L'avvenire resta solcato di questi fulmini. L'anima à fissato i suoi vaneggiamenti. Per Morella, Balbek—quel guardia del corpo smarrito—riceveva il suo battesimo del mondo. Faceva le sue prove per divenir rosacroce. Entrava nella fossa ai lioni.
Morella si apriva innanzi a lui come un abisso che l'assorbiva. Era il soffio del ciclone che lo menava via, o l'attrazione magica dell'amore che l'incendiava del suo alito?
D'altronde, tutto era stato preparato con squisita scienza: l'incontro, l'attitudine di Morella, il desiderio acuminato dell'emulazione, il dispetto spronato dal disdegno, la gelosia distillata prima dell'amore. Quel cavaliere, che sembrava tutto armato d'acciaio e si credeva corazzato, si sentiva d'incontro ad una spada che forava le sue ferraglie come un corpetto di velluto.
Molte volte egli aveva, per lo innanzi, abbrividito—sospettando di essere stato preso in una rete infernale di amore—ma aveva poscia guizzato infra le maghe.
Eccolo adesso nella rete agli anelli di ferro di Vulcano, dalla quale
Marte istesso non si spastoia.
Riassumiamo.
Quel diplomatico d'avventura giungeva a Parigi ingenuo; con delle idee ingenue; disarmato; al disotto del suo ufficio; il capo zeppo di illusioni. Delle donne spossate si erano servite di lui per attingerne una trasfusione di sangue giovane ed ossigenato, e lo avevano svaligiato dei suoi sensi. Dopo questa prova, e' si trovava: il corpo assopito, l'anima esaltata, la devastazione nello spirito, il vuoto nel cuore, adorando sua moglie come una madonna, a ginocchio innanzi ad una cortigiana che lo acciuffava della mano glaciale della fatalità.
Il duca di Balbek fece a Morella tre visite. Ebbe con lei tre lunghi colloqui—ove la sua esaltazione, un po' teatrale da prima, aveva finito per pigliar le proporzioni della demenza.
Morella non l'incoraggiò, ma lo disperò—facendogli leggere i biglietti che il principe di Lavandall le scriveva, tre volte al dì, dichiarandole che l'amava… a credito illimitato!
Alla fine, essa capitolò e disse:
—Voi lo volete, signor duca? sia pure. Ma ascoltatemi e ricordatevi questo qui.
—Se me ne ricorderò!
—Io ò dei bisogni di regina. Amore, piacere, ambizione, aspirazioni, lusso, follia… io sento tutto, do tutto, impongo tutto, esigo tutto senza limiti. Chi vuol di me, deve essere tutto a me—che io lo inabissi nel baratri o che lo innalzi nel cielo. Avete voi delle ali, signore? Io mi chiamo vertigine. Io non conto col tempo. Di tutte la cose, io addiziono l'intensità.
—Tu ài ragione.
—Voi dovrete conoscere la storia di quel banchiere tedesco, che—avendo ricevuto Carlo V in casa sua—allumò il fuoco della camera imperiale con le lettere di cambio firmate da S. M. e ne intrattenne le fiamme con legno di cannella. Io farnetico di Carlo V. Gusto forte il banchiere. Se vi spaventate, gli è ancor tempo di ritirarvi.
—Tu credi, bella mia?
—Ciò vi riguarda. M'àn narrato che la nobiltà del vostro paese vive tutto un anno di un uovo—e si nutrisce di eccellenza! Io, io arrabbio per un beefsteak, il quale sanguini una miniera di Siberia. Ed al dessert, se l'è d'uopo… l'aspide di Cleopatra in un piatto di fichi di Corinto! Dite, siete voi pronto a tutto, signor duca? Nella coppa che io allestisco vi saran forse delle perle fuse… ma chi la cionca, si sente dio di poi. Dio per un'ora! Vi par desso corto e troppo caro?
—Morella—rispose il duca con una voce resa solenne dalla disperazione o dall'estasi—mi dimandassi tu i capelli di mia moglie, io glieli taglierei per farne un cuscino ai tuoi piedi.
Morella, di un colpo di mano, sciolse le sue treccie, ed inondò il duca di una capigliatura che avrebbe meritato di essere allogata fra gli astri—come la chioma di Berenice. Il contatto, il profumo, l'elettricità di quelle ciocche febbrili fecero abbrividire il duca—che le baciò e vi si soffuse.
—Guarda, se io ò bisogno dei capelli di tua moglie—disse ella. D'altronde, essi non son mica dello stesso colore che i miei—soggiunse Morella ghignando—per farmene delle false trecce.
—Tu ài messo le tue condizioni, Morella—rispose il duca. Io le accetto. Ascolta le mie, adesso. Esse si riassumono in tre parole; io sono geloso! Tu mi divorerai, senza dubbio; ma forse pure io ti ucciderò.
Morella saltò impiedi e si strinse la testa del duca sul petto.
—Tu sei un uomo!—gridò dessa. Io ti amerò.
Il duca impallidì, e si alzò a sua volta, attirandosi Morella nelle braccia.
Ella si svincolò, facendo un salto indietro, e disse con solennità:
—Qui… no. Io non sono mica un'adultera! Tutto quanto tu vedi in casa mia appartiene ad un altro. Metteresti tu una livrea cui io ò gittata ai cenci vecchi?
—Un altro?—domandò Balbek, aggrottando le sopracciglia. Chi dunque?
—Signor duca,—rispose Morella, sedendo,—sappiatevelo, fin dal bel prima. In casa mia, due cose sono incognite: il passato ed il padrone. Non vi volgete indietro per cercar dei fantasimi, liquefatti, fusi nello spazio. Guardate innanzi a voi, procurate di ricamare un avvenire per quanto potrete più luminoso, ed obbedite. D'altronde, se io vi fo la parte che taglio a me stessa; se v'incateno al mio proprio destino—che sia un trono di astri o un desinare di arsenico—di che vi lamentate voi dunque?
—Di che?
—Sì: di che? Voi venite. Io non vi chiamo, per Dio! Ma bandite le nuvole dalla vostra fronte: voi entrate in un cuore nuovo. Gli uomini che lascian ruine sono pochi; che devastano, son rari…. Ed io non ne ò quasi conosciuto. Tutto al più, se ne intraveggo uno dopo il ballo dei giorni scorsi.
Il duca, comprendendo l'allusione, uscì precipitosamente.
Egli era di già preso nell'addentellato, e portava via la freccia nella ferita.
Morella respirò e ricadde sul canapè come affranta di fatica. La sua parte eccedeva. Poco dopo, ella si assise ad una tavola, e scrisse a M. di Linsac:
«Cher ami, lo tengo. Che volete che ne faccia? Un misero? lo è di già. Un disgraziato? gli è impossibile—poichè debbo lasciargli pigliare l'amore di cui paga il prezzo. Egli è sciocco, ma giovane, bello e confidente.
«Fate attenzione!
«Ciò potrebbe disarmarmi—ed avendo cominciato dal giocare le vostre carte, potrei finire per giocare le mie.
«Gli è dunque indispensabile che io sappia dove andiamo, non fosse che per accorciare la via. Ove volete voi arrivare? Condurlo all'inferno per la strada del paradiso—ciò che io dovrei fare—mi sembra una ispirazione di troppo degni briganti. Voi non potete voler codesto. Che volete voi dunque? Che debbo io fare?
«Io sloggio. Ti lascio qui i tuoi ninnoli ed il tuo legname per la tua nuova pensionaria.
«MORELLA».
