Sarah era andata a Parigi per far delle compere. Ella ritornò la sera, portando un numero del Corsaire, nel quale si raccontava, che il dottor conte di Nubo era partito per la Svizzera e che il dottore Pinel l'aveva rimpiazzato presso della principessa di Lavandall, la di cui ragione dava segni di smarrimento funesto—dopo una lettera ricevuta dalla Russia.
Maud, profondamente abbattuta, gettò il giornale nel fuoco.
Ah! i giornalisti non sanno che colpi terribili e' portano sovente sopra taluni, quando mandan giù certe novelle con indifferenza, per disannoiare tal'altri!
—Ma che ò fatto io dunque a questa gente perversa—sclamò
Maud—perchè mi calunnia così?
Povero moscherino!
Ella non sospettava punto qual diabolico ragno tesseva intorno a lei i fili del suo destino!
Il dottore di Nubo, che seminava dovunque gli aneddoti, lasciavane cadere altresì al club senza farvi attenzione forse. Ed il direttore del Corsaire spigolava senza gridargli: guarda!
E gli è così, che la sventurata giovane malata passava nel dominio pubblico, per la noncuranza dell'uno, per la avidità di novelle della high-life dell'altro.
Ma era poi leggierezza, non curanza, quella del dottore conte di Nubo?
Eh! eh!
Maud andò a letto, ma non chiuse palpebra per tutta la notte. Ella sollecitava più che mai il momento di volare presso suo marito, onde metter termine a questi odiosi rumori.
L'indomani, per buona ventura, il dì sorse bello, e Maud contemplò la vita al colore dei raggi del sole.
Ella si levò a mezzodì e passò nel suo boudoir.
Era quivi che la prendeva la sua colazione, prima di ricevere la scossa elettrica.
Ella mangiò quel mattino senza appetito, a causa della notte passata nell'insonnia.
Sarah trovolla più pallida, gli occhi velati, le orbite offuscate e più incavate. La non disse nulla, però, per non attristarla.
Maud s'impressionava sempre, apprendendo che l'andava più male. A venti anni! vedere, a venti anni, la morte che si avanza a passo lento, cauto, guardingo, da traditrice!… Maud bevve un uovo fresco, prese una cucchiaiata di gelée ed un boccone di petto di beccaccia. Poi, si allungò sulla dormeuse.
Sarah, impiedi innanzi a lei, attendeva l'ordine di darle le due fila della pila.
Maud si taceva. Si sarebbe detto che l'avesse obliata. Il suo spirito spaziava altrove, batteva i campi, saltava dall'ospizio di Londra al castello di Lavandall, dalla villa di Saint-Germain a Nizza, dal principe Pietro al conte Alessandro. Aveva bisogno di dormire. L'odore dei fiori le faceva male… E poi, di un tratto, ella si vide come se fosse divenuta folle… Gettò un grido. Allora, ella si accorse di Sarah che aspettava.
—Fa presto dunque, my dear,—ella sclamò. Finiamola. O' sonno.
Sarah obbedì.
Maud prese i due fili dei due poli della pila; li riunì nella sua mano all'asta dei rheofori; la scintilla si sprigionò; la scossa ebbe luogo e si comunicò al cervelletto ed al cuore.
Maud gettò un grido, e si arrovesciò fulminata sul tappeto.
Sarah si precipitò verso la sua padrona e la rialzò.
Maud era morta…
Qualche giorno dopo, il Corsaire scriveva: «Noi eravamo ben ragguagliati sulla situazione mentale della giovane principessa di Lavandall. Ella si è suicidata colla macchina elettrica. La si dice vittima di un amore disperato.»
Un mese dopo, il dottore di Nubo ritornava dalla Svizzera, e portava la notizia, che il principe di Lavandall, avendo tentato l'ascensione del Monte Bianco, era caduto in un abisso di ghiaccio, da cui non lo si era potuto cavare. Era un accidente, un suicidio, ovvero…?
Il dottore lo accompagnava!
Il conte Alessandro divenne il principe Alessandro di Lavandall.
FINE DELL'EPISODIO SECONDO.
VITALIANA
EPISODIO TERZO
I.
Una confessione come ve n'àn poche.
Vogliate entrare, se non vi è discaro.
Noi siamo nella cappella del castello, il mattino del mercoledì santo.
Un prete aspettava innanzi l'altare, dalle otto del mattino, per cominciare la messa.
Erano già le nove.
Ingualdrappato da capo a piedi; il viso rivolto al lato della porta; le spalle appoggiate al corno del Vangelo; quel paziente ecclesiastico sembrava abituato alla sua posizione, a que' ritardi, alla vista del luogo.
Egli guardava dunque con indifferenza suprema i marmi, le colonne, le sculture, le dorature, i balaustri, le tribune, gli stucchi, i vetri dipinti, i merletti delle ogive, le nervature, i rosoni della cappella—che si sarebbero detti un oggetto da oreficeria, talmente erano ricchi, eleganti, minutini—di quell'architettura rococò insomma, della seconda metà del XVII secolo, protetta dai gesuiti.
Il prete applicava i suoi occhi senza sguardo sopra una madonna di Alfonso Cano, e sbadigliava. Egli portava poi quelli occhi carichi di noia sopra un martire del Ribera, e cominciava una seconda tappa di sbadigli; e di tappa in tappa, e' trascinava quello sguardo senza lume da una Santa Agnese di Velasquez ad una Santa Lucia di Ribalta, da un santo inquisitore di Zurbaran ad altri santi e ad altre sante del Domenichino, del Caravaggio, del Guido.—E non era neppur rapito da una splendida carola d'angeli dell'Albano.
Il brav'uomo si sarebbe addormentato, se un mozzoncello di paggio, trasformato per la bisogna in chierico, non gli avesse di tanto in tanto pizzicato i polpacci a sottecchi, e non l'avesse fatto di tempo in tempo trasalire.
Allora e' sospirava, e guardava il bel masso d'iride che il sole, filtrando a traverso il rosone a vetri colorati sulla porta, stampava nel mezzo della cappella.
Come la primavera inneggiava al di fuori! Che brezza tiepida in que' bei viali del parco—mentre che egli aggrinzava su quell'altare di marmo ove il buon Dio, egli stesso, doveva trovarsi a disagio! Come gli insetti e gli uccelli erano liberi sotto quella volta di cielo—mentre che egli—unto del Signore e bisunto del mondo—montava la guardia sotto quella volta di stucco e di legno, ed aspettava, e doveva aspettare chi sa ancora per quanto tempo!
La cappella era vuota.
Tranne il prete ed il paggio, una lampada di oro che oscillava, ed una polvere di oro, che formicolava in quel raggio di sole guizzato al di dentro, nulla movevasi, nè dava segno di vita.
Il rumore indietreggiava, pieno di riverenza o di paura.
Un inginocchiatoio, coverto di velluto cremisi, a fiordalisi, indicava che qualcuno doveva venire.
Poi, non una sedia, non una panca per chichessia. Quella cappella era un gabinetto privato, ove il buon Dio si recava per uso di qualche essere privilegiato, esclusivamente.
La porta che conduceva al di fuori era chiusa. Le tendine di seta verde delle tribune erano abbassate. Una portiera in velluto paonazzo, ornata di frange e di nappe d'oro, mascherava una porta laterale.
Il prete volgeva lo sguardo da quel lato con più persistenza ed ansietà, che verso i capolavori d'arte, i quali popolavano il luogo.
Infine, alle nove e mezzo, quella cortina si mosse, una mano, appartenente ad un corpo che si tirava indietro, la sollevò, a lasciò passare il personaggio aspettato.
Questi era un uomo di taglia mezzana, di aspetto insignificante, di uno scialbo fuligginoso, dagli occhi vitrei. Era calvo, tranne alle tempie, ove si rizzava qualche ciocca di capelli rossastri. Non un pelo sul volto. Le labbra rientrate, e la bocca ermeticamente serrata.
In tutti i suoi lineamenti non aveva di saliente che gli zigomi—i quali si arrampicavano verso l'insù della fronte—e le orecchie, che davan giù verso la mascella inferiore, come quelle del cane. Le narici erano feroci—ed eran desse la sola cosa che parlasse in quella figura allampanata.
