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I suicidi di Parigi

Chapter 48: XVIII.
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About This Book

An older man's calculated plot sets in motion a manipulation of social appearances by promoting a young woman's charm until she becomes the season's celebrated beauty; her rise, staged through gifts, displays and cultivated indifference, provokes envy, desire and competing seductions. The narrative follows how social spectacle, ambition and calculated temptation corrode private morals and public manners, turning admiration into exploitation and igniting intrigues that escalate into crime, degradation and tragic self-destruction as the scheme produces unforeseen, ruinous consequences.

—Ebbene, signore, la mia risposta è questa qui: voi mentite.

—Come! Voi osate…

—Morella è la vostra ganza. L'è dessa che à data la festa, ove sono intervenuti gli altri due per divertirvi. Non è nè ad una charade nè ad una mascherata cui voi partecipavate, ma ad un'orgia. Non era di hatchich che voi eravate ubbriaco, nè lo hatchich che vi aveva messo in quello stato di annientamento, ma…

Vitaliana si coprì delle due mani la faccia, divenuta di un tratto infiammata.

—Basta!—gridò il duca. Vi ànno pervertita. L'è un'immaginazione disordinata che erutta tutte quelle immonde supposizioni… Ed il mio cuore sanguina, che voi travestiate di una maniera sì inqualificabile un'imprudenza cui io non scuso. Non si domanda ad una festa turca il non mi toccare di educandelle del Sacré-Coeur. La gelosia vi fuorvia. Alcuno non m'insegnerà ciò ch'io mi debba…

—E ciò che mi dovete, e ciò che voi dovete a vostro figlio, signore.

—Io non ammetto la lezione, madama. Ciò che vi compromette, ciò che compromette il nome del vostro figliuolo sono le vostre scappate, di notte, col principe, in una casa dove l'uno non era invitato e dove l'altra avrebbe dovuto astenersi di entrare. Ora, io debbo vegliare al mio onore, madama. Il mondo è indulgente per le colpe degli uomini; implacabile per quelle delle donne.

—Quali sono le colpe che il mondo vi permette, signore? Tradir la consorte, darsi una sgualdrina, far dei debiti, giocare, dar i gioielli di sua moglie ad una cortigiana… e poi ancora?

—Ebbene, per Dio! tutti fan dei debiti, giocano, ingannano le mogli, si accordano più o meno un'amante. Avete voi veduto mai vituperare un uomo per codesto? Supponete che io mi abbia fatto come gli altri; che io abbia morsicato al frutto proibito; che una donna mi abbia stregato e mi abbia fatto commettere qualche storditezza; supponete ciò… Era codesta una ragione per farvi correr Parigi, e cacciarvi in casa di una donna leggiera, la notte, in compagnia di uno straniero che à fama di corruttore di donne? Ecco, ecco, madama, ove è la colpa vera e la gravezza, cui io mi risolverò con pena ad obliare.

Vitaliana saltò dal suo canapè, gli occhi quasi stralunati, il viso rosso, i lineamenti contratti. La sua voce, tutte le sue membra tremavano.

Il duca indietreggiò di un passo.

—Ah!—balbutì Vitaliana—ecco la colpa, dite voi? ecco la colpa cui voi non perdonerete che esitando! Ebbene, sappiate che v'ànno altre colpe—dei delitti anzi, cui io non perdonerò giammai—ed io vo' ad apprenderveli perchè la vostra imprudenza mi riduce allo stremo.

—Madama, madama…

—Voi siete un ladro, signore. Voi avete rubato 60 mila franchi alle carte, in casa del principe di Lavandall, ed io vi ò visto, dei miei proprii occhi visto. Voi siete un vigliacco, signore, un vigliacco! Vi ànno proposto di bruciarvi le cervella nel giardino, e voi avete rifiutato…

—Vitaliana!… gridò Balbek interrompendo.

—Voi siete autore della vostra indegnità con premeditazione—continuò Vitaliana—perchè voi avete scritto e firmato una dichiarazione di ladro, cui io ò letta. Ma, al disopra di tutto ciò, signore, voi siete infame, perchè vi proponete di trafficare di non so quali documenti, che si riferiscono ad una successione reale, minacciando di contaminare una regina che forse è vostra complice; di ruinare un fanciullo che forse è vostro figlio; di gettare una nazione nella guerra civile—se non vi affogano di oro! Ecco chi voi siete, signore, ciò che voi volete, ed i delitti cui nè il mondo, nè io vi perdoneremo giammai. Se mio padre fosse vivo, egli vi avrebbe fatto saltare quel cervello cui tenete tanto. Che posso io, io? Pregare che non si disonori un nome, cui mio figlio ed io portiamo; proporre una transazione. Ove sono codeste carte, signore? Ci si dice: onore per onore, carte per carte… Ove sono desse? Voi volete farne quattrini, e lasciare il nome di vostro figlio infamato!

Il duca era caduto coma fulminato.

Trovando sua moglie così ben ragguagliata sopra tutti i suoi atti, egli intravide una correlazione, che traversò il suo spirito come un baleno. E' si sapeva infame; cominciava a sospettare s'egli non fosse altresì il trastullo di qualcuno!

Pertanto, l'accento, l'attitudine, il viso trasfigurato di sua moglie, le accuse terribili cui pronunziava, lo sopraffacevano. Era confuso, quel diplomatico! La sfrontatezza lo abbandonava. La scusa stessa spirava sulle sue labbra.

Ei rimarcò, tuttavia, che si esagerava la portata dei documenti, cui il destino aveva messo nelle sue mani, e che mentivano attribuendogli il disegno di mercanteggiarli.

—Io ò visto di questi occhi—soggiunse Vitaliana—uno spaccio del principe di Tebe, che ordina di comprare quelle carte ad ogni costo, perchè li re Taddeo è morto ieri o deve morire oggi. Lo assassinano forse.

—Ma, allora, chi è che vuole quelle carte? che vogliono farne?—gridò il duca in un accesso di terrore.

—Le si vogliono bruciare—in uno alla dichiarazione cui avete firmata. Vi si vuol mettere nell'impossibilità di fare il male. Si vuol salvare l'onore del nome cui porta mio figlio…

—E se rifiuto?

—Che so io! Per togliere ogni credito alle vostre scritte, v'infameranno—depositando al club il documento firmato da voi, dal dottore di Nubo, dal principe di Lavandall e da due signori russi. Lo pubblicheranno nei giornali. Vi schiaffeggeranno. Vi cacceranno di dovunque… Oh! padre mio! perchè siete voi morto! Ma suicidatevi dunque, suicidatevi, infame… non assassinate così vostro figlio!

Il duca rimase per qualche tempo la fronte nelle mani, la testa appoggiata al dorso di una poltrona, senza neppur osar respirare.

Che dramma tempestava nel suo cuore? impossibile sbrogliarlo! Fluttuava nel caos. Passioni e dubbi, risoluzioni estreme e scoraggiamenti, rimorsi ed odii si allacciavano, si contorcevano. Infine, egli uscì lentamente, senza sapere che si facesse, sempre assorto.

Entrò nella sua camera; si diresse verso il mobile ove erano le carte; l'aprì; scostò la tavoletta; fece scattare le molle della toppa secreta; cercò il taccuino violetto; rimestò… ancora; si fregò gli occhi; rimosse tutti gli oggetti; visitò tutti gli spigoli; portò le mani alla sua testa; vacillò… e cadde sopra una sedia.

Poi si rilevò di un salto, e corse alla duchessa—la quale, la testa cacciata fra i cuscini del divano, piangeva.

Il duca la guardò, la contemplò.

Quell'attitudine di annientamento cangiò il diapason della sua voce ed il filo delle sue idee—disperse forse i suoi sospetti. Borbottò dunque di una voce sorda:

—Ma l'ànno rubate!

—Che?

—Quelle carte. E pertanto, una sola persona al mondo conosceva il segreto della toppa: voi, madama!

—Ah! ciò eccede il possibile!—gridò Vitaliana, uscendo con veemenza. Voi siete infame fino all'estremo. Ebbene, che l'abisso si apra per tutti.

