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Il bacio della contessa Savina

Chapter 26: XXV.
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About This Book

A first-person narrator recounts adolescent obsession with a young noblewoman whom he watches from his uncle's balcony, alternating between daydreams of artistic glory and the constraints of poverty and household duty. His routine life under a precise guardian contrasts with the distracted grace of the woman and the practical care of a friend who manages his material needs. Infatuation spurs literary ambitions and fantasies of fame, while social inequality and dependence temper action. The narrative follows his inner turmoil, modest attempts at study and work, and the small domestic episodes that shape his hopes and disappointments as attraction, longing, and aspiration collide.

XXIII.

Giunto al villaggio, trovai l'Agata che piangeva nella braccia di sua madre; il mio povero suocero era agli estremi, tuttavia mi riconobbe, mi sorrise tristamente, e con voce semispenta mi chiese nuove di Giuseppina.

L'amor figliale davanti al letto del padre moribondo assopiva tutti gli altri sentimenti nel cuore dell'Agata, la quale mi domandò poche cose di Milano, che non avessero diretto rapporto con nostra figlia, e si tenne paga delle mie risposte sommarie.

Il dottore mi avvertì che ogni speranza di salvare il signor Nicola era perduta, l'Agata non abbandonava più la camera dell'infermo, nè il giorno nè la notte, prodigandogli le cure più affettuose insieme alla madre.

Una mattina egli volle ricevere i sacramenti, circondato da tutti i suoi cari. Sono momenti solenni, che si scolpiscono indelebilmente nella memoria.

Eravamo tutti inginocchiati intorno al suo letto, le lagrime ci offuscavano la vista, e quando il sacerdote uscì dalla stanza, il moribondo ci chiamò da vicino, e con voce fioca ed interrotta pronunciò poche parole d'addio:

— Sono rassegnato... — ci disse, — quantunque mi dolga lasciarvi, per non vedervi più sulla terra... vi ho sempre amati teneramente... ero felice con voi.... Giovanna, perdona il mio carattere e ricordati il mio cuore.... Daniele, ti raccomando mia moglie... e l'Agata... sii fedele... e vogliatevi bene. Agata, tu fosti sempre la delizia della mia vita... tu parlerai alla nostra bambina del suo povero nonno... Vivete in famiglia uniti, e modestamente... sarete felici.... Io vi benedico tutti... e spero di rivedervi nell'eternità....

Poco dopo entrò nell'agonia, che pareva un'estasi consolata da soavi visioni. Sulla sera, quando l'ultimo raggio del sole illuminava il suo pallido volto, spirò tranquillamente, come un fanciullo che s'addormenta.

Tutto il villaggio seguì la bara che trasportava al cimitero le spoglie mortali del buon padre di famiglia. Alcuni devoti cantavano le preci dei morti con aria distratta, ma il mio caro Bitto seguiva il corteo in attitudine di profonda tristezza.

Il testamento nominava l'Agata erede di tutta la sostanza, assicurava alla vedova una rendita vitalizia, destinava a me l'orologio del defunto in ricordo, e fissava alcuni piccoli legati a parenti lontani e ai domestici.

L'eredità risultò superiore di molto a quello che lasciavano supporre i semplici costumi conservati da mio suocero nella famiglia. Eravamo ricchi, e siccome l'amministrazione della sostanza richiedeva le assidue mie cure, rinunziai alla scuola, e appigionato il casino al maestro mio successore, fissammo la nostra dimora in casa Bruni, insieme colla vedova.

Se fui arcicontento di sbarazzarmi delle noie scolastiche, lasciai invece con rammarico la casa che parlava al mio cuore con dolci memorie. Mia moglie raccomandò caldamente le piante al nuovo maestro, e sofferse al pari di me nell'abbandonare il piccolo nido.

Gli affari attirarono tutta la mia attenzione, e la nostra vita prese un andare tranquillo ed uniforme come la superficie d'un lago in bonaccia.

Le lettere dello zio e della Giuseppina ci annunziavano la buona salute d'entrambi, e ci assicuravano dei progressi di nostra figlia.

Ogni anno facevamo una gita a Milano per visitare la nostra bambina; ma la corsa era così rapida e piena d'occupazioni, che non mi lasciava il tempo d'arrestarmi davanti le finestre del palazzo Brisnago... cosicchè il bacio della contessa Savina restava sempre iscritto a suo debito senza ch'io pensassi più a reclamarlo.

Intanto gli anni passavano, e quantunque il cuore si conservasse sempre giovane, tuttavia i capelli bianchi che spuntavano, e le rughe che mi solcavano la fronte, sembravano un buon antidoto contro la gelosia: infatti mia moglie aveva deposti i sospetti, e non mi parlava più della mia contessa.

Dico deposti, non spenti, chè guai se, prevedendo il futuro, taluno le avesse detto: — Verrà un giorno nel quale il debito contratto alla finestra del palazzo Brisnago sarà pareggiato... il bacio verrà restituito a vostro marito dalla contessa Savina! — Guai!... Guai!... Eppure doveva essere così.... Ma chi può prevedere il futuro?!

L'educazione di nostra figlia era finita, e stavamo facendo i preparativi per recarci a Milano a levarla dal collegio, quando una lettera pressante venne a precipitare il nostro viaggio. Eravamo minacciati da una nuova disgrazia. Il nostro medico di Milano mi scriveva che mio zio era stato colpito da un accidente apoplettico, e che lasciava poche speranze. Giunti ad una certa età, siamo sorpresi sovente da così dolorose notizie. È la generazione antecedente che cade negli abissi dell'eternità e ci scopre le sponde del precipizio. Invitati a raccogliere gli estremi aneliti dei nostri cari, i battelli a vapore e le ferrovie ci sembrano lenti, e pur troppo noi siamo giunti a Milano troppo tardi. Al nostro arrivo la Veronica ci accolse singhiozzando, col triste annunzio della morte del povero zio.

