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Il bacio della contessa Savina

Chapter 15: XIV.
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About This Book

A first-person narrator recounts adolescent obsession with a young noblewoman whom he watches from his uncle's balcony, alternating between daydreams of artistic glory and the constraints of poverty and household duty. His routine life under a precise guardian contrasts with the distracted grace of the woman and the practical care of a friend who manages his material needs. Infatuation spurs literary ambitions and fantasies of fame, while social inequality and dependence temper action. The narrative follows his inner turmoil, modest attempts at study and work, and the small domestic episodes that shape his hopes and disappointments as attraction, longing, and aspiration collide.

E così dicendo lo prese di mira a soli quattro passi di distanza, e fece partire il colpo. Io pensai che l'organista fosse diventato pazzo improvvisamente; feci un salto per isviare il suo braccio, ma giunsi troppo tardi, il colpo era partito. Quando il fumo mi permise di vedere il dottore, esso traballava.... e colle mani strette sul petto, come un uomo che si sente gravemente ferito, esclamava con voce semispenta e interrotta:

— Sono as....sas....si....nato!...

Tobia dava in uno scroscio di risa sgangherate.

— È un brutto scherzo, — soggiunse il signor Nicola, — ma non è un assassinio.

— Ma io sono ferito.... — disse il medico con voce lamentevole....

— Dal semplice stoppaccio.... — rispose il signor Nicola.... — perchè le pistole non erano caricate che a polvere....

Io alzai la testa sdegnato a tale notizia, e non volevo accettare la burla, ma il signor Nicola, mettendomi una mano sulla spalla, mi costrinse a tacere.

— Giovinotto, — mi disse, — basta così. Nessuno di noi sarebbe venuto ad assistere ad un omicidio. Se voi avete perduta la testa, non l'ho perduta io. Le ciarle sono ciarle, ma la vita è cosa seria, nè deve togliersi per così poco. Noi ci dobbiamo tutti alla famiglia ed al paese. Il diritto di morire da galantuomini si acquista studiando, lavorando, affaticando pel bene comune; morire da fanfaroni è una leggerezza colpevole, uccidere il proprio simile è un delitto. In ogni questione ci sono torti e ragioni, bisogna chiarirli colla giustizia e ripararli coll'onestà. Nel nostro caso il maestro offese il dottore coi suoi soliti paradossi, il dottore offese il maestro accusandolo di vigliaccheria... ebbero torto tutti due.... Il medico fa il suo dovere curando i malati, il maestro è un giovane incapace d'una viltà. Le offese si complicarono per imperizia dei testimoni; non era più possibile calmare i contendenti, bisognava dare qualche soddisfazione da ambe le parti, e finirla alla meno peggio. Ma non ci potevano essere scuse per permettere un omicidio. Bisognava salvare l'onore e la vita di tutti due. Io ho accettato d'essere padrino a tali condizioni, e gli altri secondarono la proposta con animo lieto. Gaspare per il primo si prestò con ogni argomento a convincere Tobia della necessità di non commettere delitti nè imprudenze, a non versar sangue, a risparmiare le lagrime alle famiglie, e a non dar motivo ai Tribunali di aprire processi togliendo la pace al nostro tranquillo villaggio.

Tobia è un po' mordace talvolta, è una testa calda, ma ha buon cuore, e non si fece troppo pregare per deporre i rancori e finirla a modo nostro. D'altronde, siccome i duellanti ignoravano completamente il nostro piano, così il duello fu leale e soddisfacente anche per gli scrupolosi e pei battaglieri. I campioni non hanno certo passato una buona notte, nè l'uno nè l'altro; dico questo senza offendere il loro onore, perchè sul terreno si mostrarono coraggiosi e decisi. Per altro è stata una buona lezione, e vi furono momenti terribili.... Non ne parliamo più, l'onore è intieramente soddisfatto.... stringetevi tutti la mano.... e come siete stati avversari leali, siate in seguito amici costanti, e noi, salvando due vite, egualmente utili alla società, abbiamo fatto il nostro dovere.

Ci stringemmo tutti la mano, e la pace fu fatta.

Tuttavia mi restava un dubbio nell'animo, cioè se quella mistificazione fosse lodevole o censurabile, se i più validi argomenti contro il duello potessero autorizzare una burla. Mi pareva di no. Impedire un duello sta bene, ma renderlo fittizio mi pareva poco decoroso. Solo le circostanze eccezionali potevano giustificare la condotta dei nostri padrini. Le cose erano spinte a tal punto, che una prova di coraggio era divenuta indispensabile per togliere ogni sospetto che potesse offendere il nostro onore. Fecero dunque bene mettendoci alla prova, e salvandoci in pari tempo da ogni pericolo.

Mentre tali pensieri mi giravano pel cervello, udimmo i tocchi della campana maggiore che annunziavano un funerale. E infatti poco dopo entrava in cimitero il morto portato dai becchini, seguito dagli amici e parenti che lo accompagnavano mestamente all'estrema dimora.

Quel nero drappo che copriva la bara, le preci dei sacerdoti, la fossa aperta che attendeva il cadavere, mi fecero passare un brivido per le ossa, e furono l'argomento finale che mi persuase dell'infamia del duello, che non appiana veruna questione, ma uccide spietatamente, ciecamente, ingiustamente, leggermente, impunemente. Una sola parola, un malinteso, un atto fortuito basta per condannare un uomo alla morte, mentre sommi filosofi e giureconsulti accumulano argomenti incontrastabili a provare la necessità di abolire la pena di morte, anche per gli assassini!.... Ci arrestammo tutti con tacito consenso davanti a quella fossa, ed assistemmo col cappello in mano alla mesta cerimonia, pensando che l'indomani uno di noi avrebbe potuto subire la stessa sorte, non chiamato dalla natura, ma da un fatale pregiudizio, il quale continua a mietere le sue vittime alla luce di civili costumi.


XI.

Finiti i funerali, il signor Nicola ci annunziò che le donne ci aspettavano tutti a pranzo in casa sua, per suggellare la pace fra i bicchieri. Don Vincenzo Liserio venne invitato a seguirci, e avendogli comunicato il motivo del nostro ritrovo ne rimase tanto sbalordito, che continuò per tutta la strada a trattenerci colle sue interrogazioni, colle sue sorprese, co' suoi fremiti e co' suoi applausi.

La comitiva raccoglieva i personaggi principali della mia tragedia, e mi pareva d'essere un capocomico che conduce al teatro la sua compagnia. E infatti dovevamo assistere ad una commedia o ad una farsa in casa Bruni.

La commedia incominciò al nostro ingresso. Isabella Fieschi, che attendeva ansiosamente il marito, per dimostrargli la gioia che sentiva rivedendolo incolume, si gettò fra le braccia del suo Lucchino Visconti riconquistato, con attitudini degne d'un quadro storico.

Ugolino Gonzaga, trovando quell'entusiasmo esagerato, si mordeva le labbra, e pareva quasi pentito d'aver cooperato a salvare il tiranno. Uguccione della Fagiuola, al quale nulla sfuggiva, mi accennava con due occhiacci stralunati, e con un sogghigno sardonico quel marito soddisfatto, quella moglie affettuosa e quell'amico malcontento; indicandomi in pari tempo la beata fisonomia dell'arcivescovo Giovanni, che ammirava in quegli amplessi la santità del matrimonio.

Francesco Pusterla congiurava come al solito, apparecchiando una serie di bottiglie, destinate, come la macchina infernale di Fieschi, a far saltare in aria o cadere in terra la comitiva, Uguccione della Fagiuola, all'aspetto di quegli apparecchi, rasserenava il volto, mostrava uno sguardo benigno, dal quale traspariva un'intima soddisfazione, piena di promesse per darsi un contegno conveniente: egli andava lustrando coll'avambraccio il suo lungo e speluccato cappello a cilindro, il quale, partecipando dell'indole testereccia del cervello che proteggeva dalle intemperie, si mostrava ribelle ad ogni pulitura e si conservava a strapelo.

Il tiranno aveva assunto l'aspetto dignitoso dell'uomo importante; la moglie, rassicurata sulla vita del marito, temeva di avere oltrepassato i limiti dell'entusiasmo, e procurava di riprendere il terreno perduto sbirciando i più teneri sguardi verso Ugolino Gonzaga, che trovandoli irresistibili, deponeva il sussiego della illegittima gelosia, per corrispondere degnamente al nuovo invito.

Infatti pareva che tutto si disponesse a rientrare nell'ordine.... o nel disordine normale, quando un improvviso fracasso proveniente dalla cucina venne ad annunziarci un nuovo avvenimento. Finita la commedia, incominciava la farsa.

