Vitaliana ne colse una bracciata e rientrò con essa nella sua camera.
Si fece vestire di una toilette gaia; diede i suoi ordini a Maria, ed uscì alle undici.
Ove andava ella?
Ella andava ad asciolvere con suo cugino—in casa del quale metteva il piede per la prima volta dopo che gli aveva confessato il suo amore.
La colazione fu stordita di gaiezza.
Ella tirò alla pistola e tinse di nero i baffetti biondi di Adriano.
Essi uscirono in seguito, e corsero Parigi ed i dintorni, spassandosi come fanciulli e scolari.
Alle sette della sera, pranzarono ai Provençaux, in un gabinetto particolare. Poi entrarono in una baignoire, al teatro del Palais Royal.
Tra le undici e mezzanotte, Vitaliana rientrò sola al palazzo.
La giornata del duca di Balbek fu lungi dall'essere così divertita—quantunque i due innamorati immaginassero ch'ei si ubbriacasse dell'ultima coppa dell'elixir di Morella.
Il duca aveva mandato via Tob, cui aveva sorpreso, qualche giorno innanzi, nel suo gabinetto, assiso nel suo seggiolone, a frugare nei dispacci, per scontare i segreti di Stato alla Borsa. E' restò dunque in casa, nelle sue stanze, ove Maria si guizzava di tratto in tratto furtivamente, onde gittargli un motto su ciò che Vitaliana faceva.
Quando questa fu sortita, il duca se ne andò a ronzare per la stufa, a volta sua.
Vedendo il giardiniere contristato dalla messe distruttrice che Vitaliana vi aveva compiuta, e' lo mandò a comprare dei vasi di fiori da un orticoltore.
Andò in seguito, quatto quatto, ad ispezionare il balcone che metteva in comunicazione la cameretta da letto di sua moglie con la stufa.
Le persiane erano borrate, per interdire alla luce, all'aria, al garrito degli uccelli, di arrivare al nido della duchessa, che cominciava a dormire quando l'aurora si risvegliava.
Fu la bisogna di alcuni secondi che di forare, giù nelle imposte, un bucherellino con un succhiello, là dove le imposte si connettono, affin d'impedire, col mezzo d'una vite, che le si aprissero di dentro—se lo si fosse tentato. Poscia riaprì immediatamente il balcone ed uscì.
Da un'ora a tre, e' fu un viavai di commissionari che portavano alla duchessa, in nome del conte di Alleux, dei magnifici vasi del Giappone, riempiti di fiori rari—di cui la stagione, il cielo ed il clima di Parigi ebbero forte a stupire.
Si scorse il duca all'Hôtel des Capucines—ove andò a comunicare al ministro degli affari stranieri non so che nota verbale del suo Governo. Lo si rimarcò in seguito al club—ove pranzò e giocò gaiamente.
Morella gli fece i suoi addii alle dieci.
Alle undici, egli rientrò all'ambasciata, per la porta secreta del giardino e la scaletta a chiocciola che metteva capo alla terrazza della stufa, poi per il balcone del boudoir di Vitaliana s'intromise in camera sua.
Ma, prima di chiudersi colà, volle cacciare gli occhi nella camera di sua moglie.
Si sarebbe creduto al Ceylan, dove, al dire del visconte di Valenza, si respirano i profumi a nove leghe di distanza.
Il duca veniva appena di ritirarsi quando Vitaliana arrivò.
Ella restò abbarbagliata—talmente l'intelligente cameriera sua l'aveva compresa e servita a voglia.
La sua camera sembrava un mazzo di fiori rischiarato dalla luna. Perocchè, alle tre o quattro lampade che l'illuminavano, ella aveva fatto adattare dei globi di cristallo color cedro. Il balcone era chiuso e le cortine abbassate. Sur un guéridon erano delle leccornie ed una bottiglia di vin delle Canarie.
Il letto rassomigliava ad un cigno addormentato, il capo nicchiato sotto le ali. La gaze che temperava il luccicare del raso color di rosa, di cui le mura erano tappezzate, sembrava animata. Perocchè ogni movimento le imprimeva quella vermicolazione che si osserva sul seno di una giovinetta che dorme—e sogna del suo primo bacio! Le porcellane, i cristalli riflettevano la luce argentea delle lampade—alla guisa del sorriso del fanciullo—gioia spontanea anzi che gaiezza consciente—che rifrange la trasparenza dell'anima. Dove è luce e profumo, anima è.
I fiori, essi stessi, smorzavano il loro splendore sfrontato, per non disaccordare, in quel medio soave, melodioso, casto, inebbriante come quelle notti di luna piena di Delo o di Smirne—ove si crederebbe dondolarsi in grembo ad una costellazione.
