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I suicidi di Parigi

Chapter 35: V.
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About This Book

An older man's calculated plot sets in motion a manipulation of social appearances by promoting a young woman's charm until she becomes the season's celebrated beauty; her rise, staged through gifts, displays and cultivated indifference, provokes envy, desire and competing seductions. The narrative follows how social spectacle, ambition and calculated temptation corrode private morals and public manners, turning admiration into exploitation and igniting intrigues that escalate into crime, degradation and tragic self-destruction as the scheme produces unforeseen, ruinous consequences.

Quando furono al centro, si trovarono in una camera pellicciata di quercia. Un ovale, chiuso da un doppio cristallo, sporgendo sur una piccola piattaforma, rischiarava il luogo. L'ovale aprivasi in fronte alla roccia e dominava tutta la vallea percorsa dal torrente—il quale ricadeva in piccola cascata fino all'immenso bacino del parco, innanzi al castello. Dalle due porte aperte, a destra ed a manca, vedevansi le cortine di acqua delle due cascate.

Il sole del pomeriggio rischiarava la stanza. Il rumore della caduta d'acqua era ammortito. I giuochi di luce, di faccia e di lato, producevano dei bagliori magici, in mezzo alle cannas indicas dalle larghe foglie, dai fiori gialli e scarlatti che ostruivano un poco l'entrata della vôlta, e le cobee e le campanule che sbocciavano intorno all'ovale.

—Signor duca di Balbek—parlò la principessa Bianca, con una dignità tragica, che faceva fremere la deliziosa pelugine del suo labbro superiore;—io v'invito a colazione dopo domani, qui, con me; una colazione di due uova, che voi porterete nelle vostre saccocce, e di quattro biscotti, che io caccerò nelle mie.

—Mille grazie, Altezza. E che il buon Dio sia assai clemente e grazioso per mandarci del dessert dalla sua tavola.

—Voi siete un ghiottoncello, signor duca!…

La colazione ebbe luogo.

E due settimane dopo, fu celebrato il matrimonio della principessa
Bianca con sua maestà Taddeo IX—rappresentato dal marchese delle
Antilles.

IV.

Ove si vede che chi comanda non suda.

Cinque anni sono scorsi dall'asciolvere della principessa Bianca col duca di Balbek nella galleria delle due cascate.

Grandi avvenimenti sono occorsi.

Claudio III è morto.

Il duca di Balbek è ambasciatore di suo figlio, re Comodo V, presso la
Corte delle Tuileries¹.

  ¹ Scommettiamo che qui si tratta di Ferdinando II di Napoli,
    fratello di Cristina.
                                       (Nota dell'Editore)

La principessa Bianca à sposato re Taddeo IX, il cui regno à subito gravi prove.

Il principe Alessandro di Lavandall è sempre incaricato dall'imperatore Nicola di quelle funzioni misteriose che toccavano al mondo dei saloni di Parigi, alla polizia politica ed all'alto intrigo diplomatico. E' scriveva sempre allo czar di quei ghiotti spacci, cui Federico II, Caterina II, Luigi XVIII gustavano con tanto appetito—la petite presse all'uso delle teste coronate!

Un mattino dell'anno…. non mi ricordo bene la data. Ma M. Guizot era ministro, ovvero M. Thiers—uno, insomma, dei due grandi piloti che condussero la dinastia di Orléans al di là della Manica! Un mattino, dunque, di questo ricordevole anno, il principe di Lavandall passeggiava nella sua sala d'armi.

Erano le nove del mattino.

Egli aveva fatto due ore di ginnastica alla spada col suo maestro d'armi, ed in quel momento percorreva in lungo ed in largo la sala, per dare l'ultimo acume a quell'appetito della colazione sì ben preparato dalla scherma. Un monte di giornali, più o meno sberleffatti da una matita rossa, giacevano sur un divano, e due o tre altri sur una seggiola, marcati all'inchiostro nero e postillati.

Il principe era avvolto in una vesta da camera di cachemire grigio, e si baloccava colla cordella turchina che l'azzeccava alla vita. Era distratto e camminava a gran passi, borbottando qualche cosa. Poi tuffava le mani nelle sue grandi tasche e ne tirava fuori, per la terza volta, un dispaccio, cui leggeva facendo dei musoni singolari, sclamando con dispetto:

—Sì, sì, vi ci vorrei ben vedere, voi signor conte di Nesselrode! Gli è facile dar degli ordini, i piedi stesi sugli alari del camino…

E soggiungeva altra roba, forse meno riverente pel suo ministro, cui perciò appunto non articolava chiaro, e che restava in istato di ringhio indistinto.

In quel momento, un domestico annunziò il signor conte Sergio di
Linsac.

Il principe fece un segno della testa, ed il signor di Linsac entrò.

Non era avariato di molto, dopo l'assassinio di Regina. Sarebbe forse perchè il rimorso non è ruggine che rode alla superficie, ma trivella che fora in dentro?

Vi sono dei dolori che sono una maschera; altri che sono un'anima.

Per espiare il sospetto—di cui aveva vituperata Regina—il signor di Linsac si era forse imposto il bazzicare intorno al principe di Lavandall. Il principe, dal lato suo, onde risarcirlo in qualche modo, gli aveva procurato una sovvenzione annua di 30,000 franchi dalla Russia, per il suo giornale Les Deux Europes: perocchè vi sono dei rimorsi gentiluomini.

Il fatto è, che il demone dell'ambizione aveva acciuffato M. di
Linsac, e che egli voleva arrivare ad ogni costo, arrivare a tutto.

La fortuna del signor Thiers lo aveva abbarbagliato. Voleva dunque esser deputato, pari, ministro, ambasciatore, tutto ciò che la sua ardente immaginazione di romanziere gli pingeva come una sorgente di ricchezza e di piaceri. Si era gittato perciò a corpo perduto nel giornalismo conservatore.

Il signor Guizot lo pagava e sprezzava largamente. Si serviva dello stile pomposo e vuoto, della coscienza senza fede, del cuore senza principii di questa spugna politica, per coltivare la parte più ignominiosa della sua politica secreta. Era però pronto sempre a spezzarlo, se la necessità lo imponeva, dicendogli: Vi ò pagato per codesto!

Come il principe di Lavandall, il signor di Linsac è adesso un po' calvo sul vertice della fronte, cui le rughe delle cure, delle brame, dell'ambizione, dei disinganni invadevano. Come il principe, egli à preso quel certo impinguare, cui danno l'età, il comodo, un poco di pigrizia, la vita molle, le amiche rinnovellate a punto—da tenere il desiderio in piedi senza la pena degli stimolanti, cui la calma dei sensi e la saturazione dei piaceri spiegano. Come il principe, egli aveva acquistato quella pallidezza che segue al serio del pensiero—quella pallidezza sana che indica il lavoro dell'anima, non quella pallidezza mordace che ne indica la combustione e la rovina. Come il principe, egli aveva l'occhio spento, il labbro inferiore un po' abbattuto, qualche grinza intorno agli occhi, la barba rasa—tranne i baffi—i movimenti gravi.

L'uno e l'altro portavano la testa alta, guardavan dritto innanzi a loro, ascoltavano bene, stavano in guardia, parlando. Come il principe, il signor di Linsac scherza col sorriso—quello spasimo che implica nelle sue pieghe Dio e Satana—le due metà, o piuttosto le due facce del Tutto.

Entrambi sono graziosi e falsi, seducenti e perfidi, pensan nero e dicon rosa—ciò che non li impedisce di esser generosi, sempre gentiluomini—anche nel vizio—sempre eleganti. Entrambi infine odiano profondamente, squisitamente—ed odian forse lo stesso uomo: l'assassino vero di Regina! Ed entrambi dissimulano quell'odio con la precauzione sinistra di una donna di trent'anni, cui si derubò del suo amore.

Per gl'Iddii! pazienza, mio principe; pazienza, mio Proteo! il dottor di Nubo non à forse neppure sessant'anni!

A quest'ora il signor di Linsac veniva a dimandare la sua parola d'ordine, per non so quale polemica cui aveva impegnata in favore della Gallizia e di Cracovia.

—Arrivate a proposito, signor di Linsac—disse il principe. O' qualche cosa a chiedervi. So che posso contare sulla vostra discrezione.

—Lo potete, principe mio. Ma voi sapete altresì che io amo poco le confidenze, le quali sono come le macchie di olio: si spandono e si tradiscono sempre da sè sole!