Attirati dal rumore siamo corsi tutti in cucina, e vedemmo una finestra caduta in frantumi, una damigiana rovesciata, un lago di vino sul pavimento, la Menica colle mani nei capelli, Martino che fuggiva per evitare il primo impeto del padrone. Che cosa era avvenuto per causare tanti disordini?... Una piccolissima causa aveva prodotto quei terribili effetti, proprio come molte questioni di duelli. Ogni momento che passava ci portava il suo insegnamento. Ecco il fatto. Un sorcio era entrato in cucina, la Menica aveva chiamato Martino in aiuto, ed esso, armato d'un bastone, pieno d'ardore contro il nemico, s'era slanciato nella lotta con un colpo decisivo.... che gettò in terra la damigiana, facendola in pezzi, poi cadde sulla finestra e ruppe quattro vetri, aprendo una larga breccia, per la quale il sorcio spaventato, ma incolume, aveva battuto la ritirata. Cosicchè tutti correvano: noi per assistere allo spettacolo correvamo sul teatro dell'avvenimento, il vino correva per la cucina, il sorcio correva pei campi, Martino correva per la corte, il signor Nicola correva dietro a Martino, la Menica correva dietro al signor Nicola, e lo raggiunse abbastanza in tempo per salvare il domestico da un colpo di bastone, che avrebbe dovuto piuttosto uccidere il sorcio.

— Calmatevi.... — gridò Ugolino Gonzaga, — è meglio spargere il vino che il sangue....

— Non sono di questa opinione! — rispose Uguccione della Fagiuola, — e questa volta vado d'accordo col medico....

— Che cosa volete dire?... — gli chiese il dottore, offeso di trovarsi d'accordo in qualche cosa con un individuo che gli era antipatico.

— Intendo dire che voi coi vostri salassi spillate più sangue che vino, e questo va bene, perchè un eccesso di sangue può togliere la vita, quando un eccesso di vino non fa che esilararla, o tutto al più addormenta tranquillamente per alcune ore. È meglio dunque spargere il sangue.... e riservare il vino, per beverlo in buona compagnia. Per me avrei preferito che Martino avesse rotta la testa al sorcio e salvata la damigiana. Se il dottore pensa diversamente, le opinioni sono libere.... ed anche le bestie hanno diritto di difendersi.... e avvicinandosi a me, mi ripetè sottovoce guardando il dottore.... anche le bestie hanno il diritto di difendersi scambievolmente.

Il dottore non gli rispose, ma gli diede un'occhiata incendiaria che voleva dire:

— Linguaccia malefica, se ti potessi cavar sangue, te lo caverei fino all'ultima stilla!

Il signor Nicola, passato il primo impeto, ritornò tranquillamente in cucina, rimproverando la Menica d'aver chiamato Martino per uccidere un sorcio.

— È un imbecille, — egli continuava, — capace di demolire una casa per prendere una mosca....

Allora il dottore aggiunse sentenziosamente:

— Per liberarci dai nemici interni, non dobbiamo mai contare sull'intervento degli stranieri!...

— Che ne dite, Tobia?... — chiese il signor Nicola all'organista. Ed egli rispose:

— Io penso sempre il contrario di quello che pensano i medici e sto benissimo.

— Cattiva lingua.... — soggiunse il signor Nicola ridendo. Il medico finse di ridere esso pure, per mostrarsi disinvolto, ma la sua fisonomia tradiva i suoi pensieri. Esso aveva l'aspetto d'un uomo che mastica fiele e vuol far credere che gli trova il gusto dello zucchero.

Per attendere l'ora del pranzo si misero a giuocare alle carte su due tavolini: il dottore ed il parroco dirimpetto al farmacista e all'organista; la signora Pasquetta col signor Nicola a fronte della signora Giovanna e del giovane allievo del farmacista, che aveva servito di secondo padrino al dottore.

Io accompagnai l'Agata che andava in cerca di Martino fuggiasco, per annunziargli l'amnistia ottenutagli dal padre.

Desideroso di sapere come fossero passate le cose ch'io ignoravo intorno alle predisposizioni del famoso duello, gliene chiesi qualche notizia ed ella mi disse ingenuamente:

— Dopo la partenza dei testimoni dalla casa del dottore, la signora Pasquetta, spiritata, era corsa in casa Bruni.

— Presto... presto per carità... chiamatemi il signor Nicola... che ci salvi tutti... Vogliono uccidere mio marito... mio marito vuol uccidere Daniele e Tobia; domani sarà un macello, che farà inorridire il paese.

Mentre essa raccontava gli orrori e le lotte di quella sera e la sfida per l'indomani, comparvero i testimoni che erano stati da me, e che si recavano dal signor Nicola per tenere consiglio intorno alla condotta da adottarsi. La signora Pasquetta venne congedata con promessa formale di accomodamento, prima però che si fosse nulla deciso intorno al partito da prendersi, raccomandandole caldamente di evitare nuovi scandali, di lasciare che suo marito si recasse all'indomani al suo posto, ed ella confidasse in loro.

Ma la conferenza dei testimoni che si protrasse a tarda notte non sapeva trovare uno scioglimento che appagasse ogni esigenza, quando l'Agata manifestò modestamente il suo parere.

— Impedire il duello, — disse, — mi pare impossibile; lasciare che si ammazzino è ancor peggio; o dunque perchè non dareste ai duellanti due pistole cariche a sola polvere, ond'essi ignorandolo possano provare tutte le peripezie del duello, senza subirne le terribili conseguenze? Dopo lunghe discussioni venne accettata la proposta, con giuramento solenne di conservare il segreto fino al termine dell'affare. E così fu fatto.

— In tal modo, — io dissi all'Agata, — voi avete inventato un nuovo genere di duello, che tuttavia non può aver luogo più di una volta sola.

— A me bastava salvare la vita e l'onore di due persone; al resto non ci pensavo.

— E come avete fatto a scoprire questo stratagemma?

— È stata una ispirazione, — ella soggiunse, — un'ispirazione d'un'anima santa che veglia in cielo sopra di voi. Mentre mio padre parlava concitato con Gaspare e Tobia, cercando di persuaderli ad evitare una disgrazia, io sentiva sul mio seno la medaglia di vostra madre, che pareva mi pulsasse per chiamare la mia attenzione. Allora mi parve ch'ella mi dicesse dall'alto « salvate l'onore e la vita a mio figlio » e certo i miei pensieri mi vennero infusi dalla potenza sovrumana d'una madre. — Qui, ritirando dal seno la medaglia, me la porse dicendomi:

— Datele un bacio, e un'altra volta siate più savio.

Io baciai affettuosamente la medaglia, ella se la ripose in seno, e camminammo lungamente in silenzio. Sentivo qualche cosa che mi strozzava la gola e mi toglieva la facoltà di parlare.

A mezzogiorno preciso Bitto comparve, come al solito, ad annunziare l'ora del pranzo.

La riunione intorno alla mensa ospitale fu lieta e conciliante. Il vino ingurgitato ci fece dimenticare quello perduto. E succede sempre così a questo mondo: i piaceri che consolano i nostri sensi ci fanno dimenticare i mali sofferti... dagli altri.

Alla fine del pranzo abbiamo chiamato Martino e ci siamo fatti raccontare la sua lotta col sorcio, ma nel punto più interessante, la vivacità del racconto esponendoci al rischio di veder rinnovata la catastrofe, abbiamo dovuto rimandarne la continuazione ad un altro giorno... come le appendici dei giornali.

— Tregua ai pericoli, — diss'io, — non bisogna provocare troppo la sorte. Oggi ci dovevano essere dei feriti e degli uccisi, e tutti furono salvi... uomini e bestie.

— Meno la damigiana!... — soggiunse Uguccione con rammarico, chè, quantunque saturo di vino, non ne era ancor sazio.

Quando la conversazione si fece generale, e tutti parlavano in una volta, l'Agata, che mi sedeva vicina, mi disse all'orecchio:

— Gli uomini furono salvi senza loro merito... invece la bestia dovette la salute alla propria intelligenza, evitando il pericolo con destrezza, cogliendo il momento opportuno per cavarsela dalla sola uscita possibile, schivando i colpi malaccorti d'un uomo stupido.

— L'uomo, — io le risposi, — non si fa merito di evitare i pericoli colla fuga, ma preferisce di salvar l'onore a rischio della vita.

— Ma se le bestie, — ella soggiunse, — non sentono il bisogno della riparazione delle offese, gli è perchè fra loro non corre l'uso dell'oltraggio. Vivono più concordi degli uomini, hanno il coraggio di difendersi contro i propri nemici, quando ne vedono la possibilità, ma non si espongono leggermente a tanti pericoli.

— Perchè non possono contare sull'intervento della donna, — io aggiunsi, — la quale, rappresentando la Provvidenza, trova sovente il modo di accomodare col cuore ciò che l'uomo guasta colla testa!...

Abbassò gli occhi e tacque. — Alla sera, separandoci, eravamo tutti ritornati amici... almeno in apparenza.


XII.

Un buon sonno mi riposò di tutte le scosse morali del giorno. Il sonno è lo spazio vuoto che divide le strofe del poema della vita. In quei giorni nei quali hanno termine i più gravi avvenimenti finisce anche il canto.

All'indomani del mio duello io cominciai dunque un altro canto colla sua nuova serie di strofe, cioè ripresi la vita, colle sue note liete e dolorose, colle sue rime obbligate e monotone, colla sua misura prescritta dalla prosodia, positiva come il materialismo del verso.

