XIII.
Una fine di capitolo, cui le signorine… leggeranno di soppiatto.
Il dì dopo, a mezzogiorno, il conte di Nubo si presentò al palazzo di
Lavandall, e parlò a lungo col principe.
Uscendo di là, il dottore se ne andò di galoppo dall'agente di cambio.
Il principe si presentò al palazzo del duca di Balbek, e prese motto della duchessa.
Il fine del principe era restato lo stesso; ma aveva cangiato il piano di attacco.
Voleva ad ogni costo ottenere le carte del duca di Balbek.
Lo aveva gittato nella trappola di Morella per obbligarlo a vendere, e vendere a prezzo più mite.
L'avea ruinato per mezzo dell'amore. E si approntava già a mettergli l'asta alla gola per la vendita, quando Tob udì la conversazione del duca e del dottore—il quale pingeva lo stato miserabile dei fatti loro.
Tob intravide lo spediente infame cui andava a sperimentarsi. Osservò il duca, dopo la partenza del dottore, e lo vide accomodare due giuochi di carte, poi esercitarsi a cacciarseli in tasca e cavarneli fuori, come un giuocatore di bossoli.
Questa rivelazione fu per il principe di Lavandall uno spiracolo di luce.
Preparò il tranello in casa: ed i due signori russi furono suoi complici.
Aveva ricevuto la mattina stessa un dispaccio del principe di Tebe—di cui parleremo più tardi—e fu questo stesso dispaccio, cui innanzi al duca ed al dottore e' disse d'aver ricevuto dal Guizot, e cui comunicò ai due diplomatici.
La dichiarazione del duca, cui possedeva adesso, gli consigliava un'altra tattica.
Con un uomo che aveva preferito di addossarsi una patente di ladro, anzichè mandarsi le cervella alle nuvole, non era più a far capitale di strappargli le scritte concernenti la successione di re Taddeo, per modi facili. Avrebbe rimbeccato, resistito, tenuto duro fino all'ultimo estremo.
Quando in un gentiluomo la voce dell'onore è divenuta muta, quando egli à indietreggiato dal duello e dal suicidio, non si à altra presa su di lui—tranne che mediante il Codice penale.
Il Lavandall non rinunziava di servirsi della dichiarazione del duca direttamente con lui, per tutti i modi. Egli voleva però mettere a partito, anzi tratto, un successo che gli sembrava più probabile, e meno rude a cogliere: il terrore della duchessa.
Vitaliana lo aspettava.
Ella non aveva chiuso occhio in tutta la notte.
I suoi occhi, tutti rossi, cerchiati di livido, attestavano ch'ella aveva pianto lunghe e lunghe ore. La sua pallidezza, rilevata ancora da un vestimento a nero come per un giorno di funerale, denunziava l'agone interno sostenuto. Ma la calma, di presente, delle sue palpebre e della sua fronte, la contrazione delle sue labbra indicavano nel tempo stesso agli osservatori, che ella aveva preso una risoluzione.
All'opposto della credenza comune, le nature deboli sono quelle che si decidono più pronte e che prendono risolvimenti più radicali. I caratteri forti alternano le fortune della lotta, dell'astuzia, dell'ardire, dell'abilità, del coraggio. Essi resistono, calcolano, danno un passo innanzi per poi retrocedere; indietreggiano per risaltare di un lancio tutti gli ostacoli; dubitano, tasteggiano, provano di transigere—in una parola, esitano ed aggiornano la decisione. Le nature deboli, non possedendo alcuna di queste risorse di resistenza, non veggono di un colpo che i partiti estremi: cedere o perire. Si bilica, si pencola un istante tra questi due termini della fatalità, poi vi si immerge capo giù, e tutto è detto.
Ora, Vitaliana era una natura debole.
Ella trovavasi nel suo boudoir. Leggeva una lettera di sua madre, cui il fattorino aveva rimesso testè—e che acchiudeva qualche capelli del suo bimbo—quando il principe di Lavandall si fece annunziare.
Un sole glorioso attaccava la neve caduta abbondantemente la notte precedente.
Lo splendore era dunque doppio.
La porta del balcone, che sporgeva sulla stufa, era aperta.
I raggi, traversando qualcuno dei vetri colorati, aggiungevano le vivide tinte di questi ai bagliori animali dei fiori e degli arbusti—in foga di vegetazione in quel clima di Senegal. Scintillio di colori, di luce, di profumo, di forme squisite e strane, di quegli uccelli vegetali della stufa; tutto ciò, di unita ad un sentimento di delizie voluttuoso e misterioso, faceva irruzione nel salottino di Vitaliana ed incarnava un inno a Dio.
Tutto quivi respirava la felicità. Tutto pareva dire alla fata di quel nido di angelo: Godi! Dio ti sorride!
Stesa sopra una dormeuse, la lettera di sua madre sul seno, la noccolina di capelli sulle labbra, Vitaliana aveva gli occhi a tutto… e non nulla scorgeva! Ella si sentiva penetrata di un sentimento vago, composto di tutti i dolori e di tutti i terrori cui aveva traversato da dodici ore in qua, e di quella calma catalettica che infonde la disperazione.
Il principe entrò.
Ella si sollevò.
Il signor di Lavandall le baciò le punte delle dita e si tacque.
La si sarebbe detta una visita di condoglianza.
—Signore—sclamò infine Vitaliana, voi venite ad annunziarmi che il disastro è completo?
—Dio mi è testimone, madama—balbettò il principe commosso, o sceneggiando la commozione—che, a prezzo della mia vita, io vorrei sparmiarvi quello orribile dolore.
Nel tempo stesso, egli presentava a Vitaliana la dichiarazione di suo marito e dei testimoni.
Vitaliana la lesse, gli occhi enormemente dilatati e fissi. Poi, la carta le cadde dalle mani, e, malgrado lei, malgrado tutto, dei singhiozzi le lacerarono il petto.
Il principe si ripostò la scritta in tasca, e prese le mani di
Vitaliana fra le sue, senza soggiunger verbo.
La procella durò cinque minuti; poi si appaciò di un tratto, come le bufere dei Tropici.
Allora, Vitaliana, divenendo estremamente calma, riprese:
—Signore, vengo dal ricevere una lettera di mia madre; ecco i capelli del mio figliuolo. Essi sono felici. Signor di Lavandall, siete voi padre?
Il principe comprese il significato di quell'appello e rispose:
—Signora, sì. Ma, per sventura, io non sono mica solamente padre, e vostro marito non è mica un gentiluomo ordinario. Egli è qui ambasciatore di un re, ed io rappresento un imperatore. Gli è dirvi, madama, che io non sono punto libero delle mie azioni; che io debbo riferire quest'avvenimento all'imperatore—il palazzo del di cui ministro è stato vituperato—e che debbo aspettare gli ordini da Pietroburgo.
—Vi sarebbe egli permesso di presentire quegli ordini, signor principe?
—No, madama. Però, io non oserei incoraggiarvi ad alcuna speranza.
—Se mio padre vivesse, se io mi avessi un fratello, signore, non avrei bisogno di supplicarvi. Essi saprebbero il loro dovere: essi ucciderebbero il padre per non infamare il figliuolo! Io sono sola nel mondo; sono vedova, signor principe… Grazia, grazia pel mio figliuolo! bruciate quella carta.
—Impossibile, madama. Voi dimandate il mio onore, la mia sentenza, la posizione della mia famiglia, per salvar l'onore di un… di vostro marito, madama—il quale non comprenderebbe forse neppure la magnitudine del sacrifizio che io farei.
—Voi avete ragione—rispose Vitaliana dopo qualche istante di zittire. Un'ultima parola, allora. Principe, credete voi al pentimento?
—Io non lo nego.
—Credete voi che il duca di Balbek possa riabilitarsi unque mai di un atto, che fu senza dubbio un accesso di follia?
—Un accesso di follia!—mormorò il principe.