Portava sul capo un berretto di velluto nero, cui levò entrando in cappella, ed avviluppavasi in un lungo zamberlucco da camera di velluto violetto.
Su questo, brillava l'ordine del Toson d'oro. E con codesto, delle pantofole ai piedi ed una pezzuola bianca attorno al collo¹.
¹ Si direbbe che si dipinga qui Ferdinando VII di Spagna. (N. dell'Editore).
Un gesuita, che lo seguiva a due passi in dietro, s'inginocchiò alla sua sinistra, alla medesima distanza, mentre che egli, con la sua aria vecchiotta, s'installava a comodo sull'inginocchiatoio. Ed il prete dell'altare volgeva il dorso e dava principio alla messa.
Il sembiante del gesuita contrastava singolarmente con quello del personaggio del Toson d'oro.
Quel reverendo era pallido anch'egli, ma di quella pallidezza biliosa, cui cagionano lo studio, la reclusione, l'ambizione, le forti passioni tenute a briglia, il sangue che brucia senza ossigeno, mediante il sistema dei fumivori—di quella pallidezza fatale, insomma, la quale è il prodotto del consumo spontaneo, e che inverniciò tanti visi di grandi uomini e di uomini terribili;—la pallidezza di Dante, di Napoleone, di Filippo II, di S. Domenico e di Fouquier Tinville.
Era alto e magro, e di già un poco curvo, quantunque non avesse che circa cinquant'anni. La sua fronte calva si elevava alta. I suoi occhi profondi e neri fiammeggiavano. Il suo naso aquilino respirava le tempeste. Le sue labbra fine e pallide, ornate di un falso sorriso, denunziavano l'astuzia. Dai larghi denti, spaziati, acuti, indicavano istinti poco umani. Contrariamente alle regole del suo ordine, portava la testa alta, e guardava dritto innanzi a sè.
Gli è vero, che nella sua prima gioventù quel padre era stato dragone. E' si chiamava allora il conte di Landrolle. Si chiama adesso il padre d'Ebro.
Aveva disertato da Napoleone a Waterloo, al seguito di Bourmont.
La messa, che scivolava allo spiccio, passava per sopra al suo capo.
E' non ne aveva bisogno. Azzeccava invece il suo sguardo sull'uomo dal
Toson d'oro, il quale sembrava più attento e più divoto di lui.
Quando il prete si fu comunicato, il gesuita si avvicinò all'inginocchiatoio. L'uomo che l'occupava fe' segno della testa di non aver d'uopo del ministero di lui. Si alzò infatti ed andò a comunicarsi all'altare.
Di ritorno al suo posto, e' parve più fervente. Il gesuita, più inquieto.
Infine, la messa terminò. Il prete rientrò in sacrestia, ed il personaggio in veste da camera si levò. Il gesuita si precipitò per rialzare la portiera dell'uscio, lo lasciò passare e lo seguì.
Il personaggio dal Toson d'oro non manifestò di avvedersi di quegli atti di deferenza. E' camminò dritto, traversando qualche sala ove zonzavano parecchi lacchè, affrettati ad aprire le porte.
Il gesuita seguiva in silenzio.
Arrivati in una galleria dove si aprivano più porte, il padre d'Ebro s'inchinò profondamente dietro il personaggio che lo precedeva, quasi per pigliare commiato da lui. Allora questi si volse e gli fe' segno di continuare a seguirlo.
Il gesuita girò il manubrio della porta. Il personaggio entrò in una camera da letto, la traversò ed andò a sedere in un gabinetto da lavoro o da preghiera.
Quel ricovero, le di cui finestre sporgevano sul giardino, era tappezzato di raso cilestre a gigli d'oro. Sul muro, al fondo, penzolava un grande crocifisso di avorio, ed ai piedi di questo un inginocchiatoio di ebano. Vicino alla finestra, era uno scrittoio con qualche libro di sopra. A lato, un piccolo stipo incrostato di tartaruga. Dietro, un divano molto comodo, in velluto, ed un seggiolone innanzi lo scrittoio, stemmato a corona.
L'uomo dal Toson d'oro andò a sdraiarsi sul divano ed indicò al gesuita di tirare il campanello.
Questi toccò un bottone e restò impiedi.
Due minuti dopo, un lacchè, seguito da due gentiluomini con una chiave d'oro sul dorso, portò sur un vassoio d'oro una tazza di porcellana ripiena di cioccolatte. Il personaggio la prese, e di un gesto ordinò a quella gente di uscire.
Il gesuita restava sempre impiedi, vicino alla porta.
Quando il cioccolatte fu sorbito, il personaggio porse la tazza al gesuita, additandogli di posarla sullo scrittoio, e disse:
—Prendete quel seggio e sedete lì, in faccia a me.
—Mille grazie, sire—mormorò il padre d'Ebro.
Egli era in presenza di sua maestà, re Taddeo IX.
—O' a parlarvi—disse costui, dopo qualche minuto di silenzio.
—Sono sempre agli ordini di vostra maestà.
—Fate attenzione, padre mio, chè vi parlo in confessione.
Il padre d'Ebro si alzò, s'inchinò, e si riassise.
—Voi vi occupate, padre mio, degli affari della mia anima. Ma voi non vi astenete di darmi altresì dei consigli sulla condotta del mio governo.
—Quando V. M. mi fa la grazia di esprimerne il desiderio…
—E sovente pure, senza che io lo desideri e senza ch'io ve lo domandi.
Il gesuita abbassò il capo, astenendosi dal rispondere.
La voce del re sembrava severa.
—Ora—continuò Taddeo IX—io vi consulto sopra un caso grave—grave per la mia coscienza d'uomo, pel mio onore di cavaliere, per il mio dovere di re.
—Vostra maestà può contare sulla mia lealtà senza limiti, e su i miei consigli—quali piacerà al nostro divino Redentore di inspirarmeli.
—Padre d'Ebro, vi siete voi giammai preoccupato della situazione del mio regno?
—Sire, dopo il regno del cielo—di cui mi sforzo appianare la via a V. M., e cui mi arrabatto a conquistare per me—io non ò che un pensiero: la grandezza, la pace, la sicurezza… e la buona direzione del reggimento di V. M. nelle viste del Signore.
—Io sono vedovo, padre mio—sclamò il re sospirando.
—Il signore ha detto nel libro della Sapienza: «Le amarezze dal vedovo parlano al Signore dell'integrità del suo cuore.»
—Non ò figliuoli.
—Vostra maestà à di già professato con Giob: Dominus dedit, Dominus abstulit!
—Ad ogni modo, Egli avrebbe meglio fatto di lasciarmeli—di lasciarli vivere, se veramente dati E' me li aveva. Ma io ò dei dubbi su questi avvenimenti, cui è inutile di mettere in chiaro oggidì.
Il P. d'Ebro abbassò gli occhi e si tacque.
Il re continuò:
—Ora, che avverrà del mio trono, dopo la mia morte? Ecco la mia preoccupazione. È mestieri che io lo lasci a mio fratello—vale a dire, all'uomo che io odio di più in questo mondo.
—Sire—osservò il P. d'Ebro timidamente—il Signore proibisce l'odio, e la Chiesa non ordina di odiare che il peccato.
—Pertanto, bisogna ad ogni costo—dovess'io proclamar la
Repubblica—che quell'uomo non mi succeda.
—Sire, le leggi fondamentali della Corona sono inesorabili su questo punto. Esse assicurano la successione a vostro fratello, se V. M. non avrà prole.
—Inezie! Chi à fatto quelle leggi? Gli Stati della nazione ed un altro re, che non era neppure dei miei antenati. Ebbene, che cosa è un re?
—Sire, l'Ecclesiastico à detto: «Dov'è la parola del re, quivi è la potenza. E chi può dirgli: cosa fai tu? Chi tiene il comando non può far male; ed il cuore di un uomo saggio distingue bene il tempo ed il giudizio.» Tale è il re.
—Io abrogherò la legge allora, e farò per il meglio.
—Sire, lo spirito del male non si rassegna giammai al bene, senza procurare di tuffarlo prima nella desolazione. Il principe di Tebe potrebbe cagionar dei malanni.
—Gli è precisamente codesto che sveglia le mie angustie. I popoli sono diventati infami: essi pensano e giudicano!
