—Babbo Pradau, voi avete la mia stima!
—Voglio il posto, M. Claret, la vostra confidenza e la vostra amicizia: ecco tutto. Mi avete voi capito? Io non ò secreti per voi. Voi avete delle ragazze a maritare o a mettere al Conservatorio, e dei biricchini a ficcar nel collegio. Noi siamo cristiani al postutto, che diavolo! Ebbene, si va più spiccio della sorte che con i rosicchi sui conti e gli sconti dei fornitori. E rileviamo, per l'intelligenza, la dignità del lacchè, come dicono i gonzi. Sappiatelo, M. Claret, io medito di scrivere un libro, nel mio castello del Berri, Sui doveri dei padroni ed i diritti dei servitori—nel quale io proverò: che noi siamo dei funzionari pubblici, e che abbiamo diritto ad una pensione di ritiro—a pigliare da una tassa speciale pei domestici, pagata dai padroni—ciò che costituirà un fondo a parte al Gran Libro, destinato alle pensioni. Vedrete, vedrete, M. Claret. Ma per condurre a termine tutto codesto, è mestieri che lo pigli il mio rango nella diplomazia.
—Oh! io comprendo perfettamente ciò.
—Bisogna moralizzare i padroni, mio caro, se vogliamo costituire la nostra indipendenza. Essi ci danno del tu, per l'epa del diavolo! Ci chiamano col nostro nome di battesimo, e qualche volta animale! Essi dimenticano perfino talvolta di dire: se vi piace! Oh! eh! I nostri padri àn dunque presa la Bastiglia per nulla? E la livrea, ah! Noi siamo in un carnevale perpetuo, noi altri, noi siamo degli arlecchini all'anno.
—Come a dire?
—La nostra livrea è la nostra gogna. E la parrucca, poi? E con questo, una parrucca di stoppa, bianca della farina che il vento ci caccia negli occhi e ci accieca, e nel naso e ci fa starnutire dodici ore al giorno! Mi pare che basti che ci accimorrino con li scarpini, le calze di seta e le brache corte. Essi non ànno nemmeno pietà se un famigliare à le gambe arcate, con quei mezzicalzoni di peluscio rosso o giallo canario! Se fossero almeno colori seri! Vi si azzima in pappagallo! Basti così, cospettaccio! D'oggi innanzi, noi esigiamo degli uniformi di lanciere. Eh! che ne dite, M. Claret, di lanciere o di ussaro?
—Io inchino forte alla veste da camera. Essa è più comoda. Io ò saggiato l'uniforme alla guardia nazionale—e non mi sorride una maledetta. Ma, infine, vada pure per il lanciere. Io amo la Polonia… a digiuno.
—Allora, caro M. Claret, l'è un affare inteso. Ma, del resto, dopo dimani sera io verrò a pigliarvi con la vostra signora e le signorine, ed andremo alla Porte Saint-Martin. Avrò un palco. E chiacchiereremo di nuovo. Ve lo ripeto: lascio il salario per le spese di toilette delle vostre piccole, e v'invito a partecipare alle mie operazioni, quando vorrete e nelle proporzioni che vi piacerà.
—Sì, sì, père Pradau, io ò afferrato tutte le vostre combinazioni e le trovo ammirabili. Ma lasciatemi preparare un pretesto che mi giustifichi agli occhi del duca, se mando via Roberto e vi sostituisco a lui.
—Ciò è giusto. Ciò è, anzi, convenevole. Bisogna rispettarci, se vogliamo farci rispettare dai padroni. Anche io non voglio perdere la commissione che mi riviene sul collocamento che madama Augusta medita probabilmente.
—Ma cosa l'è insomma codesta agenzia, zio Pradau?
—Ma! avete voi udito a parlar mai dell'agenzia di M. Foy?
—Oh! sì: ò letto ciò spessissimo negli annunzi dei giornali¹.
¹ Agenzia di matrimoni.
—Ebbene l'è la casa Foy, il matrimonio in meno—alla chiesa e al Municipio. Ecco tutto. Noi diamo una festa, secondo l'importanza della cosa. Tutto ciò che vi è di ricco e di nobile viene ad approvvigionarsi da noi. Noi prendiamo iscrizione delle damigelle che vogliono o principiare o divenir assennate; ne scrutiniamo bene la morale; esaminiamo le loro bellezze, la loro istruzione, la loro educazione. Perocchè noi non presentiamo in mercato che fior di roba, con garentia e stampo di fabbrica.
—Ma, l'è da fior di galantuomini, codesto!
—Le persone s'incontrano, si parlano, si esaminano; si consulta la scritta del prezzo nell'album sulla tavola, per ordine alfabetico e ritratto. Si vede la lista delle spese, poi… E poi si getta il moccichino. Una parola detta all'orecchio di madama Augusta basta. Nulla di più leale in commercio. Mercanzia per ogni gusto. Nulla al disotto di 36,000 franchi di onorario l'anno—oltre i regali che sono volontari, ed una somma per l'installamento primo. Non un motto che non sia decente. Alle Tuileries si è meno permalosi. E che eleganza! che tatto squisito! che spirito in ogni concetto, in ogni sguardo! che gusto! che di aristocrazia nelle maniere! Oh! se gli ambasciatori e le duchesse potessero venire ad istruirsi da noi! Insomma, l'è la parrocchia dei baci—ma un vescovo crederebbe trovarsi nel pensionato delle suore di Picpus!
—In fede mia! codesto è proprio superbo.
—Lo credo bene. E perciò ci si scrive dalle cinque parti del mondo per essere inscritta e presentata, e ci si manda il ritratto, guarentito rassomigliante per atto di notaro. Che collezione! Qualche volta noi facciamo delle anticipazioni, per dei soggetti il di cui successo è infallibile. Si può consultar gratis i nostri registri ed il nostro album. Nulla di sospetto e di meschino. Il signore che non giustifichi di avere un titolo e di posseder per lo meno 150,000 franchi a ruminare in un anno, non è ammesso nelle nostre riunioni. L'età cui preferiamo per i candidati è al di là dei trent'anni. Chi ne à meno di venticinque è escluso dalla morale, non vi pare?
—Ma un'istituzione simile meriterebbe un incoraggiamento del governo, io vi dico.
—Pouah! questo governo taccagno! Ah! parlatemi dunque degli altri!¹
¹ Il conte di Chambord e gli antenati.
La conversazione fu interrotta precisamente da M. Robert, il quale portava la risposta del duca.
Altra derogazione agli occhi dello zio Tob, il quale non rifletteva che egli stesso aveva derogato peggio ancora.
—Allora è convenuto, M. Claret, non è vero?—disse Tob alzandosi.
—Che diamine! noi siamo degli uomini, zio Pradau.
—A dopo domani. Se non posso spicciarmi alle sette e mezzo, manderò il viglietto del palco nella giornata, ed andrò a porgere i miei ossequi alle signore nella serata.
—Saranno desse contente, perdinci!
—Me lo immagino. Frederik rappresenta Don Cèsar de-Bazan.
—Superbo!
—I miei complimenti alla famiglia, ed a rivederci.
—Mille grazie, ed a rivedervi, père Pradau.
Come quella dimora aveva l'aspetto calmo! Come tutto vi sembrava regolare, in ordine, puro, felice! Come le passioni vi erano umane, i desiderii sereni, l'andamento normale, i sentimenti sociali!
M. Claret andava ad introdurvi l'ex capo degli zingari!
Il duca di Balbek aveva accettato, e fissato il ballo di Augusta al 29 novembre.
VIII.
Il ballo del 29 novembre e la prefazione.
La sera del 29 novembre giunse.
Alle nove della sera, un piccolo coupé si fermò innanzi ad una porta nella via Blanche. Un signore ne scese, salì al terzo piano, suonò. Una ragazza aprì, ed annunziò:
—L'è il signore.
Sergio di Linsac—era desso—entrò, cappello in testa, dritto dritto nella camera da letto.
La cameriera, che gli aveva aperto, lo seguì, per continuare a prestare la sua assistenza alla padrona, la quale era in via di terminare la sua toilette.
Era di già pettinata, e Luisa le infilava le calze.
—Non ti aspettavo—disse Morella, la padrona della dimora. Vieni tu per qualcosa?
—Lo credo bene. Vengo a passare in rivista l'esercito, ispezionare le armi ed aggiungervi questo cannone alla Paixant.
