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Il bacio della contessa Savina

Chapter 23: XXII.
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About This Book

A first-person narrator recounts adolescent obsession with a young noblewoman whom he watches from his uncle's balcony, alternating between daydreams of artistic glory and the constraints of poverty and household duty. His routine life under a precise guardian contrasts with the distracted grace of the woman and the practical care of a friend who manages his material needs. Infatuation spurs literary ambitions and fantasies of fame, while social inequality and dependence temper action. The narrative follows his inner turmoil, modest attempts at study and work, and the small domestic episodes that shape his hopes and disappointments as attraction, longing, and aspiration collide.

Finalmente, un anno circa dopo le nozze, nasceva, non un maschio, ma la mia cara bimba, che il reverendissimo Monsignor Canonico Don Giuseppe Carletti teneva al sacro fonte battesimale, imponendole il nome di Giuseppina.

Tutti dicevano che era belloccia, a me pareva un angelo addirittura, e non mi saziava mai di guardarla, compiacendomi con mia moglie di tanta delizia.

— Guarda, — le dicevo, — guarda le sue manine, guarda l'unghia del suo dito mignolo, guarda la sua boccuccia, e quel nasino, e quegli occhietti, come è carina!... come dorme tranquilla... senza rimorsi!

Mia moglie sorrideva d'un sorriso celeste, se la voleva sempre vicina, se la teneva stretta alla mammella, la guardava teneramente, le scacciava le mosche dal viso, la copriva di baci. Appese alla sua culla la medaglia di mia madre come una benedizione della povera nonna morta, e quando piangeva le cantava subito la ninna nanna per farla dormire.

Quando dopo un lungo sonno la bimba apriva i suoi occhietti, incontrava subito lo sguardo e il sorriso di sua madre che sorvegliava il suo riposo e aspettava che si svegliasse. Allora la chiamava con cento nomi diversi, pina... nina... tina... etta... nanina... e la bimba rideva come un angelo.

La nostra felicità era perfetta, e chi non crede alla felicità non ha mai avuto figli da una donna adorata. È certo che la felicità perfetta sulla terra guizza come il lampo.

Quella che proviene dai figli, se non s'ammalano prima, dura fino a che mettono i denti. Colla dentizione incominciano i primi affanni, che ci accompagnano, con corti intervalli, per tutta la vita.

Durante il suo puerperio mia moglie mi raccomandò caldamente di osservare con attenzione i suoi animaletti e le piante, affinchè ai primi non mancasse il cibo, nè alle seconde l'innaffiamento o i sostegni.

Mi ricordo d'un giorno che la Rosa essendo occupata nella stanza, l'Agata sentì un pipilare smanioso nel cortile, e se ne mostrò inquieta. Per tranquillarla scesi al pollaio, e vidi che il cibo mancava. Andai subito a provvederne, e ritornato in corte me ne stavo rannicchiato a sminuzzare della polenta ai pulcini che mi saltellavano intorno e mi beccavano le mani, quando udii una smascellata di risa dalla parte della strada. Alzai la testa e vidi il mugnaio Zaccheo sul deretano dell'asino, che guardandomi attentamente si sganasciava dal ridere.

— Buon giorno, Zaccheo, — gli dissi, — me ne consolo che siete di buon umore.

— Non può essere altrimenti, — mi rispose, — quando mi rammento che vi siete burlato di me perchè davo la pappa al mio bambino, ed ora vi vedo dare il pasto ai pulcini.

— Ridete che avete ragione, — soggiunsi, — quando mi burlavo di voi ero un imbecille, e non capivo che non si deve vergognarsi che a fare il male....

L'asino e il mugnaio si allontanarono, il primo camminando lentamente sotto il peso del secondo, il quale continuava a ridere della sua scoperta, bastonando in pari tempo la sua vittima, per farla andare avanti con maggior sollecitudine.

Io lo guardai lungamente pensando che il mio giudizio si maturava cogli anni, i quali apportano la calma della ragione; e sentivo finalmente con imparzialità i miei torti verso il mugnaio... e i torti di lui verso di me. Nè io dovevo ridere d'un padre affettuoso, nè egli d'un marito dabbene. Quando il maestro insultava il mugnaio, questi valeva più di lui; ma quando il mugnaio rideva del maestro, egli era un imbecille, perchè mentre io facevo del bene alle bestie, egli faceva loro del male, aggravando un asino laborioso del peso d'un uomo ozioso.

Chiunque lavora onestamente ha diritto d'essere rispettato, qualunque sia la sua posizione sociale, sia un maestro od un asino. Al mulino la macina e il mugnaio non fanno che girare, ma non lavora seriamente che l'asino, il quale apporta il grano sulle sue povere spalle, e riporta la farina, col peso del padrone sopra i sacchi. Per questo la tassa sul macinato, trovata troppo pesante dai contribuenti, riesce troppo mite per gli asini, che lascerebbero volentieri al mulino, per conto dell'erario, una dose maggiore di farina... ed anche il mugnaio per giunta.

Io richiamavo sovente alla memoria dei miei scolari l'esempio dell'asino e del mugnaio, e dicevo loro:

— Osservate l'uomo infingardo che pesa sulla bestia laboriosa... e ditemi francamente chi merita la lode e chi il biasimo?... O gioventù, imitate sempre l'asino: esso vi offre l'esempio del lavoro, della rassegnazione, della obbedienza!... quando il mugnaio rappresenta l'egoismo, la crudeltà, l'ozio gaudente e la spietata tirannide!...

Quando l'Agata m'udiva declamare con enfasi magistrale tali insegnamenti, essa pretendeva che mi restasse ancora sullo stomaco un po' di rancore indigesto, prodotto dal fiasco del mulino, ma non è vero; è proprio l'istinto naturale che mi ha sempre ispirato una viva simpatia per gli asini, e un grande rispetto per le loro virtù!...


XXI.

La scuola progrediva migliorando, per le buone massime ch'io inculcava agli scolari, e m'avvedevo che un padre di famiglia è più opportuno d'uno scapolo all'insegnamento; le sue idee sono più posate, la moralità più sicura, la pazienza più longanime, e l'amore verso i fanciulli più naturale e sincero. E il maestro ammogliato trova esso pure maggiori compensi alle sue fatiche, perchè rientrando in famiglia dopo le ore di scuola, si rasserena alla vista dei bambini che gli corrono incontro, della moglie che gli sorride, del desco che lo attende, povero sì, ma consolato dalla presenza de' suoi cari. Eppure certi paesi civili che soppressero i conventi, ove il celibato spontaneo trovava una famiglia di confratelli, condanna i poveri maestri, con un meschino stipendio, a vivere nel celibato forzato senza famiglia.

Chi deve istruire i giovinetti, apparecchiando i materiali del futuro edifizio sociale, non conosce sovente le fondamenta della società: la famiglia.

La sua povera condizione l'ha costretto ad abbandonare il tetto paterno per recarsi lontano a guadagnarsi il poco pane che basta appena per la sua esistenza, e quindi gli viene interdetto il matrimonio dalla povertà. Egli non ha mai veduto una moglie affettuosa nella sua casa deserta, non ha mai udito nè il caro vagito dei bimbi, nè la voce stridula dei fratellini maggiori, non ha mai parlato di sante affezioni intorno al suo squallido focolare... esso è cieco, sordo e muto!... e deve mostrare la luce ai figli altrui, e udire le loro obbiezioni, e parlare il linguaggio paterno ad estranei.

Dura condizione, e funesta al paese!

Io era una delle rare eccezioni, e la mia vita diveniva sempre più lieta per le cure affettuose di una moglie che metteva la sua gioia nell'amore della figlia e del marito, e impiegava tutta la giornata a farli felici. Al mio ritorno dalla scuola l'Agata mi aspettava sulla porta colla bimba in braccio, e le insegnava a farmi festa. Io le baciavo entrambe, prendevo la piccina con me fin che la madre apparecchiava la colazione od il pranzo, e si mangiava lietamente, colla bambina sui ginocchi, godendo de' suoi attucci, de' suoi movimenti vezzosi, del sorriso, della grazia colla quale chiedeva di far bombo, o mostrava di volere il cucco. Dopo pranzo, sparecchiata la mensa, la piccina vi danzava sopra sostenuta da sua madre, ed io passava un'ora senza accorgermi a farle il bau bau; e questo era il mio teatro. Altro che tragedie!...