—Voi non ammettete la follia. Voi credete alla premeditazione. Siete voi dunque convinto che quell'anima è perduta?
—Madama…
—Principe, vi dimando il vostro parere, non mica la vostra pietà. Se mia madre fosse qui, ella mi consiglierebbe forse. Scriverle? non si confidano di codeste cose alla carta, la quale, presto o tardi, tradisce sempre. Io medito un piano di condotta, una determinazione… che so io? E sono sola!… Siate mio padre.
Il principe di Lavandall ebbe l'aria di riflettere. La risposta? no. Egli considerava che Vitaliana invocava una scusa, invocava le circostanze attenuanti, se non per assolvere suo marito, per attenuarne almeno il delitto. Ella andava quindi a sfuggirgli di mano. Ei non poteva allora contare sull'aiuto di lei. E' si trovava dunque di nuovo solo d'incontro al duca.
Ora, occorreva, ad ogni costo, assicurarsi il concorso di Vitaliana.
Laonde e rispose:
—I dolori reiterati uccidono; i grandi colpi ci mettono a prova. E' non sarebbe mica dunque pietà sparmiarvi, duchessa—ora che siete sulla breccia della sventura. Ebbene, volete voi sapere ove va il danaro cui il duca ruba al giuoco?
—Se lo voglio! l'esigo anzi, principe—o, piuttosto, ve ne supplico.
—Avreste voi il coraggio di vederlo, voi stessa, degli occhi vostri?
—Io non so se ne avrò il coraggio; ma ne ò, certo, la volontà.
—Allora, domani sera, o dopo domani sera, o fra tre giorni—io non posso nulla precisare in questo momento—ma vi domando il permesso di scrivervi per indicarvi il giorno in cui, tra le undici e la mezzanotte, verrò a prendervi. Andremo… e vedrete.
—Posso condurre qualcuno con me?
—Se aveste vostro padre, vostra madre, vostro fratello, io vi direi: sicuro! Ma uno straniero ciancia, qualunque sia la sua fedeltà, se non un giorno, un altro. Ora, nel posto che occupa vostro marito, lo scandalo è sempre funesto. Del resto, voi siete libera.
—Voi avete ragione, principe; Dio ve lo renda. Io sarò pronta.
Il principe partì.
Vitaliana restò a meditare tutto il giorno.
Nè quel giorno nè il seguente ella non rivide suo marito.
Il duca era rientrato all'ambasciata per spicciare gli affari, e si era informato intorno a sua moglie. Ma, la prima fiata, Maria gli rispose che la duchessa era nel bagno e non poteva riceverlo; e la seconda, ch'ella era in sullo scrivere a sua madre, e non voleva essere disturbata.
Per sorte, il duca non chiedeva mica meglio che non contrariarla.
Il terzo giorno, però, ella lo ricevè.
Vitaliana pensò che la non poteva schermirsi da quella visita, senza risvegliar sospetti; tanto più che aveva giusto allora letto un viglietto del signor di Lavandall, il quale le significava questo semplice motto:
«A stasera, madama!»
Non mai il duca di Balbek si era mostrato a sua moglie più gaudioso. Aveva quasi dello spirito! La sua eleganza respirava la felicità. Portava nelle pupille un'immagine a dimora fissa, sotto la forma di sorriso, che folleggiava nel suo sguardo e gli dava l'aria intraprendente.
Vitaliana n'ebbe paura, ed invocò subito alla riscossa un acciacco.
Non v'è che lo coscienze perverse che abbiano un sembiante sì festoso. Un manigoldo non retrocede innanzi all'idillio, se lo trova di suo pro. Il carmina proveniunt animo deducta sereno è una baggianata volgare.
Vitaliana, dagli occhi divaricati, cercò l'infamia sulla faccia di suo marito—come Otello cercava il bacio sulla labbra di Desdemona. Non vi scorse che l'ebbrezza della pace, e l'impronta del sentimento che il mondo non aveva per lui che delle rose!
La visita non durò che tre minuti.
—Si è sempre certi di trovare sua moglie, ahimè!—dicevasi il duca. Le Morelle sono, invece, come i giorni di sole nell'inverno dell'Inghilterra.
Il cervello di quella bella creatura, d'altra banda, avea, la vigilia, partorito di un'idea bizzarra. Vitaliana era dunque anch'ella felice.
Il dottore di Nubo si era guizzato col duca nella palazzina di Morella—il dì dopo della festa—per dargli calma, ed avvisare con lui al mezzo di scongiurare il pericolo. Però egli aveva, principalmente, voluto vederlo prima della ganza, onde impedirgli che affogasse in quel baratro tutto il prodotto della sua infamia.
Il dottore desiderava prelevar della somma un qual cosa per dare un pizzico di scudi ad ogni creditore, ed insinuar loro così la virtù della pazienza.
Riuscì.
Il duca udì ragione.
E' prese 5,000 franchi per lui, ne lasciò 20,000 sul davanzale del caminetto di Morella, e rimise il resto al suo Mentore.
Orbene, Morella parve così tôcca di questa gentilezza del suo amante, che gli acconciò la sorpresa di una festa—oltre le sue previe terribili carezze.
Forse il principe di Lavandall avrebbe potuto reclamare la sua quota in questa sùbita inspirazione di Morella; ma non è mo il momento d'imbarazzarci in questa investigazione.
Guardate là, invece!
E che vi è desso di straordinario alla fin fine?
Sei persone pranzano.
Noi abbiamo di già intravisti i convitati di Morella. L'è Fernandina, che à menato seco il grave ambasciatore del Sultano. L'è la Polacca, della festa di madama Augusta, che vi à condotto il suo cagnolino; il marchese delle Antilles. Poi, Morella e Balbek.
Tutto è bello, gaio, fresco, giovane—perfino il marchese!—il quale s'immerge nella quarantina, maturata anticipatamente, precocemente almen d'altri dieci anni, da una marchesa bisbetica come la moglie di Socrate.
L'età di un uomo è nelle mani della donna che lo governa.
Un pranzo di sei arcivescovi non sarebbe stato più decente e solenne.
Tre pensionarie del Sacré-Coeur non avrebbero avuto il verbo più innocente.
Si sbrigarono vivande squisite, chiacchierando filantropia, e mettendo in grave dubbio la fame del proletario—il quale maschera le sue rivoluzioni con quella malannata parola di: pane!
Lo scintillio di que' cristalli, di quelle porcellane, di quelle argenterie, di quei fiori, era forse melenso in paragone delle sei pupille di quelle tre donne—che pur nondimeno le spegnevano sotto il languore.
Conoscete voi occhi più micidiali di quelli che sono sì dolci quando si muovono?
Le tre donzelle erano scollacciate. Però, misero dell'acqua nel vino—sintomo terribile! Nulla che non appartenesse loro—tranne il portamento! Nulla che non fosse vero—tranne il sorriso!
Il Turco, gli è vero, si provò, una volta o due alla barzelletta. Ma incontrò, in uno sguardo di Fernandina e nell'intenzione di un sorriso del marchese delle Antilles, un cotal correttivo, che lo si sarebbe detto di poi un novizio dei gesuiti.
—Parola d'onore, Morella—sclamò il duca di Balbek alla fine—si pranza da te come alla tavola del re. Il tuo champagne piagnucola. I tuoi intingoli sentono la predica della quaresima. I tuoi vini sono accimorrati. Facci dunque versare un fiaschetto di vieux gaiezza.
—Voi ne avete pieno il nappo—rispose Morella. Voi non la scorgete dunque che quando la si spande sulla nappa?
—Mio caro duca—sclamò il marchese sorridendo—voi siete intraprendente.
—E l'è fortuna—osservò la Polacca—senza che, Morella ci darebbe la berta a mo' di una Bastille imprendibile.
—Il più difficile—obbiettò il Turco—non è prendere, ma tenere.