E, ciò dicendo, le presentava un ferretto di diamanti a foggia di stella.
—L'è proprio bello—sclamò Morella. E vado a collocarlo, all'istante, nel suo empireo.
—La tua fronte l'ecclissa, Morella—rispose Sergio, baciandola.
—Tanto meglio se l'è così. Ne saresti tu già ai concettini, con me?
—Come? tu dici ciò all'uomo che ti à presentato il tuo bastone di maresciallo?
—Di meglio: che mi à cacciato nella mischia per guadagnare la battaglia. Come trovi tu questa veste?
—Giammai demonio non prese meglio le penne di cherubino.
—Lasciami in pace con le tue inezie di demoni e di cherubini. Sono io bella?
—Ahimè!
—L'insieme è armonioso!
—Irresistibile.
—Se indicassi l'ombra appena di un neo, qui, in giù della guancia… per fare osservare come essa si arrotonda soavemente sulla mascella inferiore?
—Non aggiungere nulla di nulla. Vattene, Luisa. L'è finita. L'è perfetta. Dio sarebbe geloso, o innamorato, dell'opera sua—se fosse la sua!
—Insomma?—chiese Morella, quando la cameriera fu uscita.
—Morella, io non tenterò più di piegarti.
—E fai bene. Ti dicono, pertanto, uomo di spirito! Scrivi dei libri che pretendono rivelare il cuore umano! Esci dunque dall'assurdo. Io non ò che diciannove anni. Non ò, per conseguenza, che undici anni innanzi a me, per occuparmi di altro che di amore. Ritorna quando avrò trent'anni. Vedremo allora. Ma inocularmi adesso quella melanconia! grazie: la sbiada il colorito.
—Tu menti in questo momento. Io so, e ciò ti basti, che tu ami altrove.
—In ogni modo, ciò sarebbe per conto mio proprio. Ma non ritorniamo su queste tristezze. Puoi tu spendere dugento mila franchi l'anno per me? No. Vattene allora! Tutto è detto. Io ammagrisco al regime di 2000 franchi al mese. Tu mi ài fatto un ospizio, con codesto, e non un altare. Ora, la natura non mi à regalati questi occhi qui, questa bocca, questa testa, questo collo, questo seno, questa vita, tutto questo splendore, in una parola, per metterlo milensamente a codesta pietanza da invalido. Io non intendo che due cose: o degli stivaletti squarciati trascinati nel fango, o una costellazione. Gli stivaletti squarciati sono una sventura; un terzo piano nella strada Blanche è una dappocaggine. Parliamo dunque d'altro.
—Allora, l'è un addio per sempre?
—T'inganni, Sergio. Io non dimenticherò giammai che tu mi prendesti piccola contadina d'Arles, e che mi ài fatta ciò che sono. Io ti debbo tutto: gusto, parlantina, ambizione, istruzione, scienza della bellezza, aspirazione, poesia, conoscenza del mondo. Io era forse una perla; tu ne ài fatto un gioiello, un monile. Io resto tua amica, tua obbligata. Lasciami adesso collocare a modo mio il capitale che Dio mi à dato: la bellezza e l'amore! ed il capitale che tu vi ài aggiunto: l'arte! Io conosco il valore di ciò che posseggo, ora.
—Non far dell'usura, almeno.
—Tu dici codesto, tu? Come! Si danno 2000 franchi ogni sera alla Grisi, per una cabaletta, senza menar scalpori, e si trova enorme se io domando la metà di quel prezzo? Ma cosa è dunque un gorgheggio in paragone di un bacio di queste labbra, vedi! di queste labbra, il cui soffio è come la parola di Gesù a Lazzaro: vivi! In verità, gli uomini sono idioti!
—Morella—osservò Sergio, dopo un momento di riflessivo silenzio—io sono felice della scelta che ò fatto e dell'ispirazione che ò avuta. Tu mi farai onore; ed io non dubito del successo. Terrai il tuo posto con bravura. Io ti rimpiangerò sempre, ma meno se sei fortunata.
—Parliamo d'affari allora, e formola le istruzioni che vieni a darmi.
Tu ài detto che io entrava nella carriera della diplomazia?
—Vi sei di già.
—Che io era al servizio di un'Altezza, da cui il sotto ambasciadore di Russia teneva il suo mandato?
—Te lo confermo.
—Che io doveva ammaliare un bel giovane?
—Egli è anzi troppo bello—ed io ò paura che tu ne diventi amorosa e che ci tradisca.
—Decisamente, tu ài una cattiva opinione di me. Rassicurati, allora: io amo di già. Non se ne amano due alla volta.
—Tu l'ami dunque davvero?
—Al punto, che io non mi lamenterei degli stivaletti rotti per andarlo a vedere.
—Lo compiango: tu ne farai un idiota.
—Ciò mi riguarda. Io pretendo farne un angelo del paradiso. Ma dimmi il nome della vittima che gittate nei miei artigli.
—È il duca di Balbek.
—Lo conosco… e l'odio.
—Come ciò?
—Un quindici giorni fa, io era sola—sola in un palco agl'Italiani. Quasi rimpetto a me, quel duca aveva passato la sera con una giovane e bella fanciulla—che debbe essere probabilmente sua moglie. Egli mi aveva sbirciato tutto quel tempo, quantunque io torcessi sempre il capo con dispetto. Scendendo la scala, per azzardo, mi trovai innanzi a loro. La giovane mise il piede sulla mia veste. Io mi volsi. Ella mi disse graziosamente: Mille scuse, signora! Allora quel facchino di duca le mormorò all'orecchio—ma non sì basso che io non l'udissi: Non tanta cortesia con quelle creature! La giovane indietreggiò, quasi si avesse toccato un colubro. Io li squadrai entrambi con insolenza, e dimandai al vicino: Chi conosce qui questo pezzo di tanghero?
—Zitto! fe' qualcuno: gli è il duca di Balbek, ambasciadore di un re non so dove! Essi erano passati; ma avevano dovuto udire il mio motto.
—Questo precedente è spiacevole.
—Dite, propizio. Allora?
—Ebbene, figlietta mia, vendicati in questo caso. Te lo abbandoniamo, corpo ed anima. Impadronisciti di lui, fatti amare, e… divoralo!
—Egli sarà dunque al ballo?
—Si dà il ballo per farvi incontrare. Il principe di Lavandall ti farà la corte per isvegliare l'emulazione di quello sciocco. Tu farai trionfare il duca sul principe.
—Ed in seguito?
—In seguito, tu sarai riserbata, ma non respingerai le proposizioni.
—Le farà desso codeste proposizioni?
—Il tuo specchio non ti dice dunque ch'ei non sarà mica il solo a fartene? Però, egli deve essere l'eletto—vedessi tu ai tuoi piedi il duca di Orléans od il barone di Rothschild.
—Sta bene. Quale è poi la mia missione?
—Amor mio, tu sei un graffio che noi gettiamo su quell'uomo. Noi non abbiamo che uno scopo: ridurlo alla miseria. I mezzi ti riguardano. Dugento mila franchi di premio per te, se riesci. Noi ti lanciamo su di lui come Dio sguinzagliò Satana sopra Giobbe.
—E poi?
—Poi… io non ne so mica più di te.
—Che fortuna può egli avere?
—Oh! e' non è ricco. Se tu gli estrarrai cinquecento mila franchi in oro dal cuore, e' sarà lì per depositare le armi.
—Non tregua?
—Neppur di un secondo. Tu sei una macchina che lo à preso nel suo addentellato, e da cui Dio stesso non lo potria più distrigare. Pompa, pompa, pompa sempre.
—E quando sarà tapino come un tapino irlandese?
—Ti comunicherò gli ordini che mi si impartiranno. Ricordati solo, che tu non sei mica una volontà, ma una fatalità.
—Che parte debbo io assumere?
—Osserva le manie dell'uomo, e decidi. Ma non mi sembra avere colui dei gusti che olezzino l'ideale. Tu sarai baccante. E ciò lo trasporterà.
—Riserbo ciò per colpo di grazia, quando vedrò il sangue schiumar sulle sue labbra. Andiam per gradi. L'è detto. Ecco tutto. Le undici e mezzo. Me ne vado.