Interrotta dalle lagrime, essa ci faceva l'elogio del suo padrone, e conchiudeva dicendomi:

— È morto esattamente, come ha vissuto, avendo chiusi gli occhi al sonno eterno all'ora precisa che li chiudeva ogni sera per dormire una notte!...

Il capitolo della cattedrale l'onorò di solenni funerali ed io gli feci collocare sulla tomba una lapide che ricorda il suo nome e le sue virtù; ma non potevo consolarmi di non esser giunto in tempo di chiudere gli occhi al mio benefattore, del quale conserverò fin che vivo la più grata ed affettuosa memoria.

Nominato erede universale, col solo obbligo d'una pensione vitalizia alla Veronica, anche questa volta mi sono trovato più ricco di quanto poteva supporre. Il buon vecchio metteva a mutuo i suoi risparmi a benefizio del nipote, e ne aveva raccolto un bel gruzzolo.

Il denaro capita quasi sempre quando non se ne ha bisogno. In gioventù, col cervello pieno di sogni e col cuore riboccante di desiderii, io avevo le tasche vuote. Quando l'età matura venne a consigliarmi la sobrietà in ogni cosa, mi son trovato a nuotare nell'abbondanza. È una delle tante ironie della vita!

Dopo la morte del povero zio avendo fatta uscire di collegio la Giuseppina, ci siamo decisi di passare l'inverno a Milano per regolare i diversi interessi della successione. Mia suocera si rassegnò ad attenderci in Valtellina, avendo potuto ottenere che una lontana parente andasse a tenerle compagnia durante la nostra assenza.

La Veronica, quantunque potesse vivere indipendente colla sua pensione, desiderò rimanere con noi, e così ci siamo accomodati nella casa ereditata, mia moglie ed io nella stanza dello zio, e nostra figlia nella mia cameretta di studente.

La natura aveva prodigato i suoi doni alla nostra ragazza; ell'era leggiadra di forme, e vispa come uno spiritello. Aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri, e la candida pelle di sua madre, ma il tipo s'era perfezionato e raddolcito, presentando i lineamenti d'un antico cameo. In quanto ai doni morali, mostrava molta intelligenza, e l'umore un po' bizzarro e gioviale del babbo, con qualche reminiscenza degli impeti del nonno.

Le modiste e le sarte di Milano, con arte elegante, ne avevano fatto spiccare le grazie native della persona, mettendo in rilievo le forme agili e snelle. Il bruno delle vesti dava gran risalto alla delicatezza del volto ed una certa gravità all'aspetto giovanile.

Dovunque si andasse, il suo passaggio attirava la simpatia e l'ammirazione, e l'Agata ed io ne andavamo superbi.

Abbiamo passato l'inverno mestamente, occupandoci degli affari, visitando i monumenti della città, e facendo lunghe passeggiate. Il vuoto lasciato nella casa dalla morte del povero zio mi aveva prodotto una profonda tristezza, e fatto dimenticare intieramente la contessa Savina. Mia moglie, partecipando al mio lutto, aveva abbandonato le ubbie sospettose, e fidente nella mia onestà, mi lasciava tranquillo. Tutti gli affetti s'erano concentrati sull'unica figlia, che colla sua vivacità giovanile leniva le nostre afflizioni. Avevamo adottato delle usanze urbane regolari e casalinghe, ma quando gli aliti primaverili ci apportarono gli effluvi delle prime violette, ci si ridestò il desiderio dei monti. Oramai io era avvezzo da tanti anni a respirare l'aria libera della campagna, che a lungo andare i muri della città mi opprimevano: poi le memorie, le abitudini, gli affari ci creano bisogni ai quali non è facile sottrarsi.

Mia moglie assai più di me anelava al ritorno, desiderosa di riabbracciare la vecchia madre che ci aspettava ansiosamente, di rivedere i fiori, gli alberi e gli animali che reclamavano le sue cure, e di rimettersi alle occupazioni domestiche, alle quali doveva iniziare la figlia. Aggiungasi che, sbrigati gli affari pressanti, s'incominciava a sentire la noia della vita disoccupata, che ci spingeva al ritorno; ma la Giuseppina ci tirava in lungo con sempre nuovi progetti. Un giorno voleva ritornare alle gallerie di Brera, un'altra volta desiderava rivedere il Museo, o risalire sul Duomo o rivisitare qualche chiesa, o passeggiare in piazza Castello fino all'Arco della Pace, o fare il giro dei bastioni.

Il nostro affetto ci portava alle concessioni, eravamo felici di sacrificarci per contentarla e si diventava schiavi de' suoi capricci.

Talvolta, sorpreso da domande di nuove dilazioni, le chiedevo con impazienza:

— Come mai non desideri ancora di rivedere il tuo paese?... e la buona nonna che ti aspetta con tanta impazienza per stringerti finalmente al seno?...

— Anzi, lo desidero moltissimo, — mi rispondeva, — ma abbiamo tempo... la vita è così lunga!...

— Ma chi ti ha detto che la vita è lunga?

— Lo sento io... il tempo non passa mai!... a te dunque non parvero lunghi i sei anni che ho passati in collegio?... a me sembrarono eterni!... chiusa in prigione... e lontana da voi!...

— Ma ora che sei libera, che hai veduto tre o quattro volte tutti i monumenti, i giardini, i passeggi, i corsi di Milano, non sei ancora sazia di questa vita scucita, scioperata, monotona?

— Io la trovo deliziosa!... non mi stancherei mai di Milano, sento che ho del sangue milanese nelle vene... questo movimento continuo, questa vita romorosa e svariata mi occupa immensamente. Ogni giorno si vedono novità interessanti, le industrie fanno un'esposizione perenne dei loro prodotti, le vie sono popolose, allegre, la musica echeggia da ogni parte, tutto si muove, sorride, cammina, svolazza; qui si sente di far parte d'una società intelligente, elegante, vivace.

— Ma bisogna pure una volta o l'altra rassegnarsi a partire.