—Voi parlate male il francese—ripostò Fernandina. Io v'insegnerò la parola propria, che è nel tempo stesso il segreto di quel tenere lì.
Morella interruppe la conversazione, che pigliava mala piega.
—Pascià—diss'ella—avete voi udito il padre Lacordaire, il nostro eloquente predicatore?
—Sì—rispose il Turco con gravità—nel Don Pasquale!
—E non vi à convertito?
—E' non à gli argomenti di Fernandina.
—Bisogna che io vi presti allora un libro di M. de Lammennais.
—Non ci mancherebbe che codesto—scoppiò Fernandina. Appena se noi abbiamo il tempo di studiare la quistione di Oriente nel Cocu di Paul de Koch. Che dite voi dei miei dispacci, eh?
—Uhm!—fece il Turco. Mi ci vuole una ballerina per metterci l'ortografia.
—Lasciamo la politica—disse il marchese di un tono grave.
—Ne fate voi qualche volta, marchese?—dimandò Morella.
—Uff!—s'intromise la Polonese. Non fate arrossire i segreti di gabinetto.
—A proposito—dimandò Morella—sapete voi la gherminella abbominevole che lord Warland à praticata ad Ines della Porte Saint-Martin?
—Che dunque?—chiese Balbek. L'avrebbe egli chiamata onesta?
—Quel lord incontrò l'attrice ad un thè, in casa di Maddalena Borel… voi sapete? la Lionese a cui il banchiere Dehal e Comp. fa una pensione di 200,000 fr. l'anno….
—Non v'è che le donne a barba che si abbiano di quelle fortune lì—osservò Fernandina.
—Or bene, milord si avvicinò alla piccola Ines e le sussurrò all'orecchio: «Mademoiselle, que fere moá per fere emer moà par vù.» Se un uomo mi avesse indirizzato un simile proposito—continuò Morella—io gli avrei risposto: «Bisogna, signore, provarmi codesto amore, e non parlarmene mai; non dimandarmi mai nulla; non lasciarmi mai nulla desiderare; prevenire tutte le mie volontà…
—Io—interruppe Fernandina—io avrei risposto: «Partite per l'India, e mandatemi vostre nuove assicurate, per mezzo della Banca di Francia.»
—Ed io—sclamò la Polacca—io gli avrei sciorinato: «Siate per lo meno lord Palmerston. Io non amo che i grandi uomini di Stato, come Talleyrand, Metternich… ed il marchese delle Antilles!»
—Bembè—riprese Morella.—Ma la piccola Ines, che ignorava quanto quell'Inglese pesava, gli rispose storditamente: «In primis, milord, bisognerebbe cangiar di maschera». «Very well, disse l'Inglese, what mask vò emer moà». «Ah! riprese Ines, non importa qual forma vi appropriate, milord, voi non potrete che guadagnarci.»
L'Inglese non rispose sillaba e si allontanò.
—Manca di spirito quel milionario lì—osservò Balbek. Io avrei risposto: «L'è fatta, carina. Io sono un cronometro che segna sulla sfera: mille franchi all'ora! Ne volete, cuor mio?»
—Stando a Parigi—disse il Turco—io le avrei mandato un laccio sotto forma di un filo di perle, e le avrei scritto: «Vieni a strangolarti, drolesse!»
—E voi, signor marchese, che avreste voi fatto?—dimandò Morella al marchese delle Antilles, che si taceva.
—Un giorno una ballerina del mio paese m'imberciò un'arguzia presso a poco su quel garbo—rispose il marchese. Io me la feci condurre a casa e la feci ricevere da' miei palafrenieri.
—E che diss'ella, la vostra ballerina?—dimandarono le tre donne di una voce.
—L'era una piccola sciocca. Rispose: «Che io la trattava poi troppo come la marchesa!»
—Ebbene—continuò Morella—lord Warland è stato più eteroclito di voi tutti. L'indomani, due commissionari si presentarono ad Ines e le rimisero una larga cassa da parte di uno straniero, all'albergo Meurice. Voi comprenderete che non si rifiuta una cassa sì autenticamente listata. Ines sollecitò a farla aprire, e che vi trovò?
—Ma! milord in cioccolatte—sclamò Fernandina.
—Un maiale! disse Morella.
—Vivo.
—Pelato come un uovo, in camicia da notte, porgente un viglietto profumato da una zampa, nel quale milord aveva scritto: «Eccomi qui, sotto una forma che deve piacervi. Amatemi, mio cuoricino. Arturo.»
—E che fece Ines?—sclamarono le due donzelle ad un tempo.
—Che? la fece venire schietto schietto un salsicciaio, gli vendè la bestia per 200 franchi, e rispose: «Sì, milord, io vi adoro sotto questa forma. Prendete un poco più di lardo e venite ogni giorno.» Milord non vi tornò più.
—Perchè Ines andò da lui—osservò il Turco.
—Sotto quale forma?—dimandò il marchese.
—Dell'innocenza, perdinci!—replicò Morella.
Il pranzo terminato, Morella alzossi e disse:
—Adesso, signori, io sono la sultana qui, e cesso di essere l'anfitrione. Lasciatevi manipolare senza obbiezione, ed obbedite.
Ella tirò allora una corda di campanello, e nel medesimo tempo una fanfara invisibile scoppiò.
Accompagnò quindi i tre gentiluomini verso un uscio, e li fece entrar di quivi—mentre ella e le altre donne si dirigevano verso una porta di rincontro.
Un'ora trascorse.
La fanfara, che fin qui era stata briosa, cangiò di carattere, e divenne una melodia dolcissima di violini e violoncelli.
Le porte del salone si apersero.
Quattro immensi specchi riflettevano e moltiplicavano gli oggetti di quella stanza. Dei quadri, che avrebbero fatto trovar pudico quello della Venere di Tiziano, pendevano alle pareti, nell'intervallo degli specchi. Un folto tappeto di Smirne copriva il pavimento. Tutto intorno cuscini e divani di damasco rosso. Ai quattro angoli, dei vasi, da cui sbocciavan fuori dei narghileh, dai quali si poteva aspirare a volontà il latakie o lo hatchich. Fiori, dovunque era posto. In mezzo, un buffet coperto di liquori, di sorbetti, di vini deliziosi, di confetture aromatiche.
Una luce viva animava tutto e dava una scintilla ad ogni oggetto.
Delle cassollette invisibili aggiungevano un profumo penetrante a quello dei fiori. L'aria aveva, nel tutto suo insieme, irradiamento, armonia, olezzo, ripercussione di oggetti: una ubbriachezza irresistibile penetrava da tutti i pori. Tutto diceva: «Qui si ama fino a morirne!»
Aprendosi, la porta di mezzo dette ingresso a sei giovinette vestite da baiadere.
La porta di sinistra lasciò passare i tre gentiluomini—panneggiati in un'ampia tunica di cashmiere bianco, coronati, a modo degli antichi Romani, di fresche rose, e profumati come una corolla di magnolia.
Dalla porta di destra, entrarono le tre giovani donne—galleggianti in una nuvola di gaze, trasparente come il vapore dell'alba in Oriente.
Un grido scattò da tutte le bocche. Una percossa mise in fiamma tutti gli occhi. Fu un precipitarsi all'incontro gli uni delle altre.
Le braccia si aprirono… Il salone risuonò di uno strepito simile alla crepitazione della fiamma dei sarmenti.
Le sei baiadere, che avevano in mano vassoi e coppe di cristallo, versarono dei sorbetti. Poi, cominciarono una specie di danza, anzi di pantomima, dagli atteggiamenti molli e strani—compresi di uno sguardo, sentiti come un rimescolamento, e cui alcuna parola non potria pingere.
I sei principali personaggi di questo racconto si trovarono presi in un circolo che realizzava tutte le tentazioni di S. Antonio. Non si distingueva più dove il velo finiva, dove il nudo cominciava.
Gli occhi, striati di lampi, scoppiettavano. Il sorriso provocava. La respirazione soffocava la parola.