Vestirsi, uscire, salir in un fiacre, correre da suo cugino, fare irruzione nel suo atelier… non fu che uno slancio. In meno di un'ora, ella si trovò in faccia del conte di Alleux, e gli gridò:

—Adriano, io ti amo. Eccomi a te!

Adriano gettò un grido ed aprì le braccia.

—No, giammai—gridò di nuovo Vitaliana—rinculando, giammai qui!

E con la stessa esaltazione e la medesima precipitazione che aveva messo a venirsi a dare a suo cugino, fuggì di colà e ritornò a piangere in casa sua.

Adriano non ebbe nemmanco il tempo di gridarle dietro:

—Io ti amo, Vitaliana!

Egli ricadde sul suo seggio, e, come un uomo che parla in meditando, si disse:

—Ed il marito?… Ah!… Ebbene… ella è vedova!

XVI.

Le dighe si rompono.

Nelle situazioni estreme, o si diviene idioti o si acquista una lucidità ed una prontezza straordinarie delle facoltà.

Il duca di Balbek, avendo il senso morale obliterato, non divenne ebete. Perocchè d'ordinario questo stato di spirito è il risultato dell'eretismo della coscienza—quando non v'è lesione organica materiale che lo determina.

Il duca riconobbe dunque immediatamente la mano che aveva potuto sottrarre il suo portafogli violetto dal suo stipetto. Ei ve lo aveva visto due giorni innanzi. Le carte erano dunque state prese in sua casa, negli ultimi due dì.

I domestici non erano in causa. Essi avrebbero, tutto al più, aperto il mobile, ma non avrebbero potuto far agire la molla del nascondiglio.

L'artista che aveva inventato quella piccola macchina era a seicento leghe da Parigi—perchè quel mobile gli era stato inviato dalla regina Bianca. Il duca non aveva comunicato questo segreto che a sua moglie—e se n'era immediatamente pentito. La violazione del segreto proveniva dunque da lei. La cameriera forse glielo aveva carpito; forse i complici di Vitaliana glielo avevano strappato.

Il duca non sospettò un solo istante sua moglie. Ma per i dettagli così esatti ch'ella gli aveva ricordato delle azioni di lui, egli non poteva più dubitare che sua moglie fosse l'organo di un concerto segreto, che la metteva in movimento.

S'informò delle persone venute al palazzo i due ultimi giorni.

Il suo cameriere gli narrò che il conte di Alleux era venuto a parlare alla signora, alle otto del mattino; che l'avevano fatto aspettare—e che aveva infatti aspettato in camera del duca, fumando e leggendo.

—L'è ben questa!—gridò il duca.

Vitaliana rientrò dopo il suo colpo di testa.

Passò per parossismi opposti, di onta, di amore, di gelosia, di pentimento, di risoluzione: un uragano solcato di pianto, di slanci, di progetti, di dispetti! Poi aveva scritto a suo cugino tutto ciò che era occorso fra suo marito e lei, l'interrogatorio a cui il duca aveva sommesso i domestici, ed il motto che gli era sfuggito.

Vitaliana attribuiva questa attitudine ultima del duca alla gelosia.
Ella aveva di già interamente obliato le carte ed il resto!

La sua vita nuova datava dalla confessione del suo amore, che aveva fatta a suo cugino—ed in quello si riassumeva.

Adriano fu più chiaroveggente.

—Tanto meglio!—sclamò desso. Sarà più presto finita. Se potessi soltanto sparmiarmi di ucciderlo!

Si apparecchiava a dare qualche ordine, attendendo da un momento all'altro la visita del duca o un messaggio dalla parte di lui, quando il conte Sergio di Linsac entrò.

Il signor di Linsac era un pochino zio di Adriano.

—Tu arrivi a proposito, zio—esclamò Adriano. Io ti confisco.

—Io mi pensava che la Charte vérité avesse abolito quella villana cosa che addimandasi la confisca.

—Sì—con la medesima verità ch'essa è statuto! Ebbene, che ti à risposto il signor di Lavandall?

—Ti aspetta alle cinque, stassera, se non ài che semplicemente a parlargli; alle due, se ài qualchecosa a rimettergli, dalla parte di qualcuno. Cosa dunque macchini tu con quell'alta spia? Ti vorresti tu incanagliare nella polizia russa?

—Sta tranquillo, e non domandarmi nulla adesso. Più tardi, ti dirò forse tutto. Infrattanto, tu non mi lascerai punto per oggi; mi seconderai e mi darai la replica, se qualcosa arriva che mi obblighi a rappresentare la commedia.

—Ma io ò bisogno di andare al mio giornale, petit.

—Ta! ta! ta! Vado lì lì a scarabocchiarti il tuo premier-Paris, mentre tu fumi i miei avana, e lo manderò all'ufficio. Sei tu contento, brontolone?

—Che vescovo à perduto con te la Chiesa, monello! Saresti stato papa.

L'asciolvere terminava, quando il domestico annunziò il duca di
Balbek.

—Ah! come arrivate a proposito, cugino—sclamò Adriano, andandogli incontro senza però dargli la mano. Andrete ad esser giudice di una scommessa che ò fatto con questo mio signor zio—il più difficile degli zii che lasciano nulla, morendo, ai nipoti!

—T'inganni, figliuolo—l'interruppe Linsac: ti lascerò i miei debiti e le mie pipe.

—Signor Adriano, avrei a parlarvi—rispose il duca di un tono grave.

—L'è un affare di quindici minuti, non più. Usciamo nel giardino, ove tutto è pronto. O' scommesso cinquecento franchi con mio zio, che sparerò ventiquattro colpi di pistola ed abbatterò, per lo meno, ventidue statuette. Ora, come il signor Sergio è cavilloso, siate voi giudice dei colpi.

La proposizione del conte di Alleux occasionò probabilmente una certa emozione nel duca di Balbek, poichè il suo labbro inferiore fremè e la sua fisionomia espresse un doloroso stupore. Ciò malgrado, accettò la funzione di giudice cui gli si proponeva, e fu il primo a dirigersi verso il giardino.

Il signor di Linsac guardava Adriano di una ciera significativa.

Adriano aveva nel suo giardino un tiro con un bersaglio e dei pupattoli sempre allestiti. Prese dunque la sua scatola a pistole e cominciò la sperienza.

I ventiquattro colpi furono tirati.

Adriano aveva promesso ventidue mouches: ne fece ventiquattro.

L'emozione del duca raddoppiò.

—Ti propongo una rivincita—disse infine Adriano a suo zio. Andremo di questo passo in una sala d'armi. Farò dieci assalti col maestro. Se egli è Grisier, scommetto i cinquecento franchi che mi devi, che lo toccherò cinque volte. Se è con tutt'altro maestro di sala, lo bottonerò sette volte.

—Accetto—disse Sergio. Duca, volete voi tenere la scommessa con me?

—Se sono giudice—rispose costui lentamente—non posso esser parte.

—L'è giusto—sclamò Linsac.

—Ebbene—riprese Adriano—andremo a chiacchierare un istante, il duca ed io, perchè egli à a parlarmi; poi ci recheremo ove vorrai, zio.

—Andiamo al momento—interruppe il duca. Parleremo di poi, con più agio. Il mio coupé è alla porta. D'altronde, non voglio far ritardare il cronometro della politica europea—soggiunse quindi, stendendo la mano al signor Linsac.

Questi s'inchinò.

—Ahimè! mio caro duca—rispose Sergio—io posso aspettare; imperciocchè oggidì non sono più i cronometri che regolano la politica, ma le vecchie pendole.

Mezz'ora dopo erano da Grisier.

Un'ora dopo, la scommessa era stata guadagnata.

Adriano aveva toccato il gran maestro sei volte, e parato a meraviglia.

Adriano lasciò una cedola di 200 franchi sul caminetto del maestro, e, volgendosi a Linsac, gli disse:

—Andrò a prendervi alle cinque, e pranzeremo insieme. Ora, cugino, son tutto vostro. Volete parlare in vettura, andare a casa vostra, o ritornare alla mia?

—Da voi—rispose il duca.

Quando furono soli, il contegno di Adriano cangiò.

Il suo viso, sì dolce e trasparente, assunse un'aria dura, altera e supremamente disdegnosa.

Il duca pareva completamente abbattuto.

