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Il bacio della contessa Savina

Chapter 17: XVI.
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About This Book

A first-person narrator recounts adolescent obsession with a young noblewoman whom he watches from his uncle's balcony, alternating between daydreams of artistic glory and the constraints of poverty and household duty. His routine life under a precise guardian contrasts with the distracted grace of the woman and the practical care of a friend who manages his material needs. Infatuation spurs literary ambitions and fantasies of fame, while social inequality and dependence temper action. The narrative follows his inner turmoil, modest attempts at study and work, and the small domestic episodes that shape his hopes and disappointments as attraction, longing, and aspiration collide.

Tali notizie gettarono nella desolazione le povere donne. — Forse non lo vedremo mai più!... fu il loro primo pensiero, al quale s'aggiunse il secondo: — Lontano, povero e infermo, e non abbiamo nessuna probabilità di raggiungerlo, di mandargli dei soccorsi, di prodigargli la nostra affettuosa assistenza!... noi qui nella miseria, egli più misero di noi in mani straniere!... Morirà di crepacuore, e l'agonia non sarà consolata da un solo sguardo dei suoi cari. Le donne pensavano queste cose, e la moglie ce le raccontò come le fu possibile, col linguaggio del cuore.

In tale frangente bisognava pensare ai bambini che avevano fame, bisognava ingegnarsi in qualche modo, e lavorare coll'anima lacerata dal dolore e col corpo affranto dagli affanni, dalle veglie, dai patimenti d'ogni fatta.

La misera donna raccoglieva della legna secca nei boschi, col pericolo d'essere arrestata dai guardiani e condotta in prigione, poi la portava da lontano sulle spalle attraversando burroni e precipizii, coi piedi insanguinati dai frammenti delle roccie. Venduta la sua fascina, riportava un po' di pane alla famiglia per incominciare da capo all'indomani le stesse tribolazioni.

Quanti stenti, quanta miseria, e quanti dolori!... Nelle città non si hanno idee di tali patimenti umani.... E quella povera famiglia si prostrava a terra, ogni sera, per ringraziare Iddio d'averla fatta campare, offrendo le sue pene, le angoscie e la fame in espiazione dei peccati. E supplicava tutti i santi di muoversi a pietà di tante sventure. I tre bambini pregavano colle manine giunte e gli occhi rivolti al cielo come la madre e la nonna, perchè il dolore si sente a tutte le età; esso fa maggiorenni i pupilli prima del tempo legale.

Una sera, mentre stavano tutti ginocchioni davanti il Cristo, videro aprirsi la porta e comparire sulla soglia uno spettro che traballava sulle gambe... Era lui.

— Grazie, Iddio!... — egli disse con voce sepolcrale.... — Grazie, Iddio! che mi avete conceduto di venir a morire sul mio letto.

Le donne saltarono in piedi, e giunsero in tempo di sostenerlo fra le loro braccia, mentre cadeva privo di sensi.

Il desiderio di rivedere la sua famiglia gli aveva somministrato le forze sufficienti per alzarsi dal letto dell'ospitale, dissimulare ai medici le sue sofferenze, protestare contro la loro insistenza di volerlo curare, e chiedere come un sommo favore di tornarsene a casa. Non ci fu verso di persuaderlo che sarebbe morto per via: volle partire.

Senza forze, senza danaro, e colla febbre indosso aveva fatto il viaggio a piedi, chiedendo la elemosina per via, e dormendo sulla nuda terra, quando al suo aspetto spaventoso i contadini si rifiutavano di lasciarlo passare la notte sul fieno.

Un pensiero lo sosteneva nei disagi: abbracciare ancora una volta i suoi cari. Egli varcò i monti barcollando, trascinandosi a piccole giornate, salendo talvolta sopra qualche carro sul quale veniva raccolto dai carrettieri mossi a pietà del suo stato.

L'energia della sua volontà vinse gli ostacoli, lo sostenne nel suo proposito, fu più forte del male, e potè trascinarlo fino alla porta del suo tugurio. Steso sul letto, lo credettero morto; ebbe un lungo svenimento, ma rinvenne. L'aspetto dei volti che stavano contemplandolo piangendo lo compensò dello sforzo sovrumano del viaggio. Egli aveva raggiunto la meta, si beava in quegli sguardi amorosi, e si lasciava morire in pace.

Ma appena riavuto, le donne si misero in traccia di quanto potevano offrire al diletto infermo. Santo Dio! mancavano di tutto, non avevano da offrire al moribondo che acqua!... Ma era l'acqua del suo torrente, l'acqua che scorreva ai piedi del monte che lo vide nascere, quella che bevevano sua madre, sua moglie, i suoi bambini; era più che un'acqua medicinale... era un'acqua santa!

La bevette con voluttà, e parve che ne sentisse sommo benefizio perchè potè dormire per alcune ore. Ma compiuto lo sforzo della natura, il male riprendeva il suo vigore. Tuttavia benediceva Iddio, lo ringraziava del sommo favore ottenuto, e sperava nella divina misericordia. Colui che aveva fatto il miracolo di ricondurlo a casa avrebbe potuto anche salvargli la vita, e assistere la famiglia durante la sua infermità. E di fatti fece anche questo. La moglie corse a chiamare il dottore Canziani, il quale, esaminato il malato, udita la storia dolorosa, veduta tanta miseria, raccomandò la povera famiglia all'Agata, avendo esperimentato altre volte quanto avesse giovato ai miseri il patrocinio di quella pietosa fanciulla.

Agata mandò subito i primi soccorsi, poi volendo conoscere la povera moglie, se la fece venire in casa, le somministrò gli oggetti più indispensabili ai malati, e i viveri per la famiglia. Finalmente si decise di visitare in persona l'infermo e vi andò con suo padre, carica di nuovi doni.

Uditi i miei stravizii, pensò che l'aspetto delle umane sofferenze potesse essere un farmaco salutare a chi cade in errore senza aver l'animo guasto, e colse questa occasione per procurare un doppio beneficio, giovando a due malati in una volta, uno colpito nel fisico, l'altro nel morale, soccorrendo d'un tratto la miseria e la corruzione.

Ecco il motivo della nostra gita, che l'Agata voleva dissimulare, ma che mi venne rivelato dalla coscienza. Lo scopo era raggiunto: io mi sentiva commosso fino al fondo del cuore, sentivo il rimorso della mia condotta, pensando che mentre un uomo laborioso languiva nello squallore d'uno spedale straniero e lontano, mentre una povera moglie desolata, una vecchia impotente, dei bambini innocenti soffrivano il freddo e la fame sotto la neve, io scialacquavo in una notte sbevazzando e giuocando, in crapulosa compagnia, ciò che avrebbe bastato a coprire quei miseri, a farli campare per molto tempo, a soccorrere un infermo, a pagare una vettura che lo avrebbe ricondotto alla sua famiglia senza disagio.

Chi spreca il danaro in vizio dovrebbe rammentarsi talvolta che al mondo non mancano mai miserie da soccorrere, nè sventure da riparare.

Intanto ch'io facevo tali considerazioni, Martino vuotava il cesto, e ne uscivano provvigioni d'ogni fatta. Le benedizioni di quegli infelici erano largo compenso all'animo gentile delle signore, che frenavano a stento le lagrime.

Usciti dalla camera dell'infermo incontrammo gli altri due figliuoli che rientravano colla nonna, portando delle erbe per la cena, e della legna da fuoco. La madre presentò alle benefiche donne i ragazzi e la vecchia rugosa e ricurva, che piangeva dalla consolazione in vederle, mentre la bambina ricciuta, superata la sua timidezza in forza della curiosità, scendeva tranquillamente dal monte colla sua capra, e veniva a completare la famiglia, ed a ricevere i bomboni dell'Agata e i nostri baci.

Il sole era tramontato quando partimmo, onde giungemmo al villaggio a notte inoltrata. La strada, meno faticosa per la discesa, ci parve anche breve, perchè i pensieri che occupavano la nostra mente ci facevano passare il tempo con rapidità. Giunti alla porta di casa Bruni, salutai la signora Giovanna, e dissi alla ragazza:

— Vi ringrazio, Agata, della buona sera che mi avete fatta passare. Sapevo che la beneficenza è un dovere, ma ignoravo che fosse uno dei sommi piaceri della vita, di quei piaceri che entrano nell'anima e vi lasciano una dolce ricordanza. Vi ringrazio anche della lezione!... essa non sarà perduta. Dal rimorso al ravvedimento non c'è che un passo. Vi prometto che non avrò mai più ad arrossire della mia condotta.

— Vostra madre vi ascolta!... — mi rispose, e fissandomi con uno sguardo significante si ritirò dietro sua madre.

Io rientrai in casa, cenai con appetito, perchè avevo il corpo stanco e l'animo lieto, e quando Bitto, secondo il suo costume, mi fece molte carezze, sentii che quel giorno non ero indegno dell'affezione del mio cane.


