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Il bacio della contessa Savina

Chapter 19: XVIII.
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About This Book

A first-person narrator recounts adolescent obsession with a young noblewoman whom he watches from his uncle's balcony, alternating between daydreams of artistic glory and the constraints of poverty and household duty. His routine life under a precise guardian contrasts with the distracted grace of the woman and the practical care of a friend who manages his material needs. Infatuation spurs literary ambitions and fantasies of fame, while social inequality and dependence temper action. The narrative follows his inner turmoil, modest attempts at study and work, and the small domestic episodes that shape his hopes and disappointments as attraction, longing, and aspiration collide.

XVIII.

Una sera, appoggiato al balcone della mia stanza, contemplavo la campagna, fantasticando sul nuovo amore e sulle nuove speranze, e pensavo all'oro dei suoi capelli, e, senza pregiudizio della passione, anche all'oro della borsa del babbo, che accompagnato ai pregi materiali e morali della figliuola poteva comporre una famigliuola felice. Mi compiacevo nell'idea d'essere finalmente riuscito a mettere d'accordo il cuore e la ragione, quando vidi passare da lontano i coniugi Bruni senza la figlia. — L'Agata sarà sola in casa, pensai subito; prendiamo l'occasione pei capelli! E corsi difilato in casa Bruni. Infatti l'Agata era sola, ma non mi ricevette più nel salotto come soleva fare in passato, e invece mi trattenne in cucina con Martino e la Menica. O perchè dunque non mi riceveva più come le altre volte, coll'intimità di un fratello?... A tale domanda, che io facevo a me stesso, rispose subito la mia coscienza: Ecco, essa mi diceva, i tuoi sguardi amorosi le hanno rivelata la tua passione. Hai perduto i diritti acquisiti, per acquistarne altri, con altro titolo ed altre condizioni.

Il concittadino che diventa pretendente esce dalla legge, deve apparecchiarsi alla corona o all'esiglio e rinunziare alla vita comune.

Mi rassegnai al mio destino, e soddisfatto del suo onesto contegno, procurai d'apparecchiarmi.... alla corona.

Per fortuna, la Menica andava e veniva senza darsi pensiero dei nostri discorsi, Martino intendeva il senso delle parole assai meno di Bitto, chè il suo dizionario non aveva che poche pagine, e per lui tutto ciò che non era volgare era arabo. Poco dopo la Menica scomparve, Martino la seguì e restammo soli. Io mi sedetti al focolare, scaldandomi le mani, parlando di cose indifferenti, e guardando l'Agata con affettuosa attenzione, mentre essa in piedi raccoglieva i tizzoni colla molle, e disegnava dei geroglifici sulla cenere.

Come era bella!... le morbide treccie le cingevano la fronte serena, come un diadema; l'occhio limpido e profondo brillava d'una luce tranquilla fra i molli contorni del volto, che colla dolcezza del sorriso rivelava la soavità del sentire. Le movenze delle sue membra snelle e flessibili non accusavano artifizi, ma una naturale mollezza le rendeva eleganti.

Confrontando i pregi di lei colla mia tempra e colla riputazione di cervello balzano confermata dai miei stravizi, mi mancava affatto il coraggio di esprimerle colle parole quello che le avevo già detto cogli occhi.

Dopo qualche esitanza, pensai che prima d'espormi con una dichiarazione imprudente era meglio mi assicurassi della sua opinione sul mio conto, e tremando per la risposta, rivoltomi a lei con uno sguardo supplichevole, la interrogai in questi termini:

— Agata... ditemi francamente che cosa pensate di me....

— Che siete un galantuomo... quantunque un poco fantastico; un uomo intelligente, quantunque poco studioso... ecco tutto.

— Riconosco la vostra indulgenza... siete buona come siete bella, vorrei aprirvi il mio cuore... dirvi che mi foste sempre simpatica... ma che da qualche tempo questa simpatia minaccia di far progressi... e di trascinarmi... Infatti temo di perdere la vostra stima... non oso sperare... nè dirvi di più.

Essa alzando gli occhi, e guardandomi in faccia apertamente, mi incoraggiò con uno sguardo che voleva dire: — Vi amo!

Io le risposi con una di quelle occhiate che non lasciano dubbio, che si leggono a prima vista anche dagli analfabeti, e che significano chiaramente: — Vi adoro!

I nostri occhi scambiarono lungamente i loro raggi, fino a tanto che io mi sentii affascinato da quella luce; essa abbassò le pupille facendosi rossa come una bella rosa di maggio. Allora, esaltato dall'entusiasmo, esclamai:

— Agata... vi ringrazio... ora sono felice!

— Felice di che cosa?... — mi chiese con un'aria che mi fece rabbrividire, — e di quale favore mi ringraziate?

Mi sentii vacillare... mi pareva di guardare nel fondo d'un precipizio... mi sentivo attratto dal vuoto... i capelli mi si drizzavano sulla fronte... Credo che essa abbia avuto paura, perchè mi posò una mano sul ginocchio, chiedendomi con inquietudine:

— Che cosa avete?

— Mi sento morire!... — risposi.

— Mio Dio!... come passate rapidamente dalla felicità... alla morte! Su via... fatevi animo... qual è il motivo di tali eccessi?

— Voi... voi sola.

— Io?... Ma che cosa vi ho fatto io?

— M'avete detto: vi amo! e poi avete finto d'ignorarlo.

— Ma io non ho mai pronunciate quelle parole!

— È vero... non me lo avete detto colle parole, ma cogli occhi... quelle possono mentire, questi non mentono mai... io so leggere negli occhi meglio che nei libri... e con essi mi avete detto: vi amo!... Potete negarlo?...

Sorrise graziosamente, rinnovò la dolce espressione degli occhi, e mi disse:

— Come siete esperto nella conoscenza del linguaggio arcano dell'anima!... lo avete dunque studiato lungamente?...

— Domanda insidiosa!... — io soggiunsi. — Risponderò sinceramente a suo tempo, ma ora m'interessa di più conchiudere la quistione che mi tiene sospeso tra la vita e la morte. Ditemi, ve ne prego: quando io ho tradotto nel linguaggio volgare l'espressione dei vostri occhi, mi sono ingannato?...

— Siete un traduttore traditore, — mi rispose ridendo.

— Ma vivaddio!... vi costa dunque tanto una spiegazione sincera? temete forse di qualche cosa?...

— Avete indovinato anche questa volta. Sì, temo mille cose. Vi sono parole che dette una volta segnano il destino della vita, e non si possono pronunziare senza esitanza. Bisogna pensarci seriamente; da una sillaba dipende talvolta la nostra sorte: sì o no, possono significare talvolta una lunga serie d'anni felici o dolorosi, è il dado gettato che decide delle gioie o delle sventure non d'una persona, ma d'una famiglia e forse d'una lunga generazione! Bisogna pensarci seriamente.

— Ma il cuore?...

— Ah il cuore!... ebbene è appunto il cuore leggiero che più pesa gravemente su tutto e su tutti!... È il cuore leggiero che si lascia trascinare troppo facilmente dalle sue inclinazioni subitanee, senza dar tempo alla mente di ponderarle, che poi trascina alle gemonie i suoi seguaci, e li precipita con sè stesso negli abissi di sventure che fanno della vita domestica un inferno... macchiano d'infamia i nomi più onorati... e talvolta spingono alla disperazione e al delitto!... Vi par facile a voi dire sì o no sulla strada da seguire nel pellegrinaggio terreno; eppure è la decisione più grave della vita!...

— Ma l'amore è cieco, — io osservai.

— Bisogna guarirlo, — mi rispose.

— Oh sta a vedere, — io soggiunsi, — che voi proponete di mandar l'amore in un istituto oftalmico, oppure all'istituto dei ciechi per fargli insegnare a leggere sulla scrittura in rilievo, e imparare un mestiere.

— Sicuro, l'amore moderno deve essere ragionevole, ponderato, prudente.

— Agata, — io esclamai, — per una ragazza siete troppo positiva.

— Vi piacerebbe meglio che fossi più fantastica?... più accessibile alle illusioni, più facile alle lusinghe... che cercassi l'uomo ideale?!...

— No, per carità, Agata... gli uomini e le donne ideali non si trovano che nei romanzi.

— Ebbene siamo dunque d'accordo: l'amore degli antichi non è più dei nostri tempi. Noi gli abbiamo tagliato le ali, è vero, ma lo abbiamo anche guarito dalla cecità. Ora egli va per la sua strada in costume moderno, e non è più pericoloso. Per questo ogni ragazza onesta può viaggiare sola e sicura attraverso l'Europa, frequentare le Università e le Accademie, rispettata da tutti. Anticamente non era così. Cupido si cacciava dovunque. Quel fanciullo colle ali e la benda agli occhi, munito d'arco, freccie e faretra, tirava a caso sui passanti, e metteva tutti in pericolo. Se lo vedete ancora ai nostri tempi raggirarsi nella società, penetrare di soppiatto nelle case coll'astuzia raffinata del contrabbandiere, dite pure francamente che è un malfattore... o un imbecille. E guai alle sue vittime!...