—Vostra Maestà è ancora giovane—insinuò il P. d'Ebro—e Dio semina l'avvenire. Ma l'uomo crea pure gli avvenimenti… e li corregge.
—Gli è appunto ciò cui penso da qualche settimana.
—Allora, V. M. troverà certamente la soluzione del problema… ed io supplicherò Dio che la rischiari.
—Non vi è mestieri di tanta luce, padre mio. Io non ò che quattro cose a fare. Primo: invertire l'ordine della successione…
—Gli Stati della nazione non lo consentirebbero, forse; ed e' sarebbe pericoloso farne senza.
—Lo veggo anch'io. E perciò, ò messo da parte questa misura. Secondo: decretar la Repubblica, a partire dall'indomani dalla mia morte.
—Sire, non si rispetta sempre la volontà dei re defunti. Poi, la Repubblica, che assassina i re e rovescia gli altari, è abbominevole agli occhi di Dio.
—Ed ecco perchè ò messo da banda anche codesto mezzo. Terzo, allora: fare uccidere mio fratello.
Il gesuita non interloquì.
Il re continuò:
—Infine, riammogliarmi.
—E perchè no, sire? Vostra Maestà non à che cinquant'anni.
—Lo so. Ma cosa è l'età, cui annunzia un almanacco, se l'età, cui Dio infonde nel sangue, avanza del doppio? Io ò cento anni. Tutto è morto in me. Un nuovo matrimonio non migliorerebbe la situazione del mio regno e le condizioni della mia famiglia.
—Sire, voi obliate che Dio fa dei miracoli, o ch'Ei fa fiorire i rami disseccati.
—Io conosco qualcuno che farebbe di codesti miracoli senza ricorrere a Dio—e lo si vede più spesso che la morale nol consentirebbe. No, padre mio, non vi è resurrezione in questa materia. Quando l'olio è consunto, la lampada muore, e nulla la ralluma. Io ò tentato tutto, del resto, ed avrei dato nove decimi del mio regno a chi mi avesse presentato un elixir della vita.
—Sire, non bisogna scoraggiarsi giammai, quando si mette confidenza in Dio. Il signore à detto: «Io sono il forte!»
Re Taddeo conservò un silenzio pensieroso per qualche minuto, poi soggiunse:
—Padre mio, ove la scienza non arriva, ove la fede non basta, non trovate voi, non intravedete voi un altro mezzo?
—Sire—rispose il padre d'Ebro—io non oso nulla intravedere.
—Nondimanco, nella Bibbia, ove si attingono tanti consigli, ove s'incontrano tanti esempi, ove si cercano tanti espedienti e tante consolazioni, la soluzione dei dubbi che uccidono il mio riposo deve pur trovarsi consacrata.
—Sire, tutto è nella Bibbia. Solo occorre saperla interrogare. Che V. M. degni di mettermi sulla traccia, affinchè io le riveli la volontà di Dio.
—Ma, padre mio, gli è chiaro pertanto cosa io mi cerchi! Io voglio un successore al mio trono. Bisogna che n'abbia uno, che me se ne fabbrichi uno…
—Sire, posso osare comprendervi?
—Osate, osate, padre d'Ebro. Io voglio un successore… e la pace della mia coscienza. I pregiudizi degli uomini mi toccano poco, se la voce di Dio mi rassicura. Altri si son pure trovati nella medesima situazione, padre mio.
—Sire, poichè la M. V. mi ordina di aprire i libri santi, io oso leggervi?
—E cosa vi leggete voi?
—Nella Bibbia, sire, l'analogia è una chiave. Si parla di una radice di Jesse e s'intende Gesù. Geremia parla della Regina coeli, e la s'intende Maria. Ebbene…
—Ebbene?
—Sara non aveva figliuoli da Abramo. Ella introdusse nella camera nuziale la schiava Agar. Rachele non aveva prole da Giacobbe. Ella permise alla sua fante Balah di entrare nel suo talamo. Lia, per la medesima ragione, gli presentò la sua schiava Zilpah. E quella stessa Rachele permise alla sua sorella Lia di rivedere suo marito, per qualche ramo di mandragora.
—Basta—sclamò Taddeo IX. Gli è ciò che io voleva sapere. E cosa avvenne dei figli di quelle schiave, padre mio?
—Essi furono servitori di Dio, antenati di Gesù Cristo, patriarchi, capi di tribù—che erano i re d'allora…
—Padre d'Ebro—riprese il re—e se io seguissi l'esempio di quelle madri, di quelle mogli di patriarchi, troverei io grazia agli occhi del Signore? Potrei io dirgli: Io ò agito giusta i consigli di uno dei tuoi preti? La mia coscienza di cristiano può restare calma? Potrei io dirmi: Io ò compiuto il mio dovere di re!… ed andarmi a riposare nel Signore?
—Sire, io vi parlo in nome di Dio. Se egli vi à colpito—per uno dei suoi secreti inscandagliabili—della più crudele delle sue piaghe: la sterilità!… gli è ch'egli esigeva da V. M. la più grave delle espiazioni: quella dell'umiltà! Dio non poteva pensare a castigare i vostri popoli, che sono innocenti. Ora, il principe di Tebe sarebbe un castigo. La repubblica, la guerra civile. Una sostituzione mediante un ramo collaterale… Dio non può permettere codesto. Adorate la sua mano. Dio non adottò egli Saul, e dopo Saul Davide, in pregiudizio della discendenza del suo profeta? E perchè? Perchè gli Anziani del suo popolo dicevano a Samuele: «Guarda dunque! tu sei vecchio ed i tuoi figliuoli non vanno sulla tua strada; dacci un re che ci governi a modo delle altre nazioni.» Samuele fece quanto potè, e disse tutto ciò che seppe immaginare per distoglierli da quella determinazione. Gli Anziani tennero sodo, ed ebbero il loro re. Ora, se Samuele preferì un guardiano di asine, ed in seguito un guardiano di capre ai suoi proprii figliuoli—egli, Samuele, che faceva l'usura, dava mano alla corruzione e pervertiva la giustizia—di quanto un figliuolo di regina, nato dal cuore di V. M. non dovrebbe essere più gradito agli occhi del Signore, che questo successore obbligato, il quale cagionerebbe la ruina della nazione?
—Grazie, padre mio—disse il re. Io ò preso il mio partito. Voi mi avete convinto… e voi ne siete responsabile innanzi a Dio.
Il P. d'Ebro s'inchinò di un'aria piena di umiltà. Il re si levò e gli domandò:
—Padre d'Ebro, voi che leggete tante cose nelle Scritture Sante, vi avete voi giammai incontrato un qualche passo che si rapporti a re, i quali avrebbero ucciso dei profeti infedeli? E' mi sembra che codesto debba esservi pure.
—Sire—sclamò il P. d'Ebro impallidendo—ciò vi è per l'appunto.
Ma…
—Padre mio, parleremo del ma un'altra volta. Riflettete al testo, per il momento. La confessione è finita.
Il padre d'Ebro salutò umilmente ed escì.
Il re suonò.
Un ciambellano apparve.
—Il marchese delle Antilles—ordinò il re.
Due settimane dopo, il marchese delle Antilles era mandato in ambasciata straordinaria presso re Claudio III—onde negoziare un trattato di commercio e navigazione con suo cugino, il re Taddeo IX!
II.
Un mandato come… non se ne da sovente.
Il marchese delle Antilles era arrivato nella capitale del re Claudio III, portatore di un dispaccio del ministro degli affari esteri, che lo accreditava qual negoziatore di un trattato di commercio, poi di una lettera del suo padrone pel re.
Questa lettera, quando S. M. Claudio III riescì a decifrarla, lo turbò considerevolmente.
Da prima, essa era di una scrittura che avrebbe dato l'itterizia al più intrepido paleografo. In seguito, essa era lunghissima. Infine le cose che conteneva sembravano singolarmente sorprendenti.
Sua Maestà credette di aver mal compreso e fece chiamare il principe di Celle, suo ministro degli esteri, a cui la comunicò, non senza qualche esitare—quantunque il principe fosse un vecchio e fedel servitore della sua casa.
La conferenza tra il re ed il ministro durò parecchie ore, ma nulla ne traspirò.