Le note liete mi venivano dalla natura in fiore, che consolava la vista coi sorrisi della primavera; le note dolorose erano l'eco del primo amore perduto, delle speranze deluse, dei dolci sogni svaniti. La monotonia la trovavo nella scuola, ove un gregge d'idioti imparava a leggere per conoscere anche i mali passati, a scrivere per offendere la grammatica, a far conti per ingannare il prossimo. Il lato positivo della vita mi veniva rappresentato da quattro sacchi di farina che mi pesavano sulle spalle, come all'asino del mugnaio!... Bitto, che non aveva di questi pensieri, russava tranquillamente a' miei piedi, aspettando l'ora del pranzo, che non gli sapeva di sale quantunque andasse a chiederlo in casa altrui.

All'amore deluso avevo tempo da pensarci, la scuola andava avanti da sè, ma la farina bisognava pagarla.

Mi decisi al taglio d'un boschetto che avrebbe aspettato con vantaggio per qualche anno; ma quando si ha assoluta necessità di denaro, e si può trovarlo in un bosco senza assassinare un cristiano, si assassina il bosco, e si lasciano cantare i giornali, che deplorano il diboscamento delle pendici, perchè non hanno boschi da tagliare... ma tagliano i panni addosso ai galantuomini, come se fossero meno sensibili delle montagne!

Venduta la legna e intascato il danaro, partii per pagare il mio debito al mugnaio.

Il mulino è collocato in posizione pittoresca, alle falde d'una montagna vestita d'abeti, sulle rive scoscese d'un torrente, alimentato da una cascata.

Al cupo fragore della cascata, al gorgogliare delle acque spumanti che s'infrangono sui macigni caduti dall'alto, e serpeggiano fra i sassi e le ghiaie del torrente, si confonde il tonfo regolare delle ruote nella gora, e i battiti dei palmenti. Tutti questi suoni formano un accompagnamento grave e solenne al gorgheggio melodioso di qualche uccello sugli alberi, e al cigolare degli assi di ferro che girano sui perni asciutti. Questo è per l'udito. Per gli occhi, essi nuotano in un tal lusso di colori da restarne inebbriati. Dal tenero arbusto che si agita alla brezza sulla sponda del torrente, all'albero gigantesco colla cima infranta dal fulmine che protende le antiche fronde sui crepacci delle roccie ingombri delle sue tortuose radici, dal musco che copre di velluto i legnami fradici del mulino alla vitalba vagabonda che s'arrampica sulle piante vicine e ricade in festoni, dall'edera che tappezza i vecchi muri crollanti alle cupe ramificazioni degli abeti che ascondono i precipizi, si possono annoverare tutte le gradazioni del verde, e le sue decomposizioni dal giallo bruno al dorato, dal più cupo azzurro al turchino. Il candore delle spume del torrente illuminate dal sole, la lucida trasparenza delle acque bianche e cilestri nel letto di ciottoli, le nude roccie del fondo di colore cenerino contrastano colle tinte forti dei vicini clivi boscosi, e colle dense ombre che confondono l'acqua col terreno e le pietre, e il folto degli alberi coll'angolo della casa.

La scena era stupenda, ma il personaggio ch'io andava a visitare mi era antipatico come un creditore impaziente, come un orco che mi aveva divorato un bosco. Ma quale non fu la mia sorpresa quando, avvicinandomi al mulino, vidi comparire sul pianerottolo delle chiaviche la più bella testa di donna che possa aspettarsi un pittore in cerca del suo modello nella campagna di Roma. Era proprio uno di quei bei tipi della Sabinia che si vedono sovente alle esposizioni sotto al vago costume romano. Bruni i capelli e la pelle, l'occhio grande e vivace sotto due lunghi sopraccigli; un busto rigoglioso, due braccia ben tornite che finivano con una mano pienotta, un complesso di donna vigorosa e fresca, ecco l'aspetto della mugnaia. Un fiore di geranio rosso collocato leggiadramente sui capelli armonizzava cogli orecchini che le pendevano dalle orecchie, e con un filo di corallo che le cingeva il collo. Una leggierissima velatura di farina copriva quella deliziosa apparizione, e dava al suo viso il vellutato delle pesche non ancora spiccate dall'albero. È certo che l'aspetto d'una bella mugnaia deve aver ispirato la moda della cipria sui capelli e sulla pelle. Pareva che un nume propizio volesse ricompensarmi a misura di carbone dell'esile brunetta perduta a Milano, mettendomi davanti una bruna raddoppiata, e incipriata per giunta. Sorrisi della bizzaria del caso, e se mi fossi contentato di ammirarla da lontano come la prima, non ci sarebbe stato nulla di reprensibile... ma un pensiero infernale attraversò la mia mente, come una tentazione del diavolo!.. Se mi vendicassi?.. io pensai... ah! l'uomo che ha ricevuto le lezioni dell'amore impara a vivere, dissi fra me... e passati i vent'anni l'amor platonico non è più di stagione... Io non intendo, — ripetevo a me stesso, — io non intendo passare la vita adorando le donne a venti metri di distanza... perchè si burlino poi di me, e mi voltino le spalle... E meditando l'abbandono della contessa Savina... e pensando alla offesa ricevuta dal mugnaio... mi passò per la mente questa idea infernale: se mi vendicassi con una vendetta complessiva degli oltraggi dell'amore... e della farina?... della contessa... e del mugnaio?...

Come se la contessa Savina fosse obbligata ad amarmi per forza... ed il mugnaio a fornirmi la farina per amore!... Ma la natura perversa dell'uomo gli fa confondere sovente il desiderio col diritto, ed esso scompiglia la società per tradurre i suoi desiderii intemperanti in fatti compiuti. Fatto sta che l'aspetto della mugnaia fomentava le mie cattive inclinazioni, provocando in me un vile desiderio di rappresaglie. Non era un nuovo amore incipiente che mi spingesse verso di lei; era l'amore deluso, che m'indicava una vittima sulla quale potevo esercitare la mia vendetta. Pareva che la sorte offrisse un'occasione di sfogo ai miei rancori. Una brunetta m'era sfuggita di mano, un marito mi tormentava per cavarmi del denaro... eccomi una bruna forte... e forse una moglie debole... che poteva saziare la mia avidità di vendetta.... Bisogna conquistare quella mugnaia, come la più bella delle vendette possibili!... Con tali atroci sentimenti entrai nel mulino.

Io sperava che il mugnaio fosse assente, ma avevo fatto i conti senza l'oste.

Egli se ne stava in cucina, e tenendosi un marmocchio sui ginocchi, gli dava la pappa.

— Cospetto!... — dissi, — sor Zaccheo, siete nel pieno esercizio delle vostre funzioni di balio....

Mi guardò sorridendo, e continuando tranquillamente il suo ufficio, mi rispose:

— Che vuole! dopo le fatiche ho diritto anch'io di godere qualche consolazione, l'affetto del mio bimbo; e la sua gioia quando gli dò la pappa è il massimo dei miei piaceri... veda come mangia con appetito!

— È un vero Gargantua, un lupo cerviere....

— Ha la buona salute di sua madre... poveretto... — poi rivolto al marmocchio gli diceva: — Mangia, mangia, il mio bimbo, che la fatica di guadagnarti il pane mi è più cara dell'ozio del milionario che non ha figli.

Io interruppi le considerazioni patetiche del mugnaio per dirgli:

— Sor Zaccheo... sono venuto a pagare il mio debito.

— Ha voluto proprio disturbarsi a fare questa gita... poteva farmi avvertire....

— Ho fatto la passeggiata con vero piacere... ora eccovi il denaro.

— Prenda una sedia e s'accomodi, — mi rispose; — poi si mise a chiamare: Giustina.... Giustina.... Giustinaaa.

La bella moglie comparve sulla soglia colla testa alta, le mani sulle anche, i gomiti sporgenti.

— Ohè... che c'è di nuovo?.. — e quando mi vide seduto in un angolo, mi fece una riverenza.

— È il signor Daniele Carletti....

— Ah... benvenuto, signor maestro, sta bene? — mi chiese come se fosse una vecchia conoscenza.

— Grazie, sto benissimo....

— Tanto meglio... la salute è la prima cosa di questo mondo... chi ha salute ha denaro... perchè quando si sta bene si lavora... e si mangia... — soggiunse, guardando con compiacenza il suo marmocchio che spalancava la bocca, dimenando allegramente le braccia, e le gambe, mentre Zaccheo prendeva la zuppa col cucchiaio di legno, vi soffiava sopra, l'avvicinava alle labbra per sentire se scottava, poi coll'indice l'accompagnava lentamente nella voragine di suo figlio.

— Giustina, — disse il mugnaio, — puoi fare il conto al maestro, che si è disturbato venendo in persona a pagarlo.

— Come? — essa domandò con sorpresa, — ella è venuto in questi greppi deserti per tale bazzecola?.. è una stradaccia rotta e faticosa.

