Si andò alla chiesa.
Il principe sollecitava dello sguardo la fine dalla cerimonia. Il mondo gli turbinava d'intorno.
Gli sponsali compiuti, i suoi muscoli, la sua anima, si rilassarono. Il suo sguardo, sempre commosso, divenne più sereno; la sua respirazione più eguale. Stringeva la mano di sua moglie in una convulsione di inebriamento.
Il dottore di Nubo, che era naturalmente fra i numerosi invitati, e seguiva degli occhi ansiosi le alterazioni di quel viso, trovò modo di guizzare fino a lui e di susurrargli all'orecchio:
—State forte contro voi stesso; stecchitevi, principe, e ritornate all'istante a casa.
Il principe trascinò quasi sua moglie, e gittandosi nella sua berlina di viaggio—che li doveva condurre dritto nella Svizzera—ordinò all'intendente:
—Fate il giro dei boulevards esterni, e ritornate al palazzo.
Poi bassò le tendine e cadde ai piedi di Maud. Questa non capiva nulla a quell'agitazione, a quelle contraddizioni, ai contrordini. Agitata, sorpresa, aspettava.
Il tatto di quella mano di donna amata calmò il principe.
Egli non pronunziò una parola e s'inebriò degli sguardi druidici di
Maud—la quale, a sua insaputa lo magnetizzava.
Il palazzo di Lavandall—ove il principe non era atteso, dovendo egli partire per la Svizzera uscendo di chiesa—era quasi vuoto. Pietro condusse la sposa nei suoi appartamenti e chiuse la porta.
Le otto scoccavano.
L'appartamento era rischiarato da un fioco riflesso di luna, che penetrava dai balconi. L'aria era imbalsamata del profumo dei fiori che riempivano le giardiniere.
Un silenzio completo e fitto regnava tutto intorno. Uno strato di neve, spolverato sugli alberi del giardino e sulle aiuole, faceva trovar delizioso il soave calore dell'appartamento.
La figura di Maud, tutta vestita di bianco; la sua corona di fiori bianchi sulla ricca capigliatura bionda; la pallidezza cui le cagionava una strana emozione; la luce bianchiccia della luna che cadeva a piombo su lei dall'alto di un balcone, le davano qualche cosa di fantastico. Era una delle più belle visioni che avessero mai sfiorato l'immaginazione di un poeta.
Il principe di Lavandall la contemplava con occhi febbrili, smarriti; era agitato da un brivido straordinario.
Il suo viso era contratto. Le sue labbra, di un pallore spaventevole. Egli aprì di un tratto le braccia; allacciò sua moglie in una stretta convulsiva; le dette il primo…l'ultimo bacio! sulle labbra. Poi, la dietrospinse con un'estrema violenza, facendo uno sforzo terribile per snodare le sue braccia dalla vita della giovinetta—che si sentiva scricchiolare le ossa, spezzare e soffocare.
Ella andò a cadere sur un divano. Egli stramazzò per terra, svenuto.
Stravolta, smarrita, Maud non pensò neppure a chiamar aiuto.
Aprì il balcone per dar aria.
Un raggio brillante di luna, che si sprigionava da due nuvole, bagnò il sembiante del principe.
Maud rinculò spaventata.
Quel sembiante sì nobile testè, quei lineamenti sì belli, erano accartocciati da un'orrida convulsione. Le labbra spandevano una schiuma livida e sanguinolenta. Gli occhi rotavano ferocemente nelle orbite. Tutto il viso si copriva di una pallidezza lurida, piombiccia, schifosa a vedere.
Il principe era epiletico¹.
¹ Questa malattia non fa tanto orrore in Italia, dove si è visto Pio IX, l'imperator Ferdinando d'Austria e Ferdinando II di Napoli portarla sul trono. Nel resto d'Europa, la è considerata nel senso d'irresistibile repugnanza orrore e disgusto con cui è pinta in questo racconto.
Maud, spaventata, andò a rifugiarsi in un attiguo gabinetto, e pregò.
Due ore dopo, il signor di Lavandall rinvenne in sè. Si guardò attorno: era solo in mezzo alla tenebre, e… vedovo!
—Vedovo!—sclamò egli infatti, cercando dello sguardo e del desiderio la moglie.
E ricadde nel parossismo.
III.
Al castello di Lavandall.
Il giorno che seguì la scena cui abbiamo raccontata, il principe fece dimandare alla consorte se poteva riceverlo.
Maud aveva passata la notte—la sua prima notte di nozze—accoccolata sur un canapé nel boudoir. Le sue cameriere la avevano rilevata, all'alba, agghiadata di freddo e di orrore.
Un bagno caldissimo, qualche ora di riposo, le avevano poscia restituito un po' di calma. Ma il suo spirito era tuttavia sotto il peso dello spavento.
Quando le si annunziò la dimanda di suo marito, un tremor sordo la convulse.
Era alzata. Le sue cameriere, stupefatte ed intrigate dal mistero di quella strana notte, la circondavano.
Maud fece rispondere al marito che era pronta a riceverlo, e rinviò le fanti.
Tranne il pallore un po' più intenso, lo sguardo un po' più vago, la pupilla un po' più larga e fosca, e l'andare un po' più affranto, alcun'altra traccia non restava della crisi della notte sulla persona del principe. Era ridivenuto quel giovane calmo, bello, dalle maniere eleganti, che seduceva il mondo.
Vestito come per una visita di mattino ad una persona estranea, guantato, cappello in mano, e' si avanzò di un'aria serena e grave nel boudoir di sua moglie.
La principessa si levò.
Il suo primo movimento fu di rinculare di un passo. Poi, si precipitò incontro a lui.
Il principe la salutò rispettosamente, e, prendendola dalle punte delle dita, la ricondusse al canapé. Rimarcò che la tremava tutta.
—Madama—disse egli, dopo alcuni istanti di silenzio, unicamente turbato dal sibilo della respirazione commossa,—madama, io vengo a prendere i vostri ordini. Sono costretto a partir oggi stesso pel castello di Lavandall, ove mia madre mi aspetta da qualche giorno, ed ove mio fratello arriva stasera. Vengo a dimandarvi ciò che meglio gradite: se ritornare a Londra, restare a Parigi o permettermi di offrirvi l'ospitalità nella mia dimora.
—Monsignore, rispose Maud, tremando sempre e biascicando—ciò che vi dissi ieri, non lo ritratto oggi. Sono la vostra consorte, vi seguirò dappertutto.
Il principe salutò e si tacque un momento. Poi riprese:
—Madama, la vita al castello di Lavandall è ben triste, sopratutto monotona.
Maud sorrise malinconicamente.
—Un immenso edificio di granito grigiastro, addossato ad una montagna sterile, spaziando sur una pianura immensa, alberata, traversata da un fiume dalle acque terrose, circondato da villaggi con contadini più o meno infelici… ecco il castello!
—Io amo le montagne, amo i boschi, amo i fiumi, amo i disgraziati—rispose Maud, bassando gli occhi. Amo sopratutto la solitudine.