— Avete ragione... anche nelle affezioni bisogna dar luogo alla ragione, e mettere d'accordo il cuore e il buon senso. Io ho fatto anche questo, e offrendovi un amor cordiale e profondo, credo in pari tempo di potervi assicurare che ho consultato anche la ragione e le convenienze. A meno che voi e i vostri parenti non mi troviate troppo povero per aspirare alla vostra mano. Questo dubbio mi ritenne di manifestarvi prima d'ora la mia affezione.

— I miei genitori vi stimano e vi vogliono bene, e non intendono certo di vendermi al maggior offerente, ed io credo che veramente poveri non sieno che gli oziosi... e gl'ignoranti. Chi studia e lavora ed ha un buon capitale nel cervello, non è mai povero.

— Dunque voi non sarete contraria ai miei voti e non mi stimate indegno d'aspirare alla vostra mano?

— Solo una vaga apprensione mi arresta.... un timore indeterminato di pericoli ignoti.... di non bastare alla vostra felicità.... di non avere virtù sufficiente per fissare la vostra vita.... Ve lo confesso francamente: io non avrei la forza di sopravvivere al minimo disinganno.... Intendo offrire tutta me stessa a chi mi possa promettere altrettanto.... per la vita.... per l'eternità.... senza restrizione di sorta.... fino l'ultimo pensiero.... O tutto o niente!...

Dicendomi queste cose il suo occhio aveva assunto un'animazione straordinaria, che dava alla sua attitudine una posa decisa ed energica. Era un nuovo aspetto della sua bellezza. Fiera come una regina che impone le sue condizioni all'alleato, essa attendeva una risposta breve ed esplicita come la sua sentenza. Non la feci attendere lungamente:

— Avrete tutto!... — le risposi. — Ve lo giuro sull'anima di mia madre!...

Essa mi stese francamente la mano, dicendomi:

— Sarò vostra per la vita!

— Dunque mi amate veramente?

— Sì, vi amo....

I nostri sguardi dissero molto di più, perchè non vi sono parole in nessuna lingua per esprimere certi sentimenti dell'anima. L'eloquenza dell'amore sta nel silenzio.

Stemmo fino a notte inoltrata soli ed al buio, senza scambiare una parola. Io aveva presa una sua mano nelle mie, e un fluido arcano aveva messo in comunicazione i nostri cuori che corrispondevano fra loro.

La Menica rientrando accese il lume, Martino mise della legna sul fuoco che era quasi spento, e i signori Bruni, ritornati dalla loro escursione, ci trovarono seduti uno vicino all'altro come due colombi in un nido.

All'indomani scrissi una lunga lettera a mio zio nella quale gli svelavo il mio amore per l'Agata e il progetto di matrimonio chiedendo il suo assenso.

Non appena partita la lettera, rammentandomi il passato, incominciò a frullarmi per la testa che il lirismo delle mie frasi potesse produrre un funesto effetto sull'animo positivo di mio zio. Egli che giudicava l'amore coll'aritmetica, che alla poesia d'un primo affetto opponeva l'ostacolo dei milioni, che sfoggiava tutta la sua rettorica per dimostrarmi che un misero non ha il diritto d'ammirare la bellezza risplendente fra i fulgori della fortuna, egli avrebbe riso certamente anche questa volta della mia nuova pretesa.

Ma ov'era la mia colpa, s'io non sapevo trovare le perle negli stracci, se, attirato dalla bellezza d'un volto e dal prestigio d'un sorriso, m'imbattevo sempre nella trappola dello scrigno, senza vederlo?...

È dunque facile immaginare quale fosse la mia sorpresa quando ricevetti una lettera dello zio, che aderiva pienamente al mio piano, lodava l'ottima scelta, mi muniva d'una commendatizia pel signor Nicola, nella quale appoggiava la mia domanda con argomenti decisivi, e prometteva d'intervenire alle nozze. Però, secondo i miei presentimenti, l'aritmetica non mancava, ma questa volta i calcoli del buon zio non erano fatti per dimostrare la mia inferiorità, ma per rialzare il mio valore. Non si trattava più d'una sottrazione, ma d'una moltiplica. Vedendo la necessità d'accogliere degnamente una sposa, avvezza agli agi della vita, esso destinava immediatamente una somma per l'allestimento della casa e le spese occorrenti, e mi faceva un annuo assegno, per mettere la mia condizione economica in armonia con quella della sposa.

Questi atti generosi mi commossero fino alle lagrime e mi posero in condizioni tali da poter chiedere la mano d'Agata senza arrossire. Un padre affettuoso non avrebbe potuto fare di più, e la mia risposta fu quale doveva essere quella d'un figlio che riconosce il beneficio, e che esprime la sua gratitudine con tutta l'espansione del cuore.

L'esito della domanda formale della sposa fu quale potevo desiderarlo.

Il signor Nicola mi gettò le braccia al collo dicendomi che da quel momento mi considerava quale suo figlio, la signora Giovanna mi baciò con pari affezione, e l'Agata, che ci guardava commossa, mi parve più bella che mai; la Menica piangeva della nostra allegrezza, e Martino, incerto se dovesse ridere o piangere, restava fra le due, cogli occhi lagrimosi e la bocca ridente, come le selci delle sue montagne all'aurora d'un giorno sereno, bagnate dalla rugiada e rischiarate dal sole.

L'epoca del matrimonio venne fissata per le vacanze autunnali; allora gli sposi sarebbero liberi, lo zio avrebbe risparmiato di fare il viaggio apposta fermandosi al villaggio dopo i bagni, e intanto ci restavano alcuni mesi di tempo per mettere in assetto la casa e apparecchiare il corredo. Quell'inverno scorse rapidamente, e fu uno dei più fausti della mia vita. La felicità dell'aspettativa d'un bene assicurato è superiore alla felicità del bene conseguito, perchè alla più dolce realtà si accoppia sempre qualche piccola dose d'amarezza. L'assoluto non esiste che nel cervello.

Facevamo ogni sera lunghe letture confacenti allo stato dell'animo. Leggevamo dei romanzi nei quali la vita era una burrasca, e l'amore trovava ogni sorta d'ostacoli per giungere al suo scopo; il confronto colla tranquilla esistenza, che sorrideva ai nostri voti, accresceva il valore di quella pacifica condizione, che ci rendeva tanto facile ciò che a personaggi eroici costava sforzi inauditi.

I nostri occhi s'incontravano sovente, e mettevano i cuori in comunicazione; talvolta l'Agata poggiava leggermente il suo piede sopra il mio, e quella dolce pressione rendeva più soave l'armonia delle nostre anime, producendo l'effetto dei pedali sul pianoforte.

Al di fuori, il nostro matrimonio era divenuto il soggetto principale di tutti i discorsi. Si parlava della mia fortuna, e si diceva che il signor Nicola sacrificava l'unica figlia, concedendola in isposa ad un povero maestro. Altri rispondevano che un maestro foderato d'un canonico diventava morbido come un cuscino imbottito. Le donne citavano le mie prodezze al mulino e mettevano fuori dei cattivi pronostici; chi ricordava la notte all'osteria, il vizio del giuoco e del vino, chi mi dipingeva come uno scioperato, senz'ordine e senza giudizio, e tutti facevano le meraviglie della incredibile condiscendenza dei Bruni.

Basta avere una fortuna a questo mondo perchè gli oziosi e i malevoli si scaraventino contro di voi, vi facciano l'esame di coscienza come i giudici inquisitori, vi contino in tasca i quattrini, e vi taglino i panni indosso. Tutta invidia!... Nella pentola sociale bolle sempre l'antico intingolo delle streghe, composto di mille sozzure, ove si confondono i rospi coi serpenti, e tutte le carogne che appestano l'aria. Non c'è rimedio, bisogna lasciare che la pentola bolla senza coperchio, affinchè il vapore non si condensi e scoppii con grave pericolo.

Uguccione della Fagiuola, che era stato il primo a trascinarmi all'osteria e a mettermi in mano le carte, era il primo anche a denigrarmi ed a pungermi colla sua lingua di vipera. Egli sosteneva che tutti i canonici hanno dei nipoti che vengono rappresentati sulla cappa magna da quelle code nere che spiccano sulla pelle dell'ermellino, come tante macchie!... Colui ch'era stato il fomite principale de' miei stravizi diventava il propagatore più maligno delle contumelie. I malvagi sono sempre funesti; bisogna fuggire il loro contatto. Essi vivono nei siti uggiosi e nel fango come i funghi velenosi; e sono veramente i funghi sociali.

Uguccione coll'organo della chiesa scorticava le orecchie ai divoti, e coll'organo della sua voce cavava la pelle ai galantuomini. Esso rappresentava a perfezione la maldicenza con tutte le sue voci discordi ed abbominevoli. Invece il campanaro, venuto a cognizione del mio matrimonio, raddoppiò le sue riverenze, coll'intenzione di raddoppiare il suono dei sacri bronzi, il giorno delle nozze, a gloria ed onore degli sposi.... e della mancia che si aspettava in ricompensa del frastuono col quale assordava il paese. Esso era l'avidità in persona.