Morella servì ai suoi ospiti un liquore di oro, il quale sembrò, quando lo si ebbe cioncato, un fiotto di lava incanalato nelle vene.
Un'altra carola delle baiadere, più strana ancora, rigettò i tre ambasciatori e le loro dame verso i divani, verso i bocchini di ambra dei vasi, ove il tabacco e lo hatchich bruciavano.
Alla musica nascosta e soffice che non cessava di suonare, si aggiunse adesso una voce vellutata ed artisticamente velata, che respirava piuttosto che non cantava una strofa di Anacreonte, tradotta da Alfredo di Musset.
Quella strofa imprudente esprimeva, in parola, i voti dei tre uomini. Le braccia delle baiadere e delle tre giovani donne si allacciano attorno ai tre pascià, per i quali Morella realizzava un delirio delle Mille ed una notte.
Di un tratto la musica, fin lì così tenera, sì riservata, scoppiò come una bordata di cannoni. Essa mise fuoco alle polveri!
Tutti non fecero più ch'uno.
Fra la mezzanotte e l'una del mattino, la porta di mezzo nel salone si aprì a due imposte, e sulla soglia si fermarono il principe di Lavandall e Vitaliana.
Di un solo ammiccare, questa vide tutto. Di un solo urto al cuore, ella comprese tutto altresì.
Vitaliana aveva appreso e sentito in un baleno ciò che una donna del mondo, a trentasei anni, più non ignora!
L'ebbrietà aleggiava sull'intero quadro, e faceva di quella gioventù, or ora piena di vita, come dodici corpi inerti.
Era poi lo hatchich?
Il duca di Balbek appoggiava la sua testa sul seno di Morella—rovesciata sur un monte di cuscini. A traverso a lui, giaceva una baiadera. I tre eran pallidi, in disordine, fuor di sensi: li si sarebbe detti avvelenati da un anestasiatico.
—Principe, fate tirare quell'uomo di colà—disse infine Vitaliana, indicando a Lavandall suo marito.
Il principe diede un ordine.
I due suoi valletti d'anticamera tolsero via il duca, lo avvilupparono in un mantello e lo portarono nel calesse.
Il principe e Vitaliana seguirono.
—Il duca può entrare in palazzo senza esser visto, duchessa?—domandò
Lavandall.
—No.
—Allora?… In quello stato… Dimani, i domestici… tutta Parigi…
—Comprendo. Fate depositare codesta roba in casa del signor d'Alleux, mio cugino, stradale Santa Maria, e riconducetemi all'ambasciata, principe.
Parigi, vista a quell'ora, a piedi, à un aspetto singolare.
Il principe dette degli ordini.
Vitaliana si sentiva sì serena oggimai, che la sembrava felice.
Marciavano in silenzio, in grembo ad un vaneggiamento. D'un tratto,
Vitaliana, si fermò e sclamò:
—Le dietro-scene della vita àn dunque di quegli Eden, principe?
Il signor di Lavandall s'inchinò e tacque.
XIV.
L'artiglieria entra in battaglia.
Qualche ora dopo, verso mezzodì, Vitaliana usciva appena dal suo letto d'insonnia, quando la sua cameriera entrò e le annunziò che il principe di Lavandall aspettava in salone, e dimandava con istanza di essere ricevuto per un momento.
Vitaliana non sembrò stupita di quella visita premurosa.
Maria rotolò i capelli della duchessa in una reticella di chenille amaranto, l'avvolse in una saute-du-lit di cashmire bianco, soppannata di raso cilestre, ed andò a pregare il principe di passar nel boudoir.
Il principe di Lavandall non era certo l'uomo a mancare il quarto d'ora che, in tutte le situazioni della vita, danno la vittoria.
Egli aveva osservato Vitaliana la notte precedente ed aveva constatato che una rivoluzione radicale, completa, si era operata in lei.
La duchessa e la donna non erano più le stesse. L'orgoglio aveva parlato; la natura si era svegliata. L'inviluppo che proteggeva ancora la giovane donna e la teneva in istato di fanciulla, s'era squarciato. La farfalla pigliava vento.
Il principe aveva constatato, all'ultima parola che era sfuggita dal seno della duchessa—malgrado lei—quel grido della vita che nasce! Il dramma occulto, cui ogni donna porta nel cuore, arrivava al suo snodamento nel cuore di Vitaliana.
L'era dunque l'ora in cui tutte le porte dell'anima sono aperte. Era l'ora in cui i giovani desiderii provano le loro ali. Era l'ora in cui si ascolta tutto; si comprende tutto; in cui si è generosi. Gli era quindi il momento di portar su la piazza di assalto.
—Vi supplico, madama, di volermi perdonare se mi presento ancora a voi, e se ò insistito per avere l'onore di parlarvi. Gli è che la cosa è di una estrema gravezza. Degnate leggere questo dispaccio.
Era il dispaccio del principe di Tebe, cui aveva letto agli ambasciadori di Prussia e d'Inghilterra, salvo l'ultima frase.
Vitaliana lesse:
«Parto questa notte. Fra quindici giorni re Taddeo IX sarà morto—ciò è infallibile.—E la successione al suo trono si apre. Io non tradirò il mio destino. Fate di ottenere ad ogni costo le carte del duca di Balbek.» ecc., ecc.
—Principe, io non comprendo nulla a codesto, tranne che un re muore oggi o domani, e che il duca di Balbek à delle carte. Di carte ne à tante!
—Io vi spiego tutto di una frase, madama. Il re Taddeo muore domani, a giorno fisso! La sua successione sarà disputata, perchè la legittimità del suo successore è contestata. La regina Bianca passa per adultera: perocchè si è in misura di provare che re Taddeo non poteva essere il padre del figlio della regina. Ora, e' pare che il duca di Balbek abbia dei documenti che possono decidere la quistione. Il principe di Tebe li desidera. La regina Bianca debbe desiderargli egualmente. Vengo di apprendere che vostro marito li traffica. Egli si appresta a far getto dell'onore di una donna e di una regina; a mettere il fuoco della guerra civile in un regno, se non gli sborsa la somma enorme cui dimanda di quelle carte.
—Ciò è infame, infame!—gridò Vitaliana, alzandosi.
—Sì, madama, l'è orribile, infatti—riprese il principe. Bisogna dunque impedire questo delitto, madama. Noi non sappiamo se la regina Bianca è colpevole o no. Ma ella è donna, ella è madre: e ciò basta. Bisogna proteggere il suo onore. Signora duchessa, voi siete pure donna e madre.
—Che posso io fare, principe? Io sono pronta a tutto.
—Dei documenti come quelli cui possiede il duca di Balbek—continuò il principe—non possono restare fra le mani di un particolare, soprattutto nelle sue. Perchè, madama, bisogna che voi sappiate tutto. Si assicura che il duca fu il complice di quella regina, cui medita di disonorare adesso; che quel figliuolo contestato è il suo; e che la di lui ambascieria qui è il prezzo di quella complicità. Capite voi, madama, un uomo che consegna la donna che si diede a lui e che lo rese padre? Capite voi, madama, un uomo che, per una somma di danaro, mercanteggia l'onore della donna che l'amò ed il destino del figliuolo che la gli diede?
—Dite, principe, dite: che bisogna fare?—gridò Vitaliana, ora pallida, ora rossa.
—Ebbene, duchessa, quelle carte non possono essere in sicurtà che in mani reali. Io vi lascio la dichiarazione di vostro marito contro quelle carte, cui manderò all'imperatore. Lo czar Nicola, padre e cavaliere, sovrano prudente e giusto, saprà meglio di chicchessia che uso farne, e che valore esse abbiano.