—La vita che si mena in quella magione—continuò il principe—è delle più lugubri. Il signore del luogo detesta e disprezza il mondo; lo fugge per conseguenza. Di visite, rarissime. Giammai feste. Non cacce. Qualche passeggiata solitaria. Sempre il silenzio. Gli stranieri potrebbero dire che la è dimora del rimorso. Altri sanno che la è il coviglio del dolore.
Maud si alzò come spinta dall'impeto di un sentimento generoso.
Il principe restò assiso e freddo. E continuò:
—Voi vedete, madama, che vi condannereste al più squallido dei chiostri, scegliendo quella residenza.
—La scelgo—rispose Maud, risedendo lentamente.
—Sola, straniera sur una terra straniera, in mezzo a stranieri, ecco, madama, ciò che voi sarete nel castello di Lavandall—soggiunse il principe, alzandosi a volta sua. Io parto stasera. La vostra servitù attende i vostri ordini, madama, per partire o restare, per seguirvi dovunque. Il mio notaro vi comunicherà, madama, che da domattina vi è una pensione di 200,000 franchi di rendita annua, costituita in vostro favore.
—Vi ringrazio, signore—rispose Maud con fierezza, raddrizzandosi sulla persona. Io non posso accettarla. Il mio posto è assegnato al vostro focolaio. Esso sarà così esiguo che io potrò farmelo; ma vi resterò—finchè non me ne avrete scacciata. Dio mel comanda.
—Sta bene—rispose il principe. Addio, madama. Non vedrete più nulla che possa cagionarvi ripulsione.
E così parlando, senza aspettare risposta, salutò rispettosamente ed uscì.
Maud lo seguì degli occhi; poi si accasciò sul divano e pianse.
Il principe partì la sera alle sette, non menando con sè che il suo vecchio intendente, il quale da quindici anni conosceva tutti i suoi segreti.
Maud diè congedo alle cameriere che l'avevano trovata la mattina in così lagrimevole stato, e partì la sera stessa, alle otto, accompagnata da quella fanciulla inglese, cui il principe le aveva dato quando la tirò dall'ospizio, e che le si era affezionata. Ella condusse seco altresì un maggiordomo, anche inglese, che l'aveva seguita da quell'epoca.
Quindici giorni dopo, il principe e la principessa di Lavandall entravano insieme al castello. Il principe aveva aspettato Maud ad una giornata di distanza dalla sua residenza.
Ora, quella residenza non era poi così tetra e desolata come il principe l'aveva dipinta a sua moglie. La si sarebbe detta, al contrario, un castello reale.
Era tutta costruita in marmo rossastro, vasta, ornata di terrazze che sporgevano sur una immensa campagna, bellissima. L'attorniavano dei bei giardini con ricche stufe. La popolavano un centinaio o due di servi. I mobili erano di un gusto squisito; le tappezzerie ricchissime; i quadri preziosi; le curiosità senza numero: tutto scelto, insomma, con intelligenza, gusto e conoscenza.
Una foresta di dieci leghe di diametro, ove serpeggiava una riviera dalle acque malinconiche e chiare, era gremita di laghetti, come dei pezzi di argento gittati sur un verde tappeto.
Il castello dominava, a parecchie leghe d'intorno, un numero di piccoli villaggi, con dei chalets dallo stile bisantino, chioschi e minareti di stagno, che risplendevano all'aurora ed al tramonto come guglie di oro, quando il sipario della nebbia, ondulata come i cavalloni del mare, si diradava.
Il clima era dolce. Il cielo profondo e sereno. L'aria pura. La contrada poco montuosa, ma non monotona. Perocchè una vegetazione vigorosa, animata, da parecchi corsi d'acqua, carezzava lo sguardo per una verdura graduata di tutte le tinte.
Un corriere aveva annunziato l'arrivo del signore. Tutti erano dunque in trambusto, e trenta mila fiaccole di legno resinoso rischiaravano la via al principe ed alla principessa, in mezzo ai loro servi, schierati su due file.
Il conte Alessandro venne loro all'incontro.
Erano parecchi anni che i due fratelli non si erano visti, benchè si scrivessero ogni settimana, l'uno per raccontare le sue imprese alla corte di Nicola, l'altro per minutare la storia della sua anima.
Io dico la storia della sua anima, imperciocchè il principe Pietro non partecipò mai nè a sua madre, nè a suo fratello, l'istoria dei suoi matrimoni naufragati, nè la storia di Maud.
Questa fanciulla era per tutti (la zia di Alemagna e la regina di
Würtemberg tranne) la contessa di Walenheim.
Non appena i due fratelli si scorsero, balzarono di vettura e caddero l'uno nelle braccia dell'altro.
Restarono qualche minuto così, senza dir verbo.
Infine, Alessandro richiese suo fratello di essere presentato alla principessa.
Maud, imbaccuccata in una calda e ricca pelliccia, si teneva rannicchiata in uno spigolo della carrozza. Un raggio di Luna, a traverso i cristalli degli sportelli, le aleggiava sul viso e ne accresceva la pallidezza. Aveva l'aria di una visione.
Quando il principe aprì lo sportello per presentarle suo fratello, un fiotto di luce delle fiaccole, che circondavano la vettura, la inondò. La visione sembrò arrossire. Un hourrah! eclatante corse su tutta la linea, mentre il conte Alessandro diceva di una voce commossa:
—Permettete, madama, al primo dei vostri vassalli di baciare la vostra mano.
Quella mano era ghiacciata e tremante.
Alessandro la sentì a traverso il guanto.
Maud rispose semplicemente:
—Grazie, fratello!
Ma i due fratelli avevano tante cose a dirsi; Alessandro aveva tanti complimenti a fare a Pietro sulla bellezza della sua consorte; bruciava tanto di comunicargli tutt'i suoi progetti, tutti i suoi favori alla corte, sopratutto dello tzar… Il principe entrò nel coupé del fratello, e Maud continuò il suo viaggio sola.
Ciò colpì Alessandro. Si astenne però di esprimere alcuna osservazione.
La loro madre li aspettava sotto la marquise del verone, fra un esercito di lacchè e di servi che riempivano l'aria di acclamazioni.
La vista di Maud li abbarbagliò tutti.
E per questa semplice ragione, la giovane principessa spiacque alla vedova suocera.
Il principe condusse Maud nell'appartamento di lei, per riposare, per prepararsi al banchetto ed alla festa di notte che li aspettavano.
Entrando nella camera da letto, i loro sguardi caddero sur una lettera, in un vassoio d'oro, sopra una piccola tavola di malachite. Il principe, credendo che quella lettera, la quale li attendeva, fosse a lui destinata, la prese. Però, leggendo che l'indirizzo portava il nome di Maud, gliela rimise.
Questa l'aprì sbadatamente.
Era una lettera di mistress Grown, che ne conteneva un'altra.
Maud l'aprì, lesse e barcollò.
Il principe rimarcò tutto e non profferì verbo.
Maud gli porse allora ambo le lettere.