— Pur troppo!... — conchiudeva con un sospiro, e alzando gli occhi al cielo. Poi mi supplicava con tanta grazia di concederle ancora qualche giorno, che non era possibile resistere. Sua madre, che era la prima vittima di tale sacrifizio, diventava il suo avvocato patrocinante, ed io cedeva, sempre rassegnato ad aspettare senza limiti.

Non sapevo però spiegarmi tanta renitenza al ritorno, quando una catastrofe impreveduta venne a sciogliermi l'enigma.

Un giorno ch'io ero uscito solo di casa, rientravo col naso in aria, guardando sbadatamente la nota finestra del palazzo Brisnago, quando — oh meraviglia!... vedo un mazzetto di fiori che vola attraverso la strada, e partendo dal palazzo va a cadere sulla finestra della mia antica cameretta.

Sbigottito, commosso, confuso, mille pensieri mi assalgono, e mi par di sognare. Dopo tanti anni!... il mio mazzetto ritorna indietro!... che cosa significa questo mistero?... Mi agito, mi scuoto, mi decido a voler vedere che cosa succede, mi colloco in posizione opportuna per osservare nella stanza del palazzo... e vedo con sorpresa il figlio della contessa Savina, il conte Saverio di Montegaldo, il giudice conciliatore, che gettava baci alla mia finestra, e li gettava con tale entusiasmo, che pareva diventato cieco e insensibile a quanto lo circondava.

Balzo rapidamente dalla parte opposta, e vedo mia figlia che, tenendo in mano il mazzetto di fiori, lo copriva di baci, e poi li soffiava dall'altra parte!...

Gli occhi mi si offuscarono, le gambe mi traballarono come se dovesse mancarmi il terreno sotto ai piedi, dovetti appoggiarmi al muro per non cadere. Il mondo mi pareva trasformato, capovolto. Una volta... ai miei tempi... la contessa era fuggita... adesso mia figlia rimane... e ricambia i baci... ah civettuola!... non c'è dunque più ritenutezza, nè pudore, nè modestia... nemmeno nelle fanciulle!... ed io pensavo alla mia timidità giovanile... alle mie esitazioni!... È vero che io non ero stato educato in un collegio femminile... ma tuttavia!... o poveri genitori!...

Mi feci coraggio, rientrai, salii rapidamente le scale, e senza chiedere ove fosse mia moglie, corsi difilato verso la mia antica cameretta, e spalancata la porta con un calcio, comparvi improvvisamente davanti a mia figlia.

Allo strepito della mia entrata il conte sparì, Giuseppina diede un guizzo, ed esclamò:

— Oh Dio!... papà... mi hai fatto paura!...

Era pallida, ed appoggiandosi una mano sul cuore, con l'altra sosteneva impassibilmente il suo mazzolino.

La fissai per qualche istante in silenzio, chiusi la porta, indi proruppi con accento severo reso più grave dalla situazione:

— Giuseppina!... so tutto!...

— Che cosa sai, papà?... — mi rispose tranquillamente.

— O come?... Osi ancora mostrarti indifferente alla desolazione di tuo padre?... dopo esserti lasciata sedurre dalle moine del conte di Montegaldo?...

— Allora vedo che non sai proprio niente!... — mi rispose con imperturbabile calma.

— Come!... oseresti ancora negare?

— Sicuro!... devo negare ciò che non è... non è il conte Saverio che mi ha sedotta... sono io che ho sedotto lui!...

Tale risposta mi parve d'un cinismo così rivoltante... che mi venne la tentazione di darle uno schiaffo... e feci due passi avanti col volto tanto sconvolto, che essa ne ebbe paura e fece due passi indietro. Allora procurai di moderarmi, chiusi anche le invetriate, tirai le tendine, e sentendo che le forze mi venivano meno, mi gettai sopra una sedia, mi tersi il sudore dalla fronte, e le dissi:

— La vostra impudenza richiede una spiegazione....

Ed essa di rimando:

— Ecco la spiegazione: i primi giorni che abitai questa cameretta mi alzavo per tempo, come è mio costume, e mi mettevo a ricamare al balcone. Il conte Saverio veniva a fumare il suo sigaro alla finestra dirimpetto e mi salutava cortesemente....

— Egli ti salutava?... e tu?

— Ed io naturalmente rispondevo al saluto....

— Ma dunque in collegio non ti hanno insegnato che una ragazza onesta non deve rispondere al saluto d'un uomo che non conosce?...

— Me l'hanno insegnato benissimo... come mi hanno anche insegnato che non è creanza non rispondere al saluto di chi si conosce. Ed io che conosco il conte Saverio....

— Come?... tu conosci il conte Saverio?

— Eh eh!... lo conosco, non solo, ma siamo vecchi amici!

— Amici da quanto tempo?

— Da sei anni; cioè dall'epoca che siamo venuti a Milano, quando mi hai condotto in collegio.

— Allora tu eri una fanciulla di dieci anni, ed egli ne poteva aver dodici... e come avete fatto a conoscervi?

— La Veronica, vedendo che io ammiravo dalla finestra gli alberi e i fiori, promise di condurmi a vedere il giardino Brisnago, a condizione che tenessi la cosa in segreto, perchè altrimenti sarebbe stata sgridata da Monsignore, che non voleva aver relazione con quei signori. Io giurai di star zitta, e tenni la mia parola fino a questo momento!... Quando tu e il povero zio canonico eravate andati pei fatti vostri, Veronica scendeva a far conversazione col portinaio che era suo amico, e mi faceva entrare in giardino.

Io non la vedevo più per un pezzo, mi diceva che andava a far la spesa, e veniva a prendermi più tardi.

Colà conobbi Saverio, egli mi fece gli onori di casa guidandomi intorno a quelle belle piante, poi mi propose di saltare la corda e di giocare a gatta cieca, e così ci siamo divertiti più volte.

