The Project Gutenberg eBook of Il bacio della contessa Savina
Title: Il bacio della contessa Savina
Author: Antonio Caccianiga
Release date: January 25, 2011 [eBook #35065]
Language: Italian
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IL BACIO
DELLA
CONTESSA SAVINA
ROMANZO
DI
ANTONIO CACCIANIGA
Quarta Edizione
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1888.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Fratelli Treves.
IL BACIO DELLA CONTESSA SAVINA
I.
Il romanzo della mia vita incomincia quando io avea diciott'anni, e passavo gran parte del giorno al balcone, in casa di mio zio canonico. Allora la contessa Savina di Brisnago aveva sedici anni, e ricamava, seduta presso al balcone dirimpetto del mio. Era una bella giovanetta, aveva un profilo dolcissimo, un nasino provocante, una bocca soave, capelli neri rilevati sulla fronte, occhi bruni, divini. Mi pareva un angelo sceso dal cielo, tanto i suoi movimenti erano leggiadri e maestosi. Io non mi saziava mai di contemplarla, ella di tratto in tratto alzava la testa dal lavoro, si passava una mano sulla fronte, si lisciava i capelli, poi con aria distratta guardava il cielo, le case di fronte e le tendine della finestra. Il suo sguardo percorrendo questa linea attraversava naturalmente il mio balcone, e quantunque passasse come un lampo, pure mi gettava lo scompiglio nell'animo. Non saprei spiegare l'arcana attrattiva, che come un filo invisibile mi legava a quella fanciulla, tenendomi immobile per delle ore.
Veronica, entrando nella mia stanza come una valanga, rompeva sovente quel fascino annunziandomi il pranzo. Allora io scendeva e andava a collocarmi a mensa dirimpetto dello zio, che mangiava con grande appetito, mentre io inghiottiva ogni cibo con ripugnanza. Egli mi interrogava sui miei studi, mi parlava di pedagogia, di metodica, d'aritmetica; io rispondeva sbadatamente, pensando a quella finestra. Finito il pranzo, mio zio si ritirava a fare il suo chilo, ed io ritornava alle mie estatiche contemplazioni. In casa Brisnago pranzavano molto più tardi di noi, e talvolta prima del pranzo andavano a fare un giro pel corso. Allora ella si alzava da sedere, dava un'occhiata fuori della finestra, guardava alla sfuggita la nostra casa, ed io sentiva il dardo fatale entrarmi nel cuore e lacerarlo. Essa scompariva, e qualche tempo dopo lo scalpito dei cavalli e il rumore della carrozza mi avvertivano della partenza.
Allora io prendeva il mio cappello, e me ne andava girovagando per le vie di Milano sulle traccie della mia stella. La trovavo quasi sempre sui bastioni, i nostri sguardi si scontravano rapidamente ed io rimaneva come sbalordito a contemplare quel cocchio che correva portando con sè qualche cosa di me stesso; tanto è vero che imbattendomi per via in taluno de' miei amici che si arrestava a parlarmi, io faceva la figura di un imbecille, e mi restava appena appena tanta intelligenza da accorgermene.
Mio zio canonico non s'avvedeva di nulla; rinchiuso nella sua sfera d'azione, egli compieva le sue evoluzioni quotidiane con esattezza inappuntabile. La messa e la colazione, le sacre funzioni ed il pranzo, il breviario e il passeggio, il chilo ed il sonno si succedevano per lui con tale regolarità, che i nostri vicini se ne servivano per regolare gli orologi, e dicevano: — il canonico Carletti va a dir messa: sono le otto; il canonico va a cantar vespro: sono le due. La nostra vita rassomigliava perfettamente ad un cronometro; Veronica era la seconda ruota, come io era lo scapamento che riceve l'impulso, e tutto si muoveva per addentellato del motore principale, ossia del padrone di casa.
Mio zio metteva la felicità nella precisione dei movimenti, e ciò appunto formava la mia desolazione, sentendo il bisogno di muovermi secondo i variabili impulsi della mia natura. Ma bisognava rassegnarsi a trascinare la catena che mi veniva imposta dal mio benefattore, perchè io non era che un povero orfano. Privo delle carezze dei genitori, in tenera età, mio zio ricoverandomi in casa sua mi salvava dalla miseria; io non aveva ereditato che una piccola medaglia di bronzo che mia madre teneva al collo per divozione, e che dopo la sua morte venne appesa al mio letto, come talismano dell'infanzia. La mia sommessione era dunque un dovere e in pari tempo una necessità, che per mezzo dell'educazione mi apparecchiava l'indipendenza per l'avvenire.
Ma io mi risarciva della schiavitù personale colla libertà dello spirito. Sdraiato sul canapè della mia cameretta accendeva uno sigaro e mi metteva in viaggio. La mia fantasia usciva dalla finestra sulle spire del fumo, e volava per l'ampio orizzonte con la rapidità del pensiero. Se potessi rammentarmi quelle peregrinazioni meravigliose, scriverei un bel volume. Mio zio mi destinava all'istruzione, io accettava il suo piano come un mezzo d'emanciparmi, ma mi pareva di sentire in me stesso una voce che mi chiamasse a più alti destini. Quel sentimento d'amore che mi agitava l'anima aveva acceso nella mia mente una scintilla che mi svelava un nuovo mondo; i miei pensieri si elevavano ad un'altezza sublime che, rivelata con l'arte, avrebbe destato la meraviglia universale. L'amore mi additava il cammino della gloria e della fortuna. Avevo incominciato una tragedia, il Lucchino Visconti, ove tentava rivelare gli arcani d'un'anima innamorata e mi pareva che la comparsa del mio lavoro avrebbe introdotto una riforma radicale del teatro italiano. E mi sembrava già di vedere il pubblico, esaltato dall'entusiasmo, portarmi a casa in trionfo.
All'indomani dovevano naturalmente piovermi addosso gl'inviti, le onorificenze e il denaro; ad ogni produzione l'oro invadeva il mio scrittoio. Una nuova poesia era comparsa alla luce col corteggio della ricchezza; il poeta tradizionale lacero, tapino e ridicolo cedeva il passo al principe delle lettere, del quale tutti ambivano i favori. Egli dava vita alle sue stupende creazioni in una splendida dimora, fra i bronzi, i marmi, le pitture, e il lusso d'un palazzo incantato.
Con tali presagi nell'animo mi affacciavo alla finestra; gli occhi della mia musa si alzavano, e un fluido celeste mi avvolgeva, come in un nimbo di gloria. Niente mi pareva impossibile nella vita: io sentiva una fiamma che mi rendea onnipotente.
Un giorno fra gli altri me ne stavo assorto in una di queste estasi eteree, quando la Veronica entrò nella stanza.
— Daniele, — essa mi disse, — avete pensato che s'avvicina l'inverno, che il freddo incalza, che avete il pastrano sdruscito, gli stivali sgualciti, i calzoni rattoppati?
— Veronica, — io risposi gravemente, battendomi sul petto, — io tengo qua dentro dei tesori che possono procurarmi tutti gli agi della vita....
Essa mi guardava con tanto d'occhi spalancati credendo che alludessi al mio portafogli, poi mi domandò ansiosamente:
— Avete dunque molto denaro in saccoccia?
— Io?... non ho che cinquanta centesimi....
— Ma dunque di che tesori mi parlate?
— Vi parlo dei sentimenti del cuore che ispirano la mia mente... e la rendono capace di produrre quelle opere che attirano l'ammirazione degli uomini, e arricchiscono gli autori. Sono sicuro dell'avvenire!
— Tanto meglio.... ma l'avvenire è in mano di Dio.... invece i vostri vestiti li tengo nelle mie mani ogni giorno, ne conosco tutti i sdruciti e le mende, e vedo la necessità che il sartore ve ne faccia di nuovi. Monsignore vi vuol bene, ma i canonici non possono conoscere tutti i bisogni della gioventù. Tocca a voi domandare quanto vi manca.... Su via, volete che gliene parli io?...
— Cara Veronica.... come siete buona!... avete sostituita mia madre sulla terra.... che il cielo vi benedica mille volte.