XV.

Per riparare almeno in parte i passati miei torti io visitai sovente il povero infermo, portando il mio obolo al tugurio, e qualche dolciume ai fanciulli che mi presero presto in amicizia. La loro ingenua affezione mi tornava assai più grata di quella dei miei compagni di disordine, e seduto su quei greppi colla bambina, mentre la capra rosicava le foglie dei mirtilli e dei roveti, e Bitto vagava pel bosco alla caccia di tutto quello che brulicava sulla terra e sugli alberi, io mi sentiva calmo e predisposto a fare il bene; l'aria pura ed elastica della montagna mi risvegliava teneri sentimenti ed elevati pensieri, l'esalazioni silvane esilaravano il mio spirito, il silenzio solenne di quelle solitudini mi facevano fantasticare gradevolmente, e mi pareva impossibile di aver per qualche tempo abbandonato i miei passeggi e le mie contemplazioni per vivere in cattiva società nell'afa dell'osteria, grave ai polmoni, che esalta il cervello ed abbrutisce il cuore.

Uguccione della Fagiuola non era contento, e tentò, ma invano, d'eccitarmi a non abbandonare gli amici e la partita, rinnovandomi il suo panegirico del vino, e dicendomi che il soldato non deve mancare di coraggio per una battaglia perduta. Gli risposi con fermezza irremovibile che avevo rinunziato per sempre al giuoco ed all'osteria, senza rinunziare per questo ai buoni amici e al buon vino, ma aggiunsi che non stimavo buoni amici coloro che mi spogliavano mentre ero ubbriaco, nè buon vino quello che mi faceva dormire sotto ai tavoli. In quanto all'esempio del soldato, gli risposi che chi aveva la testa rotta era autorizzato a passare agli invalidi, e che in quanto al coraggio, ce ne voleva talvolta di più per sostenere una ritirata che per tornare alla lotta. Io parlavo per esperienza, non potendo vantare nella mia vita una sola vittoria, ma molte sconfitte.

Uguccione non si mostrava persuaso de' miei argomenti, ma non sapendo che cosa rispondere, agitava furiosamente il suo cappellaccio in segno di disapprovazione, ed essendo testardo ed organista ad un tempo, mi risuonava continuamente lo stesso motivo, con poche e cattive variazioni, fermandosi lungamente sopra una nota, come soleva fare nell'organo. Il giuoco abbandonato lo crucciava più del dovere.

— Ma non volete nemmeno tentare una rivincita? — mi diceva. — Ma tentate dunque una rivincita.... e vedrete i capricci della fortuna.

— La rivincita, — io rispondevo, — l'ho ottenuta il giorno che feci solenne giuramento di non prendere più in mano una carta da giuoco; da quel momento ho guadagnato tutto quello che avrei perduto giuocando, senza tener conto del denaro risparmiato nel vino.... e nell'acqua che vi si trova sovente commista, nè della salute perduta a forza di disordini, nè della riputazione pregiudicata a mio danno.

A me, caro Tobia, basta una sola lezione, la perdita d'un solo orologio, una sola notte funesta!...

Uguccione, vedendo impossibile il convertirmi, si metteva a ridere con quella bocca sperticata, spalancando le sue labbra da Cafro con strani sberleffi, ed accusandomi di subire le malvagie influenze del clero.

Questo Ghibellino arrabbiato aveva in parte ragione, perchè due giorni dopo tal dialogo giungeva al villaggio mio zio, e l'arrivo del canonico riconducendomi a visitare il parroco mi gettava nuovamente nelle braccia dei Guelfi, capitanati dall'arcivescovo Giovanni.

Uguccione sghignazzava co' suoi amici sulla mia apostasia.... egli aveva perduto il suo pollo.

Mio zio, che si recava ai bagni di Bormio, volle farmi il favore di arrestarsi qualche giorno al villaggio; ond'io gli feci ammirare i restauri del suo casino, la modesta agiatezza succeduta al lurido disordine del mio antecessore, ed egli ne rimase soddisfatto.

L'accompagnai in casa Bruni per ringraziare quei buoni signori di tutte le bontà che mi andavano prodigando. Essi diedero un pranzo in onore di lui, e furono tanto cortesi non solo da tacere la mia condotta, ma anche da farmi degli elogi.

Io era tutto contento di rivedere il mio vecchio zio, ambizioso di fargli gli onori di casa, lieto di prodigargli le più delicate attenzioni, e tutte le cure d'una ospitalità previdente.

Io avevo dato alla Rosa le opportune istruzioni; abbandonare ogni grettezza, procurarmi i cibi migliori, i vini più scelti, e far debiti in caso di bisogno. Io sedevo a tavola dirimpetto a mio zio, lo servivo con sollecitudine affettuosa, gli mettevo sul piatto i migliori bocconi, e gli tenevo il bicchiere sempre ricolmo. Egli mi accennava di arrestarmi, ma poi cioncava e stava allegro. Tutto procedeva a meraviglia. La Rosa faceva miracoli, e Bitto lambiva le mani a mio zio e gli faceva mille feste. Il cane ha un istinto che non l'inganna, egli sente a usta gli amici e i nemici del padrone, mena la coda o abbaia secondo il caso.

L'Agata, alla quale la Rosa s'era raccomandata per avere dei consigli risguardanti la cucina, mandava invece dei cibi squisiti, belli e pronti da mettersi in tavola. Ah se tutti i consiglieri facessero così!...

La Veronica m'aveva mandato per mezzo dello zio squisiti manicaretti milanesi dei quali mi sapeva ghiotto, e così si faceva ogni giorno baldoria, e si stava a mensa lungamente.

Io vedeva in mio zio non solo il più prossimo parente, il benefattore ed il padre, ma bensì il mio liberatore dall'esilio di Valtellina, che mi pesava assai e non aveva più scopo. La contessa Savina maritata, io poteva ritornare a Milano. Questa era la mia ambizione e il mio sogno; io mi proponevo di svolgere tutti gli argomenti possibili per persuadere il mio buon zio a questo passo; e non avevo motivi che mi facessero temere un rifiuto. Egli mi chiese conto naturalmente delle mie occupazioni e de' miei studi; ed io gli risposi:

— Caro zio, la scuola rurale è un incubo, una penitenza, una espiazione. La mia vita è un continuo sacrifizio, e mi è chiuso ogni adito ad una carriera onorevole. A che cosa può condurmi l'insegnare l'abbicì ai piccoli idioti delle montagne? Senza un avvenire in prospettiva, mi manca anche il coraggio di studiare. Per lavorare bisogna avere una meta, ogni studio ha bisogno di un fomite. Quivi non posso sperare nessuna risorsa, nessun compenso alle mie fatiche.

Volendo evitare ogni allusione al passato, mostrai d'attribuire al mio esilio il solo scopo di mettere in assetto l'amministrazione rurale della piccola proprietà, e quello d'acquistare un titolo in qualità di maestro, incominciando l'insegnamento dal primo scalino, e proseguii:

— Ora, avendo restaurata la casa, diventa più facile affittare vantaggiosamente la terra; io ho fatto le prime prove nell'istruzione, e posso aspirare ad un posto superiore. Quivi io non istudio, non imparo, sono lontano dai superiori e dalle occasioni di farmi onore; mi avvilisco, mi scoraggio, non vivo, ma vegeto!...

Mio zio mi ascoltava tacendo. Il suo silenzio mi urtava i nervi, i nervi agitati fanno dire delle bestialità, ed io venni alla conclusione seguente:

— Vuol dire che oziando, passeggiando e fumando il sigaro, aspetterò un migliore avvenire dalla Provvidenza!

Non so se sia stata l'assurdità della frase o la Provvidenza invocata che abbia scosso mio zio; ma il fatto sta che si scosse.

Certo era assurdo che la Provvidenza fosse tanto improvvida da proteggere un ozioso che ne aspettava i benefizii passeggiando e fumando; e mio zio, che per me rappresentava la Provvidenza, se ne commosse.

— Hai torto di sragionare, — mi disse, — e di non apparecchiarti una strada collo studio e la coltura, ma hai ragione di desiderare una sorte migliore, e ti prometto che intendo occuparmene e soddisfarti. Puoi credere quanto mi deva esser caro il tuo ritorno a Milano, non avendo altri parenti vicini, che possano tenermi compagnia e sostenere la mia vecchiaia. Abbi un po' di pazienza, non bisogna precipitare, ma al mio ritorno mi darò premura di soddisfare i tuoi voti, e di trovarti un collocamento a Milano, che ti permetta di farti conoscere.

Tale promessa mi ridava la vita; m'alzai, presi la mano di mio zio, la copersi di baci, la bagnai di lagrime. Il pensiero di ritornare nella mia cameretta di Milano m'aveva esaltato. Accorgendomi però che mio zio mi guardava con qualche sorpresa, procurai di calmare il mio soverchio entusiasmo per non destare sospetti, e poco dopo cambiai discorso.