Un giorno me ne tornavo a casa colla Veronica, mentre rientrava la contessa Savina. La Veronica volle ch'io baciassi la mano alla signora quando discese dalla carrozza. Avendo udito chi fossi, mi diede un bacio e mi accarezzò lungamente i capelli, guardandomi con bontà, e facendo il mio elogio. Mi fu subito molto simpatica, e la rividi sempre con piacere in collegio quando veniva con suo figlio a visitare una mia compagna loro parente. Portava sempre dei bomboni anche per me, dicendo: povera ragazzina che ha i genitori lontani!... E la contessa mi dava dei baci!... Ma che cosa hai, papà, che ti vengono gli occhi rossi?..

— Io?... t'inganni, non ho altro che il dolore di scoprire tanti intrighi, che finiscono con un altro amore impossibile!...

— Impossibile!... e perchè?... se ci amiamo, l'amore non è impossibile!... infatti....

— Infatti come è finita?...

— Ma!... devo ripeterlo... è finita che l'ho sedotto!...

— Ma come diamine l'hai sedotto?

— Oh bella!... non sai come si seduce?... Stando seduta al lavoro. Egli mi guardava lungamente... io fingevo di non vederlo, e lo facevo aspettare un bel pezzo... poi alzavo la testa con aria indifferente e gli davo un'occhiata. Poi le occhiate divennero più frequenti... e più lunghe....

— Tutte compagne!... — dissi fra me, ed essa continuò:

— Finalmente un giorno mi disse ch'io l'avevo sedotto!...

— Ma che!... vi parlate dunque attraverso la strada?...

— Oh!... come puoi credere ad un simile scandalo?...

— Ma dunque?...

— Diavolo!... ci scriviamo.

— Come?... avete anche l'audacia di scrivervi?

— L'audacia!... perchè l'audacia?... A che cosa servirebbe l'aver imparato a scrivere, se non fosse per esprimere i propri pensieri?... a che cosa servirebbe la posta, se non fosse incaricata di trasportare i segreti di chi non è in caso di parlarsi?...

— Ma ricevi le sue lettere per la posta?

— È il mezzo più sicuro... e più economico.

— Ma tua madre non legge le tue lettere?

— Vuoi che mi faccia un simile oltraggio!... non siamo più ai tempi dell'inquisizione... la mamma mi domanda chi mi scrive... io nomino una compagna di collegio, che mi scrive realmente... accompagnandomi, per favore, le lettere di Saverio.

— Una volta non si osava tanto!... i tempi sono cambiati.

— Sono cambiati in bene, lo sai!... lo dicono tutti!...

— Ma non ti è mai venuta l'idea che la tua condotta fosse censurabile?

— Altro che!... m'è venuta sovente questa idea....

— E dunque?

— E dunque ho pensato di attendere i consigli dal tempo, per scegliere con maturità e con sicurezza il partito da prendersi.

— E non sarebbe stato meglio, prima di abbandonarti a simili avventure, di pensarci sopra, e di consultare tua madre?...

— È vero... è verissimo... ti assicuro che queste cose me le sono ripetuta le cento volte... ma che vuoi?... quella maledetta finestra... io non so che cosa abbia... c'è un'attrattiva fatale... irresistibile che mi trascinava al suo davanzale, che mi obbligava a girar la testa... e allora vedevo Saverio dall'altra parte... e tutte le ragioni svaporavano!...

— È una vera fatalità!... — io esclamai abbassando il capo, e meditai lungamente questo pensiero.

Si dice che Napoleone I, avendo saputo che ogni notte una sentinella si suicidava nella stessa garetta, l'abbia fatta abbruciare, e non si ebbero più a deplorare suicidii in quel posto. Ci sono ancora tanti misteri inesplicabili nella vita!... Se dopo la mia partenza mio zio avesse fatto murare il balcone della mia camera, mia figlia, molti anni dopo, non sarebbe rimasta vittima della stessa malìa....

Sentii compassione di lei, e le dissi:

— Se non fossi tuo padre, potrei burlarmi della tua leggerezza e riderti in faccia!... figlia d'un povero maestro, tu aspiravi dunque a diventare contessa?... vergognati del tuo orgoglio, e rassegnati al destino che ti condanna a non guardar tanto in alto!... Procura d'aver coraggio... e rinunzia a questa prima affezione!...

— È troppo tardi!... — mi rispose con voce solenne.

Diedi un guizzo sulla sedia, feci un salto fino a lei, presi le sue mani nelle mie, e fissandole gli occhi in faccia, le chiesi con ansia convulsa:

— Oh perchè è troppo tardi?... rispondi la verità... subito... tutta la verità....

Rimase imperturbabile, e mi rispose tranquillamente:

— Perchè il mio primo amore sarà anche l'ultimo!...

— Mi parve di udire ne' suoi accenti la voce dell'Agata quand'era ragazza, dopo d'aver sentito nelle sue rivelazioni il mio cuore giovanile rivivere in lei!...

Dopo una breve pausa ripresi il mio posto, e le dissi:

— Non hai dunque pensato mai alla distanza che divide la tua modesta famiglia dal nobile casato dei Montegaldo?

— Oh papà, queste sono idee vecchie!...

— Benissimo!... e il denaro?...

— Ebbene, del denaro ne abbiamo anche noi... dicesti l'altro ieri che siamo ricchi.

— Sì, relativamente alla mia passata miseria... ma in confronto dei Montegaldo... e dei Brisnago, le nostre rendite non basterebbero a comperare il fieno pei loro cavalli.

— Tanto meglio.... Sarò sicura che non mi sposerà per la dote!...

— In quanto poi alle qualità personali del conte Saverio non le conosco, ma ti faccio osservare che è figlio d'un scialacquatore, d'un giocatore, d'un vizioso, che rese infelice la moglie, lasciando di sè una triste memoria!...

— I figli — mi rispose gravemente — non sono responsabili dei torti dei genitori. Saverio è un ottimo ragazzo, mi vuol bene e sarà mio marito!...