E pensando alla mia miseria e all'ottimo cuore di quella donna, io piangeva come un fanciullo. Allora essa mi calmava chiamandomi matto, smemorato, fantastico, epiteti coi quali soleva generalmente esprimermi la sua affezione. Poi correva ad enumerare i miei bisogni allo zio, ed il buon vecchio mi apriva la borsa. Io mi limitava al necessario ed egli, dopo pagate le spese, si lodava della mia discrezione e modestia.
Così, io passava la vita tranquilla alla superficie, burrascosa nel fondo. Quell'inverno mi fuggì rapidamente; meno qualche ora di scuola e di passeggio, io viveva in casa, ritirato nella mia cameretta, ma col cervello sempre in viaggio. Una finestra e dei libri mi davano maggiori occupazioni, gioie, ansie, affanni, peripezie che non ne provassero i viaggiatori più arditi che investigavano le sorgenti del Nilo o l'interno dell'Africa. Difatti la prospettiva di quella finestra ove stava seduta la contessa Savina corrispondeva per me ai più stupendi panorami del globo, e la mia fantasia percorreva le ridenti regioni dei sogni, più vaghi di qualunque altro paese. E se i viaggiatori avevano a temere i selvaggi e le fiere, io pure aveva da paventare i potenti rivali che circondavano il mio idolo. Essa frequentava le conversazioni, i balli, i teatri, ed io non poteva seguirla che col pensiero; e l'accesa immaginazione la vedeva corteggiata da giovinotti suoi pari nei salotti eleganti, nel palchetto del teatro, o trasportata nelle loro braccia nei vortici delle danze, fra i doppieri ardenti, il profumo dei fiori, e l'ebbrezza d'una musica affascinante.
Quando alla sera io udiva dalla mia cameretta il rumore della carrozza che la conduceva ai piaceri del mondo, mi sentiva il raccapriccio come un uomo assalito dalla febbre. Quante notti insonni ho passate a raggirarmi nel letto, quanti strani progetti ho concepiti colla fantasia malata, rammentandomi il pugnale d'Otello, e di tutti gli amanti che vendicarono gli oltraggi ricevuti dalle donne adorate! La sola diversione, l'unico conforto dei miei affanni era lo studio assiduo ed intenso.
La libreria dello zio non mi forniva che i classici, ma un professore che mi voleva bene mi somministrava un'ampia messe di produzioni moderne. Io mi perdeva nelle meditazioni, e passava le lunghe sere del verno avvolto in un vecchio tabarro del Canonico, a leggere ed annotare i più celebrati lavori dello spirito umano: e quando la divina fanciulla, reduce dalle feste del gran mondo, dopo la mezzanotte, saliva alla sua stanza signorile nel palazzo Brisnago, essa poteva vedere il pallido lumicino dello studente che vegliava agghiacciato, per arricchire la mente di quelle cognizioni che innalzano l'uomo sapiente al disopra dei nobili, dei ricchi e degli eletti della fortuna.
Mi coricavo assai tardi affranto dalla fatica, intirizzito dal freddo, oppresso da pensieri dolorosi e da atroci sospetti, ma all'indomani uno sguardo di quegli occhi rasserenava il mio spirito, e scacciava le ombre dei cupi pensieri, come il sole che sorge scaccia le tenebre e ridona alla terra lo splendore e la vita.
Tuttavia un dubbio funesto veniva sovente nella solitudine a colpirmi con dolorosi tormenti. Quella fanciulla che con uno sguardo accendeva nel mio cuore una fiamma celeste, che esaltava il mio spirito con ispirazioni sublimi, che mi parlava con l'arcano linguaggio degli occhi, sentiva essa all'unisono colla mia anima, riceveva essa da me le stesse impressioni?... O m'ingannavo nel tradurre il sanscrito del cuore e i geroglifici della passione?... Tale sospetto mi gettava nello sgomento, e mutava i rosei sogni della mia fantasia negli abissi della più cupa disperazione. Allora attendeva ansiosamente la ricomparsa di lei, per rileggere con raddoppiata attenzione in quegli occhi misteriosi, eppur tanto fatali. E immobile al balcone contava le ore che passavano lentamente, fino a che un lieve agitarsi di seriche tende annunziava la presenza della mia sfinge!
Oh Dio, quali momenti!... Essa guardava altrove, arrestava il suo sguardo sulla via, il mio cuore batteva tanto forte da rompermi il petto, se non lo avessi compresso colla mano, il dubbio terribile stava per diventare certezza, mi sentivo venir meno, e se fosse partita senza alzare lo sguardo, forse mi avrebbero trovato morto al mio posto. Ma essa volgeva la testa tranquillamente a diritta ed a manca, e a poco a poco mi passava davanti col suo sguardo profondo, rapido ma penetrante, che m'immergeva in un'estasi di amore e di delizie. Ah sì!... quello sguardo era una espressione viva e sincera dell'anima, un'espressione che non aveva parole corrispondenti nell'umano linguaggio, era assai più soave d'un profumo, più armonioso d'una melodia, era un fluido supremo che m'invadeva, indefinito, indefinibile, sottile, impalpabile, ma positivo come la luce e l'elettrico.
Quello sguardo mi rassicurava pienamente con effetto istantaneo, ma poi a poco a poco, a cagione di nuove reazioni, quella persuasione scemava colle ore che passavano, col sole che tramontava, col buio della notte che mette in dubbio ogni cosa. All'indomani nuova prova e nuovo trionfo, indi nuove lotte fra la speranza e la ragione, fra la fede ed il dubbio.
Tali burrasche mi condussero alla primavera. Alla primavera ogni semente germoglia, sboccia ogni gemma, ogni pianta fiorisce, ogni cuore si espande. Una corrente invisibile attraversa la vita, l'agita, la suscita, la rinnova. Io mi sentiva scorrere il sangue per le vene con ardore inusitato. Le lotte interne del mio animo indicavano il bisogno d'una prova decisiva. Ma quale prova? un abboccamento era impossibile, un viglietto era pericoloso. Il ridicolo, la volgarità m'incutevano una ripugnanza insormontabile. Il mutuo linguaggio degli occhi esigeva una spiegazione discreta, corrispondente al mistero usato fino allora, senza imprudenze, nè audacie le quali rompessero la catena che legava segretamente due anime in celeste armonia.
Ma una prova io la sentiva necessaria, inevitabile. Da essa doveva dipendere l'avvenire, cioè la vita o la morte.
Pensai per molti giorni al modo più opportuno, e lo fissai d'accordo ai miei sogni orientali. Il linguaggio dei fiori m'offriva un mezzo analogo a quello degli occhi, ma più positivo e sicuro per interrogare l'oracolo. Io vedeva ogni giorno che la contessa Savina passeggiava per qualche istante nel giardino che fiancheggiava il suo palazzo e la strada. Mi decisi di procurarmi alcuni fiori, di farne un mazzetto, e di gettarlo ai suoi piedi, attendendo la mia sorte dal suo contegno. Se non mi amava, sarebbe passata oltre con disprezzo, e forse con isdegno, se mi amava avrebbe raccolto i miei fiori. Con tale determinazione mi recai da un giardiniere ed acquistai delle violette mammole e dell'eliotropio.
Il mazzetto voleva dire: — modestia, vi amo con ebbrezza. Avrebbe essa inteso o indovinato il mio pensiero? era dubbio; ma in ogni caso i miei fiori avevano un significato evidente, e ciò bastava per darmi la prova del suo aggradimento o del suo disprezzo.
Me ne tornavo a casa deciso di tentare la sorte, quando la Veronica mi venne incontro sulle scale annunziandomi che mio zio s'era messo a letto colla febbre. Deposi il mazzolino di fiori nella mia stanza, e corsi pel medico che condussi subito dal malato.
Il dottore lo conosceva da molti anni, lo esaminò attentamente, e toccandogli il polso lo interrogò. Mio zio accusava una prostrazione di forze generale, e molte sofferenze nervose.
— Monsignore ha forse ottemperato con troppo rigore ai digiuni quaresimali?
Veronica dietro le tendine del letto dimenava la testa in segno negativo.
Mio zio rispose che non potendo alterare le sue abitudini senza danno della salute, s'era sempre cibato col solito sistema.
— Ma pure, — insinuava il dottore, — deve essere avvenuta qualche infrazione al metodo regolare di vita.
— Sicuro, — rispose Veronica, — dopo cambiato l'orario del coro, Monsignore non è stato più bene.
