V.
Once again.
Dopo gli avvenimenti cui venghiamo di raccontare rapidamente, compiuti di un modo non meno rapido, non restava più posto, nel cuore del principe ed in quello di sua moglie, che per due sentimenti egualmente estremi: un odio feroce ed un amore forsennato.
In queste regioni tropicali dell'anima non è possibile che l'uragano.
Il principe fissò la sua dimora nelle vicinanze di Parigi, a
Saint-Germain.
Molti mesi scorsero.
Il tempo però, il cangiamento di cielo e di residenza non produssero alcuna mutazione nella sua vita. Gli era lo stesso vuoto, la stessa solitudine, lo stesso silenzio, la stessa disperata tristezza che al castello di Lavandall. I domestici francesi, cui il principe aveva ingaggiati, non penetravano nell'atmosfera della famiglia. Perocchè Ivan sapeva che quella gente, i cui costumi son quasi sempre ignobili, si costituisce sempre giudice severo dei padroni. Ivan d'altronde bastava al principe; Sarah e Rosa bastavano alla principessa.
Un solo straniero frequentava il castello—ed ancora e' poteva passare per un vecchio amico: il dottore conte di Nubo. La salute del principe, ed oggimai la salute di Maud altresì avevan reso questa intrusione indispensabile.
Maud era attaccata da una malattia di languore.
Questo intervento di Dio nello scioglimento dell'opera sinistra del principe di Lavandall avrebbe dovuto illuminarlo, calmarlo, soddisfarlo in tutt'i casi. E' non ne fu che più esasperato. Non aveva egli detto: «All'altra, adesso?» Dio lo rubava di tutta la parte che vi prendeva. E' si decise allora a sorpassarlo in celerità.
Ma in Francia non era esattamente come nel fondo di una provincia russa, in un castello, innanzi la porta del quale la legge rincula, ove il padrone à, di fatto, dritto di vita e di morte.
In Francia si è permalosi della forma… si mette una bilancia nella mano della giustizia—affinchè dessa pesi bene quanto vale il ricco e quanto poco vale il povero! Si dice che la legge è cieca. Cieca è dessa: perchè segue un cane, il quale sa bene di qual dente morder la carne e di quale l'osso.
Il principe non aveva d'uopo di andare in busca dello strumento che doveva compiere la sua bisogna. Lo aveva sotto la mano—semplicissimo, destrissimo, opportunissimo: voglio dire il dottore di Nubo.
Non trattavasi che di trovare un metodo.
Chi cerca, finisce sempre per trovare.
Ma il principe aveva fretta: e' soccombeva sotto il peso della sua anima! Ed il dottore non ne aveva punto, perocchè, per lui, non solamente il tempo era oro, ma era pure un parafulmini.
Gli era questo, del resto, il solo punto di discordanza tra questo cuore e questo cervello malati.
Eppure, nè il principe, nè il dottore non aveva profferto un sol motto sull'obbietto!
Vi era compenetrazione di spirito: ecco tutto.
Se Maud fosse stata una donna italiana, la avrebbe provocato una spiega. Se fosse stata una francese, l'avrebbe fatta capitare. Donna essenzialmente inglese, la si taceva e moriva.
Non è che la non formasse il progetto di abbordare un giorno con suo marito lo scandaglio della loro esistenza. Ogni notte, nelle sue interminabili insonnie, suffuse di lagrime, ella dicevasi: Domani parlerò!
Infatti, la dimane arrivava; Maud aggiustavasi per quanto bella poteva; sforzavasi di risuscitare il sorriso sulle labbra diciannovenne, ed andava a picchiar all'uscio del principe.
Abitualmente, non era ricevuta.
Ma, una volta sopra dieci, l'inesorabile Russo l'ammetteva alla sua presenza.
All'aspetto di quell'uomo, la parola spirava sulle labbra di Maud, il sorriso tramutavasi in singhiozzo.
Il principe era irriconoscibile.
A ventisei anni, sembrava caduco. Gli stessi suoi capelli si brizzolavano. I suoi occhi, vitrei, si affossavano ogni giorno di più nelle orbite, come spaventati della luce. Le sue guance, scavate, ingiallivano. La sua fronte, sì pura, solcavasi di rughe intralciate. Solo la sua bocca, ardente di febbre, pareva bruttata di sangue.
Egli pure era attaccato da consunzione. Ma questa malattia, che abbelliva Maud dandole il diafano dei serafini della Chiesa, difformava il principe. E' trasudava la tisi dell'anima!
La vista di quella ruina turbava la ragione di Maud. Ella attribuivaselo.
D'altra parte, la vista di sua moglie metteva il colmo alla disperazione del principe.
—Sono io—dicevasi egli—che ò cominciato la distruzione di questa bell'opera di Dio, e che vado a compierla. Io, che sarei morto ai suoi piedi, come un giusto, per ottenerne un solo sguardo di pietà! Io le fo orrore. Io sento sprigionarsi da tutta la sua persona un fluido che mi respinge. Io mi consumo alla sua contemplazione, e mi spegno. Dio mio! poteva un uomo dare ad una donna più vaste prove di amore che io ne diedi a costei? Io ò ucciso mio fratello, per causa di lei… Però, se le parlassi ancora? Io vorrei strapparle almeno questa parola: Ti odio! Sopra una donna che odia si à una presa. La si può infine attirare, domare, tenerla. Un'ipocrita, come costei, è uno spettro che sfugge quando credesi di afferrarlo. Sì: che la mi dica almeno: Io ti odio! Ciò sarebbe un balsamo per la mia coscienza. Io potrei rispondere: Continua, tu fai bene; consuma la tua opera e muori con la gioia dei demonii… Ebbene, saggierò ancora una volta. Condannato, dimanderò una dilazione. Che io mi arrivi almeno a comprenderla!
Questa risoluzione presa, il principe spiò un'occasione propizia.
Trattavasi conoscere l'ultimo verbo del suo destino.
L'era una bella mattina di ottobre. Il principe, steso sur un voltaire, s'inebriava di sole innanzi ad un balcone che sporgeva sul giardino, centellando una tazza di thè e bruciando un sigaretto. Sulle sue ginocchia, nascosto a mezzo da una veste da camera di nero velluto, poggiava aperto un volume delle opere di Humboldt.
Ivan introdusse il dottore di Nubo ed avvicinò una poltrona.
—Prendereste una tazza di thè, dottore!
—Perchè no? Vengo d'asciolvere al Pavillon d'Henri IV, con una delle vostre vecchie conoscenze, principe.
—Le mie conoscenze sono tutte vecchie oggimai, dottore. Chi dunque?
—Il conte di Perceval.
—Non è ancor morto?
—Lui morto? per chi lo prendete voi? È più giovane adesso che a trent'anni. Anzi, a quest'ora, tutta Parigi si occupa di lui.
—Parigi è ben amabile. Che à egli fatto? Si è ralligato agli Orléans?
Sarebbe divenuto onest'uomo? È entrato ai gesuiti?
—Meglio, meglio che tutto ciò, principe. Io credo, tout bonnement, ch'e' si eserciti la mano all'assassinio.
—Diavolo!—sclamò il principe. Cotesto debb'essere allora assai piccante.
—Io non conosco ancora tutt'i dettagli della cosa. Me ne informerò e ve li conterò un altro giorno. So vagamente ch'egli è implicato nel suicidio di un rat dell'Opera, cui intratteneva. Questa donzella si sarebbe suicidata per un poeta, un romanziere, un giornalista, qualche cosa come codesto—un tal Sergio di Linsac. In realtà, e' pare che il conte di Perceval non aveva presa la ballerina che per sottrarle non so quali cambiali del marchese di Caboul.
—Il marchese… di Caboul!