L'ora del pranzo era quella delle ciarle, delle confidenze, e dell'espansioni. All'indomani mio zio mi raccontava le novità di Milano, mi rendeva conto degli amici, dei conoscenti, dei vicini.

— A proposito, — diss'io con aria indifferente, — come va il matrimonio della contessa Savina?

Mio zio mi guardò in faccia prima di rispondere. Io affettai una tale bonarietà che dovette ispirargli fiducia, ed egli un po' esitante rispose:

— Veramente.... se devo dire il vero.... non va troppo bene.

— È dunque un matrimonio infelice?

— Non dico questo.... ma non è troppo felice.

— Così presto!... — io esclamai. Poi volendo dissimulare la mia sorpresa e l'emozione, mi versai da bere; procurai di mostrarmi freddo e distratto, lasciai passare qualche tempo, cacciando giù un boccone per forza, poi soggiunsi:

— Se non m'inganno, mi pareva che la contessa Savina avesse sposato un signore....

— Sicuro, ha sposato un signore della più alta nobiltà, molto ricco, ma scialacquatore.... un vizioso, un donnaiuolo, un beone.... un cattivo soggetto.

— Diamine!... come mai ha potuto innamorarsi d'un tal personaggio?

— Innamorarsi, — disse mio zio, chiudendo gli occhi ed alzando le spalle, — sai bene che i gran signori si maritano senza conoscersi, guardano al nome ed alle sostanze e basta. Il conte Azzone di Montegaldo aveva tutte le qualità richieste per fare un eccellente matrimonio. Appartiene a famiglia ricchissima e d'antica nobiltà, ed avrebbe potuto scegliere fra i migliori partiti; ma non ci pensava nemmeno, vivendo gran parte dell'anno a Parigi, ove si dice che tenesse una famiglia.... illegittima. Sembra che gravi perdite al giuoco lo abbiano costretto a cercare una dote, non essendogli possibile di trovare del denaro sugli stabili coperti da ipoteche. Col suo matrimonio ha potuto pel momento riacquistare il credito e chiudere le breccie.

Meno male se avesse fatto giudizio, ma si pretende a Milano ch'egli continui la tresca, e non abbia abbandonato il giuoco, nè gli stravizii. Intanto la povera moglie oltraggiata paga le spese.

— È un'infamia!... — io gridai; — questo non è un matrimonio, ma è piuttosto la prostituzione legale della donna!... Se le leggi fossero giuste per tutti, il conte di Montegaldo dovrebbe essere condannato all'ergastolo, come coloro che tradiscono la buona fede e l'innocenza!... come i ladri.... come i frodatori.... come i sacrileghi.... — e non sapendo più frenare la mia esaltazione, fuori di me dalla indignazione, acciecato dalla collera, diedi un pugno così potente sulla tavola, che feci saltare le stoviglie, le posate, i bicchieri, e ruppi una bottiglia inondando la mensa di vino.

Mio zio rimase sbalordito, la Rosa accorse al rumore, io abbassai il capo confuso e pentito della mia escandescenza.

Cercai ogni argomento possibile per giustificare tale esaltazione, ma era troppo tardi. Mio zio aveva aperto gli occhi, e mi leggeva nel cuore; io non dovevo più sperare sulle sue prestazioni per farmi ritornare a Milano. Tutto era perduto!... Io conoscevo troppo gli scrupoli di mio zio per poter dubitare un solo istante della sua risoluzione. Certo egli mi condannava all'esilio perpetuo per salvarmi dai pericoli, e per non portare sulla coscienza il rimorso d'aver contribuito a facilitare un amore colpevole.

Io non potevo più contare che sopra me stesso, e il pensiero della infelicità di colei che mi stava fissa nel cuore mi dava tanto coraggio da tentare la mia emancipazione, ad ogni costo, senza il soccorso di nessuno. Quando si è giovani ed innamorati tutto sembra facile; guardando alla meta lontana non si prevedono gli ostacoli, l'amore è cosa troppo elevata e sublime per occuparsi del denaro necessario ad ogni impresa; e dopo pranzo, collo stomaco soddisfatto, non si pensa che bisogna desinare ogni giorno.

Ho passato una notte d'inferno, raggirandomi smanioso nel letto senza trovare riposo. Io vedevo la contessa Savina infelice, derelitta, immersa nelle lagrime, e pensavo al modo di vendicarla, di consolarla. La nostra santa affezione, inspirata dalla naturale simpatia, ci avrebbe resi felici in tutte le condizioni della vita. Le ricchezze erano la prima cagione della sua infelicità, come la miseria era il solo ostacolo che mi tenesse lontano da lei. Se fossi ricco! io pensavo, andrei a stabilirmi a Milano, troverei una finestra dirimpetto al palazzo Montegaldo, e un bel giorno le comparirei davanti come al tempo felice che dalla casa di mio zio stavo in adorazione davanti al palazzo Brisnago. Ma cambiate le circostanze, e avendo imparato dall'esperienza a che giovi l'amor platonico, questa volta il nostro amore prenderebbe un'altro indirizzo... questa volta, se non rispondesse al primo bacio, non vorrei disertare dal posto senza aver tentato il secondo.... e il terzo.... e il quarto.... ed avrei parole e mezzi per ottenere sicuro il bacio della contessa Savina, quel bacio che certo non vorrebbe negarmi, del quale io prelibo la voluttà.... come l'Arabo assetato fra le aride sabbie del deserto quando pensa alla fresca fontana dell'oasi.

Con tali pensieri m'addormentai verso il mattino; all'ora che il crepuscolo apporta un po' di calma a chi ha passato la notte agitata. Dapprima divagai in sonni confusi, poi mi parve di vedere chiaramente la contessa Savina ad una finestra bassa d'un palazzo in una strada deserta. Io la contemplavo assorto in estasi, quando mi fe' cenno d'avvicinarmi. Giunto sotto al balcone, le mandai un lungo bacio amoroso. Essa mi guardò con un mesto sorriso e scomparve. Io rimasi estatico al mio posto, non so quanto tempo, senza perdere la speranza di rivederla.

Essa ricomparve, vestita di bianco, pallida, come una fidanzata che aspetta lo sposo per recarsi alla cerimonia nuziale. Io congiunsi le mani in atto di preghiera, essa mi guardava fisso, e pareva che mi dicesse: t'aspetto.

Le feci cenno che sarei ritornato, e andai non so dove a prendere una scala di corda. La scala aveva da un lato due ganci, che gettai sul balcone. La contessa Savina non si prestò, nè si oppose; essa aspettava sempre pallida e immobile. Io tremavo come una foglia, la scala era assicurata, ed io incominciai a salire. Ad ogni scalino che mi avvicinava al balcone distinguevo più chiaramente i lineamenti della contessa. I suoi occhi leggiadri mi guardavano con affettuosa espressione, le sue labbra si atteggiavano ad un mesto sorriso.... ed io salivo sempre. Le giunsi tanto vicino che vidi il suo seno agitato dai moti violenti del cuore... stavo per afferrare la meta, quando d'un tratto si ruppe la corda ed io precipitai nella strada.

Il colpo violento mi risvegliò. Volli dormire nuovamente per riprendere il filo del sogno.... impossibile!... Perfino il sonno si rifiutava alla mia felicità!...

M'alzai conturbato. Mio zio, vedendomi sofferente, s'accorse che avevo passata una cattiva notte.

— Povero Daniele!... — mi disse con affezione, — tu pensi sempre alla contessa Savina!...

— Nemmeno in sogno!... — gli risposi, temendo quasi che potesse scoprire i misteri della notte, e soggiunsi: — Tutto è finito.

— Finito di sicuro, — osservò mio zio, al quale premeva togliermi ogni speranza; — finito per varii motivi: primo, perchè bene o male maritata essa appartiene per sempre a suo marito; secondo, perchè è donna onesta e virtuosa fino allo scrupolo, e questo te lo diranno tutti; terzo, perchè se la natura ti aveva spinto verso di lei con tanta violenza, vuole onestà che tu faccia ogni sforzo per starle lontano, evitando ogni pericolo che possa aggravare la sua infelicità, e renderti colpevole di maggiori sventure.

— Le ripeto che non ci penso nemmeno, — risposi, — e che anche se fossi tanto pazzo da pensarci, credo di essere un galantuomo, e di non aver mai fatto dubitare della mia condotta.

Lo zio si mostrò soddisfatto della mia dichiarazione, ma io credo che egli realmente prestasse poca fede alle mie parole, come io stesso non era convinto che fra me e la contessa Savina tutto fosse finito.


XVI.