Mia moglie si compiaceva di farmi delle grate sorprese. Un giorno trovavo sullo scrittoio del mio studio un bel mazzo di fiori, un'altra volta un lavoruccio di panno per pulire le penne, o una ghiotta pietanza in tavola, o un bel piatto di frutta. E sempre con qualche delicata attenzione mi faceva vedere che pensava a me anche quando ero assente. Se aveva delle buone notizie da darmi, mi veniva incontro per annunziarmele più presto; e mi faceva parte d'ogni minuzia, dicendomi che tutto doveva essere in comune nella vita domestica, e non mi risparmiava nulla:

— Sono nati i poponi; i piselli sono maturi, la magnolia ha fiorito, e ti aspettavo per condurti a vederla.

Un'altra volta trattavasi di casi più gravi. Erano nati venti pulcini da ventidue uova, uno s'era rotto, l'altro non si sapeva perchè si fosse ostinato a restare nel guscio. Un giorno poi la nonna aveva mandato in dono alla sua mimma un bel dente di cinghiale guarnito in argento, con una campanellina, da appendere al collo, e quello fu un vero avvenimento.

Ma quando aveva da darmi delle cattive notizie mi disponeva a poco a poco a riceverle con rassegnazione, evitandomi la scossa delle impressioni dirette e imprevedute, e così me le rendeva meno dolorose. Talvolta me le lasciava anche ignorare per evitarmi inutili amarezze, ed ordinava a tutti il silenzio. E se me ne accorgevo più tardi, e chiedevo conto d'un tacchino o d'un vaso di porcellana che non vedevo più, tutti, tutti d'accordo mi rispondevano: « Eh, eh!... è tanto tempo che è morto!... sono tanti mesi che è rotto!... » e non se ne parlava più. Non c'era rimedio, e se tutti s'erano consolati, non mi restava che a fare come gli altri.

Ma chi potrebbe descrivere con verità l'entusiasmo materno e paterno alla prima parola balbettata dai propri figli? Ma qual lingua è più eloquente di quella d'un bimbo che dice per la prima volta mamma e babbo?

Forse chi non ha mai inteso questo linguaggio dai proprii figli troverà più ameno e interessante un discorso accademico. Per me protesto altamente contro tale eresia. E chi potrà spiegare fedelmente l'effetto prodotto nei genitori dai primi passi della loro creatura? quantunque il bimbo si regga appena col sostegno d'una mano sotto l'ascella e avanzi esitando il piede tremante, tuttavia la mamma esclama con ammirazione:

— Vedi.... Vedi come cammina bene!...

E il primo dentino che spunta, ancora impercettibile, che appena si sente col dito, esso è più prezioso pei parenti del dente d'avorio d'un elefante trasportato in Europa colle carovane attraverso le steppe e i deserti!

Queste sono le piccole gioie e i piccoli dolori della vita domestica, ma pur troppo vengono anche i grandi. È appunto coi dolori della dentizione che incominciano le prime ansietà e le prime paure. Talvolta tali sofferenze producono la febbre. Quando un bambino ha la febbre, la buona madre non vive più, prostrata davanti la culla essa studia tutti i moti, gli sguardi, i gemiti più lievi e i sospiri del piccolo infermo, lo ricopre con somma cura e delicatezza, gli tocca la testa e le gote accese, lo bacia e lo inonda di lagrime. Vorrebbe dare la vita per vederlo guarito, e non può fargli nulla. Per essa quella febbre è il più grande avvenimento del giorno. Annunziatele la morte d'un uomo illustre... la perdita d'una battaglia... la caduta d'un regno... essa non se ne cura, non ascolta, non intende nulla; il suo bambino è ammalato, essa attende ansiosamente la visita del medico, e quando esso è giunto davanti la culla gli racconta minutamente i più piccoli sintomi scoperti e indovinati dalla sua chiaroveggenza e colle pupille intente nel volto del dottore ne indaga le intime impressioni, ne scruta il pronostico sulla fisonomia, teme d'essere ingannata per pietà, e vorrebbe indovinare il futuro.

Le malattie dei bambini!... ecco l'amaro realismo che attossica il dolce idillio, ecco il primo scoglio che incontra la felicità coniugale. Quante angosce, quanti spasimi che succedono imprevveduti e repentini alle delizie della culla!...

Eppure gli stessi dolori servono a serrare sempre più il sacro nodo che stringe la famiglia, e ne rende più prezioso il legame. Che cosa resta nella sventura se manca il compianto di chi ha divisa la gioia?!...

Nei giorni nefasti, quando la mia Giuseppina cadde ammalata per la dentizione e il morbillo, la desolazione aleggiava sulla casa, e la nostra vita sembrava sospesa. Agata non abbandonava un minuto la sua creatura, nè di giorno nè di notte; beveva appena qualche sorso di brodo per sostenersi, e non chiudeva gli occhi oppressi dal sonno che col capo appoggiato al capezzale della piccola inferma, svegliandosi al rumore d'una mosca. Mia suocera era accorsa ad assisterci e a farci coraggio, la Menica aiutava la Rosa, Bitto non lasciava che di rado la camera dell'ammalata, ed io avevo perduta la testa, e non servivo che d'imbarazzo.

Ogni gemito della bambina ci gettava tutti nell'angoscia, ad un suo sorriso i nostri volti si illuminavano come l'orizzonte alla comparsa del sole, e quando migliorava sensibilmente, era una gioia universale.

Giuseppina era dotata d'una costituzione robusta; sua madre colle cure intelligenti del cuore aiutava potentemente la natura e la scienza, e grazie al cielo nostra figlia ci fu conservata, e passate le burrasche d'infanzia crebbe in buona salute, acquistando vigore dall'esercizio delle membra nell'aria pura ed elastica delle montagne.

Agata la sorvegliava e dirigeva con intelletto d'amore, secondando il bisogno costante dei fanciulli di muoversi, di correre e saltellare, ma occupandosi in pari tempo dello sviluppo del corpo, della mente e del cuore. Non rispondeva mai alle sue domande con quelle erronee asserzioni che lasciano nei fanciulli un lievito d'idee false e di pregiudizi. Le spiegava ogni cosa con verità e precisione; evitando soltanto ciò che sfiora il candore e l'ingenuità giovanile, ma aguzzando il suo intelletto, ed alzando il suo pensiero ad elevati concetti; coltivando nel suo cuore i sentimenti più nobili, delicati, gentili, che avvezzano a pensare agli altri prima che a sè, godendo maggiormente del bene operato in favore altrui, che d'un piacere personale. E la bambina cresceva sana e affettuosa, forte e sensibile, e con gusti semplici.

Quando muoveva i primi passi ancora incerti, si abbrancava al pelo dello schiena di Bitto, e si teneva salda al suo appoggio, ed egli andava avanti pian piano, l'aiutava a camminare, mostrandosi altamente compreso della sua responsabilità. Bitto fu il primo amico di Giuseppina, e certo il più devoto e fedele; compagno inseparabile della sua infanzia, fu in pari tempo il suo protettore e la sua vittima. Egli la seguiva dovunque, coll'intento evidente di sorvegliare i suoi passi, e guai se un uomo od una bestia le bazzicava troppo vicino! egli li avvertiva con un grugnito significante, di passare al largo, e nessuno se lo faceva dire due volte, nè aveva voglia di scherzare quando il guardiano mostrava i denti.