—Già, il quale non è altro che il R. P. Buzelin, dello stabilimento dei gesuiti alla Rue des Postes—il convertitore dei RR. PP. nel mondo galante. Ora, io m'immagino, che il conte di Perceval à furacchiato la figlioccia per furacchiarle le carte, e che dà oggi alla bisogna il nome e l'aria di suicidio. Questo birbo di conte è uomo di spirito, diascoli!
—Proprio così—sclamò il principe ghignando.
—E' sa che, in ogni cosa, il metodo è tutto. Ebbene, egli à trovato un metodo che converrebbe a non poche genti… oneste.
-Ciò potrebbe esser vero—rispose il principe, lentamente, scandendo le parole ed inchiodando lo sguardo sullo sguardo impassibile del dottore di Nubo. Poi soggiunse:
—Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata pel giardino? Datemi il braccio.
Il sembiante del dottore restò sereno, ed il suo cuore battè di soddisfazione.
E' non aveva raccontato l'aneddoto del conte di Perceval per nulla. Quella parabola significava: i tempi sono maturi; io sono pronto: finiamola!
E si rigioiva, accorgendosi che il principe l'aveva compresa così.
Il dottore possedeva infine questo metodo—questo metodo ch'egli cercava da tre mesi.
Poi, egli aveva premura. E' doveva recarsi in Svizzera. Aveva perduto una trentina di mille franchi al giuoco, al club. Aveva sottoscritto per un certo numero di azioni in un'intrapresa di scavi di carbon fossile, che prometteva molto. Aveva insomma bisogno di danari.
Gli onorari della sua professione lo facevano vivere come un nabab. Ma quelli onorari—che formavano una bella somma alla fine dell'anno—arrivavano gocciolo a gocciolo.
Ed il dottore abbisognava di centomila franchi in una manata.
Ora, non si dà una tale somma per ricuperar la salute. La si dà per un delitto.
—Un delitto!… l'è un metodo. Val desso la pena per darsi moina?
Facendo queste riflessioni, vedendo di già le sue mani nei scrigni del principe di Lavandall, il dottore di Nubo l'accompagnò nel giardino.
Faceva ancor tepido. Vi erano ancora abbastanza fiori, insetti, uccelli, per distrarli… per ascoltarli forse. Il principe s'intromise sotto una volta di pampani violetti che copriva un viale finamente sabbiato. Di un tratto, e' si fermò.
Il dottore irradiava internamente.
—Conte di Nubo—disse il principe—vi sentite voi capace di parlarmi francamente, da gentiluomo e non da dottore, che si crede obbligato di adoperare la speranza—e quindi la menzogna—come un mezzo di terapeutica?
—Se l'esigete, principe, io sono pronto.
—Ebbene—continuò il principe—voi vedete a che stato ne sono ridotto. Io lo sento, meglio pure che voi nol vediate. Malgrado ciò, io vi dimando: Posso io ancora guarire?
—Dell'epilessia?… no, principe mio—rispose il dottore.
—Gli è lungo tempo che ò preso il mio partito su codesto—replicò il principe di una voce sorda. Ma la consunzione?
—Il resto non mi scoraggia mica ancora—riprese il dottore.
—Perchè?
—Perchè vi è in voi un principio di atrofia della vita fisica, occasionata dall'esorbitante assorbimento della vita morale. L'anima vi divora. Bisogna dunque soddisfarla… o ucciderla. Io non afferro le cause di questa mancanza di equilibrio tra le due funzioni, il di cui esercizio parallelo costituisce la vita normale e la salute. Io non vi domando di penetrare nei ripostigli intimi del vostro cuore. Voi avete, ad ogni modo, dei pensieri, dei desideri, dei progetti, che vi rodono. Voi perdete il fiato camminando verso un fine;… e gli è così che il vostro corpo si spossa, che la lampa della vostra vita fumiga e soffoca la luce.
—Ciò è possibile—sclamò il principe, riflettendo e parlando a sè stesso.
—Ora, non vi sono che due modi, come vel dicevo testè—continuò il dottore—per ricostruire la vostra salute relativa.
—Quali?
—O noi cominciamo a vannare, ad analizzare uno ad uno i fenomeni, le cause, le idee, le ansietà che vi consumano, e scartiamo questo, addolciamo quello, diamo soddisfazione da un canto, calmiamo dall'altro…
—Ovvero?
—Ovvero… sopprimiamo di un colpo il focolaio dell'insurrezione interna, la quale à ingenerato l'anarchia nelle vostre funzioni fisiologiche, e l'anemia.
—Hum!—fece il principe riflettendo.
—Sopprimere l'anima—continuò il dottore—sopprimere la coscienza, sopprimere i rimorsi, sopprimere gli scrupoli, sopprimere il dubbio, disoppannare la vita, in una parola, della sua parte morale e ridurla ad una semplice funzione fisica…
—Si potrebbe egli?
—Ciò si può. Ed allora la guarigione si ottiene subito e radicale. Il primo mezzo è più lungo e più incerto.
—Ciò si può, dite voi? Si può dunque obliterare il pensiero?
—Sopprimete la causa che produce l'eretismo di questo pensiero, e voi l'avrete ridotto, se non all'impotenza, almeno all'innocuità. Tutto, del resto, dipende da voi, dalla dose di volontà che potrete sviluppare, dai mezzi impiegati al trattamento.
—Potreste voi dilucidare codesta teoria con un esempio, dottore?
—Ma! prendiamo giustamente per esempio quel conte di Perceval, di cui parlavamo or ora. Supponghiamo che egli si sia trovato in presenza di un ordine del generale dei gesuiti che gli abbia detto: Bisogna ricuperare, ad ogni costo, le carte firmate dal Padre Buzelin, sotto il falso nome di marchese di Caboul: l'onore della Società lo esige.
—Ebbene?
—Ebbene, se il conte di Perceval avesse avuto in lui la preponderanza della vita morale, e' sarebbe caduto in un'ansietà che lo avrebbe condotto al sepolcro.
—Perchè ciò?
—Perchè? ma, strappar delle cambiali, pel valore di 150,000 franchi, dalle mani di madamigella Verray, soppannata dal suo amante Sergio di Linsac… avrebbe valso altrettanto che strappare una lacca di montone dagli artigli d'una tigre o di una lionessa. Rubargliele? la coscienza insorge. Truffargliele? l'onore protesta. Sedurre la giovine ballerina? Perceval era troppo vecchio… e d'altronde, non si seducono mai 150,000 franchi. Interessarla, con la virtù, all'onore della Compagnia di Gesù? Ester era ebrea…
—Infatti…
—Ed ecco lì il conte a struggersi, ad ammagrire, esitando tra il dubbio, il rimorso, la coscienza, la lealtà, la divozione, l'amore che la giovane drôlesse gl'inspirava… ed il resto. Che fa desso?
—Che fa? sì, che fa desso?
—In luogo d'intraprendere la sua guarigione mediante il soddisfacimento di tutte queste esigenze della sua anima, egli sopprime la causa. Sopprime l'anima… ed uccide la fanciulla, scientificamente, facendola passare come la si fosse suicidata.
—Ciò è ancora oscuro—sclamò il principe—ma non importa. Noi ritorneremo su di questa teoria medicinale. Ora, ditemi, avete voi visto la principessa?
—Non ancora, stamane.
—Che pensate voi del suo stato?
—Ella può guarire. In lei, l'è pure il morale che invade il fisico. Però, come nell'organizzazione della principessa il fisico è più sviluppato che il morale, dando, dal lato vostro, un po' di soddisfazione a questo, aiutando io il fisico con mezzi terapeutici, l'equilibrio si può ristabilire.
—A maraviglia.
—Io fo costruire adesso un apparecchio, a cui vado a sottomettere la principessa, ed ò grande speranza nel successo. Ma ritorniamo a voi, principe…
—Non vi torniamo più, per oggi—interruppe il principe, uscendo dal viale per rientrare nel castello. Sono stanco. Ò colte le vostre idee e le mediterò.