—Io vi aspettava—disse Adriano, sedendo—ed avete potuto vedere che sono preparato.

—Perchè mi aspettavate voi?—domandò il duca. Voi avete dunque dei rimorsi?

—Io mi metto di raro nel caso di averne—replicò Adriano.

—Nel caso!—mormorò il duca.—Con gli altri gentiluomini si sa anzi tratto quali sono codesti casi. Con noi altri, allevati al seminario o dai padri gesuiti, codesti casi sono indefiniti e sfuggevoli.

—Voi credete?

—Ditemi, a tutto azzardo, se voi opinate che introdursi in casa di qualcuno che è assente, aprire i mobili, pigliarvi un portafogli con delle carte, non sia il caso di aver dei rimorsi e di offrire delle spieghe.

—Gli è inutile l'andar per circuiti—gridò Adriano con impazienza.
Precisate i fatti.

—Precisare! Ma e' mi sembra che io mi abbia messo il proposito assai chiaramente. Gli è vero, sì o no, che voi siete venuto ieri mattina, alle otto, in casa mia?

—Sì. E poi?

—Gli è vero, sì o no, che vi si è fatto attendere nella mia camera da letto, a richiesta vostra, per fumare liberamente, avete voi detto?

—Sì. Continuate.

—Continuo, certo, perocchè non vi è che voi che siate entrato in quella camera. Ora: siete voi che avete aperto uno stipetto a capo del mio letto, e che ne avete tolto un taccuino di velluto violetto, con delle carte di Stato?

—Sissignore!—gridò Adriano, levandosi. Conchiudete.

—Ah! voi lo confessate dunque?—borbottò il duca, tremando di collera. Siete voi dunque che avete rubate le mie carte!

—Olà!—urlò Adriano. Rubare è una parola che non squarcia mica la bocca a voi—a voi che siete abituato alla cosa! Ma non osate articolarla più in mia presenza, se volete evitarmi il disgusto di schiaffeggiarvi.

—Che cosa è codesto modo di favellare?—osservò il duca atterrito.

—Il modo con cui gli uomini di onore parlano alla gente della vostra specie e del vostro calibro. Sì, le conosco tutte le vostre gesta: ciò che è occorso la notte del ballo presso il principe di Lavandall; ciò che è occorso la notte dell'orgia in casa Morella; i vostri debiti; le vostre scroccherie; il furto dei gioielli, che avete commesso in pregiudizio di vostra moglie; l'uso cui vi apprestavate a fare dei documenti che vi ò presi. Mia cugina andava a soccombere alla tentazione di restituir quelle carte contro l'autografo glorioso cui avete scritto presso il principe di Lavandall. Carpirvi quel portafogli sarebbe forse stata una cattiva azione per vostra moglie. Gli era un dovere per me d'impedirle di contaminarsi. Gli è un dovere per me d'impedirvi di aggiungere altra infamia all'onta cui avete di già sparsa sul capo di vostra moglie e del vostro figliuolo.

—E chi vi à delegato codesto doppio dovere, signore?—dimandò il duca.

—Il sangue che mi corre nelle vene. Ma ciò non è tutto ancora. Vi ò dato delle spieghe. Ascoltate adesso i miei ordini.

Balbek trasalì.

—I vostri ordini?—borbottò egli sillabando, le labbra tremanti.

—Cui eseguirete come quelli del vostro re. Vi do, per compierli, un mese—a partire da questo momento, le 3 e 25 minuti del 7 marzo, fino alle 3 a 25 minuti del 7 aprile.

—Vi ascolto—biascicò il duca, più bianco che la sua camicia—e sono soprafatto dallo stupore.

—Io non so che uso farò di quelle carte cui vi tolsi. Al contatto di quell'immondizia: diplomatici, spie e pretendenti a cui vo' a fregarmi, il sentimento del giusto e del vero si perverte. Io non so se giungerò a strappare dagli artigli del Russo la dichiarazione firmata da voi. Ma l'è questa l'ultima delle mie preoccupazioni. Vostra moglie è vedova, da ieri in qua. Vostro figlio sarà, a partir da domani, non più il duca di Balbek, ma il conte di Meuge. Che il vostro nome resti o no contaminato innanzi al pubblico, ci cale men di nulla. Perchè, per noi, non è il mondo che determina il delitto: gli è il delitto stesso che ci fa orrore. Che la vostra infamia resti nascosta, voi non siete meno, agli occhi nostri, un codardo, un ladro, uno scroccone, un brigante che si mette in agguato armato di scritte delicate, e grida ad una regina: la borsa o il trono! Noi vi disprezziamo. La vostra presenza ci è divenuta intollerabile, ci fa nausea. Capite voi questo?

—No. Ma terminate.

—Ebbene, voi avete un mese di tempo per dimandare ed ottenere dal vostro governo la vostra rimozione da Parigi. Se, a capo di questo tempo, voi non siete scomparso da questa città, solo, senza moglie e senza figliuolo, io vi schiaffeggio la sera e vi uccido l'indomani. Voi venivate a domandarmi probabilmente un duello. Voi avete visto che vi accordo un mese d'esistenza—perchè non voglio imbrattarmi le mani di un simile sangue. Ecco.

Il duca, che era stato assiso durante questa scena, si alzò e disse:

—Una parola ancora, per mio governo, signore. Gli è la virtù sdegnata sola che vi detta quei propositi?

Adriano si fermò di botto. Era stato colpito in mezzo del petto. Esitò un istante a rispondere; poi, senza nulla dire, indicò del dito la porta al duca e si assise.

Il signor di Balbek soggiunse:

—Io non rilevo i vostri insulti, signor di Alleux. Voi parlate con lo stesso senza scrupoli con cui agite. Noi siamo entrambi allievi della Chiesa: ci intendiamo dunque. Io smentisco le indegne supposizioni cui avete costrutte sulle mie intenzioni—di trafficare, cioè, delle carte cui mi avete involate. Io non iscuso le mie colpe—di cui voi avete goduto i frutti nelle braccia della mia ganza. Vedrò, quando l'ora sarà opportuna, se conviene di battermi con voi o di premunirmi. Voi capite? Poichè voi chiamate impedire di contaminarsi ciò che il mondo chiamerebbe rubare, io mi permetterò di addimandare premunirmi ciò che gli ingenui addimanderebbero assassinare.

Il conte sorrise.

Il duca continuò:

—Mia moglie e mio figlio mi riguardano… ed all'uopo vi son perfino dei tribunali…

—Vostra moglie è vedova—gridò Adriano andando verso il duca. E se voi non vi rassegnate alla vedovanza sociale, cui le avete fatto, io m'incarico di far eseguire da Dio la sentenza del mondo. I forzati perdono i diritti civili.

E ciò dicendo chiudeva l'uscio del suo salone in faccia al duca.

Alle cinque, Adriano entrava nel gabinetto del principe di Lavandall.

—Signor conte—disse il principe di Lavandall—voi siete cugino della duchessa di Balbek. Venite altresì in nome di lei?

—No, signore. Io vengo nel nome mio proprio. La duchessa però mi à narrato le proposizioni cui le avete fatto, gli accomodamenti che avete stabiliti. So tutto, insomma.

—Ne sono lietissimo. Amo meglio trattar con un uomo—continuò il principe. Si esce sempre battuti di un negoziato con una donna. Se il diplomatico trionfa, l'uomo perde; se il cavaliere si allegra del suo successo, il negoziatore ne piglia il bruno. Gli è impossibile intendersi, quando non è lecito chiamar le cose del loro nome; quando è mestieri far delle perifrasi per spiegarsi, ed astenersi dalle proposizioni chiare, brutali: se no, no! Preferisco dunque intendermi con voi. Che venite a dirmi?

—Son compiaciuto trovarvi del mio avviso, principe. La duchessa non poteva intingere il dito, senza insozzarsi, in questa immonda bisogna. Le ò sparmiato questo compito, a sua insaputa. Ecco dunque che vengo a dirvi. Voi avevate proposto un baratto: carte per carte! Io vi porto, al contrario, quest'offerta: silenzio per silenzio!

—Come ciò?—sclamò il principe.

