IV.
Dopo lungo girovagare, avvicinandosi la notte e sentendomi stanco, sfinito, rientrai nell'albergo. Nella gioventù le passioni più violente tolgono l'appetito ed il sonno fino ad un certo punto, oltre al quale la natura si rivolta e reclama i suoi diritti. Chiesi da pranzo, e subito da bere, chè mi sentivo la gola inaridita. Mi servirono un vinetto bianco che mi parve il néttare degli Dei, c'era qualche cosa in quel vino che calmava l'anima agitata, esilarava lo spirito, sorrideva alle illusioni, rinfrancava le speranze. Mangiai con sufficiente appetito per un innamorato cotto, e mi sentii rinfrancato lo stomaco, ma oppresso dalla stanchezza. Rientrato nella stanza mi coricai. La veglia della notte antecedente, il viaggio mattinale, la fatica del lungo passeggio, il cibo sostanzioso e il vino eccellente m'immersero in un sonno così intenso, che non mi risvegliai che all'aurora. Era una deliziosa mattina d'autunno, io mi sentiva rinvigorito dal riposo, consolato da una speranza di gloria, e predisposto dall'amore a sentire le bellezze della natura. A vent'anni non si possono trovare migliori condizioni per godere quello stupendo spettacolo del lago di Como. Salito sul ponte del battello a vapore io non sapeva ove arrestare gli sguardi, e quando uscii dal porto la mia sorpresa sorpassò ogni aspettativa, e concentrò tutta la mia attenzione.
Un cielo perfettamente sereno, un'aria leggera e trasparente permettevano all'occhio di distinguere con precisione i monti più lontani colle vette acuminate tinte in violetto dai raggi del sole, le colline boscose che scendono fino al lago e si specchiano nelle acque, colle loro ville sontuose e coi paesetti pittoreschi che torreggiano sulle rive. Alcune barchette pavesate vagavano sulle acque calme, che apparivano verdi o turchine secondo la luce del cielo o le ombre delle rive.
Io osservava estatico quel delizioso paesaggio che varia lo spettacolo a misura che si avanza, e sentivo che l'aspetto di una bella natura è benefico agli afflitti, e infonde la rassegnazione e la calma. La mestizia dei pensieri mi rendeva più attraente l'incanto di quelle delizie che sembrano un sorriso di promesse e di gioia. La fantasia mi riportava sovente a colei che stava in cima dei miei pensieri, e l'immaginazione giovanile si piaceva dipingermi la vita al suo fianco in una di quelle villette circondate da ombre misteriose di fitte piante, e abbellite di fiori che eccitavano la mia ammirazione. E talvolta sognavo che ella fosse divenuta la mia compagna, ch'io l'avessi lasciata per qualche giorno e ritornassi alla nostra villa; e mi sembrava vederla appoggiata ad una terrazza aspettando il mio arrivo, e mi sentivo il bisogno di annunziarle la mia presenza, sventolando il fazzoletto.
Ma ciò che per me era un sogno, per altri era realtà. In ogni paesello, ad ogni approdo, si vedevano dei volti sorridenti accogliere gli ospiti, gli amici, i congiunti, o salutare i passaggeri. Io solo non avevo una mano che si stendesse per mandarmi un saluto, io povero orfano andavo a guadagnarmi il pane in un deserto villaggio delle montagne, e fuggivo lontano da colei che avrebbe potuto fare la felicità della mia vita. Fantasticando in tal modo sugli umani destini, il mio sguardo si arrestava sopra le povere casupole dei pescatori, e pareva che una mano misteriosa mi additasse quelle catapecchie per mostrarmi che dovunque si vada la miseria sta al fianco della ricchezza, e talvolta si avvicendano sulla ruota della fortuna; la miseria è sovente il prodotto dell'ignoranza, come le ricchezze sono il frutto del lavoro e dell'ingegno, e appunto molti di quei caseggiati sul lago rappresentano il guadagno di grandi artisti che col loro genio seppero raggiungere la celebrità e la fortuna.
