cordoglio si era calmato.

Egli cominciò, nonpertanto, a trovare i balli dei principi romani insopportabili; i desinari dei cardinali grossolani; gli spettacoli stolidi. Le feste di sua madre lo stancavano meno. Imperciocchè, se sua madre invitava l'aristocrazia romana e straniera, egli invitava nel tempo stesso, da parte sua, gli artisti e gli scienziati.

Ecco come codesto era avvenuto, con grande scandalo delle principesse romane—le quali non ricevono gli artisti ed i letterati che nei loro boudoir, dicesi, in un'altra camera più particolare, dicevan dessi.

Per fare eseguire un busto di suo padre, il principe Pietro aveva visitato lo studio di uno scultore francese, Filippo Mortier, che gli era stato indicato come uomo di rara abilità. Andando all'atelier, gli era capitato due o tre volte di non trovarvi lo scultore. Però aveva parlato con la sorella di lui, madamigella Aurora—la quale pingeva il ritratto in miniatura della principessa di lui madre—oggi contessa Soblowiski.

Madamigella Aurora, a vero dire, lasciava molto a desiderare, quanto a capacità d'artista. Ma ella pigliava il passo e precedeva di più tappe, anche le donzelle le più felicemente dotate, quanto a spirito ed a bellezza.

Ella ne aveva più, di entrambi, che tutte le principesse romane fuse insieme.

Il principe di Lavandall—forse contrariato la prima volta di non incontrare lo scultore e d'incontrare sua madre—ne fu ammaliato la seconda volta. Di poi, egli non si recò più allo studio che quando Filippo e la principessa non vi erano.

Il principe Pietro invitò alle sue feste lo scultore e la sorella, e qualche altro artista di Roma.

Arrivò ciò che era inevitabile.

Il principe—anima tenera ed affettuosa, uomo solitario e di natura timida—s'infiammò di madamigella Aurora, la quale, scaltraccia! restò ben calma da parte sua. Gli era in ogni modo savio, nel posto di quella savia damigella. Imperciocchè, che poteva ella aspettarsi dal principe di Lavandall, se non di divenire la sua amica?

Ora, quale non fu il suo stupore quando, un giorno, suo fratello le disse:

—Doh! la bella, tu non sai?

—Che mò?

—Indovina.

—Il papa à partorito.

—Ciò si è visto. Meglio ancora che codesto, birbaccia.

—Oh! oh!

—Io ti dò marito.

—N'era tempo, m'immagino.

—Forse. Ma, che mi affoghi, Satana! se tu avessi aspettato ancora dieci anni non avresti trovato di meglio.

—Lasciamo i se avessi ed avresti, e parla tondo. Con chi mi mariti tu? Con Pasquino?

—Ambiziosa! Sali ancora.

—Fino a che piano?

—Scendi al primo.

—Ci siamo. Con chi dunque?

—Col principe di Lavandall.

Aurora scoppiò in un immenso scroscio di riso.

—Gli è pertanto vero, giuro a Dio!—sclamò lo scultore. Quell'originale, mica più tardi che stamane, à avuto l'onore di dimandarmi la tua mano.

—Destra o manca?

—Ti porti il diavolo.

—E tu?

—Io ò risposto che tu eri la più milensa artista di Roma.

—Insolente. Ed egli?

—Egli à replicato… Indovina.

—Peste sia del tuo indovina!—scoppiò Aurora.

Vi era nello studio un pezzo di specchio. Madamigella Aurora lo avvicinò con grande serietà agli occhi suoi, e, dopo aver contemplato per alcuni secondi i suoi lineamenti stupendi, soggiunse, di un'aria fra il serio ed il comico, imitando la voce del principe:

—E perchè no, al postutto? Egli à risposto: madamigella Aurora è la più milensa artista, voi dite, signore? Io me la fumo! Ella è, in ogni caso, la più bella fanciulla di Roma.

—Alla lettera, sillaba per sillaba!—sclamò lo scultore.