— È verissimo, — soggiunse il malato, trovandosi cambiata l'ora del vespro, ho dovuto alterare di conformità l'ora della messa, della colazione, del passeggio e del pranzo. Il ritardo del vespero ha perturbato l'ordine della mia vita e delle mie funzioni.
— Ecco, ecco, — soggiunse il medico, — ecco scoperta la causa. Ripareremo facilmente allo sconcerto, ma bisogna assolutamente che Monsignore si decida a modificare il suo sistema di vita. Non va bene rendersi troppo schiavi delle proprie abitudini, perchè ad ogni fortuita alterazione s'arrischia di cadere malati. Monsignore ha bisogno d'esercizio all'aperto, all'aria ossigenata dei monti.
Scrisse la ricetta, poi continuò:
— Mi pare che Monsignore posseda un poderetto in Valtellina?
— Oh, — rispose mio zio, — una casetta e pochi campi.
— Benissimo. Nella prossima estate bisogna visitare la casetta e andare ai bagni di Bormio.
— Sono tanti anni che non mi muovo da Milano....
— E appunto per questo bisogna rompere le abitudini troppo regolari, per ristabilire le forze. Monsignore non è vecchio, ma la vita sedentaria rende flosci, e ci apparecchia una vecchiaia precoce e piena di sofferenze. Monsignore vada ogni anno a prendere i bagni, si muova, respiri l'aria pura dei monti....
— Vedremo, vedremo, — rispondeva mio zio.
Il dottore avendo date le sue istruzioni alla Veronica, raccomandò al malato la quiete, e partì, ma le sue idee avevano sconvolto la casa. Mio zio al solo pensiero d'un viaggio provò una recrudescenza di tutte le sue sofferenze, ed alla sera si sentì raddoppiata la febbre.
La Veronica non poteva darsene pace:
— Benedetti dottori! — esclamava, — essi trovano tutto facile, ordinano colla stessa indifferenza un decotto di camomilla e l'amputazione d'una gamba. Bisogna non conoscere il padrone per imporgli un viaggio in Valtellina. Misericordia!...
Basti il dire che riceve le visite di riguardo tenendo l'occhio fisso sul pendolo, e quando la lancetta dei minuti indica il momento preciso destinato ad altre occupazioni, si alza, con un pretesto rompe il colloquio più interessante, ed obbliga i visitatori ad andarsene.
Un giorno mi raccontò che avendo incontrato l'Arcivescovo, e questi avendolo invitato a seguirlo per intrattenerlo d'un affare importante, sul più bello del discorso lo abbandonò in mezzo alla strada con una scusa, avendo udito suonare l'ora del pranzo.
Se trova sul piatto il tovagliuolo piegato in bislungo invece che in quadro, tale disordine gli fa perdere l'appetito. Se alla sera quando va a letto vede la boccia dell'acqua davanti i fiammiferi, mi fa una scena del diavolo enumerando tutti gli inconvenienti ai quali lo espongo, caso mai avesse bisogno di accendere il lume nella notte. Immaginarsi d'esporre un tal uomo ai ritardi delle diligenze e dei battelli del lago, è cosa da farlo morire!... —
Io cercavo di consolarla alla meglio, ma invano.
Il giorno seguente il medico trovò il malato più tranquillo, scrisse un'altra ricetta, ordinò dieta più sostanziosa, e due dita di vino vecchio... poi soggiunse:
— Monsignore si troverà bene dopo i bagni di Bormio e il suo viaggio nelle montagne....
Veronica alzava gli occhi al cielo e dimenava la testa.
Per buona fortuna il malato non tardò molto a ristabilirsi ed a riprendere le sue abitudini.
Ma intanto, occupato nell'assistenza di mio zio, non ebbi il tempo di fare la progettata esperienza e i miei fiori appassirono. Poveri fiori!... ho passato una sera a contemplarli come un triste presagio. Essi mi presentavano l'immagine della gioventù che passa, mentre la mia stella brillava forse in qualche festa spargendo dintorno la luce e il profumo della sua bellezza! Mi affacciai alla finestra odorando distrattamente il mio mazzetto avvizzito. Essa comparve improvvisamente, e mi sembrò di scorgere nel suo rapido sguardo un leggiero indizio di sorpresa, dissimulato ben tosto, ma non abbastanza prontamente da non lasciarmi indovinare dal cipiglio severo un senso di malcontento, che interpretai come un effetto di gelosia. Come era bella con quel cipiglio che pareva dirmi: — chi vi diede quei fiori?... In quell'istante passava per la via uno spazzino, io gettai con destrezza il mazzetto di fiori nella sua carriola; essa vide il mio atto, i suoi lineamenti mutarono espressione, sorrise a fior di labbra, mi guardò con soddisfazione e scomparve.
Io aveva letto sul suo volto una nuova prova d'amore. Leggiero come l'uomo felice, volai per le scale, e accorsi al negozio di fiori. Mi feci approntare un nuovo mazzetto più bello del primo. Si componeva d'una rosa nel centro, circondata da violette mammole ed eliotropi. Quei fiori esalavano un profumo soave, e dicevano chiaramente: bellezza e modestia, vi amo con ebbrezza. Ritornato a casa, aspettai la solita ora nella quale vedevo la contessa Savina passeggiare in giardino. Intanto io deponeva un bacio sopra i miei fiori e invidiando la loro sorte, insegnavo loro che cosa dovessero dire se ella si fosse degnata di raccoglierli; e parlavo a quegli esseri delicati come si farebbe con dei fanciulli, incaricandoli d'una commissione importante. E pensavo al destino della vita, alla bontà della natura che metteva in mia mano quei simboli dell'anima innamorata, affinchè fossero gli interpreti del mio affetto giovanile, coi loro vaghi colori, e gli olezzi penetranti, sotto gli occhi di una leggiadra fanciulla!
Finalmente sonavano le due ore dopo il mezzodì quando dalla mia finestra la vidi entrare in giardino come un'apparizione celeste.
Era una splendida giornata di maggio, e pareva che ne aspirasse con voluttà l'aria oscillante e pregna d'atomi fecondi di vita.
Contemplò le piante con ammirazione, innalzò al cielo uno sguardo sereno, poi rivolgendo gli occhi, mi vide alla finestra coi fiori.
S'era arrestata un istante, allungando il braccio per ispiccare un ramoscello, quando il mio mazzetto cadde a' suoi piedi.... Ebbe un leggiero sussulto come di paura, lo vide, rimase alquanto perplessa.... mentre io sentiva la mia vita sospesa. Poi abbassandosi lentamente lo raccolse, l'odorò, se lo pose in seno, alzò il capo lanciandomi uno sguardo ineffabile.... ed io non vidi più nulla.
Una nube mi oscurò la vista, e caddi nella stanza come privo di sensi.
Dopo qualche istante ritornai alla finestra, ma essa era partita.
II.
Erano passati alcuni giorni da quell'istante che mi rendeva felice, quando incominciai a scorgere una insolita mestizia sul volto della contessa Savina.
Oh come avrei voluto interrogarla, conoscere il motivo del suo turbamento, e consolarla. Impossibile!...
Io leggeva bene ne' suoi sguardi un'espressione d'affanno, ma come decifrarne la causa? Una sera pareva che non potesse staccarsi dalla finestra; il suo sguardo melanconico non prendeva più le precauzioni del solito giro per giungere a me, ma mi colpiva direttamente, e durava a lungo, languido e doloroso. Finalmente l'oscurità succedendo al crepuscolo, gli oggetti apparivano indistinti, io non distingueva più i suoi lineamenti, e solo discerneva la sua graziosa persona, flessibile come il gambo d'un fiore, appoggiata alla finestra; e mi parve di scorgere che mettesse una mano sugli occhi, e un'altra mano sul cuore.... e poco dopo scomparve.
All'indomani tutte le imposte del palazzo erano chiuse, essa era partita. Partita da Milano!... e le carrozze continuavano a circolare nelle vie, la gente andava e veniva come al solito, tutti i negozi erano aperti, il sole brillava sulle aguglie del duomo.... eppure Milano mi pareva morta, le strade squallide, il cielo buio, la folla un assembramento di fantasmi. Mi sembrava impossibile che la vita potesse ancora durare in quel vuoto, mi pareva che le anime dei miei concittadini fossero uscite dalla città, e che i corpi continuassero materialmente il loro giro automatico in un mondo spento. Entro di me era uno sbalordimento, una malattia dell'anima, dalla quale s'era staccata una parte, e la migliore. Vagai tutto il giorno per le vie come un insensato, urtando i passanti, guardando macchinalmente le carrozze, ove mi pareva che sedessero donne di legno cogli occhi di vetro.