— Non me ne sono accorto, — risposi. — Sono siti che mi piacciono assai, ho percorso un cammino delizioso, per giungere in un eden... ove si vedono le più belle cose del mondo! — e così dicendo la guardavo con un sorriso significante... ma essa non intendeva nulla, e rimase indifferente, anzi sorpresa del mio entusiasmo, talchè mi rispose ridendo:

— Tutti i gusti son gusti... ma questi orridi siti piacciono a poca gente... nessun viandante s'arresta fra i nostri burroni... anche i pastori vi passano in fretta per condurre le pecore sulle cime. Sono boschi e montagne senza paesi... buoni solo pei mugnai, che hanno bisogno d'acqua per far girare il mulino.

— A me sembrano siti deliziosi... incantevoli... vi passerei volentieri la vita.... — e le lanciai una occhiata assassina... Ma che! fu come se avessi scagliato un uovo in una roccia!... quella donna era un macigno!... Essa alzò le spalle ridendo, e concluse:

— Se venisse qui al tempo della neve e del ghiaccio, scapperebbe via spaventato.

Non c'era verso di persuaderla; intanto il marmocchio avea vuotata la scodella della zuppa e piangeva. Zaccheo se lo prese in braccio, e cullandolo leggermente gli disse alcune parole senza significato, ma carezzevoli tanto che lo calmarono.

Allora la donna prese da uno scaffale un libraccio infarinato, un vero dizionario della crusca, perchè conteneva tutti i conti del mulino, ove si registravano i tesori della lingua: il pane e la polenta che alimentano la popolazione. Deposto il volume sul tavolo, si sedette gravemente, e sfogliandone le sacre pagine andò a cercare il mio nome fra i debitori morosi. Il marito si teneva in piedi dietro di lei col bimbo fra le braccia; io, sedutole vicino mentre essa calcolava il mio debito, contemplavo la fina lanugine che ombrava leggermente il suo labbro superiore, e pensavo che le avrei dato volentieri molto più di quanto mi domandava....

Contatole il denaro, se lo pose in tasca, intinse una penna di tacchino in un calamaio di legno, e con solenne gravità prese nota del pagamento.

Allora si parlò e si rise sopra varii argomenti. Io canzonavo Zaccheo sulle funzioni muliebri, egli accarezzava il bimbo, mi rispondeva che i giovinotti si burlano di ciò che non conoscono, che il cuore non ride mai... che nelle affezioni si confondono i sessi e le età, che il padre è come la madre, il nonno è come il nipote.

Mi disse che sua moglie era occupata negli affari, che fra l'uno e l'altro bisognava aiutare la barca. In tal modo presi conoscenza del loro sistema di famiglia, nel quale la donna primeggiava col pensiero e l'uomo con l'opera manuale; la prima ordinava, dirigeva, registrava le entrate e le spese, il secondo la serviva come un famiglio, andava a prendere il grano per le case dei villaggi vicini, lo gettava nella tramoggia, e ne riportava la farina. Infatti la moglie aveva la suprema direzione degli affari, il marito e l'asino facevano il resto.

Lo squallore del volto del mugnaio, aumentato dalla velatura di farina che avvolgeva tutta la sua persona, contrastava grandemente colla freschezza della moglie, la cui rara avvenenza era rilevata da una salute così vegeta che sforzava le cuciture.

Osservandola attentamente io andava sempre più confermandomi nel sinistro progetto di farne la conquista, e per facilitarmi le operazioni dell'assedio trovai necessario di prendere alcune precauzioni, predisponendo le cose in modo che gli approcci alla fortezza non riuscissero sospetti. Dissi che mi dilettavo di pittura, occupando le ore che mi restavano libere dopo la scuola a riprodurre le più belle vedute del paese. Mostrai il desiderio di copiare quella stupenda cascata; e questo primo stratagemma mi riuscì a meraviglia. Mi rispose ch'io non ero il primo che mandasse ad effetto tale divisamento, avendo già veduto varii artisti seduti per intiere giornate sotto un albero disegnando il paesaggio. Mi offersero anzi l'ospitalità, se avessi bisogno di riposo, e la loro ingenua cordialità avrebbe dovuto farmi subito desistere dalla mia scellerata macchinazione.

Non intendo giustificare un attentato che ora risveglia i miei rimorsi e mi fa arrossire di vergogna, ma credo d'aver diritto di reclamare le circostanze attenuanti. Se la bellezza della greca Frine la fece uscire dall'Areopago assolta da ogni accusa, io sono convinto che all'aspetto della mugnaia i miei giudici non potrebbero essere più severi dei vecchi senatori d'Atene e dovrebbero giudicare con indulgenza un giovane di vent'anni che aspirava alla conquista della Frine del mulino.

Fatto sta che alcuni giorni dopo la prima visita volli eseguire alcune ricognizioni nei dintorni della fortezza, per conoscere i movimenti del nemico, e riuscii a scoprire le ore precise delle uscite giornaliere del presidio.

Il presidio nemico si concentrava naturalmente nel mugnaio, ed io, nascosto dietro una roccia, lo vidi varie volte alla solita ora comparire sopra il suo asino, sul vertice d'una collina dietro la quale s'ascondeva il mulino. E dopo tanti anni mi pare ancora di vederlo. L'asino, il sacco ed il mugnaio formavano un gruppo d'una mezza tinta uniforme come il marmo piramidale secondo le leggi scultorie, e spiccava pittorescamente sul verde scuro del bosco che formava il fondo del quadro. Mi riuscì dunque agevole impadronirmi del mulino in un momento opportuno, e gettare qualche razzo incendiario, in via d'esperimento. Tentativo fallito!... La minaccia d'una vigorosa risposta mi consigliò subito a battere la ritirata, aspettando una migliore occasione per ritornare all'assalto.

L'assedio procedeva regolarmente, con tutte le regole indicate dall'arte. Al mattino andavo a disegnare la cascata: era una finta necessaria per ingannare il nemico sui miei movimenti; più tardi rientravo al bivacco, cioè facevo colazione al mulino coi commestibili che portava meco per alimentare la truppa all'assedio. Talvolta mi procacciai qualche ghiotto boccone, e dell'ottimo vino... sperando di prenderla per la gola, ma i miei tentativi riuscirono vani. La mugnaia accettava cordialmente le mie offerte, se le divorava senza cerimonie, e colla stessa semplicità mi obbligava di prendere i suoi frutti secchi, il pesce fritto e la polenta del mulino. Era uno scambio di cortesie leali e nulla più. Io approfittava di quei momenti per avanzarmi di qualche passo, colle parallele del sentimento, ma essa mi rispondeva con un'artiglieria che distruggeva le mie operazioni preparatorie, e rendeva vane anche le piccole scaramuccie.

Stanco e annoiato di perdere tanto tempo senza frutto, un giorno, con un rapido movimento, girando la posizione di fronte per l'ala sinistra, volli tentare di prendere la piazza con un ardito colpo di mano. Ma anche questa sorpresa ebbe un esito infelice... e pericoloso. Sono sfuggito per miracolo ad un rovescio, che mi avrebbe causato delle gravi perdite, se avessi mancato di quel genio che guidava il principe Carlo d'Austria nelle sue ritirate davanti l'impeto degli eserciti del primo Napoleone.

Con destrezza insuperabile ho salvata la testa! le difficoltà si facevano sempre più gravi, la fortezza presentava una resistenza insormontabile, ed io rientrava sovente nei miei quartieri ferito nell'orgoglio, e talvolta anche altrove, ma spinto da ogni nuova ripulsa a tentativi più arditi.

Una sera me ne tornavo dall'attacco rimuginando col pensiero qualche astuzia guerresca, quando sentii Bitto da lontano che abbaiava allegramente, come soleva fare incontrando gli amici. Infatti alla svolta del monte vidi una brigata di persone che avanzava dalla mia parte. Era la famiglia Bruni, e il dottore con sua moglie che facevano una passeggiata vespertina.

Quando mi furono dappresso, m'avvidi che si scambiavano delle occhiate d'intelligenza, e che ciascheduno aveva un sorriso o un sogghigno sulle labbra.

— Oh... quale sorpresa! — esclamò il signor Nicola, — il maestro Daniele da queste parti... a quest'ora....

— Nessuna sorpresa... — io risposi... — perchè vedo che mi siete venuti incontro.

— Sì... no... è vero... non è vero, — tutti volevano dissimulare la verità, ma colla franchezza della mia risposta io avevo gettato il disordine nel campo nemico.

— Infatti, — soggiunse il signor Nicola, — è lecito sapere che cosa vi attira da queste parti?...

— Perbacco, — io risposi, — vogliono che io faccia dei misteri?... vado a studiare una cascata....

— Ah!... ah!... ah!... benissimo... è ben trovata, — osservò il signor Nicola.

— Va a prendere delle doccie.... — proseguì il medico.

— Ha ragione, signor maestro, fin che è giovane si diverta, — continuò la signora Pasquetta, che si mostrava sempre indulgente pei peccatuzzi dell'umana fragilità.

— Eppure, — riprendeva il signor Nicola, — quella cattiva lingua di Tobia pretende che abbiate degli interessi al mulino.... e siate infarinato a dovere!...

— Ahimè, povero Zaccheo!... — replicava il dottore levandosi il cappello, e simulando colle dita sulla testa certi ornamenti animaleschi, che facevano arrossire la signora Pasquetta fino al bianco degli occhi.