Quando il cane si sdraiava maestosamente sulla soglia, la bambina andava a sedergli in grembo, egli si acconciava in semicerchio per riuscire più comodo, e talvolta essa, appoggiando la bionda testa ricciuta sul nero pelo del suo amico, s'addormentava tranquilla; e non c'era pericolo che Bitto si movesse fin che durava quel sonno. Quando essa apriva gli occhi egli la guardava con affezione, e se la piccina piangeva, le lambiva il viso e le mani per consolarla.

La vita intima e solitaria sprona naturalmente alle confidenze. Parlavamo con mia moglie del passato, dei parenti morti, dei giuochi d'infanzia, delle prime conoscenze, si voleva che nulla rimanesse segreto fra noi. Agata mi raccontò i primi anni della sua vita, passati come la nostra Giuseppina fra le carezze dei genitori e i fiori del giardino; la sua dolorosa partenza pel collegio di Como, i giuochi colle compagne, le amicizie, le gelosie di quel piccolo mondo, i sogni color di rosa dell'educanda, il lieto ritorno alla casa paterna, i giorni sereni passati accanto alla madre, le occupazioni della vita domestica, i piaceri del giardino e dell'orto, i passeggi, le letture, le opere di carità verso i poveri e finalmente la mia fatale comparsa.

Pare ch'io portassi meco da Milano una cert'aria che produsse l'effetto dei venti alisei sul mare in bonaccia. Io ascoltava con naturale soddisfazione le ingenue confessioni dei primi torbidi prodotti dalla mia presenza in quell'anima pura. La mia fredda indifferenza ispirandole piena fiducia, essa si era abbandonata senza timore, e senza sospetti, a studiare il fenomeno interessante della caduta d'un Milanese in Valtellina. Ma non si scherza col fuoco, signorine!... ed è certo che l'amore intenso che ardeva nel mio petto per la contessa Savina emanava un calore latente, che pervenne a scottare il cuore dell'Agata.

Potrei paragonarmi ad una stufa ignara delle sue facoltà.

Da tali confidenze venni anche a scoprire che la simpatia dell'Agata sul mio conto fu dapprima combattuta da' suoi parenti, e ritengo per fermo che ciò abbia contribuito non poco a sviluppare l'amore successivo, perchè le figlie d'Eva conservano sempre una tendenza ereditaria pel frutto proibito; perciò avviene sovente che l'opposizione ad un matrimonio fa l'effetto del mantice nella fucina: ravviva la fiamma.

Le mie scappatelle offersero validi argomenti ai signori Bruni per farmi la guerra, ma l'Agata mi difendeva accusando i perversi compagni che mi trascinavano mio malgrado sulla strada del male e così dimostrava senza saperlo che i cattivi soggetti sono talvolta più fortunati dei buoni anche presso le donne oneste. Ed è naturale: i piatti ghiotti non sono i più semplici.

Le dissidenze domestiche rimasero sospese fino al momento della mia dichiarazione d'amore, la quale avendo gettato della paglia sul fuoco fece divampare un incendio irresistibile. Allora i parenti cedettero perchè non siamo più ai tempi dei Capuleti e Montechi; essendo soppressi i conventi, Giulietta non trova più il frate Lorenzo che le somministri il sonnifero, e i buoni genitori volendo vedere l'unica figlia felice, lasciano che sposi il suo Romeo, anche se questi non è che un povero maestro rurale.

D'altronde le idee dell'Agata erano assai modeste. Essa non aveva che un solo desiderio: trovare un marito che non fosse un piffero di montagna, e vivere vicino ai genitori, nel villaggio ove era nata, occupandosi del suo compagno, dei figli, coltivando i fiori, allevando degli animali, e rendendo tutti felici, uomini e bestie. Era convinta che non occorre cercar la felicità da lontano, che sta dentro di noi, e che da per tutto le buone mogli fanno i buoni mariti, e viceversa.

Non faccio per vantarmi, ma essa poteva dire di aver guadagnato al lotto, sposando un galantuomo, che in fine dei conti non era nè un allocco nè un povero, essendo milanese e nipote d'un zio canonico.

Io pure alla mia volta le feci le mie confidenze esplicite, franche ed ingenue, senza restrizioni mentali. Le raccontai per filo e per segno il mio amore petrarchesco per la contessa Savina, muto ma profondo come il silenzio, e condensato come l'acqua bollente nelle caldaie a vapore; alimentato dalla fiamma di due occhi più vivaci del sole. E non le tacqui le mie ridicole illusioni intorno all'amore e alla gloria, nè le feci mistero del mazzetto di fiori raccolto e del bacio respinto, e le narrai fedelmente le mie follie, le lagrime versate, le ansietà e le speranze, i disinganni e i dolori che furono le conseguenze di questo errore giovanile.

Agata mi ascoltava attentamente richiedendomi sempre nuovi particolari, e obbligandomi di disotterrare le minuzie insignificanti che stavano sepolte nella mia mente sotto la motta degli anni. Poi si arrestava a considerare tutti i motivi che potevano aver spinto la contessa Savina a raccogliere il mio mazzolino di fiori, a mostrarsene soddisfatta, e poi a non corrispondere al mio bacio. Analizzava con sottili argomenti il cuore della fanciulla, e volendo giudicarla dai risultati, conchiudeva accusandola di leggerezza, d'ambizione, di civetteria. Tale giudizio sembrandomi ingiusto, la difendevo, forse con troppo calore, e allora l'Agata mi guardava fisso e impallidiva... e io tacevo.

Talvolta voleva una esatta descrizione della persona e delle vesti, e doveva spiegarle come era pettinata, quali fossero i suoi gioielli e i colori preferiti, e tutto questo mi faceva ripensare a molte cose dimenticate, e in fine si soffriva tutti e due.

Ero quasi pentito d'aver toccato un tasto doloroso; forse commettevo un'imprudenza scoprendo una mina che non aveva scoppiato, ma mi sembrava un dovere di coscienza non aver segreti per mia moglie, alla quale avevo oramai dedicata tutta intiera la vita.

Siccome il cielo non può rimanere sempre sereno, ed anche nei climi migliori si vedono delle nuvole, così la più onesta e felice esistenza ha i suoi giorni burrascosi. La gelosia venne a intorbidare la nostra pace, una gelosia retrospettiva, la peggiore di tutte; e perchè è impossibile annullare il passato, e siccome è una passione cieca, che si pasce di vani fantasmi, che si adombra del vuoto, così la ragione non basta a calmarla, nè a premunirci contro le uggiose sorprese di questa strega, che rode sè stessa e rende ingiusti e cattivi. Erano piccoli attacchi, ma essendo immeritati, irritavano il mio carattere onesto, mi toglievano la pace, e mi mettevano di pessimo umore.

Agata, prendendo nelle braccia la nostra bimba, mi diceva:

— Ti pare che rassomigli alla tua contessa?

La mia contessa!... questa parola mi urtava i nervi, e rispondevo con troppa vivacità, o con sdegnosa ironia.

— Ecco!... — essa continuava, — non si può parlare di lei senza metterti in agitazione.

— Ma non è perchè mi parli di lei, che mi fai dispetto, sibbene perchè ne parli come non hai diritto!...

— Scusami se manco di rispetto... ad una civettuola.

Io prendevo il cappello e fuggivo, coll'intenzione di lasciarla sola un paio d'ore per infliggerle una punizione e tenerla nell'inquietudine... ma dieci minuti dopo tornavo indietro per darle un bacio e la trovavo cogli occhi rossi.

— Ma, santo Dio!... che cosa hai adesso?... Che cosa vai sognando per intorbidare la nostra vita onesta e tranquilla?... Grazie al cielo nessun dolore ci opprime, nessuna pena ci affanna, e tu vai cercando il pelo nell'uovo!... Che cosa hai bisogno di andare a pescare in un passato remoto... che è scomparso per sempre!...

— Per sempre!... — essa riprendeva, — chi ti assicura per sempre!... Puoi tu conoscere quello che ci riserva l'avvenire?... Ho sempre udito dire che il fuoco più pericoloso è quello che cova sotto la cenere... la contessa è ancora giovane... e poi che può fare l'età?... gli anni passano egualmente per l'uno e per l'altro, e così si resta eguali. Le passioni più violente non sono le prime, ma le ultime... se poi sono le prime, riprese dopo un desiderio infinito, allora ti voglio!...