Il giorno stesso, il duca di Balbek si mise a correr Parigi per trovare una nicchia a Morella.
Fece dei miracoli di attività—e lo si capisce del resto.
Comprò a nome della contessa Morella di Miraflores una palazzina nel rione di Beaujon—civettuola come un'ingenua e quasi nascosta nei boschetti d'alberi; in una strada che si chiamò più tardi dal nome di quel sovrano dei romanzieri di tutti i tempi e di tutti i paesi: Balzac! Il mistero gli conveniva; perocchè la cattiva azione cui commetteva lo fascinava ma gli pesava.
Il giorno seguente, uno dei primi tappezzieri di Parigi mobiliò la palazzina con eleganza e ricchezza, e v'installò una fante ed un'eccellente cuoca del Perigord.
Il duca, dal canto suo, comprò un piccolo coupè ed un pony irlandese—i due formando un veicolo simile ad una rondine—e di cui un bel cocchiere inglese incipriato moderava l'ardore.
Il duca non aveva quella sessantina di mille franchi cui spendeva in ventiquattro ore. Il suo feudo di Balbek, come il nome lo indica, era in partibus infidelium: una sovvenenza anzi che una rendita. Gli onorarii di ambasciatore, oberati di spese, non oltrepassavano i 100,000 franchi. Egli spendeva molto usando senza limite del credito parigino—uno dei più allocchi crediti europei.
Il dottor di Nubo venne in suo soccorso in questa lotta titanica del desiderio contro l'ostacolo di una cassa vuota, e la riempì del danaro degli usurai.
Madama Augusta Thibault fu il banchiere misterioso del dottore, il quale, prestando il suo nome, toccò un doppio sconto.
Questo sforzo di volontà, sostenuto da un concorso amichevole, ebbe un pieno successo.
Alle quattro, tutto era pronto per ricevere la fata del luogo. Di guisa che, alle cinque, lo zio Pradau—insediato di già a cameriere del duca—potè portare alla contessa Morella di Miraflores la lettera seguente—scritta dal suo padrone, ma ispirata probabilmente dal dottore. Imperciocchè, quelle delicatezze non erano nè nello spirito nazionale, nè nel carattere, nè nell'educazione, nè nella tempera dell'anima del giovane diplomatico.
«Madama la contessa, il vostro notaro, maitre Tressard—via di Provenza, 54—mi à favorito or ora l'indirizzo del vostro hôtel, e mi apprende che voi vi pranzerete stasera. Volete voi, madama, farmi l'onore di serbarmi un posto alla vostra tavola? Avrei gran piacere di baciarvi la mano—ed è la sola ora della sera di cui posso disporre. Tolgo ad imprestito il vostro coupé per andarvi a pigliare.
«Ai vostri piedi, madama.
«CARLO DE BALBEK.»
Leggendo questa lettera, un sorriso raggiante illuminò il sembiante di
Morella. Quell'ouate di acciaio sembrava tocca!
Era forse l'interesse? Mai no. Era l'artista che godeva del suo trionfo. Era l'amor proprio che cantava nel suo cuore.
Divinità terribile! delle vittime umane s'immolano sul tuo altare.
In quell'istesso istante, la cameriera entrò e le rimise una lettera di Sergio di Linsac—imprudente per un aspirante diplomatico—in cui egli rispondeva con queste due parole sinistre:
«Continua. Sempre innanzi, e non guardar indietro a te. Ecco tutto.»
—Sempre innanzi!—mormorò Morella lentamente. Fino al bagno o alla pistola del suicidio? Sia. Bah! Non è desso un assioma convenuto che noi altre siamo delle infami?
XI.
In cui si vede come si abborracciano i paradisi.
Il secondo mese del connubio del duca di Balbek con Morella toccava a fine.
I teatri e le passeggiate di Parigi avevan visto di tempo in tempo Morella apparire e passar come una cometa, ma alcuno non aveva saputo quale dio o quale demonio trascinasse ella nell'orbita sua, o le desse impulso.
Il duca di Balbek era restato nell'ombra—che si preoccupasse del suo nome, della dignità di sua moglie, o del riserbo impostogli dal suo ufficio di diplomatico, poco monta.
Il signor di Linsac aveva custodito Morella per circa due anni in una specie di gabbia incantata, cui egli indorava del suo spirito non potendo indorarla dei suoi luigi: madama di Maintenon che serviva un aneddoto per rimpiazzare un arrosto!
Morella vi si era formata—osservando il mondo per spiragli, che lo rivelavano molto e le facevano indovinare molto più ancora. Ella arrivava dunque quasi sconosciuta e si levava sull'orizzonte della vita elegante di Parigi come una girandola in una festa. Fissava gli sguardi; spronava le brame.
Non vi fu che una voce: Chi è dessa? a cui è dessa?
E tutti ad invidiare il fortunato sultano che accendeva quel sole nelle notti del suo harem.
Era egli felice quel sultano?
Forse sì.
La morte per congelazione non à dessa le sue voluttà? La forca non à anche dessa le sue delizie? La felicità è dessa altra cosa che lo stordimento?
Dante à scritto sulla porta del suo inferno: «Lasciate ogni speranza.»
Avrebbe dovuto scrivere sulla porta del paradiso: Lasciate ogni memoria, o voi che entrate! La gioia è l'oblio.
Il duca di Balbek, come i gaudenti romani che depositavano sulla soglia del triclinium le nere preoccupazioni, atræ curæ, traversava le procelle, e, dominando le regioni delle nuvole, si trovava in presenza di Morella—l'azzurro vertiginoso di cui s'inebriava!
Se egli fosse stato un'anima nel mondo, soffrendo qui, arrossendo colà, sopraffatto da angosce nel suo palazzo, alle prese col destino dovunque, ricevendolo nella sua camera, Morella, questa Circe, ne avrebbe fatto un senso.
Il primo che inventò l'anima aveva dovuto essere supremamente infelice, onde avere poi quella divina intuizione!
In realtà, quale era la situazione del duca?
Il principe di Lavandall riceveva sulla sua vittima, quasi ogni giorno, due rapporti: l'uno da madama Thibault, proveniente da Pradau; l'altro, dal signor di Linsac, scritto da Morella.
—Timoteo—diceva Augusta a Tob, o Pradau—tu mi annaspi là un brogliamini, ove io non veggo nè testa, nè coda. Bisogna pertanto bene che io mi vi raccapezzi.
—Non temete nulla, madama. Altri possono smarrirsi; voi vi troverete sempre. Voi avete la tavola pitagorica nel sangue.
—Imbecille! non è mica di tavola o di stipi che è questione, ma delle tue storie.
—Voi volete dire della mia conversazione? Per esempio! voi sareste la prima che non ne gustereste il profumo. Il duca, lui, ne fa le sue feste. Egli mi consulta. La finezza del mio spirito lo penetra. Io mi aspetto ch'e' mi dimandi un giorno che io gli detti i suoi dispacci! Io gli ò fatto rimarcare che l'ambasciadore d'Inghilterra à la vista cortissima e che quello di Prussia è sordo. Quando io lo tengo dal naso, radendogli la barba, e' sente la mia superiorità morale. Il naso, madama? Ma desso è l'indice—di cui il cervello è la sfera. Impugno l'indice, l'ora si ferma.
—Ài tu finito, animale?
—O' letto in uno zibaldone che un poeta italiano à chiamato la donna animale grazioso e benigno. E' sognava di voi, madama! Il duca mi rispetta. Io gli spiego il listino della Borsa, scolpendo il nodo della sua cravatta. Ah! se egli mi ascoltasse, come io lo ascolto, e calpestasse le mie pedate! Io ò guadagnato trentadue mila franchi. Egli à cento cinquanta mila franchi di debito.