La sera, S. M. fece venire nel suo gabinetto sua figlia—la principessa Bianca.
Il dì seguente, il principe di Celle chiamò nel suo il duca di Balbek suo nipote.
Claudio III era un uomo precocemente caduco.
Sempre malescio, sempre uggioso, sempre bisbetico, sorrideva di raro, benchè avesse il sorriso grazioso. Parlava pochissimo. Molto crudele, perchè divoto—divoto, perchè crudele.
Claudio III simulava e dissimulava come un lacchè—tanto e' temeva di cessare di esser padrone!
Sua Maestà amava molto i suoi figli—quantunque e' si avesse tutte le ragioni per dubitare della sua paternità assoluta.
Aveva sempre paura: di sua madre—che aveva provato di avvelenarlo; di suo fratello—che aveva voluto cacciarlo dal trono; del suo popolo—che covava una rivoluzione; di sua moglie—di cui contrariava le inclinazioni; di suo cugino—che ruminava cercargli briga; dei cospiratori—che tramavano contro la sua vita; della malattia—che lo teneva sempre sotto la sua punta. La sua gioia, adunque, era in far dei meschini.
Aveva nondimeno il sembiante dolce, la parola lusinghiera, le maniere graziosamente squisite, un tantin di spirito, ed era mastro nell'arte del tornire in legno¹.
¹ Si direbbe, a questo ritratto, che si tratti di Francesco I di Napoli. (N. dell'Editore)
—Figlia mia—disse egli alla principessa Bianca la sera, quando la gli ebbe baciato la mano—ò dovuto contrariarti in questi ultimi giorni nel tuo divertimento favorito, perchè tu avevi cagionato dei malanni. I miei imbecilli sudditi capirebbero, senza fiatare, che venti mila di loro perissero in una battaglia. Essi non saprebbero persuadersi che una principessa possa, per sbaglio, uccidere un bracchiere per un cinghiale. Nondimeno, il tuo medico mi à detto stamane che la tua salute esigeva questi esercizi violenti e che il riposo t'impallidiva. Ti accordo dunque di nuovo il permesso di correre i boschi. Solamente, ti azzecco ai fianchi un cavaliere di compagnia, il quale temperi la tua foga.
—Grazie, babbo—rispose la principessa baciando questa volta suo padre sulla fronte. Se codesto cavaliere cui mi cucite alla gonna è un vecchierello, io lo stancherò, lo sfiaterò… lo farò crepare in tre giorni.
—So pur troppo che tu sei una brigantessa—rispose il re. E prevedendo precisamente codesto, io ti ò destinato un Mentore di venticinque anni: il duca di Balbek.
—Alla buon'ora! Lo farò sventrare allora da un cinghiale—sclamò, ridendo, la principessa.
—Sono contento vederti gaia, cara fanciulla—riprese il re. Abbiamo così poco tempo a restare insieme!
—Che dite voi, sire?
—Io mi sento più malato che mai. D'altronde, figlia mia, tu sei in una età da marito, e da un giorno all'altro…
—Io non sono mica impaziente, babbo…
—Sì: ma altri potrebbe ben esserlo. Per bacco! quando si è vedovi, e si àn cinquant'anni e non successione assicurata, si capisce la premura e le precauzioni…
—Voi dite, babbo, cinquant'anni?
—Sì, è una supposizione. Infine, bisogna esser preparati a tutto. Quando si vuole un successore ad ogni costo, è mestieri mettersi in misura: e quando lo si è, dire: io son pronta! In questo caso, non si va a badare se tu abbia o no fretta. È la cosa stessa che urge e indica la precipitazione. Buona sera, Diana cacciatrice. Non essere schifiltosa come la tua santa protettrice. La pruderie era buona per i pagani e per le dee… non per le regine che debbono arrivare al trono con una successione bella ed assicurata… assicurata ad ogni costo! Buona sera.
Se vi è qualcuno che abbia più spirito di Voltaire e di tout le monde, gli è sicuramente una figlietta a maritare—fosse ella pure una principessa. Bianca comprese il latino di suo padre—latino, del resto, che non aveva mica bisogno di dizionario.
Altra fu la conversazione del principe di Celle con suo nipote, il duca di Balbek.
—Riceverai—disse il principe—oggi stesso forse, il brevetto che ti nomina cavaliere di compagnia della principessa Bianca. Sei tu fortunato! gaglioffo!
—Proprio!—sclamò il duca di Balbek. Solamente, io vorrei che si definissero le mie funzioni presso di quella principessa. Perocchè, in realtà, io non ne vedo mica altra che quella di avere un grifo di cinghiale piantato nel ventre, o di vedere le budella di lei appese ai rami di un cervo.
—Avresti tu preferito che ti destinassero ad allacciare il suo busto, od a porgerle l'asciugatoio all'uscita del bagno?
—Io non vedo nulla di disonorevole in codeste funzioni. E se desse fan parte del mio ufficio, io mi vi rassegno senza mormorare.
—Ebbene, no, signor mio monello—replicò il ministro. Tu devi accompagnar Sua Altezza nelle escursioni ch'ella predilige, preservarla dai pericoli, e farle trovare la natura incantevole.
—Ecco ciò che è impossibile. Io, io non amo la natura. Io preferisco una lucerna che fumiga ad uno spuntare di aurora. Io comprendo una cisterna, perfino un cetriuolo, ma non comprendo un paesaggio.
—La comprensione ti verrà. La difficoltà della tua parte è tutta nel cominciare. Sarà d'uopo di un tatto squisito, cui tu non ài. Imperciocchè, non è già nelle guardie del corpo che s'imparano le delicatezze ed i pigolii degli innamorati da boudoir.
—Ma, fate attenzione, zio, voi confondete i generi. Sotto un nome pulito, io non sono in realtà che un bracchiere, il quale riceverà i colpi, i bufoli, i cinghiali, i contadini—che si avvicineranno senza etichetta a S. A.; la rialzerà se cade di cavallo; le indicherà la strada ed i viali nelle foreste; prenderà a suo conto tutti gli sbagli, tutte le disgrazie della caccia—incluse le archibugiate che si smarriscono ed uccidono un villano per un lepre.
—Esattamente. L'è codesta la parte brutta delle tue funzioni. Ora, e' non incombe che a te, se ài spirito, di rilevarla, e di ciò che è un mestiere di domestico fare la delizia di un cavaliere elegante.
—Ma voi obliate, dunque, che io ò per le mani un'Altezza, una figlia di re, una principessa del sangue.
—Tu puoi anche aggiungere la fidanzata di un re. Ma, silenzio! Questo l'è un segreto di Stato cui ti rivelo, conosciuto adesso unicamente da S. M. e da me.
—Eccomi allora più domestico che giammai!
—Comincio ad accorgermi che ebbi torto di indicarti per codesto posto superbo, perchè tu sei un vigliacco o un imbecille.
—Ed io comincio a comprendere che voi non dite tutto ciò che pensate, e che gironzate attorno a qualcosa.
—Io non gironzo, ma cammino dritto. La principessa Bianca è bellissima. Non vi è dunque nulla da stupire che la si dimandi in matrimonio, e che perfino dei pretendenti slombati ed affranti si mettano su i ranghi. Un cavaliere di compagnia che avesse dello spirito potrebbe, in una situazione simile, far molta via. Gli è un gironzare questo?
—L'è peggio che un gironzare: l'è un affondarsi. Ed innanzi tutto, mi parlate voi da zio, in questo momento, o da ministro di S. M. Claudio III?
—Come tu voi. Ma ponghiamo che io ti parli da ministro, non fosse che per obbligarti al secreto: che conclusione ne cavi tu?
—Allora, io prego Vostra Eccellenza di farmi l'onore di darmi delle istruzioni precise; perocchè, che io capisca o no, sono deciso a non capir così subito.
—Meglio vale allora che io faccia rivocare il decreto, e che lo intitoli a qualcuno che abbia intelletto più svelto.
—Prego V. E. di riflettere ch'e' non trattasi qui di una quistione d'intelletto, ma di una consegna. Se io mi determino ad operare per mio proprio conto, vedrò cosa avrò a fare. Se debbo funzionare per conto altrui, ò il diritto, mi penso, che mi si spieghino gli ordini.