Gli organetti mi mettevano in fuga, la musica mi batteva nella testa come un martello, gli uomini che ridevano mi parevano matti, e mi facevano paura.
Mi trascinai a casa per l'ora del pranzo, pensando che un ritardo avrebbe potuto far ricadere malato mio zio, e mi misi a tavola senza poter inghiottire un boccone. Alle sue interrogazioni risposi confusamente accusando un dolore di capo.
Dopo pranzo la Veronica venne a raccontarci come la cosa più naturale del mondo, che i nostri vicini erano partiti per la campagna. I conti di Brisnago lasciavano Milano ogni primavera, e non ritornavano che alla fine d'autunno. Io non ne sapeva nulla. Avevo veduto la Savina per la prima volta nel passato novembre, e avanti quell'epoca ignoravo perfino chi abitasse il palazzo, e non mi accorgevo se fosse chiuso od aperto. Dopo di averla veduta, non vidi altro che lei sola in tutto Milano, e dentro il mio cuore. Non mi ero mai interessato di conoscere la sua famiglia, il padre, la madre, i parenti. Vedevo bene una signora attempata al suo fianco, nel salotto o in carrozza, ma la vedevo come un'ombra, senza arrestarvi sopra nè l'occhio, nè il pensiero.
Le notizie di Veronica mi sbalordivano, come qualche cosa di straordinario, tanto mi pareva impossibile che Savina fosse una donna come le altre.
Alla sera nel mio letto, pensando ai lunghi mesi che avrei dovuto passare nella solitudine, inondai il mio guanciale di lagrime, e durai alcuni giorni trasognato e ingrugnito.
La partenza di mio zio fu il primo diversivo che venne a mettermi nuovamente in comunicazione colle cose volgari della vita. Malgrado l'opposizione insistente di Veronica, il dottore aveva perseverato nella sua opinione, dimostrando la necessità di mandare mio zio ai bagni di Bormio. Essendo molti anni che non visitava la sua casetta in Valtellina, appigionata a un vecchio maestro di scuola, mio zio contava arrestarsi due giorni dal parroco del villaggio di X**, e poi di passare al paese dei bagni.
I preparativi della partenza furono lunghi e laboriosi. Da un mese non si parlava d'altro, mio zio prendeva continue informazioni sulle ore della partenza e dell'arrivo delle vetture, e sulle fermate, i prezzi dei posti, le coincidenze dei battelli sul lago, sul viaggio da Colico a Bormio, sui locali, e il regime dei bagni e le analisi chimiche delle acque. Poi enumerava i beneficii, gl'inconvenienti, i pericoli, i disagi della cura ordinata, le speranze che dovevano sostenerlo all'impresa. Veronica apparecchiava i sacchi da notte con tutte le precauzioni immaginabili, mettendo in ordine i tabarri di varie gradazioni, e tutti gli accessorii occorrenti, le pastiglie per la tosse e la magnesia calcinata, il tabacco da naso e i fiammiferi. Si prendevano note per non dimenticare gli oggetti indispensabili, per ricordarsi le minime precauzioni, per seguire a puntino le raccomandazioni del medico.
La diligenza per Como partiva alle dieci, e al giorno fissato mio zio mi fece svegliare col lume, prima del levare del sole, per tema di trovarsi in ritardo avendo mille commissioni da darmi. Abbiamo lasciata la casa un'ora prima della partenza; preceduti da un facchino che portava il bagaglio e l'ombrello, e seguiti fino alla porta dalla Veronica, che piangeva raccomandando a Monsignore di guardarsi dalle correnti d'aria, dai cibi pesanti, dal freddo e dal caldo, chiedendogli se avesse in saccoccia la scatola, gli occhiali, il portafogli, i guanti di lana, pregandolo di scriverci subito appena giunto.
Egli voleva fare il disinvolto, ma si vedeva dalla sua fisonomia che sentiva tutta la gravità dell'impresa. Voleva rassicurarci, ed era più agitato di noi e camminava rammentandoci le sue commissioni, la lettera al Cancelliere arcivescovile, il libro a Monsignor Decano, un piccolo pagamento, una mancia, i saluti all'abate X** e a sua sorella.
Finalmente quando piacque a Dio si giunse all'ufficio della diligenza. Colà mille domande calorose agli impiegati che rispondevano freddamente, senza nemmeno alzare la testa dai loro registri. Raccomandazioni iterate ai facchini sul collocamento del bagaglio, che gettavano sulla carrozza col capo ingiù e con tale sguaiataggine da far raccapricciare la Veronica se li avesse veduti. Quando i viaggiatori salirono in carrozza, mio zio mi diede due grossi baci sulle gote, io gli raccomandai di aver cura della sua salute e rimasi fermo sulla via, rispondendo a' suoi saluti, ed ai suoi cenni fino a che la vettura scomparve. Allora mi avvidi che volevo bene a quel povero vecchio, sentendo come un groppo che mi strozzava la gola. Talvolta io lo trovava noioso, ed anche ridicolo; ma tali passeggiere impressioni non mi rendevano ingrato verso colui che mi aveva raccolto come un figliuolo, e mi colmava di benefizi. La vita comune ci avvezza all'affetto, ma le separazioni lo rivelano. Ritornando sui miei passi io faceva caldi voti per la sua salute, e pregava il cielo di rimeritarlo del bene che mi aveva prodigato.
La casa mi parve deserta senza di lui, e la Veronica ed io non eravamo i soli a provare quel vuoto prodotto dall'assenza; anche il suo gatto prediletto lo andava cercando per le stanze, miagolando con affannosa insistenza. Povera bestia! io che prima non lo guardava nemmeno, sentivo il bisogno di carezzarlo, e di dargli qualche bocconcino in ricompensa dell'affezione che dimostrava pel suo buon padrone.
Oh! la vita è tutta un intreccio d'affezioni e di distacchi, di legami e di lacerazioni, di conquiste e di sconfitte, e il cuore invecchia, come il veterano che ha perduto le gambe sui campi di battaglia.
Ho passato l'estate studiando ed apparecchiandomi agli ultimi esami, che ebbi la fortuna di compiere felicemente procurandomi la soddisfazione di annunziare con una lettera a mio zio, che avevo ottenuta la patente di maestro, con attestati di lode.
Finite le occupazioni scolastiche, ripresi con grande alacrità la mia tragedia, per dare qualche sfogo alla passione che mi esaltava.
L'espressione d'un amore represso mi faceva sgorgare dei versi ispirati, e quantunque il palazzo Brisnago fosse sempre chiuso, la divina mia musa mi appariva come in celeste visione; la lontananza aveva idealizzato il mio amore, io la vedeva coll'immaginazione, circondata da un'aureola di luce, mandarmi un pensiero, che attraversando rapidamente lo spazio giungeva nella mia cameretta come un raggio vivificante.
Un giorno divagavo la mente in quel modo fantastico che sorrideva alla mia solitudine come un preludio di gloria e d'amore, quando la Veronica, spalancata violentemente la porta, mi annunziò il ritorno dello zio, correndo precipitosamente giù dalla scala per incontrarlo. Scosso dall'ebbrezza de' miei pensieri, come un uomo destato improvvisamente dal sonno, gli corsi incontro barcollando. Egli si gettò nelle mie braccia e mi strinse affettuosamente sul cuore. Mostrava un aspetto floridissimo. Il dottore aveva avuto ragione, il viaggio e i bagni gli tornarono utilissimi. Mi disse che da principio ebbe a soffrire qualche incomodo per le mutate abitudini, ma poi l'aria dei monti, l'esercizio, il buon regime e la lieta compagnia lo ristabilirono perfettamente in salute.