—Tu esageri.
—Madama, voi ignorate l'ottica dell'anticamera. Sappiate, che si addiziona nell'anticamera, mentre si moltiplica o si sottrae nella camera da letto. Noi abbiamo dunque decomposto il duca in cifre, ed abbiamo ottenuto i resultati seguenti. Al signor Claret, il maestro di casa, 80,000 franchi—per due mesi e mezzo di spese che egli à avanzate; a diversi fornitori del signore e della signora—per fatture non pagate—10000 franchi. Ora io, io aggiungo—dallo estratto delle carte del duca che ò percorse: 40,000 franchi, al dottore di Nubo—per danari prestati; 30,000 franchi gioielli di madama, messi al Monte di Pietà; 10,000 franchi, dovuti a gioiellieri—per gioie somministrate, e che non son mica venute al palazzo dell'ambasciata; 25,000 franchi, reclamati con un viglietto compitissimo da M. De Lionne, agente di cambio—per non so quale operazione… ed altre somme dovute qua e là. Eh! snocciolate la coronella e conchiudete con un gloria patri.
—Il duca deve dunque tutte codeste somme?
—Egli deve tutte quelle somme; che perciò? Il debito, madama, è la considerazione dell'uomo. Un uomo senza debiti, è un Dio senza altare: chi crede in lui? E quindi, bisogna vedere le udienze che noi diamo ogni mattino! Un mercante porta desso la sua nota? M. Claret lo chiama un bottegaro, e minaccia di pagarlo e ritirargli le somministrazioni. Un sarto viene a reclamare il suo avere? Io gli ordino una mezza dozzina di brache e due o tre soprabiti, per farlo aspettare. L'orefice manda il suo conto? Il duca lo sferza della sua migliore prosa, e dimanda un monile, un braccialetto, un anello—ciò che ispira confidenza al negoziante. Bisogna vederli, eh! Quei segugi—che dan la caccia ad un piccolo debitore fino alla morgue, fino alla fossa nel cimitero—restano come allocchiti alla porta dell'ambasciata. Ma, c'est egal! noi passiamo dei terribili quarti d'ora.
—Come a dire?
—Eh! giuochiamo il whist al club con fortuna—ciò che ci permette di azzittire le voci le più stridenti. Ma la fortuna si stanca talvolta: e questa mattina avevamo per tutto tesoro al palazzo 13 franchi e 45 centesimi. E su codesto gli è arrivato un vaso di fiori per madama la duchessa, che costava 97 franchi! È stato d'uopo che Maria, la cameriera, rovistasse nei peduli delle sue calze per pagare.
—La cameriera?
—Sissignora! Io non so come ciò avvenga, ma quella ragazza à sempre dei quattrini, quando trattasi di pagare qualche cosa per madama. Non pertanto, l'è una ragazza savia—eccetto che va ogni domenica a messa, ove resta talvolta tre o quattro ore. Io non conosco di pievano così lungo in la bisogna.
—Alla messa! alla messa?—obbiettò madama Thibault. E la duchessa?
—La duchessa? Vedete! il nostro hôtel è una strana residenza, in fede mia! Mentre che in un appartamento gli aquiloni infuriano e fischiano, in un altro il sole e l'azzurro non si velano giammai di nuvole. Appo il duca, l'ansietà terribile dell'uomo alle prese con i bisogni, con i creditori, con le passioni; dell'uomo obbligato a mentire ad ogni istante per non pagare i debiti; che si ruina, che si disonora, che subisce tutto le torture, tutti gli affronti dal mercante—balbuziando ogni specie di scusa; che nasconde la lepre della sua anima sotto i suoi crachats; che si vede eternamente innanzi lo spettro della giustizia—la quale l'obbliga a pagare—e di bisogni infiniti, i quali l'obbligano a contrattar nuovi debiti. Appo la duchessa, tutto è serenità e candore. Ella ignora tutto ciò che à luogo in casa sua. Non si avvede di nulla—neppure che, da due mesi, ella non à visto suo marito tre volte!
—Il duca non l'ama dunque?
—Ecco ciò che io non sono giunto ancora a sbrogliare. Quando gli affari di Stato mi daranno un po' di tregua, intraprenderò questo subietto. Ma come volete che io mi prodighi adesso ad interrogarlo su queste minuzie, quando io ò il tempo appena di estorquergli i tradimenti di quel botolo di Metternich, i segreti di quel mastro di astuzie di Nesselrode, e di farlo pronunciare sulle intraprese del signor Thiers e del signor Guizot? Dietro questi informi, io mi reco alla Borsa e vi fo l'alto e basso. Mi vi mettono a partito—ve lo giuro! Io li forvio e smarrisco con delicatezza. Ma dò ordini a proposito, ed il père Claret mi adora come un dio. Il duca à perduto grosso ieri. L'ò visto rientrare un momento in casa, alle cinque, e mi aveva l'aria di un impiccato. Però l'è colpa sua.
—Come ciò?
—Il mattino egli era di cattivo umore, di cattiva grazia. È sempre così quando capita in visita il dottore di Nubo. Io aveva bisogno di farlo chiacchierare, perocchè io meditava un colpo di hausse alla Borsa. Io gli fo dunque, vestendolo, un nodo di cravatta mostruoso, con una punta che gli solleticava il naso e lo faceva starnutire. Guardandosi nello specchio, egli grida: Che diavolo ài tu affazzonato qui, idiota? Io rispondo: Mille scuse, eccellenza; oggi io non ò il capo a me. Mi lasciai tentare ieri sera, e diedi l'ordine al mio agente di cambio di comperarmi tre mila franchi, al rialzo.
—Non desolarti tanto, imbecille, perchè la tua sciocchezza potrebbe forse riescirti come tutte le sciocchezze.
—Era vero ciò ch'egli diceva?
—No. Ma io sollecitai a spicciarmi di lui per correre alla Borsa. Arrivai alle 2. Cerco il mio agente di cambio per dargli l'ordine, lo spio, ascolto, m'informo, interrogo… Che è, che non è? in cinque minuti i fondi avevan bassato di 3 franchi, in seguito ad un dispaccio ricevuto dal signor Rothschild sugli affari di Spagna! Il duca, come il dottore, avevano probabilmente giuocato al rialzo. Perocchè, per lo innanzi, il dottore veniva ad annasare le notizie e giuocava solo, ora giuocano insieme.
—Questa perdita sarebbe quindi ad aggiunger al debito di 150,000 franchi. Ma, a proposito: ài tu guardato per le carte cui avevo detto di scovrire?
—Pena perduta, madama. Io, ò frugato dappertutto ove ò potuto—anche nel suo scrittoio particolare. Non ò avuto il tempo di leggere tutte quelle cartacce—di cui una parte è anche in cifra. Ma il colpo d'occhio che vi ò gettato non mi à nulla fatto scovrire che si riferisca al matrimonio del re Taddeo IX. Tutti quelli scritti sono zeppi di maldicenza contro la Corte, il governo, i ministri della Francia; di esecrazione contro la stampa libera, e di diatribe contro i rivoluzionari di Parigi e di Londra—i quali, sia detto in passando, si spiano a chi meglio meglio, reciprocamente. Ecco tutto.
—Credi tu avere rimuginato dovunque?