Il principe non lesse quella di mistress Grown. Lesse a mezza voce l'altra, concepita così:
«Se un dì sarete svanturata ed avrete bisogno di aiuto, scrivete ogni primo giorno del mese a mistress Evelyn March, fermo in posta, a Londra, e sarete protetta. Siete amata, avvegnachè sembriate abbandonata.»
Il principe salutò sua moglie, restituendole la lettera, senza soggiunger motto, ed uscì.
Maud gettò la lettera nelle fiamme del focolaio, e, malgrado lei, scattò fuori dal suo petto come un grido:
—È troppo tardi!
Il principe l'udì, e volse la testa per osservare sua moglie.
Ella contemplava quasi con gioia la distruzione di quel foglio di carta, che la rallegava ad un mondo sconosciuto.
Il principe portò ambe le sue mani al volto, e scomparve dicendo:
—Povero me!
Noi passiamo oltre la descrizione delle feste.
Lo tzar Nicola e la tzarina mandarono un monille di diamanti alla giovane sposa, ed un invito pel castello dell'Hermitage.
A cinquanta leghe intorno, la nobiltà russa venne a visitare la nuova castellana, e tutti si accomiatarono incantati. Perocchè non è mestieri di dire che la storia misteriosa di questi due martiri restò sprofondata nei loro cuori.
Il carattere del principe Pietro non sorprese alcuno. Alla Corte stessa dello tzar erasi favellato dei suoi gusti da scienziato e della sua capacità; ciò che aveva occasionato il rumore, lo tzar lo avesse in vista per un posto diplomatico. Ma se tutti—e la vecchia principessa ella stessa—s'ingannarono, vi eran ben due occhi, i quali, non fissandosi mai sovra alcuna cosa, vedevan tutto e vedevano a fondo.
Un mese scorse.
Esso era sembrato un'eternità alla vecchia principessa, che l'aveva passato mezzo a sbadigliare, mezzo a correr dietro al suo giovano marito. Il quale, a volta sua, correva dietro alle giovani contadine del principe, quando non era ubbriaco. Questo soffri-amore di una civetta di cinquantatre anni, imbalsamata di divozione e d'ambizione, avrebbe destato pietà, se non fosse stato ridicolo.
Non avendo dunque ad esercitare nè l'ambizione, nè la civetteria, nè la divozione a parata, in quel tetro castello di Lavandall—ove un giovane sole esso stesso spegnevasi—la principessa Antonietta parlò di ritorno a S. Pietroburgo, onde assistere alle ultime feste della stagione.
Il suo figlio primogenito non la ritenne.
Il suo figlio cadetto la sollecitò a partire, promettendole di andarla presto a raggiungere.
Ed il conte polacco la rapì quasi, vedendosi sorvegliato da vicino—in questa residenza di provincia—dal suo terribile dragone.
Partirono.
Alessandro restò.
Chi lo ritenne?
L'affezione per suo fratello.
Egli ignorava la ragione delle cose; ma aveva tutto indovinato: l'amore del principe per sua moglie; la pietà di Maud per suo marito; la loro vita solitaria e separata, in quell'appartamento che simboleggiava agli sguardi del mondo un nido di amore. Alessandro aveva intravisto che un abisso divideva questi due esseri, cui scorgevansi traversare insieme il cammino della vita.
Una circostanza però gli porse ben presto il filo di Arianna del mistero che lo investiva.
Dopo la cessazione delle feste e la partenza della vecchia principessa, la calma rientrò nel castello di Lavandall. E' non vi risuonava oggimai che una voce: quella del conte Alessandro. Non altro movimento lo turbava che quello cui vi portava il giovane conte con le sue cacce perigliose, le sue escursioni nelle vicinanze, i suoi fucili, i suoi cani, i suoi cavalli, i suoi compagni di piacere, i quali venivano a prenderlo od a tenergli compagnia.
Maud passava come un'ombra bianca e silenziosa in mezzo alla calma, o piuttosto al vuoto, che si allargava intorno a lei più sempre e poi sempre.
Non eravi attenzione minuta, prevenenza ch'ella sparmiasse a suo marito. Indovinava i desiderii di lui ed andava loro incontro. Faceva dei miracoli per imparare certi pezzi di Bellini e di Donizzetti, i quali le era sembrato toccassero di più il principe nei suoi viaggi per Francia ed Italia. Ed ogni sera, dopo il thè, ella lo prendeva dolcemente per la mano, si slanciava al piano, e gli modulava, a voce bassa, per lui solo solo, l'aria che aveva discifrata nel dì.
Ella divorava la notte i poeti, per recitare a suo marito gli squarci i più belli, nelle loro rare passeggiate sulle terrazze del castello, od accanto al fuoco, la sera. Ella studiava le scienze naturali, onde avere un obietto di conversazione che sembrava più gradevole al principe. Ella sapeva far nascere sul suo sembiante un sorriso che non era nella sua anima, per offrire un raggio di aurora a quella notte.
Gli è vero che nel suo sguardo Maud portava più sollecitudine che tenerezza; che dalla sua conversazione la parola amore era esclusa; ch'ella non fece giammai un segno per incoraggiar suo marito a rompere la cerchia terribile cui aveva scavata intorno a lei la sua prima notte di nozze; ch'ella non fece giammai un'allusione tenera per alleviare il supplizio di quel Tantalo; ch'ella non indicò giammai la via del cielo a quel dannato. Però, se si fosse scandagliata l'anima della giovane donna, vi si sarebbe forse trovato più timidezza che avversione.
Il principe le ispirava paura e pietà.
Se l'orrore non vi si fosse mischiato, l'amore vi si sarebbe guizzato.
Il principe, dal lato suo, non provò di nulla per favorire le proferte di sua moglie, i primi passi. Egli l'amava alla follia, e perciò appunto si mostrava più inesorabile. S'immergeva nella solitudine e nello studio. Correva i boschi a cavallo, seguito unicamente da Ivan (il servo fedele, che non lo aveva abbandonato da quindici anni), esecrando la vista delle umane creature, involandosi a sovvenenze che lo stringevan di presso, fuggendosi, fuggendo, reprimendo forse i rimorsi di non aver parlato, come parlato aveva ad Aurora Mortier, prima del matrimonio.
Egli cercava sottrarsi alla febbre dei desiderii che lo bruciava; scappar forse a suo fratello, la di cui gaia e sana giovinezza lo gittava in un vortice di delirii.
Il principe avrebbe voluto obliare, e si sentiva di più in più attirato, con una vertigine spaventevole, dagli oggetti ch'ei si sforzava di estirpare dal suo cuore e dalla sua memoria.
Maud lo fascinava.
Alessandro lo inteneriva.
Il principe passava le sue giornate nella biblioteca del castello, toccando a mille libri e non leggendone alcuno.