Il giorno seguente mio zio partiva pei bagni, lasciandomi travedere d'aver modificato le sue idee sul mio conto, mostrandosi sempre meno propenso a favorire il mio ritorno a Milano, e sempre più convinto che la ferita che aveva colpito il mio cuore non fosse ancora perfettamente cicatrizzata. Io cercavo di persuaderlo della mia completa guarigione, ma egli mi ascoltava con diffidenza implacabile, dimenando la testa in segno di dubbio, ed atteggiando le labbra ad uno spietato sorriso. Non desidero a nessuno d'aver per giudice negli affari d'amore un canonico.

Dopo la partenza di mio zio incominciai a mulinare mille progetti, uno più assurdo dell'altro. L'amore eccita l'immaginazione come le bevande alcooliche, e suscita la pazzia. Ma ogni pazzia ha i suoi lucidi intervalli, e quelli sono i peggiori momenti; infatti la ragione che entra in un cervello malato produce l'effetto d'un raggio di sole che entra negli occhi di chi soffre d'oftalmia. Nei momenti d'esaltazione ero felice. Pensavo che un giovane coraggioso trova mille strade aperte per far fortuna; basta muoversi, cercare, abbandonare la squallida solitudine per gettarsi nella folla e nell'onda sociale. Maledetta la bonaccia! essa tiene sempre immobile allo stesso posto, e lascia morire di fame. Nella tempesta sono le grandi emozioni. La burrasca sommerge o getta i naufraghi sulla spiaggia. Nel primo caso è finita presto ogni pena, nel secondo si va a rompersi le ossa sopra uno scoglio o si arriva in un'isola. Meglio morire sopra uno scoglio che in bonaccia; la morte più rapida è la migliore. L'isola potrebbe essere abitata dai cannibali, ma la cosa è incerta; in ogni caso è sicuro che in società chi non mangia sarà mangiato, e quindi un povero diavolo non perde nulla cadendo nell'isola dei cannibali.... Ma se fosse un'isola fortunata, gioconda, aurifera, piena di tesori? Allora si conquista l'isola, si uccidono gli abitanti, e si ritorna al paese ricoperti di gloria e di ricchezze!... Le ricchezze sono la potenza universale; colle ricchezze si ottiene ogni cosa.... Io ritornerò a Milano in carrozza a quattro cavalli, diventerò l'amico del conte di Montegaldo, giuocherò i miei tesori per ottenere d'essere presentato a sua moglie. Diventerò l'amico di casa, quello che gode piena fiducia.... e potrò fuggire colla contessa Savina, fuggire lontano dall'Europa corrotta, lontano da questa vecchia ed inferma società che vaneggia inutilmente per legalizzare i suoi disordini, per riparare le sue miserie, per trovare il bandolo di tante matasse!

Fuggiremo in un'isola di meravigliosa bellezza e fecondità come Taiti o Madera, ridente come il golfo di Napoli.... rinnoveremo la storia del Paradiso terrestre.... senza il serpente!

Tali erano le fantasie del mio cervello esaltato.... i momenti migliori della mia vita!... un po' di poesia fra la prosa di tante volgari realtà.

Nè certo sarei andato a cercare il dottore Canziani per farmi guarire colle sue droghe del solo bene che m'era conceduto.... i miei sogni!

Gli uomini gravi diranno che tali pensieri erano divagazioni d'un pazzo, io li credo invece l'unico conforto d'un infelice. Ma gli uomini gravi non sono talvolta che vecchi panciuti e barbogi che si dimenticano d'essere stati giovani leggeri. — Eppure ogni zucca ha avuto il suo fiore!

Ciò che generalmente si chiama la ragione mi riconduceva pur troppo alla vita positiva... al realismo. Allora svanivano le ridenti fantasie. Povere fantasie giovanili!... che ci dipingono la vita più bella del vero, che ci fanno sperare supreme felicità non esistenti sulla terra, che ci lasciano credere alla gloria, all'amore, alla poesia, a tutte le nobili aspirazioni!... E poi, più tardi, s'impara che la vita si compone d'un'altra pasta!...

Sogni vaporosi, nel mondo letterario non siete più di moda!... L'arte ha le sue vicende come tutti i capricci della vita esterna. Ora all'ideale succede il realismo, che non è il naturale ma l'evidente, l'uomo esterno a piedi o a cavallo, in ufficio, a tavola, in letto; la donna coi capelli posticci, i talloni alti, e le maniche larghe. Il positivo in tutto. Ma come si fa quando in vita domina il negativo, quando il tessuto d'una esistenza si compone con trame d'illusioni e con ordito di sogni?... Per me la vita ideale, intima, invisibile fu tutto; il positivo nulla. Lo so che sopprimendo il sentimento e il pensiero riuscirei un fantoccio alla moda.... ma io preferisco comparire un uomo alla vecchia, intiero e completo, aspettando che il mondo sazio di racconti materiali ritorni a gustare le peripezie dell'anima umana.

Tuttavia, se avessi voluto seguire l'andazzo dell'arte moderna, non mi sarebbe mancato il realismo!... Pur troppo!... e la Rosa me lo rammentava ogni volta che la vita dell'anima me lo facea dimenticare.

Il realismo!... per me consisteva nel riscuotere mensilmente il modico stipendio, che unito al ricavo delle patate, delle castagne e dei fagiuoli mi serviva a pagare la farina al mugnaio, le polizze ordinarie del beccaio e del pizzicagnolo, e le straordinarie del calzolaio e del sarto.

Insegnare l'abbicì a idioti impuberi, e far di cappello a idioti virili, vivere e conversare coi montanari maliziosi, cogli artigiani furbi e viziosi, barcamenando cogli ambiziosi, gli astuti, gl'ipocriti d'ogni condizione, lottando contro l'egoismo di tutti, privandomi spesso del necessario, dimostrando di godere il superfluo per non umiliarmi cogli avversi e non incomodare gli amici, restringendo infine i bisogni numerosi e le idee infinite alla smilza figura del borsello: ecco il realismo!... Ciascheduno ha il suo, dal villaggio alla borgata, dalla città alla capitale; soltanto le passioni, i vizii e i delitti crescono in proporzioni relative al numero degli abitanti, e si complicano in ragione diretta della coltura. La rappresentazione letteraria di tali complicazioni è una moda rifritta come tutte le altre; nulla è nuovo sotto al sole; soltanto, quando il buono, il bello e il semplice divengono stucchevoli pel lungo uso, si cerca la novità nel turpe, nel brutto, nel complesso, e il mondo se ne compiace. Gli ottimi modelli non sono d'ostacolo al traviamento. Bernini scolpisce gli svolazzi barocchi delle sue statue presso le Veneri greche e il Mosè di Michelangelo. Dopo l'Ariosto il Marini, dopo gli oratori vengono gli Accademici, dopo le guerre l'Arcadia.

Io non intendo appartenere a nessuna scuola, a nessun sistema; io seguo l'istinto che mi spinge a rivelare schiettamente le mie passioni, a raccontare con pari ingenuità le avventure e i pensieri della mia vita. Ritorno dunque ai miei sogni.

Essi svanivano sovente al tocco della realtà, ma mi restava sempre un granello di speranza, come una semente pronta a germogliare in condizioni favorevoli.

All'uragano che mi sconvolse colla prima notizia del matrimonio della contessa Savina era succeduto quel freddo che segue la grandine. Poi le mie illusioni erano cadute come le foglie d'autunno, e l'inverno m'era penetrato nell'anima.

Quando le neve ricopre il terreno si crede che la natura sia morta, ma alle brezze della primavera i germi assopiti si sviluppano ed una nuova vegetazione incomincia.

Il racconto di mio zio, che mi svelò l'infelicità di quel matrimonio e le condizioni funeste che amareggiavano l'esistenza della sposa, mi fece l'effetto delle meteore d'aprile, che si risolvono in pioggia feconda, e risvegliano la natura. Sentii il sangue scorrermi più rapido nelle vene, agitando le mie speranze che rigermogliavano ai tepori del cuore.... Confesso che tali speranze erano colpevoli; secondo i principii sociali, la società condanna ogni violazione della proprietà; ma se la legge esaminasse a fondo i titoli d'ogni diritto, scoprirebbe sovente che esso ha per base l'usurpazione fraudolenta, l'inganno od il furto. Io premeditavo di rubare al ladro l'oggetto involato, e la natura m'avrebbe assolto, perchè essa riconosce soltanto il diritto di reciproco consenso, libero da ogni pressione sociale.

Meno male per la società che ci stava di mezzo un canonico, deciso di difendere ad ogni costo i diritti ecclesiastici e civili riconoscendo la legalità dei fatti compiuti.... e tanto peggio per me!...

Mentre con tali argomenti io andava fantasticando in balìa del più sfrenato idealismo, mio zio, in preda del più crudo realismo, si cavava le calze rosse, spogliava le vesti sinodali ed anche quelle che vi stanno sotto, e libero d'ogni indumento ecclesiastico e civile, ridotto in costume adamitico, entrava in un bagno d'acqua minerale di Bormio. Così, deplorando altamente le mie inclinazioni naturali e volendomi schiavo dei doveri sociali, egli abbandonava ogni scrupolo, deponeva le sacre vesti sacerdotali e ritornava in seno della natura per riacquistare la perduta salute.