—Non temete nulla. Non è mica una confidenza che io vi fo; è un consulto che vi dimando. Non siete voi ancora romanziere, fra linea e linea, bordeggiando fra il diplomatico dell'avvenire ed il pubblicista di oggidì? Ma, da prima, prendete quei due giornali su quella sedia. Leggerete ciò che è segnato all'inchiostro. Vi risponderete, aggiungendo: che, quantunque dato dal Journal Français de Francfort e dalla Gazzetta d'Augsbourg, voi avreste della pena a credere a quelle notizie, se, trattandosi di una perfidia, la mano del principe di Metternich non vi fosse mischiata.

—Quel caro principe! m'à fatto rispondere al mio ultimo articolo dal signor di Gentz: che per lo innanzi, la Russia aveva dei giornalisti assassini—i quali uccidevano una reputazione—e che adesso la assolda dei facchini—i quali marciano pesanti nella melma ed inzaccherano le genti.

—E voi avete risposto?

—Che non s'inzacchera l'oro. E tutte le Corti d'Europa sanno che il principe di Metternich non è che un luigi di oro!

—Alessandro ne sapeva qualcosa. Napoleone ed il re di Napoli essi pure. Vada! Voi passerete in seguito dal mio segretario, il quale vi darà un embrione di articolo, cui ricamerete in guisa da non vedervisi che scintille; in sostanza, nè cane nè lupo. Debbo dirvi, a questo proposito, che si è contenti di voi, e che lo Czar legge i vostri articoli. La vostra pensione sarà aumentata.

Il signor di Linsac s'inchinò.

Il principe continuò:

—Vi associo ora alla soluzione di un problema, cui il conte di Nesselrode mi propone, o, meglio, cui il nostro ambasciatore a Roma à posto.

—Diavolo! Ed io che sono così smilzo matematico!—sclamò Sergio, sorridendo.

—Ed io dunque?—riprese il principe. Ma insomma, il problema dato, bisogna pure risolverlo. Ecco di che si tratta. L'ambasciatore d'Austria a Roma possiede, non so come, tre documenti, di un valore incalcolabile, cui la Corte di Torino vorrebbe avere. E' sembra si riferiscano al modo con cui Carlo Alberto arrivò al trono, a detrimento del duca di Modena. L'ambasciadore di Sardegna a Pietroburgo à interessato lo Czar all'acquisto di quelle carte, e Sua Maestà Imperiale ne à incaricato il suo ambasciadore a Roma. Voi vedete chiara la cosa, n'è vero?

—Perfettamente.

—Bene. Ora, come vi condurreste voi per ottenere quei documenti? Per alcuna considerazione al mondo, l'ambasciadore d'Austria non vorrebbe disfarsene.

—Ma! se egli non vuole darli, io non veggo che un mezzo: pigliarglieli.

—Alto là, signore!—sclamò il principe aggrottando. Cedesti procedimenti sono buoni per quei governi di mascalzoni che voi chiamate parlamentari, e per quei ministri saltimbanchi che vanno a farsi assolvere delle loro stoltezze e delle loro infamie da quella masnada d'idioti cui voi addimandate una maggioranza. Maggioranza! Poffardio! come se in questo mondo la scienza, la probità, l'onore fossero la dote del più gran numero, e l'imbecillità una anomalia minima! I piedi valgono dunque meglio della testa, perchè son due, mentre la testa è sola?

—Cosa volete, principe mio,—sclamò Linsac sorridendo,—quei gnoccoloni di Inglesi ci ànno importato ciò… con la scienza abbominevole del confortable, il libero cambio, la vita a buon patto, ed il beefsteak saignant.

—Voi avete mal capito l'Inghilterra. Colà, la maggioranza non è, in sostanza, che la minoranza. Vi à dunque tanta gente che possa spendere 250,000 franchi per cavarsi il solletico di andare a gridare per sei mesi, durante cinque anni—se non arrivano accidenti—in un bazar di coscienze? Ma infine, se appo di voi involar delle carte può essere scusato da ciò che voi chiamate ragione di Stato, in quella Corte autocratica, che i vostri giornali dell'opposizione calunniano ogni mattino, da quel despota di tutte le Russie, di cui i vostri mariuoli a penna di acciaio fanno un tiranno da tragedia, un atto simile sarebbe ricompensato dello knout e dei lavori forzati nelle miniere dell'Ural. Scartate dunque codesto mezzo.

—Allora, principe mio, è mestieri comprar quelle carte a quell'ambasciadore.

—Per lui, valgono dei milioni.

—Se non si tratta che di codesto, la soluzione è bella e trovata.

—In che modo?

—Ma! l'è una legge economica semplicissima che vi indica il vostro metodo.

—Spiegatevi.

—Ecco qui. Ora, voi avete bisogno di comprare e l'ambasciatore non vuol vendere. Egli mantiene, per conseguenza, il prezzo alto. Bisogna dunque creare un insieme di circostanze, mediante le quali voi mettete l'ambasciatore nella necessità di vendere. È chiaro.

—Per bacco! l'è vero codesto. L'uovo di Colombo rappresenterà sempre la sua parte!

—Eh! mio Dio, sì, principe. E…

La conversazione fu interrotta dall'entrata precipitosa di un domestico che rimise al principe una carta di visita.

—All'istante—sclamò il principe. M. di Linsac ò bisogno di parlarvi.
Vogliate aspettarmi o ritornare fra due ore.

—Ritornerò, principe—disse Sergio, salutando ed uscendo.

Il principe di Lavandall entrò nella sua camera per indossare una redingote, poi si recò al salone.

Aveva letto sulla carta di visita: Le prince de Thébes!¹.

¹ Non si tratterebbe desso di D. Carlos, fratello di Ferdinando VII? (N. dell'Editore)

Era dunque il fratello di S. M. Taddeo IX che lo aspettava.

Il principe di Tebe aveva una figura atroce—ciò che non significa assolutamente una figura laida. Era verde come un pappagallo; ne aveva l'aria maliziosa. I suoi occhi erano grandi; ma il suo sguardo feroce. Le sue labbra erano rosse; ma desse svelavano gli istinti degli animali carnivori. La sua bocca era piccola, bella, voluttuosa; ma se ne paventava il morsicare più che il bacio. I suoi capelli erano neri; ma si rizzavano come stecchi da per tutto e sfidavano le leggi del pettine. Le sue mani erano piccoline; ma si aggrinzavano in uno stato di agitazione perenne: lo si sarebbe detto un cavaliere d'industria! La sua taglia era pieghevole e fina; ma teneva meno dell'ondulazione graziosa della donna, che dello slancio della pantera. La sua fronte era alta; ma poi indietreggiava bruscamente come quella degli animali della razza felina. La sua statura era piccola; ma il suo portamento era così altero che ne imponeva come un gigante.

Guai a chi si fidava alla dolcezza della sua voce, alle carezze della sua parola, all'eleganza de' suoi gesti, alla gentilezza delle sue maniere, all'assicuranza del suo attaccamento, alle melodie del suo amore e della sua amicizia! Il principe di Tebe era Tartufe soppannato da Cartouche—un duca d'Alba azzimato in Wilberforce! Lo si poteva paragonare a quei bei guanti cui faceva preparare Caterina dei Medici: mortali per chi li metteva! o a quelle lettere di amore che inviavano certe patrizie italiane del XVI secolo: che avvelenavano gli sgraziati che le aprivano!

Quante storie non si raccontavano sugli amori del principe di Tebe, tutti terminati con l'assassinio?

Gli è vero, però, che erano i gesuiti i quali mettevano in circolazione tutto codesto.

Il principe di Tebe, steso sur un canapè, contemplava, la voluttà negli occhi, un martirio di S. Sebastiano di Annibale Caracci, quando il principe di Lavandall gli si avvicinò e gli disse:

—Dimando mille scuse a Vostra Altezza Reale se ò avuta la sfortuna di farla aspettare. Mi trovavo nella mia sala d'armi…

—Non importa—interruppe il principe di Tebe.

—Perchè Vostra Altezza, d'altronde, non mi à fatto l'onore di chiamarmi presso di sè?

—Perchè io sono in un albergo,—e la camere d'albergo ànno tutte delle orecchie. Ora, io ò a parlare con voi di cose che, anche in questo vasto salone, esito a comunicarvi.

—Vostra Altezza può favellare senza tema. Nonpertanto, se Vostra Altezza desidera intrattenersi meco in un gabinetto più solitario ed appartato, avrò l'onore di mostrarle il cammino.