—Sì—eccetto un piccolo mobile che è a capo del suo letto, che à una toppa a secreto, conosciuto dalla duchessa sola forse, ed ove il duca chiude i suoi crachats, i suoi danari, e tutto ciò che à di prezioso. In passato, le gioie della duchessa erano anche conservate lì; poi, ella le confidò a Maria e le conserva nel suo appartamento…
Augusta riassumeva queste conversazioni col suo ex-intendente e le comunicava al principe di Lavandall.
Dal lato suo, Morella scriveva a Sergio di Linsac dei vigliettini come questi qui:
«Avvisate se volete: il mio malato à la vita dura. «M.»—Martedì.
«Giovedì.—Una goliera di 7000 fr. Il duca era raggiante donandomela. Eran dunque delle fibre della sua anima ch'egli mi dava. Ne ebbi pietà.
«M.»
«Sabato.—Dieci mila franchi per le spese di casa. Lasciandoli sul mio caminetto, la sua mano tremava. Io lo guardava nello specchio. Poi, dei baci frenetici che ànno decorticato le mie labbra. Si inebria. Io non resisto più: voi lo volete. Io tappezzo la strada del suo suicidio di foglie di rosa e di incantesimo.
«M.»
«Lunedì.—Ebbrezza folle… ed uno scheggiale di diamanti. L'ò trovato bello, ed ò abbracciato il donatore. Se mi avessi un cuore di ricambio, glielo confiderei. Mi fa pietà. La pietà è la grande porta dell'amore. Poi, delle lunghe, lunghe distrazioni, e dei pallori sùbiti. La lettura del giornale della sera lo à fatto abbrividire. Non à guardato che il listino della Borsa.
«M.»
«Venerdì.—Un cashmire di 6000 fr., che io ò scelto al Persan. Entriamo nella regione del credito, m'immagino. Si fa mandare le note all'ambasciata, e compera a nome di sua moglie. Sera e notte di soprassalti. Mi à servito dei calembours, perlati di lagrime! Il delirio dei suoi abbracci è convulsivo. Che agonia—sopra un motivo di valzer!
«M.»
«Domenica.—Primo rifiuto. Avevo domandato une rivière. Ò tenuto il broncio fino all'una del mattino. Disperazione lacerante. Ò avuto pietà, all'alba. Egli è pazzo.
«M.»
«Giovedì.—Ò la rivière di diamanti. L'è forse l'ultima goccia di sangue del suo cuore. Cangiate di carnefice. Positivamente, io non terrei più. Egli non à più un gioiello sopra di lui. Io fiuto la miseria. La sua anima è una ruina, un precipizio. Che à dunque egli fatto che lo soffochiate con questa catena di serpenti a sonaglio—cullandolo fra le carezze?
«M.»
«Domenica.—Altro rifiuto. Avevo domandato una casa di campagna, che è a vendere nel parco di Madrid. Aveva l'agonia nella voce; Gesù dimandava da bere. Ò tenuto sodo nel mio broncio. È partito alle 8 del mattino. La sua calma mi à spaventato. L'ò richiamato e baciato. Una lagrima è caduta sulle mie guance. È la prima volta che lo mi lasci vedere. La miseria è estrema. Date il colpo di grazia, o io metto giù le armi. Io mi credeva altra. Ahimè! ò il vizio spavaldo.
«M.»
«Martedì.—Un terzo rifiuto. Finiamola. Ieri sera, egli non aveva che cinque franchi nella borsa. Partì alle dieci per rendersi al club, e non è ritornato nella notte. Non ride più; non parla più. Si tuffa nel mio amore come se si inabissasse nel fondo del mare per perirvi. Clarence, annegato in una botte di malvagìa! Finiamola! Finiamola! Voglio uccidere, ma non leccare il sangue dell'assassinio.
«M.»
I voti di Morella restavano senz'eco. Le si ingiungeva, al contrario, di raddoppiare le sue imposizioni, le sue esigenze, e sopratutto le sue carezze.
Lo scopo degli agenti del principe di Tebe era di ridurre il duca di Balbek al limite dell'indigenza, accollarlo al disonore. Allora il principe di Lavandall, munito di pieni poteri dal principe di Tebe ed autorizzato dal conte di Nesselrode, si presenterebbe a lui e negozierebbe la vendita delle carte tanto sospirate.
Questo piano infernale doveva avere uno scioglimento imprevisto.
Ma s'insistè; e si raddoppiò anzi di accanimento. Qualche giorno dopo l'ultimo viglietto di Morella, questa ricevè la lettera seguente del principe di Lavandall:
«Signora contessa,
«Son proprio desolato del malanno, cui ieri ò mancato poco di commettere, al Bois de Boulogne. Ve ne dimando mille scuse. Ò cacciato via il cocchiere. Ma, d'altra banda, è desso possibile che un astro come voi si nicchi in un veicolo il quale non si distingue da un fiacre endimanché che per la livrea ridicola di cui il cocchiere è azzimato? Per riparare a quella stupida malavvertenza non oso, madama, offrirvi una calèche a due cavalli inglesi ed un cocchiere a cipria, un hôtel ai Champs Elysées, 120,000 franchi l'anno per intrattenere tutto codesto. Vogliate degnare, madama la contessa, d'incoraggiarmi, e voi farete di me il più felice dei vostri sudditi.
«Principe ALESS. DI LAVANDALL.»
Questa lettera arrivava a proposito del calesse del principe, che aveva addentato un tantino il coupé di Morella al Bois de Boulogne—si dava a credere. La galanteria del Russo si spiegava naturalmente.
Morella fece trovare questa lettera sul poggio del caminetto. Il duca, che conosceva la scrittura e le armi del principe, di cui era geloso, afferrò la lettera in un lancio, mentre Morella si dibatteva per riprendergliela.
Balbek divenne eccessivamente pallido, gualcì convulsivamente la lettera. Nel tempo stesso, le sue unghie allividivano i polsi della sua amante.
—Che ài tu risposto?—dimandò egli infine, tremando di tutta la persona, lasciandosi andare, malgrado suo, sur un seggiolo e tirando a sè Morella, che cadde a ginocchio.
—Non ò risposto ancora—ella balbutì.
—Che risponderai tu?—riprese il duca di una voce che somigliava ad un singhiozzo.
Morella, forte commossa, esitò. Non sapeva se dovesse gittarsi al collo di quel meschino, confessargli tutto, abbracciarlo, ovvero se dovesse dargli il colpo di grazia.
Il duca ebbe la dappocaggine di ripetere la domanda non un accento di collera.
Allora Morella sillabò lentamente:
—Risponderò che accetto.
Il duca si alzò, rilevando Morella ancora ai suoi piedi, e gettolla sul seggiolone. E' passeggiò in silenzio per qualche minuto nella camera, infine sclamò, come parlando a sè stesso:
—Al postutto, perchè non accetterebbe dessa? Un rifiuto, darebbe a supporre un cuore; e costei non è che un baratro. A che titolo potrei io pretendere d'imporle una simile perdita? Perchè io l'amo? Io la amo per me: dunque l'è un balzello per lei: dunque occorre un'indennità; dunque…
—Che vi piaccia di ferneticare, io non posso impedirlo—osservò Morella. Ma che mi insultiate così… voi non avete, io non ve ne dò il diritto.
—Morella, una grazia—mormorò il duca fermandosi innanzi a lei.
—Voi siete assurdo.
—Ti domando una settimana di respiro.
—Per che fare?