Il dottore, evidentemente contrariato da questo brusco congedo, si recò agli appartamenti della principessa.
—Questo miserabile mi assicura che io posso guarire, che ella può guarire—pensò il principe passeggiando lentamente nel suo gabinetto. Proviamo allora. Ad ogni modo, ò in mano lo scioglimento.
La sera che seguì, Maud, con uno stupore che lambiva il terrore, vide entrare da lei, senza essere annunziato, il principe Pietro, che le disse:
—Amica mia, volete voi darmi una tazza di the presso di voi? Mi sento meglio stasera e vengo a passare qualche istante con voi.
Maud, senza rispondere, sollecitossi ad avvicinargli un seggio.
Il principe lo respinse e soggiunse:
—Mica qui. Questa stanza è troppo grande: uno vi si perde, non vi si vede l'un l'altro. Venite nel vostro boudoir.
Ed offrendo il braccio a sua moglie, senza aspettare il consentimento di lei, la condusse in un gabinetto attiguo, rischiarato da una semplice lampada di alabastro.
Il boudoir era tappezzato di raso giacinto a fiori bianchi. Il fuoco brillava nel camino. L'aria era tiepida e profumata da guastade di fiori. Là, il piano. Ad un angolo, una tavola a lavoro. Dei pastelli sulle mura. Uno spiro d'innocenza, di pudore, di felicità, di vergine amore in tutta quell'atmosfera di alba.
Dio vi sarebbe venuto a visitare Maria—senza mandarle un messaggiero!
—Sarah, servite il the qui—disse il principe, ed andate ad aspettare madama nella sua camera da letto.
Nulla non potrebbe esprimere lo stupore, il terrore di Maud e di Sarah vedendo i preamboli del principe, il quale aveva l'aria d'imporre, anzi che di dimandare un colloquio.
Sembrava gaio. La sua salute appariva più solida; il suo spirito, più sereno. E' fece perfino dei complimenti a sua moglie, a proposito di un pastello, cui vide sur un cavalletto, e sur un ricamo che giaceva sur un divano. Ma non appena il the fu servito, ed i domestici si furono ritirati, il principe si levò dal posto, cui aveva preso a fianco di sua moglie, sul canapè, e cominciò a passeggiar lentamente per la stanza—ricadendo nel suo silenzio e nelle sue tenebre.
Alla fine, e' s'avvicinò alla principessa e proruppe—scattando come un uomo che si decide di un tratto:
—Maud, io sono stato troppo duro verso di te: perdonami.
Questa sottomissione, questa confessione dalla parte di un uomo come il principe, e nella situazione di lui, stupirono più che non toccarono la giovane inglese.
Ella rimase disorientata, e ne pianse.
Il principe se ne avvide, ma non si scoraggiò.
—Maud—continuò egli—io non ti chiedo ancora nulla. Io so che non isveglio in te se non ripulsione e terrore. Ma, ài tu riflettuto alla mia condotta? Ti sei tu dimandato: Quale è la vita di questo dannato alla porta del paradiso?
—Io mel sono dimandato e mel dimando ogni dì, principe.
—E…?
—E… non vi ò compreso.
—Non mi à compreso!…—gridò il principe coprendosi il viso di ambo le mani. Tu non ài dunque capito il mio supplizio? Tu non ài capito il vuoto dell'anima mia, la solitudine delle mie interminabili giornate, la disperazione delle mie notti senza sonno? Tu non ài capito che il mio sangue, a ventisei anni, bruciava; che la mia ragione smarrivasi nel delirio dei sogni? Tu non ài capito che io poteva amare, che io poteva esser geloso, che io poteva temere, che io poteva essere assetato di te—cui io vedeva passare innanzi ai miei occhi il giorno e traversare i miei sogni la notte come una visione fantastica? Tu non ài compreso che io dimandava a te ciò cui non dimandavo più a Dio: grazia!—grazia per la sventura di cui la fatalità mi aveva colpito? Tu non ài compreso che io ti amava, che lo ti circondava del rispetto di una regina, di una adorazione di angelo, e che giorno e notte io mi trascinava alla tua porta, chiedendoti perdono, mercè? Non ti aveva io detto: Aspetta prima di colpire, ascolta prima di giudicare, respingi le impressioni subite, ed apri il cuore alla pietà?
—Signore mio Dio!—sclamò Maud—mi avreste voi dunque trovata dura?
—Tu sei stata crudele—gridò il principe, cangiando il tuono della sua voce.
—Giammai—replicò Maud con calma.
—Ove eri tu, quando l'angelo del male mi toccava del suo dito?—replicò il principe con forza. Tu eri fuggita! Chi era al mio capezzale, quando io mi attorcigliavo sull'aculeo della vendetta di un Dio sinistro? un servo! Il letto dell'infermo, cui tu avresti dovuto confortare, era vedovo. La camera del paziente era orba di quella consolazione che si chiama la donna. Io non aveva madre, non sorella, non moglie… Che facevi tu, quando io mi dibatteva nell'agonìa?… Io ò udito il rumore dei baci.
—No, no—gridò Maud.
—No? Io l'ò udito, e non sono stato solo ad udirlo… Ed ò vendicato l'insulto.
Maud ruppe in gemiti, e le sue parole si spersero in un singhiozzo di disperazione.
—Io amava mio fratello—continuò il principe sciogliendo in lagrima anch'egli—e l'ò ucciso. Di', ora, di', donna, quale creatura mortale poteva darti prove di un amore più forsennato? E adesso, che io pur mi muoio, io mi trascino ai tuoi piedi e ti dico: oblìo tutto… abbi pietà di me!
—Gli è da Dio, principe, che dovete implorare pietà—replicò Maud di una voce commossa—perchè avete commesso il delitto di Caino.
—Ancora? ancora?—gridò il principe. Maud, non ritornare giammai più su codesto. Io non sarei sempre padrone della mia ragione. Non chiudete l'orecchio a questo ultimo grido dell'anima mia. Io ò bisogno di dimenticare. Io ò la volontà di vivere. A ventisei anni, la terra à ancora delle rose, la donna à ancora dei baci, la testa à ancora delle ambizioni, il mondo offre ancora delle seduzioni, delle soddisfazioni, dei sorrisi… Maud… orsù Maud, viaggiamo. Prestami le tue braccia per riposare la mia testa condannata. Apri il tuo cuore alla voce del mio cuore. Sii donna… sii moglie! Lasciami vaneggiare del cielo sul seno tuo… o lasciamivi nascondere il viso per piangere e per morirvi.
Ed e' cadeva in ginocchio innanzi a lei, innalzando verso lei le sue mani supplichevoli.
Il momento era decisivo.
Dio pronunziava la sentenza.
—Principe—sclamò Maud, vedendo i lineamenti di suo marito alterarsi rapidamente—calmatevi. Non vi fate guadagnare, sopraffare da un'emozione fatale. Voi guarirete. Dio mi ascolterà alla fine: voi guarirete.
Ed alzandosi, ella stese le mani al marito per aiutarlo a rilevarsi. E' la guardò come pietrificato; e levandosi solo, lentamente, solennemente, soggiunse:
—Io sono giudicato. Non temete nulla, signora, dalla mia emozione. Guardatemi… essa è passata. Addio, signora. Non sono riescito; ma non mi pento del passo che ò fatto. Io soffocava sotto il pondo delle cose cui vi ò confessate. Mi sento alleviato, ora che ò acquietato il convincimento che vi àn dei sentimenti invincibili. Io non sapevo che un poco di pietà, un poco di amore, fossero un tesoro sì immenso. Io pensavo di aver fatto qualcosa per meritarlo: io era un vanaglorioso. Bisogna ricominciare. Ricominciare! Ma se sapessi almeno che, dove, come? Credetemi, signora, io non ò più proprio nulla: ò dato tutto—tutto! Ciò non è bastato. Mi ritiro… Addio!
—Principe—gridò Maud—nel nome di Dio onnipotente, calmatevi.