Finiti i reciproci abbracciamenti, e soddisfatta pienamente la curiosità di Veronica intorno ai minimi incidenti dell'assenza e del viaggio, mio zio mi prese per mano con insolita gravità, mi condusse nello studio, chiuse la porta, si sedette sulla sua vecchia e prediletta poltrona di pelle, mi fece sedere vicino a lui, e con accento affettuoso incominciò a parlarmi in questi termini:
— La lettera che mi annunziava il risultato finale de' tuoi studi mi ha portato somma consolazione, e desideravo vivamente di tornarmene a casa per farti a voce le mie congratulazioni. Hai finito lodevolmente la prima parte della vita, quella che apparecchia l'avvenire, quella dalla quale dipende in gran parte tutta la nostra esistenza. L'età matura e la vecchiaia possono considerarsi come legittime conseguenze della gioventù. Le prime impressioni riescono più durevoli; appunto perchè sono le prime esse trovano il campo libero e fresco, la natura ingenua, l'età opportuna a ricevere ogni forma. Nella quiete e nella solitudine di questa casa, tu non hai ricevuto che buone impressioni, e le hai coltivate collo studio assiduo; le lunghe ore passate nella tua cameretta daranno i loro risultati, ne sono sicuro. Ora è giunto il tempo che devi entrare coraggiosamente nella vita sociale, e prendere il posto che ti è destinato dalla Provvidenza. Ci hai tu pensato, Daniele?...
— Ci ho pensato sovente, — io risposi, — e spero, caro zio, che un giorno non avrà a pentirsi di avermi raccolto in casa, permettendomi d'attendere agli studi.
— Ne sono sicuro e spero bene tanto della tua condotta morale, quanto della tua cultura. Ma per giungere ad una meta bisogna mettersi in istrada, e compiere il dovere che il Signore prescrisse ad Adamo: « mediante il sudore della tua faccia, mangerai il tuo pane. »
— Sono pronto, — risposi, — a dimostrarle la mia buona volontà alla prima occasione....
— L'occasione si presenta opportuna, — egli soggiunse, — e appunto la tua lettera ti aperse la porta....
— Come mai?...
— Io la comunicai ad alcune persone influenti, che mi accordarono la loro benevolenza, vivendo in rapporti quotidiani nello stabilimento balneare di Bormio, e mi promisero il posto di maestro appunto nel villaggio di X**, ove andresti ad abitare la mia casetta....
— In Valtellina?...
— In Valtellina! Il vecchio maestro mio locatario ha ottenuta una pensione dal Comune, e si ritira a Sondrio coi suoi parenti. Io pongo a tua disposizione la mia casetta e i pochi campi, una sommetta di denaro pei necessari ristauri, ti raccomando al mio buon amico il parroco don Vincenzo Liserio, ed all'ottima famiglia Bruni, che conosco da tanti anni, e te ne vai a vivere beato e felice in quell'aria elastica delle montagne che stuzzica l'appetito e conserva la salute.... Ecco quanto mi premeva di comunicarti, e credo che sarai contento di così bella notizia!...
Rimasi sbalordito, e senza parole. Pensando alla finestra del palazzo Brisnago, che si sarebbe fra poco riaperta, alla riapparizione della divina fanciulla, alla felicità di rivederla e di riprendere quelle soavi contemplazioni, tanto indispensabili alla mia anima, quanto l'aria ai miei polmoni, Milano mi appariva in tutta la sua bellezza. Io vedevo come in un sogno rapido, intenso, tutti gli splendori della città, il lusso, i corsi, i teatri, una scena spettacolosa irradiata da uno sguardo che animava ogni cosa, mentre le parole dello zio m'indicavano confusamente e lontano un povero villaggio deserto al piede delle Alpi, con un orizzonte di montagne nevose nel fondo.
Mio zio mi guardava in silenzio, aspettando tranquillamente la mia risposta. Io sentiva tutto l'orrore della mia posizione, ed una lotta terribile si agitava nel mio animo. Finalmente, vedendomi esitante, egli soggiunse:
— Io confesso che aspettavo tutt'altra accoglienza alla mia proposta, e mi sorprendo assai della tua esitazione.
— Caro zio... l'idea di abbandonare Milano mi opprime talmente, che forse mi sfuggono i vantaggi della proposta che mi fa. Un collocamento che mi permettesse di continuare a vivere presso di lei sarebbe il mio più ardente desiderio, ma allontanarmi dalla sua casa, e da Milano, io solo, per recarmi in un ignoto villaggio, è un progetto che mi spaventa... le confesso ingenuamente la verità....
— Ma come vuoi che un giovane appena ottenuta la patente di maestro trovi il modo di collocarsi a Milano? questa è davvero una strana pretesa! Bisogna che ciascheduno percorra la propria strada, incominciando dai primi passi; quando avrai acquistati dei titoli maggiori potrai ottenere degli avanzamenti, e coi meriti e il tempo ritornare anche a Milano. Ma dovendo incominciare con un posto modesto, dimmi ove potresti essere più felice che in un villaggio, nel quale trovi una casa e dei campi che ti vengono ceduti gratuitamente, e dei vecchi amici della nostra famiglia disposti ad accoglierti colle braccia aperte, come un'antica conoscenza?... Tutti non hanno di queste fortune... ma nessuno sarebbe così difficile di contentare... e devo dirtelo francamente, nessuno tanto ingrato verso la sorte!...
Il malcontento di mio zio era evidente, e d'altronde l'obbligo di lasciare Milano mi sembrava che corrispondesse ad una sentenza di morte. Tuttavia per rinunciare ad un impiego, con l'aggiunta di eccezionali vantaggi, ci volevano delle ragioni importanti. Diventava inevitabile la necessità di manifestare il vero motivo che metteva ostacolo alla mia riconoscenza per questo nuovo benefizio offerto con tanta cordialità. E mi parve che l'amore irresistibile che accendeva il mio cuore dovesse giustificare pienamente la mia condotta, e spiegare la fede che animava i miei lavori letterari, i soli che potessero aprirmi la strada della fortuna. Pensai dunque che fosse giunto il momento d'aprire sinceramente il cuore a chi mi teneva luogo di padre, pensai che la mia ingenua confessione l'avrebbe commosso e convinto, e che avrei trovato nel suo cuore generoso un consiglio e un aiuto. Deciso a tale rivelazione, ruppi il silenzio colle seguenti parole:
— Zio!.. la mia gratitudine per tutte le bontà che mi ha prodigato avrà fine colla vita.... Ma io non posso lasciare Milano; la mia partenza è impossibile. Un vincolo superiore alla volontà decide del mio destino!... Io non sono più padrone di me stesso!...
Il povero canonico cogli occhi spalancati dalla sorpresa, colla bocca semichiusa, mi fissava in volto attentamente senza pronunziare parola, ma il suo sguardo doloroso e severo m'interrogava con ansiosa inquietudine. Sentii la necessità di abbreviare le sue pene, e soggiunsi:
— Non tema nulla per la mia onestà, non ho commesso veruna azione malvagia, la coscienza non mi rimprovera alcuna colpa... ma io amo, amo teneramente una fanciulla, e tutte le mie aspirazioni tendono a meritarmi la sua affezione.... abbia pietà del mio cuore....
Mio zio si alzò in piedi, e fece un giro per la stanza, come se volesse acquetare l'animo esagitato, prima di rispondermi. Io pure m'ero alzato da sedere, e diritto in un angolo della stanza, rivolto verso il mio giudice, colle mani giunte e con voce commossa, andavo ripetendo queste parole:
— Abbia pietà del mio cuore.
Dopo alcuni giri, egli mi si arrestò dirimpetto, esclamando con parole interrotte:
— Non me l'aspettavo... così presto!... Ah gioventù, gioventù! che non sa mettere freno alle sue passioni, che si lascia trasportare facilmente in balìa del pericolo... che non diffida dei precipizii!... mah!.. fragilità dell'umana natura!...
E continuava i suoi giri. Dopo qualche sospiro che parve sollevarlo da un peso, raddolcendo a poco a poco la voce, come un uomo rassegnato che ha preso una determinazione decisiva, soggiunse:
— Ebbene... pazienza!... pazienza!... vedremo di accomodare anche questa.... Sei molto giovane... ma privo di famiglia... e talvolta una buona compagna può salvare un giovane da pericoli gravi... Iddio benedice le buone famiglie... e il mio desiderio è di vederti contento.