—Io comprendo tutto—disse Vitaliana dopo un momento di riflessione—forse anco la catastrofe che mi avvolge. Dovessi io mettere il fuoco al palazzo, voi avrete, principe, i documenti che chiedete. Ma bisogna che io li trovi io stessa—e vi sono tanti cartoni e filze nella cancelleria e nel gabinetto del duca…
—Madama, delle carte come quelle lì non si lasciano esposte nella segreteria e neppure nel gabinetto. Quelle carte sono personali del duca. Esse non possono dunque rinvenirsi che fra le sue carte particolari. Rovistate là dove egli conserva ciò che à di più caro e prezioso. Io fo voto che sia tempo ancora onde risparmiare un disastro ad una nazione, il vitupero ad una donna, la degradazione ad una regina, e l'infamia alla vostra famiglia, duchessa. Ve l'ò detto: documenti per documenti. Potrò allora scrivere all'imperatore: ò barattato questo per quelle… e mi farò perdonare.
—Comincerò le ricerche oggi stesso, principe, e spero che Dio avrà pietà di me. Che ò fatto io per essere messa a queste prove!—gridò Vitaliana, mentre le lagrime nuotavanle negli occhi.
—Addio, duchessa—disse Lavandall, alzandosi.—Io sono ai vostri ordini.
La coppa travasava.
Vitaliana restò un'ora immersa nell'annientamento. Un sospetto aveva sfiorato il suo spirito sulle intenzioni del principe di Lavandall. Ma ella aveva creduto tutto ciò che colui aveva detto contro suo marito.
Si crede anche l'impossibile, anche l'assurdo delle persone che si amano, disprezzano od odiano.
Da tutto quel riflettere pertanto risultava questo: carte per carte! Ora, quelle carte salvavano l'onore di due fanciulli. La madre poteva essere colpevole; il padre poteva essere infame. Dove era la colpa del figliuolo di Bianca e del suo proprio figliuolo? Figlio di un ladro! Oh! una madre metterebbe il fuoco al paradiso per cancellar questa vergogna, impedirla.
Dimandò a vestirsi.
Due ore dopo, il suo lacchè suonava alla porta del conte di Alleux.
Adriano sapeva di già tutto.
Maria lo teneva al corrente, da un anno in qua, di tutto ciò che concerneva la sua padrona.
—Annunziate al signor conte sua cugina, la signora duchessa di
Balbek—disse il lacchè al domestico di Adriano.
Vitaliana entrò e si trovò in un largo corridoio, ove si aprivano quattro porte e cominciava la scala che guidava al piano superiore.
Il domestico, interdetto, non sapeva ove introdurre Vitaliana.
Questa, non volendo aspettare in un corridoio, e vedendo da una porta socchiusa alla sua destra, qualche cosa come un salone, vi si cacciò dentro di un tratto.
Era infatti il salone, in cui Adriano aveva fatto l'atelier dei suoi talenti vari. Imperciocchè vi si vedevano accoccate al muro delle panoplie di armi, dei quadri e del briccioli di statue; sur una piccola scrivania dei versi incompiuti, dei libri sfogliati qua e là, e dei giornali; sopra due cavalletti due poveri schizzi di paesaggio; e sur un bel pianoforte a coda, della musica di Mozart.
Vitaliana abbracciò tutto codesto di un solo sguardo, e l'odore del tabacco le denunzò in qualche parte delle pipe cui la non vedeva.
Il divano, anch'esso, era occupato da un altro oggetto delle numerose capacità di suo cugino—cui Vitaliana non avrebbe mai sospettato in casa di un ex-apprendista all'episcopato!
Sul divano si allungava una bella creatura, in veste da camera, come in sua propria casa, coricata sul dorso. I piedi un po' in aria, ed una sigaretta alla bocca—contemplante con estasi i piccoli nugoli bianchi che ella inviava al cielo come baci della sua bocca rosea.
Al fruscio della veste di Vitaliana, l'odalisca del luogo volse gli occhi, e gli sguardi stupefatti di Vitaliana e di Morella s'incrociarono.
Si riconobbero.
La percossa fu immediata, diretta, a bruciapelo.
Vitaliana restò come immobile, gli occhi devaricati. Morella saltò in piedi.
Ella aveva visto Vitaliana nella carrozza di suo marito, al Bois de
Boulogne.
Vitaliana aveva riportato nei suoi occhi l'immagine dei soggetti della festa della notte precedente.
—Or be'!—sclamò Morella, facendosi innanzi, mentre che la duchessa rinculava dolcemente verso la porta.
—Scusi—interruppe Vitaliana. Credevo essere in casa del conte di
Alleux.
—Il conte d'Alleux à un'appendice che non ammette intrusioni, madama la duchessa. Che voi venghiate in casa mia, la notte, a reclamar vostro marito, io ve ne so grado. Voi mi affrancate. Ma che vanghiate a farmi concorrenza qui… alto là!
—Madama, andate ad annunziare al conte di Alleux la duchessa di Balbek, sua cugina—disse Vitaliana, fermandosi, di un tono pulito e glaciale.
—Codesta taccola è vecchiottella, madama. Se n'è tanto fatto abuso nei romanzi e nelle commedie! D'altronde, voi siete tutti cugini nel Faubourg.
—Madama, io attendo da cinque minuti, e non ò il tempo di aspettare.
Vogliate chiamar mio cugino: ò bisogno di parlargli ed a lui solo!
—Volete che vi accompagni nel suo appartamento, di su, madama la duchessa? Starete colà più confortevolmente. Vi troverete perfino una delle mie saute-du-lit.
Vitaliana, a questa proposizione, divenne pallida e rossa nel tempo stesso. Si sentiva soffocare. Era stata vilipesa come dama, gualcita come donna. Ella volse di botto le spalla a Morella, e si allontanò.
Al punto stesso, Adriano entrò e si trovò viso a viso con le due donne.
Di un colpo d'occhio si accorse che una scena veniva di aver luogo. La sua apparizione subita l'aveva interrotta, ma la bruciava ancora nelle pupille scintillanti di Morella, negli occhi velati di Vitaliana.
Egli portava lo snodamento.
La posizione di Adriano era perigliosa.
La presenza di sua cugina in casa sua, dopo la dichiarazione senza equivoco del suo amore, cui le aveva deposta sulle labbra, indicava ch'egli era forse più complice che colpevole. In ogni caso, la speranza intonava nel suo cuore un inno di trionfo.
La presenza di Morella, in quell'addobbo famigliare, poteva uccidere questa speranza gloriosa, provando a Vitaliana che il suo amore non era, almeno, uno di quelli che si desolano.
La gelosia di Morella poteva ruinar tutto. La gelosia di Vitaliana, se lo amava un sinsino, poteva tutto salvare.
E' doveva ad ogni modo scegliere e sacrificare una di quelle due donne, per il momento.
Ma le donne come Morella ànno la vita dura e sono armate da capo a piedi! Le donne come Vitaliana perdonano raramente ciò che esse chiamano un simile oltraggio!
—Adriano—gridò Morella, ringhiando. Tu dovevi per lo meno dirmi che ricevevi delle duchesse! Avrei fatto un tocchino di toilette.
—Signora—rispose Adriano di un tono calmo, freddo, ma severo—la duchessa è mia cugina, ed è la prima volta che mi fa l'onore di mettere il piede qui. Ella à probabilmente una ragione straordinariamente grave di parlarmi. Noi dobbiamo esser soli.
In questo mentre, Vitaliana si era ritirata in disparte, e guardava l'abbozzo di una capra sur un cavalletto.
—Tu mi scacci dunque?—gridò Morella impallidendo.
—Vi riconduco, signora—riprese Adriano. Dappoichè la mia casa è stata santificata da quella nobile donna, alcun'altra non vi metterà più il piede oggimai. Ve lo prometto.