Ugolino Gonzaga si struggeva di rancore, vedendo un maestruncolo del villaggio salire più in alto di lui, che credeva di rappresentare la scienza medica colla scatola delle pillole, e non poteva rassegnarsi che il sillabario avesse soperchiato la terapeutica. Esso faceva la parte dell'invidia. Il medico censurava il possidente più ricco del paese che scendeva a stringersi in parentela con un orfano sprovveduto di censo, quando avrebbe potuto maritare la figlia a un signore.

Insomma la maldicenza, l'avidità, l'invidia, la superbia serpeggiavano nel piccolo villaggio, unitamente all'ignoranza e ai pregiudizii che ne formavano il fondo.

Nauseato di tante ciarle volgari, irritato da tante calunnie, inasprito da così malevoli insinuazioni accolte da una ciurmaglia d'idioti, io esclamava:

— La natura è bella al villaggio, ma sarebbe più gioconda se si potesse distruggere la razza malvagia degli abitanti!...

Poi ritornato in calma, e moderato dalla ragione e dal cuore, riprendevo:

— Distruggerla moralmente, come si distrugge l'ignoranza, col mezzo dell'educazione, trasformando quegli animali selvaggi in uomini ragionevoli, onesti e civili.


XIX.

Amore e sdegno risvegliarono la mia musa; il miraggio della gloria ritornò a inebbriarmi, i sogni teatrali di Milano vennero nuovamente a cullare le mie speranze, ripresi la tragedia, ispirato dalle diverse passioni che mi agitavano l'anima innamorata e sdegnosa.

Scrivevo lunghe tirate di versi da perdere il fiato, volavo all'empireo sull'ali dell'iperbole, vedevo gli uomini al basso piccini piccini che si raggiravano come formiche intorno al formicaio, e la mia elevazione mi lusingava di giungere agli astri.

Finalmente finito, corretto, messo in netto, declamato nella solitudine della mia stanza, il mio Lucchino Visconti mi parve un capolavoro. Desideroso di farne una prima prova, senza esporre il mio nome, dissi di aver ricevuto da un amico di Milano il manoscritto di una tragedia, e pregai l'Agata di fare degli inviti per darne lettura.

Per tale trattenimento letterario venne fissata una domenica, si apparecchiarono dei rinfreschi e si mandarono ad invitare i notabili del villaggio e dintorni. Tutti coloro che senza saperlo mi avevano servito di modello facevano parte del pubblico: il parroco, il medico e sua moglie, il farmacista, l'organista, il signor Nicola, e per giunta i miei colleghi del circondario, i curati delle vicine parrocchie, i cappellani, i fabbricieri, i sagrestani, i segretari comunali e i cursori.

Alla sera del giorno fissato io giunsi col mio manoscritto sotto il braccio, e trovai la società raccolta che mi attendeva con grande aspettativa. Il salotto era stato apparecchiato opportunamente, le sedie formavano un semicerchio intorno d'un tavolo coperto d'un tappeto verde, e munito d'un bicchier d'acqua e d'una lucerna. Il paralume, concentrando la luce sul manoscritto, lasciava nella penombra gli uditori, ch'io non vedevo. La lettura incominciata alle otto finì alle dieci. Tutto concentrato in me stesso io declamava con passione, con impeto, con ardore o con tenerezza secondo i casi. Alla fine d'ogni atto mi riposava pochi istanti, ed allora scoppiavano degli applausi clamorosi che raddoppiavano la mia forza.

Finita la lettura, il battere delle mani e dei piedi, le acclamazioni iterate, le esclamazioni di sorpresa, gli elogi enfatici ed entusiastici annunziarono un vero trionfo.

— È un capolavoro!... stupendo.... inarrivabile!... — dicevano in coro, — è un'opera destinata ad uno strepitoso successo.... l'autore è un genio.... altro che Alfieri!...

Incominciò il rinfresco; vini fini, pasticcerie, salumi, liquori, caffè, una gozzoviglia improvvisata, ma abbondante e saporita; tutto si consumava, tutto scompariva nelle bocche spalancate come voragini, i tavoli forniti di squisiti manicaretti restavano spogli come le campagne dopo il passaggio delle cavallette. Uguccione della Fagiuola, l'uomo più mordace del paese, non aveva il tempo da biasimare la tragedia: la maldicenza tace quando ha la bocca piena.

Calmato il primo furore dell'entusiasmo e dell'appetito, s'erano formati dei gruppi secondo le condizioni e le tendenze delle persone, chi per digerire in pace e tranquillità quanto aveva divorato, chi per sputare sentenze, chi per udire modestamente le opinioni dei giudici più competenti.

Il dottore, colla solita prosopopea, lisciandosi i capelli, alzando la testa, accomodandosi i solini, circolava pettoruto e tronfio come un diplomatico ad un ballo di corte, ascoltando le conversazioni con un sorrisetto beffardo, alzando le spalle di tempo in tempo in aria di canzonatura, con evidente desiderio d'essere invitato a dire il suo reputato parere.

Molti se ne avvidero, e finita la refezione, divorate perfino le bricciole, e tracannata fino all'ultima goccia, egli venne pregato da varie parti di presentare una critica assennata e sapiente di quel lavoro letterario, lasciando da parte le opinioni volgari ed incompetenti, pronunziando un giudizio definitivo e inappellabile. Dopo essersi fatto pregare alquanto, colle solite giustificazioni della falsa modestia, finse di cedere per cortesia al voto generale, e andò a sedersi nel centro dell'uditorio, come un professore che deve dare la sua lezione. Incominciò a soffiarsi il naso e a tabaccare con gravità, poi chiuse gli occhi e si passò una mano sulla fronte, come per raccogliere i reconditi pensieri che vagavano nelle cellule del suo cervello, e finalmente, accennando di far silenzio, diede un'occhiata all'intorno e incominciò in questi termini:

— Signore... e signori, è cosa ardua ed ardita ad un tempo il voler giudicare un lavoro importante dopo una sola audizione. Tuttavia, senza veruna pretesa, eccovi per sommi capi il mio giudizio: prima di tutto questa produzione drammatica non può dirsi tragedia, a stretto rigore di termine, e secondo le classiche tradizioni. Se gli antichi devono essere maestri, essi ci fecero vedere che ogni catastrofe che non finisca col ferro non ha diritto di vestire il coturno....

Siccome la maggior parte dell'uditorio non intendeva niente alle elucubrazioni dottrinarie del dottore, così le trovava sublimi. Per gl'idioti il sublime sta nell'ignoto. Egli continuava con sussiego magistrale:

— Il brando e il pugnale sono i soli arnesi degni degli eroi da tragedia, il veleno è cosa volgare, buono pei drammi prosaici dei teatri diurni. La tragedia vuol sangue!... sangue, non droghe!... Lucchino avvelenato fa la figura d'un marito babbeo vittima di un farmacista!...

Qui scoppiarono delle risa da varii punti della sala, il farmacista fremeva, la signora Pasquetta si dimenava sulla sedia come se fosse seduta sulle spine. Soddisfatto dell'effetto prodotto, il dottore sorrise alla sua volta, e poi riprese il discorso:

— L'intervento della farmacia mi guasta la tragedia, il decotto fa nausea, il tiranno colla colica diventa ridicolo.

Allora le risa ripresero con maggior forza di prima, e l'oratore dovette subire una lunga interruzione. Egli stesso cercava invano di frenare la ilarità che lo invadeva, e non riusciva che a singhiozzi interrotti.

Finalmente si giunse a ristabilire il silenzio ed egli riprese:

— Se il tiranno è un babbeo, suo fratello, l'arcivescovo Giovanni, lasciato in disparte negli affari di Stato, fa la figura d'un idiota!...

— È giusto.... — disse il parroco don Vincenzo Liserio.

— Ed Uguccione della Fagiuola, — soggiunse il dottore, — è un imbecille!...

— Verissimo! — esclamò Tobia.

— Ma ciò che toglie all'azione ogni dignità, ciò che fa cadere il fatto principale a livello degli intrecci comici di Pulcinella, si è la balordaggine del protagonista che non s'avvede d'essere tradito dalla moglie....

La signora Pasquetta diventò pallida, il farmacista si fece rosso, il pubblico non osava fiatare, e il dottore imperturbabile proseguì:

— Per me dichiaro apertamente che Lucchino Visconti non merita gli onori della tragedia, la quale non deve occuparsi che degli eroi... o degli scellerati, e lasciar da banda i minchioni. L'eroe, tradito nell'onore, immerge la spada fino all'elsa nel cuore dei traditori!...

La signora Pasquetta diede un guizzo dal raccapriccio, ma uno sguardo rassicurante del farmacista parve calmarla.... Il pubblico rideva sempre di più.

— Avete ragione di ridere, — continuava il dottore, — i mariti ignoranti non sono fatti per la tragedia, ma per la commedia. Lucchino è una vittima come se ne vedono tante! La moglie infedele lo rende ridicolo facendolo morire nel suo letto per mezzo di un farmacista, dopo d'avergli gettato nel fango la corona ducale, e d'avergli messo sulla testa la corona... del martire!...