—Ai tempi miei, i giovani non facevan mica tante moine par piacere alle belle giovinette. Ed ò anche visto, quando ero in Russia, dei belli e forti garzoni mettersi a subbisso per acchiappare un sorriso della vecchia Tzarina. È vero che noi eravamo allevati allora dai gesuiti, e che oggi sono dei pedanti che vi abbrutiscono in ciò che addimandasi un liceo, un collegio, un'accademia, un'università. Ai miei tempi l'era naturalissimo che un marito di cinquant'anni, che si permetteva una moglie di vent'anni, si desse altresì un coadiutore per la confezione della famiglia. Il posto di cicisbeo, e perfino di abbatino, era allora pesante, ma onorevole ed ambito—ed un padre si sarebbe creduto disonorato se avesse appreso che il suo figliuolo era proprio di lui.
—Ahimè! Eccellenza, l'è una disgrazia. Ma, ai giorni nostri, non si fanno in collaborazione che i vaudevilles per il teatro. I figliuoli in accomandita ed in Compagnia Anonima esistono tuttavia, ma non sono riconosciuti dal Codice Civile—e monna polizia si mischia di quella gentilezza che chiamasi un adulterio.
—Vattene allora, e sii un semplice bracchiere.
—Io non dico codesto. Io desidero solamente che si specifichino le mie attribuzioni, onde non fuorviare. Si può esser colpevoli. Non è permesso di essere stolido o ridicolo, se si sbaglia.
—Tu sei di una probità miracolosa! Vado a farti nominare direttore della Banca. Ma ammettiamo, per ipotesi—per scandagliare i gradi della tua modestia e della tua virtù—che ti si dica: Vi è un marito che vuole un successore ad ogni costo, e che non è sicuro di sè: vuoi tu associarti all'opera sua? Che risponderesti tu a questa proposta filantropica?
—Eccomi qui. Ma ad una condizione, anzi a due.
—Va là!… la donna è bella e giovane…
—Monta poco, fosse ella altresì regina o qualcosa di simile. Se non si trattasse che di una borghese… Ma con dei re? cattera! Essi ànno sempre in tasca una corda per impiccare, ed in bocca una menzogna per sconfessare ciò che non gradiscono.
—Che professore di logica! Gli è vero che non vi è nulla di così concludente che la paura. Vediamo dunque codeste condizioni.
—Da prima, vorrei che V. Eccellenza mi desse la commissione con una lettera ministeriale in buona regola…
Il ministro si lasciò andare ad un grande scoppio d'ilarità, e non rispose. Il duca soggiunse:
—In seguito, che mi si nomini ad un'ambasciata, a Vienna, a Madrid, a Parigi, non importa dove, ma che io possa tenermi lontano dagli Stati del re clemente ed adorato, Claudio III.
—E poi ancora?
—Ecco tutto. Ed io prometto di fare le cose a dovere.
—Veramente, io sono sbalordito di tanta stolidezza ed oltracotanza!
Ma tu vivi dunque nel regno della luna, eh!
—Se ciò fosse, non avrei dimandato nulla di nulla, ed avrei regalato, senza farmeli dimandare, dei figliuoli ed anche dei nipoti a chiunque avesse una bella moglie. Ma noi siamo nel regno di S. M. Claudio III—subillo ciò all'orecchio di mio zio—negli Stati di un re, dove il tradimento è una massima di governo; ove l'arbitrio, la ferocia, la bugia, la dissimulazione, la perfidia, sono degli strumenti di regno. Dimani, che per una ragione qualunque la cosa fallisca; che non se n'abbia più d'uopo; che si sappia; che dispiaccia; che riesca altrimenti da ciò che si aspetta… ed eccomi lì compromesso ed afforcato. Non si risparmiano gli uomini cui si caricano di tali secreti e di tali funzioni. Ebbene, io voglio tenermi al coperto di codesti colpi di soppiatto. Io voglio, innanzi tutto, essere lontano di qui; provare, in seguito, se mi si accusa di fellonia, che io obbedii agli ordini che avevo ricevuti. Io separo in ciò la parte dell'uomo da quella del funzionario. Io compirò la prima parte per modo che non vi sieno reclami; eseguirò la seconda nel senso preciso delle istruzioni.
—Ài tu finito, leguleio, casista? Tu non comprendi mica dunque che guazzi nell'assurdo?
—Niente affatto. Vostra Eccellenza non dà ella dunque delle istruzioni minute ai suoi agenti diplomatici? Il viaggiatore che vuole abbordare nei paesi a governo sospettoso non si munisce egli forse di un passaporto? Il mio passaporto è l'ambasciata. Io sono un agente diplomatico di una categoria non peranco classificata, ma le cui funzioni sono delle più delicate. Mi date voi, sì o no, una missione? Se me la date, esigo il mandato. Io non sono mica di coloro cui un ministro o un re si propone sconfessare o spezzare, se la missione volge male. Voi rifiutate la lettera ministeriale? dunque voi meditate un tradimento.
—Tu vuoi dei documenti? dunque tu vuoi trafficarne. Non vedi tu, idiota, che una scritta simile nelle tue mani sarebbe una sentenza di morte contro di te? Non è, no, per fartene un parafulmine che tu cerchi codesto. Chi andrà a dimandarti conto di ciò che avvenne nel fondo di un folto macchione, o nelle serate di un boudoir, se non si desidera di meglio che ciò abbia luogo ed il più presto possibile? Chi t'impedisce di ritirarti, se incontri ostacoli? Chi t'impedisce di pigliar delle precauzioni prima d'impegnarti? Il pericolo sarebbe desso nel successo? Ma, non ti si dà una missione simile per mancarla. Lo scritto che tu dimandi non è dunque per la tua sicurezza.
—Lo è per l'appunto.
—No. Esso sarebbe invece un giorno una tentazione forse per la tua cupidità, per un cattivo pensiero qualunque. Tu non rifletti dunque che si vorrebbe forse un giorno spacciarsi di un uomo che possiede di tali secreti, di tali documenti? Tu avresti una pistola carica e sempre armata, la bocca volta al tuo cuore. Tu saresti sempre in pericolo di morte, o in misura di commettere un'infamia, un tradimento, cui si vorrebbe impedire.
—Io so bene che avrei in poter mio una macchina infernale la quale potrebbe annientarmi ad ogni istante. Però io mi piaccio a lottare contro il pericolo ed a dimesticare il serpente a sonaglio ed il tigre. Io avrei ogni interesse a non mai mercanteggiare di quel documento. Chi potrebbe pagarlo? Contro chi ne trafficherei io? Contro mio figlio, che sarebbe sur un trono? Ma bisognerebbe essere idiota. Io voglio un attestato della mia partecipazione a questa grande opera, non per farmene una spada, ma un origliere. Voglio poter dire: sono padre! Non sarei giammai tanto assurdo per dire: ecco lì un bastardo! mi comprendete voi, Eccellenza?
—Io comprendo che tu sei un indegno furfante, che ti trovi in gambe nel bene o nel male. Ma ti sembra desso possibile che io mi indirizzi al re per domandargli l'autorizzazione di una simile lettera ministeriale? Un'ambasciata, dopo dei servizi di questo genere, resi a due sovrani, si concepisce, si scusa. Si perdona la tracotanza della tua dimanda. Si promette. Si accorda. Posso anzi prendere questo impegno, perchè il posto di Parigi va a vacare quanto prima. Ma le istruzioni scritte?… Tu sei pazzo, tre volte pazzo, goffo, tre volte goffo.
—Non è mestieri, zio, che dimandiate al re l'autorizzazione di darmi le mie istruzioni per iscritto. Ciò entra nelle attribuzioni del ministro. Altri si contenterebbero di averle verbali. Altri, semplicemente indicate nell'ombra dei sotto-intesi, come voi fate al presente. Altri vi afferrerebbero a mezza parola e si lancerebbero all'avventura testa giù, a loro rischio e periglio. Io, io sono leale: voglio che il mio ufficio mi sia formulato in iscritto. Il re vi ci à di già autorizzato, significandovi l'intento ed accettando l'uomo. I dettagli sono l'opera del ministro, come qualunque altro semplice regolamento. Riflettetevi. Io accetto il mandato. Poi, al momento in cui io sarò pronto per metterlo in atto, verrò a reclamarlo, secondo la formula che vi presenterò. Non temete nulla. Ma mettetemi al sicuro. Noi siamo tutti complici. Noi abbiamo dunque lo stesso diritto alla sicurezza e lo stesso dovere del silenzio. Perchè reclamate voi la parte del lione e la facoltà esclusiva di potermi un giorno tradire ed impiccare?