—Non importa! io ò dei rimorsi. Io so che in queste trame sataniche i pesci cani si aprono sempre una via e che l'è sempre la povera mosca—la donna! che soccombe. Dio ti sia in aiuto, Morella. Io ti amo.
—Va a metter ciò in versi: l'è grazioso. Ma non esser inquieto per me, no: io sono di acciaio—mi si può torcere, ma non spezzare.
—Io mi sovvengo di un'altra vittima. Addio.
Il ballo di madama Thibault si componeva di due categorie di persone: gli attori e gli spettatori.
Gli attori erano una ventina di giovani dei due sessi, cui alcuno non conosceva ed alcuno non curava conoscere—i ballerini. Le damigelle erano state scelte di una bruttezza sufficiente per non far macchia e servire di rilievo alle vere bellezze.
Questo coro della festa era vestito di bianco, senza gioielli, con qualche fiore nei capelli, ed ecco tutto.
Non vi era da sbagliarci sul suo ufficio.
La categoria degli spettatori era altra cosa. Lo zio Pradau li aveva dipinti con esattezza.
Madama Thibault abitava adesso un padiglione in fondo ad una corte, nel Faubourg St. Honorè. Al padiglione si annetteva un piccolo giardino. E tutto ciò era ricco e civettuolo.
I saloni, o piuttosto la Borsa, eran già stivati di gente, quando
Morella arrivò.
La stessa parola spruzzò, nel medesimo tempo, da tutte le labbra: Ecco la regina!
Infatti, Morella era alta abbastanza per spiegare l'eleganza squisita della sua taglia, ma non troppo per imporre, come una Semiramide di Opéra. Il suo colorito aveva quella pallidezza bianca ed abbagliante, piena di salute, che indica l'armonia delle funzioni della vita, la perfezione degli organi. Una pelle vellutata e fina, simigliante all'alito di una bambina che dorme. Il suo lungo sguardo nero era impregnato di languore, ma si animava per raggi, e dava delle scosse come una macchina elettrica. Nulla poteva eguagliare la freschezza, la grazia, la soavità della sua bocca, ove la voluttà sorgeva come Venere dalla schiuma del mare. La sua fronte, alta, levigata, bianca come l'Olimpo di Omero, sarebbe stata davvero il trono di un'anima—se Morella ne avesse avuta una. Il suo sorriso un po' lento penetrava come l'odore della magnolia. Il suo collo, il suo petto, le sue braccia nude allumavano gli sguardi e scoloravano i sembianti. Satana vi scoppiettava con la sua muta furibonda di desiderii.
Morella era una provocazione. Ove ella poggiava lo sguardo, feriva; ove ella fermava la sua volontà, prostrava.
Come contrasto a quella provocazione—che sembrava emanar da lei involontariamente—le sue maniere erano dolci, molli, gravi: la cimbalina di Dio si rivelava in sibarita!
La sua voce era armoniosa, ma si lasciava dietro le vibrazioni che seguono una corda che si spezza.
In una parola, Morella sarebbesi detta una cattiva azione della provvidenza. Era un calappio, come la datura strammonio—il di lui fiore incanta lo sguardo ed uccide.
Si danzava già in un salone.
In un gabinetto, taluni, fra cui il dottore di Nubo, giocavano al baccarat a tutto vapore.
Sotto il pretesto del caldo e della folla, una mezza dozzina di odalische—le men belle, tariffate al di sopra dei 60,000 franchi l'anno—si erano ritirate in un altro salone che dava sul giardino. Una dozzina di uomini—i quali avevano quasi tutti passato il capo fatale dei quarant'anni—folleggiavano intorno a quelle bellezze—alle quali madama Thibault li aveva presentati.
Il duca di Balbek trascinava uno sguardo noncurante su quello splendido mazzetto, meditando un attacco sopra una magnifica Polacca, la quale, a sua volta, lo avviluppava del suo sorriso. Il principe di Lavandall stuzzicava i lunghi ricci neri di una giovine miss irlandese, che aveva l'aria innocente di Eva nel paradiso.
In quel momento si udì nei due saloni una specie di brulichìo? paragonabile a quello della brezza nelle foglie della foresta.
Tutti gli sguardi si volsero verso la porta.
Era Morella che entrava, e madama Thibault che si precipitava al suo incontro.
L'effetto, l'ò detto, fu completo.
Il primo che sollecitò a dimandare di essere presentato, fu il principe di Lavandall. Il duca di Balbek, che l'aveva riconosciuta, e si rammentava la scena agl'Italiani, arrossì.
Morella fece vista di non scorgerlo.
—Ahimè! madamigella—le susurrò il principe—ora che vi vedo, rimpiango di non essere la fortunata vittima che i vostri sguardi debbono immolare.
—Che ciò non vi arresti, mio principe—disse Morella ridendo; io sono di forza da farne due delle vittime.
—Non si potrebbe trovare un modo di transazione, madamigella?
—Oh! no, caro principe. Non v'è che i piccoli bancarottieri che transigano. Io, io fo saltar la banca, netto, o pago a cassa aperta.
La padrona della casa presentò il duca di Balbek.
—Madamigella—disse costui—v'ànno salutato, entrando, del nome di regina. Permettete ad uno dei vostri umili sudditi di mettere ai vostri piedi la sua sincera divozione.
—Vedi mo'! e' sembra che il signor duca abbia un dizionario secondo le latitudini parigine: la creatura dei Bouffes è regina qui! Cosa sarei nel mio palazzetto, signor duca?
—Permettetemi che vada a dirvelo, ed a farvi le mie scuse.
—E perchè no qui? Il signor di Lavandall è buon giudice.
—Io sono troppo vecchio, madamigella, per entrare in questa mischia. Non si corre più quando si à la podagra. Siete voi fortunato, signor duca!
—Adagio, signore, adagio, non cercate svignarvela. Io sono pigra, io: amo la podagra.
E dicendo ciò, Morella salutò leggiermente il duca di Balbek—il quale restò pietrificato—e condusse il principe nel giardino. Ma cinque minuti dopo, rientrarono, e M. di Lavandall le presentò il conte di Kormoff suo amico.
Morella si assise sur un canapè, con il conte, vicin vicino al duca di
Balbek, cui volse il dorso.
—Parola d'onore, madamigella—disse il conte rispondendo ad una dimanda della giovane donna—il freddo di Siberia è un pregiudizio europeo. In ogni caso, io m'impegno a percorrerla, senza pelliccia, in toilette da ballo, in pien gennaio, se voi siete a fianco a me.
—E si dice che i Cosacchi sono dei barbari! ma essi fan quasi quasi dei madrigali. Gli è vero che il signor conte non è ambasciatore di un re, per avere il diritto di essere insolente—soggiunse Morella a voce alta.
Il signor di Balbek si contorceva e taceva.
Morella riprese il braccio del principe di Lavandall, per fare un giro nella sala di danza.
Il duca si alzò anch'egli e la seguì lentamente, di lontano.
L'ambasciatore di Spagna, che si trovava a fianco a lui con la
Polacca, gli disse sorridendo:
—Caro duca, il Russo vi dà scacco e matto: lasciate la partita.
—Non l'ò impegnata: non posso dunque lasciarla.
—Allora, non impegnatela. Le donne ammattiscono per le mine dell'Oural.
—Voi avete ragione forse, marchese. Ma ben sovente, elleno si servono delle mine per comprarsi degli aranci.
Morella, che trovavasi innanzi a lui, l'udì e domandò al principe di
Lavandall:
—Principe, se vi dessero a scegliere tra un orso ed un pappagallo, quale dei due scegliereste voi?
—Se io fossi donna, il pappagallo.
E dicendo ciò, le presentò lord Warland—al braccio di cui la confidò—essendo stato chiamato dall'ambasciatore di Turchia, che volle presentargli Fernandina—un'altra regina del ballo che faceva il suo ingresso.
Ora lord Warland non parlava il francese e Morella non capiva l'inglese. Lord Warland era parecchie volte milionario ed aveva la rabbia di parlare alle belle donne—egli che poteva vantarsi di essere uno degli uomini i più brutti di Europa!—di cui era fiero, del resto. Infatti disse:
—Mademoiselle, all the ladies fly away from me. You are the first one, this evening, who consents to take my arm. I was wrong not to come here wrapped in a mantle of banknotes.
Morella l'ascoltava a grandi occhi aperti.