A tanta bontà caddi ginocchioni ai suoi piedi, io sentiva la riconoscenza fino all'entusiasmo, la vita mi sorrideva, presi le mani di mio zio e le ricopersi di baci, e vidi due grosse lagrime che scendevano sulle guance rugose del povero vecchio, commosso dalle mie dimostrazioni affettuose. Io mi sentiva rinascere.
Poi dopo breve sosta, guardandomi con occhio benevolo,
— Su via, — mi disse, — ora puoi completare la confessione, e dirmi senza altre ambagi il nome della tua innamorata!
Mi alzai, e sorrisi ingenuamente, ma esitavo a pronunziare il suo nome. Egli mi fece coraggio dicendomi:
— Su via, sbrigati... andiamo alla fine.
Allora io dissi balbettando:
— È la contessa Savina Brisnago....
Non mi è possibile descrivere l'effetto prodotto sullo zio dalle mie parole.
Dapprima rimase come istupidito dall'impreveduta sorpresa, poi diede in uno scroscio così impetuoso e violento di risa, che temetti per un istante che gli avesse dato di volta il cervello. Furono tre assalti successivi, così clamorosi, così sbardellati, e irresistibili, che lo facevano evidentemente soffrire, ma non poteva calmarsi. Si contorceva sopra una sedia, convulso; pareva che si calmasse un istante, soffiava e ansava, e poi già un altro assalto più sganasciato del primo, accompagnato da singhiozzi e da lagrime... una vera tortura.
Ritto, immobile, insensato, io era rimasto al mio posto, e un brivido mi percorreva le membra, come se mi fosse caduta addosso una doccia d'acqua gelata.
— Mio Dio!... non ne posso più... — furono le prime parole di mio zio... poi il pover'uomo mi domandava scusa, voleva riprendere la sua serietà, ma ricadeva nelle risa. Dopo una lunga vicenda di soste e di ricadute, finalmente giunse a calmarsi intieramente, e mi disse:
— Vedi, Daniele, non è per offenderti, ma la tua ingenua rivelazione mi riuscì così impreveduta, così strana, così esorbitante, che ne rimasi colpito, e poi una convulsione irresistibile mi assalì con tale violenza, che credevo morire. Che vuoi?... se tu fossi uno sciocco, non mi sarei sorpreso di nulla, ma colla tua intelligenza, col tuo buon senso, colla tua modestia e moderazione in ogni cosa, vederti così tranquillamente annunziarmi il nome della contessa Savina come la cosa più naturale del mondo... ne sono rimasto colpito... e mi hai fatto terribilmente soffrire.... Ora che è passata, ti prego di dirmi, come mai ti è entrata in testa una simile dabbenaggine!... Tu non ignori certamente il numero di milioni attribuiti alla famiglia Brisnago?...
— Non ci ho mai pensato....
— Non hai mai veduto i dodici cavalli delle scuderie, il lusso degli equipaggi, lo sfarzo signorile della casa, i numerosi domestici....
— Ho veduto... e non ho veduto... ho veduto materialmente cogli occhi, ma non ci ho mai arrestato il pensiero. Non ho mai pensato nè all'ineguaglianza sociale che ci divide... nè alla mia miseria... nè alla loro opulenza... ho amato! ho adorato con entusiasmo... ecco tutto!
Allora raccontai distesamente a mio zio i più minuti particolari della mia cieca passione, gli sguardi modesti di lei, ma perseveranti che mi colpirono, tutti gli atti che interpretai in mio vantaggio ed agitarono il mio cuore, l'evidente gelosia dei fiori appassiti, il mazzetto raccolto in giardino, la mestizia manifestata la vigilia della partenza, l'addio misterioso della sera... la mia disperazione... e le mie speranze.
Egli mi ascoltò con profonda attenzione, e poi mi disse:
— Pur troppo nei giovani l'amore nasce da un nonnulla, vive di tutto, e non ragiona mai. Le fanciulle hanno l'istinto innato di farsi ammirare. Si fanno belle, vogliono piacere a tutti indistintamente, e credono che uno sguardo non dica nulla; poi, quando travedono d'aver colpito, provano una soddisfazione che le spinge a rinnovare la prova e ignorando le conseguenze della replica, a poco a poco si avanzano con leggerezza nella via pericolosa spinte da sentimenti diversi di simpatia, d'ambizione, di riconoscenza; animate al giuoco fatale dalla voluttà del mistero.... In vero non cercano altri trofei che quelli dell'orgoglio soddisfatto, e per ottenerli slanciano delle freccie; queste possono colpire gravemente, ma i feriti non hanno altro vantaggio che di passare all'ambulanza, e soffrirne con rassegnazione i dolori, mentre un eroe predestinato dalla sorte trionfa senza aver combattuto. Talvolta avviene che qualche audace assalitrice rimane vittima della propria imprudenza, ed allora porta per tutta la vita la cicatrice d'una ferita ricevuta scherzando nei ludi giovanili. Per questo il candore dell'anima è tanto raro e prezioso, e la prudenza è una delle prime virtù che le madri dovrebbero insegnare alle fanciulle. Tu sei rimasto vittima, povero Daniele, d'uno di questi filtri sociali tanto diffusi, e tanto pericolosi, dai quali si guarisce però colla ragione e col tempo. Ma quando si rimane feriti sul campo di battaglia, bisogna ritirarsi, per evitare inutilmente nuovi pericoli. Questa tua disgrazia aggiunge nuovi e più forti argomenti alla tua partenza. Non tarderai molto, io spero, ad aprire gli occhi; intanto ritirati tranquillamente, riposa il tuo spirito, richiama il senso comune al suo ufficio... un altro giorno parleremo con calma del resto.
Uscii dallo studio di mio zio vergognoso e confuso della triste figura che avevo fatto; e non avendo più forza da sostenere una seconda diatriba, non dissi una parola sulle mie speranze letterarie; il modo col quale era stato accolto il mio amore non m'incoraggiava a parlare della gloria con un canonico che non poteva conoscere nè una cosa, nè l'altra.
Ritirato nella mia stanza, mi gettai sul canapè, piansi dirottamente, e mi addormentai oppresso dalla stanchezza.
III.
Mio zio ebbe la delicatezza di non ritornare a parlarmi nè de' suoi progetti, nè de' miei amori, lasciando al tempo ed alla riflessione l'incarico di accomodare ogni cosa. Intanto io passava giorni malinconici e notti irrequiete, rotolandomi nel letto senza trovare riposo. Mi sarebbe impossibile raccapezzare tutti i torbidi pensieri di quelle notti insonni, che inauguravano la mia gioventù come le nuvole burrascose dell'aprile annunziano la primavera. Ma il pensiero dominante era questo: — mi ama o non mi ama?... Il dileggio e le riflessioni di mio zio non avevano ottenuto altro risultato.
L'amore è sempre stato uguale sulla terra, ce lo dimostra l'adolescente degli antichi, che porta le ali sul dorso, e la benda sugli occhi. L'innamorato continua sempre i suoi voli senza saper ove vada; esso non conosce gli ostacoli che quando vi batta sopra col capo, come le vespe alle invetriate. L'amore non conosce ineguaglianze prodotte dalle vicende o dalle leggi sociali: esso è un impulso della natura, è un'aspirazione dell'anima che cerca il complemento di cui manca.
Io dunque non pensava più di prima nè alle mie tasche vuote, nè ai milioni di casa Brisnago; io pensava semplicemente a questo: — mi ama o non mi ama? — E sentivo dentro di me che mi amava, me lo diceva una voce arcana, un senso inesplicabile, un fremito irresistibile che ricercava tutte le mie fibre, non solo alla sua comparsa, ma semplicemente all'udire il suo nome, o nel vedere un oggetto qualunque che le appartenesse. Ma per convincere i profani, come mio zio, io sentiva il bisogno d'una prova materiale, evidente, sicura. Uno sguardo, un sospiro, un sorriso, una lagrima, sono prove sufficienti per l'innamorato; ma il mondo? Il mondo domanda di più. — E il mazzetto di fiori raccolto? — potrebbe essere un tratto di cortesia, di stima, di deferenza, mettiamo anche di simpatia e d'amicizia... ma d'amore? Nessuno potrebbe asserirlo. Ci vorrebbe qualche cosa di preciso, per persuadere mio zio dell'amore di Savina, qualche cosa di decisivo anche per me.