Allora mi parve nuovamente che il Lucchino Visconti dovesse aprirmi la strada a lucrosi guadagni, che mi avrebbero permesso un giorno di acquistare uno di quei deliziosi villini e di condurvi la contessa Savina.
A poco a poco il lago si faceva più solitario e più grave. Alle villette signorili succedevano i paeselli laboriosi e le nude roccie. È sempre così nella vita: ai sorrisi della gioventù succedono i pensieri dell'età matura, alla poesia che apre lo spettacolo dell'esistenza seguono le gravi cure degli affari; la vita procede meno bella, ma più seria e più utile; voltandoci indietro vediamo il cammino percorso, e guardando avanti possiamo calcolare la breve distanza che ancora ci divide dal porto.... infatti poco dopo il battello giunto davanti Colico si arrestava, terminando così le mie divagazioni poetiche e il viaggio.
Ogni poeta diventa positivo davanti i fatti volgari della vita, ed io ho dovuto abbandonare i miei sogni per correr dietro al mio bagaglio; ma quando mi accorsi che bisognava scendere a terra, il ponte del battello era già sgombro, e i viaggiatori s'erano precipitati sulla riva. Non potevo staccare il mio sguardo da quel panorama del lago, e mentre il mio occhio saliva dalle colline ai boschi, dai boschi alle nude roccie, ed alle cime imbiancate dalla neve, i miei compagni di viaggio entravano nel paese. L'ultimo facchino mi offrì i suoi servigi che accettai, sbarcando colle mie valigie quando gli altri passeggieri erano già molto lontani.
Fra le raccomandazioni di mio zio c'era anche quella di non fermarmi a Colico per evitare il pericolo delle febbri palustri. Chiesi dunque immediatamente un mezzo di trasporto.
— La diligenza parte in coincidenza col battello a vapore, — mi rispose il facchino.
— Benissimo. Conducetemi alla diligenza.
— Ci siamo in due passi.
Mi fece camminare un quarto d'ora, e vi giungemmo che l'imperiale era già carico; e i viaggiatori più accorti di me erano corsi ad assicurarsi i posti migliori. Il coupé era completo, e non restava che un solo posto all'interno. Mi affaccio allo sportello e vedo cinque persone stipate, che aspettavano l'ultimo compagno di sventura, come il ceppo aspetta il cuneo che deve spezzarlo. Un'enorme matrona raccoglieva le pieghe monumentali delle sue vesti per apparecchiarmi una tomba al suo fianco. Retrocessi inorridito; la morte non mi spaventa, ma l'idea di trovarmi sepolto vivo mi fa orrore!...
Lasciai partire la diligenza senza di me, e ne ebbi le benedizioni dei viaggiatori, a me più grate della loro compagnia in condizioni inaccettabili. Non mi restavano altri mezzi di trasporto che le mie gambe, le quali a vent'anni sono ancora il migliore di tutti, specialmente nelle regioni montuose ove l'aspetto della natura compensa largamente la fatica. Consegnai all'ufficio della diligenza il mio bagaglio da spedirsi l'indomani a Tirano, ove lo avrei fatto ricuperare a mio comodo. Feci colazione da un trattore, e partii.
Mi ricorderò fin che vivo quel viaggio pedestre veramente meraviglioso per un milanese che non era mai uscito dal nido. L'aspetto del lago di Como aveva attirato la mia attenzione, come il soave preludio che apre una sinfonia.
Io entrava per la prima volta nelle regioni sublimi delle montagne, a passi lenti, e con rispettoso raccoglimento, come un devoto che penetra nel tempio di Dio. Le valli ondulate chiuse fra eccelse rupi, i boschi d'abeti che s'arrampicano sulle roccie fra i precipizii, le acque rumoreggianti che saltavano di balzo in balzo fino al profondo torrente arrestarono lungamente i miei sguardi incantati.
Solitario in quel sublime deserto, io restava colpito da voci e da suoni ignoti, che mi eccitavano sorpresa e venerazione. Il vento aveva dei sibili umani fra le chiome di quei boschi, le acque imitavano il fragore del tuono, e gli uccelletti associavano i gorgheggi e le variazioni dei loro canti a quei cupi fragori. Tutto eccitava la mia curiosità, dall'orrido precipizio che si sprofondava negli abissi, al grazioso fiorellino delle Alpi che smaltava le rive. E sentivo in me stesso che la mestizia d'un amore infelice predispone l'anima soavemente all'ammirazione della natura.