—Dapprima, signore, è una cosa, che antistà a tutte, a dichiararvi: che, cioè, l'onore del signor duca di Balbek non ci riguarda più. Esso è a voi: potete sparmiarlo o distruggerlo a vostro talento. Madama di Balbek ritorna contessa di Meuge. Suo figlio prende il nome dell'avolo. Cosicchè, che voi conserviate, pubblichiate o bruciate la dichiarazione del duca, cui possedete, torna per noi completamente lo stesso. Noi lo abbiamo cancellato dalla nostra famiglia. Egli potrà essere per il mondo puro o riabilitato; per noi, egli sarà mai sempre infame.

—E la signora di Balbek consente a codesto?

—Ella lo esige per la prima.

Il principe azzeccò il suo sguardo dritto e profondo sul conte e replicò:

—Ne siete voi ben sicuro, signor conte?

—Signore, io non ò l'abitudine di parlare alla ventura. Ciò posto, venghiamo agli altri documenti.

—Ebbene?

—Io li ò. Io li ò presi, per impedire che la duchessa li prendesse. Conosco il valore di quelle scritte, e l'uso che se ne potrebbe cavare…

—Allora?

—Allora, io li conservo—come se mi fossi un sepolcro!

—Ma non è codesto che era stato convenuto con la duchessa.

—Lo so. Ma altresì, io non agisco d'appo i suoi ordini. Ecco il mio avviso, signore. Il vostro governo è avverso alla regina Bianca, favorevole a quell'abbominevole principe di Tebe—di cui l'elemento vitale è il delitto e l'abbrutimento dei popoli per mezzo del clero e dalle fraterie. Questi documenti, nelle vostre mani, potrebbero servire ad un compito più fatale di quello del duca di Balbek. Egli vuole quattrini; voi volete confiscare la libertà di un popolo. Quegli mira alla lista civile della regina; voi al trono di lei. Un uomo di onore non può dar mano ad alcuna di codeste manovre. Io ò quelle indegne carte. Le conservo, le sotterro—se tuttavia non le brucio.

—Ma, signore, le avete lette voi, quelle scritte?

—Sì.

—Allora, voi vi fate complice di una estorsione, di un adulterio, di una sostituzione, di un furto, di una prostituzione… che so ancora? voi tenete il sacco a coloro che rubano.

—Signore, i due re ed i loro ministri sono stati infami; il duca di Balbek—forse il meno colpevole—è stato infame anche egli. La morale si vela la faccia in mezzo a quella gente. Io non mi preoccupo ove sia la giustizia. Io non calcolo che questo: la regina Bianca è un vituperio; il principe di Tebe un flagello. Il vituperio ricade sur una regina; il flagello si abbatte sur una nazione. Dei due disastri, scelgo il minore. Qual re al mondo, d'altronde, può affermare: questo figliuolo è mio? Gli altri lo sospettano; Taddeo IX lo sapeva.

—Conchiudete, signore, se vi aggrada—disse il principe freddamente, ma umiliato del suo scacco fino al fondo dell'anima.

—Termino, principe. Ecco dunque l'ultima mia parola: silenzio per silenzio—se volete essere generoso. Se no, fate l'uso che vi piace dell'autografo del duca. Io fo scomparire le carte di Balbek.

—Signore, avreste voi per avventura un terreno meno assoluto sul quale potessimo impegnare un negoziato più logico?

—Signore, io non sono mica diplomatico, e perciò non negozio. Vi dovevo una risposta dalla parte di mia cugina, ed una spiegazione da parte mia. Ve le porto. Esse contrariano forse il diplomatico; ma io porto nella mia coscienza il convincimento che il padre, il marito, il gentiluomo, che sono in voi, non mi sconfesseranno. Me ne appello al vostro cuore ed al vostro onore, principe.

Il signor di Lavandall si alzò, senza rispondere, salutò e ricondusse il conte di Alleux fino alla porta del suo gabinetto.

La sera, Adriano andò a raccontare a sua cugina tutto ciò che si era passato fra lui ed il duca, e fra lui ed il principe.

Vitaliana approvò…

La duchessa si dileguò.

La donna si mostrò allora in tutta la sua potenza.

E la lotta cominciò.

Il fantasma di Morella andava a costare ad Adriano più di cure, che non gli era costato di tempo e di pena la conquista di lei.

—Vitaliana—disse infine Adriano partendo—che debbo io sperare?

—Mio povero amico—rispose la duchessa di un accento triste e scoraggiato—di' piuttosto: che debbo io temere?

—Io metto tutto nella mia posta—riprese Adriano.

—Me lo immagino bene—replicò Vitaliana. Perocchè io vi metto tutto, e, più che tutto, me stessa ed il figlio mio!

Adriano partì, il paradiso negli occhi, lo sgomento nel cuore.

Prevedeva egli?

XVII.

Corbezzoli! Fidatevi dunque dei fiori!

Due settimane sono scorse.

Una mattina, a mezzodì, il duca si presentò in casa del dottore di
Nubo.

Il duca non aveva ancora trent'anni.

Ieri ancora, egli sembrava sì giovane, sì felice! Alcuni giorni di quella zona torrida della sventura lo avevano maturato subitamente!

Par di quarant'anni adesso.

Vari capelli bianchi si fan passo sulle sue tempie. È fosco. È affranto. Il suo sguardo, capovolto indentro, è velato e tetro. I suoi abiti non dinotano la negligenza, ma la gravezza delle preoccupazioni dello spirito.

E davvero, gli era impossibile di cumular più disastri sur un capo di uomo, in minor tempo e con altrettanto rigore!

Era marito invidiato, padre contento, circondato di una considerazione relativa, onorato. Aveva un'amante che gli apriva olimpi incogniti. Possedeva un parafulmine che lo metteva al sicuro dalle disgrazie della sua corte e dalla ingratitudine della regina Bianca. Poteva innalzare ancora la fronte con orgoglio: sua moglie era pura; la sua casa casta; la sua fortuna al livello dei suoi bisogni e del suo grado…. Tutto codesto si è sprofondato come una valanga! Un bacio di donna à creato più ruine che il ciclone nei mari del Sud ed il simoun nel deserto!

—Io sono un misero!—sclamò egli infine, essendosi assiso, dopo qualche istante di tacere, cui il dottore non interruppe perchè gli scandagliava il cranio ed il petto del suo occhio scrutinatore.

—Bah! bah! io sono abituato a quelle frasi—rispose il dottore di un tono gaio. Tutti coloro che vengono a consultarmi cominciano per quel motto. Come la lingua francese è povera, e lo spirito umano poco elastico!

—Il dolore è un grido e non una lingua, dottore—osservò il duca. Voi lo ignorate; tanto meglio!

—Che vi càpita, dunque? Io credeva, al contrario, che la calma vi ritornasse.

—Io sono agli estremi. Mi affliggono a questi tre abissi: uccidermi, lasciarmi uccidere, o assassinare!

Il dottore, forte pensoso, si grattò la fronte, e dimandò lentamente:

—E voi avete scelto?

—Ve lo chieggo a volta mia.

—Insomma, spiegatevi.

—Voi non mi comprendete, dunque? Avete voi mai assaporato la gelosia dell'odio?

—Ignoro quella dell'amore—figuratevi! Allora?

—Scandagliate. Voi conoscete una parte dei miei disastri.

—Sopra una parola anticipata della morte del re Taddeo—cui il signor di Lavandall si lasciò scappare a disegno—ò guadagnato alla Borsa cento mila franchi. I nostri debiti comuni, e quelli di cui aveva risposto, addossando le vostre cambiali, sono pagati.

—Non è il danaro che cagiona le mie sventure.

—Morella dunque?

—Morella parte dopo domani per la Turchia, a traverso la Russia, in compagnia di parecchi signori. Lord Warland guadagna l'handicap. Ella finirà per recarsi in Italia, e sposarvi un marchese, un ministro, un duca, o che so io.

—Voi non l'amate dunque più?

—Non ne so nulla. Galleggio nella nebbia.

—In questo caso, venite a vedermi quando sarete sboccato nel chiaro.

—Voi non vedete dunque altro nel mondo, voi, che la pecunia e la ganza?

—Vi trovate voi altra cosa?

—Io era padre. Mi si viene a dire: voi siete disonorato; il vostro figliuolo non porterà più il vostro nome! Ero marito. Mi si dice: voi siete infame; vostra moglie è vedova!