— Non fidarti!... — le dissi. — Quando i giovani hanno rette intenzioni, si presentano i genitori. Non ti dirò che cosa io pensi d'un signorino che getta baci dalla finestra alle ragazze... sono cose che si sono vedute ancora... ma non si è mai veduto che una fanciulla onesta li accetti... e li rimandi!...

— Credi dunque che il caso sia nuovo?...

— Se non è nuovo, non merita d'essere imitato....

— A venti passi di distanza!... ne ho avuto l'assoluzione dal confessore... e tu non sarai più severo di lui!...

— Non lo so, — risposi bruscamente, — ma intanto apparecchiati a fare la penitenza, perchè domani partiremo per la Valtellina....

Uscito dalla stanza mi recai subito a partecipare all'Agata la mia scoperta. Essa ne rimase colpita ed esclamò:

— Maledetta finestra!... sentivo dentro di me che mi doveva essere fatale!...

Corse subito dalla Giuseppina, che si gettò nelle braccia materne piangendo.

Piansero insieme, mentre io faceva i preparativi della partenza.

Alla mattina seguente, lasciando la casa in custodia alla Veronica, prima del levar del sole eravamo in vettura.


XXIV.

Il viaggio fu malinconico. Giuseppina era pallida e pensierosa, Agata accorata, io malcontento ed inquieto. Mia suocera, che ci aspettava con espansiva letizia, ci trovò tutti oppressi da incomprensibile tristezza, e ne rimase rammaricata, quantunque sua nipote le prodigasse le più affettuose carezze. Giuseppina, salita nella cameretta che sua madre le aveva allestita con tante cure delicate, ne rimase commossa, ed accorse a baciarla teneramente, per esprimerle la sua viva riconoscenza; ma l'Agata ed io pensavamo che quella maledetta finestra di Milano, che aveva attristata la mia gioventù, avrebbe continuato a molestare col suo influsso la nostra famiglia e ad amareggiarci la vita.

Un'ora dopo l'arrivo la cena era pronta, e ci sedemmo intorno al solito tavolo rotondo del tinello, ma il posto vuoto del povero nonno Nicola ridestò il dolore della sua perdita, e Giuseppina, non potendo più oltre frenare l'affanno che l'opprimeva, diede in uno scoppio di pianto. Ci volle molto tempo a calmarla, pareva che i singhiozzi la soffocassero. Così nei giorni più solenni della vita, il pane della famiglia è sovente bagnato di lagrime, ma quelle lagrime cementano le sante affezioni e le onorate memorie, mentre le risa dei baccanali sono lampi fra le tenebre, nella solitudine del cuore.

Bitto, oramai vecchio decrepito, trascinandosi lentamente ai piedi dell'antica sua amica, che vedeva immersa nel dolore, le posò il muso sui ginocchi, e guardandola con occhio pietoso, pareva le dicesse: divido le tue pene.

I primi giorni del ritorno al villaggio furono dunque piuttosto tristi che lieti; e forse, se alcuni anni dopo la morte ritornassimo al mondo, avremmo parimente più motivi di piangere che di rallegrarci, anche senza tener calcolo dell'accoglienza degli eredi!

Giuseppina ricevette le visite di tutti gli antichi amici, li accolse con affettuosa cortesia, ma dopo che erano partiti faceva le meraviglie trovandoli tanto invecchiati.

Il parroco avea i capelli bianchi, Tobia era calvo e stecchito, il farmacista aveva le rughe, il medico s'era fatto floscio e panciuto; la signora Pasquetta sola era ringiovanita, il bruno de' suoi capelli aveva acquistata una tinta così intensa, che in qualche sito si fondeva sulla pelle.

In complesso il villaggio non presentava a nostra figlia quelle attrattive che avremmo desiderato. Essa parlava continuamente delle belle cose di Milano, del buon gusto delle signore, del lusso delle carrozze, della vita che pullulava in tutti gli angoli della città.

Desideroso di ricondurla ai gusti materni, un giorno le presentai l'Ortolano dirozzato eccitandola alla lettura.

— Lo conosco, — mi disse guardandomi con malizia, — l'ho spolverato per tanti anni sul tuo scrittoio! — Poi si mise a scartabellarlo sbadatamente, e trovato il segnale alla pagina 10, me lo restituì con un sorriso, soggiungendo:

— Ti prego di non privartene; me lo darai quando avrai finito di leggerlo.

M'avvidi pur troppo che, per sua disgrazia, essa aveva molti gusti del babbo, e procurai con buoni consigli di persuaderla a moderare la fantasia per non esporsi ai disinganni, evitando, per quanto fosse possibile, di apprendere la vita dall'esperienza, e attenendosi agl'insegnamenti di chi ne aveva subìte le dure lezioni. Ma non c'era più verso di ridurla a crearsi delle abitudini semplici e confacenti alla nostra condizione. Essa tagliava, disfaceva e riformava ogni tratto i suoi abiti nuovi, per ridurli alla foggia del giorno; alzava od abbassava i capelli secondo le indicazioni dell'ultimo figurino. In breve tempo divenne il modello dei paesi vicini; le signore dei dintorni venivano a passeggiare nel nostro villaggio per vedere come era tagliato il suo abito, ed imitarla.

Essa consigliava le amiche e le vicine sul modo di vestirsi, e si udivano lunghe e gravi discussioni sopra la dimensione delle gonne, gli svolazzi, lo sparato delle maniche, le guarniture di frangie o di sghembi, e si questionava seriamente sul nodo vagabondo della cintura. La signora Pasquetta esprimeva il suo debole parere, mia figlia sorrideva sdegnosamente, presentava obiezioni irresistibili, e dichiarava con profondo convincimento che quella foggia era divenuta impossibile, che quel tale oggetto si doveva bandire.

— Ma perchè?... se è tanto bello!... se fa tanto effetto!

— Non si porta più!... — rispondeva mia figlia, con sentenza assoluta ed inappellabile.