—Sì: credo che ciò sia meglio. Quando si vuol essere un po' sicuri del silenzio, meglio vale veder le parole palpitare sulle labbra anzi che udirle.

Il principe di Lavandall si alzò e condusse il fratello del re Taddeo in un gabinetto che sporgeva sul giardino, vicino al suo gabinetto di lavoro—ove egli si ritirava per redigere i suoi dispacci particolari allo Czar.

L'era una stanzuccia ottagona, tappezzata di lampasso verde, guarnita di una biblioteca, con un divano comodissimo per meditare, due seggioloni e quattro quadri: i ritratti di Nicola e della czarina a mezzo busto, un'Anima di Scheffer, ed un clown impiedi innanzi ad un piccolo cadavere, di quell'Hamlet della pittura che chiamasi Delacroix.

Il principe di Tebe si allungò sul divano, fece segno al signor di Lavandall di sedersi rimpetto a lui e disse, dopo qualche minuto di silenzio:

—Arrivo dalla Russia.

—Lo so, monsignore, io vi aspettava.

—Il conte di Nesselrode vi à scritto, allora, di che si tratta.

—O' ricevuta la lettera del Gran Cancelliere questa mattina stessa.

—Sì. Gli avevo detto che mi sarei trattenuto qualche giorno a Vienna. Ma, dopo un abboccamento col signor di Metternich, l'impazienza mi à soverchiato, e sono partito la notte stessa.

—Il Cancelliere austriaco parteciperebbe anch'egli ai segreti di
Vostra Altezza?

—Oh! no. Egli li avrebbe venduti.

—Sono ai vostri ordini, monsignore. Ma non nascondo a V. A. che l'intrapresa è arduissima.

—Lo so anch'io.

—Tanto più che non si è neppur sicuri che quelle carte esistano ancora.

—Ciò è certo: esse esistono.

—Sarei indiscreto se domandassi a V. A. come ella ne ebbe la rivelazione!

—Per il mezzo lo più sicuro: dal padre d'Ebro, confessore di mio fratello.

—Possibile?

—L'è così. Io vado a raccontarvi tutto; ma procediamo con ordine.

V.

Il seguito della colazione di Bianca e di Balbek.

—Io pass'oltre a tutto ciò che i gazzettieri àn raccontato di questa storia nei libelli e nei giornali—favellò Tebe. Voi avete dovuto leggere tutto codesto.

—L'ò letto, Altezza.

—Allora voi saprete che tra mio fratello e me fuvvi mai sempre la più cattiva intelligenza. Sarebbe perchè mia madre, quando era incinta di mio fratello, si annoiava dei sermoni di un gesuita, e quando era incinta di me, si divertiva con un ciambellano saltimbanco? Dio lo sa. Il fatto è, che mio fratello non à saputo mai tollerarmi.

—Tutti i gabinetti di Europa non ignorano codesto.

—Bene. A ciò si aggiunsero le insinuazioni dei confessori e dei cortigiani. Sua Maestà si lamentava di un'indigestione? io l'aveva avvelenata! Sua Maestà aveva mal dormito? gli è ch'ella aveva creduto vedere l'ombra mia tra il muro e le cortine del letto! Le truppe di S. M. erano state battute? io aveva comunicato i piani strategici al nemico! I sudditi di S. M. si querelavano del suo malgoverno? ero io che li ammutinava. I figli di S. M. erano morti? era io che aveva dovuto soffiare su di loro il germe della morte! Infine, se S. M. non poteva più avere dei figliuoli, l'era io che lo aveva fatto sfinire da una ganza al mio servizio. Breve: io era il dio Siva del regno e del re Taddeo. Io metteva paura alla gente in cocolla e in livrea, che mi aveva tanto oltraggiato—e sapeva che io mi sovveniva e che non avrei mai perdonato. Bisognava dunque cacciarmi da parte ad ogni costo. E s'inspirò al re l'idea di un nuovo matrimonio.

—Ma, se Sua Maestà non aveva più prole!

—Sì, e perciò appunto si decisero a quelle nuove nozze. Ma la gente che commetteva questo misfatto non era mica di quella che si ferma a mezzo cammino. Da quando in poi, del resto, è stato necessario di fare i suoi propri bimbi? Una sola cosa sembrò urgente in questa circostanza: Trovare un suocero condiscendente ed una moglie complice. Si avevano le due cose sotto la mano, al di là di ogni desiderio. Il padre d'Ebro compose, S. M. Taddeo copiò una lettera per re Claudio III.

—Vostra Altezza l'à dunque letta?

—Ne ò avuto la copia in poter mio, dalla mano stessa del P. d'Ebro.
Essa suonava così:

«Caro cugino,

«Io scrivo a V. M. un'altra lettera per mezzo dei miei ministri. Con questa, io mi indirizzo direttamente al figlio del fratello di mio padre. Gli è dire, che io desidero che il mio grido di uomo trovi un'eco nel cuore del parente, o che vi resti sepolto.

«Io sono in presenza della crisi la più spinosa del mio regno, sì pieno di accidenti. Io traverso il ponte dell'avvenire: affronto la questione della successione, in presenza dalla quale la Provvidenza divina à voluto collocarmi per provarmi—ripigliandosi i figliuoli che impartiti mi aveva. Se avessi avuto, per compenso, in questo immenso disastro, l'affetto di mio fratello, mi sarei forse consolato di un dolore che uccide perfino i più forti. Ma l'Europa intiera, sgraziatamente, sa come la mano del Signore à posato gravemente sulla mia casa, anche da questo lato, ed à appreso i pericoli che ò corsi. Non ò avuto prove materiali sufficienti. O' però la certezza morale, che quel fratello snaturato à attentato parecchie volte alla mia vita. E sono convinto, che la mia vita non cesserà di essere in pericolo contro quelle aggressioni, se non il giorno in cui io mi avrò una successione legittima diretta.

«Ecco quali considerazioni—oltre quelle dei miei popoli, della pace o della gloria della religione—mi ànno deciso ad implorare l'aiuto del Signore per un secondo matrimonio. Io tento Iddio. Imperocchè, quantunque la mia età di 54 anni non sia eccessiva, per l'opera satanica del principe di Tebe io posso considerarmi come estinto alla vita. Un matrimonio, sì, può consolare le tenerezze dei miei ultimi anni; ma, ohimè! esso non farà riverdire il ceppo fulminato della mia dinastia.

«Ora, l'è codesto che io voglio—a qualunque prezzo—ed è per codesto che io mi indirizzo a Vostra Maestà.

«Voi padre, non vorrete forse comprendermi; voi, fratello, esiterete forse. Aiutatemi come amico, come re, come uomo che va al soccorso di un uomo minacciato. Fate vostra la mia causa, il mio desiderio, la mia speranza, ed aggiungerei quasi la vendetta della natura e della morale oltraggiata. Vi dimando in matrimonio la vostra figlia maggiore, la principessa Bianca.

«Il suo carattere virile sarà opportuno alla lotta, dopo la mia morte. Il suo spirito elevato braverà il sacrifizio, innanzi al quale, io lo so, una donna volgare rinculerebbe, ma che pertanto è indispensabile onde dare come erede del mio trono il figliuolo di mia moglie.

«Ora, chi peserà queste ragioni di Stato? chi indovinerà questi sentimenti di un uomo curvato sotto il peso del suo dovere? chi distinguerà, in mezzo alle apparenze equivoche, la voce della coscienza che ispira i martiri, e chi farà gradire i miei voti alla principessa, se non voi che, re, conoscete i doveri cui impone la corona; che, padre, valuterete il trono sul quale vostra figlia verrà a sedere? Come parente, voi vi affliggerete del mio scorruccio e dei miei malanni domestici; come amico, vi addirete a portar soccorso alla mia miseria. Sì: mi occorre un erede a qualunque costo—ed è per questo che, malgrado le infermità dalla mia persona, vi dimando vostra figlia. A voi, che non mi siete straniero, nè per sangue nè per cuore, ò bisogno soggiunger altro?

«Al momento in cui tutto sarà pronto ed assicurato—se consentite a venirmi in aiuto per cavarmi fuori di questa crisi—non avrete che ad ordinare al marchese delle Antilles di aprire il dispaccio suggellato di cui l'ò munito, ed ei farà la dimanda ufficiale della mano della principessa Bianca. Se mi negate il vostro soccorso, non ne rimango mica meno l'amico di V. M., del di cui spirito e saggezza ò una così grande considerazione.