— Ti prego in grazia, lasciami tranquillo; sei ingiusta e un po' troppo caparbia!... non rispetti la mia onestà... e nemmeno l'evidenza... noi siamo in Valtellina, e la contessa è a Milano... o forse altrove.

— Le montagne stanno ferme, ma gli uomini camminano.

— Insomma non mi seccare... e basta.

Essa abbassava il capo e taceva, ma si sentiva nella stanza la temperatura della Siberia; io non mi potevo rassegnare, e saltava su nuovamente.

— Dimmi, Agata... tu hai dunque perduto la stima di tuo marito?

— No... ma...

— Ma che cosa?

— Che so io?... ho sempre un pensiero molesto che mi tormenta, e che cerco invano di soffocare... o almeno di rinchiudere in me sola....

— Qual è questo maledetto pensiero!

— Penso a quel bacio!...

— Ebbene quel bacio... che cosa significa quel bacio?... Allora io non ti conoscevo, non avevo ancora vent'anni, ero un ragazzo senza testa... ma libero delle mie azioni... ti ho confessato che ero innamorato... come tutti i giovani della mia età... e non mi pare d'aver perpetrato un delitto... irreparabile per aver mandato un bacio ad una ragazza... a venti e più metri di distanza!... e che essa non ha nemmeno restituito!...

— Si vede che te ne dispiace ancora!...

— Invece ti giuro che adesso non me ne importa affatto!

— Essa forse non pensa così!... e vorrà pagare il suo debito!

Per non cadere in escandescenza io fuggivo precipitosamente, chiudendo le porte con violenza, e correvo attraverso i prati decapitando col mio bastoncello tutti i fiori che alzavano la testa sugli altri e maledicendo la sorte, il passato, il presente, ed avrei mandato a rotoli il mondo.

— Come mai!... — io dicevo fra me, — come mai!... un marito fedele... una moglie virtuosa, con una bimba diletta!... che si adorano, vivono onestamente, non hanno disgrazie, e non possono essere felici!... Che diavolo! il mondo è dunque una trappola, dove si trovano dei sorci arrabbiati che si divorano fra loro?... ma l'onestà non è dunque altro che un infame chiappoleria per ingannare i babbei!... e mandava sospironi che minacciavano di convertirsi in bestemmie....

E meditando sul mio caso speciale io ritornava su quel misero bacio, un bacio in aria, una puerilità, una bolla di sapone, scoppiata da tanti anni! e quella inezia aveva la forza di farmi infelice! ma perchè?... perchè mia moglie mi amava talmente, che era gelosa perfino del passato!... Dunque era l'eccesso della mia felicità che mi rendeva infelice! era la dolce sorgente d'amore che avvelenava i miei giorni, era il miele che mi sembrava sì amaro!... era per un bacio e in mezzo a due amori che io mi struggevo d'odio contro la vita!...

I paradossi mi riconducevano al domicilio coniugale, rassegnato a vivere o a morire, secondo il destino.

Non ho potuto mai sopportare lungamente i musi lunghi, ho sempre preferito l'odio al rancore, la morte ai tormenti; perciò dopo le lotte fui sempre il primo a presentare i preliminari di pace, e siccome l'avversario aveva quasi sempre consumate le munizioni e bruciate tutte le polveri, così si andava presto d'accordo. A poco a poco il barometro segnava il sereno, ed il termometro indicava una temperatura più calda.

Ma le vicissitudini dell'atmosfera e i quarti di luna esercitano realmente una costante influenza sul carattere della donna: e mi era impossibile di realizzare sotto al piccolo tetto domestico la felicità della pace perpetua, sognata da certi filosofi per l'umanità tutta intiera.

Un nonnulla dava soggetto talvolta alle nostre beghe; uno scherzo degenerava in alterco, o finiva in considerazioni melanconiche.

Un giorno, passeggiando in giardino, l'Agata venne a posarmi un fiore nell'occhiello dell'abito. La ringraziai con un bacio sulla fronte, ed essa mi disse:

— Te lo pongo a credito... ma a condizione che se l'altra paga, io sospendo i pagamenti.

— Che cosa vuoi che paghi?... — io risposi con qualche impazienza, — nessuna donna ha debiti verso di me.

— Sta zitto!... — riprese, — non negare almeno che sei in credito d'un bacio!...

— È una strana pretesa davvero, — io soggiunsi, — la tua gelosia ti esagera di molto il diritto degli innamorati. Essi non tengono conto nè scrittura doppia dei crediti e dei debiti delle loro passioni, nè possono esigere la liquidazione di partite abbandonate da un pezzo.

— Eppure scommetto cento contro uno che la contessa desidera pagarti il suo debito.

— Prima di tutto questo è un oltraggio che offende gratuitamente una persona onesta, ma è il solito della gelosia. In secondo luogo ti ripeto per la millesima volta che la contessa non ha verun debito verso di me... io non le ho fatto cambiali, e se un bacio è una cambiale, essa non l'ha pagata alla scadenza, io non le ho fatto in tempo il protesto, e quindi non ho più diritto all'esazione. Metti che sia fallita, e finiamola.

— Io conosco dei falliti galantuomini, — essa riprese, — che sono andati a far fortuna in America, e al loro ritorno hanno soddisfatto interamente ai loro impegni.

— Consolati, sono casi tanto rari, — io le risposi, — che non hai nulla a temere.

Ed essa di rimando:

— Ciò che è raro non è impossibile!... — e dopo una lunga pausa, quando io sperava che fosse caduto il discorso, essa esalò un profondo sospiro e riprese: — le donne hanno una seconda vista e presentimenti che non fallano. Io sento dentro di me che un giorno tu riceverai un bacio dalla contessa Savina!...

— No... no... mille volte no, nè essa vorrebbe darmelo, nè io vorrei riceverlo; i nostri cuori vennero separati per sempre, noi non siamo più liberi, siamo onesti, abbiamo figli e famiglia che non vorremmo tradire, e sante affezioni che c'impongono dei doveri....

— I doveri cedono sovente alle passioni... che sono più forti della volontà. Verrà un giorno!... — e qui alzava il braccio in aria fatidica, quando io le chiusi la bocca con una mano, e con l'altra arrestai il gesto minaccioso, dicendole:

— Basta così... Agata, tu metti troppo a cimento la mia pazienza, e la tua ostinazione nelle accuse ingiuste e irritanti potrebbe condurci nostro malgrado a ciò che vogliamo e dobbiamo fuggire!... basta così.

La nostra bambina col suo celeste sorriso comparve tra i fiori, come un angelo disceso dal cielo a calmare le nostre anime, raddolcite dall'amore... e amareggiate dalla gelosia.


XXII.