Parlava poco, talvolta con durezza, con ironia sempre. Ascoltava Maud distratto; suo fratello, attentamente. Egli spiava sempre, intento all'incognito, all'assente, a quello che sbrigliava la bufera nel fondo dell'anima sua ed aleggiava negli spazi infiniti. E' non sarebbe stato che una mente malata, se la prudenza, il soffio sì vicino, la vista sì abbagliante della sua giovane sposa—che gli svolazzava intorno come una nera farfalla—non lo avessero briacato di una demenza sensuale.
Quinci la sua malattia s'inciprigniva.
Quando e' la sentiva approssimare, sia che fosse nella sua camera da letto, o nel suo gabinetto, o nella sua biblioteca, egli toccava un campanello, in un modo convenuto, ed Ivan accorreva ed asserragliava le porte, ove egli restava a guardia fino a che la crisi non si fosse dissipata.
La consegna era inviolabile.
Ora, egli avvenne un giorno che il conte Alessandro avesse urgente uopo di parlare a suo fratello. Ne andò in busca alla biblioteca, ove recavasi di ordinario dopo l'asciolvere. Alessandro incontrò Ivan alla porta.
—Il principe è qui, Ivan?
—Sì, padrone.
—Apri.
—Non si entra, padrone.
—È egli solo?
—Solo.
—Lavora dunque?
—No.
—Apri.
—Impossibile, padrone.
—È per suo ordine?
—Padrone, sì.
—Che fa egli dunque?
Ivan si tacque.
Alessandro riflettè, poi soggiunse:
—Cotest'ordine riguarda me solo?
—Gli è per tutti, padrone.
—Anche per sua moglie?
—Padrone, sì.
—Ma egli non è ammalato, m'immagino, Ivan?
Ivan non rispose.
Alessandro riflettè, poi domandò:
—Posso tornare più tardi?
—Forse, padrone. Ma gli è meglio che non rivenghiate.
—Che cosa è codesto mistero?
Ivan tacque.
—Gli è la prima volta che mio fratello ti dà quest'ordine?
—L'è una consegna per certe circostanze.
—E se forzassi la consegna, Ivan?
—Padrone, bisognerebbe uccidermi prima. E poscia non sareste contento di essere entrato.
—Ne sei tu sicuro?
Ivan restò silenzioso.
—Me ne lamenterò a lui, Ivan, e tu sarai punito.
—Voi gli fareste della pena, padrone.
—Ma se la principessa volesse entrare, glielo impediresti tu veramente?
—A lei più che a tutt'altri padrone.
Alessandro si allontanò, pensieroso, ed uscì nel giardino.
Maud vi passeggiava.
Essi s'incontrarono di un tratto al gomito di un viale. Per un movimento istintivo, entrambi fecero un passo indietro onde evitarsi. Poi, arrossendo entrambi, si avanzarono vivamente l'uno all'incontro dell'altra, e si stesero la mano.
Seguì un momento di silenzio, camminando sempre verso la porta a vetri che immetteva in una sala del castello. Alessandro sforzandosi a ridere, disse infine:
—Cognata, io m'immagino che Pietro è in via di scoprir l'elexir della giovinezza eterna, perchè egli à piantato alla porta della sua biblioteca il suo cerbero Ivan, ed alcuno non entra.
Maud ebbe un brivido che non sfuggì agli occhi dei conte Alessandro.
—Io sono stato or ora mandato via—continuò egli—E se voi vi andaste, cognatina, avreste la stessa sorte. Me ne sono informato.
—Io non vi andrò, no—gridò Maud, di una voce che denunziava il terrore.
Maud non aveva parlato mai di suo marito con suo cognato. Ella ignorava dunque se questi conoscesse o no il segreto della malattia di lui. Ella aveva però sospettato talvolta che il fratello e la madre dovessero tutto sapere.
—Allora, voi siete a giorno di ciò che egli fa—riprese Alessandro con calma. Non parliamone più.
—Ma voi, voi non sapete dunque nulla?—dimandò Maud con ansietà.
—Che dunque, cognatina?
Maud scoppiò di un tratto in una esplosione di lagrime, e fuggì al suo appartamento.
Alessandro restò a piè del verone, come una statua. La sua immaginazione batteva i campi a ragione di cento mila leghe al minuto.
Una mano si poggiò sul suo braccio.
Il principe—rimesso dell'accesso—si era trascinato al balcone della biblioteca per rianimarsi al soffio di una giornata di maggio. Aveva visto sua moglie e suo fratello passeggiare. Non aveva udito la loro conversazione. Ma lo scoppio di lagrime e la fuga precipitosa di sua moglie lo avevano colpito. Uscì dunque e venne a suo fratello.
Questi, sempre assorto, non lo guardò e si lasciò condur via, dietro un ciuffo di arbusti, ove erano dei sedili di marmo.
Il principe si assise, in faccia ad un raggio di sole di pieno meriggio.
—Alessandro, cosa ài tu detto a Maud per farla piangere e scappar via così precipitosamente?—dimandò egli di una voce calma e sorda.
—Che tu non avevi voluto ricevermi… Ma che è dunque?—gridò Alessandro prendendo suo fratello fra le braccia. Mio Dio! che è dunque? Come sei pallido? come i tuoi lineamenti sono alterati! i tuoi capelli sono irti sul capo; i tuoi occhi smarriti, stravolti!… Dio mio! Dio mio! la tua camicia, la tua bocca, la tua barba sono macchiate di sangue… Pietro, Pietro… cosa è dunque, fratello mio?
—Nulla, Alessandro—rispose il principe provando di sorridere. O' avuto un terribile mal di denti ed ò tentato strapparne uno… senza riescirvi. Le gengive àn sanguinato… Calmati… e grazie.
—Pietro…—sclamò Alessandro, fissando il suo sguardo scrutinatore sul fratello, con un accento di rimprovero. Pietro, tu mi nascondi un segreto ch'altri conoscono, perfino un servo. Io credeva che tu mi amassi.
Pietro cacciò il capo nelle braccia del fratello, e non rispose altrimenti che per un singhiozzare represso.
Alessandro se lo strinse vivamente sul cuore e lo baciò sulla fronte, senza turbare il suo silenzio. Infine, il principe si raddrizzò bruscamente, e, prendendo il braccio del fratello, sclamò:
—Io non voglio involare alla provvidenza l'ufficio di fare dei miseri. Maud sorprese il mio segreto… e tu l'ài vista piangere. Tu pure, sarai tu un giorno testimone della mia miseria, ed il dolore entrerà nel tuo cuore. Non anticipiamo nulla. Il cordoglio arriva sempre troppo presto.
E dicendo ciò, e' tornò di un passo frettoloso nel suo appartamento, e vi si rinchiuse fino all'ora del pranzo.
A tavola si vide l'uomo consueto, calmo, composto, elegante… La procella era passata, non lasciando altro guasto che quelli cui essa aggiungeva ogni dì nel cuore più che nel corpo dello sventurato.
Alessandro però era stato profondamente colpito da quelle mezzè rivelazioni della giornata. Egli dava la caccia alle supposizioni le più stravaganti, ma sempre lontane dal vero.
E' non si abbassò ad interrogare Ivan.