Vedendo il dottore a fare quegli scherzi, non ho potuto trattenere le risa, e diedi in uno scroscio sgangherato accompagnato dai singulti del signor Nicola, che scoppiava nella pelle. La signora Giovanna rideva essa pure, ma il dottore rideva più di tutti.... Agata era andata avanti con Bitto, e gettava dei sassi, che egli correva a prendere, riportava e depositava a' suoi piedi, abbaiando con insistenza per ottenere che la ragazza li gettasse nuovamente.

Intanto noi si rideva allegramente vedendo il dottore contento come una pasqua dell'effetto irresistibile prodotto da' suoi scherzi; egli, incoraggiato dal buon successo, continuava a burlarsi di Zaccheo, malgrado le preghiere di desistere che gl'indirizzava la moglie, divenuta pavonazza dalla tortura.

Essendoci accorti che la signora soffriva davvero, abbiamo abbandonato il soggetto scabroso, cambiando discorso.

Era l'ora del tramonto, e volendo rientrare al villaggio prima di notte abbiamo abbandonata la strada maestra, prendendo una scorciatoia per un sentiero tortuoso fra due siepi.

La viuzza angusta non permetteva il passaggio che a due sole persone di fronte. Io precedeva la comitiva insieme con l'Agata, poco dopo seguiva il signor Nicola colla signora Pasquetta, ed ultimi il dottore colla signora Giovanna. Bitto andava avanti e indietro, su e giù per l'erta, come sogliono fare i cani... e gl'innamorati.

Il sole, dardeggiando i suoi ultimi raggi dietro la montagna, tingeva di porpora e d'oro le nuvolette increspate che vagavano pel firmamento.

— Come sono stupende queste scene della sera fra i monti!... — io osservava.

— Soltanto dopo un giorno sereno.... — mi rispondeva l'Agata. — Ma i giorni burrascosi hanno un tetro tramonto, senza luce, senza splendore, con un corteggio di nuvoloni neri, minacciosi.... Avete mai pensato alla rassomiglianza fra il periodo d'un giorno e l'intiero corso della nostra vita?

— Ci ho pensato sovente.... — io soggiunsi, — e se dipendesse da me, vorrei che ogni giorno fosse sereno, ogni vita felice, ogni tramonto bello come quello di questa sera....

— Il giorno bisogna prenderlo come ci vien dato dalla natura.... ma dipende da noi che la nostra vita sia calma o burrascosa, senza macchie, senza rimorsi, senza nuvole al tramonto, come una giornata serena.

La guardai in volto tacendo, e mi parve grave e severa.

Camminavo in silenzio dopo qualche istante, quando un magnifico falco attraversando la valle ci passò rapidamente davanti gli occhi, penetrando nel bosco vicino, dal quale dopo uno stormire di fronde s'intese un confuso cinguettìo, e si videro uscire alcuni uccelletti spaventati.

— Un bel falco!... — dissi io.

— Bello, ma crudele!... — essa mi rispose. — La bellezza è un dono della sorte, non è un merito; e, — proseguì, — se la bellezza non è accompagnata da buon cuore e da onestà, io la compiango. Quando vedo un falco, non penso alla sua bellezza, ma al dolore dei poveri uccelletti che avranno il nido invaso e insanguinato dal rapitore, che, portandosi via la madre a tradimento, mette il padre in disperazione, e lascia i piccini nell'abbandono.... Mio Dio! quante vittime per una preda!...

Io sentiva che i colpi venivano al mio indirizzo.... e che erano meritati.

Pensai seriamente alla colpevole leggerezza che mi valeva quella severa lezione. Anch'io come il falco grifagno tentava rapire la pace ad una onesta e tranquilla famiglia... che nel suo eremo, ai piedi delle Alpi, non era ancora abbastanza riparata dalla rapacità d'un cuore spietato.... Ma almeno il falco cercava una preda per vivere.... io invece facevo il male per soddisfare un vano capriccio.... per saziare un desiderio colpevole.... per distrarmi da un dolore profondo con una insidia.... per vendicarmi contro persone innocenti dei mali prodotti dalla mia dabbenaggine!... ed ecco che come al solito io compariva peggiore della bestia.... più crudele del falco.... e meno fortunato di lui, perchè non avevo nè la sua destrezza per cogliere la preda, nè le ali per fuggire dalle maledizioni delle vittime!...

Io invidiava la sorte di quell'uccello di rapina, che dopo il delitto poteva almeno volare in lontane regioni, ove si ignoravano le sue prodezze sanguinose!... io invece non potevo nascondere la vergogna davanti al mio giudice.

Tuttavia sentivo il bisogno di rispondere qualche cosa; ma misurando i miei torti non trovavo giustificazioni ammissibili, e mi sentivo così aggravato, che proruppi in queste parole:

— Agata, avete ragione, disprezzatemi, io sono un uomo abbietto!.... se fossi vicino ad un precipizio, mi vedreste scomparire dai vostri sguardi....

— Con un delitto non si ripara una colpa.... — mi rispose freddamente.

Allora mi venne il pensiero ch'essa mi credesse forse più colpevole che in fatto non era, e volli giustificarmi.... per non essere condannato in contumacia.

Le confessai ingenuamente la mia ammirazione per la bellezza plastica della moglie di Zaccheo, assicurandola però che tale ammirazione non ebbe altro effetto che alcune visite senza conseguenza.... Tacqui dell'assedio tentato invano, della resistenza valorosa e dell'artiglieria formidabile della mugnaia, e promisi che avrei abbandonato per sempre il mulino, e gli studi delle cascate!...

— Me lo promettete seriamente?... — mi chiese.

— Ve lo prometto sulla mia parola d'onore.

— Accetto la promessa in nome di vostra madre, — ella mi rispose, — della quale m'avete impartita l'autorità. — Così dicendo mi sporse la mano.

Io gliela strinsi coll'animo commosso e le chiesi umilmente:

— E mi perdonate?...

— Vi perdono, — mi rispose, — a condizione che siate galantuomo... ricordandovi che chi ruba la donna altrui è un ladro più infame di chi invola il denaro... Il denaro rapito può lasciare le vittime nella povertà... ma la donna che tradisce il marito lo lascia nel disonore, che è peggior cosa d'ogni miseria!...

Eravamo giunti al villaggio e dopo i soliti saluti rientrammo nelle nostre case.


XIII.

Ho dunque abbandonato l'assedio, e ripiegata la tenda; non più marcie forzate, nè speranze, nè timori, nè tutte le emozioni della lotta. Ho battuto la ritirata, per riprendere la vita monotona del soldato di guarnigione.

A vent'anni avevo già spasimato d'un amore ideale, e raccoglievo un amaro disinganno; avevo tentato l'amore positivo, materiale, il frutto vietato; e ne riportavo qualche ferita e un rimorso. In complesso erano due fiaschi solenni coi quali inauguravo la mia esistenza, due fiaschi che mi mettevano in uggia le ragazze e le donne.

Ora, a vent'anni, senza un amore che riscaldi il cuore, come si fa a vivere in un gelido villaggio della Valtellina?...

La scuola?... me ne appello a tutti i maestri spregiudicati: la scuola, tanto per chi insegna quanto per chi ascolta, non è che una fabbrica di noia perfezionata. La tragedia?... essa giaceva abbandonata sul tavolo, ogni ispirazione era svanita, il fuoco sacro s'era spento alla scomparsa della Vestale; non avvi poesia senza musa, nè arte senza donna!... L'orto?... era incolto, vi crescevano i cardi selvatici e le ortiche. Senza famiglia non si hanno nè fiori.... nè legumi. L'uomo, solo, vive di qua e di là, senza centro e senza circonferenza. Avrei potuto cercare qualche divagamento nella coltura delle piante, ma ignoravo ancora quest'arte, trovandomi sempre alle prime pagine dell'Ortolano dirozzato.

Non sapevo più a che santi votarmi. Psiche, Venere e Melpomene mi erano sfuggite di mano; del divino Olimpo non mi restava altro che Bacco. Mi sono dato alla divozione del suo culto, e mi parve che mi si mostrasse propizio.

Questo nume benefico agli infelici, esiliato dagli altari dell'umana ingratitudine, andò vagabondo e ramingo sulla terra, arrestandosi di preferenza sui clivi ridenti di vigneti, ove continua in modo clandestino l'esercizio dei sacri suoi riti. Tutto il bene e il male del mondo, l'amore o l'odio, le gioie e le lagrime, la poesia e i dolori della vita umana, l'incenso profumato, e il fumo graveolente dei roghi, tutto svapora, tutto sale all'empireo, tutto si confonde nell'etere. Le meteore raccolgono tutte le emanazioni della terra, materiali e morali, visibili ed invisibili; il vento le agita, il tuono le scuote, il fulmine le riscalda, l'umidità le discioglie, e quando piove tutto ricade sulla terra. Questo è il circolo eterno dello spirito e della materia; nulla si perde nell'universo, tutto si rinnova. Colla pioggia benefica ritornano al nostro globo gli elementi vitali del corpo e dell'anima umana. Le piante assorbono quegli umori, li elaborano, ed essi ritornano all'uomo cogli alimenti. Le pioggie benefiche apportano la gioia; le grandini sono maledizioni retrocesse, le rugiade baci ed amplessi che brillano nuovamente sulla superficie terrestre, e ingemmano l'erbe ed i fiori colla loro comparsa. Per questo sulla terra germogliano sempre le stesse piante e le stesse passioni, nascono gli stessi animali, e si ripetono le medesime vicende.