—Su via, forzato—continuò il principe senza più fare attenzione a sua moglie—su via, galeotto, alla tua catena, ai tuoi giorni senza luce, alle tue notti piene di vampe, ai tuoi vaneggiamenti, ai tuoi rimorsi, ai tuoi delirii, alla tua sete di vita, alla tua disperazione. Marcia, corri, va ad accoccolarti sul tuo giaciglio di carboni ardenti, e rumina, che tua moglie à un cuore… ma per altrui! che tu sei Caino! che tu sei solo in mezzo al mondo che ti respinge! che tu sei orrido! che tu sei un lebbroso! che tu sei un dannato! Marcia… bevi il tuo fiele e la tua belletta fino all'imo; consumati, muori come un paria… e silenzio… Silenzio! che alcuno non si avvegga della tua respirazione oppressa, del tuo polso accelerato, dei tuoi occhi infiammati di voglie, dei tuoi labbri assetati di baci… resta mogio, calmo, placati… tu li spaventi… La parola fatale trema sulla loro bocca… guarda… tu li volgi in fuga… e' si turano le orecchie… stornano lo sguardo… orribile! orribile!… non è vero, madama? Ebbene, addio… Vi gradirebbe, madama, che io mi esilii nelle Indie? I fakirs, madama, non avranno la stessa paura, la stessa ripulsione che voi: essi mimeggiano la cosa, essi!
—Principe, principe—gridò la giovinetta—se un giorno sarete assai calmo…
—Oh! certo, madama, certo, se io fossi saggio voi mi fareste dono di un giocatolo, di uno zuccherino… come al vostro Polly che gnignola sì bene il God save the Queen. Ebbene, sì, io sarò calmo un giorno; ma allora, non vi dirò più, madama, come vi dicevo or ora: Io vi amo, io vi voglio, io ò assassinato per voi, io vi ò cavata fuori da un ospizio donde voi sareste uscita una serva, ed ò fatto di voi una delle stelle dell'aristocrazia d'Europa. Io divengo folle per voi, diventerò forse delinquente… no, no, io non vi dirò più codesto, madama, il giorno in cui sarò calmo. Voi non correrete più il rischio, allora, di vedermi epilettico; ma io mi sovverrò e vi dirò: Adultera, tu ami tuo cognato!
Maud si precipitò verso il principe per rattenerlo, per parlargli…
E' la respinse sul divano e fuggì.
La crisi aveva raggiunto il suo apogeo.
Maud era vinta.
Ella aveva preso una risoluzione.
Il dì seguente ella fece chiamare Ivan, per sapere se il principe fosse in istato di riceverla.
Ivan la supplicò di non vederlo quel dì. Il principe era ancora spossato dalle emozioni della notte.
Il terzo giorno Maud fece ripetere la dimanda.
Ivan rinnovò la medesima preghiera, e le disse che quando gli sarebbe sembrato che il momento fosse opportuno, sarebbe venuto ad annunziarglielo.
Passarono infatti cinque giorni.
Il mattino del sesto, Ivan andò a dire alla principessa:
—Venite. Oggi è calmo. Egli à parlato lungo tempo col dottore, ed io gli ò rimesso delle lettere. E' può lavorare; potrà dunque intrattenersi con madama la principessa.
Maud traversò immediatamente il gran salone ed andò a picchiare alla porta del gabinetto del principe.
Io dovrei dire del suo laboratorio. Perocchè, le tre o quattro stanze occupate dal principe eran zeppe di libri, di macchine di fisica e di chimica, e di oggetti di storia naturale di ogni specie.
Il dottore di Nubo avevagli fatto comprare le collezioni che da cinquant'anni accumulava uno dei fisiologhi e naturalisti più rinomati di Francia, morto testè.
Il principe, leggendo sempre e disuggellando le sue lettere, senza levare il capo disse:
—Entrate.
E' non scorse Maud.
Ella si trascinò fino a lui.
Di un tratto, ella videlo tremare come un uomo che esce da un bagno ghiacciato, riconoscendo il carattere di una lettera e provando ad aprirla con violenza.
Vi riescì alla fine e lesse.
Poi, levandosi di soprassalto, egli andava a prorompere non so in quale esclamazione, quando vide innanzi a lui Maud, impiedi, gli occhi devaricati da stupore e da terrore.
—Ah!—gridò il principe con una veemenza spaventevole—ah! voi venite per apprendere sue nuove!… Ebbene, infame… eccone.
E ciò dicendo, gittò la lettera sul viso della moglie.
Di più in più attonita, spaventata, Maud raccolse la lettera e lesse, a suo turno, ad alta voce:
Parigi, Hôtel du Rhin, 3 novembre.
«Fratello,
«Io non sono morto. Gli è a ricominciare. Io amo sempre Maud.
«ALESSANDRO.»
La lettera cadde dalle mani di lei. Maud fuggì gridando, in inglese:
—Once again! once again!—ancora una volta!
Il principe si accasciò come fulminato sulla sua seggiola e sclamò:
—Ella pure l'ama sempre!… Ebbene, sia; Once again!
VI.
Il grido del sangue.
Il conte Alessandro aveva ricevuto un colpo di spada che gli aveva traversato le costole ed il lobo inferiore del polmone destro, poi aveva lambito il diafragma ed eragli uscito nel dorso. La ferita era due volte mortale.
Eppure, era guarito.
Il suo cocchiere russo ed il suo cameriere francese, che erano sulla briska, lo avevano trasportato al castello, credendolo morto, e si era mandato in cerca di un chirurgo, piuttosto per constatare il decesso, che per medicar la ferita.
In una cittaduzza—a qualche versta dal castello di Lavandall—dimorava il dottore Taddeo Varnetrahler. Questo Tedesco, che aveva sposato una Russa, scienziato profondo, aveva fatto le campagne del 1813, 1814 e 1815 con gli eserciti sassoni e prussiani. Egli era accorso. Aveva fasciato il ferito. Aveva udito attentamente le poche parole cui il conte gli aveva diretto, a voce morente, ed aveva dichiarato che il caso era mortale. In seguito di che, aveva allontanati dalla camera tutt'i domestici del castello, ed erasi installato al capezzale del moribondo, assistito solo dal cameriere francese.
Tre giorni dopo, si era convenevolmente seppellita nella cappella del castello una cassa lunga, ornata di velluto, ripiena di vecchi scartafacci—che erano passati pel cadavere del conte Alessandro.
Quanto a costui, la notte precedente era stato trasportato, sur una barella, al castello del conte Alessio di Rumanzowski, a quattro verste dal castello di Lavandall.
Il giovane amico e sua moglie—una bella polacca—aiutati dal dottore, avean celato e salvato il conte Alessandro, cui tutta la Russia credeva morto. Egli era deciso a ricominciare, se guariva. Non voleva però attirar sul fratello l'imputazione terribile di questo accanimento ad ucciderlo.
Tutto gli era riescito a voglia.
Ed ora, eccolo ad aspettare all'Hôtel du Rhin l'ultimo motto del suo destino.
Era pronto ancora una volta a lasciarsi uccidere…
Il suo cameriere entrò ed annunciò:
—La signora principessa Maud di Lavandall.
Ella si era recata la mattina nell'appartamento di suo marito per dirgli questa parola magica:
—Io t'amo!
Il conte Alessandro si collocava di nuovo tra il principe e lei come un abisso.
Ritornata in camera, dopo la scena cui abbiamo raccontata alla fine del capitolo precedente, ella aveva dato ordine per la sua carrozza, e, d'un tratto, era venuta a Parigi.
Il conte Alessandro, steso per un divano, leggeva il Débats, aspettando Ivan, il principe stesso, i testimoni di lui, perfino il diavolo, anzi che la principessa.