Tutto il circolo femmineo che la stava ascoltando la guardava con ammirazione. Così i giovani impongono ai vecchi i nuovi usi e costumi, e portano dal collegio alla casa ed alla società nuove idee che modificano le arti e le industrie, e producono rivoluzioni politiche, letterarie ed artistiche, le quali sconvolgono il mondo con nuovi sistemi, nuove poesie, o nuove giubbe, secondo la forza degl'innovatori. Peccato che le cose recenti non sieno sempre migliori delle antiche; ma bisogna tacere, altrimenti dicono che si diventa vecchi.

Intanto che mia figlia si occupava delle frivolezze della moda, io andava mulinando le cose serie pensando come sarebbe finita la faccenda della finestra; e mia moglie, come al solito, accumulava sospetti sopra timori, calcolando tutte le conseguenze d'una passione rinchiusa nel cuore d'una fanciulla; prevedendo che un'idea fissa le avrebbe fatto perdere delle buone occasioni di matrimonio, condannandola ad accettare più tardi un partito qualunque, per non restare zitella.

Agata rievocava lo spettro della mia gioventù, vedendo che mia figlia mi somigliava nelle mie inclinazioni fantastiche, e negli amori vaporosi e perfino nelle ambizioni sfrenate; io le avevo avute per la tragedia del medio evo, essa le aveva ancora per la commedia... della moda.

Io mi forzavo dimostrarle, che le conseguenze dei miei errori giovanili non furono poi disastrose, e non mi avevano impedito di diventare buon marito e buon padre, e abbastanza felice, per quanto lo consenta l'umano destino... e la turbolenza femminea.

Si rabboniva, dovendo confessare che non ero una cattiva pasta, che dopo il matrimonio la mia condotta fu sempre regolare ed incensurabile; ma non poteva dimenticare la fatale influenza di quella finestra sulla nostra famiglia.

Infatti quella finestra coi nuovi amori ci dava sempre dei pensieri smaniosi. Che fare?... Dobbiamo distrarre l'innamorata con un viaggio od attendere? interpellarla o tacere?... e dopo lunghe discussioni intorno al partito da prendersi, si restava sempre nell'incertezza.

Eravamo in questi termini, quando una mattina il procaccino mi consegnò una lettera col timbro di Milano, e con soprascritta di carattere ignoto. L'apro, corro con l'occhio alla firma, e leggo — Savina Brisnago di Montegaldo!...

Essendo la prima volta che mi venivano alla mano i suoi caratteri, non è da sorprendersi se un'emozione indefinibile mi corse per le vene, e per qualche istante me ne rese impossibile la lettura.

Finalmente ho potuto scorrere la lettera da capo a fondo. La contessa, coi modi più garbati, mi chiedeva la mano di Giuseppina pel conte Saverio suo figlio.

Corsi dall'Agata e le dissi:

— Giuseppina mi ha dichiarato a Milano che il primo suo amore sarà anche l'ultimo. Tu vedi che non somiglia a me solo, essa ha le cattive qualità del babbo, e le buone della mamma. Vuoi renderla felice e uscire da ogni incertezza?... Ebbene; tu sai che il segreto per sciogliere lodevolmente il nodo di tutti gli amori si trova nel matrimonio. Se concedi tua figlia in isposa al conte Saverio di Montegaldo, tutto è finito per il meglio, nel migliore dei modi.

— È una bella scoperta, ma come se ne può fare l'applicazione?

— Rispondendo favorevolmente alla domanda della contessa Savina... — e così dicendo le porsi la lettera.

Mia moglie la lesse rapidamente, e ne rimase sbalordita... La prima impressione fu buona, essa non pensò che a sua figlia... poco dopo, pensando al resto, esclamò:

— Povere madri!... a quanta abnegazione siete costrette talvolta, per assicurare la felicità dei vostri figli!...

Tacque qualche istante, indi soggiunse:

— Daniele, rendimi giustizia, confessa che i miei presentimenti avevano ragione... io sentiva che quella finestra doveva rapirmi qualche cosa!... è meglio però che prenda mia figlia, e mi lasci il marito!... Almeno le nostre questioni saranno finite!

Ci voleva proprio il giudice conciliatore per terminarle, — io osservai; — è un originale venuto al mondo a bella posta per accomodare le differenze fra mogli e mariti.

Chiamata la Giuseppina, le abbiamo subito comunicata la nuova. Ci parve lieta, ma non sorpresa.

— Sei contenta, — le domandai, — se mandando alla contessa la nostra adesione, invitiamo lo sposo a sollecitare la sua venuta?

— Non occorre, — mi rispose, — perchè è qui da varii giorni.

— Poffare del mondo! — esclamai... — io non sono di questo secolo!

Il conte Saverio era infatti al villaggio, accomodato alla meno peggio all'osteria, aspettando la lettera di sua madre e il nostro consenso. Durante il giorno si teneva nascosto, riservandosi di confabulare colla sua bella al chiaro di luna, quando tutto il villaggio dormiva. Al segnale convenuto Giuseppina apriva pian piano le persiane della sua cameretta, e si affacciava alla finestra, Saverio era lì che l'aspettava, e passavano lunghe ore, egli in mezzo alla strada, ed essa al balcone, facendo la serenata colle armonie del cuore, e trovando sempre nuove variazioni sullo stesso motivo.

Dopo ricevuta la lettera della contessa, e udita la narrazione di mia figlia, andai io stesso a liberare Saverio dalla sua prigione, e gli apersi le porte di casa. Mia moglie e mia suocera lo accolsero come un figlio. Egli non ebbe parimente a lodarsi di Bitto, che lo ricevette come un ladro, abbaiando furiosamente, e minacciandolo se avesse osato avanzare. L'intervento della promessa sposa calmò i furori del cane, che anche questa volta dovette rassegnarsi alla volontà della sua amica; ma non lo fece però senza malcontento, continuando a ringhiare per qualche tempo sotto al tavolo, e guardando di cattivo occhio colui che ci veniva a rapire il tesoro più prezioso della casa.