E' rinunziò a comprendere suo fratello.
Egl'intraprese ad osservare sua cognata.
Alcuno non nasconde un segreto come una donna. Però, se il suo cuore vi è implicato, ella à inevitabilmente dei momenti di abbandono in cui si tradisce.
Se il giovane conte fosse stato un acuto psicologo, le sue osservazioni avrebbero presto messo capo ad un risultato. Ma il conte Alessandro non aveva persistenza nella sua analisi. Imperciocchè egli cominciava sempre per mettere innanzi il cervello, e lo trovava poi sempre distanzato dal cuore.
Lo studio di Maud era, gli è vero, fascinante. Ma forse, pure il conte
Alessandro non fece nulla per scongiurar la magia.
Nell'esploramento di questa miniera misteriosa di un'anima, e' non rivenne che diamanti: la purezza, l'ingenuità, il candore, l'affezione, la divozione, la pietà, la tenerezza…. Maud cantava tutta la solfa della virtù per quel filosofo di venticinque anni, il più bel giovane dell'impero russo—«dopo l'imperatore» soggiungevano i cortigiani.
La bellezza di Maud era irresistibile. L'insieme lo aveva impressionato a prima vista. L'esame dei dettagli lo esaltava adesso.
E' si proponeva di sorprendere negli occhi di sua cognata il secreto della desolazione di lei… e si vedeva nascere l'iride! Egli sperava strapparle dalle labbra la parola del mistero… e vi vedeva pullulare baci che dimandano le ali! E' scandagliava la pallidezza di quel sembiante… e vi scorgeva la trasparenza! E' si aspettava a ritrovar su quella fronte le stigmate dell'ambascia… e vi leggeva l'elevazione della preghiera! La desolata si cangiava in fata; la fata cingeva l'aureola di una santa.
Che distanza dalle voluttuose bellezze che l'avevano inebriato alla corte di Pietroburgo! Queste gli inoculavano la febbre; Maud, l'estasi.
Maud metteva in evitare suo cognato la sollecitudine cui questi metteva ad incontrarla. Ella non usciva sola nel giardino, nel parco, a cavallo, in visita per soccorrere ai bisogni dei suoi servi, che quando il conte Alessandro era partito per la caccia o in visita presso i vicini. Ella voleva sfuggire le spieghe ulteriori sul conto di suo marito: ecco tutto.
Aveva dessa compresa altra cosa?
Ella aveva potuto avere un'intuizione, un sogno forse; ma non altro indizio che questi.
Ah! se ella avesse potuto interrogare suo marito che era sì penetrante!
Che abisso, infrattanto, in questo povero cuore torturato!
Il principe di Lavandall diveniva ogni giorno più misantropo. Gli era perchè gli accessi della sua malattia, lungi dal distanzarsi, si rapprossimavano?
Ogni qualsiasi cosa lo stancava adesso. Ogni piccola emozione lo scuoteva, al punto ch'ei non poteva più tollerare le corte conversazioni accanto al fuoco, dopo il desinare, ed i bricioli di musica cui Maud gli regalava all'ora del thè, come per lo avanti.
Adesso, dopo il pranzo, il principe si ritirava nelle sue stanze.
Maud lo imitava.
Il conte Alessandro passava le sue serate come poteva.
Talvolta però, alzandosi da tavola, il principe diceva al fratello:
—Vuoi che andiamo a prendere una tazza di thè da lei, se non la scomodiamo poi troppo?
L'invito era un gaudio per il giovane conte; un ordine per la moglie.
Ma la riunione non si prolungava mai al di là delle nove.
Maud ed Alessandro vedevano bene che la salute del principe si alterava di peggio in peggio; che lo spirito di lui era più colpito, che la melanconia lo divorava.
Un giorno, Alessandro gli propose di fare un viaggio in Francia; andare alle acque in Germania. Gli occhi del principe corruscarono, e non rispose.
La vita diveniva intollerabile. Ora, se Maud aveva il dovere di subirla e l'abitudine di soffrirla, quali erano le ragioni—dimandavasi il principe—per le quali il giovane conte vi si sottometteva? Perchè non ritornava egli alla corte, piuttosto che proporre distrazioni di viaggio? Che interesse aveva egli a restare in quel soggiorno di cordoglio e di ombre—lui cui le feste invocavano, cui l'amore agognava, cui il favore del sovrano attirava?
Il principe Pietro trovavasi una sera sotto l'imperio di queste riflessioni, prendendo il thè da sua moglie, in compagnia di suo fratello, quando e' credette sorprendere, e sorprese di fatto, uno sguardo di intelligenza in fra le due giovani persone.
Lo sguardo del conte era intenerito; quello di Maud, spaventato.
E si facevano segno.
Il fatto è che la fisonomia del principe si scomponeva a vista; che i suoi occhi addiventavano orribilmente stralunati; che un pallore cinereo si diluiva sul suo sembiante; che la sua bocca contorcevasi; ch'e' tremava tutto; che sforzavasi di aggraffarsi alla tavola, al seggiolone; che, una parola agonizzava a rantolo nella sua strozza.
Maud diceva degli occhi al conte: chiamate Ivan!
Il conte si sentiva il cuore compreso di una pietà senza limite per suo fratello, cui egli tanto amava e cui vedeva tanto soffrire.
Il principe colse quello sguardo e cadde di peso sul solare, innanzi che suo fratello gli aprisse le braccia.
Maud gettò un grido di terrore e fuggì.
Il conte Alessandro possedeva adesso il segreto di quel disastro di famiglia. Egli rilevò suo fratello che si dimenava nelle convulsioni, e lo depose sur una dormeuse. Poi e' corse a chiudere gli usci, e fece chiamare Ivan.
Ivan venne. Ed ambo assistettero con amore la povera creatura perduta in tanta sciagura.
Alessandro restò presso di suo fratello tutto il tempo che le convulsioni durarono. Quando però la crisi si calmò, e' si ritrasse, onde non umiliarlo di sua presenza al ritorno dei sensi. Egli entrò nel gabinetto vicino, per sortire, e si fermò sulla soglia.
E' vide Maud a ginocchio, che pregava, suffusa, annegata nelle lacrime, gli occhi rivolti al cielo.
Il conte non seppe dominare la sua commozione. Fece un passo verso di lei, le cadde accanto in ginocchio e prendendole la mano gliela baciò.
Quel bacio era una rivelazione, una confessione, una catastrofe: esso risuonò.
Il principe sentillo ribalzare sul suo cuore, e levò la testa—sotto il peso ancora della mano della malattia.
E non potè sollevare il suo corpo. Ma e' vide suo fratello traversare la camera, senza volger la testa dal lato suo, e partir precipitoso.
IV.
Le spiegazioni.
Una settimana passò.
Il principe non uscì dai suoi appartamenti. Altri che Ivan non vi fu ammesso. A Maud e ad Alessandro, che andavano ogni giorni a chiedere nuove di lui, il laconico guardiano rispondeva invariabilmente:
—Meglio, ma non ancora in istato di ricevere.