Il duca di Balbek, che le era vicino, sorrise. Morella lo vide, gli si volse e gli chiese:
—Il signore vorrebbe farmi l'onore, se comprende l'inglese, di tradurmi codesto?
—Milord à detto, madamigella—rispose il duca salutando—che tutte le dame lo fuggono, e che voi siete la prima che abbiate consentito ad accettare il suo braccio. E milord aggiunse: che egli à avuto torto di non venire qui avviluppato in un mantello di banconote.
—Milord, voi avete fatto benissimo, al contrario—rimbeccò
Morella—avreste potuto correre il pericolo di pigliar fuoco.
Milord guardò il duca, a sua volta, per pregarlo di tradurre la risposta—e rise a scoppiare quando il duca gli disse:
—You have done well, because you could have taken fire.
Lord Warland si allontanò fregandosi le mani e ridendo sempre.
Il duca di Balbek offerse allora il suo braccio a Morella.
Ella non l'accettò ed andò a sedere sur un divano. Il duca le si mise a lato.
—Voi siete dunque inesorabile, madamigella?
—Per i delitti no, signor duca; per le sciocchezze, sempre. Un delitto può avere della grandezza; la sciocchezza è infallibilmente meschina.
—Io ò potuto aver ben torto, madamigella e non mi scuso. Ma, in tutti i casi, voi ne conservate un rancore côrso. Vi siete burlata di me tutta la sera.
—I piccoli ànno anch'essi il loro giorno, signor ambasciatore. Però, al postutto, che v'importa il mio risentimento?… Sono io… l'imperatrice delle Russie, io?
—La Russia vi apparisce sotto tutte le forme, madamigella. Vi siete voi stata?
—No: ma essa mi colpisce. La Francia, l'Alemagna, l'Inghilterra, l'Italia, la Spagna si rassomigliano più o meno. La Russia è la Russia. Essa vi aspira come l'immensità del mistero. Ed i Russi, signore, sono tutto ciò che vorrete—eccetto meschini! Il profilo del loro paese si imprime forse nello sguardo loro dalla nascita, e vi lascia l'immagine del vago e del colosso.
—È da molto che conoscete il principe di Lavandall?
—L'ò visto stasera per la prima volta. Ma e' mi sembra che noi fossimo amici da dieci anni. Egli è il solo uomo che io mi abbia distinto qui.
—Davvero?
—Sì: e convenitene pur voi. Il signor di Lavandall ed il signor Kormoff sono qualcuno qui: noi siamo il genere umano—chiunque! Si sente che sono di già partiti. Essi àn lasciato qui un vuoto.
—Voi siete così invaghita dei Cosacchi, madamigella, che io sento dover rinunziare a piacervi.
—Rinunziare, signore, implica qualche cosa che significa cominciare. Ebbene, non cominciate. I Cosacchi danno forse lo knout ad una donna. Non la chiamano cantoniera!
—Ancora?
—Ma! voi non esistete ancora per me che sotto questo aspetto. Ah! ecco lì l'Inglese. Bisogna che io lo bisticci un tantino.
—In inglese?
—E poi? Vedete! gli è adesso un'ora dopo la mezzanotte. Ad un'ora e venticinque minuti, prima che io me ne vada, il mio inglese parlerà francese come Victor Hugo. Quell'uomo mi garba.
—A causa del suo mantello?
—E perchè no? Non à quel suo mantello chi vuole, signor duca. Ma la sua bruttezza mi fascina. Eh sì! la bellezza? ne ò pieni gli occhi: l'è tutto specchi in casa mia! La mediocrità? pouah! Il mio proprietario à domandato di sposarmi, presentandomi il suo ultimo ricevo del fitto. Fare dei figliuoli e rosicchiare 30,000 franchi l'anno con lui, per quarant'anni! Piuttosto la Senna! Se il volgare mi avesse sedotto, signore, sarei restata a confezionar cappellini ad Arles.
—Ah! voi siete di Arles?
—La donna non è di alcun paese. Ella è bella o brutta—del cielo o dell'inferno. Allora, fra otto giorni, tutta Parigi conoscerà il mio Inglese. Che se ne vada; ognuno sclamerà: guarda! l'inglese è partito dunque? Che noi ce ne andassimo, alcuno non se ne accorgerà.
Il dottor Nubo entrò allora nel salone e venne a salutare il duca.
Egli squadrò fisamente Morella e disse:
—Che tigre reale! Gli è per questo che io sentiva l'odore di carne fresca. Attento a voi, caro duca.
—Io non sono una scienziata in storia naturale—rimbeccò Morella, con un sorriso grazioso, ma che aveva gli artigli di acciaio. Vedendovi, però, signore, io m'immagino contemplare uno di quei vecchi vasi di Faenza degli speziali di una volta—quei vasi il di cui smalto abbarbagliava, i di cui geroglifici intrigavano, e che contenevano delle droghe velenose, talvolta della vipere.
—Benissimo, benissimo, piccina. Tu ài la stoffa per divenire una duchessa.
—Voi siete terribile, madamigella—osservò Balbek. Vi si punge e voi ferite a morte.
—Oh! si à dunque la vita così tenera qui?
—Addio, madamigella. Io non oso neppure pregarvi di cessare la guerra contro un vinto.
—Davvero, signor duca? Bah! Il principe di Lavandall, lui, mi avrebbe forse abbracciata o strangolata.
Il duca uscì come un lampo dal salone, trasportando nel cuore quest'ultima freccia avvelenata.
L'indomani, Morella aspettava il duca, alle due.
La sua previsione era giusta.
All'una e mezzo egli sonava alla sua porta.
Il destino lo spingeva.
IX.
Vitaliana.
Che idillio! che primavera intorno a Vitaliana!
Ella ignorava tutto—forse perchè non si curava di nulla.
Il matrimonio era stato per lei un mandato impostole da sua madre, cui ella compieva. Il suo cuore era restato estraneo a quel mercato.
Ella non portava nella ragion sociale del duca di Balbek che la sua bellezza, la sua virtù, ed un centinaio di mille franchi, alla morte di sua madre. Ella non doveva dunque nulla al di là—oltre l'adempimento del suo dovere. Ridotta a questo còmpito, ella vi si era assiepata bravamente, la calma negli occhi, il sorriso sulle labbra. Ella non era risponsabile innanzi al mondo dalla sua vita inferma—e forse delle lagrime del suo cuore! Che importava, del resto, al mondo che vi fosse in quel seno una festa o un lutto! Basta che, scollacciato con arte e splendido—vale dire quasi nudo—esso abbagliasse gli sguardi nei balli, e che alcun uomo, il duca tranne, non potesse dire: Io l'ò sfiorato delle mie labbra!
Vitaliana si era formata un'idea esagerata del carattere, della dignità, dell'onore, della posizione sociale, delle funzioni di suo marito. Ed aveva proporzionato a quest'idea il sentimento del suo dovere.
Le donne, d'ordinario, misurano la loro colpa alla loro propria dignità. Forse che, se il carattere del marito fosse preso per campione, l'adulterio sarebbe più raro—per la semplice ragione che nel marito non vi è solamente l'uomo, ma il cittadino.
Vitaliana comprendeva così la virtù coniugale.
D'altra banda, ella avrebbe creduto mancare alla probità del contratto conducendosi diversamente. Imperciocchè ella considerava suo marito come l'incarnazione la più elevata dell'onore.
Appena se ella s'informava di ciò che il duca di Balbek era stato nel suo paese.
Ella non s'inquietava punto di ciò ch'egli faceva a Parigi.
E' le sembrava naturalissimo che re Claudio III avesse investito dell'ambasciata di Francia un così bel cavaliere.
E' le sembrava impossibile che un gentiluomo, incaricato di quelle funzioni, non ne avesse calcolato l'alta responsabilità, e che non fosse stimato e rispettato. Perchè allora interrogar delle bocche, le quali, in questa circostanza, non risponderebbero invariabilmente che con la piaggieria od il denigramento?
Vitaliana non leggeva giornali, d'altronde. E quando la si mostrava, raramente ancora, nel mondo, ella spandeva intorno a lei tal profumo di purità, raggiava di tanta bellezza, che non si scorgeva quel piccolo duca—più che non si scorge una mosca sulla cornice, quando si contempla il quadro della Trasfigurazione.