Così fra il dolce e l'amaro, coi quali si compone la vita, passavano gli anni, e la nostra bimba era diventata una bella ragazzina, sapeva leggere, scrivere e far conti. Sua madre ed io andavamo a gara nell'istruirla, ma il pensiero di completare la sua educazione ci preoccupava gravemente. Non essendo possibile conservarla al villaggio ove mancano tutti i maestri, ci venne l'idea di collocarla nel collegio di Como, ove sua madre era stata educata con ottimo risultato. Mio suocero scrisse in proposito ad un suo corrispondente per nuove informazioni, e gli fu risposto che, essendo morta la vecchia direttrice, il collegio era caduto in discredito. Non bisognava più pensarci. Allora scrissi a mio zio canonico, il quale ci propose subito un eccellente istituto di Milano, diretto da una donna di molto senno e gran cuore. Di più egli si profferiva cordialmente di visitare spesso la fanciulla e di renderci esatto conto della sua salute e de' suoi progressi, e questo era per noi un argomento di gran valore. Ma l'idea d'una separazione ci spaventava: la Giuseppina era la nostra delizia, e si temeva che la vita rinchiusa la facesse ammalare. Essa era avvezza all'aria libera, e manifestava un continuo bisogno di agreste libertà. Nel breve tempo delle sue lezioni stava seduta per forza, e appena finito il còmpito correva dietro alle farfalle, seguita da Bitto, e spariva su per le colline, cantando allegramente le sue canzoni. Poi ritornava a casa ansante colle braccia piene di erbe e di fiori odorosi raccolti sui poggi. Sua madre la sgridava, essa rispondeva con baci che rasserenavano il volto materno. Ella era l'amore dei parenti, l'amica dei fanciulli, la provvidenza dei poveri, la vaghezza del villaggio. Il pensiero di allontanarla era sentito da tutti come una privazione comune. Tuttavia bisognava pensarci seriamente, aveva raggiunto i dieci anni e la sua bella intelligenza meritava un'accurata coltura; il nostro affetto era troppo indulgente, mancava dell'energia necessaria ad imbrigliare la sua eccessiva vivacità. L'interesse della nostra creatura c'imponeva il sacrifizio del cuore, e quindi si discusse lungamente la proposta dello zio. La troppa distanza dalla Valtellina veniva compensata dal valore dell'istituto, e dall'affettuosa oculatezza d'un parente di nostra piena fiducia. Ci siamo dunque decisi per Milano, e prese le opportune disposizioni, venne fissato il principio di novembre per condurla in collegio.

L'Agata ed io dovevamo accompagnarla, quando negli ultimi giorni d'ottobre mio suocero cadde gravemente ammalato. Avevamo deciso di ritardar la partenza, ma mio zio ci scriveva lettere sopra lettere, eccitandomi all'esattezza, osservando che la direttrice non intendeva transigere sui regolamenti del collegio, perchè la regolarità dell'istruzione non permetteva di ammettere nuove educande, oltrepassata la metà del novembre.

Il termine si avvicinava, e la malattia di mio suocero si andava aggravando; esso non gradiva che le cure della moglie e della figlia, la quale non poteva abbandonarlo. Bisognava dunque che io solo accompagnassi la Giuseppina a Milano; necessità non ha legge.

Una tale prospettiva conturbò fortemente il mio spirito, mettendomi in seria apprensione per le noie che mi sarebbero cagionate dalla gelosia di mia moglie. Infatti non m'ingannavo, ed essa incominciò colle solite insinuazioni a manifestarmi i più atroci sospetti. Che fare?... Io rinunziava di buon grado a tal viaggio. Agata lottava fra il desiderio di rimandarlo all'anno venturo, e il timore di privare sua figlia della necessaria istruzione; ma l'età della fanciulla esigeva una sorveglianza resa sempre più difficile dalla necessità che legava mia moglie al letto del padre infermo. Mio zio c'insinuava il sospetto che, oltrepassata l'età normale, nostra figlia non sarebbe più ammessa in collegio; ella stessa desiderava compiere il suo destino e dedicarsi interamente allo studio: perciò dopo mature considerazioni, secondando anche l'opinione espressa dai miei suoceri, venne finalmente deciso che la Giuseppina entrasse in collegio, e che io solo andassi ad accompagnarla. Mi dovetti rassegnare; ma qualche giorno prima della partenza i sospetti di mia moglie si accrebbero in modo tale da farmi perdere la pazienza. Tempestai pieno di sdegno per così insana ingiustizia: le parole che mi sfuggirono dall'irritazione della collera la persuasero maggiormente ch'io avessi cessato d'amarla, la mia indignazione per tale assurdità la riconfermava nel suo giudizio. Essa era profondamente convinta che la contessa Savina mi amasse ancora, e che io non saprei resistere alla minima seduzione; il mio racconto, troppo ingenuo e imprudente, l'aveva persuasa che quell'amore non fosse che semplicemente sospeso in causa di forze contrarie, come una pianta che ritarda la sua fioritura a motivo delle brine d'una primavera tardiva, ma che schiuderà i suoi bottoni nella stagione più avanzata, e non avrà minore profumo per aver sbocciato più tardi, sotto l'influsso d'una temperatura elevata. Essa mi sosteneva che il primo amore è il solo vero, sincero, durevole; lo diceva per prova, non avendo essa amato che me solo.

— Tu dunque non ammetti secondi amori?... — io le chiedeva.

— No... — mi rispondeva sospirando, — non sono che ripieghi....

— Allora perchè mi hai sposato?

— È stata forse una follìa... prodotta anche questa dal primo amore che ne fa tante!... forse sarà una disgrazia... perchè ti dichiaro che io non sono donna da sopravvivere a un tradimento!... pensaci bene!...

— Non hai dunque fiducia nella mia affezione... nel mio onore... nella mia onestà?...

— Tutte parole... che svaporano al soffio delle passioni!... più forti della volontà... specialmente per certi uomini... troppo leggieri!...

— Ma che cosa puoi dire sul mio conto?

E qui saltava fuori la storia della mugnaia!...

— Ebbene, manda la bimba con chi vuoi, ma io non parto.

Allora nuove scene, perchè diceva che tradivo la mia debolezza, e non mi sentivo abbastanza forte per affrontare il pericolo!

— Ebbene... partirò!...

Allora le pareva sicuro che il mio soggiorno a Milano avrebbe servito a rannodare il passato al presente. Diceva che se la contessa ed io avevamo perduta l'ingenuità e la freschezza giovanile, avevamo d'altronde guadagnato in esperienza e coraggio, che la donna doveva aver deplorata la soverchia timidità della fanciulla, e che certamente aspettava la prima occasione favorevole per rifarsi. Infatti io potevo contare di sicuro per questa volta sul bacio della contessa Savina!

Io sentivo invece dentro di me il profondo convincimento che mia moglie aveva torto, che la mia coscienza era forte della sua onestà, e quindi quegl'ingiusti pronostici mi accendevano di sdegno; accusavo l'Agata di essere un'ingrata, visionaria, e taccagna!... ma invece di calmarla, l'esasperava... e si passavano notti d'inferno!...

E mentre forse molti bricconi dormivano in pace, noi, onesti entrambi, legati da un'affezione leale, sincera, scambievole, con una cara bambina che cementava la nostra unione, noi eravamo agitati da fiere burrasche, infelici senza giusto motivo e senza colpa! A furia di giuramenti sulla medaglia di mia madre, sulla vita della mia bambina, giunsi finalmente a moderare la sua fantasia, e ad assicurare alquanto il suo cuore. Vedendola, se non più ragionevole, almeno più rassegnata, aggiunsi tutti quegli argomenti che militavano in mio favore; e il più importante di tutti era questo: la contessa Savina aveva un marito, essa lo aveva seguito al domicilio coniugale, in conseguenza non dimorava più in casa Brisnago, ed io non sarei certo andato a cercarla davanti al palazzo di Montegaldo, che non sapevo nemmeno dove fosse. Di più non mi sarei fermato a Milano che il tempo necessario per completare il corredo della bambina in collegio: e sarei ritornato subito a casa, sperando di trovarla più ragionevole, altrimenti malgrado la mia sincera affezione, e tutta la sua, mi sarei gettato nel lago con una pietra al collo per finire una vita sciocca, insopportabile e immeritata. Ed essa di rimando con nuove spiegazioni, accompagnate da lagrime e singhiozzi, mi dichiarava il suo affetto profondo, del quale pretendeva che le sue inquietudini dovessero essere la prova più convincente.

— Grazie tante! — io rispondeva, — se queste scene sono prove d'amore, preferisco l'odio che mi assicura la pace.

Ed era davvero l'amore d'una moglie riamata che pesava sulle mie spalle, come peserebbe un carico di miele.

Giunse anche il giorno della partenza. Il povero nonno, accasciato dalla malattia nel suo letto di sofferenze, non poteva lasciarci partire, e si teneva la bimba stretta per mano, quasi avesse timore che le sfuggisse per sempre; voleva ancora un altro bacio, poi un altro, e ancora un saluto, e una carezza sui capelli, poi non potendo più reggere all'angoscia ricadde sull'origliere con un singhiozzo... e ci lasciò andare.