—Fra quattro giorni vi sarà ballo dal principe di Lavandall. È venuto di persona a pregare la duchessa di assistervi. Ella vuole andarvi. Credi tu che io non debba almanco questo a quella povera abbandonata? Ò bisogno di esser tranquillo per questi quattro giorni. Ò le mie ragioni per questo. Dopo, tu deciderai del mio destino—forse del mio onore e della mia vita.
—Accettato!—e non più una parola su codesto—gridò Morella di una voce soffocata, gettando la lettera del principe nel fuoco.
Il duca non fiatò motto in tutta la sera. Borbottava delle interiezioni fra sè. Si sarebbe detto che ruminasse una grande risoluzione.
Alle 10, partì ed andò a terminare la serata con Vitaliana—la quale non capiva nulla alla tenerezza infinita che le mostrava suo marito.
Era il rimorso del ritorno o il dilaceramento dell'addio?
Il duca trattò Vitaliana come Morella.
Vitaliana, confusa, fuori di sè, abbagliata, colpita, intravide degli orizzonti d'amore sconosciuti, e réva—vaneggiò!
L'indomani, alle 9, il dottore di Nubo si presentò.
Il duca di Balbek si trovò rigettato nella realtà del suo disastro.
—Ebbene?—domandò il duca abbordandolo con un'ansietà terribile.
—Tutto precipita—rispose il dottore. Dio à scatenato Satana sopra
Giobbe, ed egli suona l'hallali.
—Da banda le metafore e la Storia Sacra. Mi portate voi danaro?
—Vi porto, al contrario, dei rifiuti e degli intimi a pagamento.
Il duca sorrise a far fremere.
—I vostri ebrei—egli urlò—chiudon dunque la cassa?
—E ne gettano la chiave alla fiumana. Non un centesimo di più, ad alcun prezzo. Shylok non accetta neppur più la libbra di carne dalla parte del cuore.
—À ragione. È la sola carne che io non mi abbia più.
—Voi sarete felice, quando codesta millanteria sarà una verità.
—L'agente di cambio accord'egli la dilazione dimandata?
—Se dinanzi, a mezzodì, non è pagato, ci traduce innanzi ai tribunali.
—L'è una minaccia?
—No, perocchè vi potrebbe essere qualcuno dei vostri colleghi che gli salda il nostro debito a questa condizione.
—Ed il conte di Muys? L'avete visto! Consent'egli ad aspettare?
—Egli dice—io vengo adesso di casa sua—che i debiti di giuoco si pagano sul tavolo o si saldano con la spada. Chi attende, deroga; e che egli è di vecchia razza. Per conseguenza, se non riceve in giornata, o domani, i quindici mila franchi che gli dovete, egli vi schiaffeggerà al club, in presenza di tutti. Bisogna vederlo! Si è sempre più ruvidi con gl'intermediari che col soggetto principale.
—Io mi annego!—sclamò il duca alzandosi.
—Ne ò ben paura—proseguì il dottore con calma. Al club, si à l'aria di sospettare che la nostra buona fortuna al giuoco non è sempre di buona lega. Ci sorvegliano. Anche questa risorsa si dissecca per qualche tempo. Occorre, anzi, perdere e pagare.
—Insomma, ditelo di un motto solo; voi mi portate una corda per impiccarmi!
—In ogni caso c'impiccheremo insieme; perocchè voi mi avete attirato nel vostro abisso. Ma—rimarcò di Nubo, voi non avete altro scampo, altra possibilità di salute?
—A meno che voi non mi consigliaste di svaligiare i viandanti o di trafficare di mia moglie.
—Non mi avete voi parlato un giorno, per allettarmi a venirvi in aiuto, di non so che carte cui possedevate, che valevano milioni?
—Io non vi ò mentito. Io possedo quel tesoro. Ma, giustamente perchè quelle carte valgono milioni, non bisogna sciuparle per dei soldi.
—Caspita! Dugento mila franchi di debito non sono poi così mica soldi che voi vi piacciate a ribassarli. Ma infine, se quelle carte ànno nel grembo dei milioni, perchè non le obblighereste voi ad espettorarli?
—Perchè chi deve espettorarli—poichè espettorazione vi à—non è in misura di ciò fare. Quelle carte interessano la regina Bianca e suo cognato, il principe di Tebe. La regina non può nulla in questo momento. Il principe è più povero di noi. La regina non può al presente comperar quelle carte. Il principe ne darebbe un boccon di pane—perchè gli è tutto ciò ch'e' possiede. Fra un anno o due, quei documenti saranno una miniera. I gallioni arrivano alla morte di Taddeo IX.
—Allora, bisogna liquidare ed aspettare.
—Si liquida pagando. Avete voi un mezzo per pagare?
—No. A meno che…
—A meno che?—obiettò il duca.
Il dottore si alzò per partire borbottando:
—No: voi nol fareste. Ciò sarebbe assurdo.
—Ma infine, che cosa—dimandò il duca.
—Che cosa?—ripetè il dottore lentamente, camminando verso l'uscio.
—Dite dunque?
—Ebbene,—sclamò il dottore, volgendo il bottone della porta…
Tob, che aveva ascoltato questa conversazione alla toppa, dovè allontanarsi e non udì le ultime parole.
Vide partire il dottore, ed il suo padrone, restato sulla soglia come pietrificato, accompagnarlo d'uno sguardo senza vista, gli occhi sbarrati o smarriti.
Quando il duca ebbe richiusa la porta, Tob ritornò al suo osservatorio. Tenne il suo occhio incollato al buco della toppa un'ora al meno. Poi rinculò come sbigottito, allampanato. Si fregò gli occhi, dubitando quasi di avere ben visto. Ritornò al posto, guardò ancora, sembrò turbatissimo… e corse fuggendo da madama Thibault.
Qualche minuto dopo, questa mandava il suo lacchè di sala al principe di Lavandall con una lettera urgentissima.
Leggendo quella lettera, il principe trasalì sulla sedia. Un lampo strano traversò la sua figura. Si riassise. Appoggiò la sua fronte alle sue mani per riflettere con più comodo.
Qualche minuto di poi, e' parve aver presa una decisione, perchè scrisse due lettere a due suoi amici, il conte di Kormoff ed il principe di Storkine.
Forse pure li invitava alla sua festa—e niente altro che questo!
Alle dieci della sera, Vitaliana era di già pronta. Sembrava felice—bianca, bella come un angelo che presenta a Dio un'anima cui à salvata! Pensava ella forse che a quella festa rivedrebbe Adriano, il quale, dopo la sua confessione ed il suo bacio, non aveva più dato segno di vita?
Il duca di Balbek, lui, era orribilmente pallido e sembrava annientato, come uomo che marcia al patibolo.
La sua ora era suonata. Egli l'aveva udita suonare come i rintocchi di funerale.
XII.
Il colpo di grazia.
Le feste del principe di Lavandall erano le più ricercate di Parigi, a causa della scelta squisita dei suoi invitati, la ricchezza e sopratutto l'eleganza che vi regnavano. I balli delle Tuileries erano deserti, se coincidevano con quelli del principe. L'aristocrazia del Faubourg, che non andava dal re, si pigiava nei saloni del diplomatico russo. Se si parlava di una bella dama, questa quistione inevitabile era posta:
—È dessa una delle fate dell'hôtel di Lavandall?
Un artista, un autore, che vi era invitato, mostrava la lettera del principe come un poeta mostra una lettera di Victor Hugo. Era un diploma che dava delle ali. Essere stato al ballo del principe, costituiva una patente di nobiltà. Si era sicuri incontrare in quel salone tutto quanto Parigi possedeva di legittimamente illustre. Si contavano le intrusioni come una verruca sul viso di una ballerina.