«Voglia Iddio ispirarvi, cugino mio, e farvi comprendere il vostro dovere di padre, con la medesima amplitudine ed il medesimo disinteresse che io comprendo quello di re, di uomo e di amico.»

—Che abbominevole guazzabuglio!—sclamò il principe di Lavandall. Se Vostra Altezza non me l'avesse detto, lo avrei indovinato che quella scritta usciva da un'officina clericale, ed era stata mandata da un sovrano.

—Ebbene, quest'infame lettera ebbe il suo effetto. Si dètte alla donzella il duca di Balbek per cavaliere di compagnia, ed il re Claudio rispose per un'epistola sul medesimo tono e stile.

—Vostra Altezza non à la copia della risposta?

—Sì, e della medesima mano del padre d'Ebro. Ma non me la ricordo mica così bene che l'altra. Diceva, in sostanza: che S. M. Taddeo poteva contare che l'appello alla sua affezione non resterebbe senza effetto, poichè trattavasi non solamente di consolare e rassicurare un parente, ma di punire uno scellerato—lo scellerato ero io—e di salvare una dinastia; che S. M. Claudio III accomoderebbe le cose di maniera che tutto fosse salvo: l'onore, la dignità, gl'interessi della successione, il segreto, il rispetto alla morale ed alla religione, l'augusta serenità del padre e dello sposo; che S. M. Taddeo, per la sua condotta disinteressata e piena di nobiltà, onorava la corona—la quale diveniva doppiamente divina, e per la benedizione di Dio, e per il sacrificio e l'umiltà dell'uomo, che s'inchinava innanzi al gastigo della Provvidenza, da cui si apparecchiava il rimedio nel tempo stesso che apriva la piaga…

E così, per quattro pagine zeppe zeppe.

—Quale di quelle due lettere è più vigliacca, e chi di quel padre o di quello sposo è più infame agli occhi di Vostra Altezza?

—Si valgono: la scelta sarebbe impossibile. Ma il risultato di tutto ciò non si fece attendere. Il duca di Balbek però, innanzi di mettersi all'opera seriamente, esigette, per iscritto, il mandato di cooperare ad assicurare la successione del re Taddeo. Suo zio, ministro del re Claudio, gli rilasciò questo attestato—come pure la copia autentica della lettera di re Taddeo e della risposta di re Claudio. E gli è precisamente questo documento essenziale dell'affare, cui non ò, e che mi occorre. Le lettere dei due re, copiate da un gesuita disgraziato, non ànno alcun valore morale: possono essere falsificate. Però, queste medesime, scritte, copiate da un ministro degli affari stranieri, e munite dei suggelli dello Stato, quella lettera ministeriale che autorizza l'impresa del duca di Balbek… ecco ciò che è capitale.

—Ma in che modo Vostra Altezza à avuto cognizione e comunicazione di questi documenti?

—Vado a dirvelo. Il matrimonio fu dunque manipolato e precipitato. Sei settimane dopo la sua partenza, il marchese delle Antilles, ritornando alla Corte del suo padrone, gli annunziava, e conduceva la sposa ed il successore. Mio fratello si recò, incognito, alla frontiera dei suoi Stati, all'incontro della regina. La bellezza di costei lo abbarbagliò—disse egli.—Egli pretestò dunque che la giovane donna dovesse essere stanca del viaggio; ordinò che si facesse sosta, e, contrariamente alla severa etichetta della nostra Corte, il matrimonio fu consacrato e consumato nel luogo stesso. Il domani, l'ispezione della camera nuziale ebbe luogo secondo l'uso: tutto era in regola! Il processo verbale, cui gli ufficiali speciali del regno redassero, è depositato negli archivi dello Stato. Capite? tutto era in regola! Dopo questo tratto di genio della giovane regina, non era più mestieri di disperare di nulla. Se si fosse esatto l'intervenzione dello Spirito Santo nella faccenda, ella lo avrebbe esibito, a suo carico e discarico, come operatore.

—Il duca di Balbek era sempre della partita?

—Non ne avevano più bisogno. Per il momento, il re bastava. Laonde, quando, qualche mese dopo, la gravidanza della regina fu ufficialmente annunciata, alcuno non ne sembrò stupito. Quella donna era così bella! E poi, sì modesta, sì casta, così pia, così riserbata…! Ella fuggiva le feste; non visitava che ospizi e spedali, le chiese, sopratutto i conventi di donne ed i santuari miracolosi. Passava una grande parte del suo tempo fuori della capitale, nelle residenze reali di caccia e di riposo. I sudditi felici di S. M. Taddeo IX sapevano appena che si avessero una regina.

—Che abilità sovrana!

—Ascoltate ancora. Infrattanto i mesi passavano, l'ora dello snodamento avvicinava. Quell'uomo, quella donna, per re e regina che si fossero, non potevano aggiungere un secondo al tempo, nè rinculare di un minuto il giorno dello sgravo. Bisognava, non pertanto, rubare al tempo tre settimane o un mese. Non bastava poi al re di aver un erede. Gli occorreva, per giunta, un figlio maschio. Per forzare la mano di Dio in questa opera, dal primo giorno in cui un sospetto di gravidanza puntò, la regina cominciò a bazzicar le immagini miracolose che s'incaricano della bisogna. Ella corse tutti i romitaggi. Ma restava ancora lo più insigne. Lo si serbò per l'ultimo—tanto più che era il più lontano. Nelle montagne, lì, presso alla frontiera, vi è un convento di religiose di Sant'Orsola, annidato in un vecchio castello a cui si è addossato una chiesa. Il re è badessa di nascita di quelle religiose, ed à un appartamento nel convento. Nella chiesa, una madonna della Scala fa miracoli, e, a seconda della dimanda, gratifica garzoncelli, e li sostituisce alle ragazze, dall'alto dei cieli.

—Ecco lì una vergine che non à mica considerazioni pel suo sesso!—sclamò Lavandall.

—Ella se ne permette ben altro, eh! A sei chilometri di distanza, si trova un parco reale, con una foresta che si prolunga fin sotto le mura del giardino delle religiose—le quali ànno diritto di caccia nel bosco reale. Era il settimo mese dopo l'arrivo della regina nel regno. Ella si recò allora al Torrente dei Pini—ove ella cacciava negl'intervalli delle sue preghiere alla madonna della Scala. Al principio dell'ottavo mese, il re si rese anch'egli in quella residenza per cercarvi la regina, benedetta a dovere, e ricondurla nella capitale, dove ella avea il dovere di fare il suo parto—in presenza della Corte, dei corpi dello Stato, e della diplomazia.

—Che opulenza di sguardi per una giovine donna, in quella situazione delicata!

—Ebbene, la fatalità opinò esattamente come voi, forse, caro principe: perocchè essa volle evitare quella deboscia di occhi alla bella e giovane regina. Il fatto fu che, mentre un giorno ella cacciava quasi sola—lasciandosi dietro e ben lontano il suo seguito, secondo la sua consuetudine—il suo cavallo si abbattè a qualche centinaio di passi dal verziere delle religiose. La regina si trovò coricata per terra, ed il suo cavallo si allontanò al galoppo. Alla vista del destriero della regina corrente solo, gli staffieri ed i grooms di S. M., che l'avevano perduta di vista nei viali della boscaglia, si spaventarono. Si precipitarono tutti verso il luogo ove ella era scomparsa. E si finì per scoprirla, per terra, svenuta, pallidissima, ed un cotal poco sgraffiata qua e là.

—Che donna di genio! à conquistato la corona.

—Ne sareste voi innamorato, principe?

—Ne sareste voi geloso, monsignore?

—Quasi. La paura fu grande nel servidorame. Si raccolse la regina, cui si trasportò immediatamente nel convento, e si corse ad avvertire il re della disgrazia successa. S. M. sembrò fulminata. Credette tutto perduto. Si mandò a cercare il medico del villaggio vicino—il quale non potè giungere che molto tardi il dì seguente. La notte però la regina fu presa dalle doglie di un parto accelerato dalla caduta. L'è un aborto, dicevan tutti—senza escluderne la vecchia cameriera, anche un po' levatrice—cui la regina aveva condotta dal suo paese—e compreso il medico, il quale in tutto codesto non vide che i pranzi ed i scudi reali. Il re si desolava,—dicevasi. Il neonato non sarebbe vitale. La regina correva grossi rischi. Gli empi! Essi contavano per nulla l'intervento della Vergine della Scala in quel malore! Non era stata ella, probabilmente, che aveva aiutato la regina a discendere di cavallo, quando alcuno non la vedeva? Non era stata forse ella che aveva scudisciato il ginnetto, il quale era partito al galoppo? Non era stata forse ella che aveva fregate le gengive della regina, e del sangue che ne aveva estratto le aveva maculato le mani ed il sembiante? Non era dessa che le aveva consigliato di ritenere il respiro, per diventar pallida, e tutto il resto di quell'opera miracolosa che si compiè col parto felice della sua reale divota? Andate dunque, in una disgrazia simile, a preoccuparvi dell'etichetta, e del corpo diplomatico, e dei corpi dello Stato, i quali dovevano essere le levatrici del successore del re Taddeo! La commedia era finita. Viva la regina!