In un sito incantevole presso Morbegno mi sedetti sulle sponde del torrente Bitto, e rimasi lungo tempo in contemplazione. All'aspetto di quei monti sormontati da altri monti lontani, più alti e scoscesi, in quella solitudine completa io sentiva la piccolezza dell'uomo, e la coscienza del mio isolamento attristava il mio cuore. Ignoto ai mortali, lontano dalla società e dalle sue agitazioni, un solo filo mi teneva legato alla terra, un filo invisibile che mi univa ad una lontana finestra di Milano ove una fanciulla attendeva il mio ritorno, guardava furtivamente il balcone della mia cameretta deserta, pensava tristamente al mio abbandono, si avvedeva della mia partenza, e nascondeva una lagrima. Quel filo invisibile era però tanto potente da tener legati due pensieri lontani, da far battere all'unisono due cuori separati violentemente da condizioni fatali; alle due estremità di quel filo cadevano due lagrime per uno stesso dolore, prodotto dalla lacerazione di due anime che la natura voleva congiunte, e che la società condannava al distacco. Io non potevo sapere ciò che pensava in quel punto la contessa Savina; eppure avrei messo pegno la vita, che essa pensava a me, come io pensava a lei; la grande distanza non poneva ostacolo alla nostra arcana corrispondenza, io la sentiva con una certezza che non ammetteva dubbio. I presentimenti d'amore non sono che rivelazioni profetiche. E mentre la mia stella mi attirava co' suoi raggi nell'unico angolo dell'universo ove io poteva essere felice, io invece vagava solitario per monti e per valli, in opposta direzione, abbandonando il sicuro, per andare in traccia dell'ignoto!... Pur troppo, questo è sovente l'umano destino. La mia compagna, quella che la natura mi aveva destinato, mi attendeva invano; io era smarrito in un deserto, solo, poveretto... solo al mondo!...
Questi erano precisamente i miei pensieri quando un lieve calpestio sulle foglie secche cadute dagli alberi mi fece voltare la testa. Un cane nero mi guardava con occhi pietosi dimenando la coda. L'osservai dapprima con diffidenza, poi con simpatia. Egli s'avvide del cambiamento, e mi si avvicinò lentamente, quasi interrogandomi sulle mie intenzioni. Lo accarezzai, ed egli appoggiando le sue gambe anteriori sui miei ginocchi, allungò il muso e si mise a lambirmi il viso, poi seduto sulle gambe posteriori continuava a guardarmi. Allora pensando che forse il suo padrone lo cercava, m'alzai e ripresi la strada, ed egli mi seguì da vicino. Guardai lontano a diritta ed a sinistra, sui dirupi del monte e sul pendìo della vallata, e non vidi nessuno. Allora, additandogli il cammino verso Colico, gli dissi:
— Va', cerca il padrone, va' via.
Il cane, vedendo che lo minacciavo per farlo partire, si gettò a terra sul dorso, colle gambe in aria, guardandomi con uno sguardo pietoso.
Dunque, dissi fra me, se non vuole andare verso Colico, è segno che il suo padrone ha preso la direzione di Sondrio; dovendo io fare la stessa strada, lo troveremo; e ripresi il viaggio. Il cane mi seguiva tranquillamente. Ad una svolta della via m'incontrai in uno stradino che acciottolava la strada e gli chiesi:
— Conoscete questo cane?
Egli lo guardò con indifferenza e mi rispose:
— Non l'ho mai veduto.
Allora mi decisi di abbandonarlo sulla via per non distrarlo dalla ricerca del suo padrone, e presi un sentiero che salendo in fianco alla strada s'inerpicava sulla montagna; ma egli mi seguì tranquillamente; mi arrestai a contemplarlo, e pensai: esso è solo al mondo, povero cane, e il suo istinto lo spinge a trovarsi un compagno. Era più brutto che bello, ma aveva due occhi umani pieni di bontà, e guardandomi con tenerezza pareva mi dicesse:
— Siamo soli tutti e due, non mi abbandonate, possiamo vivere in compagnia.