Maria aveva disposta quella cameretta come Alfonso Karr compone un mazzo di fiori.
Vitaliana ne fu rapita.
Ma ella non aveva il tempo di esprimerle la sua ammirazione e la sua approvazione.
Si fece svestire alla presto, si avvolse nella sua douillette, e la mandò a coricarsi.
—Madama la duchessa si corica sola?
—Sola.
—Madama la duchessa à bisogno di qualcos'altra?
—Di nulla.
Maria salutò ed uscì.
Ascoltò un istante alla porta, sorrise, passò alla camera del duca—cui trovò chiusa… e si ritirò.
XIX.
Fiat lux
La duchessa si lasciò cadere sulla dormeuse.
La sua immaginazione prese in un istante le ali degli angeli e la condusse, in pochi secondi, a traverso i suoi anni di giovinetta, poi di giovane donna, poi di giovane madre. Il suo passato le formava intorno un pianeta. Passava per la via lattea della sua innocenza e si elevava verso le altitudini cui i primi raggi dell'aurora invermigliano.
Quei fuochi eran quelli del salone di Morella!
Questa memoria imporporò le guance di Vitaliana.
La sua testa bruciava di già. Il suo sangue bolliva ed aveva una tanta violenza di flusso e riflusso, che si udivano i battiti del cuore. I suoi occhi avevano delle fiamme come quelle dei punch, piuttosto come quelle di quegli angeli che i primi amarono le figlie dell'uomo. Il seno di Vitaliana si gonfiava come il mare sotto le carezze della luna; la sua respirazione ardeva.
Psiche era animata!
Sembrava più alta.
Ella poteva dire dell'amore ciò che Ovidio aveva detto dell'ispirazione: un Dio è in noi; al suo soffio bruciamo—est deus in nobis, flavente calescimus illo!
A questo zenit del parossismo del vaneggiamento, o piuttosto dell'introspezione, ella ebbe come una scossa e saltò impiedi.
Adriano entrava.
La porta del balcone del suo boudoir, di dove il duca era passato, era stata lasciata aperta dal padrone della casa.
In un baleno, Vitaliana si precipitò alla porta della sua camera e la chiuse.
Un quarto d'ora dopo, si sarebbe potuto veder nelle tenebre un fantasma alle pupille del tigre, avanzar dolcemente, ritenendo il fiato, ammortendo il fruscio del suo strisciare.
Quando il duca—era desso—fu alla porta della camera di sua moglie, e' si raddrizzò e spinse il lucchetto esterno.
Con la stessa precauzione, passò nella stufa. Si avvicinò al balcone di quella camera fatale, cavò una piccola lanterna cieca—di cui proiettò il lume sul buchino che vi aveva praticato la mattina—e vi colò dentro una vite cui girò e serrò.
Quindi ritornò alla porta della camera.
Aveva alla mano una pistola, e nello sparato del suo panciotto un lungo stile.
La porta era stata chiusa a chiave precipitosamente da Vitaliana.
Ond'è, ch'egli non poteva veder nulla a traverso il buco della toppa.
Ma udiva tutto.
Accollò quindi il suo orecchio a quel buco della serratura… E le sue unghie, come dei graffi di leone, lacerarono la carne del suo petto.
Dio mio! che cosa è la morte, all'indomani di quella notte in cui Romeo si attardò fino al canto dell'allodola dell'alba, nella stanza di Giulietta! La vita à dessa ancor dei misteri, dei raggi, dei poemi, dopo che la bocca di Giulietta à rivelato l'armonia della danza degli astri?
Il duca sapeva che quella camera nuziale dell'amore era una tomba… e nonpertanto egli invidiava le sue vittime!
E la sue unghie si conficcavano più dentro e più dentro nelle sue costole, e sembravano farsi strada verso il cuore, per impedirgli di sobbalzare.
Quanto tempo quel dannato rimase egli a quella porta del paradiso?
Egli uscì precipitosamente di nuovo, per la porta segreta donde era entrato alle undici, poscia, alle tre del mattino, rientrò per la grande porta esterna del palazzo.
Andò dritto alla sua camera, rifiutando il servizio dei suoi famigliari.
Il duca ritornò alla porta della camera di sua moglie.
Poco dopo, tutti dormivano nella magione—tranne lui ed Adriano forse!
No, Vitaliana anch'ella vegliava.
Non udite voi quella parole interrotte, quei sospiri che, come bianchi cherubini, volano verso Dio; quella solfa profumata, che è un inno alle penne d'oro?
Ed il duca lacera e lacera sempre il suo petto che sanguina!
Se lo si avesse potuto mirare, egli avrebbe fatto orrore!…
Che! l'assassino ride?
Quella maschera di carnivoro si crispa.