A questo punto le risa sbardellate divennero convulse, non si sentivano che gemiti e guaiti, pareva che subissasse la camera, anzi la casa; la mimica che accompagnò le ultime parole del dottore era riuscita irresistibile. Bisognava ridere o morire.

Il critico ebbe un successo molto superiore a quello ottenuto dal tragico; così alla tragedia promessa era succeduta una farsa impreveduta, e lo spettacolo fu completo.

Il dottore assaporava il successo con ebbrezza, vedeva in lui l'uomo felice, e a chi gli faceva degli elogi, egli rispondeva:

— Ecco, io son fatto così!... non ho riguardi per nessuno... a chi tocca tocca... io intendo la critica in questo modo... tanto peggio per le vittime... non c'è merito... la franchezza del mio carattere è un dono di natura.

Così finì allegramente quella serata, con grandissima soddisfazione degli intervenuti, e specialmente del dottore, che ritornandosene a casa a braccetto della moglie, gongolava del suo trionfo e ripeteva al farmacista che li accompagnava:

— Dite la verità, Gaspare, vi pare che io abbia sfoderato dello spirito?... Non voglio adulazioni, ma dovete confessare che ero in vena. È inutile, ci vogliono delle occasioni favorevoli per farsi conoscere. Io era nato per il fôro e la tribuna!... sarebbe la mia passione demolire gli avversari. Povero Lucchino Visconti, l'ho polverizzato!... Ma è un fatto positivo: il tempo delle tragedie è finito!...

All'indomani, entrando in casa Bruni, il signor Nicola mi venne incontro dicendomi:

— Ti prego per carità di non venirmi più a leggere delle tragedie, se non vuoi farmi morire dal ridere... mio Dio! Dopo iersera mi duole ancora la milza!...

Io corsi dall'Agata per sentire il suo parere, essendomi stato impossibile di chiederglielo la sera antecedente.

— Avrei due cose da dirti in proposito, — mi rispose, — ma non posso dirtene che una sola.

— Bene, intanto sentiamo questa.

— Tu sei l'autore della tragedia.

— È vero. Chi te l'ha detto?

— L'ho sentito dentro di me. Oramai ti conosco, e quando si conosce l'albero, si conoscono le frutta.

— Questa è un'idea... orticola. Ma nelle lettere non è così: l'arte copia la natura, o crea degli esseri immaginari che non hanno verun rapporto coll'indole dell'autore.

— Scusami, ma io scopro sempre l'autore nel libro, qualunque sia il suo prodotto.

— Dunque tu credi che un autore che racconta una storia di briganti omicidi abbia nell'anima qualche cosa dei delitti de' suoi personaggi?

— È tutto il contrario. Io credo invece che i briganti assassini d'un racconto abbiano sempre qualche cosa dell'autore... che li ha messi al mondo. Per esempio: un'anima mite e serena non è capace, non solo d'inventare, ma nemmeno di copiare esattamente dal vero personaggi turbolenti e feroci; nè una mente fiera, esaltata, rabbiosa sarebbe capace di creare tipi delicati ed angelici.

— Potrei citarti mille esempi contrari a quanto asserisci....

— Contrari in apparenza, ma in realtà no... sarebbe assurdo; dovresti provarmi che in un libro manca l'autore... L'uomo non vede che la superficie, e quando tiene in mano un bel pomo non si immagina che dentro vi sia un verme che lo divora. Il crogiuolo per fondere le anime non è ancora trovato, quindi non è possibile scoprire ciò che si mescola a questa parte ignota dell'uomo; però sappiamo che la natura ha le sue armonie, e possiamo dedurre dal noto all'ignoto che, come ogni rosa ha le sue spine, ogni limpido ruscello il suo fango, così può anche darsi che nell'anima dell'uomo più mite ed onesto si nasconda qualche punto nero che sfugge ai nostri sguardi, come nell'anima dell'uomo tenebroso si rifletta qualche raggio di luce.

— Potrebbe essere così, ma nel caso concreto della mia tragedia io non vedo che un marito tiranno, un rivale ribaldo, una moglie infedele, un amante insidioso... o vuoi forse farmi figurare sotto le spoglie dell'amante insidioso?

— Non dico questo... lo vedremo in seguito; finora veramente non ti posso ravvisare sotto quel triste soggetto.

— Dunque ove mi vedi?...

— Ti vedo e non ti vedo... ti sento piuttosto, mi pare di scorgerti fra le linee, dietro i punti e le virgole. Tu cerchi di nasconderti nei vani... dietro una parentesi... ti metti in maschera... ma io ti conosco, e sento il tuo alito.

— Il tuo occhio inquisitore mi fa paura!

— Non fare il male... e non abbi paura.

— In ogni modo, questa è una teoria affatto nuova....

— Ebbene, domanderò il brevetto d'invenzione, col privilegio di tenerlo a mio vantaggio per un decennio.

— Siamo intesi.... Ora ritorniamo alla tragedia, e dimmi francamente la tua opinione.

— Questa è la seconda parte... che non posso dire.

— Cattivo segno!... vedo che non ti piace.

— Ti prego di dispensarmi da un giudizio... io non so mentire... e temo che l'esser sincera mi faccia torto.

— Nulla può farti torto nel mio cuore; anzi la tua sincerità mi sarà grata, come una nuova prova della rettitudine del tuo carattere.

— Ebbene, poichè vuoi assolutamente che ti dica la verità, devo confessarti che la tragedia in generale non piacque....

— Ma e gli applausi?

— Meno poche eccezioni, dormivano tutti. Quando alla fine dell'atto non intendevano più il suono della tua voce, si svegliavano ed applaudivano con frenesia, per far credere che ascoltassero. Gli applausi più clamorosi li udisti alla fine, e volevano dire: finalmente è finita la noia, e incomincerà la refezione. È vero che i più intelligenti ascoltavano, ma non potevano dissimulare interamente la fatica; a certi punti tragici ridevano per alcune analogie trasparenti....

— E il dottore non li vedeva ridere?

— Sai bene che il dottore non vede niente!

— Ma dimmi finalmente la tua opinione.

— Giudica dall'effetto generale... la tragedia riuscì a tutti noiosa.

— Ma io non faccio caso di quel pubblico... idiota. Tu sei più intelligente di tutti coloro... e tu non dormisti.

— Non tieni conto del mio affetto?... ogni tuo lavoro non può che interessarmi assai... ma altro è l'interesse dell'affezione... altro un giudizio imparziale e spassionato.

— Dunque il tuo giudizio imparziale si è che la mia tragedia è noiosa?

— In complesso è noiosa... è inutile farsi illusioni. Vi sono però varie parti interessanti. Per esempio, quando parli d'amore vi sono espressioni vere, sentite profondamente, veramente ispirate e sublimi!... ma il resto è troppo lungo, prolisso... insomma noioso.

— Ti ringrazio, — io conchiusi, — apprezzo il valore della tua sincerità, e saprò trarne partito.

— Ma figurati!... nemmeno per sogno! — e parlammo d'altro.

Ora confesso che non solo m'ero offeso, ma dentro di me avevo giudicato l'Agata una saccentina sconclusionata, incapace di dare un giudizio apprezzabile sopra un simile lavoro. Dissimulai la stizza dell'amor proprio oltraggiato, e presi le mie misure in segreto per ottenere un giudice competente.

Avendo saputo che c'era a Sondrio in quel momento un capocomico generalmente stimato come uomo esperto nell'arte sua non solo, ma altresì di molto merito letterario, gli mandai il manoscritto pregandolo di leggerlo, e di dirmene francamente la sua opinione.

Pochi giorni dopo mi restituì la tragedia, con una lettera cortesissima, ma sincera. Mi diceva in poche parole: « Non voglio ingannarvi, nè adularvi, sarebbe far torto a chi non lo merita. Si vede in voi un giovine ingenuo ed onesto, esaltato da una passione che gl'ispira pensieri elevati, sogni poetici, qualche buon verso. Tutto il resto non ha valore.

« Non siete chiamato pel teatro, ne ignorate completamente l'arte, e tutti gli amminicoli che assicurano il buon successo, e vi manca la scintilla che rischiara la via. Smettete l'immane sforzo che deve costarvi un lavoro letterario; e pensate che la mediocrità si affatica invano per arrivare alla gloria, riservata al solo genio.

« Attribuite la mia severità al desiderio d'esservi utile. Una indulgente reticenza che vi lasciasse nel dubbio potrebbe nuocere al vostro avvenire. Basta talvolta una vana speranza per mantenerci sulla via dell'errore.