Questa spia di grande nobiltà ecclissava il re!
Quando Vitaliana vi giunse, le sale ridondavano di gente.
Il principe le andò incontro e le offerse il braccio per condurla nel salone principale.
Il dottore di Nubo era probabilmente all'agguato del duca di Balbek, perchè, vedendolo, lo seguì lentamente fino a che non l'ebbe ridotto nel vano di un balcone.
E' gli disse un motto in italiano.
Il duca rispose con un segno di testa e sguizzò in mezzo ai capannelli risplendenti di diamanti, di cordoni e di crachats.
Vitaliana proiettò il suo sguardo comprensivo nelle sale ch'ella traversò, ed infine, in mezzo ad un gruppo di attachés e di altri giovani gentiluomini alla moda, scorse il conte di Alleux.
Adriano arrossì.
Vitaliana impallidì.
Ma dessa continuò il suo andare, quasi avesse percorso la via sacra dei trionfatori.
Adriano non si mosse, avvegnachè si volgesse per nascondere l'itto di quello sguardo, che andava ad impiantarsi nel suo cuore.
Il nugolo di quei giovanotti si sciolse, e presero tutti a svolazzare intorno a Vitaliana, chi per salutarla, chi per invitarla a danzare.
L'era un bagliore, alla lettera, quell'insieme di bellezze, di fiori, di pietre preziose. Si vedevano dei flotti di gaze e di luccicamenti ondulare come i flutti ad ogni movimento, traversare come un vapore, scintillare come il mare, in quelle notti di luna piena quando questa si culla, la state, nel golfo addormentato di Bengala.
Vi si respirava due profumi divini: quello della donna e quello della giovinezza. Ogni salone era un mazzetto che rideva e cantava in mille spanti.
Vitaliana si staccava su quella bianchezza, iridata di tutti i fuochi dell'opala, come un fiocco di bianca nuvola sopra un cielo imporporato dagli ultimi baci del sole.
Pertanto, ella non aveva che una toilette di donzella: dei festoni di gaze grigio perla, rilevati da ciuffi di brughiera bianca, e dei fiori nei capelli. Ella non aveva neppur udito suo marito—il quale accusava Froment Maurice di mancar di parola per la nuova montatura dei suoi diamanti!
Quel seno nudo, quel collo senza ornamenti, quella fronte alta e pura scintillavano sotto quegli sguardi assetati. Si sarebbe detto che quel petto e quel collo si fossero impregnati delle perle e dei diamanti assenti.
Ella avanzava come un cigno sur un lago, e lo stormo dei giovanotti farfallava intorno a lei.
Il più sollecito a farsi presentare dal principe di Lavandall fu lord
Warland. Egli le disse immediatamente:
—Dare I beg the favour, madame, to dance the first waltzer with you?
—With great pleasure, milord—rispose Vitaliana con un sorriso.
Lord Warland sembrò straordinariamente rapito di trovare quell'incantevole duchessa che gli rispondeva nella sola lingua conosciuta da lui, o, piuttosto, che egli osasse parlare. Si lanciò allora a tutto galoppo nella conversazione, cui milord ci permetterà di tradurre in italiano—in italiano, così infelice per la conversazione!
—Scusatemi, signora, se l'è una indiscrezione. Siete voi nata in
Francia o in Inghilterra?
—In Francia, milord, a Parigi stessa, a tre numeri da questo hôtel.
—Allora, madama, o io sono forzato a credere alla metempsicosi, ovvero voi avete smarrita la via venendo dal cielo.
—Come ciò, milord?
—Eh! Dio vi aveva inviata dall'altro lato della Manica, Il raggio di sole che vi portava vi trasbordò sul suolo di Francia.
—Come io non posso supporvi capace di commettere dei concettini, debbo protestare, milord, contro il vostro invadimento britannico. Guardate dunque intorno a voi.
—Sì: l'è pieno di bellezze europee. Voi… voi siete una transfuga dal cielo—o dal mio paese.
—Voi credete dunque, milord, che le bellezze europee sono una mercanzia di scarto, cui Dio lascia cadere sul continente, riserbando per l'Isola la prima scelta—assolutamente come voi fate per i vostri prodotti dell'India?
—Sensate, madama. Io aveva sempre creduto che il fiore valesse meno del diamante. Voi venite stassera a confondere i diamanti e li umiliate col fiore. Ecco ciò che è la mercanzia di scarto e di prima scelta!
—Decisamente, milord, voi nascondete un poeta sotto la pelle di un gran signore… Bisogna disdoppiarvi: il cumulo è interdetto.
—Io non domanderei nulla di meglio, se potessi acchiappar nel vestiario una maschera più confortevole.
—Ah! gli è forse vero. Nella fretta, milord, voi vi siete azzimato di una figura un zinzino a l'azzardo. Ma, supponete che io mi sia una fata che potessi sbrogliarvi: quale sarebbe la maschera che voi preferireste fra questi cascantelli che ci circondano?
—Vorrei potar dire: quella che voi scegliereste, madama! Ma, come la vostra scelta è fatta, io vi do il campione del mio desio. Gli è quel giovanotto femminino e pensieroso, che vi contemplava di sotto quell'arco di porta incontro a noi.
—Come! quella fanciulla mancata, che à dei mustacchelli a crocco? Ve lo accordo, milord. Gli è il conte di Alleux, mio cugino… e non vi felicito del vostro gusto.
—Perchè mo', madama?
—Perchè se un uomo, per isventura, è destinato ad essere… come dire ciò?
—Ad essere un aborto, per esempio.
—Milord, voi siete troppo duro per voi stesso.
—Continuate, madama.
—Ebbene, allora val meglio essere un aborto maschio che femmina.
In quel momento, Adriano, vedendosi sotto lo sguardo di sua cugina e del suo cavaliere, si avvicinò per salutare Vitaliana. Questa fece un leggiero saluto con molta gravità, senza rispondere; ma le labbra di lei tremarono come sotto il brivido di un bacio invisibile.
Lord Warland l'osservava, e disse:
—Non importa, madama, io preferisco l'aborto femminile che voi disdegnate.
—Davvero, milord, voi siete poco ambizioso—rispose Vitaliana sollecitamente, volgendo le spalle a suo cugino, che s'allontanò lento lento, senza aggiungere sillaba.
Il waltzer ricominciò. Lord Warland e Vitaliana scomparvero nel turbine.
—Il waltzer fa comprendere ciò che è la donna—disse milord: esso fa della vertigine un piacere di dei.
—Anche quando quella donna pesa una tonnellata e mezzo, come madamigella di Paray, che balla con mio cugino? Quel povero Adriano respira come una foca.
—Siete voi ben sicura che egli ansi, madama? Io credo ch'egli nasconda un sospiro sotto un anelito—ciò che arriva sempre quando si valsa all'intenzione di un'altra.
Vitaliana non rispose. Si rimisero a valsare.
Quando si fermarono per riposare, lord Warland dimandò:
—Andrete voi al ballo dell'ambasciatore d'Inghilterra, martedì prossimo, duchessa?
—Non credete voi dunque, milord—rispose Vitaliana ridendo—ch'ei sarebbe una imprudenza per una transfuga?
—Oh! perdono, madama: vi si celebrerebbe, al contrario, il ritorno della figliuola smarrita.
—Io penso, milord, che non ò, per il momento, alcuna voglia di ritornare.
—State in guardia, duchessa. Se lord Palmerston vi vede mai, egli sarebbe capace di dichiarare la guerra alla Francia.