Ogni pianta ha le sue facoltà assorbenti, non solamente per i principii materiali che somministra la terra, ma altre pei principii spirituali che oscillano nell'aria, riscaldati dal sole. Il frumento non assorbe soltanto i fosfati, ma raccoglie dall'aria gli elementi confusi del bene e del male; e l'uomo, nutrendosi di pane, inghiotte non solo un alimento sostanzioso, ma altresì gli elementi delle gioie e dei dolori che si manifesteranno nella sua vita.

Alcune piante godono lo speciale privilegio di non assorbire che un solo principio. Se è il principio del male sono piante velenose, come la cicuta, la belladonna, il giusquiamo; se è il principio del bene sono piante benefiche, come la china del Perù, l'arancio, la vite. Le prime uccidono, le seconde risanano l'uomo.

È certo che le dosi modificano la loro azione, potendo tornar giovevole una piccola dose di veleno, e micidiale una forte dose di vino. Ma nel mondo morale succede lo stesso: un eccesso di gioia uccide, un dolore corregge un vizio.

La vite ha la specialità di non raccogliere colle sue radici, e di non assorbire colle sue foglie altro che gli umori soavi ed esilaranti: lo spirito, l'ilarità e l'entusiasmo. Ecco il motivo pel quale mi sono votato a Bacco: mi pareva nelle mie critiche circostanze d'aver sommo bisogno della particolare assistenza di questo dio. Infatti esso distilla nel succo dei grappoli la quintessenza dell'umana felicità. Questa si assimila al vino, entra nelle botti e nelle bottiglie, brilla nei bicchieri come i rubini e i topazi d'oro, esala nell'aria gli effluvi de' suoi aromi sottili. Buon vino e buon umore sono sinonimi, e chi ne ha ne usi moderatamente per goderne a lungo, e chiuda le bottiglie con tappi solidi di sovero di Spagna, e metta capsule metalliche sul turacciolo per conservare scrupolosamente il profumo e lo spirito dell'umana felicità distillata. Nel fondo d'ogni buona bottiglia si trovano arcane consolazioni, affatto ignote a chi non beve che acqua. Ma le passioni intemperanti spingono l'uomo ad abusare di tutto, ond'egli avvelena l'aria destinata al suo respiro, intorbida le pure sorgenti e guasta i migliori succhi della vite. Con alcuni buoni pensieri si possono fare pessimi vini; la colpa è tutta dell'uomo, di questo guastamestieri della natura.

Ma non basta fare il vino eccellente, bisogna anche saperne usare con moderazione.

Che cosa è più soave negli ardori della canicola d'una immersione in un bagno fresco? ma l'uomo non si contenta di tuffarsi nell'acqua fino al collo, egli corre ove il fiume è più rapido, ove il mare è più profondo; non si limita a nuotare alla superficie, ma vuole entrare sott'acqua colla testa, e trova talvolta un pescecane che lo divora.... o un filo d'erba che gli lega una gamba.... e l'uomo s'annega.

L'umana intemperanza riduce la vita ad un incubo insopportabile, quando si potrebbe goderne come d'un sogno delizioso!

Così pure il vino subì la sorte di tante cose eccellenti e salubri ridotte nauseanti e pericolose. Bacco ci offre un frutto che contiene le dosi d'un elisire di lunga vita, e noi troviamo il modo di snaturare l'essenza di questa divina materia per produrre un tossico ingrato e micidiale! E i legislatori che condannano ai lavori forzati il falsario delle monete, non trovarono la benchè minima pena per punire i falsificatori del vino, che sono causa di gravi mali sociali, che avvelenano i loro simili, che guastano gli stomachi e i cervelli, che producono coliche e delitti!

L'oste del mio villaggio, come tutti gli osti che godono questa impunità, aveva del vino buono e del cattivo. Dapprincipio preferii la qualità alla quantità, e ne sentii gli effetti benefici al corpo ed all'anima. Il buon vino mi facilitava la digestione e mi disponeva ad una benevolenza universale: io sentivo un bisogno di perdonare le offese, di tollerare le imposte più gravose, dimenticavo i mali sofferti, speravo nell'avvenire. I più dolci pensieri danzavano nella mia fantasia come sopra un tappeto di fiori, uno spirito di conciliazione animava il mio cuore, e mi addormentavo contento e beato, e sognavo che la contessa Savina mi dava un bacio, che la mugnaia me ne dava due, e poi si baciavano fra loro, e ci abbracciavamo tutti e tre. Erano visioni di paradiso!...

Ma io non ho saputo contenermi nei limiti prescritti dalla ragione, dal buon senso e dall'onestà!

Tuttavia, prima di raccontare i particolari di questo nuovo errore della mia gioventù, sento il bisogno di reclamare nuovamente le circostanze attenuanti, anche a benefizio di Bacco, accusato ingiustamente di connivenza ai miei falli.

No, il vino non è la causa della mia intemperanza, come l'acqua non è responsabile dei suicidii che si commettono nel suo seno.

Non è l'uso del vino, è l'abuso che mi trascinò... sotto al tavolo.

La giustizia deve passare prima di tutto; nè il vino, nè l'oste sono colpevoli; io solo devo subire la censura d'una condotta irregolare.

Se il vino lo avessi portato a casa, e me lo fossi bevuto a pranzo, mi avrebbe fatto del bene. M'ha fatto male perchè ho sbevazzato all'osteria, senz'ordine e senza misura.

Il vino è assolto.... veniamo all'oste.

L'oste, poveretto! quando s'accorse che il mio cervello divampava, ha fatto la parte del pompiere, mettendomi dell'acqua nel vino, procurando con sincera filantropia di moderare l'incendio che non poteva più spegnere.

È verissimo che nel conto mi ha fatto pagare il vino annacquato come vin pretto, ma anche questo è lodevole, tenuto conto dell'intenzione che deve averlo guidato d'infliggere una multa alla mia intemperanza. — Ma chi ha dato diritto all'oste di far pagare ai suoi avventori più di quanto gli è dovuto?... Forse l'agente delle tasse, il quale attribuendogli una rendita immaginaria, superiore alla vera, e facendogli versare una imposta relativa, aperse la strada dell'arbitrario, divenuto indispensabile per pagare l'ingiusto! — Dunque si assolva anche l'oste.

I veri colpevoli furono i falsi amici e i cattivi compagni. Alla testa di tutti pongo Uguccione della Fagiuola, il quale avendo scoperto in me i germi d'una nuova passione, che si andavano sviluppando, invece di mostrarmi i pericoli a cui andavo incontro, mi fece coraggio a persistere nelle prave abitudini. Egli era molto più vecchio di me, e l'esperienza doveva tenergli luogo d'educazione. Avrebbe potuto dirmi amichevolmente: — Bada, Daniele, a quello che fai; tu sei costantemente innamorato delle cose pericolose, e trapassi con inconcepibile leggerezza dall'amore della donna all'amore della botte. Sta in guardia, non fidarti troppo nè dell'una nè dell'altra; entrambe ci lusingano da principio con prestigiose illusioni, entrambe producono soavi emozioni, brillano ai nostri occhi con ismaglianti colori, sorridono ai nostri sguardi, ai primi baci esaltano il nostro spirito, ci promettono la suprema felicità!... ma poi!... a misura che la passione si riscalda, esse abusano della loro fatale influenza, intorbidano la nostra mente, ci espongono a mille pericoli, e ci fanno smarrire la ragione ed il senno!... Daniele, non fidarti nè della donna nè della botte; tu non sai quanto il loro profumo sia ingannatore, tu ignori gl'istinti malvagi che ascondono in seno, e i funesti veleni che circolano nel loro sangue. Fuggi la donna e la botte. Se m'avesse detto così, io andava frate, e tutto sarebbe stato finito; rinunziando alle gioie terrene mi assicuravo almeno il paradiso per l'altro mondo, ma Uguccione tenne un altro linguaggio.

— Bevi, bevi, — egli mi diceva, — il vino consola di tutto, la vita non ha che disinganni e dolori, in fondo della bottiglia si trovano le illusioni e le gioie: bevi e cerca l'oblio dei mali nel bicchiere, esso ti farà dimenticare la miseria e i tradimenti, gli amori infelici, le noie della solitudine, le amarezze del destino; bevi e sarai felice.

Ed io bevevo... ma bevevo come un sifone....