Librata dunque sopra tutte quelle nuvole, la serenità di Vitaliana era eterna come quella del firmamento.
Vitaliana era una creatura diafana.
Se fossimo a Firenze, io vi direi: Andate a visitare al palazzo Pitti la vergine di Murillo, a fianco alla Madonna della Seggiola di Raffaello: ecco Vitaliana!
Ella incarnava quella concezione divina del pittore spagnolo.
S'incontra qualcuna di quelle figure sotto il cielo brumoso dell'Inghilterra—e vi credete, per un istante, su i minareti di Stambul, in una notte di luna piena. Quelle nature sono inaffiate di raggi di stelle: vi si vede circolar l'anima!
I grandi occhi cinerei di Vitaliana, allo sguardo sì lontano, sì profondo, sì serico, sì dolce e cristallino—se venivan fuori dal vago infinito in cui sembravano immersi, dovunque si fissavano, facevan nascere dei gigli—come racconta la leggenda degli occhi di Gesù. Si sarebbe detto che v'inondassero di foglie di rosa. Il desiderio prendeva le ali della preghiera! La sua fronte si distaccava, come la mezzaluna nel cielo, tra le sue sopracciglia scure ed i suoi capelli d'oro, che la coronavano come una regina.
Tutto era armonia in quel viso—non di quella armonia della bellezza greca che è della geometria—ma di quella melodia del canti italiani, che sono un fiore dell'aria. Quell'espressione eterea si comunicava persino alla sua bocca—le cui labbra delicate e rosee riflettevano la voluttà della stamina pel pistillo. Si sentiva che era mestieri un serafino per coglierle un bacio senza appannarla.
La sua statura era media. Le sue forme, delicate. La sua vita poteva essere chiusa fra due mani di donna. Il suo collo, un po' lungo, sosteneva una testa alta, senza fierezza, e la faceva sembrare più grande che in effetto non era. Quando mostrava il suo piede, sì infantile, sì petulante, si provava il desiderio irresistibile di baciarlo.
Vitaliana era una di quelle creature, cui Dio si lascia talvolta scappare per ricompensare, per incoraggiare coloro che credono ad un'anima al di fuori della materia; per consolare coloro che credono alla perfettibilità della materia—qui fango, là raggio; qui ventre, là pensiero: Tiberio e Capri, Gesù al Taborre!
Nel palazzo dell'ambasciata, nella strada dell'Università ella si era riserbata due stanze: una camera da letto piccolina, ed un grande boudoir, sporgenti entrambi sur una immensa terrazza, di cui aveva fatto una stufa.
Ecco il suo mondo! il ritiro ove ella s'isolava.
La camera coniugale era altrove.
Nella sua, ella ridiventava vergine, si apparteneva, era sè stessa, era Vitaliana. Negli altri appartamenti, alloggiava la duchessa, ove il duca e la società la reclamavano.
La tappezzeria di quelle due camere era ricca e semplice. La stanza da letto era in raso rosa pallida, a nappe di seta bianca. Il boudoir, in damasco bleu, a nappe di nero ed oro. Il suo letto, in legno di radice di lauro, con dei medaglioni in lapislazzuli, era steso sotto una tenda che lo celava chiudendosi. Una riduzione del S. Agostino e della Francesca da Rimini di Scheffer, erano i soli quadri della stanza da letto.
Nel boudoir, oltre gli altri mobili in legno giallastro, vi era un piano; e sulle mura il ritratto di suo padre e due pastelli di Angelica Kauffman.
Poi, dei fiori dovunque.
Vitaliana non era musicienne—vale a dire, uno di quei generali dottissimi in strategica che perdono tutte le battaglie. Ella interpetrava un pezzo di musica, se non lo leggeva sempre correntemente.
Adorava i fiori. Tra i fiori e lei eravi comunicazione d'anima ed anima. Ella entrava nella sua stufa come la mano dell'abbate Listz poggia sul piano: per risvegliarvi la vita. Sarebbesi detto che i fiori la sentissero, la conoscessero.
Questo scambio di magnetismo tra una bella giovane donna ed un bel fresco fiore non è stato ancora sottomesso alle osservazioni dinamiche e microscopiche, e notato—ma esiste. Fu presentito da Van Swieten—un grande medico olandese del secolo passato. Aspetta il suo Darwin.
Vitaliana era per i fiori un raggio di sole o la rugiada. Que' che appassivano, trovavano ancora abbastanza di alito per dirle: addio! I rigogliosi cantavano; i bottoni sboccianti, folleggiavano: l'odore addiventava profumo, il colore, spanto! Vitaliana aveva sempre un motto a dire, un consiglio o una carezza a dare a ciascuno di loro. Il suo sorriso era un'evocazione. Tutte quelle stelle fiammeggiavano al suo riflesso.
—Benissimo, benissimo!—diceva ella sorridendo ad un hyocroma, il cui fiore a tubo scarlatto e bleu sbocciava pien di salute. Si vede bene che fai buona compagnia col tuo vicino, la cui foglia verde argentea riposa lo sguardo! Vedete mo', come queste povere lavatere si annoiano! La loro rosa impallidisce troppo: ingialliscono. Sareste voi tristi perchè questi cestrums ai petali d'oro se ne vanno? Non affliggetevi giammai se i grandi passano: essi ebbero i loro dì di splendore… Alla buon'ora! mie piccole svensonie! Voi gorgheggiate delle vostre testoline bianche, rose e porpuree! Svegliatemi dunque un tantino codesti conoclynii, il cui azzurro si spessisce; codeste bigonie, i cui tubi scarlatti ed i fiori soffocano la coccarda lilà del loro corsaletto…
Poi ella inaffiava le stewie e le vinee, dal fiore bianco e rosa; faceva la belloccia con quella varietà di lantane, delle boule de neige; si ricreava come una pazzerella con la sua bella collezione di vervine e di veroniche: volteggiava come una farfalla in mezzo alle iridi ed ai phlox, che avevano saccheggiato l'arco baleno. Ella camminava, correva, rideva, devastava, s'imboscava contro gl'insetti malfattori, rimuoveva la terra dalle sue mani—mani che avrebbero fatto impallidir di gelosia perfino Caterina dei Medici—tanto erano belle! S'impazientava contro i giardinieri; prendeva una piccola roncola per mondare gli arbusti; legava un ramo ribelle; raccoglieva le foglie morte.
Un mattino verso la fine del mese di dicembre, Vitaliana veniva dal terminare l'ispezione della sua stufa, quando Maria, la sua cameriera, entrò ad annunziare la visita del conte Alleux.
Ella fece un movimento di sorpresa, ed il sangue rifluì al di lei viso. Si rimise però subito e disse:
—Introducilo lì, nel mio boudoir.
Adriano di Alleux era l'ingrandimento di Vitaliana di Muge.
Avevano ambedue preso dalle loro madri. Il medesimo colorito della pelle; il medesimo druidico degli occhi; il garbo medesimo della bocca; il medesimo portamento elegante e svelto; la medesima vita elastica; la stessa elevazione della testa. Solamente, in Adriano, tutto codesto era più fosco, più accentuato, meglio consistente, più robusto, più virile. Ciò che era bellezza in Vitaliana, diveniva grazia in Adriano; ciò che era soavità nella donna, si chiamava forza nel giovane. L'espressione verginale di Vitaliana prendeva l'aria d'indifferenza o di voluttà in suo cugino.
Il suo naso era un po' più grosso, ma per la sue leggiera curvatura dava al di lui viso un certo che di fierezza. Non portava barba, eccetto due baffetti fini, rilevati a punta, e così lunghi che piaciuto era loro di crescere.
Lo si trovava un po' stecchito. Ma ciò proveniva dalla ritenuta cui s'imponeva—per tenersi dritto e rompere così l'abitudine, contratta al seminario, di portare la testa in giù. La sua voce era melodiosa come quella di Vitaliana. Il suo sorriso, quando era vero—perchè abusava del riso sarcastico—irraggiava come quello della cugina. Era alto ed elegantissimo, ma senza affettazione.
Una viva commozione si pinse sul suo sembiante quando vide Vitaliana impiedi, sulla soglia del balcone che si apriva nella stufa.
La cugina aveva arrossito udendo il nomo di lui; il cugino impallidì alla di lei vista. Alcuno dei due non favellò. Si contemplarono reciprocamente: Adriano, con fascino; Vitaliana, con stupore.