—Bravo! non abbiamo noi M. Guizot, milord, che sarebbe capace di pagarvi delle indennità?
—Le indennità ànno del buono, madama, ed alcuno non fa loro il muso.
E voi vedrete, madama, che vostro cugino, dopo avere volteggiato con
una balena, vorrà volare con un'allodola, e verrà ad invitarvi.
Indennità!
—Il conte di Alleux non è poi tanto Inglese in fatto d'indennità, milord—rispose Vitaliana slanciandosi di nuovo.
Quando lord Warland l'ebbe ricondotta ad un canapè, un gruppo di giovanotti si avvicinò a Vitaliana per invitarla.
Adriano non lasciò il suo posto. Sembrava anzi che avesse scelto un alto, fra due giri di walzer, per andare a salutare sua cugina, onde compiere un dovere verso di lei agli occhi del mondo, ma evitare le spieghe.
Ciò non impedì che Vitaliana si lasciasse fascinare da tutte le provocazioni della festa.
Tutto ciò che vi era di più elegante per nascita, distinzione, grazia, svolazzò intorno a lei. Le donne, esse stesse, si sentivano disarmate in presenza di quella figura, la quale aveva tutte le seduzioni dell'adolescenza e non uno dei provocamenti della donna che à morsicato al frutto della vita.
Vitaliana, che aveva di ordinario poco spirito, si elettrizzava in mezzo a quel battibecco scintillante di sguardi bramosi, di motti squisiti ed aguzzati a punta d'oro, di lumi, di profumi, di bagliori, di gioie; in quella mischia di spalle nude, di petti alitanti, di occhi avidi, di gazes fiammeggianti—che nel turbinio della danza sembrano ali—; di quella musica che scoppiettava come lo champagne e dava le stesse prismatiche ebbrezze. Ella ballò un po' per sè stessa, molto per gli altri.
Imperocchè si è implacabili, in un ballo, per le belle signorine. Bisogna ch'elleno espiino la divinità della bellezza, e che, la pelle madida, la respirazione fiaccata, i piedi ammaccati, le loro penne di angelo gualcite, le facciano infine invidiare l'abbandono della fanciulla brutta e scartata.
Quel folleggiamento durò fino alle due del mattino, quando il principe di Lavandall venne a rilevare Vitaliana—dandole il braccio per passeggiare nei saloni, nella stufa illuminata di tratto in tratto con fuochi elettrici. Il principe la introdusse in seguito, per farla respirare un po' in disparte, in un piccolo boudoir, la di cui porta era chiusa, e dove quattro persone giuocavano.
Il duca di Balbek non ballava quasi più, eccetto il quadrille offiziale, a cui non poteva sottrarsi. Non essendo parlatore, essendo confinato, per ragione di Stato, alla tratta delle bellezze mature della diplomazia e della Corte, non gli restava altra risorsa nelle serate, ove le convenienze lo chiamavano, che quella del giuoco.
Il giuoco, del resto, lo attirava; perocchè egli era costruito per le forti emozioni anzi che per le delicate.
Da qualche tempo, d'altronde, il giuoco era divenuto uno degli articoli del suo bilancio di reddito, e, malgrado le variazioni inevitabili, era ancora molto produttivo. In ogni caso, avesse egli avuto ripugnanza per le carte, il conte di Nubo, suo medico, si sarebbe addato a vincerla. Perocchè, non appena il duca compariva in un casino od in un salone, il dottore sollecitava a metter su una tavola da whist, e peggio ancora.
Infatti, abbiamo visto che di Nubo lo attendeva.
L'ambasciatore d'Inghilterra e l'ambasciatore di Prussia—che gustavano anche essi considerevolmente una partita di whist—non dimandavano meglio che cedere all'invito del principe di Lavandall, il quale, per divertire i suoi ospiti, andava incontro alle loro inclinazioni.
Ora, come lord Westmoreland era miopissimo, ed il conte di Tonningen era soggetto a distrazioni, il principe Lavandall fece preparare il loro tavolo verde in un salottino particolare, ove, la porta chiusa, i giuocatori non sarebbero stati distolti dai curiosi che fan di ordinario galleria intorno alle tavole a whist.
Eccoli dunque istallati, il duca di Balbek giuocando con l'ambasciatore di Prussia, ed il dottore avendo per partener quello d'Inghilterra.
Il duca ed il dottore giuocavano così in certi saloni, perchè, alla fine della serata, liquidavano tra loro benefizi e perdite. Al club, al contrario, erano sempre partener.
La sorte si era mostrata neutra. Le partite si erano succedute e moltiplicate, ma con poca differenza dalle due parti. Le perdite si equilibravano quasi.
—Gli assalti di sala d'armi son belli—diceva il dottore forbendo i suoi occhiali—ma, è d'uopo convenirne, gli occhi si stancano a seguire quelle punte di fioretto che cercano inesorabilmente il vostro petto.
—Gli è vero!—sclamò lord Westmoreland, nettando a sua volta le sue lenti.
—Se respirassimo un istante dopo questa partita—riprese il dottore, con quella famigliarità comoda che i medici pigliano dovunque naturalmente.
—Possiamo cessare, dottore, se siete stanco—interloquì Balbek.
—Si riposa pure—replicò il dottore—cangiando di occupazione. Un giro di pharaon ci rinfrancherebbe altrettanto. Che ne dite voi, milord? Ciò vi va, signor conte?
—Perfettamente—risposero i due ambasciadori.
—E voi, signor duca, gradite voi la proposta?
Or, come la proposta era di già stata gradita tre giorni innanzi, il duca di Balbek non l'oppugnò.
In fatti si andava a cangiar di giuoco, quando il principe di
Lavandall entrò. E, poco dopo, il conte di Kormoff ed il principe di
Storkine venivano a prendere da lui commiato, partendo entrambi il dì
seguente per le Russie.
—Non potreste voi, signori, aspettare ancora un quarto d'ora? Avrei una piccola commissione a darvi per madama di Nesselrode. Ma bisogna che io comunichi innanzi tutto a milord Westmoreland ed al signor conte di Tonningen un dispaccio che mi àn rimesso or ora, dalla parte di M. Guizot. Come voi lo troverete probabilmente pure in rientrando, mi sollecito a comunicarvelo qui.
—Sì, sì—dissero i due ambasciadori.
—Son desolato, signor duca e signor dottore, d'interrompere la vostra partita per cinque minuti. Ma, se voi il permettete, signori, spero che M. di Kormoff ed il signor principe di Storkine vorranno farmi il piacere di tener le carte per cinque minuti.
—Io prego anzi uno di quei signori di occupare il mio posto definitivamente—disse lord Westmoreland. Io mi ritiro, dopo.
—Ed io pure—soggiunse il conte prussiano. E sarei grato a quegli di quei signori che vorrà rimpiazzarmi.
—Con piacere—risposero i due signori russi.
I tre diplomatici uscirono.
—Solo—continuò il conte Kormoff con un certo imbarazzo—io sono un detestabile giuocatore di whist, ed imporrò una rude pazienza al mio partener.
—Ma, in questo caso—osservò il dottore—noi potremmo giuocare il giuoco che vi piacerà più, signori. Non siamo già condannati al whist forzato, che io sappia. Che ne dite voi, signor duca?
—Sono agli ordini del signor conte di Kormoff e del suo amico.
—Il principe di Storkine—fece il conte, presentando il suo compatriotta.
Si salutarono e si assidero.