Ma è lecito invocare le Najadi e non Cupido!... Realismo incompleto.... Mio zio tuffandosi nelle onde salutari colla voluttà d'un pagano, restava teologo per congiurare contro un povero nipote, giudicandolo gravemente affetto da un male clandestino dei più perniciosi, condannandolo ad espiare colla deportazione colpe non perpetrate, e facendo dipendere un'intiera esistenza da un amore tacito, ignoto, inoffensivo, innocente!

Tale era mio zio!... inflessibile come il destino, uomo eccellente nel fondo, ma canonico fino al midollo!...

Al suo ritorno dai bagni mi significò il decreto d'esilio da Milano, e il domicilio coatto in Valtellina. Nessun ragionamento, nessuna promessa valsero a smuoverlo dal suo crudele proposito. Era una sentenza inappellabile. A questa condizione soltanto mi assicurò del suo affetto e della sua protezione, minacciandomi di completo abbandono qualora avessi osato emanciparmi.

In tale circostanza ho imparato a conoscere la libertà. Essa venne definita in maniere diverse; io offro la mia definizione per quello che può valere.

Eccola: — La libertà è un filtro composto d'oro e salute. Con tal filtro, l'uomo è libero in qualunque paese del mondo, senza questo filtro può credere di esser libero, ma tenta invano di muoversi. Taluno grida, si agita, combatte e rovescia un governo dispotico per conquistare la libertà, poi dopo di aver fondata la repubblica, mancando d'oro o di salute si trova più schiavo di prima. Che cosa deve fare allora?... La sola cosa possibile: abbassare il capo e rassegnarsi al destino! È quello che ho fatto io stesso, non potendo fare altrimenti.

Mio zio, volendo in qualche modo ricompensare la mia obbedienza, mi regalò una piccola somma per far fronte ai bisogni del verno vicino, colla quale ho potuto pagare i miei debiti, vestirmi, e comperare un orologio migliore di quello che avevo perduto al giuoco nella notte memorabile che Bacco mi precipitò nelle braccia di Morfeo, senza concedermi il tempo di raggiungere il letto.

E il buon canonico accompagnò il dono con un predicozzo, che mi trovava favorevolmente disposto dall'argomento dell'esordio.

— Daniele, — mi disse, — se questo denaro non bastasse a procacciarti il benessere d'una vita agiata, non aver riguardo di scrivermi, sono disposto a fare maggiori sacrifizii, compatibilmente al mio stato, pur di vederti felice, nei limiti delle cose lecite e oneste. Procura di star sano ed allegro, cerca le distrazioni permesse, e fa ogni sforzo per correggere il tuo carattere capriccioso, leggero, eccitabile, fantastico.... e cocciuto nel voler l'impossibile. Avvezzati a prendere il mondo come sta; Dio l'ha creato così ne' suoi imperscrutabili disegni, e gli uomini si travagliano invano per riformarlo: l'uomo è impotente a modificare l'opera di Dio! Cammina dritto per la tua strada, non desiderare nè la roba nè la donna d'altri, non fidarti al prestigio del frutto proibito che ha perduto i nostri progenitori, contentati di quello che puoi raggiungere senza sforzi, nè frode, nè violenza, nè colpa. Chi esce dalla propria via per gettarsi nelle avventure non trova che precipizi. Domina le tue passioni colla ragione, non chiuderle in seno come una mina pericolosa. Non essere ambizioso, non aspirare alla conquista del vello d'oro; credi alla mia vecchia esperienza, tutto è vanità sulla terra.... vanità delle vanità!... Infine dei conti i piaceri leciti sono i migliori: una stanza calda l'inverno e fresca l'estate, un buon letto, una buona cucina, una cantina ben fornita, vivere nella calma onestà, guidati sempre dalla coscienza tranquilla.... —

Discorsi da canonico!... Io diceva fra me, ascoltandolo con rispettosa attenzione. Lo ringraziai del dono e delle offerte, e gli promisi di fare il possibile per contentarlo. Ma io vedevo la vita proprio tutto il contrario di lui. Questione di lenti!... Io guardavo le cose attraverso la gioventù, ed egli attraverso la vecchiaia.

Essendo il tempo delle vacanze autunnali, m'offersi di accompagnarlo fino a Como; ma egli non volle accettare la mia compagnia che fino a Colico; e giunti colà, mi diede un abbraccio cordiale e mi obbligò a retrocedere. M'avvidi che entrambi avevamo pensato agli incontri fortuiti sui battelli a vapore del lago nella stagione d'autunno. Colla differenza però ch'egli diceva:

— Guai!... — ed io.... — Magari!...

Rifacendo la strada pensavo alle delizie che il mondo m'offriva, ed alle misere condizioni che mi obbligavano a rinunziarvi. Io avevo le ali.... come i polli, che la natura ha forniti di questi organi che potrebbero innalzarli al disopra dell'uomo, ed essi si lasciano prendere bonariamente, e mettere allo spiedo!

Sentivo dentro di me un bollore di sensazioni diverse, mille desiderii confusi, aspirazioni e bisogni contrari, e dovevo rinunziare ad ogni cosa.

Amori sublimi ed eterei.... amplessi positivi e terreni, idealismo e realismo.... contessa e mugnaia, tutto m'era interdetto.

La prima era troppo alta.... la seconda troppo bassa!... e così la sorte mi condannava a girare intorno al mio asse, sempre ad eguale distanza dal sole e dalla luna, perduto negli abissi dell'universo come un bolide.

Venni assalito da una profonda melanconia, che si alzava nel mio animo come la nebbia d'autunno che ci asconde gli oggetti. La vita ha bisogno d'uno scopo; vivere per vivere è la cosa più sciocca del mondo.

Andavo vagando colle mani in tasca, il sigaro in bocca, il cappello da una banda, e il naso in aria, aspettando che cadesse qualche cosa dal cielo per rompere la monotonia della mia vita.

E dopo una lunga aspettativa cadde, finalmente.... la neve.

Di tutte le cose che si attendono, le sole che non mancano mai all'appuntamento sono le stagioni. Il mondo gira colla scrupolosa precisione di mio zio canonico, ed entrambi hanno il segreto di trovare la varietà nella monotonia.

Le disgrazie non vengono mai sole, e quando giunse la neve a chiudere gli armenti nelle stalle, io dovetti aprire la scuola per accogliere i miei scolari.

La neve e la scuola mi privarono dei passeggi, grave inconveniente, perchè le gambe che camminano giovano assai ad un cervello che trotta, e quando sono costrette a fermarsi, nasce un disquilibrio: la mente si affatica e il corpo riposa, e da tale sconcerto di funzioni fisiche e morali nasce come naturale conseguenza la noia, la malinconia, la paturna, lo spleen degl'Inglesi.

Dopo la lezione mi chiudevo nello studio, aprivo un libro, ma guardavo fuori dalle finestre leggendo in aria tutto quello che sta scritto nel firmamento, nelle meteore, nello spazio, nel tempo. La solitudine, il silenzio, il cielo nuvoloso, la terra ricoperta dalla neve, come feretro d'una fanciulla del candido tappeto simbolico, portavano i miei pensieri alle più tetre considerazioni. Meditavo sulla morte della natura, e sulla probabilità d'una prossima fine del mondo, quando la Rosa mi consegnò una lettera di mio zio che mi annunziava il parto felice della contessa Savina, che aveva dato alla luce un bel maschio. Ecco ancora il realismo!... Il mondo non era disposto a finirla. — « Il nobile neonato, mi scriveva mio zio, promette meraviglie, poichè appena venuto al mondo ha assunto le funzioni di giudice conciliatore. » Credevo che mio zio diventasse matto, ma invece faceva lo spiritoso, continuando in questi termini: « Infatti bastò la sola comparsa di questo rampollo per far sparire ogni dissenso fra gli sposi, che dimenticate le passate discordie, si sono riconciliati nella gioia del grande avvenimento. Vi furono splendide feste, rinfreschi, confetti, e un codazzo di carrozze alla porta. » E qui con un lirismo declamatorio, mio zio mi andava annoverando le consolazioni materne che compensano largamente le pene d'una moglie onesta, la nobile missione di allevare un figlio che porti con onore il nome illustre, e contribuisca coll'avito censo al lustro della casa e al decoro della patria.