La nonna ci accompagnò in anticamera, ma sentendosi soffocare dall'emozione, baciò più volte la Giuseppina, la strinse al seno teneramente, e ritornò presso il malato. L'Agata aveva dimenticato i pericoli del marito per occuparsi intieramente della figlia che stava per lasciare. Quella separazione lacerava crudelmente il suo cuore, eppure si forzava di dissimulare il dolore per non aggravare quello della sua creatura, già troppo intenso. Sono momenti terribili, e chi si trova in condizioni tali da poterli evitare, fa benissimo a tenersi le figlie vicine, educandole in casa sotto la sorveglianza materna. In quanto poi a quelle madri che senza assoluta necessità mettono le loro figlie in collegio, per sollevarsi da un peso importuno, fanno ancora meglio; le figlie non possono che guadagnare nel cambio.

Dopo ripetute raccomandazioni, baci, amplessi e sospiri, l'Agata ci accompagnò sulla porta, e saliti nella vettura che ci aspettava da un pezzo siamo partiti, mentre tutti ci mandavano i più cordiali saluti coi cenni delle mani, e coi fazzoletti spiegati.

La gioventù si rassegna più facilmente dell'età matura, e l'aspetto dei paesaggi pittoreschi della Valtellina, e poi il panorama incantevole del lago di Como valsero a calmare nella bambina l'affanno provato per lasciare la madre, i nonni e il villaggio, e a distrarla dai suoi dolorosi pensieri.

Appoggiati al parapetto del battello a vapore, io le indicava i più bei siti delle due sponde, i paeselli pittoreschi e le splendide ville, e le facevo osservare col cannocchiale le note cime dei nostri monti lontani, già spruzzati del primo nevischio.

È cosa piacevole assai servire di guida ai fanciulli nelle loro prime escursioni, e specialmente ai propri figli; l'assistere alle continue sorprese che li colpisce, il rispondere alle ingenue domande, l'osservare l'intensità della loro ammirazione.

Alcuni viaggiatori stranieri, che entravano per la prima volta in Italia, arrestarono i loro sguardi con viva simpatia e somma benevolenza sulla vispa e svegliata ragazzina italiana, che davanti le opere stupende della natura e dell'arte manifestava tanto entusiasmo, con precoce intelletto del bello. Ed io andava superbo e soddisfatto che il primo successo di mia figlia facesse onore alla patria.

Giunti a Como, la condussi a visitare la città, poi ci siamo rimessi subito in viaggio. Quando vidi da lontano l'aguglia maggiore del Duomo di Milano, sentii dentro di me un rimescolamento di gioia e di paura. Godeva di rivedere alfine il mio paese, e mi pareva d'essere minacciato da un pericolo imminente. Erano circa dodici anni che non entravo nella diletta città, impedito dapprima da mio zio, poi da mia moglie, sospettando entrambi che io volessi scalare il cielo di nuovo. La mia insania giovanile li spaventava ancora, e per avere osato, come Prometeo, alzare gli occhi al fuoco celeste, ero condannato in perpetuo a restare incatenato ad un monte, e dilaniato il cuore da un avoltoio col becco a due mascelle taglienti: l'amore e la gelosia.

Entrammo in Milano sulla sera, quando i fattorini del gas accendevano i fanali. Il rumore delle carrozze, il movimento animato delle vie, lo splendore dei magazzini, l'eleganza delle donne, il suono degli organetti, mi allucinavano lo spirito. Mi pareva di destarmi da un lungo sonno, nel quale avessi sognato un matrimonio fra i monti e conosciuto dei personaggi fantastici, bizzarri, impossibili. La vettura ci trascinava attraverso quelle vie che mi ricordavano la gioventù e l'amore. Ogni signora che attraversava la strada mi sembrava la contessa Savina.... Le interpellanze di mia figlia mi richiamarono alla realtà, essa mi manifestava la sua ammirazione per quello spettacolo nuovo per lei, per quelle belle vie larghe e pulite, per quell'elegante brulichìo di gente ammodo, così diversa dai rustici montanari del villaggio.

Alfine giungemmo alla porta della casa di mio zio, e suonando il campanello, non potea frenare la mia curiosità, e diedi un'occhiata in isbieco al palazzo Brisnago. Tutte le gelosie erano chiuse.

Al suono della mia voce, Veronica mi corse incontro precipitosa, seguita da mio zio che mi aperse le braccia, fra le quali gettai la mia Giuseppina, che esso strinse al seno teneramente. Salite le scale, mi ricomparvero dinanzi quelle stanze piene di ricordi giovanili, riconobbi l'odore speciale di quei luoghi poco ventilati; quei mobili, quei quadri mi facevano l'effetto d'antiche conoscenze che sorridessero al mio ritorno. La Veronica non si saziava di contemplare la bambina e di accarezzarla:

— Come è bella... e grande... — essa ripeteva; — mi pare proprio impossibile che sia vostra figlia!

Mio zio mi chiedeva conto dell'Agata, della suocera, della malattia del signor Nicola, del parroco, del dottore, e di tutte le sue conoscenze.

La cena ci venne servita nel solito tinello, ove il canonico, durante il pranzo, soleva in altri tempi chiedermi conto de' miei studi pedagogici e delle mie occupazioni del giorno, quando io gli rispondeva di straforo, non potendo parlargli nè dell'amore, nè della tragedia. Dopo alcune ore di ciarle, di domande, risposte ed esclamazioni, ci siamo alzati da sedere per andare a letto. Mio zio si ritirò nella sua stanza, augurandoci un buon riposo.

Veronica mi annunziò che condurrebbe la Giuseppina nella bella camera vicina alla sua, e mettendomi in mano il lume acceso, mi disse:

— Voi non avete bisogno che v'insegni la vostra camera; felice notte, Daniele, dormite bene.

Diedi un bacio alla bimba, e ripetendo gli augurii di buona notte, mi ritirai alla mia volta.

Era nella modesta ma cara cameretta dello studente ch'io rientrava finalmente dopo lunga assenza, quando i varii casi della vita avevano fissato il mio destino in modo impreveduto. Chiusi la porta e m'arrestai alquanto sulla soglia, contemplando con mesto raccoglimento quell'asilo ove s'era ricoverata la mia gioventù; quella serra calda ove avevano fiorito i pensieri della mia primavera; poi ne feci il giro lentamente, come i divoti nei luoghi santi, guardando attentamente quelle pareti ch'io conosceva perfino nei minuti rilievi e nelle minime anfrattuosità, come un monaco la sua cella, come un prigioniero il suo carcere; e ne scoprivo ancora i segni tracciati colla matita, e gli spruzzi delle penne; indi osservai con pari interesse il letticciuolo de' miei sogni giovanili, il canapè dei sospiri, delle lagrime, delle illusioni, il tavolino di studio sul quale scartabellai tante carte, raccolsi tanti concetti, formulai tante idee, e ne riconobbi ancora le macchie d'inchiostro, rammentandomi gli accidenti che le produssero.

Sedetti e meditai lungamente, e ripensando al passato dimenticavo il presente, e gli oggetti che mi stavano sotto gli occhi mi facevano scomparire i lontani: la distanza offuscava la vista come la nebbia.

In Valtellina mi pareva di veder Milano nascosto dietro i monti, i laghi, le campagne, lontano, lontano, nell'ombre semibuie del vespero. Nella mia cameretta di Milano la Valtellina mi compariva alla sua volta sfumata in un'atmosfera brumale, come una catena di montagne grigie che si confondono colle nuvole in fondo d'un quadro.

Quei muri, quei mobili, quella finestra mi parlavano come amici da lungo tempo abbandonati, io stavo ascoltandoli con religiosa attenzione.

Rivivendo nel passato si vive due volte, e la natura ci spinge con istinto irresistibile a raddoppiare la vita.