Mi ricordai d'aver udito varie volte a raccontare che due uomini essendosi incontrati per caso, ed entrati in intimità senza conoscersi, ne derivarono poi gravi disordini, ruberie e disgrazie; ma non avendo mai udito che simili conseguenze fossero derivate dall'intimità dell'uomo col cane, mi decisi di conservare il mio compagno, almeno fino a che avesse ritrovato il padrone. E supponendo possibile che fosse digiuno da varie ore, m'arrestai davanti l'osteria di un villaggio che aveva una baracca rizzata sulla via, coperta di paglia, con sotto al rustico tetto un tavolo e sedili di rozze assi inchiodate sopra quattro pali. Domandai pane, vino e dell'acqua.
Povera bestia, con quale ingordigia addentava i primi bocconi! Mangiammo insieme pacificamente, poi gli diedi dell'acqua nel piatto, e bevette con avidità. La più viva riconoscenza brillava nel suo occhio, nei suoi movimenti, nel suo dimenar di coda.
Rifocillati per bene riprendemmo la via, e passammo l'intiera giornata, camminando per la strada maestra, con alquante diversioni per boschi e frane ove mi attirava o il bisogno di riposo, o il desiderio di osservare una cascata, o un punto di vista pittoresco. All'ora del tramonto giungemmo a Sondrio, ove avevo deciso di passare la notte. Entrai in un albergo ove una folla di gente ingombrava il pianterreno e il cortile, e in quella confusione non vidi più il cane. Pensai che avesse trovato il suo padrone, e ne provai vero rammarico; — tanto è facile a risvegliarsi l'affetto nelle anime solitarie, che sentono il bisogno di un compagno nella vita.
Il cameriere mi serviva da cena nell'angolo d'una stanza, quando vidi il cane nella sala vicina, inquieto ed ansante, che andava fiutando la terra percorrendo il cammino che io aveva percorso. Esso cercava di me, mi raggiunse poco dopo, e non potendo frenare la sua letizia mi saltò addosso leccandomi le mani, e mugolando con acuti guaiti che esprimevano il dolore d'avermi smarrito, e la gioia immensa d'avermi finalmente ritrovato. Confesso la mia debolezza: la sua perdita mi aveva fortemente attristato, il suo ritorno mi consolava come una felice ventura. Io sentiva di non essere più solo al mondo, poichè avevo guadagnato l'amicizia d'un cane.
Dopo d'aver cenato in compagnia, dormimmo nello stesso letto, essendosi egli coricato ai miei piedi, come se fosse una vecchia abitudine.
Risvegliandomi al mattino, osservai ch'egli non dormiva più, ma mi guardava immobile, per non disturbare il mio sonno. Quando vide che mi mossi venne a darmi un saluto affettuoso. Io mi vestii e suonai il campanello per chiedere il conto. Ma quando udì il cameriere che batteva alla porta, il cane si mise ad abbaiare come un disperato, volendosi anche dimostrare capace di difendermi.
Dopo una piccola refezione siamo usciti da Sondrio entrando in quella strada pittoresca fiancheggiata dall'Adda, che conduce a Tirano. Questa seconda giornata fu più felice della prima, a motivo della compagnia del mio cane. Egli andava e veniva allegramente per la via. Talvolta saliva sopra un sasso, ed osservava con attenzione gli oggetti sottoposti, poi ritornava indietro facendomi ogni sorta di dimostrazioni affettuose, e si vedeva chiaramente ch'egli era contento al pari di me d'aver trovato un amico.