E se alla prova essa negasse l'amore... se osasse confermare l'accusa di civetteria che le venne slanciata da mio zio!... I sospetti sono contagiosi, ed io incominciava a dubitare di lei, di me stesso, d'ogni cosa. Se mi fossi ingannato! Se si burlasse di me! — quale atroce derisione! Eppure una ricca e bella signora può essa amare sinceramente, candidamente un povero diavolo! un povero orfano senza pane! — E poi, se ancora mi amasse, che cosa ne penserebbero i suoi parenti? — Forse potrebbero sospettare che io fossi un ambizioso, spinto dall'avidità, innamorato dei milioni!... Quale umiliazione! Ci avrà essa pensato!.. quali possono essere i suoi progetti? O mi ama come io l'amai sempre... senza pensare ad altro che ad amare?... Quali dubbi, quali incertezze, quanti sospetti mi entrarono nell'anima!... E se tali sospetti dovessero mutarsi in realtà!.. partirei da Milano all'istante. — Ma se all'opposto il suo amore fosse puro ed ingenuo come il mio, se avesse fiducia nella mia fede, nel mio disinteresse, nel mio ingegno, che può offrirmi i mezzi d'innalzarmi sino a lei, potrei io abbandonarla, tradire le sue speranze, partire, lacerando la sua anima!.. no, mai! — Un'ultima prova è dunque necessaria, deve essere franca e decisiva.
Con tale determinazione io aspettava ansiosamente il suo ritorno, discutendo in me stesso i diversi progetti che si presentavano al mio spirito come i più opportuni alla prova fissata. Ma ogni piano incontrava insormontabili ostacoli. Impossibile parlarle, difficile farle pervenire uno scritto; e poi provavo un'insormontabile ripugnanza a confidarmi ai domestici, e a comprometterla. Volevo qualche cosa che non lasciasse traccia, un cenno davanti a Dio, senza altri testimoni.
Ho deciso finalmente, dopo maturo esame, di attendere il suo ritorno, e di mandarle un bacio appena si presentasse alla finestra. E pensava: se mi renderà il bacio, nessuno a questo mondo potrà mettere in dubbio il suo amore. Allora il mio dovere sarà fissato, — meritare la sua affezione, ed esserle fedele ad ogni costo. Siamo giovani entrambi e possiamo aspettare; e col tempo e col lavoro si possono fare miracoli. Si videro tanti poveri che coll'ingegno e col pertinace volere raggiunsero le più cospicue posizioni sociali, che il ritentarne la prova non può dirsi pazzia. Se mi ama davvero, ho trovato il punto d'appoggio che domandava Archimede, e posso muovere il mondo!...
Se non mi ama, avrò almeno la forza di partire, e di secondare i progetti di mio zio. Se non mi ama, che m'importa in quale angolo devo portare le mie ossa? — Contessa Savina Brisnago, ecco un uomo in vostra balìa; potete salvarmi od uccidermi. Se i vostri occhi non mi hanno ingannato, voi mi amate. Se mi amate, vi domando un bacio a dieci metri di distanza... ma un vostro bacio darebbe la vita anche attraverso l'Oceano! Ritornate dunque alla vostra finestra, e decidete della mia vita.
Alla mattina seguente mi affacciai al balcone, ma le imposte del palazzo Brisnago erano sempre chiuse e le mie invocazioni disperse al vento.
Così passarono molti giorni. Mio zio mi osservava e taceva, io dissimulava i miei pensieri, e si tirava avanti, egli per lasciarmi agio a riflettere ai miei casi, io aspettando nell'ansia dei timori e delle speranze il momento fatale che doveva decidere del mio avvenire.
Finalmente una mattina essendomi alzato per tempo, vidi molte finestre aperte nel palazzo Brisnago. I domestici mettevano in ordine gli appartamenti, e tutto annunziava il prossimo arrivo.
Quella giornata mi parve un lungo periodo di secoli, ogni minuto durava un anno, un anno di pensieri, di sogni, di progetti, d'entusiasmo e di pene! Guardavo l'orologio, e pensavo: forse ella sarà qui fra due ore, e sentendo al pari di me gli impeti di una passione che trabocca, che dopo lunga compressione domanda imperiosamente di espandersi, risponderà al mio bacio ardente con un bacio modesto, ma soave come il profumo d'un fiore suscitato dagli aliti estivi. Sentivo che quel rapido istante avrebbe bastato ad infondere il genio nell'anima più fredda, era il soffio creatore che dava vita alla mia creta, m'innalzava al disopra degli altri mortali, m'illuminava di quella luce divina che eguagliando l'uomo agli Dei, lo rese talvolta capace di creare di quelle opere che eccitano la meraviglia dei secoli. E progredendo su questa scala, colla accesa fantasia salivo fra le nuvole ove dopo i più strani pellegrinaggi finivo all'apoteosi!.. compiuto il sogno riguardavo l'orologio, e non erano passati che pochi minuti!.. ma dunque le lancette non camminavano?... sì, camminavano come i cavalli da nolo, mentre il mio cervello volava colla rapidità dell'elettrico.
Se fossi morto quella sera mi sarebbe parso di aver vissuto una lunga esistenza. Dunque tutto è relativo nella vita, il tempo e lo spazio, la miseria e la ricchezza, le tenebre e la luce.
Finalmente uno scalpito di cavalli, un rumore di carrozze che si arrestarono mi scossero dal letargo. Mi slanciai alla finestra, e vidi i grandi cancelli del palazzo Brisnago che si aprivano, e gli equipaggi che entravano. Risoluto all'atto solenne, mi appoggio al balcone ed aspetto. Pochi istanti dopo odo un rumore di porte, e vedo un'ombra lontana che si avanza... era lei!... — Ancora col cappellino sul capo veniva sorridente alla finestra, a darmi il saluto del ritorno. Ebbe appena il tempo di vedermi, che io deponendo un bacio ardente sulle estremità delle dita della mano diritta raccolta davanti le labbra, glielo gettava in faccia, come un oggetto che potesse realmente caderle sul viso. Essa spalancò gli occhi sbalordita, e fuggì....
La sua repentina scomparsa mi rese immobile per qualche tempo, e quasi asfissiato nel vuoto, e cieco come un uomo, che abbagliato dalla luce istantanea, rientra immediatamente nelle tenebre.
Illusioni, speranze, amore, tutto era svanito: la vita mi sembrava un'ironia atroce, un inganno, un supplizio!
Mi trascinai fino ad una sedia, caddi colla testa sul tavolino e le braccie penzoloni. Non so quanto tempo rimanessi in quella posizione, ma quando alzai la testa era notte.
Presi una risoluzione assoluta, corsi dallo zio, gli annunziai l'arrivo della famiglia Brisnago e la mia partenza per l'indomani.
Mi applaudì, e s'accinse subito ad apparecchiarmi le lettere di raccomandazione, mentre io corsi ad assicurarmi la vettura, ed a prendere le necessarie disposizioni.
Alla sera tutto era pronto, Veronica aveva fatto la mia valigia, e collocato in un baule i libri, le carte, i vestiti e quanto mi apparteneva. Mio zio mi consegnò il denaro necessario al viaggio ed al mio assetto, con le lettere pel parroco, don Vincenzo Liserio, ed il signor Nicola Bruni, aggiungendo istruzioni e raccomandazioni infinite, sugli affari della casa e dei campi, e sulla mia condotta morale. Poi colle lagrime agli occhi mi diede la sua benedizione e mi congedò, non volendo alla mattina alzarsi prima dell'alba, per non rompere tutto l'ordine della giornata.
Io gli baciai la mano teneramente, assicurandolo della mia riconoscenza per tutti i benefizi ricevuti, della mia ferma volontà di camminare sulla via dell'onore, e lo lasciai balbettando le ultime parole strozzate dall'emozione.
Mi coricai colla testa sconvolta, e piansi tutta la notte. Alle quattro del mattino accesi il lume e mi alzai. Presi la medaglia che stava da tanti anni appesa al mio letto, le diedi un bacio, e mi parve di sentire la benedizione di mia madre. Mi posi in tasca quella santa reliquia con religioso rispetto. Era il solo retaggio di famiglia del povero orfano, che ritornava a trovarsi solo sulla terra!...
Apersi il balcone quando le stelle incominciavano ad impallidire alla luce del crepuscolo. La finestra dicontro era chiusa; la contemplai lungamente, e sentivo di non poter distaccare qualche cosa di me stesso, forse un lembo dell'anima che rimaneva attaccato a quel palazzo.