« Credendo di saper nuotare, l'uomo s'affoga; invece di fargli animo a proseguire con nuovi tentativi è meglio prenderlo addirittura pei capelli, e gettarlo sulla riva. Il vostro lavoro rivela un intelletto ricco di molti doni di natura. Ogni uomo intelligente e laborioso può raggiungere una meta che ricompensi le sue opere. Voi avete fallato indirizzo, siete entrato in una foresta piena di triboli. Uscite di là, cercate altrove la vostra strada, e vivete felice. »

La parola franca ed onesta di quell'uomo dabbene fece svanire intieramente il sogno de' miei trionfi e della fortuna chimerica che aveva illuso la mia gioventù, e risparmiò al pubblico dei teatri quelle noie alle quali è condannato sovente dalla caparbietà dei mediocri, che, prendendo per genio la loro boria, si ostinano a voli ripetuti, i quali finiscono in vergognose cadute.

Icari della scena, colle ali saldate a cera, e che, per uscire dal labirinto sociale, vanno a cadere nel mare drammatico; gente cui torna più caro un biasimo che la classifica fra le persone in marsina, di un elogio che la metta colle giacchette; vogliono essere piuttosto autori seccanti e fischiati che onesti pizzicagnoli: aristocrazia della democrazia!...

Ma non si deve disputare dei gusti.

Io invece ringraziai il capocomico con pari sincerità della sua, ed ho avuto mille occasioni di benedirlo. Senza la sua leale franchezza, chi sa di quanti piaceri mi sarei privato nella vita, di quanti ameni passeggi mattinali pei campi, di quante buone letture sul canapè!... per abortire qualche sconcia tragedia, o qualche dramma turpe e sonnifero! — Benedetto il capocomico che mi ha aperto gli occhi, tenendomi abbassato il sipario.

Cadutomi il velo che mi offuscava la vista e riconosciuto l'acume che avea guidato l'Agata nel suo giudizio, le confessai francamente la colpevole diffidenza che mi spinse al nuovo tentativo; manifestandole in pari tempo l'effetto ottenuto e chiedendole scusa del mio stolto orgoglio, le giurai che la mia prima tragedia sarebbe stata anche l'ultima.

— Ho tracannato un fiasco solenne!... — le dissi, — e ne sono morto. I fiaschetti ubbriacano, i fiasconi uccidono addirittura. Se almeno mi fossi contentato del tuo giudizio!... ma la vanità si ribella alle critiche sincere e benevole; l'orgoglioso si ostina a credersi un destriero, fino a che un giudice competente gli dica chiaro: sei un ciuco!... Ho avuto torto! e ti ringrazio della tua sincerità....

— Ho preferito il coraggio di dirti il vero, quantunque amaro, alla viltà d'una menzogna, — essa mi rispose; e dopo breve pausa, riprese: — ho sempre pensato che questa deve essere la norma costante di coloro che vogliono vivere insieme onestamente, formando una famiglia proba e leale fino allo scrupolo... Del resto, — essa aggiunse, — se ti manca l'attitudine a scrivere pel teatro, ti confesso alla mia volta che non ne sono troppo dolente, e mi pare, da quello che ne dicono i libri e i giornali, che dietro le scene non si tenga scuola di morale, e piuttosto si celino dei pericoli per la pace delle famiglie, che è miglior cosa evitare.

— Saresti forse gelosa?

— Sì.... sono molta gelosa, te lo dichiaro. Chi non teme non ama. Non ambisco se non a ciò che ho diritto d'ottenere, ma non ammetto restrizioni ai miei diritti: ad un affetto leale e santo esigo condizioni pari. Le doppiezze e l'inganno nella vita domestica mi paiono delitti; il giorno in cui il cuore vacilla è meglio dirlo francamente, e dividersi subito: preferisco la più atroce lacerazione all'onta d'una finta carezza; la morte non mi fa paura, ma l'oltraggio si!... — Tutto o niente!... ecco il mio motto... se non sai custodire il pensiero... siamo ancora in tempo... puoi scegliere altrove altra moglie.

Le baciai la mano con effusione d'affetto, dicendole:

— Ti prometto sull'onore che divido perfettamente le tue idee su questo punto. Ho sempre detestato ogni inganno, ma nel matrimonio lo trovo obbrobrioso. Se il cuore esce di casa, uscite con lui... ma uccidere col ridicolo chi porta il vostro nome, è peggio che uccidere col coltello.... No, mai... te lo giuro: sarò fedele per la vita.... e caso mai.... caso impossibile.... ma lo noto per rassicurarti.... caso mai non mi sentissi più degno di te.... non mi vedrai più!... saprò scomparire dalla terra.... Non ti domando nemmeno se il tuo cuore sarà costante....

— Il mio cuore!... è tuo per sempre....

— E pel tuo amore io rinunzio a tutto!...

— No, questa sarebbe un'ingiusta pretesa, — soggiunse, — e non l'accetto. Se hai un'attitudine qualunque che possa renderti utile alla società e alla famiglia, non posso che incoraggiarla, e desiderarti la migliore riuscita. La buona moglie divide col marito le pene e gli onori. Studia, lavora, e se ti senti inclinato alle lettere, scrivi dei libri.

— Veramente non ne sento proprio il bisogno. I clamorosi successi del teatro mi sorridevano con abbagliante prestigio. Mi elettrizzavo all'idea della folla plaudente in massa, e vedevo in sogno delizioso il bagliore delle faci, lo splendore delle gemme e dei fiori sulle donne eleganti, commosse alle mie parole. Dopo il trionfo, la fama porta il nome dell'autore da un capo all'altro del paese e racconta a tutti quella notte di entusiasmo che fece palpitare il cuore di mille persone, raccolte e frementi davanti la scena.

— Il libro non mi presenta tali attrattive. Dopo le lunghe fatiche che costa la sua composizione, esso si presenta modestamente nelle vetrine dei librai, confuso co' suoi confratelli di tutti i colori, taluno anche più vistoso di lui. La folla passa, e non se ne cura. Chi lo guarda il povero libro?... qualche raro letterato con pochi soldi in saccoccia, che esamina le novità, e che vorrebbe anche comperarne taluna, se lo stomaco non fosse più esigente del cervello, e il trattore più indispensabile del libraio. Il giornalista non parla che degli amici, il critico volgare non esamina che i libri che gli vengono offerti in dono, l'artigiano vuol leggere a macca, e trova nelle biblioteche popolari, come nelle cucine economiche, da saziare la fame.

Il ricco ha altro per la testa! il lusso dei libri è l'ultimo della casa; esso vien dopo gli arredi, la cucina e la stalla, meno le eccezioni delle famiglie veramente distinte per solida e completa educazione, che sono tanto rare. Come farà dunque il povero libro a farsi largo tra la folla, a farsi conoscere, ad entrare nelle famiglie, e cadere sul tavolo degli sfaccendati, a penetrare nello studio del marito e nel salotto della dama?... Ci vuol altro!... è una lotteria; per essere fortunati, bisogna avere un buon numero; ma molti sono i chiamati e pochi gli eletti.

Intanto i nuovi volumi cadono come valanghe sul dorso del povero libro in aspettativa, e il libraio, costretto di far posto ai nuovi venuti, lo relega negli ultimi scaffali della bottega, all'ombra, sotto la polvere e le ragnatele, ove non uscirà dalla nicchia se non per mano d'un modesto bibliofilo, che si contenta di conservarlo intonso nelle sue collezioni; o per bocca d'un ardito sorcio che lo riduce in frantumi.

In conclusione, se la scena m'invitava alle sue lotte, la vita solitaria del libro mi spaventa. Ce ne sono anche troppi, e non so a che cosa potrà un giorno servire tanta carta imbrattata d'inchiostro. Bando dunque anche ai libri.... cioè ai miei libri!...

— Hai torto di preferire la vampa alla cinigia. Essa è luminosa come una meteora, ma abbaglia più che non riscaldi, è una baldoria che presto passa, scottando gl'imprudenti, e non lasciando talvolta che l'impressione del fumo.... e dopo la sua scomparsa l'aria sembra più fredda di prima....

Al contrario la cinigia, più modesta, non abbaglia, è vero, ma non nuoce, nè incomoda, e col blando calore, riscalda lungamente.... Con ciò intendo dire che il trionfo d'un dramma può essere clamoroso, ma effimero. Talvolta un'arte sottile lo impone alla folla che cerca forti emozioni, ma il suo rapido effetto non dura. I lumi non sono ancora spenti, la folla plaudente non è ancora dispersa, e già nuovi pensieri la occupano, nuove correnti la travolgono, nuovi piaceri la chiamano. Del dramma non resta altro che una debole memoria, misurata alla stregua d'un'ora perduta.

Il libro invece non fa tanto chiasso, anzi fugge dai luoghi clamorosi, ma, modesto e tranquillo, va a trovare chi lo accoglie come un amico. Esso racconta, istruisce, diverte, riposa dalle gravi fatiche del giorno, fa dimenticare le lunghe sere del verno alla famiglia raccolta, consola il solitario e il derelitto, riempie gradevolmente le notti insonni, distrae l'ammalato da' suoi dolori, il convalescente dalla noia, porta fuori del carcere il prigioniero, fa sopportare al soldato il tedio della vita di guarnigione, al viaggiatore gl'incomodi del viaggio, alle donne la vita casalinga! Onorato dalle lagrime, dai sorrisi, dalla simpatia dei suoi amici, il libro li accompagna dovunque, e sovente riposa con loro sotto al capezzale. Le impressioni che produce, essendo più prolungate, sono maggiormente durevoli di quelle del dramma, e se ha saputo meritarsi la nostra stima e la nostra riconoscenza per le buone ore che ci ha fatte passare, vien legato in pelle con fregi d'oro come un gioiello, e conservato con cura. Finalmente, il libro rappresenta l'autore che sopravvive a sè stesso; è una parte della sua anima che rimane sulla terra dopo la morte, è il suo pensiero che vola attraverso i tempi, e manifesta ai venturi una voce del passato!