Una volta adottato il mio compagno, sentii la necessità di mettergli un nome, e cercai lungamente. Sulle prime non mi sarei immaginato la difficoltà che s'incontra a trovare il nome d'un cane, quando si voglia evitare in pari tempo la volgarità e la pretesa. Per un cristiano il lunario ci aiuta, e poi il nome dell'uomo non indica mai nulla, nè si trova inconveniente che si chiami Candido un furbo, Amadio un ateo, Leone un timido, Adone uno sciancato, Fedele un ladro e Felice un ministro. L'uomo si classifica dalla sua condotta, dalla moralità, dall'intelligenza, da tutti gli atti della vita, il suo nome è un caso; ma per il cane non è così. Provate a chiamar Lesbino un molosso, o Turco il cagnolino d'una signora. In esitanza mi sedetti sulle rive dell'Adda, e chiesi al mio cane:
— Come devo chiamarti, caro amico?... Egli mi guardava tranquillamente. — Fido?.. è troppo comune. Falco?.. non significa niente. — Azor?... non mi piace. Egli stesso si mostrava insensibile a questi nomi. Vorrei un nome che ci ricordasse il nostro felice incontro sulle rive del torrente Bitto. Se ti chiamassi Bitto?... Bitto... Bitto, gli dissi con voce carezzevole, vuoi che ti chiami il mio Bitto?...
Egli scodinzolava in segno di assentimento, io gli feci una carezza affettuosa, egli venne a lambirmi la mano, e così gli diedi, ed egli accettò cordialmente il nome di Bitto.
Quel giorno pranzammo lietamente a Tirano, e usciti dal paese, prendemmo un'oretta di riposo sull'erba all'ombra d'antiche piante sui confini d'un bosco.
Il villaggio di X** al quale io era diretto trovandosi fra Tirano e Bormio, mi mancavano poche miglia per arrivarvi, ed avevo deciso di giungervi sull'imbrunire per evitare la noia dei curiosi che mi avrebbero molestato coi loro sguardi indiscreti.
Ripresa la via, e sentendo avvicinarsi il luogo destinato al mio esilio, io provava quell'inquietudine che nasce dall'ignoto, e mi doleva d'essere al termine di un viaggio pittoresco. Colla sola compagnia del mio cane e dei miei pensieri non mi sarei stancato di percorrere il mondo. Ma ogni viaggio che incomincia deve in qualche maniera finire. Pur troppo è così, ed ogni viaggio ci rammenta la vita umana. Una volta incominciato il pellegrinaggio, ogni ora che passa ci avvicina alla meta....
Con tali pensieri malinconici vidi per la prima volta da lontano il campanile acuminato, le casupole e le capanne di X**. Entrai nel villaggio quando il sole scendeva dietro i monti tingendo in rosa le nuvolette spezzate.
Le mandre rientravano dai pascoli salutando la sera con lunghi muggiti. I passeri si raccoglievano sugli alberi cinguettando, e raccontandosi i loro pettegolezzi del giorno.
I camini fumavano, le famiglie si raccoglievano per la cena. Tirai fuori dal mio portafogli la lettera di raccomandazione di mio zio all'egregio signor Nicola Bruni, e domandai della sua dimora al primo venuto.
— È quel palazzino bianco, isolato, sulla collina a diritta con molte adiacenze e varie cataste di legna intorno.
— Vi ringrazio.
Presi la strada indicata sulla salita, e giunto all'uscio picchiai. Un ragazzotto mi aperse la porta.
— È in casa il signor Nicola Bruni?
— Che cosa dice?
— Se il signor Nicola Bruni è in casa?
— Signor no... non è in casa... se fosse in casa non sarebbe in cortile... ma è in cortile....
Una voce tonante interruppe il dialogo.
— Imbecille... perchè tieni la gente sulla porta?
— Ecco il signor Nicola che mi chiama, — disse il ragazzo, — è dunque entrato in cucina... se vuole parlargli, eccolo qui.
In quel momento vidi un uomo ben tarchiato che veniva verso di noi, con un cappello a larghe falde, una giubba di fustagno e calzoni simili che entravano negli stivali. Mi venne incontro con faccia aperta dicendomi:
— Di chi domanda?
— Del signor Nicola Bruni.
— Sono io.... Venga avanti.
— Io sono Daniele Carletti, nipote di Monsignor Giusep....
Non mi lasciò finire, ma gettandomi le braccia al collo mi baciò sulle due gote, colla più cordiale espansione.
— Bravo per Dio!... Caro signor Daniele... benissimo; venga avanti, e si accomodi... ma non sarà solo forse?