Egli mi faceva compagnia, e si stava allegri. Poi, per tenermi più a lungo all'osteria, mi mise in mano le carte. Dapprincipio giuocavo con indifferenza, ma a poco a poco m'entrò la passione dei fanti e dei cavalli, delle spade e delle coppe; gli assi mi mettevano in convulsione, avrei dato cento scudi per un dieci di danari, mi pareva impossibile che l'uomo potesse vivere senza le carte, ci pensavo il giorno e la notte, e le vicende del giuoco unite al liquore di Bacco mi agitavano il sonno terribilmente. Le giornate mi parevano più lunghe, la scuola sempre più noiosa; io attendeva con ansietà il momento di fare la partita, e quando all'ora della mia passeggiata Bitto voleva condurmi per la campagna a respirare l'aria pura e serena, io obbligava la povera bestia a rinunziare a questo esercizio salutare per accompagnarmi all'osteria a passare la sera in quell'afa infetta di vivande, di vino e di tabacco. Le carte non rispettano le affezioni più sacre, non riconoscono amici, nè credono ad altri piaceri all'infuori di quelli del tavolino.

Così in breve tempo divenni giocatore e beone.

Pare impossibile come è facile diventare viziosi quando il cammino della virtù riesce tanto faticoso! Eppure l'esperienza insegna che l'uomo non può essere felice se non ha la coscienza tranquilla. Tutti vogliono essere felici, ma molti fallano la strada, cercando da lontano e per vie remote ciò che si trova da vicino, anzi dentro di noi.

Io giuocavo e bevevo gran parte della notte; le perdite al giuoco mi animavano a raddoppiare le partite, e il vino mi eccitava la sete. Uguccione della Fagiuola colle carte, e l'oste col conto mi pelavano penna a penna, come si farebbe d'un pollo. Io era sempre pronto ad essere spiumato da tutti e due; giuocavo come una ruota, bevevo come una spugna, ed alla notte soffiavo come un mantice.

Una sera giuocando e bevendo, bevendo e giuocando, ho perduto tutto il denaro che doveva bastarmi per vivere un mese; poi non avendo più denaro, e volendo prendere la rivincita, ho perduto l'orologio, poi la giubba, poi la cravatta... poi il cervello e le gambe, e sono andato a finirla sotto al tavolo!...

Dopo un sonno profondo mi svegliai indolenzito, ammaccato, scapigliato, sconcio, colla testa pesante e la borsa leggiera, in maniche di camicia.

Ero sotto il tavolo, all'oscuro, dimentico d'ogni cosa, sbalordito.

Chiamai la Rosa. Bitto venne a leccarmi il volto con affezione inquieta, e pareva che volesse parlarmi. Non sapevo ove fossi, strepitai tanto che finalmente vidi comparire l'oste in mutande e pantofole, con un fanale in mano.

— Ha chiamato, signor maestro?

— Altro che chiamato!...

— Ebbene come va?

— Ma!.. mi pare che la vada malissimo... che non potrebbe andar peggio. Ditemi un po' che cosa faccio qui in questo arnese... e in questo letto un po' duro, ma a padiglione?

— Eh, quando si ha un buon sonno si dorme da per tutto.

— Benissimo... che ora è?

— Incomincia il crepuscolo.

— E perchè mi avete lasciato in terra tutta la notte?

— Per non farle male... gli ubbriachi bisogna rispettarli.

— Vi ringrazio dell'onore... ma come mi trovo qui?

— Vedo che la cotta è stata proprio solenne, se non si ricorda più nulla! Ecco come passarono le cose: ha giuocato e bevuto fino a che ha potuto reggersi in piedi, poi ha scivolato sotto al tavolo. I suoi compagni volevano accompagnarlo a casa, ma erano cotti fino alle midolle; ho pensato che andrebbero a dormire in un fosso. Ho detto fra me: vadano pure, essi sono veterani avvezzi alle bastonate, ma un coscritto non bisogna abbandonarlo. Se si rompe la testa possono darmene la colpa, e così mi sono fatto scrupolo di disturbarla. Dormiva tanto bene che pareva morto.... L'ho lasciato in pace al posto naturale scelto dalla natura... ed io pure sono andato a dormire.

— Nel vostro letto.

— S'intende... nel mio letto.

— Fortunato mortale!... Ed ove sono i miei panni?

— Li ha giuocati e perduti, con l'orologio... povero maestro!

— Ora mi rammento benissimo... pazienza... è stato il fante di spade che mi ha tradito!.. Mi dispiace che non avendo più un soldo nè in tasca nè in casa, non posso pagarvi il mio debito prima d'aver trovato i contanti.

— Di questo non si dia pensiero, signor maestro, mi pagherà un altro giorno. Intanto vada a casa a vestirsi finchè le strade sono deserte; e non si perda di coraggio per così poco. E mi aperse la porta.

Uscii con Bitto, che vedendomi mezzo spoglio mi guardava con compassione.

Io mi vergognavo davanti al mio cane.

Spirava una fresca brezza mattutina, il cielo era sereno, l'aurora tingeva i monti d'un roseo dorato. Il sorriso della natura mi faceva male. Avevo in saccoccia la chiave di casa, entrai come un ladro, penetrando con precauzioni infinite nella mia stanza per non essere sorpreso in quello stato miserevole dalla Rosa. Il sole si alzava quando io poggiava sul cuscino la mia povera testa pesante, e grave di pensieri dolorosi ed umilianti.

All'indomani tutto il villaggio parlava della mia avventura. Uguccione della Fagiuola l'aveva raccontata in piazza, il campanaro in canonica, il cursore in ufficio, le donnette ai mariti. Le autorità civili ed ecclesiastiche censurarono altamente la condotta scandalosa del maestro, tutti ciarlavano, commentavano, infioravano, esageravano il fatto e ridevano.

Se la coppa dell'amore appressata due volte alle labbra mi lasciò sempre deluso, anche in mezzo ai fiaschi... ho fatto fiasco!... Tre delusioni successive era troppo! Avrebbero bastato a schiacciare un gigante; io, che non era che un insetto, mi trovai polverizzato addirittura.

Più di tutto mi crucciava il pensiero di ciò che avrebbe pensato la famiglia Bruni de' miei stravizii, e mandai la Rosa con un pretesto per esplorare il terreno. Al suo ritorno le andai incontro per abbreviare la mia ansietà.

— Ebbene, che cosa pensano di me?... — le chiesi.

— Dicono, — mi rispose, — che siete un buon ragazzo, onesto e dabbene, vittima degli astuti, degl'intriganti, degli arruffoni, che abusando della vostra bonarietà vi rendono tributario dei loro disordini, dei loro vizii, e poi vi denigrano e vi mettono in ridicolo.... La signora Agata vi aspetta dopo pranzo per fare una gita con sua madre, non potendo il signor Nicola accompagnarle a motivo delle sue occupazioni.


XIV.

All'ora fissata v'andai. M'aspettavo una ramanzina in piena regola, invece fui sorpreso che non parlassero nemmeno de' miei malanni. Mi accolsero colla solita benevolenza, chiedendomi scusa d'avermi incomodato; ma conoscendomi compiacente e gentile, le signore mi pregavano di accompagnarle in un sito deserto della montagna, essendo il signor Nicola impedito, e non osando avventurarsi sole con Martino in quei greppi.

Partimmo subito, seguiti dal domestico che portava un cesto coperto, e preceduti da Bitto che andava ad esplorare il terreno, ed abbaiava alle pecore che pendevano dall'erta e ci guardavano passare con attenzione e diffidenza. Pare che certe bestie non abbiano troppo buona opinione dell'uomo.

La strada fu lunga e faticosa per l'ardua salita, ma la buona compagnia, l'aria fresca ed elastica e l'aspetto pittoresco e variato del paesaggio me la fecero sembrare agevole e breve. Strada facendo aveva chiesto dove s'andava, e l'Agata mi aveva risposto:

— Andiamo a fare un po' di bene... ve ne dispiace?

— Ne sono contentissimo, e ne sento bisogno io che faccio tanto sovente del male.

Non mi rispose, e poco dopo continuò:

— I nostri montanari hanno l'abitudine d'emigrare in lontani paesi per sostentare le loro famiglie col lavoro e fare qualche risparmio. Talvolta ritornano a casa ricchi o almeno ben provveduti, talvolta affranti dagli stenti, dalle privazioni, ammalati e più poveri di prima. Ecco il nostro caso. Si tratta di un padre di famiglia ritornato misero e infermo.

Intanto eravamo giunti davanti una catapecchia affumicata che sorgeva come una vedetta a picco della valle, in un angolo sporgente a diritta della strada maestra. Eravamo ad una grande elevazione; si vedeva al basso il torrente come un nastro azzurro, serpeggiante fra le piccole colture frastagliate, poi come un anfiteatro a scaglioni ove verdeggiava un magro frumento in piccoli spazi di terreno sostenuti da muricciuoli a secco, qualche casupola sparsa e biancheggiante fra i cespugli, e più in alto i pascoli interrotti dalle frane e dalle valanghe, sparsi di alcuni castagni giganti che si aggrappavano ai crepacci colle grosse radici; grandi e piccoli macigni franati dalle cime erano sparsi sugli strati erbosi che giungevano al margine dei precipizi. In alto e da lontano le aride giogaie erano spruzzate di neve, che brillava al sole e spiccava sull'orizzonte turchino.