—Egli à dello spirito, allora—replicò Aurora con la gravità di un giudice.

E si lasciò amare.

Chi non avrebbe fatto altrettanto?

Ma, una volta il fratello cacciato dentro nella cosa; una volta il motto magico di matrimonio pronunziato; bisognava venire a una conclusione. La modesta damigella voleva strombettare il proposito, parlare alla madre del principe, riempirne Roma e le quattro parti del mondo—come diceva papa Gregorio—che s'intendeva più di trippe alla milanese che di geografia. Prima di spingere le cose fin lì, il principe chiese un colloquio ad Aurora onde comunicarle i suoi pensieri.

Il colloquio ebbe luogo.

Fu corto.

L'indomani dicevasi per Roma:

—Il principe di Lavandall è partito stanotte!

La notizia era vera.

Aurora gli aveva negata la sua mano.

Un anno era scorso da questo avvenimento, ed abbiamo visto come il principe Pietro di Lavandall, due volte respinto—una volta dal padre della fidanzata, una volta dalla fidanzata ella stessa—si fosse poscia deciso a cercarsi una moglie in un ospizio di trovatelli—senza consultare le inclinazioni della fanciulla.

Una zia del principe era venuta di Alemagna—ove era prima dama d'onore della regina di Würtemberg—ed aveva condotta seco la giovinetta in Lamagna.

La sovrana l'aveva nobilitata.

Di guisa che, un anno dopo la scena dell'ospizio di Londra, in tutta la Parigi aristocratica si ripeteva la notizia che il principe di Lavandall sposava la contessa Maud di Walenheim.

Il matrimonio doveva aver luogo a Parigi nella chiesa protestante della strada d'Aguesseau.

Tutto era pronto nel palazzo del principe, ove la zia aveva condotto la fidanzata.

Si terminava la toilette delle nozze. Gli amici, i parenti, riempivano i saloni. Il principe entrò nella camera della zia—ove Maud si teneva, attorniata da cameriere—e dimandò che lo si lasciasse un istante solo con costei.

La zia e le cameriere uscirono.

Maud si guardava intorno con un'intensa timidità.

Pietro la prese per le mani, la guidò ad un canapè, e, facendola sedere, cadde alle ginocchia di lei.

—Maud—diss'egli, riprendendo nelle sue ambe le mani dalla fanciulla—angelo mio diletto, ascoltami.

Maud provò a rialzarlo, senza rispondere. Il principe restò e continuò:

—Per soddisfare alle leggi del mondo, andremo a presentarci or ora innanzi ad un altare, ove un prete benedirà la nostra unione. Ciò vi lega, voi, perchè quel prete è il vostro; il Dio di quell'altare è quello cui voi adorate e che vi à fatto così bella. Io, non sarò legato…

—Perchè dunque, signore?—dimandò Maud timidamente.

—Perchè il dio mio è un altro che il vostro, ed il mio Dio non à sacerdoti. Ma gli è dinanzi a voi che io vado a prestar giuramento; io vado ad impegnare a voi la mia vita. Accettatemi contessa Maud di Walenheim.

—Mio signore, voi avete dunque obliato che mi tiraste dal Foundling hospice di Londra?

—Eh! che importa donde io vi abbia cavata, mio bell'angelo!—riprese il principe. Le creature come voi vengono dal cielo. Chi si preoccupa del luogo ove giaquero le perle e i diamanti che adornano il vostro collo? Io vi amo, Maud. Io vi amo tanto quanto una creatura sulla terra può amare.

—Grazie—sclamò la giovinetta in uno slancio di riconoscenza, levandosi impiedi e rilevando il principe. Voi mi date più che io non avrei giammai osato di chiedere, più che non avrei giammai osato sperare: grazie, grazie, grazie!