Intanto ella dormiva certamente d'un sonno tranquillo sotto le candide cortine del suo letto, e mentre nell'alcova elegante aleggiavano dei sogni color di rosa, il povero orfano, ferito mortalmente, abbandonava il tetto ospitale, e andava incontro all'ignoto, disingannato di quegli sguardi fatali che gli promettevano il cielo, e poi lo abbandonavano ramingo sulla terra.
Veronica entrò nella stanza, portandomi del caffè e latte caldo, del pane abbrustolato e del burro, volendo che non partissi digiuno. Cure affettuose d'una povera donna che non mi doveva nulla, e che pure ebbe sempre tanti delicati riguardi per me.
Non poteva staccarmi dalla mia cameretta, muto testimonio di tanti sogni, e girava gli occhi intorno, quasi salutando quelle pareti che per tanti anni mi avevano ricoverato, e veduto crescere, amare, soffrire e vivere d'illusioni.
Ma essendo giunta da un pezzo la vettura, dovetti risolvermi, e scendere le scale, accompagnato dalla Veronica che singhiozzava. Giunto alla porta, mi fu impossibile dirle alcuna cosa, le strinsi la mano, essa mi gettò le braccia al collo.... ci siamo baciati piangendo e partii.
Attraversando le vie di Milano, sentivo di amare teneramente tutte le case, i selciati, gli alberi, i banchi di pietra della mia città; li conosceva tutti, mi ricordavo di averli veduti tante volte e mi pareva impossibile di poterli lasciare; ma ero trascinato dal destino, rappresentato da una vetturaccia da nolo e da un rozzone coi sonagli.
Pochi momenti dopo, essendo uscito dalla città ed avviato per la strada postale da Milano a Como, mi nicchiai nell'infausto veicolo, e chiusi gli occhi per meditare con pieno raccoglimento sulle mie sventure.
Non conosco l'intensità del dolore che accompagna il viaggio degli esiliati in Siberia, ma non posso persuadermi che le loro ambascie giungano a superare gli affanni che ho provati in quel giorno. Al pari di loro io perdeva la patria, la famiglia, le affezioni e le speranze della vita, e mi avanzava verso le fredde regioni dell'esilio e della solitudine.
Era il mio primo viaggio, non essendo mai uscito da Milano che a piedi e per poche miglia. Altre volte l'idea d'un viaggio mi avrebbe acceso d'entusiasmo, allora invece mi metteva spavento; le montagne della Valtellina mi si presentavano alla mente come l'estremo lembo del mondo; chiuso nel mio dolore io non sentiva nemmeno il bisogno di osservare le campagne che fiancheggiavano la via, e i vari paesi che si attraversavano. Il vetturale si arrestava ad ogni osteria, il cavallo non andava mai avanti, e arrivammo a Como dopo la partenza dei battelli a vapore.
Essendo costretto di attendere l'indomani per continuare il viaggio, avrei potuto visitare la città e i suoi monumenti, e percorrere quei deliziosi contorni che attirano l'ammirazione dei viaggiatori. Invece mi chiusi in una stanza d'albergo coi miei pensieri.
Il primo disinganno è forse il massimo dei dolori, perchè non siamo ancora avvezzi a soffrire. Le tinte rosee che abbellano l'orizzonte all'aurora della vita, come il firmamento all'alba d'un giorno sereno, se si mutano all'improvviso nelle tetre nubi d'un temporale, incutono lo spavento che presentano tutti i disordini della natura. Però tanto nella primavera quanto nella gioventù l'orizzonte cambia sovente d'aspetto, e talvolta un raggio di sole attraversa le nuvole dell'uragano. Questo raggio di sole comparve al mio spirito sotto la forma d'un dubbio!... — Se ella non avesse osato corrispondere al mio bacio?... Io mi era preparato con lunga premeditazione a quell'atto decisivo; ma essa fu colta improvvisamente dalla sorpresa. È naturale che la mia audacia insolita ed inaspettata l'abbia gettata nello sgomento. E poi chi sa quale aspetto presentava il mio volto agitato e sconvolto da un'esaltazione febbrile sopportata per varie ore!... forse le ho fatto paura.... E poi una fanciulla che non s'adombra ad un tale atto ha oramai perduto il fiore più soave della gioventù.... Essa ignorava completamente le varie peripezie che mi trascinarono a tale tentativo, essa giungeva calma e tranquilla dalla campagna, desiderosa di vedermi, e me ne dava una prova presentandosi immediatamente alla finestra. Dapprima io doveva mostrarmi grato alla sua bontà, riconoscente della sua cortesia, e poi a poco a poco condurla, trascinarla per gradi a quella dimostrazione decisiva. Invece con un atto brusco ed acerbo ho precipitato la catastrofe, ho commesso un'azione grossolana e volgare, ingiustificabile, che doveva produrre un effetto contrario al desiderato. Che cosa prova dunque la sua fuga?... poteva essa fare altrimenti?... Io non sono che uno sciocco, ho scalzato le fondamenta d'un edifizio, e poi mi sorprendo che la fabbrica crolli. Io sono un imbecille.... ecco la verità! Quella simpatia irresistibile, alimentata dalle assidue contemplazioni che andava sempre maggiormente prendendo l'aspetto d'una passione sincera, rivelata da lunghi e profondi sguardi, e da mille prove che non isfuggono al giudizio acuto di chi ama, quella passione che progrediva lenta, ma tenace nel suo cammino, e già dimostrava d'avere resistito alla lontananza ed alle varie distrazioni di un'intiera stagione, quella passione soave io l'ho troncata con un atto violento, imprudente, inesplicabile, io stesso l'ho obbligata ad arrestarsi, a misurare il pericolo, a fuggire spaventata!...
Imbecille!... ed ho disertato il mio posto al primo rovescio, senza riparare il mio fallo, senza tentare una nuova prova! All'indomani avrei potuto dimostrare il mio pentimento, e mi avrebbe perdonato. Calmata la prima impressione, ella stessa forse pensa di riparare la troppo brusca ripulsa, forse il suo cuore le spiega l'arcano, ed essa mi attende alla finestra, per consolarmi con uno sguardo divino del suo rifiuto!...
Oh! non è possibile esitare un istante di più, io devo ripartire immediatamente per Milano, e riparare il torto della mia fuga precipitosa, una risoluzione insensata non deve decidere la sorte di tutta la vita.... Con tali pensieri uscii dall'albergo per correre in traccia d'una vettura.
Vagai lungamente per le vie senza sapere ove andassi, lottando fra gli opposti pensieri. Che cosa avrei detto a mio zio per giustificare il mio ritorno? Come mi avrebbe egli accolto? aveva io il diritto di scialacquare il denaro ch'egli aveva destinato al mio viaggio ed alla mia dimora mostrandomi leggiero, capriccioso, vano, insensato? Una volta entrato nella via delle riflessioni non mi mancarono argomenti per persuadermi che era tempo di finirla colle pazze fantasticherie, e di pensare in sul sodo. D'altronde, ritornandomi in mente le savie osservazioni del mio benefattore, coll'accompagnamento delle risa convulse, mi si risvegliava quel senso di dignità che l'amore aveva assopito. Pensai che i grandi favori della fortuna non bisogna chiederli, ma meritarli, pensai che nella solitudine che mi attendeva avrei forse trovato nuove forze per tentare la prova letteraria che mi restava ancora come un filo di speranza per l'avvenire. Allora mi parve nuovamente che il mio Lucchino Visconti rivelasse tale novità e altezza di concetti da aprirmi l'adito ad una splendida vita letteraria. Tale fiducia nell'avvenire mi spinse a tentare nuove prove, e decise della mia sorte. — Partirò per la Valtellina, dissi fra me; alcuni mesi di lavoro basteranno a completare la mia tragedia ed a perfezionarla. Ritornerò a Milano col mio tesoro nel sacco; e quando avrò raccolto la palma del trionfo, quando tutti i giornali avranno proclamato l'immenso successo del Lucchino Visconti.... mi presenterò alla finestra.... rinnoverò la prova.... allora la gloria mi darà diritto all'amore.... forse potrò sperare d'aver meritato un bacio dalla contessa Savina.