Io mi ritirai per rispondere alla contessa Savina, che onorati altamente della sua domanda, ci eravamo affrettati di accogliere il conte Saverio come un figliuolo, lieti di affidargli la felicità di nostra figlia; e proseguivo con rispettose espressioni, che mi venivano suggerite dalla circostanza. Scrissi quattro pagine e mi recai a sottoporle al giudizio di mia moglie.

Leggendo attentamente la lettera, essa dimenava la testa in segno di disapprovazione, dicendomi: — Questa frase ha un doppio senso... questa è un'evidente allusione al passato... questa espressione è troppo sentimentale... l'altra è poco rispettosa. — Trovava altre frasi che non erano assolutamente necessarie, nè convenienti, nè del caso. Perciò, finite le amputazioni, non restavano che poche righe e la firma. Dovetti passare due ore con l'Agata, pesando tutte le parole, e credo che nessun diplomatico al mondo avrà ponderato un dispaccio che decideva dei destini d'una nazione con precauzioni maggiori di quelle che vennero usate da mia moglie per accettare una semplice domanda di matrimonio.

Pochi mesi dopo si celebrarono le nozze, e gli sposi partirono il giorno stesso per fare un viaggetto in Toscana.

Non racconto la storia del distacco per non rinnovarne il dolore. Agata ne fu ammalata parecchi giorni, e non poteva riaversi, e da quel momento incominciò a coltivare l'idea di abbandonare il villaggio, e di fissare la nostra dimora a Milano per vivere presso la figlia. Ma due gravi ostacoli si opponevano alla esecuzione di tal disegno: l'età avanzata di mia suocera, che non avrebbe abbandonato senza pericolo le vecchie abitudini, e un fondo persistente di gelosia, che la consigliava di tenermi sempre lontano dalla contessa Savina.

Sei mesi dopo il matrimonio gli sposi vennero a farci visita, e dieci mesi appresso l'Agata riceveva una lettera di Giuseppina che la pregava di recarsi a Milano per assistere al suo primo parto. Essendo la stagione del taglio dei boschi, mi era impossibile di abbandonare il paese; perciò mi limitai ad accompagnare mia moglie fino a Como, ove mio genero l'aspettava per condurla a Milano. Io ritornai in Valtellina e la settimana seguente ricevetti il lieto annunzio che nostra figlia aveva dato alla luce felicemente una bambina, e che la neonata e la puerpera godevano una perfetta salute. Mia moglie ritornò a casa pochi giorni dopo, e dandomi buone notizie della nuova famiglia, mi raccontò le cortesi accoglienze ricevute dalla contessa Savina, la quale, — aggiungeva mia moglie, — malgrado gli anni è sempre una bella donna! e così dicendo si mordeva il labbro inferiore e mi fissava con due occhi scintillanti, che indicavano chiaramente i sospetti della gelosia risvegliati alla vista d'una bellezza che, quantunque matura, non escludeva il pericolo. Oramai ero avvezzo alla sua cecità, e non tentavo nemmeno di guarirla, proponendomi il solo scopo di fuggire tutte le occasioni che potessero aggiungere esca a quel fuoco.

L'inverno successivo sarebbe passato tranquillamente, se una perdita dolorosa non fosse venuta ad amareggiarlo: il povero Bitto morì di vecchiaia. Da qualche tempo la paralisi delle gambe lo obbligava a non muoversi dal cuscino, e solo le nostre assidue cure lo tenevano in vita. Giunto agli estremi, fissò l'occhio affettuoso ne' suoi amici e spirò.

Avendo confessate francamente tutte le nostre debolezze, non vedo il motivo di nascondere le lagrime che abbiamo versate per la sua morte, nè di tacere della modesta ma decente sepoltura che gli abbiamo eretta in giardino, in memoria della sua fedele amicizia. Chi non è contento di ciò se ne dolga pure con quegli amici che ci abbandonano nella sventura, e con quegli uomini che non sanno meritare l'affetto che ispirano i cani.

I nostri figli vennero due volte in Valtellina, ma la loro bimba era rimasta a Milano colla sua balia. Io desiderava vivamente di vederla, tuttavia i soliti motivi d'affari e di prudenza mi vi tenevano lontano. La malferma salute di mia suocera impediva a mia moglie d'allontanarsi di casa, ed io non volevo andar solo a Milano, senza un motivo plausibile che giustificasse il mio viaggio. Non mi sentivo ancora abbastanza forte per affrontare un pericolo che mi esponeva a perdere per sempre la pace domestica, e a compromettere l'onore di due famiglie. I sospetti di mia moglie accrescevano la mia paura.

Ma l'occasione venne a tirarmi per i capelli, ed io ho dovuto ubbidire. Una lettera pressante d'affari mi chiamava a Milano; si trattava di salvare o di perdere un capitale importante, onde mia moglie stessa dovette spingermi alla partenza.

Apparecchiai in fretta la mia valigia, presi congedo da mia suocera inferma e mi avviavo verso la vettura che stava attendendo, quando mia moglie, accompagnandomi all'uscio, mi disse con un profondo sospiro:

— Finalmente potrai avvicinarti per la prima volta alla contessa Savina, guardarla negli occhi, udire la sua voce, stringere la sua mano!...

— M'immagino, — le risposi freddamente, — che non mi tratterai da briccone! Non vorrai dimenticare i nostri figli!...

— È così bella!... — essa mi rispose mostrandosi indifferente a ogni altra considerazione. — Infatti, — soggiunse, — va, che Dio ti benedica; a questo mondo nessuno può fuggire alla sorte che gli è riservata!... Io ti stimo abbastanza per pensare che, se cadi, la forza che ti spinge è irresistibile.... Va... e ritorna presto... che sia decisa una volta, se posso vivere in pace gli ultimi anni della vita... o se devo morire desolata!...

Era inutile di discutere. Le diedi un bacio sulla fronte, essa mi strinse la mano; e, allontanandomi, lessi nel suo sguardo ciò che non osava dirmi col labbro.