Daniele, essa concluse, dovresti fare un buon libro.

— Preferisco, — io risposi, — passare la vita in pace al tuo fianco, lavorare per la famiglia, contento di sopravvivere nei figli, e di rivivere nell'eternità indiviso dalla mia compagna.

— Così, — ella mi disse, — potrai un giorno servir di modello a qualche autore che voglia descrivere il tipo d'un marito perfetto.

— Non c'è pericolo!... non si scrivono che le vite degli uomini illustri.... e quelle dei bricconi.

— Se fosse possibile scrivere la vita d'ogni persona, io credo che molti terrebbero una diversa condotta, per non passare alla posterità come cattivi arnesi.

— Non lo credo. La pubblicità delle cause celebri non ha impedito un solo assassinio. In quanto al gusto dei lettori, è positivo che le gesta degli assassini vengono sempre preferite a quelle dei galantuomini, e lette col più vivo interesse. Nella vita sociale il galantuomo è stimato, ma in letteratura riesce noioso. Io sono convinto che la vita veramente felice d'un uomo possa raccontarsi in una mezza pagina, in istile epigrafico o telegrafico. Si dicono fortunate quelle nazioni che non hanno storia; io credo parimente fortunate quelle famiglie che non hanno romanzi.... o avventure romanzesche.

— È ben vero!... il turbinìo delle passioni mi spaventa.... mi piace meglio l'idillio....

— È un genere falso, ma molte volte è preferibile al vero. Non ti ricordi la nostra lettura sulla rivoluzione francese? Le scene pastorali di Trianon erano false e mi piacevano tanto!... Maria Antonietta, vestita da pastorella, distribuiva il latte delle sue cascine, pescava nello stagno, leggeva sotto l'ombre profumate del parco fra i figli e il marito... una regina che preferisce la vita rustica agli splendori del trono!... è falso!... ma a me piaceva quella falsità. La prigione, gli insulti d'una plebe selvaggia, i processi, il patibolo... furono veri... e mi fecero raccapriccio.

— Prendiamo la vita come viene, — io dissi, — senza forzarne gli avvenimenti. Non sarà nè un idillio, nè un romanzo, ma avrà giorni lieti e tristi come al solito.... sarà una vita naturale.... senza artifizii.

— E nemmeno questo mi piace, — rispose con vivacità. — Non faremo nè romanzi, nè idilli, ma dobbiamo fuggire il male con fermezza, volere il bene con energia e pertinacia, e prendere per guida d'ogni azione la virtù....

— E l'amore.... — io soggiunsi.

— Siamo intesi; — e con dolce sorriso mi porse la mano, ch'io baciai con tale tenerezza ch'ella fu costretta di ritirarla.

E così facevamo sovente lunghe conversazioni, con divagazioni interminabili, e le ore volavano rapide, mentre stavamo predisponendo a modo nostro l'avvenire... l'avvenire sempre incerto, che dipende in parte da forze superiori alla nostra volontà, e ci apparecchia soventi volte sorprese imprevedute.


XX.

Mio zio capitò nel mese di luglio, e gli feci quelle festose accoglienze che meritava. In casa Bruni vi furono banchetti d'onore, brindisi, e mille felici pronostici per gli sposi. Il buon canonico si fermò qualche giorno al villaggio, esaminando e lodando i nuovi restauri della casa, e tutte le mie disposizioni pel prossimo matrimonio. Doveva rimanere convinto della mia perfetta conversione, tuttavia non mancò di raccomandarmi di far giudizio, d'essere ragionevole, sodo e ponderato, apparecchiandomi ad una vita positiva ed onesta, senza chimere nè sogni.

Io non avevo bisogno di tali consigli; amavo l'Agata teneramente, d'un amore pieno di stima, avevo rinunziato spontaneamente ad ogni idea che non avesse rapporto diretto col futuro mio stato, m'ero quasi dimenticato il passato... o perchè dunque è venuto fuori a parlarmi di chimere e di sogni?... Precauzioni balorde!... parlandomi di ciò che avevo dimenticato, me l'ha fatto tornare in mente.

Mio zio canonico colle sue reticenze irritava il mio carattere, suscitava i miei nervi, mi faceva l'effetto d'una mosca molesta, o d'un indiscreto che con un fuscello stuzzica un uomo che dorme!... non ci può essere di peggio!... Quando un cavallo cammina tranquillamente, lasciatelo andare in pace per la sua strada; se lo toccate colla frusta, imbizzarrisce, e forse vi trascina in un fosso!...

Esso evitava di parlarmi della contessa Savina.

Ma di che cosa aveva paura!... il mio prossimo matrimonio doveva rassicurarlo pienamente. Qualunque notizia m'avrebbe trovato indifferente; invece il suo silenzio provocava i miei sospetti e mi faceva fantasticare.

Finalmente lo zio essendo partito pei bagni di Bormio senza rompere il silenzio su tale soggetto, il mio umore se ne risentì, mi parve una ingiusta diffidenza, me ne crucciai fortemente, e per qualche giorno mi fu impossibile di nascondere l'uggia all'occhio chiaroveggente dell'Agata.

Dovetti giustificarmi con pretesti che vennero accolti freddamente, senza fiducia; ed ecco come un semplice vapore, sollevato dal fondo d'una palude, s'innalza a poco a poco e diventa una nuvola capace d'oscurare anche il sole, se non spira qualche brezza che la disperda.

Le dolci parole della mia fidanzata fecero l'ufficio della brezza: in breve tempo dispersero ogni vapore, e l'animo ritornò sereno e illuminato della luce benefica de' suoi sguardi.

Avendo dato termine anche in quell'anno alla scuola, e messo all'ordine ogni cosa, al ritorno dello zio venne fissato il giorno delle nozze.

Agata manifestò il desiderio di partire dal villaggio appena compiuta la cerimonia, per apparecchiarsi con qualche giorno di raccoglimento alla nuova vita. I parenti approvarono tale divisamento, mio zio ci propose un viaggio in Toscana, perchè non mi venisse l'idea di condurre la sposa a Milano. Io propendeva per Venezia. Le mie letture m'avevano affascinato, io vedevo quella città di marmo sulla laguna, coronata di cupole, cinta di navi, adorna di monumenti insigni. Pensavo alla bruna gondoletta che mi avrebbe condotto colla sposa attraverso quei canali misteriosi, davanti quelle basiliche e quei musei, ove quattordici secoli d'indipendenza e di gloria lasciarono traccie immortali. Sognavo la voluttà di quelle notti rischiarate dalla luna riflessa dalle onde, sentivo l'eco lontano delle serenate, immaginavo le gite sul mare, e il mio cuore palpitava d'ammirazione....

Ma la scelta spettava di pieno diritto alla sposa. Senza esitare un solo istante essa scelse la Svizzera.

La mattina del giorno solenne apersi per tempo la finestra dopo una notte insonne, e respirai con voluttà l'aria refrigerante dell'aurora. Era un bel giorno d'autunno, e mi pareva strano che tutti non celebrassero la mia festa. I pastori uscivano al pascolo col gregge, il belato delle pecore risuonava nella valle, unitamente al tintinnìo dei campanacci delle capre.

Le povere donne colla gerla sulle spalle salivano ai monti, l'operaio si metteva al lavoro, tutti seguivano le loro abitudini quotidiane.

Le abitudini non cambiavano che per me solo, io incominciavo una nuova vita.

Indossati gli abiti da sposo, corsi in casa Bruni. Agata era pronta; il pallore del suo volto, il languore de' suoi occhi, l'aspetto esitante raddoppiavano la sua bellezza. Il velo nuziale, assicurato ai capelli da qualche fiorellino d'arancio, le scendeva sulla candida veste, avvolgendo l'elegante persona. Il suo sguardo, inumidito da una lagrima, chiedeva pietà e tenerezza. Le baciai la mano tremante, col rispetto con cui da fanciullo baciavo la Madonna. Essa, trattomi nel vano d'una finestra, mi mostrò la medaglia di mia madre che teneva sul seno, dicendomi con tremula voce:

— Essa ci accompagna... quando saremo davanti l'altare, tua madre ci guarderà dal cielo... Daniele!... preghiamola insieme che ci benedica.

I miei occhi si gonfiarono di lagrime.

Di quel giorno non ricordo con precisione che quel momento. So che in chiesa mi pareva di vedere mia madre fra gli angeli, e pregai l'Essere Supremo di purificare la mia anima, e di rendermi degno della sposa che il cielo mi aveva destinata. Poi non mi rammento più nulla.