—Io non vi dò nulla—continuò il principe, portando le mani della fanciulla sul suo cuore—e non vi domando nulla ancora. Il mio nome, le mie ricchezze, il mio cuore, certo, nella bilancia del mondo meritano qualche considerazione. Per me, tutto codesto non à valore alcuno. Ma voi, vi siete voi dimandata, perchè io mi andassi a cercare in una terra straniera, fra le fanciulle abbandonate, la moglie a cui volevo dar il mio titolo, la mia opulenza, il mio amore?

—Sovente—rispose la giovinetta.

—E vi rispondeste?

—Io nono ancora nelle tenebre, e…

—E?

—O' paura, ma ò fede: temo, ma credo.

—Ebbene—sclamò il principe—il giorno in cui lo saprete, il giorno in cui dovrete giudicarmi, Maud, ve ne supplico a ginocchi, siate indulgente. Innanzi di pronunziare la prima parola che vi verrà alla bocca, fermatevi, guardate il cielo… e forse mi aprirete le braccia e direte: io vi perdono!

—Voi mi spaventate—mormorò la contessa tremando.

—No, figliuola mia. Imperciocchè voi non avete alcun delitto a perdonare, neppure una colpa.

—Ma allora?

—Allora vi sovvenga che potrete versare la felicità in una esistenza, riparare l'ingiustizia o il gastigo di Dio…e che vi amo. Sì, io vi amo.

—Oh! se potessi comprendere!—sclamò Maud con un movimento istintivo d'ingenuità.

—Se volete comprendere, e non credere, io mi spiego—rispose il principe con impeto. Ma ve ne supplico ancora, abbiate confidenza. O' voluto parlarvi per dimandarvi questa grazia. Io transigo sul mistero della vostra nascita. Abbiate pietà del dolore della mia vita.

Maud si tacque per due minuti, poi chiese:

—Voi nascondete dunque un segreto?

—Sì.

—Se io avessi una madre, glielo rivelereste voi?

—Senza esitare.

—E quale sarebbe la condotta ch'ella terrebbe in questo caso?

—Un padre mi rifiutò la mano di sua figlia.

—Che condotta, credete voi, terrei io stessa, se mi parlaste?

—Un'altra donna, in una situazione identica, mi respinse.

Seguì un momento di silenzio.

Maud bassò gli occhi, mentre i colori si alternavano sul suo sembiante. Poi, alzandosi di un tratto, ella disse con una grande solennità, quasi la fosse nata in un castello:

—Principe di Lavandall, voi avete richiesta la mia mano?

—La vostra mano oggi,—rispose il principe con una specie di sussulto—domani…

—Il domani appartiene a Dio, signore—replicò la giovinetta di un'aria ispirata. Principe di Lavandall, eccovi la mia mano.

—Grazie, angelo del cielo!—sclamò il principe al colmo dell'entusiasmo.

—Tutto ciò che una donna può impartire, principe di Lavandall, io ve lo dò. Divozione, fedeltà, sommissione, sacrificio, fede… io metto tutto ai vostri piedi. Voi m'introducete alla vita. La mia vita, a partir da oggi, vi appartiene. Entrando nel vostro focolaio, io non lascio nulla dietro a me—nulla, che dei vaneggiamenti! Voi siete tutto per me, passato ed avvenire, parenti e sposo, la terra tutta intera: mia madre!

—Basta, Maud—fece il principe. Voi obliate però una parola, fra tutto codesto. Ora, se questa parola, che voi obliate adesso, la ritroverete giammai nel vostro cuore, ditemela! perchè giammai un uomo non avrà tanto studiato di sì ben meritarla che me. L'amore non si fabbrica, nasce.

E dicendo ciò, prese la mano della sua fidanzata e vi appoggiò per la prima volta le labbra.

Poi entrò nel salone con lei.

Il viso del principe portava lo stampo di un grande esaltamento. I colori vi andavano e venivano come le onde sulle rive dell'Oceano. Un sudor freddo perlava la sua fronte. Le sue mani erano madide e ghiacciate. Un sordo tremolio alterava la sua voce.