Per uscir d'imbarazzo, e nascondere il suo turbamento, questa sclamò di un accento gioioso:
—Ebbene, signore abate, vi siete dunque fermato a mezza via del vostro vescovato? Che disgrazia! promettevate un così santo vescovo! Il nostro caro zio, il cardinale, ne sarebbe immagrito di un quarto di tonnellata per gelosia.
—Può smagrire di una tonnellata tutta intera, senza nulla perdere nella considerazione della cristianità!—rise Adriano. Ma veggo con contento che tu sei gaia… perdono, che madama la duchessa è gaia. Io mi aspettavo a tutt'altro.
—Ah! voi venite dunque per vedermi piangere!
—No: per consolarvi.
—Consolarmi di che? della perdita della battaglia di Waterloo?
—Tu sei dunque felice, Vitaliana?—riprese Adriano dopo un istante di silenzio, ed offrendole il braccio per passeggiarla nella stufa.
—Ma chi à potuto ispirarti l'idea che io nol fossi? L'avresti tu letto nella Gazette de France—che mi manda, dicono, ogni domenica, alla messa di S. Tommaso d'Aquino, dove io non ò mai messo il piede? Tu non rispondi?
—Non una nuvola in casa tua, dunque? tuo marito ti ama…?
—To'! tu mi rammenti che sono quasi otto giorni che non l'ò visto. Quel povero Carlo è così occupato! Negozia, da circa un mese, un trattato di commercio con l'ambasciatore d'Inghilterra, che à la gotta ed abita ancora Chantilly. E' pare che codesti ambasciatori lavorino come dei fabbricatori. I governi ed i popoli sono così esigenti!
—Proprio.
—L'è pur così. Ma con codesto, voi non mi dite mica, signorino, perchè avete rinunziato a quel delizioso mestiere di vescovo, cui, in un accesso di divotamento alle miserie dell'umanità, avevate scelto. Ti ricordi tu quanto mi spaventavi parlando di andarti a fare rosolare un po' le costole, per atteggiarti a martire! Come ti avrei io bene adorato sur un altare, con un coperchio di casseruola sul capo ed un piumaccio, millantantesi palma, nella mano!
—Vitaliana, tuo marito ti ama? ami tu tuo marito?
—Che razza di questioni stupide mi indirizzi tu là, Adriano… no, signor conte di Alleux? Voi v'immaginate dunque che io andrei a dirvi: Signore, io non amo mio marito!… signore, mio marito è infedele… quando anche ciò fosse?
—Gli è, Vitaliana, perchè tua madre è assente, tu sei sola, ed io sono in questo momento il capo della nostra famiglia—e perciò il tuo sostegno nella sventura. Avresti tu preferito che, in questa circostanza, io mi fossi tenuto in disparte… perchè… infine, io ò creduto che il mio dovere…
—Ma tu vaneggi dunque? Che circostanza? Di che intendi tu parlare? Di qual sostegno sogni tu? Il mio sostegno è mio marito. Se vi è un dovere per qualcuno, qui, gli è per me, che debbo rispettare il nome che porto, e l'uomo che me lo à dato—come egli lo rispetta e come egli lo porta, altamente, con dignità e con onore. Tu parli d'amore. È desso indispensabile alla felicità di una famiglia? Si è mai definito cosa sia l'amare un marito? Io leggo tante cose su codesto, che vi perdo il mio istinto. Io non so se ami o no mio marito. Lo rispetto, e ciò val meglio. Siete voi soddisfatto adesso, signor abate d'Alleux?
—Ora mettiamo—solamente per ipotesi—che tuo marito fosse un uomo indegno…
—Alto là! Io vi vieto, signor conte, di spingere più in là vostra ipotesi, antitesi, parentesi, e tutto ciò che vorrete. Io non mi curo di fabbricare castelli in Ispagna. Li troverò un giorno forse belli ed impiedi. Sarà tempo allora di pensarvi. Ed io non esiterei lungamente a pigliare il mio partito—siatene sicuro. Io non comprendo il dovere senza il correttivo, o l'equilibrio, del diritto. Io non mi rassegno alla teoria del sagrifizio per la donna e la libertà per l'uomo. Ma, insomma, cosa ài tu, Adriano? Perchè sei tu venuto a vedermi qui, dopo tre anni di separazione? Perchè non sei tu venuto innanzi—quando ài barattato la guarnacca del seminarista con la livrea del mondo? Tu non ài dunque nulla a dirmi? Tu non eri, pertanto, mica troppo goffo da abate. Quei mustacchi ti danno l'aria di un caporale in gazzurra.
—Dio mio, che vuoi tu? Son venuto perchè ò sognato che tuo marito era infedele; che aveva una ganza adorabilmente bella, abbominevolmente perversa; che tu lo sapevi; che tu eri infelice; che tu avevi forse bisogno di consiglio, di protezione, di vendicatore… E che so io, Vitaliana? Tu non ài che una parola a dire… Veggo che è un sogno, ma desso mi perseguita… L'è forse l'abitudine… L'è quella inqualificabile educazione di seminarista, in cui non si presenta agli occhi di quei tapini che delle immagini di donne—S. Ginevrina, S. Filomena, S. Tecla, S. Pantofola, la Vergine Immacolata, la Vergine col Bambino, la Vergine col vecchio marito… e sempre delle donne e delle vergini! A sedici anni, si sogna, si sogna di tutta quella roba. La s'incarna meglio che le stupide immagini del libro di divozioni; vi si mette su la tale fanciulla, la giovane sorella, la giovane cugina che si è vista alle vacanze, che si è incontrata al passeggio… ed alla grazia di Dio! Oh, sì, Vitaliana, io ti ò ben messa in discordie con la Vergine Maria, vah! Io non l'ò adorata e pregata giammai che sotto le tue forme. Io non so se ella debba esserne lusingata o uggiata… Ed ecco perchè… Ma di che parlavamo noi dunque? Ch'era bello—n'è vero, Vitaliana?—quel tempo di nostra infanzia! Quanti progetti! quante tenerezze! quale avvenire di porpora e di oro ai lembi dell'orizzonte…! Così, dunque, tu sei proprio felice?
—Orsù, Adriano, non farmi mica dire ciò che io non ò detto! Io sono tranquilla. Io ò presa l'assisa del duca di Balbek, e la rispetto, e la fo rispettare. Il padrone non l'indossa degnamente anch'egli? Sarebbe una cattiva azione maculargli la veste d'armellino ch'egli porta così fieramente. Allora, a che pro i rimpianti, i desiderii, le allucinazioni di quel guanciale—sul quale si poggia la testa facendosene un Taborre, e cui si lascia bagnato di lagrime? L'adolescenza non conta: l'è un fiore strano e qualche volta ridicolo, che stuona nel mazzo dei fiori della vita. La si abbevera di Santo Padre, di padre Lacordaire, di abate Lammenais, di Sacro-Cuore, di S. Luigi di Gonzaga, di S. Questi, di S. Codesto… Fortunatamente che quella roba è bruttissima, orridissima, a che vi si può sostituire ciò che si è visto in casa di sua madre, ciò che si vede talvolta di qua e di là. Sii sicuro, Adriano, che vi à mica male di uomini nel mondo che debbon essere forse in collera contro il Sacré-Coeur. Ma dove mette capo tutto ciò? Ad un marito!! Il marito è il diamante nel monile delle donne. Io conosco pertanto delle gonze che preferiscono il fiore.
—E cosa l'è il fiore, nel monile, nell'addobbo di una donna?
—L'è il sogno che non si realizzerà giammai—perchè l'è il vitupero.
Ora, togliete ad una donna il rispetto, e voi avrete tolta l'aureola a
Dio. L'immagino diviene statua o quadro. Ma io ritorno al tuo saione
di chierico, monsignor d'Alleux. Perchè l'ài tu gettato alla fiumana?