Alla nostra partenza le lagrime e i singhiozzi di tutti ci accompagnarono; i parenti non potevano distaccarsi dalla figlia; mio zio, impaziente, coll'orologio alla mano, ci dava premura, dicendoci che la vettura ci aspettava da un pezzo, che l'ora si faceva tarda, che non era prudente trovarsi fra le montagne di notte, e parve felice quando, entrati in carrozza, chiuse lo sportello, accennando al cocchiere di partire, e salutandoci colla mano e colle benedizioni del cielo.

Dalla Valtellina, attraversando lo Spluga, entrammo nel Cantone dei Grigioni. Agata piangeva, io cercava di consolarla senza impedire le sue lagrime, sfogo necessario del dolore che provava lasciando i genitori e la casa paterna, ove aveva vissuto fino allora felice. Guardando attraverso lo sportello, io non vedeva che squallide rupi pendenti minacciose sul nostro capo, e precipizi spaventosi ai nostri piedi.

Incominciavo la vita matrimoniale fra gli orrori di nude e brulle giogaie, trascinato a gran fatica da cavalli ansanti che salivano l'ardua montagna.

Io mettevo le Alpi fra il celibato e il matrimonio, deciso di difendere con vigore il mio nuovo stato dalle invasioni dell'antico. Ahimè!... io pensava, le Alpi non furono riparo sufficiente alla patria contro gli stranieri, potranno esse salvarmi dalle insidie delle passioni che assalgono l'anima umana?... In ogni caso sono deciso a vincere o morire, piuttosto di darmi prigioniero al nemico. La leggiadria che spirava da tutta la persona della mia sposa convalidava i miei santi propositi.

Chi ha viaggiato nelle regioni pastorali della Svizzera con una donna adorata al fianco crederà facilmente alla sincerità delle mie risoluzioni e all'entusiasmo della mia luna di miele.

Le aride montagne e i torrenti hanno un termine anche nella Svizzera... come le lagrime sul ciglio delle spose. Allora si rivede il sole. Varcata l'ultima gola, spariscono le roccie ferrigne, le nevi perpetue e i ghiacci eterni, e si scoprono le vallate ridenti di verdura, irrigate da limpidi ruscelli, sparse di casolari, circondate da boschi, popolate d'armenti vaganti sui pingui pascoli.

Nei deliziosi pellegrinaggi pei monti e per le valli, la natura alpina lussureggiante eccitava la nostra ammirazione fino all'entusiasmo. Quando un sito incantevole ci attirava gli sguardi, volevamo raggiungerlo ad ogni costo, « quali colombe dal desio chiamate, » si saliva, e si arrivava trafelati, ma contenti, alla meta. Seduti sull'erba al rezzo d'un antico albero scapigliato, in qualche sito aprico, davanti allo stupendo panorama delle Alpi, si dimenticava la vita mortale, si respirava in un etere superiore alle umane miserie, lo spazio ci appariva infinito come il firmamento, il tempo non aveva più misura, e il sole soltanto, scendendo dietro le rupi, ci annunziava la prossima fine d'un giorno felice, e ci avvertiva di ritornare fra gli uomini, per non smarrirci di notte tempo fra i precipizi.

Un giorno fra gli altri, uscimmo a passeggiare lungo la riva sinistra del lago di Zurigo. Graziose villette suburbane fiancheggiano la strada adorne di aristolochie, di bignonie, di glicini, che salgono sulle colonnette delle loggie, corrono sui ballatoi, circondano di festoni i terrazzini, e tappezzano i muri fino alle cornici. I giardini spiegano gran lusso di fiori in eleganti canestri che spiccano sul verde smeraldo dei prati e sul fondo cupo degli alberi, sotto alle cui ombre si perdono tortuosi sentieri.

Ammirando quelle dimore campestri, e le acque cerulee del lago, e le punte acuminate dei campanili sul fondo violetto delle montagne, e quelle gradazioni infinite di colori e di tinte armoniose, ci siamo allontanati assai dalla città e siam giunti stanchi, sfiniti, in un piccolo paesello che si specchiava nell'acqua.

Seduti sotto un rustico pergolato, che sorgeva davanti un'osteria, si fece colazione all'aperto, con cibi semplici, ma con appetito complicato.

Non si vedeva degli abitanti del villaggio che la nostra ostessa e il suo gatto, che faceva il chilo sopra un tavolo. Tuttavia ci parve che il luogo fosse ancora troppo popolato, e finita la refezione ci siamo allontanati per cercare la solitudine completa. L'abbiamo trovata sotto un salice piangente, in un angolo romito, ove l'acqua lambiva i ciottoli ai nostri piedi. Il sole era splendido, l'aria olezzante, la natura incantevole; il silenzio non era interrotto che dal lieve mormorio delle onde che si frangevano sulla riva, e dallo stormir delle foglie agitate dalla brezza. Gli uccelli svolazzavano sui cespugli vicini senza timore, pascolavano sui greti saltellando d'intorno, mandando qualche allegro garrito a mezza voce, mentre il capinero solfeggiava sugli alberi e l'allodola intuonava un a solo melodioso innalzandosi sull'orizzonte.

Le acque erano limpide come l'aria, azzurre come il cielo, dolcemente agitate come le anime che contemplavano quello spettacolo. Una sublime armonia univa i nostri sensi alla natura esterna; i nostri pensieri, la nostra anima rispondevano unisoni al creato. Non potevamo rompere quella malìa, nè abbandonare quel posto. Io manifestava alla mia giovane sposa la pienezza delle emozioni: essa mi rispose:

— Tu mi esprimi benissimo tutto quello che sente il tuo cuore e che pensa la tua mente; se la tua anima potesse custodire come un tesoro le impressioni di questo giorno, la mia felicità sarebbe assicurata....

E ritornando verso Zurigo, osservò:

La vita sarebbe troppo bella se potesse scorrere sempre così, a contemplare le meraviglie della natura, ad amare teneramente, ad essere amati ardentemente, davanti a questo lago, a questi monti in un'eterna verdura, senza nuvole, senza uragani, e senza inverno. Tuttavia si può essere felici anche in condizioni assai più semplici e modeste. La felicità nasce in noi, si espande nel mondo esterno, e lo abbella co' suoi raggi; ma la natura più splendida non ha il potere di riscaldare il nostro entusiasmo se la felicità si è spenta nel suo focolare. Il sorriso della natura fa oltraggio alle lagrime degli infelici, esso non può trovare ricambio che nelle anime soddisfatte, le quali però, quantunque predisposte favorevolmente ad ammirare gli spettacoli più sublimi, sanno anche contentarsi delle cose più schiette. Un breve angolo di terra abbellito dalle nostre mani può bastare alla felicità, se l'affezione costante ci conserva la serenità dell'anima. A tale patto si soffrono con rassegnazione anche le disgrazie; senza di ciò tornano vane tutte le delizie del mondo.

A Friburgo passammo trepidando sul ponte di fil di ferro sospeso fra due montagne; io le dissi:

— Guarda... fa raccappriccio a pensare che la rottura d'una corda ci potrebbe precipitare nell'abisso!...

— Pensa, — mi rispose, — che anche la felicità non è attaccata che a un filo!...

Nel viaggio da Losanna a Ginevra, passando vicino a Coppet, siamo venuti naturalmente in discorso di Madama di Staël. Io manifestavo la mia ammirazione per questa donna insigne, che sotto al giogo napoleonico fece vergognare gli uomini della loro bassa servilità ed ebbe il coraggio virile di protestare contro la tirannide, spronando le nazioni alla libertà.

Agata mi ascoltava in silenzio, non osando contraddire ai miei sentimenti; ma, eccitata a dirmi francamente la sua opinione, rispose:

— Riconosco il genio di Madama di Staël, ma come donna mi è antipatica. Essa amava il rumore e gli splendori della gloria, io il silenzio e l'ombra del focolare domestico. Non ho stolti pregiudizi sulle letterate, non nego alle donne il diritto d'avere dell'ingegno e d'impiegarlo in onore della patria; i soli letterati gelosi possono dire il contrario: ove il genio risplende è un delitto il mettere lo spegnitoio. Non trovo strano che ogni rosa d'odore esali il suo profumo, ma come il fiore olezza al suo posto, così penso debba fare la donna.

Abbiamo esempi d'illustri poetesse, che furono ottime madri di famiglia e mogli affettuose. Madama di Staël mise per condizione del suo matrimonio l'obbligo del marito svedese di non costringere la moglie a seguirlo in Isvezia. Vedi che non è la letterata che mi sciupa la donna, è la moglie bizzarra che mi disgusta della letterata.

A Ginevra nuove discussioni intorno Rousseau. D'accordo entrambi nell'ammirare il profondo sentimento della natura del filosofo, non potevamo intenderci sulle altre qualità. L'Agata mi diceva:

— Un uomo che mette all'ospizio dei trovatelli i propri figli non ha cuore.

Io, deplorando questa macchia della sua vita, difendevo il cuore di lui, citando le sue passioni amorose.