Quando la stanchezza eccessiva ed il sonno persistente mi chiudevano le pupille mi coricai, e dormii profondamente, ma la luce del crepuscolo entrando per gl'interstizii delle gelosie mi trovò desto. Balzai dal letto, mi vestii, ed aperta la finestra aspirai avidamente le brezze mattinali.

Il palazzo Brisnago era sempre chiuso, le piante del giardino erano cresciute: tanto meglio! potevo guardare francamente senza scrupoli. La finestra e il giardino mi rammentavano naturalmente il mazzetto raccolto e il bacio respinto, ma mi dicevano in pari tempo: tutto è finito!...

E chiedevo a me stesso: Chi sa in qual angolo di Milano sarà collocato il palazzo Montegaldo?...

Sarebbe bene che lo sapessi, per evitare quella via, e non offrire il minimo pretesto di sospetti al mio ritorno.

L'Agata mi chiederà subito: — l'hai veduta?... — ed io potrò rispondere: — non solo non l'ho veduta, ma non sono nemmeno passato davanti la sua casa.... No... no... non devo dire così... io devo ignorare la sua dimora. Non potrei mai persuadere l'Agata d'aver ricercato la località del palazzo Montegaldo per evitarlo. Nel dubbio, la gelosia preferisce sempre di credere al peggio; la gelosia ha bisogno di tormentarsi, e quando non trova motivi di farlo, li crea. Essa non crede a nulla che possa calmarla, e presta fede a tutto quello che può sconvolgerla; essa costringe gli onesti a farsi ipocriti per dissimulare il vero... il quale viene spesso interpretato a rovescio!... quale fatalità!...

E se mio malgrado incontrassi la contessa per via?... Spero che non mi toccherà questa tentazione!... Milano è grande, ed io posso evitare benissimo i luoghi frequentati dalle signore.

Però quel palazzo chiuso mi rattristava. I vecchi saranno tutti morti! io pensava, i mobili dispersi, le stanze nude e deserte.

Divagavo in questi pensieri, quando lo scricchiolare d'una gelosia mi fece alzare la testa. Una finestra al terzo piano del palazzo si apriva lentamente: — C'è un guardiano... dissi fra me. Le gelosie rimasero semichiuse durante una mezz'ora, poi vennero spalancate d'un tratto, ed una donna vestita di bianco apparve davanti i miei occhi... era la contessa Savina!...

A prima vista non la conobbi: la ragazza s'era fatta donna, al fiore era succeduto il frutto. Era bella d'un'altra bellezza. I lineamenti avevano acquistato un carattere deciso, lo sguardo s'era fatto più grave e melanconico, le forme s'erano arrotondate, e un certo abbandono della persona indicava la fatica di pensieri dolorosi.

Appena aperte le imposte, la contessa si arrestò un istante come attonita a guardarmi, forse al pari di me stupefatta dalla sorpresa, e dubbiosa della scoperta. Poi mi parve, da una contrazione quasi impercettibile del volto, che mi avesse riconosciuto: chiuse le invetriate e si ritirò lentamente. Io rientrai, caddi sul canapè, sopraffatto da confuse emozioni, nelle quali però dominava una strana paura... paura di quel fantasma che mi perseguitava con implacabile fatalità... paura di me stesso... paura di nuovi tormenti, di nuove noie sotto al tetto domestico. Avrei voluto fuggire ogni pericolo, sottrarmi alla sorte che si ostinava a rendermi vittima di nuove complicazioni, allontanarmi subito da quella malìa che si faceva giuoco della fermezza delle mie buone intenzioni... ma come avrei potuto partire?... Impossibile! bisognava abbassare il capo davanti il destino e lottare!...

Allora mi spiegavo il motivo della desolazione eccessiva dimostrata da mio zio per la malattia di mio suocero!... egli rimaneva deluso nella speranza che venissi a Milano con mia moglie. Tuttavia, vedendomi al fianco la Giuseppina, mi pareva più fiducioso del solito. Divagavo nelle smanie della mia posizione imbarazzante, quando la Veronica entrò nella stanza. Non era in caso d'aspettare lungamente la spiegazione di tanti misteri, e le dissi subito senza esitare:

— Ditemi francamente, Veronica, qual è il motivo per cui la contessa Savina di Montegaldo si trova nel palazzo Brisnago?

— Come?... non sapete nulla?

— Non so nulla....

— Il conte di Montegaldo è morto, or son tre anni, coperto di debiti. La contessa ha dovuto vendere il palazzo del marito per soddisfare agli impegni che egli aveva incontrati co' suoi vizii... ed essa è ritornata a casa sua.

— La contessa è vedova?...

— Vedova... e la credo meno infelice di quando viveva il marito, che gliene ha fatte passare d'ogni sorta! Figuratevi... un giuocatore... un donnaiuolo.... un dissipatore.... insomma uno scapestrato!...

— Ma... e perchè l'aveva essa sposato?...

— Sapete bene, i signori!... l'ha sposato senza conoscerlo... imposto dai genitori, perchè dicevano ch'era d'antico casato... un bel nome insomma... e lo credevano ricco... e lo sarebbe stato senza i suoi vizi....

— La contessa fu dunque infelice?

— Infelicissima... e già pochi mesi dopo le nozze si parlava di divorzio... poi venne alla luce il figliuolo....

— Ah sì!... il giudice conciliatore!

— Che cosa dite?

— Dico che questo rampollo fece le veci d'un giudice conciliatore, e ricongiunse il marito alla moglie....

— Come il galeotto al suo compagno di catena, — soggiunse Veronica, alzando le spalle con aria sprezzante. — Bene o male rimasero legati per riguardi di famiglia, fino alla morte.

— E il figliuolo è con lei?

— È la consolazione della madre; un buon ragazzo!... La contessa gli darà un'educazione che lo tenga lontano dalle abitudini paterne... e ne farà un uomo onesto.

— Che il cielo l'aiuti!... — io risposi.

E la Veronica si mise a parlarmi di mia moglie, del suo desiderio di conoscerla, e non finiva mai di farmi gli elogi della bambina. Io la ringraziai della sua costante affezione e dei regalucci che non mancava di mandarmi ogni anno cogliendo l'occasione del viaggio dello zio quando recavasi ai bagni, ed ella, per sottrarsi alla dimostrazione della mia gratitudine, si ritirò, col pretesto d'apparecchiare la colazione.

Rimasto solo, incominciai a rimuginare le cose udite, considerando gli effetti fatali d'una inclinazione giovanile, che, quantunque soffocata in germe, continuava a far sentire il suo influsso sulla esistenza di due persone. E mi proposi d'evitare con ogni cura un simile destino a mia figlia chiudendola per tempo in collegio, e riservandomi a sorvegliarla attentamente al suo ritorno in famiglia. Intanto doveva pensare a sorvegliare seriamente me stesso, per evitare, non pericoli impossibili, ma le occasioni più innocenti che potessero offrire il benchè minimo pretesto alla cieca gelosia di mia moglie. E pensavo con raccapriccio a quel momento terribile nel quale sarei costretto di raccontarle la impreveduta ricomparsa della contessa Savina davanti la famosa finestra!

La infelicità del suo matrimonio verrà attribuita certamente alla sua inclinazione per me, la sua vedovanza le darà indizio d'imminente pericolo, il suo ritorno alla casa paterna verrà interpretato come un'insidia, la sua innocente ricomparsa come un tentativo di seduzione. E troverà le prove evidenti di tutto!... Se le racconto questi fatti, dirà che non posso tacere nemmeno con lei di ciò che mi trabocca dal cuore; se non gliene parlo, quando li sentirà raccontare dagli altri, dirà che il mio silenzio rivela la colpa!...

Che fare in posizione così imbarazzante?... questo mi pareva un problema più insolubile della quadratura del circolo!