Il parto della contessa aveva messo in vena mio zio canonico, che s'era sgravato alla sua volta di tutti i luoghi comuni accumulati da tanti anni nel suo cervello dai quaresimali del Duomo, accompagnati da uno scialacquo di rettorica. La sua lettera era tutta ingemmata di dilemmi, sillogismi, metafore, tropi, pleonasmi ed iperboli, e tutto questo lusso di figure per persuadere un nipote spiantato ad abbandonare ogni più lontana velleità di affezione verso una contessa milionaria, moglie d'un dissoluto, convertito a miglior vita in virtù d'un giudice conciliatore neonato!... Egli si diffondeva prolissamente sulla deplorabile insania di chi spera nella colpa, sulla atrocità degli attentati alla pace e all'onore delle famiglie, sulla imperdonabile depravazione di chi aspira alla donna degli altri!... e conchiudeva: « Fortunata la contessa Savina d'aver ottenuto dalla Provvidenza il dono prezioso d'un figlio che la consola di ogni amarezza, riconduce il marito al focolare abbandonato, rende la famiglia completa, e la difende dai pericoli e dalle tentazioni del diavolo. »

Presi in mano la penna, per confutare la lettera di mio zio scrissi d'un fiato dieci pagine assurde, piene di sarcasmi, di cinismo, d'invettive, di bestemmie contro l'amore e il matrimonio, la fede e la virtù, i neonati e la rettorica, le donne, i canonici e il diavolo. Poi le rilessi, le lacerai, e gettandole sul fuoco accesi il sigaro, e mi misi a correre sulla montagna attraverso la neve. Il freddo a sei gradi sotto zero mi riuscì sempre giovevole come calmante dell'amore e della collera. L'aggiunta di qualche bicchiere di vino scelto ha contribuito vantaggiosamente ad ottenere l'effetto. Il ghiaccio ed il vino, cioè l'antitesi, mi riesce l'antidoto degli eccessi. L'esperienza m'aveva insegnato la dose, limitandomi all'uso, e schivando l'abuso, lasciandomi il convincimento che una bottiglia di vino buono sia un farmaco eccellente contro i dolori morali. Con tale sistema non sono morto disperato, e all'indomani d'una batosta stavo ancora in piedi. Chi sa quante vittime del suicidio avrebbero rinunziato al progetto di togliersi la vita, se invece di due pistole si fossero trovate nelle mani due bottiglie!

Confesso che il matrimonio dapprima, e poi il parto della contessa Savina mi gettarono due volte alla disperazione, eppure io non avevo diritto di sperare nè al suo celibato nè alla sua sterilità; essa non poteva nè correre in Valtellina a chiedermi il favore di divenire mia sposa, nè una volta maritata rimaner senza figli; quello che era succeduto doveva naturalmente succedere; ma l'uomo si dispera sovente non solo di ciò che succede d'impreveduto, bensì dei fatti naturali o sociali che stanno nell'ordine delle cose. Chi giuoca si dispera di perdere!... e quanto più siamo fantastici, tanto più dobbiamo aspettarci di soffrire, perchè oltre alle perdite positive, che sono pur tante, avremo anche a deplorare la scomparsa delle illusioni, delle chimere e dei sogni.

Ma la speranza è un fiore bizzarro della vita, che sovente si pasce di vento, eppur vive e ci consola col suo olezzo; simile a certe orchidee delle regioni tropicali, le quali, appese in panierini nelle serre, si nutrono d'aria e di vapori, e tuttavia vegetano rigogliose e producono fiori stupendi, ed esalano soavi profumi. Mio zio coll'uragano della sua rettorica aveva tentato di schiantare la mia orchidea, ma il cuore l'aveva assicurata contro i danni della grandine, ed essa viveva ancora.... quantunque appesa ad un filo....


XVII.

Il tempo, la lontananza, il soffio continuo dei gelidi aquiloni del polo, rappresentati dalle lettere di mio zio canonico, il quale coglieva ogni occasione favorevole per gettarmi una doccia d'acqua fredda sul dorso, finirono collo spegnere quasi intieramente la fiamma che mi abbruciava fino dai primi giorni della mia gioventù. Io contemplavo con tristezza le ultime faville che salivano al cielo, pensando che, spenta la fiamma, manca la luce e il calore e non resta che fumo, cenere e carboni.

Dentro di me sentivo il vuoto, di fuori vedevo buio, la vita mi sembrava un viaggio notturno in globo areostatico, sotto un velo di nuvole che copriva le stelle. Con tali disposizioni entravo nella stagione d'inverno.

Un dopo pranzo mi riscaldavo al fuoco del mio focolare deserto, quando udii che picchiavano all'uscio. La Rosa corse ad aprire e mi apportò un viglietto. L'Agata m'invitava a nome de' suoi genitori a passare il Natale con loro, e aggiungeva che c'era un posto anche per la Rosa, fra la Menica e Martino, quel giorno nessuno dovendo star solo. Bitto non aveva bisogno d'essere invitato, avendo sempre conservata la sua abitudine di pranzare in casa Bruni. Tale invito era un omaggio alla scuola rurale, rappresentata dalla mia piccola famiglia colla triade del maestro, la donna ed il cane: cioè la mente ed il cuore che insegnano.... e la bestia che ascolta. Era qualche tempo che non passavo un'intiera giornata in quella eccellente famiglia, e il giorno di Natale entrai in casa Bruni con l'animo lieto e riconoscente dalla costante e cortese amicizia. Essi mi accolsero come un fratello, con cordiale domestichezza, scambiando i più sinceri auguri di felicità per il vicino capo d'anno.

Li trovai tutti seduti intorno al fuoco, e si restrinsero per farmi posto.

— Così mi piace il focolare, — io dissi, — circondato da parenti ed amici, non deserto come il mio.

Il ceppo e i tizzoni ardevano crepitando, mentre girava nello spiedo il più grasso tacchino delle stie. La pace spirava da tutti quei volti, e la serenità predisponeva al buon umore.

Il signor Nicola si burlava di Martino, il quale non osava appressarsi al fuoco per timore che le scintille prodotte dallo scoppiettare della legna gli abbruciassero l'abito nuovo d'inverno, che dovendolo preservare dal freddo, lo obbligava intanto a star lontano dal caldo. Dunque lo scopo de' suoi lunghi risparmi era mancato.

— Se tu avessi il vestito vecchio, — gli diceva il signor Nicola, — staresti qui vicino a noi a godere la fiammata, e invece sei schiavo del lusso!...

Martino rideva come un imbecille, perplesso nel dubbio, se dovesse andar superbo delle vesti nuove, o rimpiangere la libertà dei suoi stracci, cosicchè quando credeva d'aver raggiunto la meta delle sue aspirazioni, un rammarico impreveduto gli avvelenava la gioia. Ecco la vita!... la speranza è sovente più bella della realtà. L'orchidea quando vegeta in aria sembra un portento, ma presa in mano non è che una cipolla. Martino lo sentiva al pari di me, ma non sapeva dirlo; ed entrambi stavamo cocciuti nell'opinione, egli di conservare i suoi abiti nuovi, ed io le mie vecchie illusioni.

Eppure in quel momento la realtà poteva bastare a tutti i nostri bisogni, ed era anche bella a vedersi. Avevamo appetito e quelle esalazioni gastronomiche che ci accarezzavano l'olfatto erano larghe di promesse. Quel dolce tepore, quel crepitare del fuoco, messi a raffronto colla temperatura esterna e il desolante spettacolo dell'inverno, ci confortavano le membra. Quella luce calda che inondava la cucina, che brillava sugli alari e sui rami lucenti ond'erano ornate le pareti, rischiarava una scena d'interna felicità. Intorno a quel focolare si raccoglievano le gioie facili e positive d'una buona famiglia. In quell'ambiente calmo e sereno io mi sentivo rinascere ad una vita nuova. Come alcuni animali che, giunti ad un certo punto del loro sviluppo, mutano la pelle, così io credo che l'uomo, passato l'ardore della prima gioventù, subisca una crisi che ne modifica l'organismo. Sembra ch'io fossi giunto a quel punto, perchè sentivo di subire una trasformazione importante. Ed è forse in quell'epoca della vita che le malattie ereditarie incominciano a manifestare i loro importanti sintomi insidiosi. Difatti, a misura che mi cadevano le spoglie dell'età giovanile, mi sentivo circolare nel sangue i gusti di mio zio canonico: — l'amore della pace.... una stanza calda, una buona cucina, una cantina ben fornita.... e una buona moglie!... aggiungevo io.

Le mie aspirazioni mutavano indirizzo, l'idealismo svaporava ed incominciavo ad apprezzare i gusti moderni, a diventare seguace del realismo; e andavo rimuginando come fosse possibile di mettere insieme una famigliuola come quella che mi stava davanti: semplice, agiata, tranquilla, onesta, felice! Ripensando agli amori elevati ai quali avevo aspirato, mi ritornavano alla mente gli abiti da festa di Martino, che appena indossati gli apparecchiavano un disinganno, e dicevo fra me stesso: — Chi sa?... forse sarebbe stata la mia sorte!... e chi cade dall'alto s'ammazza. Sarebbe meglio contentarsi del poco, ma sicuro. Ora sarei contento d'una vita ragionevole, confacente ai miei casi, senza lusso nè sfarzo, senza pernici coi tartufi.... Una moglie modesta, una cucina calda, e un tacchino arrosto!... ecco i miei nuovi desiderii.