Egli ode un piccolo grido. Egli ode un rumore, una mano che gira la chiave della porta, chiusa al lucchetto di fuori… Egli ode che si va al balcone, inchiodato allo zoccolo… Si scuote l'una e l'altro…
Ch'è? una voce… Vieni, Adriano, vieni! Ancora, ancora, vieni…
Adriano… ò sonno, vieni… ancora, ancora, ancora!…
E le unghie del duca squarciano sempre, fino all'osso, il suo petto messo a brani!…
Poi silenzio!…
No, no… un bacio che si accascia… Silenzio!
Silenzio! come nel vacuo!
L'alba spunta.
Il duca va a ritirare la vite dalla porta del balcone, cava il lucchetto dalla porta della camera, e va ad appostarsi, la pistola alla mano, alla porta della sua camera, dopo aver scomposto il letto come vi si fosse coricato.
Le ore scorrono…
Le nove! le dieci…!
Suona il campanello.
Gli si serve una tazza di cioccolatte.
Il valletto guarda il padrone di un'aria strana.
Il duca si mira nello specchio e rincula spaventato!…
Una parte dei suoi capelli erano brizzolati di bianco… I muscoli del suo viso erano turgidi e stesi.
Le undici suonarono. Poi mezzodì!
Un sorriso rallentò la tensione dei suoi tratti.
Andò alla scrivania e cominciò un dispaccio!
Maria entrò.
Batteva il tocco.
—Signor duca, madama non à ancora suonato. Giammai ella è restata a letto a quest'ora.
—Entrate in camera.
—La porta è chiusa per di dentro.
—Bussate.
—O' bussato. Madama non à risposto.
—Andate a bussar di nuovo, più forte e più forte.
—Io temo di qualche disgrazia.
—Voi temete sempre, voi. Ella si è addormentata tardi, leggendo qualche romanzo… e dorme ancora. Ecco tutto.
Alle due, gli è il duca egli stesso che si allarma e forza la porta della camera di sua moglie.
La porta cede.
Egli entra: entra il primo; apre il balcone… e rincula—gittando un grido che fece accorrere i domestici.
Maria rinchiude la porta.
La cameriera à più pudore del padrone, del marito!
Vitaliana ed Adriano erano morti, bocca a bocca, nelle braccia l'uno dell'altra.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qualche giorno di poi si chiacchierava nei saloni di Parigi. L'uno diceva:
—Non sapete dunque? La duchessa di Balbek e suo cugino, il conte di
Alleux, si sono asfissiati con dei fiori, per disperazione di amore.
—Disperazione!… con dei fiori!
—Alla lettera.
—Ed il duca?
—A' lasciato Parigi. Lo àn trascinato nel suo paese. Si è dovuto stentar molto per impedirgli di uccidersi.
—Che disgrazia!—sclamò la contessina di Muys. Il signor di Alleux mi aveva invitata pel primo walzer, al ballo dell'ambasciata di Prussia, lunedì prossimo!
E ciò fu tutto.
Adriano e Vitaliana si erano suicidati!!
FINE
Nota del trascrittore: i seguenti refusi sono stati corretti.
—Oh! dear me! E perchè il signore vorrebbe egli mandarmi[mancarmi] il momento, non iscorgevasi che delle ossa[osas] ammirabilmente Questa famiglia aveva accettato con entusiasmo[entusiamo] le idee i mezzi; ma la ricchezza non faceva che[cha] traversar le sue non aprivasi mai, sporgendo in un piccolo giardino, affittato[affitato] ed il principe restarono a[e] chiacchierare insieme un venti e se non si ascoltasse punto[panto], ma punto? Non si potrebbe Molti signori venuti in visita dalle tre alle cinque[alle tre dalle cinque]. innamorato di una principessa[princippesa] russa, la quale faceva mattezze La chiesi in matrimonio[matrimoni] e feci la corte al sacripante. Tutto —Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata[passegita] pel dal vedovo parlano al Signore dell'integrità[intergrità] del suo mi toccano[toccono] poco, se la voce di Dio mi rassicura. Altri si dai vitex[vitx] che innalzavano le loro lunghe spighe di betulla[betula] che le solcava il viso, e bisognava rinfrescarlo con Caracci, quando il principe di Lavandall gli si avvicinò[avcinò] e della Favorita[Farorita]. Costui fu il duca di Balbek, uno dei —Cosa è Fernandina, père[perè] Pradau, una giumenta? —Mademoiselle, all the ladies fly away from me. You[Yon] forse lo knout ad una donna. Non la chiamano[chiamamo] cantoniera! —Lasciatemi far codesto[codeste] giro, signore; non mi addossate dell'introspezione[intospezione], ella ebbe come una scossa e saltò