—Giuochiamo allora un giuoco che anche le donne ed i fanciulli conoscono e non disdegnano: il baccarat. La proposizione vi disgrada, signori?—proseguì il dottore sorridendo.
—Niente affatto—risposero i tre altri signori, sorridendo del pari.
Il dottore allungò la mano ad una tavola e vi prese 10 mazzi di carte, cui aprì ed ammonticchiò sulla tavola.
Il giuoco cominciò.
Si era al più vivo delle poste quando la porta del gabinetto si aprì dolcemente ed il principe di Lavandall v'introdusse Vitaliana, onde sottrarla agli inviti che la avevano di già stanca.
Il principe, appoggiando al suo braccio la giovane donna, si collocò dietro al duca di Balbek, il quale non si accorse forse neppure della presenza di sua moglie—talmente il demonio del giuoco lo trasportava in quel momento.
D'altronde, il suo giro di pigliar la mano arrivava. La fortuna gli aveva di già sorriso, perchè aveva innanzi a sè un mucchietto assai spesso di marche, d'oro e di polizze da banco.
Prese le carte.
—Si dice, signori, che, al club di Mosca sopratutto, si giuoca molto al lanzichenecco—chiese il dottore ai due Russi. È vero?
Mentre il principe ed il conte rispondevano volgendosi verso il dottore, il duca di Balbek prendeva le carte—soffiandosi previamente il naso.
Vitaliana, però, che aveva gli occhi sopra di suo marito—al pari del principe di Lavandall, probabilmente—rimarcò qualche cosa cui non comprese. Perocchè, volgendosi al principe, le dimandò a voce bassa:
—Che fa egli dunque?
Il principe di Lavandall scostò Vitaliana, rinculando verso la porta del gabinetto. Lo aprì, uscì, lo chiuse a chiave dietro a lui, e trascinò Vitaliana in una stanza appartata.
—Voi avete dimandato, duchessa—mormorò il principe a voce bassa: che fa egli dunque?
—Sì—rispose Vitaliana, commossa dell'aria che prendeva il diplomatico russo.
—Ebbene, duchessa, vostro marito ruba.
—Signore!—gridò Vitaliana, tremando di tutte le sue membra come se fosse entrata in un bagno gelato.
—Vostro marito ruba al giuoco—replicò il principe con delle lagrime nella voce. Ma abbiate calma, madama, silenzio! Partite. Io vado ad impedire uno scandalo ed un clamore forse.
Vitaliana fuggì verso la porta, tremando di più in più, trascinando il principe. Questi fece chiamare la carrozza del duca di Balbek ed accompagnò la duchessa fino allo sportello, susurrandole all'orecchio:
—Per l'amor di Dio, signora duchessa, silenzio con chiunque—sopra tutto con vostro marito. Io accomoderò la cosa ed avrò l'onore di presentarmi da voi domani, per comunicarvi il resto.
Vitaliana fuggì, ringraziando il principe, degli occhi bruciati—perchè vi sono delle lagrime che rientrano ed appiccano il fuoco al cuore.
Ella andò a cercare asilo nel suo appartamento, chiudendosi a chiave.
Il principe di Lavandall ritornò al piccolo salone, giusto al momento in cui una scena delle più tragiche cominciava.
Il duca aveva una fortuna insolente. Aveva passato dieci o dodici volte, ed un monticello considerevole di luigi, di viglietti di banca, di gettoni, denunziava il suo successo. La vena continuava. Il vento gonfiava tutte le vele del suo naviglio conquistatore. Non restava più un soldo nè avanti nè in tasca dei suoi avversari.
Di un tratto, la mano del conte di Kormoff, a destra, e quella del principe di Storkine, a sinistra, afferrarono i due polsi del duca di Balbek e, levandosi, i due personaggi gridarono di una medesima voce:
—Signore, voi rubate!
Il duca di Balbek restò pietrificato. I suoi polsi non battevano più.
La sua voce si estinse. Solo, il suo labbro inferiore tremolò.
—Noi abbiamo cominciato con dieci giuochi di carte. Ora andremo a contare quanti ve ne sono colà, poi a frugarvi. Se ci siamo ingannati, noi siamo a vostra disposizione per dimandarvi scusa o darvi soddisfazione dell'insulto.
Il duca di Balbek tacevasi sempre.
Lo sguardo del principe di Lavandall pietrificava a sua volta il dottore di Nubo, e gl'impediva di far un segno, un gesto, un moto che potesse salvare il suo complice, o piuttosto la sua vittima.
Imperciocchè era desso che aveva consigliato quell'infamia al duca di Balbek, e Tob, che aveva visto costui preparare la carte, aveva poscia dato l'allarme.
Il principe di Storkine andava a procedere alla verifica delle carte, quando il duca, ritrovando infine la parola, balbutì di una voce estinta:
—L'è inutile, signori. Che mi volete voi?
—Come!—gridò il conte di Kormoff.
Il principe di Lavandall s'interpose, interrompendolo, e disse:
—Adagio. Il più insultato qui, sono io. Mi occorre una riparazione eclatante. Scegliete, signore,—aggiunse egli, indirizzandosi a Balbek con piglio altero: O io apro questa porta e convoco tutti qui, per constatare che l'ambasciatore di Commodo V ruba al giuoco, o fo chiamare la polizia e vi consegno alla giustizia; o voi andrete a scrivere qui—e noi la firmeremo tutti—una dichiarazione, che voi avete rubato al giuoco in casa mia.
Un momento di silenzio seguì questa sentenza omicida.
Tutti gli sguardi s'inchiodarono sul viso cadaverico del disgraziato, cui i due pugni di ferro dei signori Russi tenevano ribadito sulla sua sedia.
E' disse, in fine, di una voce cavernosa:
—Se scrivo, che uso farete della mia dichiarazione?
—La conserverò, per restituirvela forse, quando sarete corretto.
E dicendo ciò, il principe metteva innanzi al duca un foglio di carta ed un calamaio; ed i due Russi lasciavano le sue mani libere.
Il duca conservò ancora il silenzio per qualche istante, poi ghermì una penna e di una voce ferma sclamò:
—Dettate.
—Vi è là una pistola, signore, se preferite bruciarvi le cervella nel giardino, innanzi a noi.
—Dettate dunque!—gridò il duca con collera.
Lavandall dettò, Balbek scrisse:
«Io dichiaro, in presenza dei sottoscritti, di aver rubato al giuoco in casa del principe di Lavandall, oggi,» ecc., ecc.
—Firmate.
—L'è fatto.
—Firmiamo a nostra volta.
Tutti firmarono.
Lavandall prese la scritta ed uscì con i suoi amici.
Il dottore restò, impiedi, all'altra estremità della tavola, silenzioso, freddo, calmo, increspando quasi il suo sembiante di una smorfia che somigliava ad un sorriso.
Il duca pareva inchiodato alla sua sedia, gli occhi devaricati, accoccati a quella somma di 50 o 60 mila franchi innanzi a lui, senza vederla.
Di botto poi, come se si svegliasse di soprassalto, ei balzò in piedi, e volle fuggire, senza toccar nulla.
—E Morella!—sclamò il dottore.
Ciò fu come una parola magica. Il duca si precipitò sul danaro, lo tuffò nelle sue tasche e fuggì correndo.
Egli errò tutta la notte, a piedi, nelle strade di Parigi. Alle otto del mattino, si trovò innanzi l'uscio di Morella.
Il duca portava la mano al bottone del campanello, quando il dottore di Nubo, uscendo dalla carrozza, gli si avvicinò e gli disse:
—Entriamo.