E' non poteva credere agli occhi suoi vedendo in piedi innanzi a lui quella grande e pallida figura—tanto cangiata in sei mesi! Vestita tutta di nero, quasi portasse il lutto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua felicità! E' corse pertanto verso di lei, che era restata sulla soglia, e cadendo a ginocchio le baciò i lembi della veste, coma ad una madonna.
—Conte—disse Maud alla fine—voi siete il cattivo genio della vostra casa. Dio vi perdoni! Perchè rivenite?
—Avreste voi desiderato, madama, che io fossi restato nel sepolcro?
—Conte, voi sapete che io, men ch'altri, non posso avere un tal desiderio. Voi siete stato il mio solo amico, in quella casa ove vostro fratello mi aveva introdotta ed ove e' mi trattava come straniera.
—Ebbene, madama—riprese il conte—io sorgo dalla tomba per venire a proclamare innanzi a Dio, ed innanzi a mio fratello, che vi amo… E poi morire, se posso.
—Conte—rispose Maud, quasi affogata, tendendogli le mani per rilevarlo—se io avessi il diritto di dimandarvi una grazia, io vi direi: Lasciate Parigi oggi stesso, in questo punto, in questo istante stesso… Ogni minuto che passa può contenere una catastrofe… E se una confessione può accelerare codesta partenza, io non esito a farla, a voi, a voi il primo: Io amo mio marito!
Il conte Alessandro vacillò; poi soggiunse con calma:
—Io non invidio a mio fratello questa bontà di Dio. E' non n'à altra!
—Oh! sì, egli è ben sventurato… sclamò Maud… E l'è colpa mia. Io non ò osato. Io non ò saputo vincere il terrore, la repugnanza, che la sua malattia mi cagiona. Io l'ò amato, pertanto, dal primo giorno. La nobiltà del suo carattere, la sua delicatezza, la sua modestia, mi toccarono… Poi, quella sera fatale arrivò. Io ne abbrividisco ancora… Era la notte, in una sala rischiarata unicamente dalla luna. Io sentii le sue braccia avvinghiarsi alla mia vita, stringermi, comprimermi, ribadirsi sulla mia carne e sulle mie ossa come due serpenti… La mia respirazione soffocavasi. I miei occhi schiattavano dalle mie orbite… La voce mi mancava per gridare… Le mie costole scricchiolavano… Un secondo ancora, e la mia spina dorsale era spezzata in due… Egli dovette vedere il mio spavento. E' dovè sentire il male orribile che mi facea. E' dovette accorgersi che andava ad uccidermi nel suo abbracciamento di morte, perchè fece uno sforzo terribile per snodare le sue braccia e rigettarmi lontano, mentre egli cadeva sul tappeto… Io lo vidi allora torcersi nella sua orrida convulsione: io compresi…
—Sventurati!
—E dopo, ogni qualvolta l'ò visto avvicinarsi a me, lo stesso terrore mi à presa. Ei se n'è avvisto. À rispettato il mio spavento, e si è ingannato sulla natura della mia repulsione. Noi siamo restati stranieri. Ma la mia anima gli era unita; tutta la mia vita è un pensiero di lui. Il corpo lo fugge; il cuore lo appella. Ma io sono codarda.
—Perchè, madama, mi fate voi queste confessioni, cui non vi domando?
—Perchè, conte, voi vi siete ingannato quando avete portato su me degli sguardi che mi offendevano. Forse, io fui imprudente. Io mi lamentai, io mostrai, più che vero non era, allontanamento per lo sventurato che si disperava nelle spire della gelosia… Ve ne domando perdono. Io aveva bisogno di sfogo; e nella solitudine, io credeva poter cercare il cuore di un fratello per riposarmi.
—Vi ò io indirizzato mai una parola che abbia smentito il fratello a cui voi v'indirizzaste, Maud?
—No.
—Ebbene, quando si risuscita da una tomba e che si viene per farsi uccidere, si à il dritto di proclamare il Dio cui si adora, la ragione del martirio.
—Ma io vi replico ch'io l'amo—gridò la principessa sporgendo le mani da supplicante. Come sia ciò avvenuto, nol so. La prima impressione è riapparsa. La paura, il disgusto, che solo mi allontanavano da lui, sono stati vinti dalla pietà di una sì grande sventura. Quando ò visto quest'uomo a non chiedermi giammai nulla; non volgermi alcun rimprovero; comprendere la lotta che si compieva in me; rispettare la mia debolezza; non varcar mai la soglia di una porta lasciata sempre aperta; adorarmi in silenzio; soffrire la tortura dei desiderii senza dolersene; rassegnarsi, attendere, circondarmi della sua protezione—cui voi avete dovuto trovare terribile—deperire, ma non uccidermi, credendomi colpevole, come vi aveva ucciso… quando l'ò visto supplicarmi, delirar di passione, attirar sulla sua testa il fulmine del suo male a forza di amarmi, sopraffatto dall'emozione, cui la mia vista cagionavagli sempre… ebbene, fratello, io che l'amavo di già nella profondità del mio cuore; io che non osavo, per timidezza, per rispetto, per sciocchezza, forse, rivelarmi a lui, far eco alla sua passione… io ne sono folle adesso fino all'impudenza. Io non soggiungo più nulla… o piuttosto, io non soggiungo che un motto: Partite, vivete, siate felice! La nostra ora, a noi, è certa. Possiate sovvenirvi di noi senza rimorso e senza rancore.
—Io amava una donna; io adoro un angelo!—sclamò il conte accasciandosi sur una seggiola o nascondendo il capo nelle mani, per piangere.
La principessa lo contemplò, avendo anch'ella gli occhi ottenebrati dalle lagrime. Poi senza rispondere, si ritirò indietreggiando, sollevò la portiera e scomparve.
Discese le scale precipitosamente ed andò a cascare nella sua carrozza, dicendo ai lacchè:
—Al palazzo, e presto!
Ella non rimarcò ch'un altro coupè, egualmente alle armi ed alla livrea di Lavandall, aspettava alla porta, e che due occhi di fuoco spiavano dietro i cristalli.
Quando la principessa fu partita, Ivan si avvicinò allo sportello e dimandò gli ordini del principe.
Il principe era venuto all'Hôtel du Rhin per parlare a suo fratello. Avendo scorto alla porta la carrozza di sua moglie, erasi fermato ed aveva aspettato. Ma, aspettando, aveva cangiato avviso. E' non volle più discendere, non volle veder più suo fratello. E' disse dunque ad Ivan:
—Dal dottore di Nubo.
La distanza della piazza Vendôme alla via di Lille non è lunga. Egli capitò dal dottore in uno stato di frenesia.
Il dottore stava per uscire.
Il principe entrò dritto nel gabinetto di lui, prese un foglio e scrisse:
«Domani, alle 8, alla Porta Maillot. Siatevi solo col vostro medico e le vostre armi. Non padrini.
«PIETRO DI LAVANDALL.»
Il principe si volse in seguito al dottore di Nubo e gli disse:
—Domani, io mi batto in duello. Passerò a prendervi alle 7. Voi sarete il mio secondo ed il mio medico.
—Con chi vi battete voi, principe?—dimandò il dottore, un po' imbarazzato.
—Con mio fratello—rispose il principe. Voi volevate conoscere il veleno segreto che rodeva la mia vita, eccolo: Mio fratello ama mia moglie—che non è stata giammai mia moglie—e che l'ama pure. Io credeva averlo ucciso in Russia. Egli risuscita per venirmi a dire «Io amo Maud. Bisogna ricominciare.» Capite, adesso? Noi ricomincieremo. A domani.
—Ma, principe—balbettò il dottore—non vi sarebbe dunque modo…
Il principe lo fulminò del suo sguardo carico di disdegno, di disprezzo e di alterigia, e replicò:
—A domani. Io vi domando i vostri servigi in caso di disgrazia; non i vostri consigli e la vostra mediazione. Verrete voi?
—Sono ai vostri ordini, principe—sclamò il dottore.