Pur troppo anche col realismo io ricadevo nei sogni... perchè per me era un sogno tutto quello che oltrepassava il valore d'un modico stipendio, e il ricavato di poca terra. La base del realismo è il denaro, quindi mancandomi la base del nuovo sistema, tornavo mio malgrado idealista.

Tuttavia per quel giorno l'arrosto non era un sogno!... e la cucina calda nemmeno... per la moglie ci penserò dopo pranzo: dissi fra me. Intanto non mi stancavo mai di contemplare quel quadro che mi stava davanti, palpitante di vita nelle persone e nelle cose; tutto si muoveva in quello spazio fortunato, dall'uomo allo spiedo, e s'udiva un lieto e confuso mormorio di voci umane e di marmitte.

E mi figuravo se fossi io il sor Nicola!... Egli mi rappresentava l'uomo felice. Riscaldato dalle fiamme della sua legna, consolato dalle emanazioni della sua cucina, amato da sua moglie, da sua figlia, circondato da' suoi amici, dissetato a tavola dai suoi vini, egli non aveva nulla a desiderare sulla terra che non fosse suo!... e tutte le cose sue cooperavano alla sua felicità.... Io non avevo nulla di mio, la casa era di mio zio, la scuola del Comune, e quando ero innamorato non era mia nemmeno la donna! nè poteva divenirla. Erano mie le noie dell'insegnamento... i miei debiti... i miei difetti... e il mio cane!... Sì, questi era proprio mio, per l'affetto scambievole che ci legava. Un cane sembra poca cosa, ma io ero più soddisfatto di dire: « il mio cane, » che certe mogli di dire « mio marito, » certi ministri « il mio ministero, » certi sovrani « il mio trono! »

— Signori, la minestra è in tavola, — annunziò la Menica.

Caddi come al solito dalle nuvole, ove mi aveva trasportato la fantasia, per recarmi al posto che mi venne destinato.

Il salottino da pranzo faceva voglia a vederlo. La tovaglia e i tovaglioli sentivano il bucato, i cristalli limpidissimi brillavano alla luce delle candele; piattini d'acciughe, di prosciutto, di butirro fresco e di sedani ornavano il servito, mentre sui palchi della credenza le frutta di tutti i colori facevano corteggio ad un magnifico panettone di Milano, che pareva pavoneggiarsi della sua obesità, fra la mostarda e il torrone, come il Figlio del cielo chinese fra i Mandarini.

Io sedevo dirimpetto al signor Nicola, fra l'Agata e la signora Giovanna; la Rosa ci serviva, mentre in cucina la Menica e Martino approntavano le vivande, e Bitto passava in rivista i piatti di ritorno aspettando la sua parte.

La trasformazione morale apparecchiata dal tempo e dai disinganni e compiuta all'aspetto della pace domestica intorno d'un focolare lautamente ornato, mi aveva eccitato l'appetito. Come il baco da seta che dopo cambiata la pelle mangia con voracità, io faceva onore al banchetto, d'accordo con mio zio, che la coscienza tranquilla ci fa sentire lo stomaco vuoto e ci predispone favorevolmente al nobile ufficio di riparare le perdite della natura.

I fumi delle vivande e del vino rendono la conversazione vivace, lo spirito pronto, l'animo espansivo ed allegro. Quell'agape fortunata fu lieta dal principio alla fine, ed io me ne ricordo i più minuti particolari, perchè segna nella mia vita un punto memorabile.

Quel giorno, cadendomi un velo dagli occhi, ho potuto scoprire ciò che prima m'era sempre sfuggito alla vista.

Conversando con l'Agata m'avvidi per la prima volta che la bionda fanciulla aveva lo sguardo d'una soavità affascinante, una luce viva illuminava la sua pupilla, azzurra e profonda come le acque d'un lago. Sentivo dentro di me la sublime emozione del cieco che ritrova la vista, l'entusiasmo di Colombo davanti una terra ignota, la soddisfazione di Galileo che scopre i tesori del cielo.

La fede illumina i credenti, io mi sentivo convertito all'adorazione... delle donne bionde! Come mai non avevo ancora veduto quelle fossette impresse dalle Grazie su quella pelle di roseo candore? Come mai m'erano sfuggiti all'ammirazione quei lineamenti delicati, quella mobilità del volto che indica tutti i moti dell'animo? Come mai non ero rimasto colpito da quel raggio penetrante che brillava nel suo sguardo?... Come potevo guardarla senza vederla, avvicinarmi a lei senza provare quel senso arcano che rivela la bellezza, sfiorare le sue vesti senza sentire un fremito al contatto della sua persona?... Misteri del magnetismo e dell'amore!... Forse le impressioni ricevute dagli occhi non sono che superficiali qualora un'immagine fissa nel cuore non permette l'ingresso a nuovi oggetti; o forse le emanazioni dell'animo offuscano la vista, come i vapori appannano i vetri?... Fatto sta che nelle mie lunghe conversazioni con l'Agata io non aveva veduto i pregi di lei, e m'era sfuggita la bellezza di quegli occhi, che finalmente mi si rivelava con grata sorpresa.

Così senza aspettare gli aliti primaverili, proprio nel mezzo del verno, il mio cuore si schiudeva in serra calda, come una pianta forzata ad arte, come la semente dei bachi messa a prova, e da tale schiudimento nasceva un nuovo amore... quel tale antropofago destinato a mangiare il suo simile... già quasi morto di fame.

Passai qualche ora deliziosa e troppo rapida, in adorazione davanti alla mia scoperta, chiudendo dentro di me le sensazioni e i pensieri tumultuosi che succedevano ai loro antecessori, coll'inevitabile scompiglio d'un cambiamento di guarigione; e prima d'incominciare una nuova lotta sentivo il bisogno di riorganizzare la truppa.

I nostri dialoghi sulle cose più comuni mi giovarono ad apparecchiare il terreno, e furono come una prefazione in prosa davanti un nuovo volume di poesia.

Parlando degli incomodi della stagione, l'Agata mi domandò:

— Come passate le sere di queste lunghe notti d'inverno?

— Nel tedio della solitudine, — io risposi, — solo col mio cane!...

— E perchè non venite da noi a farci un po' di lettura?

— Volete che venga a leggervi l'Ortolano dirozzato?

— No, no, — mi rispose ridendo, — quello dovete leggerlo voi solo, come eccitante al lavoro dei campi... come calmante di certe passioni....

— E come sonnifero, — io soggiunsi, — più potente dell'oppio!

— Quanto ne avete letto finora?

— Cinque pagine.

— Cinque pagine in più d'un anno!...

— Che volete!... non mi entra nel cervello.

— Avete dunque la testa dura?

— Sì, — risposi, — ma il cuore no....

E le piantai uno sguardo negli occhi come una lancia. Ne rimase sorpresa, confusa e ferita, perchè il sangue le salì al volto e si fece tutta rossa. Non era avvezza a quelle occhiate, abbassò le pupille, tacque per qualche istante, poi riprese il discorso.

— Vi assicuro che noi passiamo delle serate deliziose, in eccellente compagnia....

— Del dottore, del farmacista e del parroco?

— No, abbiamo abolito il tarocco; e i vecchi amici, fedeli alle loro affezioni per le carte da gioco, seguirono i re, i fanti e i cavalli, e portarono altrove le loro tende. Adesso vengono a farci qualche visita di complimento, alla sfuggita e di giorno, lasciando libera la sera alla nuova compagnia.

— Ma che razza di compagnia avete trovato al villaggio?... Forse la rustica progenie dei montanari colle loro ubbie in testa e gli zoccoli ai piedi.

— V'ingannate. Godiamo d'una scelta società. Chiusi in salotto, con la stufa ben calda, una eccellente lucerna con un cappelletto che concentra la luce sul tavolo rotondo, noi evochiamo le ombre degli uomini illustri di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Essi compariscono e spariscono ai nostri ordini senza cerimonie. Ci raccontano i loro viaggi, la loro storia, i romanzi, le poesie, le memorie che destarono il più vivo interesse nei paesi più colti del mondo.... E le notti d'inverno ci sembrano brevi, perchè si va lontano da casa senza muoversi, e dalle steppe della Russia, dai pampas d'America, dai deserti africani si fa una scala e si trova il proprio letto.

— Benissimo!... ho pensato sovente alle delizie della lettura in comune, in condizioni gradevoli; ma anche questo diletto, come tanti altri, è rimasto per me un vano desiderio.... E che cosa leggete?

— Ve l'ho detto, ogni sorta di buoni libri... esclusi soltanto i noiosi!

— Come l'Ortolano dirozzato.

— Sicuro, perchè ci sono libri noiosi che possono tornar utili a chi li studia, ma non hanno diritto d'essere ammessi alle riunioni serali del circolo di famiglia. Essi devono limitarsi alla cattedra ed allo scrittoio dello studioso, ma per entrare in società bisogna deporre la toga dottorale, e vestire l'abito del gentiluomo, il quale si fa scrupolo d'annoiare gli amici, di far dormire le donne e i fanciulli

— E dove trovate i libri?..