Partii amareggiato da così persistente ingiustizia, considerando fra me stesso l'infamia della gelosia, che espone l'accusato a compromettersi colle goffaggini che fa per salvarsi, che spinge insensibilmente l'innocente verso la colpa, la quale gli procura dei benefizi che non peggiorano la sua condizione, ed anzi la rendono più sopportabile, perchè le giuste accuse riescono sempre meno dolorose delle false.

Giunsi a Milano a notte avanzata, triste e pensieroso, tanto mi crucciava trovarmi costretto all'intimità della contessa Savina. Ma questa volta non potevo fuggire.

La Veronica, che mi aspettava, m'aveva apparecchiata la mia cameretta ed allestita la cena; mi sentivo stanco, era troppo tardi per recarmi in casa Brisnago; andai dunque subito a letto, rimettendo la visita all'indomani. Ho dormito inquieto, agitato, con sogni paurosi; m'alzai al mattino colla testa pesante, e le idee confuse.

Apersi la finestra quando le imposte del palazzo Brisnago erano ancora chiuse, e mi sedetti davanti al tavolino per prendere varie note intorno ai miei affari. Ma quella benedetta camera era così pregna di memorie giovanili, che mi faceva dimenticare il presente, respingendo tutti i miei pensieri al passato.

La mia mente era ritornata, mio malgrado, ai bei giorni della gioventù, ai primi sogni d'amore, quando entrò la Veronica, dicendomi che aveva già fatto annunziare il mio arrivo in casa Brisnago. Mi versò nella tazza il caffè che aveva apportato, e mentre io lo andavo sorseggiando col pensiero sempre fisso al passato, essa guardava fuori dalla fatale finestra. Tutto d'un tratto vedo che si volta rapidamente e mi dice:

— Venite... presto... la contessa Savina vi manda un bacio!...

Mi è caduta la tazza dalle mani, le forze mi mancarono per alzarmi.

— Mio Dio!... che cosa avete?... — mi chiese ansiosamente la Veronica.

— Lasciatemi tranquillo... è un'indisposizione che passerà subito... — il cuore mi batteva, la testa mi girava, vedevo tutto buio....

Veronica mi offriva dell'acqua... io la respinsi.

— Non è nulla! — balbettai... — incomincio a rimettermi... — e poco dopo mi alzai macchinalmente.

— Venite... venite dunque, — mi ripeteva la Veronica.

Avanzai barcollando, e senza sapere ove andassi, mi affacciai alla finestra. Oh quale spettacolo!... una vezzosa bimba, portata sulle braccia d'una contadina brianzola, mi mandava un bacio.

Era il primo bacio della contessa Savina... a suo nonno.

Assorto ne' pensieri remoti, io aveva completamente dimenticato che la mia piccola nipote portava il nome... della nonna.

Così il debito della contessa Savina di Brisnago veniva pagato dalla contessa Savina di Montegaldo, discendente diretta della prima, erede legittima e responsabile della sostanza attiva e passiva degli avi.

Liquidata in tal modo la partita pendente, scomparvero le allucinazioni che mi avevano lungamente molestato. La luce serena del vero, illuminando il numeroso corteggio degli anni che mi trascinavano alla vecchiaia, e l'ilare aspetto dell'innocenza che apriva la serie de' miei discendenti ristabilirono pienamente nel mio spirito la calma serenità della ragione.

Tirata una linea di demarcazione sui conti arretrati, ho potuto presentarmi in casa Brisnago col solo titolo di parente, e in conseguenza con puri e santi affetti nell'animo.

Mia figlia e mio genero si gettarono fra le mie braccia colla loro bimba, e quando entrò nella stanza la contessa Savina, ci siamo stretti la mano in mezzo alla nostra famiglia, come dovevano stringersela due nonni....


XXV.

Sono passati molti anni da quel giorno. Poco dopo morì la mia buona suocera in Valtellina: noi abbiamo appigionate le terre, e siamo venuti a prendere stabile dimora a Milano, nella casa ereditata dallo zio canonico dirimpetto ai nostri figli e nipoti, la serie dei quali si è arricchita di due maschi, Azzone e Daniele, e dell'ultima bambina, che si chiama Agata.

La povera nonna Savina è mancata ai vivi nel mese decorso.

Incaricato da mio genero di ricercare un documento di famiglia in un armadio di sua madre, che egli non osava dischiudere per non inasprire la ferita troppo recente, io andavo rovistando con mano tremante le carte della defunta, quando mi capitò sotto gli occhi un involto legato da un nastro nero.

Avendolo aperto, cadde sul tavolo il mazzetto di mammole ed eliotropii colla rosa nel mezzo, che io le aveva gettato dalla finestra nella mia gioventù.

Diseccato dagli anni, non aveva ancora perduto ogni profumo. Lo tenni lungamente fra le mani piangendo. Era il mio ultimo tributo al passato.

Un mazzetto di fiori secchi, bagnati di lagrime... ecco quanto restava d'un primo amore!...

Però quel mazzetto, reliquia insignificante ai profani, era per il mio cuore pieno di eloquenti e supreme rivelazioni.... In esso io leggeva la seconda parte del romanzo della mia vita... la più interessante, ma che resterà inedita per sempre... Essa non mi appartiene, è il segreto d'un nobile cuore coperto da un drappo funebre.... Io non ho nè la potenza di far rivivere quel cuore, nè il diritto di profanare un morto con postume inquisizioni.

Ho narrato la sola parte che mi riguarda nell'interesse de' miei nipoti.

Leggendo un giorno il racconto del nonno potranno forse sfuggire a quei sottili prestigi che affascinano l'incauta gioventù con allucinazioni che sembrano inoffensive, ma che talvolta esercitano una fatale influenza su tutta la vita.

Voglia il cielo preservare i miei cari dal benchè minimo pericolo, rendendoli modesti e prudenti in gioventù, e sempre virtuosi, assennati e felici, fra le cure operose del loro stato e nella pace della vita domestica.

Villa Saltore, 25 maggio 1874.

FINE.