—Io riprendo la mia ipotesi. E se il tuo zibellino fosse contaminato? Se tu t'imponessi una idolatria che è una ciurmeria? Se l'idolo cui tu credi di alabastro, fosse di mota? Se il ricovero, che tu reputi una chiesa, fosse una taverna? Se altri non venerasse l'alleanza, il nome, il contratto, il dovere che tu veneri? Se tu fossi la Vestale di un satiro!… Vediamo… l'è un'ipotesi, bada…
—Tu ài avuto torto, Adriano, di non restare abate! Tu insinui il veleno nel cuore con tanta unzione…! Che vescovo saresti tu riescito!… Ebbene, io sono la mia propria Vestale. Io mi sono formato un empireo che à forse altresì dei nugoli; ma io chiudo gli occhi per non seguirli nel loro saltabeccare fantastico. Che il mio idolo sia d'oro o di selice, io non consumo il suo altare—e per fortuna e' non mi fatica esigendo le mie preghiere. Tu vieni a vedermi, dopo due o tre anni di ecclissi—seminarista trasformato in zerbino—per propormi un logogrifo che gocciola la perfidia… In fede mia! io avrei preferito conservare quel sovvenire d'infanzia che mi ti rappresentava come un monello di sacristia. Io vedo così poco mio marito, così di raro il mondo… Credete voi, signor conte d'Alleux, che non vi sia altra cosa da dire ad una donna che si cretinizza nella solitudine?
—Tu dici, Vitaliana?
—Non confondere: cretina non vuol mica dire infelice. Per traduzione libera, posso permetterti, vaneggiatrice. Quando si vive in mezzo a quel mondo—soggiunse Vitaliana indicando i suoi fiori—se si ànno altre aspirazioni, sono forse delle follie. In ogni caso, gli è imprudente di andare a cacciare degl'iddii broglioni nella cappella di un credente.
—Io so tutto codesto, Vitaliana—rispose Adriano con calma—perocchè da dieci anni io m'inebriò della tua felicità; da un anno, io la sorveglio con la gelosia della disperazione. Tu non m'ài visto; ma io era là, sempre là, alla tua porta, dietro ai tuoi passi, riguardando il cielo della notte cui tu guardavi; avendo in uggia la luce del giorno che t'inondava dei suoi raggi immodesti. Io restava lì, al mio posto, sentinella di Dio, quivi ribadito dal cuore, dicendomi: Forse ella avrà bisogno di me! Non à più padre, non à fratelli; non à che me. Tu non m'ài visto finora. Se vengo oggidì, gli è che… io mi son creduto affrancato dalla catena di quel culto immacolato che mi ero prefisso; gli è che il circolo magico è stato rotto; gli è che io non mi credo più obbligato di restare all'uscio di una chiesa, di cui si fa una bisca; gli è che io mi son detto: ella è sola, ella piange, ma non osa implorare sua madre; Ella non ardisce gettare un grido, ma ella à bisogno di me. Ed eccomi qua….
—Ed ecco là la porta, signor conte di Alleux; perocchè voi avete presa la mia per quella del manicomio di Charenton. Addio.
—Ancora una parola allora, Vitaliana. Sappiate tutto, poichè non dobbiamo più rivederci… Sì, io sono pazzo. Io ò rappresentato una piccola commedia per assicurarmi che tu eri felice. Ora, io lo so. Io lo vedo. Come l'è bello qui! come l'è dolce! Vi si corrige perfino la volontà di Dio, che manda la pioggia ed il sole, che ordina a quelle foglie di cadere l'inverno, ed a quei fiori di sbocciare a primavera. Non mancano che quei piccoli uccellini dei Tropici, azzimati dall'iride, sotto questi Tropici al carbon fossile che tu ài creato qui. Come si deve dormir con delizia in questa gabbia d'oro! Come si deve impinguare con beatitudine in questo nido del silenzio! Vi si diviene devoto per fermo! Come dunque non adorare la mano di Dio che manda il sorriso e le lagrime, quando si è circondati da tante belle opere della sua mano? Come si deve ben digerire andando a zonzo per questa valle di lagrime! Si esce di qui come un vasetto di pomata ai mille fiori! Si debbe aver voglia di abbracciar il suo portinaio, per dare sfogo ai sentimenti filantropici ed umanitari, cui questo Sahara della pace, ben nutrita e ben fiorita, debbe infiltrare nel cuore…
—Adriano, termina codeste buffonerie, e conchiudi.
—A proposito, ma io vorrei stringere la mano al duca, prima che me ne vada.
—Vado a fargli annunciare che tu sei qui—se egli è nei suoi appartamenti.
—Allora, siamo intesi. Tutto è santo qui; tu sei felice; tu non ài bisogno di me; tu ti culli sur una pelugine di bianche nuvole: rispetto all'armellino! Addio!
Vitaliana restava immobile, gli occhi fissi alla porta del suo boudoir, donde ella vedeva suo marito venire alla loro volta.
Maria lo precedeva.
Il duca parve un poco confuso alla vista di Adriano, cui egli aveva talvolta incontrato nel mondo, ma giammai presso di sua moglie. Cambiò con lui qualche complimento, mentre la cameriera susurrava a Vitaliana:
—Il signor duca dimanda i diamanti di madama.
—Perchè vuoi tu quei diamanti, Carlo?
—Ah! mia cara, il 31 di questo mese l'ambasciatore d'Austria comincierà i balli della stagione. Ora, e' non è conveniente che ti veggano quest'anno con i medesimi gioielli dell'anno scorso e dell'anno precedente. Quelle dame si burlerebbero di te e di me. Non potendo cangiarli, ò parlato con Froment Maurice, onde ne varii la montatura. Sarà splendida. Io vado da quella parte. Gli porto quelle gioie onde dargli il tempo di comporre dei capi d'opera.
Adriano aveva udito quelle spiegazioni, gli occhi sbarrati, diventando ora di porpora ed ora pallido.
—Ma egli non à ancora restituito i due monili di perle e di smeraldi, cui e' doveva montar pure sur un altro modello—osservò Vitaliana.
—Perchè aspetta i diamanti per armonizzare tutte le gioie—rispose il duca.
—Prendili dunque. Tu lo sai bene, io lascio di gran cuore alle Inglesi ed alle Russe questa esibizione di gioielleria su i loro seni e nei capelli. Io preferisco i fiori.
—Lo so. Venite a vederci più spesso, cugino—soggiunse il duca stringendo la mano di Adriano ed uscendo seguito da Maria.
Adriano s'inclinò assai leggiermente, senza nulla rispondere, poi azzeccò i suoi occhi brillanti sulla cugina, che sembrava inquieta, e fece due o tre passi per allontanarsi in silenzio.
D'un tratto, però, egli si rivolse; si avvicinò vivamente a Vitaliana; prese le mani, cui bruciò del suo contatto, e gridò:
—Vitaliana, posso dirtelo adesso: Io ti amo!
E senza attendere risposta veruna, applicò le sue labbra sulle labbra della cugina, vi depose un bacio—che alla giovane donna sembrò un morso—ed uscì precipitosamente, senza voltarsi.
Vitaliana restò come annientata.
Il duca correva sul lastrico di Parigi, portando via i diamanti di sua moglie.
X.
Il duca di Balbek.
Il duca di Balbek era guardia del corpo.
Un servizio reso a due sovrani ne aveva fatto un diplomatico.
La condiscendenza di un ministro, suo parente, si era prestata a far destinare questo diplomatico all'ambasciata di Parigi.
Il favore e la compiacenza avevan potuto conferire la funzione, ma non crear l'uomo.
A quell'epoca, re Comodo era in delicatezza con la Rivoluzione di luglio.
Di tutti i principi, quegli che meno conosceva la Francia era quel re. Quegli che la conosceva peggio, era il suo ministro—il quale l'aveva vista ai più bei tempi della luna di mele di madama de Cayla.
Re e ministro s'immaginavano una Francia, in cui le Maintenon e le Pompadour menavano ancora gli affari, il governo, il re; bistrattavano i suoi consiglieri e davano del tu alla politica.
Essi facevano questo sorite mirobolante: a Parigi, la donna è regina; quale che siasi la sua condizione, però, ella à un signore. Ammesso l'aforismo che: foemina quid quid est propter uterum est, il padrone che mena la donna mena per conseguenza la Francia. Se mandiamo dunque colà un bel giovane, suddito di S. M. Comodo V, che s'impadronisca dello spirito di quelle regine che regnano e governano, S. M. Comodo V sarà di fatto re di Francia.
Esaltati da questa logica, re Comodo V ed il principe di Celle videro nella nomina del duca di Balbek all'ambasciata di Parigi, non solo il prezzo di un servizio reso, ma un atto di eccellente politica.