—Poffardio! che pezzo di attrice!

—Ora, voi sapete il resto, che è storia: rivoluzione, guerra civile, Costituzione, esigenze del Parlamento, incameramento dei beni ecclesiastici, espulsione dei gesuiti… tutto per assicurare ad un bimbo intruso¹ la successione della corona che mi era dovuta. Questo guazzabuglio, come di ragione, à stomacato papa Gregorio XVI; à messo in forte collera i Reverendi Padri. Di quivi, Sua Santità à autorizzato il P. di Ebro a parlare, a rivelare gli stessi segreti della confessione—trattandosi del bene della religione. Ed ecco come io ò ricevuto a Roma, al Gesù, comunicazione di questi documenti e conoscenza dei fatti e degli atti.

¹ Non sarebbe piuttosto ad una bimba intrusa—Isabella? (Nota dell'Editore)

—Nulla mi stupisce adesso. E con codesti ausiliari io non dispero di nulla…

—Voi avete ben ragione. Però, bisogna che sappiate che i RR. PP. ànno di già fatto delle ricerche inutili. I documenti in questione non sono, e' sembra, presso il duca di Balbek. Si è rimuginato dovunque in casa sua, si pensa—dovunque, almeno, l'occhio di un lacchè e la mano di un ladro possono giungere. Le ricerche sono state infruttuose. Al palazzo dell'ambasciata non vi è nulla. Ora, come non è probabile che quelle carte fossero state distrutte; come il duca di Balbek non è un sere a disfarsene per nulla; come non le gli si strapperanno che dopo una resistenza disperata… la partita cui impegniamo diventa terribile. Nondimeno, dovessimo noi mettere il fuoco ai quattro cantoni di Parigi, quelle carte mi occorrono. Bisogna che io le depositi nella cancelleria russa a Pietroburgo, dove tutta la diplomazia straniera potrà consultarne e verificarne l'autenticità, prima che io dia la battaglia suprema a mio fratello ed al successore cui à fabbricato per frustrarmi del trono. Cosa pensate voi fare, principe?

—Altezza, non ne so ancora nulla.

—Io parto per l'Inghilterra. Se avrò del danaro, ve ne manderò.

—Ve ne sarà forse bisogno. Noi abbiamo a fare con un nemico formidabile—il duca di Balbek, soppannato da un compare terribile, il dottore di Nubo. La battaglia cui andiamo a presentare a quelle volpi-tigri sarà rude. Piaccia a Dio che, se vi debba esser del sangue, non vi siano almeno delitti.

—Principe—disse il sire di Tebe levandosi—sangue e delitto sono parole che non ànno un significato assoluto, e non ispaventano che gli spiriti piccoli e le coscienze di già punticce. Il delitto e l'assassinio, alla fin fine, non ricadono su coloro che se ne macchiano, ma su coloro che li provocano. La giustizia umana borbotta come barbogia.

—E strangola come brigante, Altezza—in Francia almeno, dove si è inventata quell'assurda infamia che addimandasi eguaglianza. Ma noi non ne siamo ancora lì. Noi vaneggiamo, in lontananza, dei grandi drammi e delle grandi peripezie, per arrivar forse ad una soluzione che può esser delle più semplici. Lasciatemi dapprima ispezionare il campo di battaglia e scandagliare le forze del nemico. Poi, farsa o tragedia, ci si troverà pronti a tutto.

—Punto di scrupoli, principe! Con galeotti, gallonati o coronati, tutto è permesso. L'infamia è una necessità, e talvolta un dovere.

Il principe di Tebe uscì. Il suo aspetto era addivenuto orrido pronunziando le ultime parole.

Il principe Lavandall lo accompagnò in silenzio, gli occhi bassi—sotto quello sguardo che distillava sangue.

Quando ritornò nel suo gabinetto, vi trovò Sergio di Linsac che lo aspettava.

—Ebbene?—sclamò il principe, esprimendo con tutta la sua persona una pressante interrogazione.

Sergio di Linsac sorrise e si fregò le mani di un'aria soddisfatta.

VI.

Un po' delle cose del duca di Balbek.

Il duca di Landolles, emigrato rientrato e rallegato a Bonaparte imperatore, aveva maritato le sue due figlie con due generali: l'una al conte di Saint-Alleux—morto da una granata a Waterloo; l'altra al conte di Muge—riavvicinato ai Borboni ed ucciso in Africa da Abdel-Kader.

Il duca di Landolles, avendo mangiato ai giuochi di Frascati ciò che gli restava della sua fortuna, non aveva dato in dote alle figliuole che la loro bellezza.

I due generali, non avendo avuto l'opportunità di raccogliere un po' di dovizie, non avevano legato alle loro vedove che la pensione di diritto per vivere, e l'intrigo per prosperare.

Il conte d'Alleux aveva lasciato un figliuolo, raccomandandolo alla protezione di suo fratello, vescovo allora, ed in seguito arcivescovo e cardinale.

Il conte di Muge aveva lasciato una ragazza, raccomandandola alle cure di sua sorella, superiora al Sacré-Coeur.

I due militari avevano un'assai mediocre stima del carattere delle loro mogli.

Il piccolo conte d'Alleux si chiamava Adriano.

La piccola contessa di Muge si chiamava Vitaliana.

I due fanciulli erano belli. Le due madri sapevano per esperienza che la bellezza è un capitale, di cui il numero di zeri che segue l'unità è indeterminato. Quella due donne accorte sapevano anche di più: sapevano che la bellezza è la locomotiva del mondo—mi scusi l'oro, che se ne crede il re! I due fanciulli erano dunque per le loro madri due cambiali tirate sulla società, cui elleno si promettevano scontare abilmente.

Bisognava però attender per codesto. Imperciocchè non si colloca una figliuola prima di sedici anni; non si fa regalo di un'ereditiera ad un bel giovanotto, il quale non abbia almeno raggiunto i suoi diciannove o venti anni.

Lo zio e la zia complicavano la situazione. Perocchè il cardinale si metteva in misura di tagliare un abate nel figlio di suo fratello, per perfezionarlo in seguito e cavarne un vescovo. La superiora del Sacré-Coeur voleva tenersi sua nipote al convento, onde innalzarla poi fin non so dove—al suo posto forse, quando ella morrebbe, o a quello d'una santa del paradiso. Per conseguenza, Adriano era allevato al seminario di Saint-Sulpice, e Vitaliana nello splendido stabilimento della strada di Varenne.

Le loro madri li visitavano durante tutto l'anno. Ma i due cugini non si vedevano altrimenti che nel tempo delle vacanze.

Si videro così, per quattro o cinque anni, quasi tutti i giorni, nelle sei settimane che passavano presso le loro madri—Adriano smorfiando la messa; Vitaliana la maestra della classe—regalandosi copia d'immagini; raccontandosi parecchi tratti e propositi e parecchie storie di famiglia dei loro compagni reciproci; rivedendosi con gaudio; separandosi con tristezza; promettendosi di scriversi, ed aggiornando altri spassi all'anno venturo.

Adriano toccò così i diciotto anni.

Vitaliana i sedici.

Essi si avevano scambiato fin là dei baci senza importanza, come avevano cambiati i loro volanti, i loro palloni, i loro giuocatoli, le immagini benedette, i piccoli libri pii, i libri da messa legati in rosso e dorati ai tagli. Ma quando si separarono quest'anno, quando si abbracciarono par dirsi: a rivederci! Vitaliana imporporì fino al bianco degli occhi, Adriano impallidì fino alle labbra—quelle ciliege inalterabili. Poi, e' si guardarono ancora, rivolgendosi, ed entrambi asciugarono una lagrima in silenzio.

Adriano ritornò al seminario.

Vitaliana restò in casa di sua madre, perchè la zia del Sacré-Coeur era morta, e la contessa di Muge si curava poco di fare di sua figlia una maestrina o una beata.