—Adriano!—sclamò Morella di una voce soffocata. Io non sono mica in vena di centellar madrigali. Codesta facezia mi disgrada. Mi avevan gittato sotto i piedi il marito di quella donna, senza che io me l'avessi cercato. Ella lo à ripescato. Mille grazie. Che se ne vada. Qui, tu lo sai, non vi è posto per gli angeli. Io ti amo. Ti amo per me, per conto mio. Non ti detti mai un lecco di motivo per lamentarti. Tu sei stato la gioia che à addolcito per un anno il mio dovere o la mia fatalità… Non si manda a bricioli in un istante codesto, senza ragione, solo perchè piace ad una duchessa venire da te. Le duchesse non vanno, d'usanza, in casa dei giovanotti. I cugini non sono così galanti verso cugine cui non amano. Io resto. Io mi difenderò.
—Vogliate perdonarmi, Vitaliana, questo incontro disgraziato. Poteva io prevedere…?
Vitaliana fece un movimento di disgusto e si diresse verso la porta.
Adriano le si parò dinanzi e soggiunse:
—Ve ne supplico in nome di mia madre: restate. Io conosco già la ragione che vi conduce qui. Io sono il vostro solo parente, il vostro solo appoggio. Non verrò meno al vostro appello. Se quella donna non ci lascia soli, io suono…
—Come?—gridò Morella.
—Signora—sclamò Adriano—rispettate almeno le ruine cui avete cagionate. Partite.
—Me ne vado—rispose Morella di una voce sorda. Ma ripetimi che tu mi ami, come mel dicevi testè ancora; dimmelo innanzi a quella donna, alla quale, se tu non sei che cugino, non debbe guari importare che tu mi ami e che io ti ami. Io sono gelosa. So che quella donna è virtuosa. Ma io non ò paura che della virtù, io. Il vizio mi rispetta. La virtù è audace, intraprendente, e scava degli abissi alla cheta. La tua cugina è bella, ma ella non ti ama come ti amo io. Ella à dei riguardi a conservare, delle convenienze a rispettare; ella à l'ignoranza del candore. Io ò aperte tutte le mie cateratte; ti amo come una lupa, e non cederò che quando tutta Parigi sarà contro di me, per ella e per te. Salta al mio collo; di', dimmi che mi ami. Io sono ancora bella: guarda! Non ò che ventidue anni; non avrò oggimai che te solo… Ma parla, parla dunque, ma dimmi….
E Morella apriva le sue braccia, e voleva gittarsi al collo dei giovane conte.
Vitaliana si coverse il viso delle mani. Chi sa? Ella tremava d'esser vista!—di esser vinta!
Adriano indietreggiò, e, senza dir motto, indicò la porta a Morella.
—Tu mi cacci via, dunque? tu mi cacci davvero?—gridò Morella.
—Addio, signora—rispose Adriano, aprendo la porta.
—Una parola ancora—sclamò Morella, appiccandosi al braccio di Adriano. Tu non ignori che io so conservare un secreto. Dimmi che tu l'ami. Io so che agli occhi di certi uomini l'amore, nella donna, è una incompatibilità radicale. Bisogna che una donna vi divori il cuore par segnarvi la sua impronta. Io ti ò fatto lastrico del mio cuore. Mi sono precipitata sopra di te tutta intera, anima e corpo, senza riserbo, senza domani… Non ò più nulla a darti, nulla ad apprenderti… Di', confessa che tu l'ami, ed io parto. Saprò che ò naufragato come le altre, e mi rassegnerò. Ciò consola talvolta. Non si visitano le tombe per addolcire il dolore della morte? Io non mi getterò mica a traverso di quell'amore. Gli è un goffo modo quello d'incocciarsi innanzi ad un cuore agghiacciato. Io cedo; ma voglio sapere il vero. Tu me lo devi. Tu non mi ài poi comprata, per crederti così in diritto d'agir verso di me come verso di una ganza qualunque. Il mio amore mi à innalzata fino a te, al tuo livello, alla tua taglia. Parla dunque; confessa: Ami tu quella donna?
—Ebbene, sì, da dieci anni—gridò Adriano con collera. Poichè gli è mestieri mandarti via per questa parola, io la pronunzio.
Morella non rispose più verbo. Ella si raddrizzò, e la sua statura parve ingrandita. Ella trascinò il suo sguardo dall'uomo alla donna e dalla donna all'uomo; fece un gesto per ordinare al conte di sgomberarle il passo, ed uscì, la testa alta, lentamente, fiera come regina.
Adriano si sentì meschino.
Vitaliana, alla confessione dell'amore di suo cugino, era caduta accasciata sopra un tabouret.
Essi restarono in quell'attitudine, ed in silenzio, per cinque minuti.
Poi, Vitaliana, rialzandosi, come spinta da una molla, gridò:
—Usciamo di qui.
Adriano la condusse nella sala di rimpetto, che era la sala da pranzo, le offerse una sedia vicina al caminetto, e restò in piedi.
—La disgrazia si è abbattuta sopra di me—disse infine Vitaliana. Voi siete il solo membro superstite di mia famiglia. Benchè imperdonabili siano i torti che vi abbiate verso di me, vengo a consultarvi.
—Io so tutto di già—rispose Adriano umilmente.
—Voi non potete saper tutto. Perocchè vi è, inoltre, la premeditazione di un delitto cui vengo di apprendere non sono appena due ore.
—E quale?
—Il signor di Balbek à delle carte che riguardano la successione del re Taddeo IX, il quale muore dimani. Egli à sotto la mira la regina Bianca, con quella carte, e le dice: la borsa o l'onore! Capite voi?
—Ma! e' bisogna impedire codesto infame mercato—gridò Adriano.
—E come? Mi si offre bene di restituirmi la dichiarazione abbominevole che egli scrisse in casa del principe di Lavandall.
—Quale dichiarazione?—domandò Adriano?
—Allora non sapete proprio nulla!—sclamò Vitaliana.
E gli raccontò la scena del giuoco.
Quindi continuò:
—Ora mi si dice: carte per carte! Ma dove sono le carte del duca di
Balbek? Ecco la cosa.
—Nonpertanto bisogna bene ch'esse esistano in qualche sito, dappoichè esistono sì bene ch'egli vuol venderle.
—Sì, esistono, ed io sospetto perfino dove esse siano.
—Ma allora…
—Non ne sono mica sicura, però.
—Insomma?
—Ascolta. Gli era nei primi giorni dei nostri sponsali. Un mattino, io entrai nella sua camera mentre egli si fregiava delle sue decorazioni per andare ad assistere a non so qual matrimonio o cerimonia alle Tuileries. Il piccolo mobile in ebano, incrostato in oro, che è al suo capezzale, era aperto. Mi avvicinai e scorsi, sotto un compartimento semi-aperto, un quadrante in ismalto, ove sono segnate tutte le lettere dell'alfabeto. Andavo a toccarlo, quando il duca si precipitò su di me e mi allontanò con terrore. Io domandai, naturalmente, la ragione di quella grande paura. Allora, egli prese il suo bastone, e dalla borchia toccò una lettera nel quadrante. All'istante, una mezza dozzina di lame d'acciaio, acute come aghi, fine come corde di piano, sprizzarono dal quadrante ed aggraffarono il bastone con una forza da trapassarlo.—Tu vedi!—mi diss'egli. Quei serpentelli avrebbero morsicato al tuo braccio e ti avrebbero inchiodata lì.—Ma allora e' debbe esservi un segreto di dentro—sclamai io.—Sì—rispose egli, toccando un punto che fece rientrare immediatamente le sei lingue di vipera che avevano ghermito il bastone.—Quel quadrante è una toppa. Per aprirla, bisogna toccare le lettere che formano un nome.—Quale? domandai io.—Quello di Bianca—rispose egli esitando. Io mi accostai allo stipetto, toccai le lettere che componevano il nome, ed una tavoletta rientrò, lasciando in vista un tiratoio. Il duca conservava quivi i suoi crachats, i suoi gioielli, i suoi danari, delle cedole di Banca. Un sacchetto in velluto violetto attirò i miei sguardi. Lo presi. Egli me lo strappò di mano, dicendo:—Sono quivi delle carte di mia madre. E lo rigettò nello stipetto, cui chiuse affatto. Ora, quelle carte di sua madre non sarebbero desse quelle piuttosto di cui egli ora traffica?