— Troppe donne!... — essa mi rispondeva, — troppe donne!... Rousseau fu un giovane leggiero... e divenne un vecchio pazzo. È sempre così!... ogni causa ha i suoi effetti: l'uomo non è altro che la continuazione del giovane, la vita è una catena, il primo anello trascina all'ultimo, le abitudini della vecchiaia sono la legittima conseguenza delle abitudini giovanili; il giovane è il fiore, il vecchio è il frutto; l'uomo rimane sempre quello che è: il serpe resta serpe, e così l'uccello; chi ha volato in gioventù continua a svolazzare fino alla fine!...

Dovetti tacere, e ripiegarmi sopra me stesso meditando sulla mia sorte.

Attraverso il Lago Maggiore, siamo passati a Como e arrestandoci qualche giorno in Tremezzina, andavamo vagando nei paesi più pittoreschi del Lario. La nostra vita era un sogno delizioso nel paradiso terrestre.

Finalmente il bisogno di riposo ci spingeva verso il nido, ed avendo annunziato il nostro ritorno, siamo giunti al villaggio una bella sera al tramonto del sole.

I parenti, che ci aspettavano sulla porta del Casino, si gettarono nelle nostre braccia, mentre Bitto, esaltato da parossismo di gioia, mugolava correndo su e giù per le scale, le stanze e la strada, saltando addosso ai passanti, ed entrando dai vicini con latrati convulsi per manifestare la sua immensa gioia del nostro felice ritorno. Poi si slanciava sopra di noi dimostrandoci in mille modi la sua irrefrenabile contentezza.

La Rosa mi raccontò che i primi giorni della nostra partenza egli rifiutava gli alimenti, vagava continuamente dal casino a casa Bruni, e sulla sera si gettava sulla soglia collo sguardo fisso dalla parte dalla quale eravamo partiti e ci aspettava tristamente mandando qualche gemito che faceva pietà.

Dopo il nostro arrivo non abbandonò più la casa all'ora del mezzogiorno; egli vedeva i suoi amici riuniti sotto un medesimo tetto, e viveva contento.

Quell'autunno fu impiegato dall'Agata a completare l'assetto del nostro nido, e a far lavorare la terra circostante, secondo i suoi disegni. Beppo, il povero emigrato, era guarito, e per dargli lavoro vicino alla sua famiglia, lo prendemmo a giornata, e veniva occupato tutto il giorno con Martino a saccheggiare gli orti e il giardino de' miei suoceri. Mia moglie voleva abbellire la nostra dimora con piante robuste che producessero pronto effetto, e prendeva quelle che aveva educate con tanta cura nella terra paterna. Era un viavai di carriole cariche d'alberi, di cespugli, di fiori, di terricci, di concime, di vasi e d'innaffiatoi, ed io stesso dovevo prestarmi aiutando a trapiantare e lavorare colla vanga e colle mani, quantunque fossi ancora un ortolano assai poco dirozzato.

Quando l'inverno ci chiuse in casa, trovai la mia piccola dimora piena di vita. Agata vi aveva trasportato i suoi canarini che cantavano a squarciagola, un gatto che faceva le fusa e si lisciava il capo colla zampa o stava in contemplazione sui balconi, e de' bei colombi che beccavano le briciole sul pavimento o tubavano sulle porte. Aveva fatto un cuscino ben soffice per Bitto, che se lo godeva in santa pace russando tutto il giorno e svegliandosi soltanto per esprimere la sua soddisfazione alla padrona con occhiate piene d'affetto, ogni volta che gli passava dappresso.

Tutto era lindo, pulito, elegante, tiepido. Alcuni vasi di tulipani e giacinti vegetavano sulla stufa del salotto e mentre di fuori nevicava ed infuriavano gli aquiloni, la cucina ben riparata offriva un asilo gradevole, ove si alzava la fiamma viva e crepitante di ginepri, e i fornelli esalavano odori appetitosi. Gli scaffali della libreria s'erano arricchiti di nuovi libri acquistati in viaggio, che ci deliziavano nelle ore tranquille della sera.

Qualche buon giornale ci teneva in comunicazione col resto del mondo, e ci convinceva sempre più coi fatti diversi che la società è piena di trappole e di miserie, che le gioie strepitose non valgono le gioie della vita tranquilla, che le ambizioni smodate costano care e sovente si risolvono in disinganni, che la vera felicità rifugge dalla folla, e si nasconde di preferenza in luoghi romiti.

Al Carnevale si rideva leggendo le relazioni dei baccanali popolari e delle feste ufficiali, ove la diplomazia banchettava, faceva brindisi e alzava le gambe in cadenza musicale al suono di violini, viole e violoncelli, nell'interesse dei popoli... i quali intanto correvano per le vie in maschera da pantaloni, meneghini, gianduie, stenterelli, brighelli, pulcinelli, arlecchini e pagliacci. I più moderati col naso posticcio, per ridere, e far ridere. E noi ridevamo infatti!... di pietà.

I bagordi carnevaleschi, colla ciurmaglia che li accompagna, ci passavano danzando davanti gli sguardi, come i ballerini sulla scena davanti il Re e la Regina. I racconti di quei sollazzi letti davanti il severo aspetto delle Alpi, in un villaggio silenzioso, coperto di neve, producono l'effetto preciso d'una relazione medica sull'alienazione mentale, colla descrizione di tutti i sintomi della demenza, e di tutte le stranezze dei matti.

Alla primavera mi fu dato d'ammirare gli effetti dei lavori autunnali colle prime foglie che produssero un cambiamento completo di scena. Al momento dei trapianti non avevo veduto che ramoscelli sfrondati; la bella stagione, vestendoli di foglie e fiori, trasformò il casino e il suo giardinetto in un piccolo Eden. Una bella glicine s'arrampicava sulla facciata e passando sotto i balconi del primo piano profumava l'appartamento col soave odore esalato da' suoi grappoli violetti. I peri del Giappone erano coperti di fiori rossi, le spiree e i citisi di fiori bianchi e gialli. Gli anemoni, i mughetti, le primule schiudevano i loro bottoncini ai tepori primaverili. Le rose spiegavano la pompa dei loro colori, la grazia delle forme, l'olezzo soave che imbalsamava l'aria. Ogni pianta prometteva i suoi doni di fiori e di frutti, il suo tributo di colori, di balsami, di aromi o di sapori squisiti. Tutto questo lusso della natura mi rendeva gradito il soggiorno della casa.

Dietro una siepe viva di biancospini e cotogni s'udiva chiocciare, stridere, squittire, pigolare. Avvicinandosi si vedeva una coorte di vaghi volatili, anitre, tacchini, galline e pulcini che razzolavano sul lettame, svolazzavano, beccavano e correvano allegramente, e un bel gallo a penne variopinte, baldanzoso colla cresta e i bargigli rubicondi, pareva che dominasse sugli altri, e di tratto in tratto dirizzava il collo e mandava un superbo cucurucù.

Un maiale grugniva nel porcile, e sporgendo la testa dal foro che s'apriva sulla mangiatoia, v'immergeva il grugno, e poi lo alzava coperto di crusca che sbocconcellava avidamente, disperdendone d'intorno con agitazione convulsa, come quello che avevo veduto al mio arrivo in casa Bruni. Dall'altra parte c'era l'orto dapprima pieno d'ortiche e cardi selvaggi, ora tirato a cordetta, colle sue aiuole ricche d'erbaggi e pulite dalle male erbe, colle piante sarchiate a dovere, diradate in ordine, circondato da spalliere di viti, fiancheggiate da orli di fragole in fiori. Infatti il regno animale e il vegetale gareggiavano per farci ghiotte promesse, e l'occhio si riposava dovunque sull'abbondanza d'ogni bene. Ma una più lieta sorpresa mi attendeva nelle intime confidenze domestiche. Un bel giorno l'Agata commossa mi annunziò che sentiva la suprema consolazione di divenir madre. Allora incominciò a prodigare le sue cure al corredo che stimava necessario al fortunato mortale, atteso tanto ansiosamente, come il necessario complemento della nostra felicità, e lavorava tutto il giorno in fascie e guanciali, in benduccie, camicine, gonnellini, bavagli e cuffiette a pizzi che era una vaghezza a vederli.

Poi comparve una bella culla imbottita, e posata sugli arcioni per poter cullare il bambino, e questo era un dono dei futuri nonni.

La regia posta apportò l'annunzio a mio zio che alla sua venuta troverebbe la triade domestica completa. Mi rispose subito cortesemente ch'egli intendeva gli venisse riservato il piacere d'essere il padrino, e così correvano lettere, timbri postali, e fattorini a motivo d'un individuo che non era ancora venuto al mondo, e che già esercitava un'influenza sociale ed economica. Non dico niente dei nostri pensieri!... sarà un maschio od una femmina?... qual nome dobbiamo dargli?... e si studiava sul lunario la lista dei santi. Poi si pensava all'educazione, agli studi universitari, alla carriera. Vorrà fare il medico, l'ingegnere, l'avvocato o il notaio?... Sarà sindaco, deputato, ministro?... era quasi ministro, e ancora non era comparso nel mondo!