La contessa di Muge non essendo ricca, non si prodigava per feste che esigevano un lusso esorbitante ed una immensa varietà di toilette. Quest'abile donna si mostrava unicamente ai balli delle Tuileries ed a quelli dell'ambasciate d'Inghilterra, di Russia e di Austria—cinque o sei sere nell'anno.

Ella metteva questa parsimonia sul conto della sua fierezza e del suo disdegno pel piccolo mondo alla maschera aristocratica. In quei balli, d'altronde, ella incontrava ciò che ella voleva. Come ella poi si spacciava per malata—e perciò non avendo tempo a perdere—si decise a presentare quest'anno Vitaliana nel mondo.

Vitaliana era troppo giovane d'anni; ma l'adolescente aveva di già le forme della donna—quantunque tutta magrolina ancora e scolorata dallo spossamento della crescenza.

Madama di Muge non ebbe certo a lagnarsi dell'effetto che produsse Vitaliana alle Tuileries, ove ella l'esibì per la prima volta. Tutti gli occhi, tutte le lenti si diressero sulla giovinetta, e ciascuno dimandò al vicino:

—Conoscete voi, signore, il nome di quella fanciulla?

Pochi la conoscevano. E coloro che sapevano chi ella fosse, non ignoravano probabilmente pure il carattere della madre, lo stato della possidenza e la loro posizione sociale. Di guisa che, quell'anno, non svolazzarono intorno alla bella figliuola che dei ballerini e degli stranieri.

Un solo uomo considerevole invitò Vitaliana a ballare e cicalò con lei qualche istante dell'opera del Conte d'Ory e della Favorita. Costui fu il duca di Balbek, uno dei lions del mondo parigino. Vitaliana rispose—arrossendo un po' della sua ignoranza—che ella non era ancora stata nè agl'Italiani, nè all'Opera.

L'anno passò così.

Era il secondo anno dell'ambasciata del duca di Balbek a Parigi, ove egli teneva già il bordone della fashion e sguazzava nella più alte regioni dell'ebrietà dei suoi successi.

—La campagna è stata cattiva! sì—disse la contessa di Muge, ritirandosi nella sua terra a primavera. Nonpertanto ò provato le armi. Esse sono buone.

Ed ella contemplava sua figlia con gli occhi di un mercante di schiavi in Oriente.

L'aria delle montagne dei Vosges, ove si trovava il piccolo castello della contessa—ella lo addimandava così—fu di un effetto prodigioso per Vitaliana. Il suo sviluppo si compiè: l'abbozzo divenne opera. Non una delle promesse aveva fallito. Nessuna dalle speranze di una madre ambiziosa era stata tradita. Non una delle opulenze annunziate, che non si fosse lussuosamente realizzata. Non un gioiello che non divenisse un tesoro. Quando la contessa di Alleux e suo figlio vennero al castello di Muge, essi restarono abbarbagliati dallo splendore che Vitaliana aveva acquistato in sei mesi.

La contessa di Alleux se ne compiacque.

Adriano ne pianse di furto.

Questa volta i due cugini si trattarono infinitamente con più riserbo.
Non si abbracciarono più.

Vitaliana raccontò ad Adriano tutto ciò che ella aveva visto nel mondo l'inverno scorso; il numero di volte che aveva ballato; il nome de' suoi cavalieri: i propositi che le avevano susurrato all'orecchio—ma ciò con molte reticenze—in uno, quella grande festa della vita che si presenta ad ogni fanciulla come un incanto di fate, e che, qualche anno più tardi, termina talvolta così lugubremente.

Durante quei racconti alle piume d'oro, ai profumi stupefacenti, Adriano si taceva, ed i colori si alternavano sul suo viso. Non osò questa volta dar la replica con le sue storie di seminario e con i suoi vagheggiamenti di—non più lontano che l'anno scorso!—sciorinarla da vescovo in una messa pontificale! Egli massacrava invece Vitaliana di mazzetti, cui andava a frugacchiare sotto i cespugli della montagna, di farfalle, cui dava la caccia nelle praterie, e di ogni specie d'insetti ai colori brillanti, cui acchiappava al volo come un'allodola.

Aveva cura però di ripigliare tutt'i fiori cui Vitaliana aveva appassiti, sia nei suoi capelli, sia nel suo busto; d'impossessarsi di quanto Vitaliana avesse toccato; di bere di nascosto nel bicchiere di lei; di raccogliere le briciole di fettuccia, gli stracci, i fogli di carta scritti, tutto ciò che Vitaliana aveva sfiorato e che svolazzava sotto la finestra della camera da letto di lei—spiando perfino il capello cui la brezza le involava quand'ella si pettinava.

Poi, egli faceva sul piano dei prodigi, per ricordarsi, per inventare, se occorreva, per suonare tale aria, tale sinfonia, tal duetto cui Vitaliana preferiva. Se la sua mano, se il suo piede toccavano la veste stessa di sua cugina, Adriano allibiva, aveva i brividi. Egli smagriva, scoloriva. Non dormiva più la notte. Mangiava appena. Insomma, era proprio tempo che il mese di novembre arrivasse e mettesse termine alle vacanze.

Quando i due cugini si abbracciarono per dirsi addio—Addio! disse Adriano, mentre Vitaliana diceva: All'anno venturo!—Quando le labbra di Adriano toccarono le guance di Vitaliana, questa si sentì scorrere lungo la spina dorsale un fluido incognito, il quale le rivelò che ella era donna, e dette una forma ai sogni nebulosi che agitavano talvolta le sue notti.

Adriano le aveva inoculato quella scintilla negli occhi, quel languore nella parola, quel formicolare nelle labbra, quella elettricità divina del bacio, quell'irradiamento della respirazione, quel flusso e riflusso del sangue luccicante di pagliette di oro, quel brivido inebbriante, quel delirio stellato che chiamasi amore, voluttà—e che Dante riassume in una parola: indiare!

Poi non si rividero più. E forse in quel cuore, ove aveva regnato Adriano, restò una ferita, ed in quello, ove aveva regnato Vitaliana, una cicatrice.

L'inverno giunse.

I balli cominciarono.

Vitaliana rientrò nel mondo al primo ballo delle Tuileries.

L'effetto che vi produsse fu immenso. Ella ecclissò tutto ciò che l'Inghilterra, la Polonia, la Francia avevano riunito di quei fiori di stufa, il cui splendore appanna le stelle.

Questa volta non furono più i giovanotti che ronzarono intorno a lei. Erano gli uomini, dallo sguardo concentrato e stupefatto, che le si avvicinarono tremando. Gli era il blasé che risuscitava; il milionario che sperava; il potente che dimandava grazie; la forza che si trovava impotente; il desiderio che si sentiva delirio; la vita seria che vagava atterrita intorno a quel filtro dei cieli—il quale si presentava con l'innocenza dell'olezzo di una rosa, il bagliore grave di una perla, la soavità di un'alba di primavera, la neghiazza divina della verginità—quel candore che ignora sè stesso, cui si scorge nell'angelo del Cimabue e nelle madonne dell'Angelico.

All'istante in cui il duca di Balbek la distinse, di un varco fu a lei.

Egli infieriva di orgoglio per aver scoverto, indovinato, profetizzato Vitaliana nel superbo embrione dell'anno precedente. Questa vanità sola sarebbe bastata per infiammarlo.

E' s'impossessò della giovinetta per tutta la sera.

Vitaliana non ne sembrò punto tòcca.

Ma sua madre vedeva tutto, s'informava, calcolava.

Il generale di Hauteville presentò il duca alla contessa di Muge.

Questa lo accolse con una grazia squisita, ma dall'alto. Si parlò di frascherie. Il duca di Balbek aveva uno spirito triviale—reso brutto dalla fatuità e sformato dallo sforzo cui faceva per metterlo in evidenza.

Non si à mai così poco spirito che quando si piglia a partito di mostrarne dovizia. Questo fiore spontaneo, sì delicato, diviene scialbo o eteroclito, come tutti quei prodotti scipiti di cui il giardiniere sollecita lo sboccio.

La contessa non commise lo sbaglio di mostrarsi al secondo ballo della
Corte ed a quello dell'ambasciata di Russia.

Ella non apparve, che come baleno, al ballo dell'ambasciata d'Austria. Ma si mostrò in tutto il suo splendore in quello dell'ambasciata d'Inghilterra—perchè ebbe l'accorgimento d'impegnare tutt'i suoi parenti, della più alta aristocrazia del Faubourg, a non mancarvi—e trovò per Vitaliana una toilette d'una semplicità e d'un'eleganza che trasformava quella fanciulla in cherubino.