—Gli è evidente.
—Ma il mobile, oltre la toppa a segreto, à una chiave che lo chiude di fuori. Io non ò quella chiave, cui il duca porta sempre nelle sue tasche.
Adriano riflette qualche poco, poi disse:
—Vitaliana, io veggo in tutto codesto un viluppo di fatti, di circostanze, di voglie, di non so che, insomma, cui non afferro bene. Egli è impossibile di pigliare una risoluzione istantanea. Bisogna considerare le cose ponderatamente. Il duca è infame e capace di tutto. Ma gli altri non valgono guari meglio. Vi è forse qui dei gonzi e dei gabbatori. I colpevoli sono forse delle vittime. Calma, dunque. Lascia che io mi trovi in mezzo a questo garbuglio di dubbi. Lasciami scandagliare questo abisso, ove non vedo chiaro, per il momento, che una sola naufraga: voi, duchessa; te, Vitaliana.
Adriano provò di pigliar la mano di sua cugina. Ella la ritirò vivamente e si alzò.
—Allora—diss'ella—che pensate voi? Che occorre fare?
—Lasciatemi riflettere, questa notte…
Le labbra di Vitaliana si crisparono. Adriano, che se ne avvide, non distinse se fosse un sorriso o uno spasimo.
La notte!
Che di cose la notte non doveva dessa rammentare a questa donna, sia ch'ella fosse amorosa o gelosa, sia che l'avesse semplicemente osservato la bellezza di Morella e la sua intimità con suo cugino!!
Questi riprese:
—Mi permettete voi, madama, di presentarmi in casa vostra, domani?
Vitaliana riflettè, poi disse:
—Al postutto! perchè io sono venuta qui?
—Grazie!—gridò Adriano raggiante. Io vi porterò domani il resultato delle mie riflessioni, un piano di condotta fermo, e… il mio pentimento, se…
Vitaliana squadrò suo cugino di uno sguardo freddo, severo, disdegnoso, e disse:
—Fate chiamare la mia gente.
—Vitaliana…—sclamò Adriano, cadendo in ginocchio.
—Conte d'Alleux, siete aspettato lì su—osservò la duchessa, ed uscì.
Il suo lacchè l'attendeva nel corridoio.
XV.
Una spiega che finisce in una dichiarazione di guerra.
Adriano si presentò in casa di sua cugina alle otto del mattino.
E' non ignorava punto che l'ora era indebita, e che Vitaliana non poteva riceverlo immediatamente. Ma egli sapeva che la duchessa lo avrebbe pregato di aspettare, e che il signor di Balbek aveva passata la notte a voltolarsi ai piedi di Morella, che lo scacciava. Ora gli era codesto appunto cui Adriano desiderava. Laonde rispose a Maria:
—Ma, attenderò tanto che ella vorrà! Non si solleciti ad alzarsi ed a vestirsi. In tutto rigore, d'altronde, posso ritornare fra una coppia di ore.
—Mille scuse. Madama prega il signor conte di aspettare. Ella sarà pronta in mezz'ora. Era di già sveglia—se tuttavia ella dormì. Perocchè madama, adesso, non dorme più!
—Sta bene. Resto. Ma non nel salone, ove si potrebbe stupirsi di vedermi di così mattino. Passo dal duca.
—Il duca non è rientrato.
—Attenderò, in ogni modo, nella sua camera, ove posso leggere i giornali e fumare.
—Per lo appunto, signore—rispose Maria.
E precedè il conte alla camera da letto del duca.
Tob gli portò i giornali.
Adriano non vide in quella camera che il piccolo mobile cui gli aveva indicato Vitaliana.
Accese un sigaro, aprì il Debats, e, in leggendo e fumando, cominciò a passeggiare.
Si fermava di tratto in tratto per udire i rumori che giungevano fino a lui.
Qualche minuto scorse.
Adriano si accostò allora allo stipetto e ne considerò la toppa esterna. Si cacciò poscia le mani in tasca e ne cavò fuori due o tre mazzi di chiavi, di ogni sorta, cui aveva imprestato dal suo magnano. Ne scelse una e la provò nel buco della toppa.
Il buco era troppo piccolo.
Ne prese un'altra, poi una terza, poi una quarta. La quinta infine girò, ed il coverchio del mobile si aperse.
Il cuore di Adriano battè con violenza.
Ascoltò di nuovo gli strepiti della casa.
Nulla di allarmante!
Scartò allora la tavoletta che copriva il quadrante, e vide le lettere azzurre sullo smalto bianco sorridere alla sua bramosia. Toccò le lettere, componendo il nome di Bianca.
Lo stipetto si aprì, e mostrò il taccuino di velluto violetto.
La mano di Adriano trema. Lo prende. Ascolta ancora. L'apre. Ascolta novellamente… Ecco le carte! Ne spiega una… e gitta un grosso sospiro.
Alla prima parola, indovina che à i documenti tanto desiderati!
Si caccia il taccuino in tasca. Chiude la tavoletta del quadrante. Aggiusta quello che lo nasconde. Chiude il coverchio del mobile… e pallido, pallidissimo, va a ricadere sur un seggiolone, abbrividito, affranto, gli occhi stravolti.
Aveva rubato—e lo sapeva!
Tutta questa scena si era compiuta in tre minuti.
Adriano pensava che l'avesse durato un'ora.
Restò assiso lì per qualche istante.
La vista di quella camera però lo turbava. Tutto gli rimproverava il suo delitto. Gli sembrava che il piccolo mobile lo guardasse corrucciato, come una vergine insultata, e gli gridasse: ladro! ladro!
Adriano non resse più, e se ne fuggì nel boudoir, poi nella stufa di
Vitaliana.
Respirò!
Nevicava di fuori. Faceva scuro, scuro. Il rovaio fischiava agitando vivamente le nervature di ferro della stufa.
Di dentro, gli uccelli-mosca svolazzavano; le farfalle multicolori zonzavano; i fiori dei tropici sbocciavano: ma si poteva leggere nel loro aspetto il bruno che portavano ad un sole per tanto tempo assente.
Adriano si sentì rinfrancato.
Alla fin fine, che aveva egli fatto?
Aveva sottratto dei documenti al duca di Balbek. Ma quell'atto indegno aveva uno scopo che era santo.
La morale astratta è assurda!
In mezzo alla gente che si aggirava intorno a Vitaliana, non uno sembrava puro al conte di Alleux.
Egli indovinava ciò che non sapeva. Sospettava di quelle cortigiane, di quegli ambasciadori, di quei re, di quella regina, di quel principe reale, di quei valletti, di quella plebe diplomatica ed aristocratica… egli li sospettava tutti più o meno punticci e scapitati!
Una sola creatura rimaneva ancora immacolata su quel letamaio: Vitaliana. E le si dimandava di rubare le carte segrete di suo marito, e di consegnarle ai suoi nemici!
Ella si apparecchiava a commettere quell'atto abbominevole per salvar l'onore di suo figlio, innanzi tutto; poi quello di una regina; poi la corona di un figliuolo adulterino; poi un popolo dalla guerra civile; poi il nome di suo marito—esso stesso, ed il nome cui ella portava. Ciò era grave. Ciò tentava quel nobile cuore. Ma il suo atto sarebbe desso stato meno un furto per questo?
Ecco la cosa.
Il furto macchierebbe desso quell'anima?
Ecco la quistione.
Adriano ebbe pietà di lei.
—Ella! È mestieri ch'ella arrivi pura nelle mie braccia—si disse egli. L'amore purifica sempre, quando è disinteressato di ogni altro obietto che l'amore stesso. L'amore non macchia giammai. Nelle mie braccia ella non sarà contaminata. Ma se dessa ruba?… Non mai. Se codesta necessità è inesorabile… ebbene io la assumerò. Ma quella colomba? No: io le risparmierò questa contaminazione.