Il duca di Balbek si recò dunque alla Corte delle Tuileries con la missione di fare della diplomazia di alcova; di preoccuparsi poco dei ministri, molto delle loro ganze, delle ganze-padroni, e delle padronesse dei padroni. Tutta la sua abilità doveva consistere nella scelta, ed, al peggio andare, in salvar la capra ed i cavoli: divenire il favorito di tutte senza offenderne alcuna!
Munito di queste istruzioni ad aures, il duca di Balbek giunse a
Parigi.
L'altitudine delle sue funzioni lo inebriava.
Gli si avrebbe potuto augurare un poco più di penetrazione, uno spirito più pronto e più fino, un'istruzione più sostanziale, delle maniere più scelte, un'aria da più gran-signore. Ma, a parte ciò, e' non poteva negarsi che il duca non fosse bravamente attagliato alla sua parte.
Lo si addimandava, nei saloni: l'Antinoo! È vero che si soggiungeva: dell'Auvergne! Ma che importa! dell'Auvergne o della Bauce, un bell'uomo è sempre un bell'uomo.
Il duca era il meglio pettinato di tutti quei signori del corpo diplomatico. Alcuno non portava come lui un abito assestato alla vita. Aveva inventato un taglio di collarini che aveva messo in frega il jockey-club. Il nodo della sua cravatta era l'avvenimento di tutti i giorni—e formava la disperazione dello stesso M. de Talleyrand, che viveva ancora, ed aveva sempre, come si sa, delle grandi pretensioni su questo arnese. Si occupava con assiduità della riforma del cappello—ed uno de' suoi attachés andava giornalmente alla biblioteca Richelieu per consultare, al proposito, i classici greci e romani.
I suoi mustacchi lunghi e folti, sur una faccia pallida, gli meritavano la più profonda considerazione dei segretari e degli attachés di ambasciate in massa: un segreto doveva nicchiare in fra quei peli! Che vi pare?
Di più, il duca di Balbek era poeta. I gesuiti gli avevano insegnato a manipolare un epigramma latino ed un acrostico greco—per fino una barcarola. Meglio ancora, egli sapeva far della cucina, come danzava la gavotte—ed il fu nostro illustre amico, Dumas padre, gli doveva la ricetta della sua famosa insalata ai trentasette ingredienti.
Possedeva, oltre a ciò, copia di piccole abilità di società per divertire le dame alla campagna. Tagliava nella carta degli arabeschi deliziosi; immaginava delle sciarade in azione; inventava dei piccoli giuochi; guidava il cotillon, introducendovi mille graziosi scherzi; eseguiva una moltitudine d'ingegnosi tours con le carte, e faceva delle audacissime manipolazioni con esse—perchè le sue mani erano più svelte ohe il suo cervello.
Come non lo si sarebbe adorato?
Al turf e' non restava indietro ad alcuno.
Giuocava poi con audacia, e mangiava come un vescovo.
Per un'ex guardia del corpo, egli era forse un po' mal pratico di armi e del maneggiarle. Ma egli sapeva dissimulare questo difetto nella sua corazza, usando mediocrissimamente del suo spirito, poco aguzzato, e mostrandosi, a proposito, poco versato nella comprensione delle malizie della lingua francese.
Del resto, aveva grande cura della dignità della sua persona; nascondeva i suoi colpetti con abilità; usava della più delicata discrezione; portava benissimo la testa alta nelle circostanze segnalate; onorava il suo nome e la sua buona nascita; rispettava le convenienze e le apparenze; non usciva mai dal medio dei suoi eguali; non perdeva giammai la calma; e sapeva forse darsi, come Enrico IV, il sangue freddo nel pericolo.
Il duca di Balbek fece sensazione al suo apparire nei saloni di Parigi. Non conoscendo ancora il suo teatro, seppe dissimulare. La sua mal pratica passò per riserbo; i suoi difetti per originalità.
Eccetto quel lampo della regina Bianca—che era passata innanzi agli occhi suoi come una visione—egli aveva bazzicato fin qui delle bellezze da caserma. Le dame del suo paese gli avevano mostrato il sesso, ma non gli avevano rivelato la donna. Restò dunque abbagliato, quasi stupidito, quando nei saloni di Parigi, si trovò faccia a faccia con quell'irradiamento formidabile. I suoi vantaggi fisici gli appianavano la via: il fiore tendeva il collo al giardiniere per essere colto!
La sua avvenenza era di quella che stupiscono l'anima e turbano il sangue. La giovinetta vaneggiava; la giovane donna ammirava; la donna tra i trenta e quarant'anni bruciava: raggio pel cuore; torcia per la carne.
Il duca non potè però scegliere.
Doveva amare secondo gli spacci in cifre che riceveva dal suo ministro degli affari stranieri—a cui egli pingeva la galleria di quelle sultane. Gli toccarono dunque due donne mature, che passavano per onnipotenti alla Corte e nella massoneria diplomatica.
Ma con ciò, quelle tigri affamate di carne fresca erano gelose.
Per respirare un profumo di giovinezza, Balbek volle ammogliarsi.
Quelle pieuvres gli gittarono fra le braccia una vergine!
Esse sapevano ciò che facevano.
Un chiaro di luna, a quell'uomo che aveva sete del sole dei Tropici!
L'innocenza di Vitaliana non fu dunque per lui un'antitesi, ma una deluizione. Psiche faceva comprendere Medea. Ebe sottolineava Arianna.
Questa politica di femmina riescì. Il signor di Balbek amò sua moglie come una giovane sorella, e la trovò scipita. Si limitò allora a rispettarla moltissimo, a venerarla quasi—talmente la ingenua ignoranza di lei glie ne imponeva!
In quella specie di crepuscolo dal cuore e di spossamento forzato dei sensi, senza piacere, senza incanto, senza visione, Morella si presentò.
Se il duca non era stomacato delle sue ganze di quarant'anni, ne era per lo meno sopraffatto. Il suo palato, dalla forte tempera, poteva gustare quelle dapi pimentate; ma quel pimento solo, quel pimento sempre, aveva finito per attutirlo—tanto più che quelle Saffi politiche lo avevano compromesso, e, lungi dall'aiutarlo nel far gli affari del suo sovrano, si erano servite di lui per avanzar quelli del cardinale Lambruschini.
Un riposo s'imponeva fatalmente.
Vitaliana non aveva imparato—come quasi tutte le donne della serafica legione—che ella doveva essere non la moglie ma l'innamorata di suo marito.
La politica interna per la gaiezza dei lari domestici l'è in codesto. E, codesto è tutta la scienza del cuore, quantunque non ne abbia le specie.
In quello stato di nausea morale e fisica, il possesso di Morella sembrò al duca una resurrezione. Usciva dalla tomba delle sue cortigiane da stufa, alla pelle rinzaffata, cui era mestieri osservare ad una luce sapientemente moderata, e menar ventre a terra, senza contare le tappe.
Qui la parte cangiava.
Il duca amava.
Fin là, lo avevano amato e carezzato.
E' si ritrovava uomo adesso, giovane, al suo posto. L'amore aveva delle angosce e delle delizie vere, delle esigenze spontanee: il fiore dava il suo olezzo e non andava a cercare una gocciola di essenze agli alberelli del profumiere.
Morella rilevava da lui.
E poi, che di giovinezza, che di freschezza! Come quelle labbra dovevano rimbalzare! Come quei denti dovevano mordere ed infiltrar nella piaga della scintilla degli iddii! Come quegli occhi insolenti provocavano, tramandavano un effluvio di voluttà, si spegnevano dolcemente nel languore dell'amore, scoppiettavano una bufera insensata! Quale féerie quella maga andava dessa a svolgere?
Qui l'antitesi esisteva.
Morella resisteva.
Ella sapeva ciò che portava in quella comunione d'incanti.
Bisognava conquistarla, perchè la non si dava: la s'insorgeva. Ella poteva scegliere. Il principe di Lavandall non era forse ai suoi piedi?
Per Morella, Balbek entrava poi nei misteri di quella vita parigina, di cui aveva letto tante cose nei romanzi, udito tanti racconti mostruosi di grandezza e d'infamia. Quel precipizio del mondo opaco parigino à delle vertigini di angelo, delle stigmate di demonio, ove il malescio soccombe, il forte si ritempera e dice, rialzandosi: ò vissuto!