A sinistra della strada s'alzava un bosco di abeti, che secondando le curve della montagna andava a perdersi fra le gole lontane. Sul margine del bosco in cima al muraglione sostenente il terreno tagliato dalla strada, pascolava una capra, vicino alla quale sedeva una bambina bionda e ricciuta, bianca e rossa ch'era una bellezza a vederla.

Al nostro avvicinarsi la capra alzò la testa mandando un lungo belato, e la bambina s'alzò in piedi per fuggire. Allora s'aperse l'uscio del tugurio che stava dirimpetto, e comparve sulla porta una donna giovane ancora, ma sparuta, solcata dalle rughe d'una precoce maturità, lacera nelle vesti, scapigliata e affranta dalle veglie, squallida dalla miseria.

Vedendo l'Agata alzò le mani e gli occhi al cielo esclamando:

— Benedetto Iddio!... ecco la Provvidenza!...

Agata l'interruppe interrogandola ansiosamente:

— Come va il povero Beppo?

— Sempre lo stesso, signora!... sempre la febbre... e i dolori. Ma se vuole consolarlo si mostri sulla porta.

— Entriamo, entriamo, — disse l'Agata, e la povera donna c'introdusse nella stanza dell'infermo.

Da una sola finestra vestita di carta entrava nello stambugio una luce smorta. L'infermo smunto, giallognolo, colle occhiaie incavate e segnate da un cerchio livido, cogli zigomi protuberanti, le labbra violacee, i capelli rabbuffati, l'occhio semispento, stava seduto sul suo giaciglio colle braccia distese sulle coltrici rattoppate, rotolando l'estremità del suo lenzuolo di stoppa nelle scarne mani. Al comparire d'Agata schiuse le labbra ad un sorriso, i suoi occhi parvero avvivarsi, poi due grosse lagrime gli corsero sulle guancie. Ci salutò con un cenno del capo accompagnato da un'alzata di mano, e ripeteva con voce fioca:

— Grazie... grazie... ho pregato per voi tutto il giorno... non posso far altro, grazie pei poveri bambini... e per le donne... che per la vostra carità non hanno più sofferto la fame!... Iddio salverà la vostra famiglia dalle disgrazie, io confido in lui... per me sia fatta la sua volontà... anch'Egli ha sofferto tanto per il bene, la giustizia e l'umanità.... — e così dicendo accennava colla mano un Cristo che pendeva a capo del letto, un Cristo colla testa cadente incoronata di spine, colle piaghe sanguinose, e i piedi insudiciati dai baci di varie generazioni di devoti e di moribondi.

La povera moglie ci raccontò allora le lunghe sofferenze di suo marito. Egli era partito con profondo rammarico dal suo tugurio, ove lasciava quanto aveva di più caro sulla terra: la vecchia madre, la moglie, tre bambini che gli saltellavano intorno, sempre allegri e contenti, e volevano seguirlo dappertutto. La bambina, la sua delizia, lo accompagnava sul monte nella stagione della falciatura del fieno, e s'addormentava all'ombra. Egli la coricava sulla sua giubba e le copriva il volto col fazzoletto per ripararla dagli insetti. Alla sera se la portava a casa in braccio, contenti tutti e due. Lasciare tali abitudini, tanti affetti di famiglia, e andar ramingo in lontani paesi gli tornava amaro, doloroso, straziante. Ma mancava il lavoro, e quindi il pane per tutti. Partì col cuore lacerato quando cadevano le foglie e la cattiva stagione s'avvicinava a gran passi. Una mattina, preso sulle spalle un piccolo fardello, baciò la madre e i bambini e seguito dalla moglie uscì dalla sua capanna, ove avrebbe vissuto felice se avesse potuto vivere. La sua donna lo accompagnò fin fuori della valle, parlando dei loro interessi. Ma quando non vide più la sua dimora, fu inquieto e la rimandò. Si lasciarono con un cenno del capo e della mano, senza poter proferire una parola, nè l'uno nè l'altra: il dolore li strozzava.

Durante l'inverno quei tapini rimasti alla capanna, quasi sepolti sotto la neve, ricevettero qualche soccorso dall'estero. Il cursore comunale portava le lettere, e la povera donna sfidando le intemperie scendeva dal monte, trovava il danaro assicurato alla posta, faceva le sue provviste al capoluogo, e rimontava lentamente colla neve fino al ginocchio, e le spalle cariche della gerla piena. Ma sapeva almeno che il marito stava bene e pensava a loro, e li sosteneva lontani; i bimbi l'aspettavano sulla porta, battevano le mani all'arrivo di lei, facevano mille feste alla comparsa di tante buone cose che portava, e la nonna riceveva il tabacco e il pane, e tutti avevano da vivere in pace aspettando la buona stagione. La solitudine, l'isolamento, il freddo in mezzo a quei monti ricoperti di neve non ispaventavano quella povera famiglia quando aveva della farina e del sale, del formaggio e del latte. Il giorno, se brillava il sole in un cielo sereno, i bambini giocavano sulla neve, vi facevano banchi, grotte, edifizi fantastici, e quando imperversava la bufera, si raccoglievano colle donne intorno al focolare, rannicchiati sotto la cappa del camino, come i pulcini sotto la chioccia. Abbruciavano i rami odorosi dell'abete e del ginepro, cuocevano le patate sotto la cenere, la fiamma viva li compensava del sole assente, il gorgogliare della pentola li consolava dei sibili del vento, e i vortici del fumo erano a loro meno molesti delle pungenti ambizioni che agitano la società. Nè trovavano verun motivo di lamentare la loro sorte, e non si sarebbero mai immaginati che a questo mondo si possa desiderare di più!...

Alla sera si mettevano tutti in ginocchio, e dicevano le orazioni tutti in comune. Pregavano per la famiglia, per gli assenti, i viandanti, gli emigrati, gli infermi, ed invocavano la salute e le benedizioni del cielo, e si raccomandavano alla divina Provvidenza che li proteggesse in questa vita mortale, rendendoli degni di meritare nella vita eterna il compenso delle sofferte afflizioni. Dicevano requiem pei morti, e ringraziavano il padre che sta nei cieli del pane quotidiano, lo pregavano di perdonare i loro peccati, di difenderli dalle tentazioni, di liberarli dal male. Poi indirizzandosi alla Madonna la supplicavano della grazia di rivedere presto il loro padre, il marito, il figliuolo, in buona salute... e intanto che il Signore lo benedica e difenda dalle disgrazie. E si coricavano tranquilli, pieni di fede, di speranza, di carità.

Finalmente venne la primavera, sempre gradita a tutti, ma specialmente a chi ha vissuto sei mesi sotto la neve. I geli si disciolsero ai tiepidi raggi del sole, e ricomparvero le foglie sugli alberi, e il verde tappeto sui pascoli. Coll'arrivo delle rondini la madre di famiglia attendeva il ritorno del marito assente, e molte volte al giorno gettava un'occhiata sulla strada maestra, per vedere se da lontano si vedesse comparire qualche viandante. I bambini pure aspettavano il babbo, e si ripromettevano dei ghiotti bocconi, coi quali avrebbero celebrato il sospirato ritorno. La nonna seduta al sole guardava parimente la strada, aspettava e pregava tutto il giorno per lui. Ma le rondini libravano il volo da lunghi giorni sulla valle cacciando gl'insetti, i nuovi nidi erano già costruiti, le fronde s'addensavano, l'erba e il frumento crescevano rigogliosi.... e l'emigrato non compariva. E non solo non si vedeva di ritorno, ma non giungevano più nè lettere, nè danaro. I primi giorni che oltrepassarono il termine supposto al rimpatrio si cercò d'ingannare l'ansietà dell'aspettativa con argomenti immaginari. Un lavoro impreveduto, un ritardo prodotto da necessità insuperabili, strade cattive, tempi perversi, combinazioni che succedono in viaggio. Ma mentre crescevano le inquietudini mancavano i viveri.

Fortunatamente nacque un capriolo, che venne portato al mercato, onde si cambiò il danaro negli oggetti più necessari. Poi anche queste piccole provvigioni si esaurirono, quantunque misurate a rigore, appena da non morire di fame. Bisognava contentarsi d'un po' di polenta senza sale, bagnata nel latte di capra. Pazienza anche questo, se almeno il cuore fosse stato contento, ma l'amarezza profonda che dilaniava le viscere delle povere donne condiva colle lagrime lo scarso alimento.

Alla fine giunse una lettera, scritta da un compagno di sventura, la quale annunziava che il loro diletto languiva in uno spedale della Germania. Le fatiche di un intenso lavoro, il clima incostante, le privazioni imposte dalla necessità di assicurare il vitto all'amata famigliuola, avevano stremate le forze dell'infelice, caduto vittima del suo coraggio. La ripugnanza d'entrare allo spedale gli aveva fatto consumare nei primordi della malattia tutti i suoi risparmi. Affranto dal male, e mancante d'ogni mezzo dovette rassegnarsi ad entrare all'ospizio. Così passarono due mesi d'incertezza, di terrori, di patimenti aggravati dal patema d'animo che l'opprimeva.