Il colpo che ella voleva portare ferì di punta.

Il duca di Balbek dimandò alla contessa l'onore di presentarsi a lei.

Due mesi dopo, Vitaliana era duchessa di Balbek.

Ella entrava nella vita con un'immagine negli occhi; un rêve nel cuore; un sentimento profondo del suo dovere; una stima che lambiva l'idolatria per la persona, pel carattere, per la dignità, per la virtù di suo marito. Ella non lo amava, ma lo venerava.

Egli la desiderava più che qualunque altra cosa.

A capo di un anno, ella fu madre.

Ella era madre a diciotto anni. Ma niuna vergine aveva più di serenità nello sguardo, più freschezza nelle labbra. La sua innocenza in tutte le emanazioni dell'anima, il suo pudore in tutto il portamento della persona, facevano di lei una madonna.

Ecco la sua aureola, ed ecco il suo torto.

Si sarebbe dimandato, malgrado ciò, se ella era felice o noncurante; se era insensibile o ipocrita. Imperciocchè, in generale, quelle quietudini profonde sono raramente sincere, se non ànno l'idiotismo per base.

Un giorno suo marito le dimandò, folleggiando con i capelli di lei:

—Vitaliana, che diresti se ti raccontassero, per esempio… che io ò… perdonami la parola… una ganza?

—Non so troppo—rispose la giovane. Ma io credo che sarei affatto sorpresa che tu non ne avessi che una.

—Come sorpresa?—sclamò il duca. Tu non mi ami dunque? Tu non sei mica gelosa?

—Io ò sempre pensato, amico mio, che la gelosia fosse una rivolta di amor proprio, anzichè un'esplosione di amore. Otello era un negro egoista.

Un altro giorno il duca le disse:

—Tu ti devi annoiare sovente di codesta vita un po' solitaria, a cui la mia posizione nel mondo ed il ritiro di tua madre col figliuolo alla campagna ti condannano.

—Tu sai che il tuo mondo non mi seduce enormemente—rispose Vitaliana—e che i saloni mi attirano mediocrissimamente. Io non ò spirito quanto occorre per regnare. E, d'altronde, sono restata, in fondo in fondo, la pensionaria del Sacré-Coeur.

—L'è vero.

—E poi, credi tu, caro, che i più spiritosi dei nostri poeti, Victor Hugo, Musset, Dumas, che so io, Balzac, egli stesso, potrebbero dirmi altra cosa che me ne dicono il mio specchio od i miei fiori? L'uno mi piaggia così compiacentemente; gli altri m'incantano. Se tu sapessi come cantano quei piccoli birboncelli lì, quando mi veggono zonzar per la stufa!

Tre o quattro giorni dopo il colloquio del principe di Tebe con il principe di Lavandall, a colazione, il duca le disse:

—A proposito, sai tu, piccina mia, chi ò intraveduto ieri sera?

—No.

—Tuo cugino, il conte d'Alleux.

—Povero Adriano! deve essere ben triste dopo la morte di sua madre.

—In fede mia, mica troppo!

—Oh sì! egli l'amava tanto!

—È possibile. Ciò però non impedisce che io lo abbia veduto per qualche minuto in un palco ai Français contar fronzoli ad una giovane bellezza, quasi sola.

—Come! una prefazione di abate nel palco di una bella ai Français?

—Gli è che e' non è più l'abate cui vedemmo piangere ai funerali di sua madre, nei mesi scorsi. La larva è scoppiata, ed à sprigionato uno zerbino dei più graziosi e dei più eleganti. O' pensato un istante d'ingannarmi. Ma egli mi à salutato della testa, sbirciandomi. Era ben desso.

—E' non sarà dunque più vescovo, allora?

La conversazione fu interrotta dall'arrivo di una lettera. Il duca la prese, dimandò a sua moglie il permesso di aprirla e lesse:

«Caro duca,

«Devo presentare nel mondo una mia giovane parente di una eclatante bellezza. Ora, come voi siete il lion dei nostri lioncini parigini della moda, vi dimando quale giorno sarete libero per venire al mio ballo, onde io lo assegni, e lo indichi in seguito agli ambasciatori di Russia, di Spagna e di Turchia, ed ai nostri signori del Faubourg. Fatemi la grazia di una parola di risposta, ecc., ecc…

«AUGUSTA THIBAULT.»

—Chi à portata questa lettera?—dimandò il duca al lacchè.

—Una specie di messere, che aspetta la risposta.

—Fatelo aspettare.

E Pradau non dimandava di meglio che aspettare.

VII.

L'estetica della livrea insegnata nell'anticamera.

Egli aveva bello chiamarsi Pradau, come si era chiamato di cento altri nomi in Russia, in Polonia, in Austria, in Turchia, in Italia. Egli aveva bello azzeccarsi delle basette troppo scure, dei capelli neri con una cresta a mo' di Luigi Filippo, a bellettarsi come il famoso duca di Brunswick… Egli non si sottrarrà ai nostri sguardi come a quelli della polizia. Egli sarà per noi ciò che è: il babbo Tob, il capo degli zingari. Egli non è meno adesso, che quando si chiamava babbo Timoteo, l'intendente di madama Augusta Thibault.

Egli non à perfezionato il suo carattere, e non à aumentato nella nostra stima, in proporzione che à aumentato la sua fortuna, i suoi talenti, le sue relazioni sociali.

Aspettando la risposta dell'ambasciadore, e' chiese di dir buongiorno a M. Claret, l'intendente del duca di Balbek, cui egli aveva incontrato nel mondo.

E' chiacchiera adesso con quel degno uomo. Di che?

Ascoltatelo, se vi piace. Messer Tob è sempre istruttivo come i libercoli pii dei RR. PP. dalla Società di Gesù.

Passiamo i complimenti e le informazioni piene d'interesse sulla salute di M.^me* Claret.

—Io ve lo affermo, M. Claret, voi dovete cambiare il cameriere del vostro padrone, per l'onore della casa e per rispetto di voi stesso.

—Ma, signore, il duca è contento del suo cameriere.

—Ciò si può—io anzi lo comprendo. Ma noi, noi non ne siamo mica contenti. Egli abbassa la nostra classe.

—Che mi dite voi dunque, père Pradau?

—Mio Dio, sì: nè più, nè meno! Quando io mi sono deciso—io, cittadino libero del bel regno di Francia e di Navarra, ad entrare nell'ordine sociale detto—molto impertinentemente e molto impropriamente—dei domestici, io ò studiato la legge fondamentale e costituzionale di questa classe—i nostri principii dell'89, a noi, che!

—Spiegatevi un poco più chiaro, père Pradau.

—E voi state attento M. Claret. I nostri antenati ci avevano legato delle tradizioni eccellenti, cui la monarchia borghese ci à fatto perdere. Perocchè la legittimità dei lacchè à naufragato nelle giornate di luglio con la monarchia legittima del ramo primogenito.

—Ciò potrebbe ben essere, père Pradau.

—Ciò è, M. Claret. Un grande spirito del secolo scorso, un gentiluomo, il signor di Montesquieu à detto in qualche parte¹: «Questo corpo dei lacchè è più rispettabile in Francia che altrove: egli è un semenzaio di grandi signori; ricolma i vuoti degli altri stati. Queglino che lo compongono, prendono il posto dei Grandi sgraziati, dei magistrati ruinati, dei gentiluomini uccisi nei furori della guerra, e quando non possono supplire da sè stessi, rilevano tutte le grandi case per mezzo delle loro figlie, le quali sono come una specie di fumiere che ingrassa le terre montagnose ed aride.»

¹ Lettres Persanes.

—Catteri! catteri! che l'è bello!—sclamò M. Claret.

—Non è vero?—riprese lo zio Pradau. Ma non deploriamo più codesto—avvegnachè avessimo a rassegnarci, con rammarico, a non più battere le scolte di notte; a non più bastonare il borghese; a non far comunella con lo studente, ed a fare, in virtù d'un principio passato in consuetudine, i figliuoli dei nostri padroni.

—Eh eh! mica sovente, père Pradau.

—Di chi la colpa? Una cosa non pertanto era restata in piedi in questa ruina delle istituzioni dei nostri padri: che il domestico avrebbe servito il meno possibile il suo padrone e si sarebbe fatto il più possibile servire da lui. Un articolo essenziale della nostra Carta non era stato mai violato—ed i nostri confratelli dell'altro lato dalla Manica, quei perfidi Albionesi, vi tengon sodo—quello, che interdice d'invadere sulle funzioni del suo collega. Consultate a questo proposito la storia. Io leggeva, non à guari, in un vecchio libro, che un re di Spagna—un Filippo o un Ferdinando, non mi ricordo più quale—assiso vicino al camino, dimandò un giorno ad un duca di Lermes di mettere un ceppo nel focolaio.