Incominciai allora a fantasticare sulle probabilità compromettenti: per esempio, se realmente la contessa mi amasse davvero?... e rimpiangesse gli anni giovanili, e disingannata della vita positiva volesse ritentare un affetto sincero?... Se per vendicarsi dei pregiudizii sociali che la condannarono ad un'unione forzata, volesse reclamare i diritti naturali che ci spingono nelle braccia dell'amore spontaneo?

Chi sa!... forse essa deplora di non aver corrisposto alla mia dimostrazione d'affetto!... forse mia moglie ha ragione, e i suoi presentimenti non l'ingannano!... forse la contessa Savina desidera restituirmi il mio bacio!...

Sarei quasi curioso di farne il tentativo, io pensava fra me, e questa non sarebbe una colpa d'amore, ma una vendetta!... Essa ha rinnegato il mio amore per orgoglio, quando era libera d'accettarlo. Io ho diritto di dirle: — vedi? il tuo rifiuto ti rese infelice!... te ne penti ora? — Sì, me ne pento, ed eccoti un bacio!... — Ebbene, io risponderei, questa volta sono io che non l'accetto, non sono più libero, e riprendi il tuo bacio... e che tutto sia finito!... Se facessi così!... e andavo scrutando se un bacio possa considerarsi sempre come una colpa... e mi pareva di no. E cavillando sull'argomento, mi andavo persuadendo esservi baci che non costituiscono un'infedeltà, e peroravo col calore e l'eloquenza di un avvocato il quale si sforza di dimostrare che vi sono assassini galantuomini, e che si può anche ammazzare un uomo senza essere colpevoli d'omicidio, o almeno almeno con circostanze attenuanti... e aspettavo la sentenza del giudice.... Questa volta il giudice era la mia coscienza... ed essa con voce severa mi diceva: — sei pazzo!... tu mediti un tradimento. Gli assassini sono sempre assassini... e i baci sempre baci... talvolta più pericolosi degli assassini!...

E in quel punto mi rammentavo d'aver promesso davanti l'altare d'essere fedele a mia moglie, e poi avevo giurato sulla medaglia di mia madre, e sulla vita di mia figlia, di mantenere la promessa. Mio Dio!... la vita di mia figlia!... al solo pensiero di esporre ad un pericolo la vita della mia creatura, di attirare la vendetta del cielo sul suo capo innocente, di colpire con una colpa due vite in una volta... perchè l'Agata sarebbe morta se avesse perduta la Giuseppina!.., mi si dirizzarono i capelli sulla fronte, mi sentii i brividi della febbre.... Corsi tutto ansante nella stanza della bambina che terminava di vestirsi, mi parve di vedere l'Agata col suo sorriso e il suo sguardo, le baciai teneramente la fronte, e sentii che la coscienza soddisfatta mi rendeva forte contro ogni pericolo.

Rientrato nella mia stanza, scrissi una lettera affettuosa a mia moglie, nella quale le parlava del viaggio, della nostra bambina, e del desiderio di ritornare nel mio nido tranquillo... e felice!

Quel giorno mi recai al collegio in compagnia di mio zio, e, prese le debite informazioni, venni a sapere che, mancando molti oggetti necessarii al completo corredo dell'educanda, era costretto di trattenermi a Milano più di quanto avrei desiderato.

Scrissi nuovamente all'Agata annunziandole l'indispensabile ritardo, pregandola d'aver pazienza, perchè gli operai non sono sempre esatti nella consegna dei loro lavori.

Intanto io andavo sollecitando le commissioni, mentre Veronica conduceva la Giuseppina a spasso e a fare le spese minute.

Le ore che mi restavano libere girovagavo per la città visitando le strade nuove, o passeggiando negli antichi quartieri per rammentarmi le cose vecchie. Poi andavo a riposarmi sul canapè della mia cameretta, e colà ricostruivo la passata gioventù. L'inveterata abitudine d'affacciarmi alla finestra mi vi spingeva sovente senza pensarci; l'affetto per l'Agata e la paura della contessa mi allontanavano, la curiosità di contemplare sul volto della vedovella le modificazioni prodotte dagli anni e dalle prove della vita mi veniva contrastata dal timore di compromettermi, e mi pareva debolezza tanto il cedere quanto il resistere, perciò i miei brevi riposi venivano paralizzati da una continua lotta, e quei giorni passati a Milano dopo una lunga assenza, che avrebbero dovuto formare la mia delizia, furono invece un continuo tormento. Non volendo espormi ad un'imprudenza, cadevo in una sguaiataggine: tutto mi faceva ombra, ogni accidente mi si presentava come un pericolo.

Quando udivo aprire una finestra del palazzo Brisnago, io chiudeva rapidamente le gelosie; quando vedevo un movimento dietro le invetriate, mi ritiravo in fretta abbassando le tendine; era una pantomima continua, che poteva dare negli occhi e suscitare sospetti.

O non sarebbe stato meglio abbandonare addirittura la finestra?...

È più facile il dire che il fare: e dice anche il proverbio che la lingua batte dove il dente duole. Chi si propone di non rivolgere lo sguardo ad un oggetto qualunque, si trova spinto dalla parte vietata con irresistibile impulso. Ignoro il nome di quella forza arcana che mi faceva roteare nello spazio, ma è positivo ch'io mi trovavo nell'identica condizione di un pianeta che gira intorno a due stelle.

Per determinare la mia orbita bisognerebbe calcolare le forze complesse che lottavano fra loro. Io amavo l'Agata sinceramente, essa aveva tutto il vantaggio dell'attrazione e tutto il danno della distanza, la contessa Savina perdeva nell'attrazione in forza della mia onestà, ma la distanza quasi nulla che mi divideva da lei le dava un grande vantaggio. E credo che, se l'uomo fosse costretto di subire le leggi che trascinano gli astri, io sarei caduto come un bolide nel palazzo Brisnago.

Per buona sorte non fu così, ed anche per quella volta la profezia di mia moglie non si è avverata; il creditore fuggiva la debitrice morosa, la quale forse, come molti debitori, non aveva nessuna volontà di pagare.

È però vero altresì che finchè vivono i debitori, e finchè sono solventi, non è tolta la possibilità di riscuotere, quantunque certe partite, che passano agli arretrati, vadano scemando di continuo il valore.

Avendo finalmente collocata la figliuola in collegio, mi decisi di partire immediatamente per la Valtellina, sollecitato anche da lettere pressanti dell'Agata, che mi annunziavano un progressivo peggioramento nella salute di suo padre.

Desideravo sinceramente rivedere mia moglie, rientrare nella mia casa, riprendere le mie tranquille abitudini; ma devo confessare con pari franchezza che al momento di lasciare la mia cameretta mi sentii una spina al cuore!... O perchè?... Domandatelo a chi può conoscere a fondo gli atomi più riposti del nostro fango!... io non comprendevo me stesso. Qual legame poteva sussistere ancora fra me e la casa Brisnago, se io con deliberato proposito aveva fuggito il benchè minimo rapporto, cancellata ogni traccia del passato, spento, o supposto di spegnere, ogni lievito che potesse minacciare il futuro?... Misteri incomprensibili!

Mia moglie aveva dunque ragione co' suoi presagi? ed io tentavo invano di far scomparire intieramente le traccie della gioventù; nè la probità, nè le oneste intenzioni, nè gli affetti domestici potevano assicurarmi la pace dell'età matura.

Quel primo amore, così esile in apparenza, resisteva a tutte le vicissitudini della vita, come quelle sementi minute, impercettibili, che gettate una volta sul terreno, sfidano l'inclemenza delle stagioni, e presto o tardi germogliano.

Dunque la spada di Damocle pendeva continuamente sul mio capo, ed era vana ogni speranza di liberarmene?...

Dunque quel bacio fatale stava sempre scritto nel libro della vita come una partita da liquidarsi?... Io aveva rinunziato fermamente ad ogni pretesa, io non voleva nulla... che cosa poteva restarmi nel cuore?... c'è forse al mondo qualche cosa di più forte d'una volontà indipendente?...

Ma!... l'antica sapienza giudicava inutili gli sforzi umani contro i decreti del fato!...