—La sentenza è feroce.

—Ora, io amo il mio bambino. Senza proprio amarla, tengo a mia moglie. Protesto. Mi si risponde: lascerete Parigi fra un mese, solo, ovvero io vi sforzo a battervi in duello e vi uccido.

—Battetevi allora.

—Non mai. Io sono vile. Spiegate ciò. Se mi trovassi alla testa di uno squadrone, io mi slancerei il primo sur un quadrato di fanteria, sur una batteria. Svenirei, se vedessi una pistola puntata su di me, o una puntata di spada volteggiare attorno al mio petto. Io sono affatto l'opposto dei nostri Siciliani, i quali ànno il terribile coraggio di battersi al duello del coltello, e levano il piede sul campo di battaglia, al primo colpo di cannone.

—Sarebbe egli il conte di Alleux che vi accocca quell'intimazione?

—Egli stesso.

—Egli ama dunque vostra moglie?

—Si amano.

—Ne siete voi ben certo, di parte della duchessa?

—La cameriera—che fin qui fu al soldo del conte di Alleux per riferirgli tutto ciò che Vitaliana faceva—è passata al soldo mio, adesso che il conte viene due volte al giorno ad informarsene da Vitaliana ella stessa. Questa cameriera dunque me lo assevera.

—Allora, partite.

—Impossibile. Osservatemi come sono cangiato. La mia vita è un letto di aculeo. Dovunque io mi giri, gli è tenebre. Dovunque io mi proponga abbordare, gli è l'onta, il delitto o la morte. Non oso più escire, ed ò paura di restare a casa. Se veggo un fanciullo nelle vie, il singhiozzo, il soffoco mi prendono. Se incontro una coppia felice, le lagrime inondano gli occhi miei. Io trovo uno scherno in tutti gli accenti. Ogni parola mi sembra un'allusione. Si direbbe che una mano invisibile scriva le mie colpe sulla mia fronte, e che ciascuno ve le legga. I miei colleghi mi squadrano singolarmente. Morella non mi discaccia neppur più; io non esisto più per lei! Sono andato al teatro, pensando distrarmi; ò creduto riconoscere che mi avevano messo in iscena. Sono andato al ballo della mezza-quaresima; una maschera si è avvicinata e mi à detto: «Ai tu incontrato tua moglie?» Evitano al club di giocare con me. Io trascino nelle feste un piglio che mette le donne in fuga, gli uomini in guardia. All'ultimo ballo delle Tuileries, la regina non mi à parlato. E dietro a me, un militare chiedeva ad un altro, facendo certo allusione ai casi miei: «Come vanno le vostre colombe?»

—Non ne avete dunque mica abbastanza di guai reali, che ve ne create tanti con l'immaginazione?—dimandò il dottore.

—L'immaginazione non alloggia in casa mia. Gli è il fatto materiale che mi schiaccia. Avevo una posizione: me ne cacciano! Avevo una casa: me ne esiliano! Avevo credito: è distrutto! Avevo dei documenti che mi potevano permettere di forzare le porte del favore e scongiurare la disgrazia: me li ànno rubati! Avevo un'amante: me l'ànno sedotta, e se ne vola con l'ultimo mio scudo! Avevo una moglie: si mette al suo capezzale una pistola, ed una spada per interdirmene l'approccio. I miei famigliari sono spie. La mia casa un Calvario… E, malgrado ciò, bisogna che fra due settimane io la lasci!

—Cazzica! se v'incomodate qualcuno!

—Oh! che notti sono le mie, dottore! Vagabondo per Parigi, tanto che io non mi caggia spossato. Io cionco senza potermi ubbriacare ed obliare! Ritorno a casa inzaccherato, lasso, infetto. Credo che quel letto, il quale, ieri ancora mi offriva il sonno, mi tenda le braccia: la disperazione vi si apposta, l'insonnia vi sibila di tutti i suoi serpenti! Le tenebre sono implacabili: non vi è fantasma che non vi sputi le sue furie. Io mi alzo scacciato dall'incubo delle visioni, dei desideri, dei delirii, dei rimorsi, della gelosia… tutto il mondo dell'inferno si rizza sulla mia fronte! Ed io vo, corro, urto a tutti gli angoli, investo tutti i mobili, mi rotolo sul tappeto, striscio, mi trascino fino alla porta di lei… Dessa è chiusa! Ella è rinchiusa! Ma io odo quella respirazione dolce, calma, eguale, talvolta un piccolo gemito… La pace è colà!… forse anco un'anima che pronunziò la sua finale sentenza—e trova il riposo nella risoluzione estrema. Guardo attraverso il buco della serratura quel nido rischiarato da una luce d'ambra… Ecco le sue vesti; ecco la psiche che la rifletteva or ora, facendosi bella per un altro; ecco le sue calze, le sue pantofole… Ella sogna… delle parole le sfuggono dal cuore… Io brucio ed i miei piedi sono nudi, il mio petto è nudo, appena se sono coverto… Vado a picchiare? vado a chiamare? vado a torcermi alle sue ginocchia e gridare: grazia!?… Oh! giammai! Tre parole implacabili sono nella sua bocca: codardo, ladro, infame! Me ne fuggo e ritorno nella mia camera per vegliare, inabissarmi e riflettere… riflettere che, qualche ora innanzi, quella medesima bocca, che à per me propositi sì feroci, diceva ad un altro: io ti amo! Ed ecco i miei giorni, ecco le mie notti. E malgrado ciò, lo ripeto, notti e giorni sono contati.

—Siete voi deciso a partire?

—No. Li ucciderò.

—Riflettete. Val meglio battervi. Avere una probabilità…

—Alcuna. L'ò visto all'opera.

—Un assassinio, anche nel caso di flagrante delitto, provocherà discussioni. La giustizia cava come l'acqua che cade. Essa rimuoverà tutto, rimuginerà dovunque, interrogherà tutti: e d'indagine in indagine, d'induzione in induzione, si arriverà al gabinetto di Lavandall, al salone di Morella. Siete allora perduto senza remissione. Ascoltatemi: battetevi o rassegnatevi.

—Io non posso rinunziare a Vitaliana—riprese Balbek dopo un minuto di riflessione… Perocchè, l'ò capito, ecco ciò che mi vogliono. Si dice: Ci amiamo da dieci anni, ed abbiamo rispettato il vostro onore, perchè voi stesso lo rispettavate. L'avete contaminato; ci stimiamo affrancati. Nulla c'impegna oggimai a preoccuparcene più che voi non ve ne preoccupate. Voi non amate Vitaliana. Ella non vi ama. L'avete oltraggiata… Via, dunque, via! Il vostro posto non è più allato di lei.

—I colpevoli son sempre logici—osservò il dottore di Nubo.

—Ma io non posso staccarmi da lei. Ella è il mio complemento. Il delitto nell'educazione dei gesuiti, presso i quali venni educato, è precisamente in questo: ch'essi producono degli uomini che non bastano a sè stessi e che ànno il loro complemento altrove. Qui la mano, là la lingua; qui il cervello ed il cuore collettivo, là la persona singola!

—Questa è la base e la forza dell'educazione cattolica.

—Orbene, Vitaliana finisce e completa la mia personalità: ella è quella, metà del me che colma il vuoto. M'intendete? Io mi disonorava fuori; ed avevo l'onore in casa mia! Io ballonzava le vecchie baldracche politiche per ragione di Stato, nelle regioni superiori; e venivo a prendere un bagno di giovinezza e di purità nella mia alcova! Lottavo di menzogne e d'intrighi nel mondo officiale; al mio focolaio, trovavo la lingua casta e sincera, il sorriso morale! Mi attossicavo di amore adulterato e fatturato presso le dame e le cortigiane; la mia ingenua mi disinfettava! Vedevo dovunque il culto del diamante; in casa mia, trovavo la religione del fiore! La febbre dappertutto; in quel salottino, poco bazzicato, la calma! Nel mondo, l'artificio, il belletto, la posa; nei miei lari, la semplicità ignorante! Io mi ritemprava qui, per lottare colà; mi temperavo là, per piacer qui. Io repugnava al vizio, ma non adoravo la virtù. Il delitto mi trovava inabile; l'onore improprio: ero incompleto dovunque. Le ganze erano mia moglie; mia moglie, il mio rimorso.