—Un ceppo nel focolaio!

—Sissignore. Il duca di Lermes obbedisce. Il ceppo si infiamma. Il re à troppo caldo alle sue gambe e chiede al duca di scostare la sua seggiola.—Mi scusi, sire, risponde il duca di Lermes, gli è il conte di Lemos che à il diritto di toccare la seggiola di Vostra Maestà. Si cerca il conte di Lemos. Egli è alla caccia. Il re si abbrustola infrattanto, ma non osa più ordinare al duca di Lermes di allontanarlo dal camino. Il duca non osa invadere le funzioni del conte di Lemos. Sì bene che, quando questi ritornò dalla caccia, le gambe del re erano rosolate come una costoletta—e ne morì. Ecco come si conducevano i nostri padri; ecco l'esempio dei nostri antenati!¹

¹ Père Pradau ignorava che negli Stati Uniti questi rispettabili funzionari non si chiamano neppure più servi, ma helps—ajuto, ajutante.

—Come è nobile codesto, birbo ch'io sono!

—Ebbene, io ò visto—visto dei miei occhi, dei miei propri occhi, M. Claret—io ò visto mastro Robert, alla porta dell'Opera, in presenza di noi tutti, aprir lo sportello del coupé del duca, bassare la staffa, raccoglier per terra non so che cosa, e gridare al cocchiere: A casa! Nome di un conte! se codestui à l'anima di un lacchè, che indossi la livrea.

—Voi avete ragione, zio Pradau—scoppiò M. Claret, indignato.

—Se ò ragione! ma dimani quel birbo consentirà a rimpiazzarvi come intendente, M. Claret, come maestro di casa, se il padrone gliel'ordina.

—Oh ve'! Io vi prometto che vado a lavargli il capo per bene.

—Bisogna mandarlo via corto corto, e senz'altro, M. Claret. Io m'incarico di trovargli del pane. Ma io ò bisogno del suo posto, io: quel posto mi fa d'uopo.

—Come! voi dite…

—Che quel posto mi fa d'uopo.

—Oh! per esempio! Non vi basta dunque quello che avete?

Maitre d'hôtel di madama Thibault! Pouah! Gli è buono per guadagnar danari, codesto.

—Catterone! Ma io credo che il re è alle Tuileries per la stessa ragione.

—Sì: danari della sua intelligenza, non un salario.

—Quanto vi rende il vostro posto?

—Sei mila franchi l'anno, compresi i regali—ma i benefizi sugli affari, in più.

—Corna di un bue! e voi sollecitate il posto di cameriere, che vi darebbe due cento franchi al mese?

—E per ciò appunto io li rifiuto. Voi mi farete l'onore, M. Claret, di comprare ogni mese con i miei onorari un abito alle vostre figliuole o a madama Claret.

—Ma voi fabbricate dunque dei vaudevilles, père Pradau?

—Io fabbrico castelli, M. Claret. Statemi ad udire. Io sono ambizioso. Io ò di già dieci mila lire di rendita, e me ne occorrono ventiquattro.

—Nè più, nè meno?

—Meglio ancora. Io voglio comprare nel Berri un castello, vicino a quello del conte di Vixelles—che mi ricusò un giorno un posto di domestico in casa sua. Voglio vederlo a cacciare sulle mie terre costui, a desinare alla mia tavola con la sua moglie e la sua progenie, e venire, cappello in mano, a sollecitare il mio voto nelle elezioni.

—Il tutto mediante…?

—Ventiquattro o trenta mila lire di rendita, cui io avrò, cui noi avremo, M. Claret.

—Voi dite noi, père Pradau?

—Come! credevate voi dunque che io fossi così egoista di mangiar solo e di lasciare i miei amici razzolar nelle ossa?

—Per esempio! no: ma…

—Ascoltatemi bene, M. Claret, e comprendetemi bene. Che cosa sono io adesso? L'intendente di una donna che è il tratto di unione tra le belle donzelle ed i ricchi signori. Noi facciamo eccellenti affari, fuori dubbio. Ultimamente ancora, abbiamo trasferito Fernandina a Raizet pascià.

—Cosa è Fernandina, père Pradau, una giumenta?

—Ma donde cascate voi, M. Claret, che non avete udito parlare, o visto, la più bella figliuola di Parigi? quattro cavalli a un landau giallo e nero, come quello dell'ambasciatore d'Austria; due lacchè a parrucca incipriata e bastone in mano; e cocchiere inglese, di dugento cinquanta chilogrammi in predella; piccolo hôtel nella rue des Vignes; palco all'Opera; pranzi di gala due volte la settimana; e… feste di notte a tutto bordone.

—Capisco!

—Me ne congratulo! Bene, codesto ci à profittato ottanta mila franchi. Tutte le mie spese ed anticipazioni rimborsate, abbiamo avuto un beneficio netto di trenta mila franchi—ventisei per madama Thibault, quattro per me—oltre il cinque per cento sulle somministrazioni, ecc., ecc., totale 10,000 franchi di parte mia.

—Ed ambizionate un posto di 200 franchi al mese?

—Appunto! Noi abbiamo avuto questo affare col Turco l'està passata. Ne annaspiamo uno con la Russia in questo momento, ed ecco perchè io sono qui con un invito pel vostro duca, il quale è Sultano in quei paraggi. Ma quanto tempo mi bisognerà desso, senza parlare del sacrifizio dalla mia considerazione, per mettere insieme la somma che costituisce la mia rendita? Ebbene, io posso guadagnar codesto in un anno.

—Voi dite, père Pradau!

—Conoscete voi quel bell'edifizio circondato da colonne nella strada
Vivienne?

—Voi intendete parlare della Borsa, mi immagino?

—Sissignore, M. Claret. Orbene, la mia rendita e la vostra sono in quel palazzo dei miracoli.

—Hum! père Pradau, io ò udito delle storie su quel luogo lì…

—Bazzecole! Tutto dipende dal colore delle mani che vi si portano. Ma infine, ecco il mio affare. Io lascio in deposito al mio agente di cambio un capitale di…—mettiamo 100. Egli mi lascia fare delle operazioni, tutto al più per 150 o 200. Perchè? Perchè io lo conosco, e perchè egli sa non esser io che un piccolo funzionario in casa di una dama la quale à un bazar dove à luogo qualcosa che si chiama: una sauterie, un pranzo in piccolo comitato, un raout, un ballo, infine, per i grandi colpi, come nell'occasione attuale. Benissimo. Mettete ora che, invece di essermi un così piccolo sere, io mi appartenga alla diplomazia. L'orizzonte si allarga di cinquecento leghe. Io giuoco ciò che voglio. Non mi si dimanderà neppure la copertura. Debbo io confessarlo? Si crederà che io giuochi per conto del padrone. Ciò si è visto. Ad ogni modo, si crederà che io metta a partito i secreti del padrone. Infatti, ci vuol proprio del genio, eh! per dire, senza posarvi su, annodando la cravatta od ungendo di pomata il ciuffo del signor duca: To'! la Borsa à bassato ieri; essa basserà ancora oggi, scommetto!—Tu credi, imbecille?—risponde il duca.—L'è fatta. Giuoco al rialzo.

—L'è curioso davvero ciò che voi dite mo', zio Pradau! Io non ci aveva giammai pensato.

—Credete voi, M. Claret, che gli uomini di genio s'incontrino così per le vie come i poliziotti, eh? Ebbene, quando io ò estorto una parola, quando io ò annasato un tantino nei dispacci, e colto una frase alle porte, io vi dico: M. Claret, oggi vi sarà rialzo. Io rischio cinquantamila franchi; volete rischiarne dieci, voi—voi che siete padre di famiglia? Noi giuochiamo, e la pecunia viene.

—O se ne va.

—Qualche volta. Ma noi paghiamo. Ciò allecca il mio amico agente di cambio. Io piagnucolo presso il duca, a proposito della perdita che ò subita. Egli s'intenerisce, mi regala del triplo imbecille, e si lascia sfuggire un motto che sembra senza conseguenza. Io l'acciuffo a volo. Giuoco questa volta cento mila franchi, voi trenta mila. La messa è finita. Viva il duca!