—Va, balordo, gli è di già troppo di chiacchiere per una semplice ipotesi—cui ò proposta per scandagliare il tuo carattere ed il tuo spirito.
—Zio, dite a Sua Eccellenza che la ringrazio; che le farò onore; che sarò fedele e cavaliere; che il documento cui esigo non sarà giammai una lettera di cambio, ma forse, un giorno, una semplice credenziale; e ch'ella può lasciarmela con confidenza. I duchi di Balbek non tradirono mai: voi lo sapete.
—Tu vuoi dunque collocarti a piacere nella gola del lione? Si subisce il pericolo. Ma non se ne fa la sua aria respirabile, il suo pane quotidiano. Va, rifletti a tua volta ed abbi la fortuna di riescire. Dimentica il funzionario e sii il duca di Balbek. Una tanta bellezza! venti anni?… Io andrei a farle la corte nel cratere del Vesuvio.
Due giorni dopo, il barone di Luci portava a re Taddeo IX la risposta autografa di suo cugino, re Claudio III.
E l'hallali risuonava nelle foreste!
L'hallali!
III.
Ove si apprende: che tutto è bene ciò che riesce bene.
La principessa Bianca, dicevano i cortigiani, è una Minerva, come se ne veggono ancora le statue nei Musei. Suo padre l'aveva chiamata Diana. Forse, ei sarebbe restato più nel vero se la si fosse addimandata una Venere contadina!¹
¹ Non vi pare d'intravedere qui la regina Cristina di Spagna? (N. dell'Editore)
La statura s'innalzava un poco al di sopra della mezzana, ma bene assisa sulle groppe e solidamente costrutta. Nell'insieme, svelta ed armoniosa. Non si appiccava l'epiteto di piccino nè ai suoi piedi, nè alle sue mani; ma le sue mani seducevano, i suoi piedi provocavano.
Io mi sono sempre dimandato perchè dei piedi graziosi, piccoli, inarcati, elastici, provocassero, solleticassero. Che mi si parli delle labbra, io lo comprendo. Delle labbra rosse, leggiermente umide, a pelle fina, a palpitazione soave, a polpa attraente—delle labbra, insomma, come quelle della principessa Bianca—sono un focolaio di amore a getto continuo, che danno i brividi. Que' piccoli denti—che debbono morsicchiare sì bene—sembrano una frangia tagliata in un petalo di magnolia! Quegli occhi neri, grandi, lucenti, che vi avviluppano e vi penetrano; che riverberano l'infinito; che rivelano l'abisso; ove il piacere è re; ove l'amore è tiranno… appiccano l'incendio dovunque si posano, la disperazione dovunque passano, fanno paura se s'inalberano, uccidono se diventano languenti. Le sopracciglia che li coprono scoppiettano scintille se si aggrottano.
La fronte di Bianca non è alta, ma levigata e candida e si perde nelle onde infinite di una capigliatura nera e vellutata—che morde il freno, lo rode ed irrompe—correndo dietro alle carezze della brezza ed ai raggi del sole.
La sua fiera narice è crudele e voluttuosa, altera e provocatrice. Il soffio che l'agita, in passando, è elettrico.
La vita, esuberante, lussuosa, irresistibile, inebriante, impetuosa, esigente, scoppia da tutti i suoi lineamenti. Il color vivo delle sue guance la rivela. Bianca invita al festino degli dei, che inizia alla beatitudine, ma che uccide se vi vi si tuffa con abbandono. Chi non vorrebbe morire su quel petto, la bocca applicata a quel collo serico e bianco—il serpente dell'Eden?
Malgrado la vivacità e l'agilità della principessa, il suo portamento era reale. La sua voce, un po' ruvida, commoveva. Il suo gesto, breve e vivo, era eloquente. Il suo andare seduceva. Assisa, era volgare; in piedi, imponeva; a cavallo, vi trasportava come una fanfara di guerra. Negli addobbi comuni delle donne ella era triviale. Su di lei i gioielli smorfiavano; il fiore appassiva; la gaze si screpolava. Il velluto, la seta la rimpicciolivano. Bisognava vederla nel suo costume virile di amazzone per ammirarla nella sua apoteosi. Ella rivelava l'androgenia dell'anima.
Nulla di più goffo se ella danzava. A ginocchio, un libro alla mano, nella cappella, alla messa, era disperatamente ridicola e meschina. Un bicchiere alla mano, a tavola, ella avrebbe fatto scoppiare Arianna di gelosia.
Non pertanto, ella suonava bene il piano, il quale sotto la sua mano potente scoppiettava come una frusta, scintillava, espettorava dei suoni come colpi di pistola. Laonde ella non suonava mai sempre che arie guerresche, inni spietati, sinfonie tempestose, finali gremiti di antitesi ed orripilanti.
Il piacere che l'ubbriacava era la caccia. Nei castelli reali si trovava un registro zeppo zeppo di più migliaia di pezzi di grosso selvaggiume ucciso dalla principessa Bianca. Si erano bene astenuti però d'iscrivervi altresì che ella aveva morti per sbaglio cinque o sei picchieri e parecchi contadini e guardacaccia. Il sangue, compreso il suo proprio, l'intimidiva poco.
Malgrado ciò, era sensibile alle lagrime, e gli atti generosi la facevano singhiozzare. Un uomo ucciso la colpiva; un fiore appassito l'inteneriva. Leggeva di raro; ma se prendeva un libro, era sempre un poeta: Schiller, Byron, Hugo, Köerner, Zorillas… Sapeva tutte le lingue.
Una principessa non è dessa una piuma, cui il vento deve un giorno trasportare Dio sa su quale riva?
Il moto era per lei la vita; il riposo la spegneva. Aveva l'audacia di un uomo; la volontà di bronzo… di una donna.
Eccola adesso sur un ginetto andaluso nei viali della foresta.
Quindici giorni di reclusione le davano il farnetico del movimento.
Il suo occhio si dilatava, le sue narici si gonfiavano, il suo seno si apriva. I suoi colori, un istante impalliditi, rifluivano trionfanti. La sua testa sfidava il nugoleto che si granulava di fulmine e s'imbeveva di uragano. La sua voce scoppiava e balzava.
I suoi fratelli e gl'invitati a quella caccia erano restati indietro, lontani, spauriti. I bracchieri, sperperati nella macchia, nei mille sentieri della foresta.
Un solo cavaliere, il duca di Balbek, si teneva ai suoi fianchi, attaccato al suo abito, gualcendo sovente la sua amazzone in quella corsa scapigliata. I loro cavalli erano ebbri di demenza. Tutto è fiamma intorno a loro: il pelo dei cavalli, i ferri dei piedi, gli occhi dei padroni, l'aria del cielo… tutto tramanda scintille! Lo spazio è un abisso: assorbe, attira, porta via, trasporta—dove Dio mise dei piedi, esso attacca delle ali.
Ove van dessi? verso il limite illimitato: in niun luogo! Avanti! poi avanti! avanti sempre!
Una frana a picco li ferma infine.
Bianca dà in un pazzo riso.
Il duca cava il suo cappello e saluta.
—Mica male!—sclama la principessa. Per un primo saggio ve la siete tirata bene. Promettete qualcosa.
—Non sono io l'ombra?—rispose il duca. Il corpo mi trasporta nell'orbita sua. Ove è il merito che Vostra Altezza mi fa l'onore di rilevare?
—Ritorniamo. La bufera bufonchia. Se il nuvolo crepa voi andrete a pigliare un cimorro; ne ò paura!
—Altezza, io non mi incatarro che al lume dei doppieri.
—In questo caso non vi accimorrerete mai al mio seguito. Voi non andate dunque mai al ballo, voi? mai allo spettacolo?
—O' bisogno di ben foderarmi di flanelle, se par avventura sono obbligato di andarvi.