Il principe di Lavandall partì, ripassò per la piazza Vendôme e mandò Ivan a lasciare la lettera alla porta del conte Alessandro, poi rientrò al palazzo tardi.
Maud era a letto. L'emozioni della giornata l'avevano di molto stancata.
Sarah e Tom andarono per nuove. Ivan, al solito, si tacque. Il cocchiere del principe raccontò l'itinerario e dettagliò le stazioni.
Un lampo traversò lo spirito di Maud, udendo che suo marito l'aveva attesa alla porta dell'Hôtel du Rhin; ch'era poi ito dal dottore; e che Ivan aveva portato una lettera al conte Alessandro. Ella fu lì lì per alzarsi e recarsi da suo marito. La timidezza, la paura, il rispetto di sè, la modestia la ritennero.
Sempre la stessa!
—Lo vedrò domani—si disse ella.
Ed invocò il sonno, che non venne.
Domani!
L'indomani, alle 6, il principe ed Ivan erano partiti dal palazzo e galoppavano sulla strada di Parigi.
Alle 7, erano alla porta del dottore di Nubo.
Alle 8, alla Porta Maillot.
Una carrozza, dalla livrea e dalle armi dal conte Alessandro, li aspettava.
—À sete del mio sangue!—mormorò il principe—mi à preceduto.
La vettura si fermò.
Un uomo vestito di nero uscì allora dal coupé del conte Alessandro e venne ad Ivan, il quale era disceso subito dalla predella del cocchiere.
L'uomo a nero mostrò una lettera, ed insieme si presentarono al principe per rimettergliela.
Il principe era profondamente assorto e tristissimo.
Cadeva una acqueruggiola fina, penetrante, fredda, che rendeva il tempo scuro, il cielo insipido. Gli alberi avevan perduto il loro manto e mostravano le loro ossa nere, che tremolavano sotto la fredda brezza. Il luogo era solitario. Tutto ciò stingeva sul carattere di già sì malinconico del principe di Lavandall, e l'affettava.
E' prese la lettera senza guardarla, meccanicamente. Il suo spirito vagava altrove.
L'impressione del freddo, che gli occasionava lo sportello aperto del coupè, lo richiamò alla realtà. Egli avvicinò allora la lettera ai suoi occhi e fece un movimento di sorpresa.
—Chiudi dunque codesto sportello,—gridò egli ad Ivan, tirandolo nel tempo stesso a sè con violenza.
Poi, e' si volse al dottore e soggiunse:
—Cosa è codesto? Egli scrive adesso? E' non è dunque qui.
—È il conte Alessandro che scrive?—dimandò il dottore.
—Egli stesso—rispose il principe, spiegando la lettera e guardandola anco prima di leggerla.
Infine egli lesse a mezza voce, come avrebbe fatto se fosse stato solo:
«Fratello….
—Fratello!—gridò il principe—fratello ancora…!
«Io era sul punto di partire e di rendermi al tuo appello. Ò avuto paura… Ò avuto paura che quando tu mi avessi ucciso, e che tu avessi poscia saputo la verità, ne saresti stato sventurato per tutta la vita.»
—Tutta la vita!—commentò il principe—In quanti mesi, in quanti giorni ciò può consistere, dottore? Egli dice: sventurato! Sarei io dunque felice, dottore, senza avvedermene?
—Tutto codesto non tien che a voi, principe mio—rispose il dottore.
«Tu sai che io non mi spavento alla vista di una spada…»
—Se lo so!—gridò il principe. Crede egli dunque che io non compresi ch'e' poteva uccidermi l'altra volta, e ch'e' fece a posta un movimento per precipitarsi sulla mia spada? La paura non è di casa nostra.
«Ma oggi, io non sono ancor pronto. Delle visioni, dell'emozioni, il sovvenire di nostro padre, le memorie della nostra infanzia sì tenera… Te ne ricordi tu, Pietro? I nostri bei giorni di està, a correre nella foresta… le lunghe nostre notti d'inverno, passate sulle ginocchia del nostro nobile padre, che ci raccontava le battaglie di Napoleone, l'incendio di Kremlin, la campagna di Russia, Waterloo, e mille aneddoti degli tzar Paolo ed Alessandro?… Ebbene, no, oggi è impossibile. Tutto ciò mi assedia nella mia camera. Io non posso uscire…»
Il principe leggeva di una voce soffocata dalle lagrime; i singhiozzi lo strangolavano. Non pertanto, continuò:
«Ti domando un giorno di sosta. Che cosa è un giorno? Tu ài aspettato tanto tempo. Dimani, io sono ai tuoi ordini. Io ti aspetterò ove tu mi aspetti adesso. Tu ài avuto tanti anni di debolezza per me. Viziami un giorno ancora. Cosa è due volte dodici ore? Oh! se io potessi dirti addio!… Ma no: il destino ci spinge. A rivederci domani.
«Tuo fratello
«ALESSANDRO.»
Il principe restò come abbacinato alla lettura di questa lettera. Senza avvedersene, egli la stringeva e la gualciva nella sua mano destra, la foggiava a pallottola, mentre grattavasi dolce dolce la fronte della sinistra.
Infine fece un movimento vivissimo, passò la testa fuori lo sportello e gridò ad Ivan:
—A casa, al galoppo.
Partirono come il vento.
Arrivarono senza schiudere le labbra.
Sarah fermò il dottore al varco, nell'anticamera, e lo chiamò per visitare la sua padrona, la quale, dal mattino passava da sincope in sincope.
Il principe andò a gittarsi sur un canapè nel suo gabinetto, annientato dalle emozioni.
Maud, che aveva letto la prima lettera del conte Alessandro, il dì innanzi, indovinava perchè suo marito fosse uscito e partito per Parigi, alle sei del mattino.
Ella svenne quando questa notizia le fu annunziata, e non ritornò alla vita che per svenire di nuovo. Una carrozza era andata a prendere il dottore di Nubo a Parigi, ed era tornata vuota, con la nuova che il principe era venuto a menarlo via alle sette. Le convulsioni di Maud divennero più intense.
Ella sentì il dottore entrare nella sua camera, e, levandosi di uno slancio su i suoi origlieri, gridò:
—Ebbene! egli l'à ucciso?
—Non vi è alcuno di morto, madama. Rassicuratevi—disse il dottore con un sorriso grazioso. Ed ò la persuasione che non vi sarà più alcuno in questa incomoda situazione.
—Dio vi ascolti, dottore!—sclamò Maud ricadendo su i guanciali.
Il conte di Nubo ordinò dei calmanti, dette speranze, disse qualche motto gaio, ed entrò nel gabinetto del principe.
Questi aveva svolta la lettera di suo fratello, l'aveva riletta, e l'aveva spiegata larga larga innanzi a lui.
Scorgendo il dottore, levossi e dimandò vivamente:
—Ebbene?
—L'è seria—rispose il dottore. I fenomeni si complicano. Al deperimento si aggiungono ora le sincopi. Ma io la guarirò.
Il principe gl'inchiodò addosso i suoi sguardi carichi di odio, lo afferrò pei polsi e susurrò di una voce sorda:
—La deve morire… Io non voglio uccidere mio fratello… no, non lo voglio!
Il dottore conte di Nubo salutò profondamente, e senza replicar verbo uscì.
VII.
Una prescrizione verbale.
Maud non rivide più suo marito.
Troppo debole per alzarsi, ella lo fece chiamare il giorno stesso nella sua camera, poi il dì seguente; poi il quarto giorno.
Il principe non ascoltò quella voce, non obbedì a quell'appello.
Il quinto giorno e' partì per Nizza.
Il dottore di Nubo gli aveva ordinato di andare a prendere dei bagni di sole nelle contrade del mezzodì. Il dottore gli aveva inoltre promesso di andarlo a trovare e di recarsi insieme a lui in Svizzera.