Ed Adriano rubò le carte.
Il fatto gli pesava… Era inevitabile!
Non si commettono però simili intraprese col cuore calmo e gaio. La ragione pertanto zittiva l'istinto.
Infine, per distrarlo, Vitaliana sopraggiunse.
Ella lo condusse, senza dir motto, dritto dritto nella camera di suo marito, e gli mostrò lo stipetto di ebano ed oro.
Adriano osservò, non senza balbutire, che il mobile era chiuso, che bisognava una chiave… E, tirandosi di tasca un po' di cera, modellò il buco della toppa, e ricondusse sua cugina nel boudoir.
—O' ben meditato—disse egli.—Tutto codesto è losco, e bisogna procedere lentamente. Andrò a vedere il principe di Lavandall in nome tuo, come tuo cugino, e cercherò di tirare questo affare in chiaro. Calmati. Riposa sopra di me. Il tuo onore e la tua felicità sono miei. Proverò di aggiustar tutto senza troppe infamie. E se, in ultimo, sarà assolutamente d'uopo di consegnar quelle carte maledette per quell'altra satanica carta, io avrò una chiave domani, le prenderò e compierò il baratto. Ma per l'amore di Dio, Vitaliana, per l'amore di tuo figlio, non intrigarti più in questo brago. Lascia che mi vi tuffi io, e mi vi sprofondi; ma tu… resta pura!
Vitaliana sembrava tôcca ed andava a rispondere, quando Maria venne a dimandare se madama poteva ricevere il duca, che aveva a parlarle.
Vitaliana interrogò degli occhi suo cugino—il quale, per tutta risposta, si alzò ed uscì.
Non era stato difficile al duca di Balbek di apprendere il nome del mago che lo aveva fatto svegliare in casa del conte di Alleux, quando si rammentava con delizia su qual guanciale si era addormentato. Gli bastò interrogare Lisa, la cameriera di Morella, la quale, descrivendogli le due persone che erano venute a cercarlo, ed il colore della livrea dei domestici, gli rivelava e spiegava tutto.
Egli non sospettava però punto che sua moglie sapesse altro che quello.
E' non si dissimulava la gravezza di questo fatto agli occhi della duchessa; ma aveva la confidenza di farselo perdonare. Laonde si presentava a lei di un'aria non punto accasciata.
Egli abbordò anzi le spiegazioni di un tono così alto, che la duchessa, negligentemente stesa sul suo canapè, e facendo vista di baloccare colle nappe della cordelliera della sua veste da camera, aggrottò le sopracciglia.
—Madama, non ò d'uopo di annunziarvi di che io mi venga a parlarvi. Se ò procrastinato di un giorno questo colloquio, gli è che ò voluto lasciarvi il tempo di riflettere. Domando risposte categoriche.
—Vi ò abituato a darvene d'altre, signore?—rispose Vitaliana.
—No: ne convengo. Fino a ieri non ebbi mai un sol rimprovero ad indirizzarvi. Voi avete rispettato il nome che portate…
—Quello di mio padre, signore—l'interruppe Vitaliana.
—Anch'esso. Questo doppio rispetto avrebbe dunque dovuto imporvi una condotta più riserbata, ed insegnarvi che la gelosia, essa stessa—la quale è una follia—à dei limiti.
—La gelosia?—obbiettò Vitaliana.
—Io non saprei nè riconoscere nè ammettere altro movente. Ma la gravità della cosa è forse meno nell'atto esso stesso, che nel luogo, nell'ora e nel compagno che sceglieste per compierlo. Esigo dei dettagli precisi su tutto codesto, madama.
—Su tutto codesto… che cosa, signore? Perocchè, e' mi sembra, che voi favelliate da un quarto d'ora, senza mettere il soggetto della conversazione.
Il duca, che fin qui era restato in piedi, si assise e disse:
—Voi mi sembrate disposta alla bernìa, signora… ed io nol sono punto. Vi domando, allora, innanzi tutto, che specie di relazioni coltivate voi col principe di Lavandall?
—Sareste voi disposto a credere, per avventura, ch'egli sia mio amante?
—Io non mi spingo fin là. Ma io penso che se n'è ben vicino, quando una donna ed un uomo si lasciano andar di conserto alle scappate che intraprendeste la notte scorsa.
—Vi sono delle distanze—anche della spessezza di un solo capello—che sono un abisso—replicò Vitaliana con disdegno. Io conosceva il principe di Lavandall molto prima di conoscervi: la principessa è una amica di mia madre e la mia.
—Ciò non dice nulla. Io vi domando questo: Chi vi à detto ove io mi era? Come, e perchè il principe di Lavandall si trovava desso con voi?
—Non rispondo alla prima questione. Rispondo alla seconda; che ò fatto pregare io il principe di accompagnarmi. Avreste voi preferito che andassi tutta sola?
—Sarebbe meglio valso che non foste venuta del tutto. Vi sono dei luoghi ove le donne debbono a sè stesse di non mettere il piede. Se io mi avessi saputo come la serata doveva terminare, non avrei accettato l'invito dell'ambasciadore di Turchia.
—Gli è dunque quel pagano che vi à indotto in peccato, eh? Avrei dovuto sospettarlo. Voi eravate dunque presso di lui?
—Eravamo nel suo presso di lui extra-officiale.
—Davvero, signore? Quella Morella, la quale, fra parentesi, è la ganza del conte di Alleux…
—Cosa dite voi, signora?—gridò il duca in sussulto.
—Io l'ò incontrata in casa di lui, in veste da camera, nel suo studio, ieri, andando ad informarmi se vi eravate rimesso dell'… emozioni della notte precedente.
Il duca non rispose più. I suoi occhi fiammeggiavano.
—Quella Morella—riprese Vitaliana facendo mostra di non avvedersi di nulla—è dunque la ganza di quel Turco?
—Sì—urlò il duca.
—Guardate mo' come Parigi è cattiva! Si dice, signore, che voi incontraste quella donna in un bazar, cui si addimanda un ballo in casa di madama Thibault o Thibald… io non so chi; che voi avete comprata quella donna—la quale à abbandonato per voi il conte di Linsac che la pagava male; che avete messo al Monte di Pietà le mie gioie—gioie che mi venivano in grande parte da mia madre; e che avete contratto per 200 mila franchi di debiti.
—Mentono!—gridò il duca, impallidendo.
—Mente, chi? O' fatto verificare che i miei diamanti non sono, nè furono mai da Fromant Meurice. O' fatto constatare che sono al Monte di Pietà. Volete i numeri delle cartelle?
—O' avuto bisogno di danari per delle spese straordinarie cui ò avanzato al mio governo. Ma io non mi so render conto, madama, dell'inquisizione audace che avete intrapresa sulla mia condotta. Quale è il vostro scopo?
—Lo scopo? Ve' mo'… gli è vero! io non ci aveva pensato. Ebbene, se ne volete pur uno, eccolo: la curiosità. Eravate sì bello nel vostro costume di console romano!
—Madama, vi ripeto che l'era una giovialità imprevista. Rappresentavamo una charade in azione. Poi, quel monello di pascià ci aveva fatto fumare dello hatchich, per dare una festa alla foggia del suo harem… che so io? Il marchese delle Antilles ed io ci siamo trovati impegolati in quella mascherata. Ma il mio torto—se n'ò uno—non spiega il vostro, e voi girate attorno alle mie domande senza rispondere.
—Lasciatemi far codesto giro, signore; non mi addossate ad una risposta di due parole cui potrei gittarvi alla faccia…
—Voi mi fate trasecolare, madama! Io trovo in bocca vostra una lingua che è tutta una rivelazione. Una donna senza macchia non favella così. Sono quindi forzato d'insistere—non fosse altro che per cessar di dubitare.