—Trista parte per una donna!—sclamò il dottore.

—Ond'è, che le donne se ne stancano. Or bene, io, il quale non sono che un istinto stroppiato da casuisti; io aveva trovato la mia direzione: perchè mia moglie, essendo il candore stesso, era una luce. Questa luce è estinta. Vitaliana non mi seduceva…

—Perchè la bianchezza non è un colore—ed i mariti sono tutti come gli Indiani: amano il tatuaggio.

—Io ò corso dietro al tatuaggio come gli altri. Però, in mezzo a quel diavolìo di forme, di spezie, e di colori, io sentiva che, se Vitaliana non era un'esca, era un riposo. Il riposo è l'aria vitale della nature incomplete: me l'ànno involata! Voi sapete come sono stato abbattuto dappertutto; in casa Lavandall, in casa Morella, in casa mia. Che volete voi che io mi divenga in questa situazione? Ricostruite col pensiero il vostro cuore a trent'anni, provate d'intendermi, e venite in mio soccorso.

—In che modo?

—Non importa come. Accetto tutto. Funzionario disonorato, padre senza figlio, marito senza sposa, signore povero… Che ò fatto io dunque perchè tante sventure si precipitino ad una volta sopra di me?

—Che avete voi fatto?—disse di Nubo sogghignando. Ma!… Avete avuto l'inaccortezza di trovarvi lì quando la valanga s'è scardinata.

—Non risaliamo più alle cause. Io non veggo oramai che questi quattro spettri: battermi, uccidermi, assassinare, bandirmi—abbandonando mia moglie nelle braccia di un amante. Fin ad ora ella è pura ancora. Fra tre giorni, nol sarà più.

—Chi vi dice codesto?

—La sua cameriera. Gli è dopo dimani l'anniversario dei nostri sponsali. La vedova si rimarita—là, nella casa mia stessa, in quel nido di rifugio ch'ella s'era costrutto, quando, nelle mie braccia, ella sognava dei suoi giorni di vergine! Ora io non ò nè il coraggio di battermi, nè quello di uccidermi; non voglio a prezzo alcuno lasciarli entrare in quel paradiso. Li ucciderò.

—E poi?

—Poi, poi… Dio crea l'avvenire ed il diavolo lo cavalca. Io soffoco. Il pensiero mi rode; il cuore mi divora. Prometeo era un Sibarita, paragonato a me. Oh sì! li assassinerò… l'è la mia calma, è il sonno che essi ànno estinto negli occhi miei.

—Ascoltatemi un po'. Se venite a me perchè sentite il bisogno di esser salassato, io son chirurgo e sono pronto. Se venite per intrattenermi dei vostri delirii, voi avete mal preso il vostro tempo. Io ò fretta. Il mio editore mi intima di consegnargli un certo trattato sui Fiori, cui gli ò venduto.

—Avete ragione, signore, io sono uno zotico a venire ad appestare l'atmosfera innocente e soave che vi circonda. Il fiore! mille scuse. Io non sospettava d'infettare codesta innocenza del mio alito di omicida.

—Ebbene, caro duca, non vi abbiate di rimorsi a causa di ciò. Imperocchè, ve lo assicuro, io non conosco nulla nella natura che sia così assassino che il fiore.

—Scherzate, scherzate…

—No, punto. Dimandatelo alla duchessa, che li conosce i fiori. Quella cara dama li ama dessa sempre?

—Sempre.

—Allora dimandatele che cosa è il fiore. Io comprendo che Luigi XIV, sì profondamente tenero di sua persona, non li amasse un'acca. Io comprendo che quella giovinetta, di cui parla Filippo Salmuth, preferisse loro l'odore dei vecchi libri; e quel giureconsulto, perfin quello dello stabio! Io comprendo che il famoso medico Paolo Zacchia detestasse la rosa; e che quella dama, di cui parla Samuele Lede', cadesse in sincope alla vista di una rosa rossa. La natura produce certi istinti indicatori, come dessa dota di un grifo il compagno di S. Antonio, per scovrire i tartufi. Respirate il salano, lo strammonio, il giusquiamo, il papavero, la noce, il sambuco… e voi vi addormite. Valmont di Bomare dice che chi sradica la betonia diventa ebbro. Il dottore Berton, pingendo dalla natura il puthos fetido (draconium foetidum) contrasse un'oftalmia. Areteo di Cappadocia parla di certi fiori che provocano l'accesso dell'epilessia. La Gazette de la Santé narra di certi operai che, essendosi addormentati in un granaio dove si erano sparse delle radici di giusquiamo per bandirne i topi, si svegliarono attinti da stupore e cefalgia. E Martino Grunewald assicura che due individui furono colpiti da alienazione mentale per aver respirato, in una farmacia a Dresda, il fumo dei granelli di questa pianta che vi si bruciavano. Barton afferma che il fiore della magnolia glauca occasiona la febbre ed accelera i parossismi della gotta. Le emanazioni della lobelia grandiflora cagionano, secondo Jacquin, dei soffocamenti. In Creta, l'odore dell'anagyris dà la febbre. Il fiore del lauro rosa (nerium oleander) uccide, se si dorma nella camera ove è rinchiuso.

—Uccide? sclamò il duca raddrizzandosi.

—Uccide—continuò il dottore—come le emanazioni del manzanillo di Surinam e della camoeladia dentata di San Domingo. Triller, che à scritto un trattato: De morte ex violarum usu, racconta di una fanciulla trovata morta in un letto da lei cosparso di viole. Nel 1779 occorse lo stesso accidente ad una dama che si era coricata in una camera profumata da mazzi di rose. Le rose uccisero la figlia di Nicola I di Salin; e, secondo Kramer, anche un vescovo di Polonia. Attesta Mattioli, che un fiore avvelenato uccide chi lo respira. Voi sapete come Giovanna d'Albret fu avvelenata con dei guanti profumati… Clemente VII fu morto con una torcia cui gli si portava dinanzi e che bruciava dell'arsenico. Il famoso Dippel si suicidò di questa fatta… E che so ancora! Vedete, dunque, duca, se, scrivendo sui fiori, io sguazzo in quell'empireo di azzurro, cui voi credete aver contaminato dei vostri delirii di omicida.

Il duca rimase silenzioso, la fronte celata nelle mani. Soffriva visibilmente. Si sarebbe detto che lottasse contro il destino.

Infine, si alzò e sclamò con tristezza:

—Voi siete felice! voi raccontate degli aneddoti.

—Be'! egli chiama aneddoti la scienza! Voi credete dunque i nostri autori di scienze naturali un branco di romanzieri?…

—Poco divertenti—interruppe il duca. E si vorrebbe darci a credere che si vorrebbe sostituire, per suicidarsi, un vaso di fiori al carbone tradizionale?

—Esattamente… E voi potete domandarlo alla duchessa.

La connessione di queste due parole, suicidio e duchessa, fece abbrividire il duca. Quantunque pallido di già, impallidì ancora, e balbuziò:

—Mistificatore, va!

Ed uscì.

Il dottore lo accompagnò del suo sguardo fisso e penetrante, e mormorò a sua volta:

—Assassino!

Il duca di Balbek ritornò al palazzo, e parlò alla cameriera. Poi uscì di nuovo, e passò il rimanente del giorno a visitare le stufe di tutti i fiorai di Parigi.

XVIII.

La via del cielo… dopo una sosta.

Il duca di Balbek aveva sulla morale dalle idee incerte, un carattere avvizzito, uno spirito sconcio dall'educazione dei gesuiti: più dispetto che angoscia; più gelosia d'amor proprio che di amore. Non poteva, per conseguenza, sentir fortemente.

L'abbiam visto infatti stemperarsi in un dolore multiforme, melodrammatico, senza coscienza di sè stesso. In quella situazione di spirito, egli era capace di tutto: cadere ai piedi di sua moglie, arrovesciarla nelle braccia dell'amante ed andarsi a distrarre altrove—così bene che di uccider l'una e fare assassinar l'altro. Zimbello degli uomini e degli eventi, il duca trattava gli eventi e gli uomini come delle fole. La sua posizione miserabile, che avrebbe dovuto inspirare una compassione simpatica, non ispirava dunque che disprezzo.