Infrattanto, il principe aveva preparato un ordine di 150,000 franchi sul suo banchiere per il dottore. Ma questi aveva respinto l'ordine, preferendo ricevere quella somma di mano a mano, nel gabinetto.
Honni soit qui mal y pense!
Il principe pagava al medico certi apparecchi che questi aveva fatti costruire da un fabbricante di macchine di fisica, per i quali apparecchi il dottore di Nubo promettevasi di salvare la principessa Maud di Lavandall.
Ciò ci autorizza a pensare che il principe aveva ritirata la sentenza fatale con la quale aveva condannata sua moglie—alla fine del capitolo precedente.
Il conte Alessandro era ritornato in Russia.
Egli aveva ricevuto il giorno stesso un dispaccio del conte di
Nesselrode, che lo chiamava, a nome dello Tzar.
Questa partenza aveva forse deciso il principe di Lavandall a lasciar
Maud sola oramai nella sua residenza di Saint-Germain.
Noi che sappiamo le cose di una sorgente più autentica, noi diciamo che il conte Alessandro era tornato a Pietroburgo ed il principe Pietro erasi recato a Nizza.
Ma i giornali di Parigi, che san tutto ed un poco di più, e che sono sempre ben ragguagliati, raccontarono la storia in un altro modo.
Il conte Alessandro non era restato a Parigi che tre giorni e non aveva messo il piede fuori dall'Hôtel du Rhin. Ma il Corsaire lo aveva snidato. Questo giornale aveva anzi ricevuto comunicazione della storia sì drammatica dei due fratelli e di Maud, e sollecitavasi a portarla a cognizione dei Parigini—i quali aman tanto le forti emozioni—soggiungendo fedelmente l'episodio del duello fallito; la ragione di questo contrattempo; e come il conte Alessandro, essendo subitamente fuggito per non aumentare la desolazione di sua cognata, che lo amava, il terribile principe lo inseguisse per obbligarlo a battersi.
Tutti i giornali avevano riportato l'aneddoto sinistro di questo Otello russo, e non si sa come, un di quei giornali era caduto nelle mani di Maud, la quale non leggeva mai giornali.
Bisogna credere che quello stordito dottore di Nubo, il quale ne aveva sempre le tasche zeppe e li seminava da pertutto, avesse lasciato cader quel numero del Corsaire nella camera dell'ammalata—cavando una lettera del principe cui aveva ricevuta da Nizza e che voleva leggerle.
Ed in vero, la cosa ne valeva la pena. Imperciocchè il principe dimandava ragguagli sulla salute di sua moglie, con un'immensa tenerezza.
E' scriveva che egli andava sempre più male, perchè quel clima, troppo ossigenato, non convenivagli punto, e chiamava il dottore appo di lui—quando la salute di sua moglie gli permetterebbe di lasciarla senza pericolo, anzi di condurgliela, se le forze di lei le consentissero di viaggiare, ed il cielo d'Italia potesse facilitarne la guarigione.
Questa lettera fece rivivere Maud. Ella rise perfin del Corsaire, quando vi lesse l'istoria del principe che dava la caccia a suo fratello.
Povera donna! ella conservò perfino il giornale per divertirne suo marito, quando la sarebbe a Nizza; perocchè ella proponevasi di andarvi il più presto possibile.
La grande parola, cui ella aveva a dire a suo marito: Io ti amo! la soffocava oggimai.
—La mia malattia è qui—diceva ella picchiandosi il cuore—questa confessione mi opprime. Quando ne sarò scarica, io mi rileverò. Io sarò guarita.
La malattia della principessa—il dottore lo à detto—era una consunzione lenta per appoverimento di forze, una malattia di languore, a cui s'erano congiunte le sincopi. Ma le sincopi erano cessate, e non restava adesso che a rilevare questo organismo spossato.
Il dottore di Nubo aveva sopperito a ciò, e non senza successo. Ma, se mestieri è di confessarlo, la lettera del principe da Nizza aveva avuto la metà più di efficacia che il trattamento medicale.
Quale era questo trattamento?
Semplicissimo.
Il dottore di Nubo aveva sottomessa la principessa all'azione elettro-galvanica. Egli aveva creduto opportuno di servirsi della pila di Volta—nè più, nè meno—con le modifiche ch'essa aveva posteriormente subite e quali erano note verso il 1840.
Il dottore aveva preferito la pila alla vecchia bottiglia di Leyde.
Una circostanza aveva forse contribuito a questa scelta, o avevagli suggerito quell'idea.
Abbiamo già detto che il principe di Lavandall occupavasi di scienze naturali. E' lavorava sopratutto in chimica, e si dava di preferenza alla decomposizione dei metalli.
Quest'uomo non aveva in sua vita che uno scopo—e lo si comprende senza stento:—trovare un rimedio per l'epilessia.
Egli considerava questa malattia come un difetto di equilibrio tra le parti metalliche che entrano nella composizione dei fluidi del nostro corpo. Sotto certe combinazioni, a certi stati, in certe condizioni del magnetismo terrestre, queste parti metalliche del nostro corpo, di già alterate nel loro stato di ossidamento, ricevevano una scossa: ed ecco la convulsione epilettica! Ristabilire dunque l'equilibrio tra questi elementi metallici, onde sottrarli all'azione elettro-magnetica del globo, o metterli in condizione di sostenerne l'influenza; ecco il rimedio contro l'epilessia!
Il principe intendeva quindi alla scomposizione dei metalli, per ridurli direi quasi ad essenza, affinchè la loro miscela alla sève del corpo fosse immediata ed immancabile.
A questo effetto, egli erasi munito di potenti apparecchi elettrici.
Il dottore di Nubo gli aveva fatto costruire una serie di pile voltaiche, la di cui forza variava—da quella di un colpo di pugno a quella del fulmine.
La serie n. 10 uccideva un bue sul fatto, in un secondo.
Il dottore di Nubo aveva poi fatto costruire, per uso della principessa, una serie simile di queste pile—somiglianti per la forma, diverse affatto per la forza. Imperocchè, la serie n. 1 produceva appena un brivido; la seria n. 5, un forte buffetto; la serie n. 10, una viva scossa.
La principessa prendeva un bagno elettrico due volte al dì, per mezzo di un rheoforo—una specia di mezzaluna che metteva in comunicazione i due poli della pila metallica mediante la catena—e toccava il corpo della principessa con le sue due estremità: l'una applicata al cuore, l'altra al cervelletto.
Ogni cinque giorni, ella saliva di una serie.
L'esperimento essendo benissimo riescito, il trattamento era fisso.
Maud si sentiva sollevata per bene.
Le sue forze si rialzavano. La sua vita cominciava a risbocciare più rapidamente.
Ella si levava di letto adesso, ed un raggio di sole rallegrando il giorno, ella si trascinava verso un balcone per andare ad imbeversene.
Il sole è un sì gran rimedio per i convalescenti! Gli è forse perchè la luce è combustione incandescente metallica?
Ella andava a sedersi nel suo boudoir per ricevere le scosse elettriche. Disponeva ella stessa l'apparecchio; teneva ella stessa i rheofori appoggiati al suo petto. Poteva leggere adesso. Cominciava a pigliare un po' di alimenti. Sostenendosi al braccio di Sarah, faceva il giro del suo appartamento, digeriva già un po' di pesce ed un biscotto di arrowroot in qualche goccia di vino delle Canarie.
Ella era nel rapimento. Ed il dottore partiva dal palazzetto, fregandosi le mani dopo ogni visita.
Si era alla scossa della serie n. 8.
La guarigione consideravasi dunque ormai come assicurata, la cura regolata. Il dottore annunziò quindi un mattino alla principessa ch'egli andava a lasciarla, per una settimana o due. E' le mostrò un'altra lettera del principe, nella quale e' manifestava sempre la stessa sollecitudine tenerissima per sua moglie e la speranza di averla al più presto possibile accanto a lui.