Rivennero su i loro passi e traversarono i cedui.
Era la fine di maggio. La natura fremeva ancora del suo immenso andare in amore—ciò che si armonizzava completamente con l'espressione di aspettativa appassionata cui la giovane coppia portava negli sguardi.
Camminavano adesso fianco a fianco, a passo lento, in silenzio. E' cercavano forse un finale spontaneo, che perdesse quell'impronta per ordine, cui l'una aveva compreso nelle parole di suo padre, l'altro in quelle di suo zio. Il corpo era stanco della corsa sfrenata; l'anima dominava. All'agitazione tumultuosa succedeva il meditare ondulante. Galleggiavano nel vago.
La natura cantava sotto gli abbracciari del sole che divenivano più incalzanti. La cervia, sbalordita dal rumore cui la caccia spandeva lontano, si ritirava nei suoi folti appartati. Il caprioletto saltellava intorno ai cavalli. Il daino bramiva.
La caccia del giorno era ai lepri, ai conigli, agli uccelli, di cui si compiè un'abbattagione.
La volpe, cauta e curiosa, si teneva in distanza, l'occhio al fucile che pendeva dall'arcione di Bianca ed alla carabina che riposava sulla coscia del duca. Su i picchi delle roccie lontane, il lupo, assiso sulle sue lacche, faceva sentinella, inquieto ma grave, portando le sue orecchie puntute verso tutte le direzioni delle brezze che stuzzicavano l'aere sonnolento. Nel profondo dei boschi si udiva il grugnare sordo del quarteruolo e del vecchio solitario, che meditavano un'irruzione subdola, ma non osavano rischiarla.
Che gaiezza poi nei rami! Che cinguettìo, che garrito, che gorgheggi, che saltellare, che strepito di ali, che beccheggiare, che lascivia! Che negghianza negli uni, che inquietudini per la casa negli altri! Che spanto di pietre preziose negli occhi, nelle ali, nelle goliere, nei ciuffetti, nei pennacchi! Quei fiori dell'aria si abbandonavano ad un baccanale sfrenato. Quei piccoli bellimbusti tormentavano la quercia grave e screpolata dal fulmine, l'acero che protesta, l'elce che si stecchisce, l'olmo che cede, l'abete che si dondola realmente, il pino che se ne burla, l'agrifoglio che dà la berta, il biancospino che ride in mancanza di meglio, il ginepro, il cipresso, il larice, il tasso, che vanno in bestia. Quegli audacelli pigiavano sopra tutti; facevan peggio che salivare sulla faccia di quegli esseri secolari e serii, i quali, incappellati come i Grandi di Spagna innanzi al re, portavano il capo alto innanzi agli aquiloni.
Un olezzo indefinito si spandeva nell'aria e la saturava. Esso si esalava di dovunque: dalle thuye, che si schieravano in battaglia intorno ai grandi alberi; dai budleya ai grappoli di fiori azzurri; dalle piccole deutzie al loro nevigato di fiori di argento; dagl'indigoferi che sparpagliavano i loro getti di porpora, dai rhus che lasciavan folleggiare i venti lascivi nella loro bionde capigliature inanellate; dai vitex che innalzavano le loro lunghe spighe di fiori cilestri. Che irradiamento animato! Che invasione di vita! I viali ombreggiati, cui la principessa Bianca ed il suo cavaliere traversavano, sembravano degli squarci in un mare di smeraldo. La foresta era una sirena.
La natura fondeva i colori, i profumi, le voci, le scintille, i sentimenti ed i gradi.
Si aspettava Bianca ed il duca per asciolvere e tornare al castello.
Si era ucciso una montagna di lepri, di conigli, di palombi, di merli, qualche riccio, qualche istrice, qualche scoiattolo, molti fagiani. Si era ucciso per uccidere. Imperciocchè tutto ciò, in quella stagione, non valeva nulla. Non era la caccia, era l'assassinio. Quanti amori interrotti? Quanti orfani condannati a perire?
Bianca non aveva scaricato il suo fucile. Ella non era venuta per dar mano a quel massacro, ma per bagnarsi nell'aria aperta, dopo una settimana di città e di castello. Le sue guance, del resto, rifiorivano: la si vedeva di nuovo vivace e splendida.
L'indomani ella ricominciò. L'aveva ordinato il medico—e la principessa rispettava la scienza! Poi, il giorno dopo, e poi i giorni seguenti.
Il duca di Balbek l'accompagnava sempre.
Ed io mi penso che l'uomo cominciava a soppiantare il funzionario.
Gli staffieri ed i bracchieri, che li seguivano in distanza, li smarrivano talvolta nel laberinto dei folti e nei sentieri della foresta, cui gli stessi guardacaccia visitavano di raro.
La coppia fortunata cominciava per un galoppo vertiginoso, e quando si trovava immersa, sola, nella solitudine discreta, nei siti ove la natura libera si lasciava andare alla sua deboscia di creazione, rallentava il passo e scambiava qualche proposito.
La parola era misurata: lo sguardo indiscreto.
Poi, tutto di un tratto, Bianca partiva come un lampo, o faceva inalberare il suo cavallo sul suo compagno, e rideva; o si lanciava nelle terre paludose per inzaccherare il suo cavaliere—il quale si spaventava se la vedeva affondare.
E quanti accidenti in quelle scappatucce!
Ieri, l'era l'amazzone—che, appiccata ad un arbusto, aveva scoverto una gamba ammirabile! Oggi, l'è una bigonia che la spettina e le scioglie le trecce, cui bisogna dar opera a rannodare. Talvolta, era una robinia che le strappava la frusta dei suoi artigli rosati. Tal'altra, una betulla che le solcava il viso, e bisognava rinfrescarlo con una pezzuola intrisa nell'acqua.
—Che punto di vista magnifico. Voi non lo ammirate, voi?
—Altezza, io trovo che la natura è sciocca in tutte le sue manifestazioni, eccetto…
—Eccetto?
—La donna.
—Voglio arrampicarmi su quelle roccie, ove potrò trovare un nido di sparviero. Aiutatemi a smontare.
Ed il duca la riceveva sul suo petto.
—Aiutatemi adesso a rimontare a cavallo.
Ed il duca la prendeva nelle sue braccia, adagiava il di lei piede nella staffa, aggiustava, o disordinava l'amazzone.
—Oh! come quella glycina bleu è bella ed olezza bene! Andate a cogliermela.
Ed il duca correva, e le cacciava poi dentro al busto il grappolo del fiore colto.
—To'! quel filo di ruscelletto mi dà sete.
Ed il duca le prestava la sua spalla per saltar di cavallo. Ed ella toglieva i guanti, si stendeva lunga lunga alla ripa del rivolo, attingeva l'acqua nel cavo delle sue palme, beveva, si refrigerava il sembiante e…
—Bravo! ò perduto la mia pezzuola. Prestatemi la vostra, duca.
E poi a galoppare di nuovo. E dei motti interrotti: e degli impallidimenti subiti; e dei brividi indiscreti ad un tatto accidentale; ed un respirare oppresso e bruciante, quando si era di troppo vicini; e dei languori traditori, delle risposte vaghe, degli sguardi petulanti, delle reticenze eloquenti!!!
Una settimana sorvolò così.
Quanto cammino compiuto, ma quanta distanza ancora!
Non pertanto, il vaso si empiva, l'acqua saliva sempre e sempre, ad ogni passeggiata, ad ogni costa, in tutti gli angiporti della foresta ove si scambiava una occhiata, una parola. L'acqua saliva e saliva—ma gocciola a gocciola.
Una gocciola ancora!
Tuttavia, non mai un motto galante, non mai un'allusione. La parola sarebbe stato un delitto di lesa maestà, poichè la situazione era sì augusta.
L'amore non è parlamentare.
Gli antenati di S. M. Claudio III erano stati cacciatori.
La loro capitale era circondata di residenze di caccia l'una più bella dell'altra. Ve n'era una dozzina, tutte ricche di cacciagioni, pittoresche, confortevoli, deliziose. Era la sola cosa che fosse reale nella dinastia e nel regno!