Egli divagava.

Tutt'altra però era la situazione morale di Vitaliana.

La sua educazione, al Sacré-Coeur, non era stata più sana e corroborante di quella di sua marito presso i RR. PP. Ma la giovine donna si rilevava per tre forze divine: la purezza dell'anima, la severità del costume, l'amore! Il suo carattere era più fermo perchè aveva per base un cuore. Le sue risoluzioni erano nette, perchè un abisso separava la condotta di suo marito dalla sua.

I decreti delle coscienze semplici sono irrevocabili: gli è il vaso poroso di Orazio che conserva sempre l'odore di cui una volta s'imbevve—quae semel imbuta recens servabit odorem testa diu!

Sposando quello straniero, cui non amava, Vitaliana gli aveva impartito quanto era in poter suo. Il cuore, no.

Il cuore non è in potere di chicchessia. È maggiore di già, nascendo, e dispone di sè stesso alla ventura.

Sì, alla ventura: un'allodola passa ed il cuore vola con lei!

Ora, l'allodola era passata, ed il cuore di Vitaliana se n'era ito, senza ch'ella se n'avvedesse.

Il dovere, pur nondimeno, la conservò pura.

Ma quando la catastrofe dell'onore di suo marito sopravvenne, ella si sorprese a chiedersi: Perchè mi asterrei io, ora che tutto è perduto?

Adriano l'aspettava.

Nel suo impeto subitaneo, Vitaliana non obliò ch'un dettaglio. Ella andava a macchiarsi delle medesime zacchere che la rendevano così severa all'incontro di suo marito: l'oltraggio all'onore, l'onta rovesciata sul nome di cui suo figlio doveva ereditare!

Ella spense forse ogni rimorso dicendosi: io l'amo! Ma chi sa se la non si disse altresì, più sommesso: sposerò un giorno Adriano!—ovvero: morrò per espiare!

Il fatto è che la si tuffò corpo ed anima in quell'amore.

L'ombra che l'offuscò nei primi giorni fu la sovvenenza di Morella.

Adriano ebbe a lottare lungamente, aspramente, prima che Vitaliana gli perdonasse—o che avesse ciera di perdonargli. Egli lottava ancora, al periodo a cui è giunta questa storia.

Adriano spiegava ogni mattino la sua scala di Giacobbe; poi, quando pensava vedere il suo angelo salire e discenderne, gli era il fantasma di Morella che in cima si accoccolava!

La riotta però agonizzava.

La resistenza si affiacchiva sotto il peso di un attacco che raddoppiava di vigore.

Vitaliana subiva il fascino e si accasciava.

D'altra banda, ciò che ella aveva intravisto ed infrasentito nel salone di Morella, le dava l'insonnia. Ella si sorprendeva perfino a vaneggiare, tutta soffusa di vergogna, questo concetto: Perchè mai non si attillerebbe l'amore delle medesime feste di cui il vizio si satolla?

Adriano passava con lei parte del giorno e tutta la sera.

Sempre pronto, sempre armato moralmente, egli era in sentinella per difenderla contro le intraprese di suo marito, cercando col moccolo un pretesto per servirsi delle armi—cui il mondo gli accordava—onde cavarsi quell'ostacolo dai piedi. Egli s'imbattè più di una fiata nel duca, recandosi dalla duchessa. E non gli volge che queste parole sinistre:

—Ricordatevene! otto giorni… quindici giorni, sono scorsi!… non ve ne restano più che tanti e tanti….

Il duca osservava e passava in silenzio.

Vitaliana, dal lato suo, l'evitava.

La notte, ella si sbarrava a chiave.

Suo marito le faceva orrore.

Il duca provò due volte l'assalto. Vitaliana l'umiliò con motti crudelmente implacabili, senza rovello, senza collera, di un accento freddo che stillava l'ironia ed il disprezzo.

Il duca si astenne per qualche giorno. Però, il dì che seguì la visita del dottore di Nubo, e' gli sembrò che una spiega tra sua moglie e lui fosse divenuta inevitabile.

Alle dieci, si recò da lei, nella di lei piccola camera da letto.

Vitaliana veniva di alzarsi in quel punto.

Era avvolta ancora nel suo peignoir. I piedi allungati agli alari del caminetto, sfogliando qualche giornale, cioncando una tazza di cioccolatte—mentre Maria annodava alla presto le di lei magnifiche trecce arruffate dall'origliere.

Il duca accostò un puff al camino, e fece un segno di uscire a
Maria, dicendo nel tempo stesso:

—Quando suonerò, fatemi portar qui una tazza di cioccolatte.

Egli contemplava sua moglie.

Non l'aveva giammai vista così bella!

L'amore, del resto, l'aveva sbocciata.

La scintilla della pupilla di lei era divenuta più audace. Le sue labbra, irrigate dalla rugiada dei baci, sembravano più sode e più rosse. La sua fronte s'innalzava più alta, più limpida. La pelle si era imbevuta di tutto lo splendore cui dà quel fiammeggiamento che addimandasi amore. Le sue narici rosse respiravano la voluttà. Sembrava ingrandita. La sua eleganza aveva un accento; le sue maniere una volontà. Tutto indicava che di quella bella cosa l'amore aveva di già fatto qualcuno!

Da tutta quella persona si sprigionava un fluido che inebbriava.

Il duca provava dei fremiti.

La moglie non era ella di già divenuta un'amante?

Il duca girò intorno lo sguardo per quella camera, come per dimandarle la prima parola della conversazione.

Ed infatti, ebbe come un tremito guardando il letto.

Vitaliana non fe' sembiante di accorgersi di lui.

Il signor di Balbek sclamò infine, quasi suo malgrado, di una voce sorda e commossa:

—Grazia, Vitaliana, grazia!

La giovane sollevò lentamente la fronte dall'Appendice di Alessandro Dumas, e, conficcando come una spada il suo sguardo glaciale nell'uomo che l'implorava testa giù e visibilmente turbato—rispose:

—Sono il re, io? Ed il re, egli stesso, che può accordare la vita, può egli ridare l'onore? Di un ladro, il re può fare un ministro; di un vigliacco, un generale, e' può covrir del Toson d'oro un cuore disonorato; ma egli non sopprimerà giammai, giammai! il disonore. Ecco.

—Io ebbi dei giorni di follia—continuò il duca. Passerò tutta la mia vita per farli obliare, per farmeli perdonare.

—Perdonare? giammai!—rispose Vitaliana. L'oblio, l'avete di già.
Aspetto mia madre per abbandonar questa casa.

—Te ne supplico, Vitaliana, non sprezzarmi affatto, affatto! Non perderti irrevocabilmente. Io non tento di attenuare le mie colpe. Ma tu non esagerarle per farne un pretesto alle tue. Non ài tu pure bisogno d'indulgenza?

—In ogni caso, io non la dimando—replicò Vitaliana. E non riconosco oggimai che mia madre, la quale abbia il diritto di farmi delle rimostranze.

—Vitaliana, tu ami tuo cugino.

—Da dieci anni.

—Tuo cugino ti ama.

—Da dodici anni.

—Tu lo confessi? Ma non sai tu, o tu oblii, che io posso sfracellar quell'amore?

—In che modo? Da gentiluomo? Tu non ti batti. Da marito, per mezzo dei tribunali? Tu non sai che il principe di Lavandall mi à mandato il tuo autografo graziosamente, e che io l'ò dato a conservare ad Adriano?

—Mio Dio! tu sei dunque di già sì pervertita!—sclamò Balbek.

Vitaliana rispose con un gesto di sprezzo.

—Grazia! continuò il duca. Lasciami sperare ancora, lasciati piegare…

—Insomma, che volete voi?—interruppe Vitaliana con alterigia. Il tempo delle capitolazioni è passato.

—Difatti—osservò il duca levandosi—io me ne avveggo. Vi era al piè di questo letto una culla. L'ài fatta sparire. Sei di già adultera nell'anima. La culla del nostro bambino ti gridava: grazia!—come me. Tu l'ài rotta e gettata al rivendugliolo o nel soffitto.