— A Milano, a Firenze, a Torino, a Parigi. Ritornata dal collegio, ove una direttrice intelligente mi aveva fatto intendere che alla scuola s'impara soltanto a studiare, ma che in casa bisogna completare l'istruzione con una scelta lettura, ho voluto che mio padre mi promettesse d'introdurre nel bilancio domestico una somma annua per il pane intellettuale, necessario quanto il pane di farina. A che cosa serve la scuola, se l'educazione non continua? Forse che nei pochi anni di studio s'impara lo scibile? S'imparano appena appena gli elementi delle scienze più necessarie. Dunque la lettura è il complemento indispensabile d'una buona educazione, ed è strano che ogni famiglia non spenda ogni anno nei libri una somma proporzionata alle sue rendite. Eppure queste idee così naturali sembrarono strane a mio padre, che non aveva mai provato il bisogno di acquistare un libro, e leggeva appena un cattivo giornale... e il lunario. Essendo figlia unica e amata dai miei genitori più che non merito, mio padre accondiscese alla mia domanda, chiese ai librai i loro cataloghi, ed ogni mese acquistiamo le novità che c'interessano. Mio padre mi diceva l'altro giorno, che adesso gli sembra impossibile d'aver potuto vivere tanti anni senza libri, e senza sentirne il bisogno. La privazione dei libri sarebbe ora per lui il maggiore dei sagrifizii. La lettura serale forma la sua delizia, poi legge anche solo nella sua camera e sotto la pergola del giardino. Questo sistema è necessario per tutti, ma per chi abita la campagna è indispensabile quanto il lume a chi cammina di notte.

— Verissimo... avete sempre delle idee giuste che mi colpiscono... ed eccitano la mia ammirazione pel vostro buon senso, in età così giovanile. Ah! la lettura dei buoni libri, ecco la spiegazione dell'enigma. Ora non mi sorprenderò più udendo dalla vostra bocca opinioni, consigli, parole che non si possono intendere da certe donne mature, le quali dopo uscite di collegio non hanno letto che il giornale delle mode!... Così in un villaggio deserto voi siete più colta di molte signore cittadine, che vivono in società come i fiori in un mazzo, cioè senza sostanziale alimento, corolle variopinte sopra un fusto di fil di ferro, belle una sera al ballo e al teatro, poi all'indomani avvizzite.

Agata m'ascoltava senza falsa modestia, continuando a mostrarmi i piaceri e i vantaggi della lettura, ed eccitandomi a far parte del loro circolo delle letture serali.

— Verrò di certo, — le risposi con riconoscenza, — e sono sicuro che le notti di quest'inverno saranno per me più belle dei giorni estivi, più utili di qualunque altro studio, più care d'ogni diletto cittadino.

Mi ringraziò con uno sguardo grazioso; io corrisposi con uno sguardo affettuoso, lungo, eloquente. I nostri occhi si scontrarono, e rimasero qualche tempo come legati fra loro da una forza irresistibile.

Ed io, che in amore non conoscevo altro linguaggio che quello degli occhi, rimproveravo a me stesso di non aver mai saputo leggere, prima d'allora, in quelle vaghe pupille.

Era quasi mezzanotte quando uscii di casa Bruni colla Rosa e con Bitto.

Spirava una di quelle brezze che arrestano l'acqua delle cascate cambiandole in cristallo, eppure io non sentivo il freddo, tanto era elevata la temperatura del mio cuore.

Strada facendo la Rosa mi raccontò che Beppo stava meglio e lo aveva saputo dalla moglie di lui che era venuta durante il pranzo a prendersi un cesto apparecchiato dall'Agata, nel quale c'era del brodo, del pane, del manzo, del vino e dei dolciumi pei bimbi. Così anche il povero convalescente e la sua famiglia avranno celebrato lietamente il Natale: e i miei ospiti avevano resa completa la loro letizia con un atto benefico, non essendo che gli egoisti che possano godere del loro bene senza farne parte a chi manca di tutto. A compiere la felicità d'ogni animo bennato è necessaria la soddisfazione d'aver alleviate le pene degli infelici.

A quella buona giornata tenne dietro una notte tranquilla, e al mattino mi svegliai col dolce presagio di giorni migliori.

I miei scolari mi trovarono ilare, indulgente, e ne approfittarono subito mostrandosi indisciplinati e tumultuosi. Ma quando il cuore è contento anche le scabrosità sembrano liscie, e pare che sorridano perfino gli sberleffi.

Alla sera accorsi in casa Bruni, e ritornandovi ogni giorno non tardai ad acquistare la più cara abitudine. Se c'era gente io ne approfittava per conversare con l'Agata, se la famiglia era sola si faceva la lettura in comune.

Allora incominciai ad interessarmi a nuove ed importanti scoperte. E in primo luogo, osservando l'Agata quando rideva, vidi che schiudendo le labbra fresche come rose, mostrava due file di candidi denti, che mi parvero un portento della natura; quando un raggio di luce batteva sui suoi capelli si vedevano brillare dei riflessi dorati, come in un campo di spiche mature; quando alzava il libro per avvicinarsi alla lucerna le dita delle sue piccole mani parevano trasparenti, tanta era la delicatezza della sua pelle; quando s'alzava per prendere qualche oggetto, il suo corpo flessibile si piegava colla grazia d'un fiore agitato dalla brezza, e il suo piedino snello camminava con tale leggerezza che appena toccava il pavimento. Quando leggeva delle pagine commoventi, degli atti generosi, delle azioni che onorano l'umanità, tutti i muscoli del suo viso si atteggiavano alle emozioni dell'animo con tale espressione, che io deploravo di non essere fotografo per poter fissare sulla carta con una riproduzione istantanea quelle sfuggevoli oscillazioni dei suoi lineamenti.

Quale stupenda immagine dell'anima sensibile sotto quella pelle agitata da un delizioso movimento nervoso, da una contrazione di muscoli ravvivata da un lampo degli occhi, o stemperata in una lagrima!... Guardandola, io paragonava il suo viso a quei poemi che ci rivelano sempre nuove bellezze ad ogni lettura, e mi sorprendevo meno di non averla capita prima. Tornandomi poi alla mente tutto il suo contegno verso di me, la sua pietosa vigilanza, il buon senso, le virtù che ornavano il suo nobile carattere sotto il velo d'una apparente semplicità, lo spirito senza pretesa, l'umore uniforme e benevolo, io incominciavo a sentirmi preso da una seria ammirazione, da un affetto rispettoso, e andavo alimentando desiderii e speranze superiori alla mia povera condizione.

I Bruni non erano certo da paragonarsi ai Brisnago, non avevano nè milioni nè lusso; ma vivendo in campagna in agiata semplicità, con ordine ed economia, se la passavano egregiamente, e l'Agata, essendo figlia unica, assai bella, molto colta, e in pari tempo ottima massaia, aveva diritto di trovare un marito, se non superiore per ricchezza, almeno pari, e certo in posizione più elevata d'un povero maestro rurale, alloggiato per carità in casa d'uno zio canonico.

Questa volta il mio amore ragionava e faceva i suoi conti.

— Ahimè!... cattivo segno, — dirà taluno.

— Niente affatto... io rispondo.

L'amore fantastico a diciott'anni conduce alle stelle, l'amore ragionevole dopo i venti conduce al matrimonio. Sovente il primo non è che un sogno, un'orchidea che vegeta e fiorisce in aria, il secondo è un fatto positivo, che ha per legittima conseguenza la moltiplicazione della specie, ed entra nei dominii del realismo.

E un misero maestro rurale incaricato d'istruire gli ignoranti non deve ignorare che il suo meschino stipendio lo condanna al celibato perpetuo se non trova una moglie più ricca di lui, o che almeno si guadagni il pane. L'associazione della miseria gli viene interdetta dal buon senso, che lo consiglia a non accrescere il numero degli spiantati che ingombrano la terra per loro disgrazia e a grande noia e desolazione del corpo sociale.

Tali ragionamenti mi conducevano ad apparecchiare il mio avvenire con qualche criterio; e valutando la mia educazione come un fondo produttivo, la mia professione come una rendita, e mio zio canonico come un capitale messo a mutuo, mi pareva d'aver diritto d'esigere una dote corrispondente dalla moglie.

Ah, questa volta la mia speranza non era un'orchidea!... Io non aspiravo a voli pindarici, nè mi esponevo a precipizi. Deponevo la mia semente sulla terra e coltivandola secondo le norme dell'Ortolano dirozzato avevo motivo d'aspettarmi che germogliasse.

Che cosa nascerà?... io chiedeva a me stesso... una quercia o una carota?... Voglia il cielo salvarmi dalle risa sardoniche dei canonici.