Oltre quelle foreste, quei parchi, quei palazzi di caccia vicino alla città, ve n'erano poi altri più lontani, altri al centro stesso della contrada. Vi si facevano dei viaggi, e vi si restava delle settimane.
Un mattino, la principessa Bianca fu presa da un desiderio imprevisto di andare a cacciare i piccioni in quella bella residenza di Lacerta, che è la Versailles di re Claudio.
Bianca ed il suo cavaliere salirono in sedia di posta e vi arrivarono alle nove.
Due ore di viaggio, l'uno in faccia all'altra!
Si parlò poco.
L'occhio sembrava carico di procella. Chi sa se oggi non si darà battaglia!
Ma presto, in sella. Il sole carica: i suoi raggi sferzano; maggio spira. In via. Si servirà l'asciolvere nello châlet, ove re Zebulone IV cucinava i suoi salmis, confezionava le sue appetitose gibelottes. Che si attenda quivi. Avanti… avanti!
Ed il galoppo furibondo e scarmigliato cominciava.
Chi potrebbe seguire Bianca, che sembra pigliare le ali!
Ella s'ingolfa nel macchione; traversa le chiarelle, ove il duca la rivede, e galoppa al suo seguito. Volge a sinistra; sale sur un poggio e si ferma in una crocevia che rassomiglia alla rosa dei venti. Il duca la raggiunge. Ella s'immette in un sentiero coverto e sbocca in una specie di valle magica.
L'ombra di un pino, come un obelisco, segnava mezzodì sur una roccia.
In mezzo a quel guazzabuglio di pini, di cedri, di abeti, di criptomerie che si rizzano svelte e spigliate come colonne, si sarebbe creduto trovarsi nella moschea di Cordova—di cui si è fatta una cattedrale! Il sole, a traverso i rami, zebbrava il suolo di rabeschi fantastici. La mandevillea, dai grossi mazzi di fiori bianchi che olezzano il gelsomino, invadeva quelle colonne. La phylophora, dai pampani lucenti, circondava le loro basi e si slanciava in pergole. La maurandia, dai fiori purpurei, ed il phoseolus, dai fiori rosei carichi di profumo, spiegavano le loro cortine. Un ruscello accompagnava della sua sordina i gorgheggi dei rosignuoli, le improvvisazioni alla diavola di una folla di piccoli uccelli che si apparecchiavano a fare la loro siesta. Il suolo era tappezzato di una giovane felce tenera e fresca.
—Quest'alfana mi à stanca—sclamò Bianca.—Vorrei riposarmi un istante e dar la caccia alle farfalle, alle sponde di quell'acqua.
Il duca le porse il braccio. Ella si lasciò cadere in braccia a lui—tanto sembrava affaticata! Si assise sur un cespo di erbe, ed il duca legò i cavalli ad un albero.
Il silenzio della voce umana era completo. Il brulichìo indistinto della natura era un narcotico. Sul loro capo, le tortorelle, poco pudiche e poco intimorite, ricambiavano dei lunghi, lunghi baci. La freschezza soave ed imbalsamata insinuava il languore.
Il duca si assise a fianco di Bianca.
Ella impallidì.
La sua respirazione divenne a balzi. Le sue labbra si scolorarono. Le sue narici si dilatarono. I suoi occhi si velarono come il cielo negli istanti che precedono la bufera. Sembrava accasciarsi. Il sonno la guadagnava. Avrebbe voluto levarsi; ma quello sforzo la ravvicinò al duca, che si era collocato ad una certa distanza, discreto.
—Il mio ducato per un tappeto!—sclamò costui di una voce velata.
Bianca sorrise.
La di lei testa s'inchinò sulla spalla di Balbek, che si abbassò.
Gli aliti si confusero. Gli occhi si chiusero. I capelli dell'una sfioravano il viso dell'altro….
Come ciò avvenne? Per quale contorsione di collo ebbe ciò luogo? Nol so. Ma la bocca dell'uno si trovò contro la bocca dell'altra.
Bianca dormiva.
Le loro labbra tremolarono. Un rumore sordo, come una foglia di rosa che si squarci, ne seguì. Quelle due bocche restarono così a ricamare, per tutto il tempo che l'assopimento di Bianca durò.
Infine, ella si svegliò in sussulto e gridò:
—Guarda! io ò dunque dormito?
—Altezza, sì—e profondissimamente ancora!
—Fa sì caldo! si sogna in piedi. Ed io credo di aver sognato…
—Delle cose spaventevoli, Altezza?
—Non so. Siete voi poeta, duca?
—Che! vi sarebbero ancora dei poeti, dopo che non vi sono più delle
Margherite di Scozia?
—Come! Vi sarebbero ancora degli Alain Chartier, che meritino di essere baciati sulla bocca dalle principesse… attempatelle?
—Io credo, Altezza, che qualunque uomo che dica ad una donna: Io t'amo! sia più poeta di messer Dante e di lord Byron, e meriti questa ricompensa. Del resto, ogni poesia non è che un ribiascico di questa strofa divina.
—L'avete voi mai cantata codesta strofa, duca!
—Io non l'aveva cantata ancora.
La principessa si alzò di un lancio e risalì a cavallo, appoggiandosi appena al braccio del duca.
Ella tirò un colpo di fucile e partì al galoppo.
Arrivata al crocicchio, Bianca tirò un altro colpo ed ordinò a Balbek di fare altrettanto. Poco dopo uno dei bracchieri comparve all'estremità di un viale.
La principessa entrò in un sentiero, al passo, ed il bracchiere la raggiunse.
Si seguì quella via.
Il silenzio era completo.
Bianca sembrava offesa; il duca affranto. E camminava dietro, apostrofando il suo cavallo.
Quella parte della foresta era scura e bassa. Delle roccie bianche, seminate qua e là, le davano l'aria di un carnaio di giganti, che avrebbero lasciato quivi delle ossa senza espressione. Il suolo era dell'ocra rossa. Dei serpenti solcavano le sabbie del sentiero. Delle gazzere davan la berta ai cavalieri e cominciavano una chiacchierata poco animata con uno stuolo di cornacchie in sentinella all'apice di un masso. Un pugno di piche si cacciò nella partita ed ingarbugliò la conversazione.
—Mastro Alain Chartier in prosa, capite voi ciò che quelli amabili piumiferi ci vogliono dire?
—Altezza, io m'immagino che quelle bestie irriverenti si burlino un poco del prossimo.
—Davvero! E che dicon esse dunque?
—Semplicemente questo: Oh! come il duca è brutto! oh! come la principessa è sirena!
—E voi non mandate loro una carica di piombo?
—Magari no! Quelle spiritose bestie ànno ragione.
Si volse a sinistra, ed un quadro maraviglioso si presentò ai loro sguardi.
Il viale metteva capo al lembo di un burrone. Di fronte, si rizzava altissimo uno scoglio rossastro a foggia di mitra, sormontato da un picco, come il corno dei dogi di Venezia. Un torrente scendeva ad infrangersi contro quel corno, e l'acqua, così respinta, si gettava in due nappi, a destra ed a sinistra, formando due cascate, che ricadevano da una altezza di cento piedi in una valle, e si riunivano. La parabola che descrivevano quelle due cascate formava come due archi che fiancheggiavano la roccia, e le due tese d'acqua rassomigliavano a due anse di un'anfora—un'anfora alla forma di una mitra episcopale. Un vapore di polvere di diamanti la covriva. Il sole l'animava e ne faceva un nembo d'iride.
Il Cristo, sul Tabor, ebbe a trasfigurarsi così.
—Oh! come è bello!—sclamò il duca, guardando il viso di Bianca, e per conseguenza volgendo le spalle alle cascate.
Bianca partì in uno scroscio di riso e disse:
—Piede a terra, allora, mastro Alain.
Lo staffiere prese i cavalli. La principessa si appoggiò al braccio del duca, e cominciò a discendere il burrone.
—Aprite dunque il vostro paracqua—diss'ella;—noi andiamo…
—A traversare il mar Rosso a piede secco, ma al capo innondato—soggiunse il duca.
Passarono infatti sotto la parabola della cascata, a destra, avendo sulla testa quella vôlta di cristallo soffusa di luce. Salirono qualche scaglione tagliato nella roccia, poi entrarono sotto una specie di galleria che forava il masso di lungo a lungo.