Infine, un mattino, quando il conte si presentò per udire il bollettino ordinario sulla salute di suo fratello, Ivan gli disse:
—Il principe sta bene. Egli è uscito or ora a cavallo, e vi prega, padrone, di andarlo a raggiungere nello sboscato del lago.
—Non à detto altro?
—No, padrone.
Alessandro uscì, preoccupato.
Qualche minuto dopo saliva a cavallo.
Era una bella giornata in sul finire di maggio. Faceva ancor freddo come in febbraio a Palermo, ma la neve aveva fuso. Gli alberi delle foreste si coprivano di giovani foglie. Il sole svestiva le sue ultime nuvole e si alzava sereno e pomposo. Le viole smaltavano le macchie. Gli uccelli, disgelati, provavano melodie—per accertarsi che il freddo del verno non li aveva arraucati. Il cielo era puro, ma di un turchino grigiastro, ove una brezza tagliente ed uggiosa sforzavasi a connettere dei lembi di nuvole bianche.
Le bestie, magre e sporche, che aveano passato l'inverno negli stabbi, covavano i campi e la foreste di uno sguardo gaudioso, tosando qui un ciuffo di giovani erbe, decapitando là le cime degli arbusti. Il contadino, la contadina, sollecitavansi a dimandare alla terra la sussistenza del nuovo anno. Tutto spirava la giovinezza, la gioia, la pletora della vita che spandesi al di fuori. Un soffio di amore avviluppava la creazione, che sembrava palpitare e sorridere.
Un uomo solo trascinavasi quivi, tetro e freddo come le notti della
Siberia: il principe di Lavandall.
Egli aveva legato il suo cavallo ad un cespo, ed erasi assiso sur un tronco di albero, alle sponde del lago.
Il lago azzurro corruscava, sotto i raggi del sole, come un monile di diamanti alle faci di una festa. Il principe contemplava il respirare delle onde; ma non scorgeva nulla. Imbaccucato in ampia pellicia, egli meditava, o piuttosto continuava il vaneggiamento che l'assorbiva da otto giorni. E' non si accorse neppure dell'arrivo di suo fratello.
Il conte Alessandro, da che scorselo da lontano, accelerò il passo, discese da cavallo, ed avanzò verso il principe, gridando:
—Eccomi qui, Pietro.
Il principe fece una mossa come qualcuno che si risveglia di soprassalto, e fissò il suo sguardo freddamente violento e acuto sul sembiante aperto del giovane.
Il conte gli aveva tesa la mano.
E' non toccolla.
—Pietro—disse il conte un po' sconcertato dell'attitudine sinistra di suo fratello—mi avete fatto avvertire di venirvi a trovar qui. Sono felice di vedervi.
E stese di nuovo la destra, cui il principe si astenne dallo stringere.
—Conte Alessandro di Lavandall—sclamò egli infine di una voce lenta e cavernosa—avevate desiderato di conoscere il mistero della mia vita. L'avete conosciuto; l'avete visto.
—Fratello—mormorò il conte mettendosi le mani sul volto—io ne sono annientato.
—Io pure—continuò il principe senza porre mente alle parole del fratello—io pure, io, voleva sapere. O' saputo; ò visto.
Alessandro impallidì e traballò.
—Ebbene—soggiunse il principe—poichè vi aveste il malanno di avvicinare le vostre labbra a questa coppa di fango e di lagrime, cioncatela tutta, fino alla belletta. Sappiatevi il resto.
Alessandro incrocciò le braccia sul petto, e restò impiedi, lo sguardo al suolo, l'aria costernata.
—Io sono un misero—sclamò il principe di una voce sorda e concentrata. A venticinque anni, colmo di tutti i favori della fortuna, io desidero la morte. Mi dicono avvenente; son di gran nascimento; sono ricco… e fo orrore! Io invidio la sorte del mendicante ebreo, cui i cani mordono all'uscio nostro: e' non è che povero! Io mi ebbi bello ad interrogare la scienza. Questa cortigiana, non à sorriso per la sventura. Essa civetta con le piccole malattie. Biascica nonsensi, in presenza di quei castighi fatali che si addimandano tisi, apoplessia, epilessia, gotta, ed il resto. Mi son tuffato nello studio, nelle feste, nei viaggi, nei pericoli i più insensati, onde, almeno, obliare. In capo a tutto ò trovato quest'orrido spettro… Ed il mondo sclama sul mio passaggio: che à dunque fatto quest'uomo alla Provvidenza per strapparlo lo scrigno delle felicità?!
—Ah! se sapessero!…—mormorò Alessandro.
—Proprio così; perocchè, quando si seppe, il ritornello cangiò. Il tempo delle prove arrivò. Pensai ad ammogliarmi.
Alessandro abbrividì.
Il principe avvertì quel sussulto.
—Incontrai nei saloni di Parigi una stolidella, figlia di un conte mendicante, debosciato, spia della corte di Roma, strumento dei gesuiti. Io non avrei voluto toccare della punta delle dita la donzella, della punta dei piedi il padre. La chiesi in matrimonio e feci la corte al sacripante. Tutto vola sulle ali di oro, cui io appicco all'affare, e gli sponsali si fissano. Io condussi il padre nel suo gabinetto, e gli dissi:
«—Conte, ò un segreto a rivelarvi.
«—Che dunque?—sclamò il facchino—Sareste voi che avete ucciso l'imperatore Alessandro?
«—E se ciò fosse?—risposi io, facendomi violenza per non schiaffeggiarlo—mi rifiuteresti voi la vostra figliuola?
«—Io direi—replicò il conte—uccidete lo tzar Nicola…. Questo cancella quello. E vi consegnerei mia figlia.
«—Voi mi confortate—ripresi io con un sorriso di sprezzo non dissimulato. Ma io sono meno colpevole di così. Il mio segreto è questo: io sono epilettico.
Il conte si alzò e salutò.
«—Principe mio—diss'egli—se io avessi a fare ad un borghese arricchito, ad un plebeo liscivato alla savonnette à vilain, a cui io avessi promesso mia figlia per ragione dei suoi scudi, io direi: Puah!—E chiamerei il mio lacchè per ordinargli: Riconduci il signore!
«—Bene—sussurai io fremendo—ed a me che dite voi, signor conte?
«—Principe—continuò egli—voi sapete che io non amo mica mia figlia alla follia. Malgrado ciò, io ò la coscienza di dirvi: principe, permettetemi che io ritiri la mia parola. L'epilessia in Francia fa orrore. Essa è considerata come una malattia ridicola ad un tempo che sordida.»
—Noi non seppimo mai nulla di codesto—osservò Alessandro.