Egli pressava il dottore di andarlo a vedere, perchè sentiva sicuramente che l'aria di Nizza non gli era propizia e credeva che quella di Pisa o di Palermo potesse meglio convenirgli.
Parlando di ciò, il dottore che aveva preso l'asciolvere nel Pavillon d'Henri IV ed aveva forse mangiato troppe ostriche, espresso il desiderio di avere una tazza di the—di quel the oro, che veniva loro dritto dalle canove dell'imperatore della Cina.
Sarah si recò immediatamente al tinello per apparecchiarglielo.
Il dottore continuò, infrattanto, a dare alla principessa le sue ultime istruzioni—cui ella doveva seguire durante l'assenza di lui—e le variazioni che poteva portare nel trattamento.
—Quanto alle variazioni, io credo madama, che non dovete pensar guari a farne—eccetto una forse, cui ci è consigliata dal successo stesso del rimedio adoperato.
—Quale, dottore?…—dimandò Maud.
—L'è semplicissimo: aumentare l'azione dei medesimi rimedi per avere un'efficacia più accelerata.
—Infatti. Io comprendo ciò. E che dovrei fare, allora?
—Io credo, però, che prima del mio ritorno voi non potrete tentar nulla di ben potente. Trattasi semplicemente di accrescere la forza del vostro apparecchio elettrico; ed è d'uopo che io sia lì per intendermi, a questo proposito, col costruttore della pila.
—Ma, Dio mio, dottore ciò tirerà troppo per le lunghe. E voi sapete come io brucio di recarmi il più presto possibile presso di mio marito. Io vado perfino a scrivergli una lunga lettera, che vi consegnerò domani, e voi gliela rimetterete. Io mi auguro che gli faccia altrettanto bene che ne fanno, a me, le lettera ch'egli vi scrive.
—Ma, a proposito, principessa—sclamò il dottore come illuminato da un'idea—il nome di vostro marito, cui invocate, fa sovvenirmi di una particolarità cui avevo perduta di vista.
—Vale a dire?—dimandò la principessa con ansietà.
—Ma! voi avete dovuto rimarcarlo voi stessa parecchie volte, m'immagino.
—Che dunque?
—Che vostro marito à nel suo gabinetto un apparecchio di pile voltaiche esattamente come il vostro, tranne che è di un grado di forza più potente.
—Appunto—sclamò la principessa—credo di avere ciò visto.
—Esso l'è certo, perchè il principe ne usa anch'egli, a mio consiglio, avvegnachè con minore beneficio. La forza della scossa essendo calcolata in ragione del sistema nervoso di un uomo, è più considerevole—ed essa è opportunissima alla circostanza ed allo stato in cui voi siete. Voi non avete, dunque, che a far uso dell'apparecchio di vostro marito, come è desso allistato per numero di ordine, e tenervene là, fino al mio ritorno.
—Avete ragione, dottore. Farò prendermi quell'apparecchio.
—Terminate dapprima tutta la serie del vostro. Quando vi sarete servita del vostro n. 10, sostituitelo con la serie, dello stesso numero, dell'apparecchio del principe.
—Sì, grazia: farò ciò.
—Bisogna mettervi codesto per iscritto, onde non l'obliate?
—Obliare!—sclamò la principessa.—State tranquillo, dottore, un'ammalata non oblia nulla, allorchè ella tiene alla vita quanto io vi tengo.
—Sia. Ci siamo bene intesi.
Il dottore abbreviò le istruzioni—sollecito ch'egli era di sorbire il the profumato che Sarah servivagli. E' parlò allora d'altre cose.
—Sapete voi, principessa—diss'egli—che Parigi si occupa di voi?
—Di me!—sclamò Maud con sorpresa.
—Dovrei dire di vostro marito e di vostro cognato.
—E che dice essa, la vostra Parigi, dottore? Ne sa dessa più di voi e più di me?
—E' pare, madama.
—Allora, dottore, io sarei incantata di apprenderlo, a volta mia.
—Ebbene, principessa, non più tardi che ieri, il Corsaire diceva che il principe di Lavandall segue alla pista suo fratello, in Siberia a quest'ora, in via per la Cina forse, prendendo sempre i cavalli che questi vien di lasciare all'ultima tappa.
—L'è desso terribile, ciò, dottore—sclamò Maud sorridendo. L'è del
Byron o del Poe.
—E si soggiunse, principessa, per colmo d'informazioni infallibili, che voi morite di dolore e di disperazione, e che io, vostro medico, ò delle grandi inquietudini sullo stato dal vostro spirito.
—Ma ciò l'è infame!—gridò Maud. Dottore, bisognerebbe far smentire codeste stolidezze.
—Voi v'immaginate questo, madama?—rispose il dottore di un'aria attristata. Non ci crederebbero punto. Crederebbero, al contrario, che la novella è verissima, ed i miei colleghi direbbero che io mi fo della réclame!… Ah! la libertà della stampa! che tossico!
—Ma che fare, allora?
—Nulla affatto. Il Corsaire sarà profondamente ridicolo fra due mesi, quando vi vedranno brillare nei saloni di Parigi, appoggiata al braccio di vostro marito. Tutto al più, madama, se ciò vi aggradisce, io schernirò un poco al club il direttore di questo giornale sulle sue storie, e lo consiglierò ad attingere le sue nuove ad una sorgente meglio ragguagliata.
—Fatelo, dottore, perchè e' vogliono renderci dei lions; e voi sapete che noi amiamo traversare il mondo senza rumore.
Il dì seguente, il dottore venne per la sua visita di congedo, e non trovò nulla ad aggiungere, nè a cangiare alle istruzioni della vigilia.
Maud gli dette una lettera per suo marito, cui aveva avuto la forza di scrivere, ed ove ella diceva infine quella parola tanto agognata dal principe, tanto pura nel cuore della giovane donna. Ella confessava di amarlo.
Amarlo! ciò avrebbe potuto sembrare una menzogna, e di già il principe
Pietro la reputava un'ipocrita.
Allora Maud gli raccontava tutte le fasi che la sua passione aveva traversate, tutte le crisi che aveva subite, a come, infine, di un tratto, questa passione anonima—o piuttosto che aveva preso tutte la maschere—erasi trovata amore.
L'accento di questa lettera era così semplice, sì vero, sì toccante, ch'e' sarebbe stato impossibile di scorgervi un dissimulamento. Il bagliore era così abbarbagliante, ch'e' sarebbe stato d'uopo esser di macigno per non esserne rischiarato, riscaldato, trasportato.
Il dottore non sospettava guari che macchina infernale e' rinchiudeva nel suo portafogli!¹
¹ Vedere: Diana, seconda serie dei Suicidi di Parigi.
Qualche giorno dopo, e' partì.
Era verso la fine di novembre. La stagione diventava fredda e pluviosa. Non più caldo sole; non più canto di uccelli; non più farfalle e fiori nel giardino il giorno, e stelle nel cielo la notte.
Maud, che abbisognava di tutte queste cose—che sono il sorriso della natura—era triste; e la loro assenza diminuiva altresì l'efficacia dei suoi bagni elettrici. Ella si cacciava nelle stufe per vedervi ancora delle foglie e dei fiori e saturarsi dei loro languidi profumi.
Come tutte le inglesi, ella folleggiava per i profumi.
Il profumo è il bacio, nella creazione.
Ella sosteneva di già la scossa della sua serie n. 10.
Il quinto giorno, Maud si rese nel gabinetto di suo marito e vi cercò l'apparecchio cui il dottore le aveva indicato. Ma era troppo pesante per le sue forze. Chiamò un domestico, segnalò la cassa delle pile alla scritta n. 10, e gli ordinò di trasportarla nel suo boudoir.
Fu obbedita all'istante.
Ella precedè il domestico.
Questi rimpiazzò la serie n. 10 della principessa con quella n. 10 del principe, ed uscì.
La giornata scorse nella tristezza e nel silenzio.