A quest'appello, la duchessa tremò di tutto il corpo ed impallidì. Si tacque un istante, poi mise un grido:

—Il mondo mi giudicherà.

—Vitaliana—continuò il duca—imponimi l'espiamento che tu vorrai; ma tirami dall'abisso, e non vi precipitare tu stessa. Se tu vuoi che io mi batta con tuo cugino, mi batterò e mi lascerò uccidere. Se vuoi che lasciassimo Parigi, partiremo nella settimana.

—Partite allora.

—Solo?

—Che! ma voi credete ancora che vi possa essere al fianco mio un posto per voi? Voi non concepite dunque che, se Dio stesso mi condannasse a sentire il soffio del vostro alito sul mio sembiante, io lo laverei con quelle braci?…

—Lo scorgo bene, madama—biascicò il duca lentamente—se io non avessi commesso quelle colpe, voi le avreste inventato per arrivarne a codesto.

—Codesto! che?

—Ponvi mente, Vitaliana, sono forse le ultime parole cui t'indirizzo; il singhiozzo di agonia di una coscienza e di un cuore! Io ti amo…

Vitaliana portò ambe le mani al suo viso.

—Se non avessimo un figliuolo, ti lascerei libera. Io so che in questo rinnovamento continuo di resurrezione nell'universo, la sola cosa che non rivive mai, è l'amore. Ma quel figliuolo lì!… Io l'ò di già troppo vilipeso con le mie follie: non permetterò mai, no, giammai, intendi tu? ch'egli abbia a subire altresì l'obbrobrio di sua madre.

—Signore—rispose Vitaliana levandosi anch'ella, di una voce calma ma decisa—voi non avete che tre modi per impedirlo: uccidervi, lasciarvi uccidere, ucciderci. Scegliete, ed addio. Io dico addio, signore!

Il duca dette un salto ed avvinghiò le mani al collo di sua moglie.

Vitaliana neppure trasalì.

Balbek indietreggiò, tutto ontoso, ed uscì dicendo:

—Mille scuse, madama.

Il dado era tratto?

No, non ancora.

Il duca rivenne su i suoi passi, ed avvicinandosi a sua moglie le dimandò:

—Tu mi ài richiamato, Vitaliana?

Questa riapparizione produsse sulla duchessa un tale senso di disprezzo e di nausea, che il suo viso ne divenne brutto sotto la contrazione dei muscoli. Cercò la risposta cui doveva fare, cercò forse le parole; ma, dopo qualche esitamento, ella non seppe che trovar questo:

—Dite ai miei famigliari che esco all'una.

Il duca fece vista di non capire l'insulto. Aveva quasi delle lagrime agli occhi, e mormorò di una voce lenta e soffocata:

—Ma tu non ti accorgi dunque che io sono geloso? Tu non comprendi dunque che, condannandomi senza pietà io posso usare del mio diritto di marito oltraggiato ed uccidervi là, a fianco l'un dell'altra, di un colpo di pistola—e agghiadar sulle vostre labbra i vostri baci, pel giudice d'istruzione? Tu non comprendi dunque che lo scandalo, di cui mi minacciate, vi coglie? Tu non comprendi dunque che, avendo le mie ragioni per non accettare un duello, io posso impunemente divenire assassino? Tu non comprendi dunque che io sono in casa mia, qui; che io sono il tuo signore, se voglio; che posso sorprenderti in flagrante, schiacciarti come una mosca, e che, poichè voi cospirate alla mia rovina, io posso ingoiarvi tutti con me? Rifletti. Vitaliana! Tu mi scacci; egli mi provoca; voi siete tutti armati contro me; mi rovesciate nella solitudine e nelle tenebre; assassinate il mio avvenire; mi orbate di tutto; mi avete tutto preso; mi mettete petto a petto con la disperazione—là ove io aveva l'abitudine di vedere mia moglie cui amo! voi mi rubate il mio figliuolo; mi fate vedovo della peggiore delle vedovanze inframettendo fra mia moglie e me, non una tomba, ma un amante! Ponete mente! voi mi tentate troppo, ah! troppo! mi accollate forzosamente al delitto. E sei tu, Vitaliana, che sei ferocemente la più accanita! Oh! no, no… per pietà, no! Gli è impossibile che tu—che ieri ancora eri così immacolata e così timida—tu sii divenuta così atrocemente inflessibile e senza onta. Gli è impossibile che tu—che ieri ancora non osavi mettere un fiore nei tuoi capelli senza consultarmi—abbi adesso quel verbo che m'irride, quella volontà che mi dispera, quella decisione inesorabile che mi uccide. No, non è possibile un cangiamento sì subito e radicale! È mestieri che tu mediti qualcosa di terribile contro te stessa, per essere sì insensibile contro il tuo proprio figliuolo. Bisogna che la tua calma ed il tuo decreto senza appello abbiano per fondo una disperazione muta o un progetto sinistro…. Parla, parla, Vitaliana…

Vitaliana, per tutta risposta, interruppe il duca e suonò.

Maria apparve.

Vitaliana le disse:

—Il duca vi dice di fargli servire il cioccolatte nel suo gabinetto.
E venite a vestirmi.

Balbek uscì, la testa affondata nel petto.

L'ultima parola era stata detta.

Il duca aveva forse indovinato.

La sfrontatezza sùbita, la resoluzione irremovibile di Vitaliana erano la conseguenza di una decisione suprema presa da lei.

Ella non ne soffiò motto ad alcuno, però. Si seppe il suo pensiero più tardi, da una bozza di lettera cui si proponeva indirizzare a sua madre, e cui non le indirizzò.

Ella si suicidava, ed uccideva Adriano con lei!

«Un ravvicinamento con mio marito—scriveva ella—mi sembra, più che impossibile, inverosimile. Io non mi sento la forza di resistere all'attrazione di mio cugino. Ma non so neppure perdonargli Morella—di cui colgo i baci caldi ancora, sulle labbra febbrili di Adriano. Non so rassegnarmi a morir sola, perchè soffocherei di gelosia fin nella mia tomba. D'altronde, ò infravisto, in un paradiso d'amore, il frutto proibito, cui voglio mordere di bell'appetito, prima di morire—e morir dopo, madre mia, par lavare l'onta di cui imbratto il capo di mio figlio.

«Le rimostranze di oggi del fu mio marito mi ànno confermata nella mia risoluzione.

«In una parola, madre, voglio morire nelle braccia di Adriano, con lui, sfogliando petalo a petalo l'estasi della colpa—se amare n'è una agli occhi di Dio…»

Ora, a quell'armellino non venne neppure nel pensiero di suicidarsi col véggio al carbone delia crestaina, con la pistola del violento, con il tossico della disperazione, col pugnale della premeditazione fredda ed eroica.

Ella meditava di una morte che fosse, più che una festa, un'aureola; meglio che un inebbriamento, un poema! Si sarebbe annegata in una stella, se lo avesse potuto!

Ella vagheggiava dunque di già quella morte deliziosa—cui il dottore di Nubo, con una scaltrezza perfida, segnalava al duca come un assassinio che non lasciava traccia e che avrebbe potuto passare sotto l'insegna giuridica del suicidio.

Ella non tenne però alcun proposito di codesto a suo cugino.

Il duca non concepì neppur l'ombra di un sospetto sulle intenzioni di lei.

Vitaliana si uccideva mentre suo marito l'assassinava—e tutto ciò con un'inconseguenza, con una leggierezza, con una irriflessione, con una frivolezza, cui io mi travaglio forse invano di dipingere onde dare un'idea dei caratteri che i clericali formano con la loro educazione religiosa.

Il giorno seguente, anniversario del suo matrimonio, Vitaliana si alzò alle otto.

Ella aveva la febbre che scoppiettava dappertutto: nei suoi occhi, sulle sue guance, dalle sue labbra.

Entrò nella sua stufa, e tagliò tutte quelle ali che volavano verso di lei, sbocciando—tutta la luminosa famiglia dei liliaci: tuberose, iridi di Firenze, gigli, gionchiglie, ginestre, quegli onagri che olezzano solo la notte, mughetti, prugnoli, resede, tigli, gelsomini, vaniglie…. tutte quelle anime!

Perocchè, il grande Boherave ne dà una al fiore, e la chiama lo spirito rettore.