—Vel celarono. Tutta Parigi conobbe che io aveva toccato un rifiuto da quel conte alle piccole limosine. Viaggiai. Conobbi a Roma un'altra giovinetta. Ella era bella, figlia del popolo, artista, senza pregiudizi, povera, piana di spirito…. Al posto mio, altri avrebbe provato di farsi di lei una ganza. E perchè no? Kaunitz diceva a Maria Teresa: che ogni donna diviene ganza dell'uomo che può sborsarne il prezzo. Io aveva il prezzo di Aurora Mortier. La dimandai, al contrario, in matrimonio. Questa volta non mi diressi ai parenti, ma a lei stessa, alla persona interessata:
«—Mio bell'angelo—le dissi—questo fiore, che vi sembra sì bello, à un intacco; esso è stato morsicato da un bruco. Io sono epilettico.
«Aurora rinculò all'altra estremità dello studio, e gridò:
«—Giammai, principe, giammai! Io non mi caccierò mai in fra le braccia di un uomo che, volendomi dare un bacio, può spezzarmi la spina dorsale in un accesso di convulsione.»
—Insolente!—sclamò Alessandro.
—Ella aveva ragione—riprese il principe sospirando. Non è mancato di un mezzo secondo che codesto non sia capitato alla mia ultima.
—Alla principessa Maud?—sclamò Alessandro rabbrividendo.
—Sai tu ove ò io raccolto codesta principessa, conte Alessandro? Io mi dissi: l'aristocrazia non vuol di me; la borghesia non vuol di me; scandagliamo il nulla. Proviamo di una di quelle creature che non ànno nè padre, nè madre, che sono figlie della deboscia, della miseria, dell'onta, dell'adulterio, del delitto… chi lo sa? L'è la schiuma delle sentine delle grandi città. Ebbene, io discesi in un ospizio di trovatelli e ne cavai questo cencio.
—Quella stella!—gridò Alessandro con fermezza.
Il principe non fece attenzione a questo grido, e continuò.
—Con costei fui più generoso che con le altre. Le dissi che una grande sventura pesava sul capo mio. Le dissi che io era stato repulso due volte. Mi offersi a rivelarle tutto. La supplicai ginocchioni di non giudicarmi innanzi di udirmi… Io l'ò amata… io l'amo… Le ò offerto la libertà, la ricchezza… Le ò detto di fuggirmi, di andar a vivere ove ella volesse, dove la vita potesse essere per lei un cielo stallato di gioie… Ella à voluto restare.
—Ed è questo il suo delitto? obbiettò Alessandro. Ella à fatto il suo dovere.
—Ella à voluto restare, ma la cortina di velluto della sua camera è per me più intraversabile che il mare dei poli. Essa ci separa, come un cratere, dall'ora prima. Maud à voluto restare, ma come uno scherno, come una provocazione, come un rimorso, come un rimprovero, come una vendetta, come un supplizio. Ella à voluto restare per scavare a questo dannato un inferno più profondo dell'inferno—gridò il principe, alzandosi. Voi avete spaventata la mia agonia col rumor dei vostri baci… Ed io rivivo per punire.
Egli aspettava forse una risposta, poichè si fermò, essendo tremante per tutte le membra.
Il conte Alessandro, pallido come un chiaro di luna, si tacque.
Il principe riprese, di voce solenne:
—Io ti fo giudice adesso. Se io sono colpevole verso quella donna, vendicala ed uccidimi. Se non lo sono, tu mi oltraggiasti. Ti aspetto dunque domani, qui. L'uno di noi debbe restarvi.
E terminando queste parole, il principe Pietro di Lavandall snodò la briglia del suo cavallo, lo montò e partì al galoppo.
Il conte Alessandro rimase per qualche istante immerso nella più profonda preoccupazione, poi si allontanò.
Il principe Pietro aveva tutto preparato per lo scioglimento di questo lugubre dramma.
Maud partirebbe l'indomani, a mezzodì, precedendolo sempre di una tappa. La sua cameriera ed il suo intendente inglese l'accompagnerebbero. Ivan resterebbe presso di lei, fino a che il principe non li avesse raggiunti al villaggio d'Imazoff, a quattro leghe dal castello.
—Ivan—gli disse il principe—con te io non ò, fortunatamente, bisogno di parafrasi per spiegarmi, nè di rettorica per persuadere. Da quindici anni da che vivi meco, ti sei identificato alla mia persona. Tu provi i miei dolori. Tu comprendi le mie sofferenze. Tu indovini i miei pensieri. Tu udisti come me ciò che occorse nel boudoir di mia moglie, mentre io mi torceva negli artigli del male, Ivan, io mi batto domani con mio fratello… Se io muoio… ella non deve vivere.
—Padrone, codesto duello è desso inevitabile?
—Inevitabile! Noi non possiamo più vivere insieme in questo mondo.
—La vostra decisione è dessa irrevocabile, padrone?
—Irrevocabile! Se sarà dunque mio fratello e non io che andrà a raggiungervi al villaggio d'Imazoff, apri la berlina di mia moglie, annunziale la mia morte, e bruciale le cervella di un colpo di pistola. Tu non avrai in seguito a presentare ai tuoi giudici che la lettera cui ti dò. L'imperatore ti farà grazia. Io ti fo ricco e libero.
—Padrone, tutto codesto è inutile: io avrò due pistole. I vostri ordini saranno compiuti.
Il principe l'abbracciò e sclamò:
—Sii benedetto, figlio! Perchè Dio, che le à dato tante cose, non le dette altresì la metà della tua anima?
Ivan uscì.
Il principe passò la sera a scrivere, a bruciare, a mettere in ordine carte. E' non volle ricevere sua moglie—a cui Ivan aveva trasmesso l'ordine della partenza per l'indomani.
Tutto ciò erasi passato presso il principe con una semplicità spaventevole. Nè la sua voce nè quella di Ivan non sembravano più commosse in quei preparativi di omicidio, che se si fosse trattato di una caccia ai colombi. Non quesiti, non discussioni, non dubbi, non esitamento, non rimorso: uccidila; sì!
Il conte Alessandro—il quale aveva compreso, alla voce di suo fratello, ch'ei si trovava in faccia di una fatalità inesorabile—non provò neppure di distornarla o di rimpicciolirla. Egli indovinò che ogni sforzo cui avrebbe fatto per piegare il destino, lo avrebbe anzi aggravato. Ritornò dunque al castello, pranzò nel suo appartamento e si coricò.
Il sonno non si presentò al suo primo appello. Ma il conte l'invocò con un bol di punch: ed il sonno obbedì.
Il giovane, d'altronde, aveva la coscienza in pace.
E' non fu mica lo stesso della principessa Maud.
Parecchie circostanze avevano concorso a cangiare in un'angoscia mortale l'ansietà in cui l'aveva gittato l'ordine di quella partenza precipitata.—Suo marito gliel'aveva fatto ingiungere dal suo maggiordomo.
Ivan, che aveva l'attaccamento il più vivo per Maud, dopo aver compiuto la commissione del suo padrone, le era caduto a ginocchio ai piedi, e baciandole la mano, con un intenerimento profondo aveva soggiunto:
—Voi mi perdonerete, padrona: io debbo obbedire.
Poi soffocato dai singhiozzi, si era precipitato fuori della camera.
Maud avendo mandato la sua cameriera a dimandare a suo marito se la poteva recarsi da lui, Sarah aveva visto sur un canapè, nella biblioteca del principe, una scatola a pistole, e due spade. Tom Barcley, il suo intendente, trovandosi nel cortile quando il conte Alessandro era rientrato, aveva rimarcato che la figura di lui era estremamente pallida, disfatta, stravolta. E Maud avendo, su questa osservazione, mandato questo stesso intendente a dimandare al conte se egli non fosse malato, Alessandro aveva risposto, di una voce interrotta dalla commozione:
—Dite a mia cognata di pregare per me!
A tutte queste circostanze arrogevasi quella voce interna che addimandasi presentimento, e che in certi organismi nervosi acquista la lucidità della profezia.
Maud, natura sognatrice, possedeva questo attributo di seconda vista, e la era affatto donna, come quasi tutte le inglesi.
Le donne del Continente àn tutte, più o meno, delle fibre virili!
Maud comprese che qualche cosa di terribile aleggiava nell'aria; e la sua disperazione aumentavasi, avendo coscienza di non poter nulla scongiurare.
Ah! se ella avesse potuto veder suo marito ed aprirgli il suo cuore!
Ella passò dunque la notte impiedi, ora a piangere ora a pregare—mentre Sarah compieva qualche preparativo di viaggio.
L'alba la sorprese accovacciata sur un canapé, in uno stato di annientamento completo.
Sara supplicolla di andare a prendere qualche ora di riposo, prima della partenza.
Maud si slanciò ad un balcone che sporgeva sulla grande spianata del castello, ed incollò ai vetri il suo viso allividito dal freddo.
Alle dieci, ella vide uscire la briska del conte Alessandro, e dirigersi verso la foresta.
Al punto stesso, Ivan, eccessivamente pallido ed agitato, venne a ricordarle, in nome del di lei marito, che a mezzodì una berlina di viaggio sarebbe nel cortile, e che ella doveva recarsi ad aspettare il principe nel villaggio d'Imazoff.
La vettura del conte Alessandro portava i due fratelli allo sboscato.
Poco dopo usciva Ivan, conducendo due cavalli sellati, carichi di un fascio avvilupato in una coverta da viaggio. Tutte le disposizioni erano state prese dal principe.
Giunta ad un certo punto della foresta, la vettura si fermò, ed i due fratelli discesero.
—Aspettate qui—disse Alessandro al lacchè.
Ed andò a raggiungere il principe che precedettelo a piedi.
Essi non scambiarono una parola.
Non una parola si erano detto nella briska.
Spuntando sullo sboscato, scorsero Ivan che vi spuntava da un altro viale, galoppando a briglia sciolta.
Alessandro sospirò.
Pietro fece un ghigno di sprezzo.
Quando Ivan ebbe raggiunto il luogo indicato dal principe, e' discese e legò i cavalli ad un vecchio abete morto, dai rami scorticati, imbianchiti, senza foglie, che tremavano e risuonavano alla brezza come le ossa di uno scheletro, a cui l'abete somigliava.
Due cavalli! uno per Ivan, l'altro per il sopravvivente. La briska, pel cadavere!
Poi Ivan svolse la coverta, e pose sur essa le due pistole e le due spade.
I due fratelli si approssimarono.
Il primogenito, le mani conserte dietro il dorso. Il cadetto, le braccia incrociate sul petto.
Quando furono giunti al sito dove Ivan li aspettava, fermaronsi, e si trovarono l'uno rimpetto all'altro.
Erano in una specie di aia di qualche centinaio di piedi di diametro, circondata da un gruppo di rocce bianche, arrotondate—le quali di lontano si sarebbero prese per una mandria di vacche della Campania che fa la siesta, tosando viole e bruiere; o per dei cranii di Titani, seminati sur un campo.
Gli era quasi un circo. Ed il vecchio abete, che avea l'aria di una forca, gli dava un aspetto sinistro.
Nonpertanto, il sole svegliava tutt'i canti della natura: terra e cielo palpitavano di vita!
Ivan risalì a cavallo, ed andò a costituirsi carceriere di Maud, aspettando di esserne l'assassino.
I due fratelli restarono un momento a squadrarsi, in silenzio; poi il principe proruppe:
—Ebbene, m'ài tu giudicato, conte di Lavandall?
—No—rispose Alessandro.
—No?—riprese il principe. Pertanto tu ài avuto tutta una notte per deliberare.
—È vero. Epperò non è il tempo che mi è mancato.
—E che dunque?
—Non si giudica ascoltando il solo accusatore.
—Chi ti à impedito di ascoltare altresì l'accusata?
—La paura di trovarti colpevole e di condannarti.
—Grazie. Io non ti aveva mica dimandata mercè—sclamò il principe con disprezzo.
—Ed io non dimando mica ad essere giudice—rispose il conte con calma. Amo meglio rimettermene al giudizio di Dio.
—Scegli le armi allora—replicò il principe.
—Principe, voi siete stato malato, la vostra mano trema. Io non posso scegliere la pistola: avrei troppi vantaggi.
—Che ciò non ti sconcerti. La mia malattia mi riguarda.
—Scelgo dunque la spada—disse Alessandro, prendendo quella che gli era dinanzi.
—Sia—sclamò il principe. Dammi l'altra.
—Le condizioni?—dimandò Alessandro.
—Alcuna. La morte d'uno dei due.
—Pietro, vuoi tu ascoltarmi un minuto?
—In guardia—gridò il principe mettendosi in guardia. Nella nostra famiglia non v'àn vigliacchi.
—Un solo minuto—replicò il conte—una sola parola…
—In guardia, ti dico—gridò il principe di nuovo, fendendosi.
Alessandro si pose in guardia, e lasciò l'assalto al principe.
Questi era destro, lesto, abile; ma la sua mano vacillava per debolezza. Alessandro parò. Avrebbe potuto disarmare a piacere ed uccidere suo fratello: nol volle. Non volle neppur troppo stancarlo. Fece una finta di coupé, ma assai larga, per lasciare il suo petto scoverto. Il principe allungò un colpo dritto, e forò suo fratello da banda a banda.
Alessandro cadde.
Il principe abbandonò la guardia della spada, volse le spalle, salì a cavallo e mormorò:
—All'altra, adesso.
E disparve.
Un minuto dopo, chiamava i famigliari del conte con la briska.
Venti minuti dopo, giungeva al villaggio d'Imazoff, dove Maud l'aspettava nella berlina.
Quando ella vide arrivar suo marito, il sembiante stravolto, lo sguardo feroce, gli occhi fuori dell'orbita, tremante di tutte le membra, comprese che un avvenimento tragico erasi compiuto, e svenne.
Il principe, avvicinandosi alla berlina ed aprendola, per annunziare a sua moglie l'assassinio cui veniva di commettere, non trovò che un corpo agghiacciato nelle braccia della cameriera.
Egli rinchiuse precipitosamente la vettura, e gridò ai postiglioni:
—Guida tripla: strada di Francia.
Poi entrò nell'altra berlina con Ivan, e seguì.