— No, signore, sono in compagnia del mio cane.
— Ma vengano avanti tutti due... ma dov'è il bagaglio?... La vettura, il cavallo? — Martino, su via, presto, corri ad aprire il cancello del cortile, fa entrare la vettura che ha condotto il signore... animo, corri....
Non era possibile interromperlo, e Martino era già corso ad aprire, quando ho potuto dirgli ch'ero venuto a piedi, spiegandogli il motivo.
— Oh per Bacco!... quale fatalità! Se mi avesse scritto, avrei mandato a prenderlo coi nostri cavalli. Io pure, veda, non posso soffrire le diligenze.
Lo assicurai che mi ero divertito moltissimo, e che quel viaggio era stato per me un sommo piacere.
— Benissimo.... Benissimo... bravo da senno. — Andò poi a' piedi della scala e gridò a piena gola: — Giovanna.... Agata.... Marta... venite subito abbasso, ma presto.
Eravamo entrati in un salotto terreno. Bitto s'era accovacciato in un angolo, e ansava colla lingua pendente. Il signor Nicola mi fece sedere sul canapè, e incominciò a chiedermi notizie della salute dello zio, e degli effetti provati dopo la cura dei bagni. Quando entrò la signora Giovanna seguita dall'Agata, egli si alzò per le presentazioni, e mi disse:
— Mia moglie... mia figlia... — poi rivolto a loro, — il signor Daniele Carletti, nipote di monsignor Canonico, e futuro maestro del nostro villaggio.
Io feci le mie riverenze, e le signore i soliti complimenti; e sedemmo tutti in circolo a parlare di mille cose.
Il signor Nicola aperse la finestra che guardava sul cortile, e chiamò:
— Martino?
— Eccolo.... — rispose il domestico avvicinandosi.
— Che cosa fai?
— Ho aperto il cancello.
— E non hai veduto che non ci sono vetture?
— Ho veduto.
— Ebbene, ora che fai?
— Aspetto la vettura....
— Come?... Vuoi che le vetture che conducono i viaggiatori arrivino dopo di loro?... Chiudi il cancello... chiama la Menica... accendi il fuoco... corri... imbecille!...
— Sì, signore!...
Il signor Nicola chiuse la finestra e mi disse:
— Caro signor Daniele, non dovete giudicare il paese dal campione che vedeste. Abbiamo una popolazione intelligente e laboriosa, il mio domestico è un asino, ma non ne ho trovati di migliori. I nostri montanari sono pronti e svegliati, ma preferiscono la vita avventurosa dell'emigrazione alle cure servili ed alle meschine risorse del villaggio. Tutti gli uomini validi se ne vanno a cercar fortuna, la coscrizione porta via la gioventù, e non ci restano che gl'imbecilli per farci servire. Non si trovano più buoni domestici!...
La signora Giovanna alzava gli occhi al cielo, confermando coi moti del capo e delle spalle le asserzioni di suo marito; la signora Agata rideva.
Agata era una ragazza bionda cogli occhi chiari, ma per me una bionda non era una donna, od era una donna incompleta ed incolore. Avevo sempre presente come unico modello di bellezza femminea la contessa Savina, co' suoi capelli neri, cogli occhi e i sopraccigli corvini. L'Agata non poteva piacermi, e per giunta era vestita come una bambola di Norimberga, senza grazia nè moda, e non poteva reggere al confronto delle signorine eleganti di Milano, alle quali erano avvezzi i miei occhi.
Essendosi fatta notte, la vecchia Menica venne a deporre sul tavolo un'antica lucerna d'ottone che mandava una luce rossastra, ed avendo fatto cenno alla padrona, questa la seguì accompagnata da sua figlia. Bitto uscì egli pure dalla stanza, attirato forse dall'odore della cucina, ed io rimasi solo col signor Nicola, che mi mise al corrente di quanto poteva interessarmi.
Il signor Nicola Bruni, antico amico di mio zio, che desso pure era oriundo di Valtellina, era diventato da tanti anni l'amministratore onorario del piccolo patrimonio del Canonico, consistente nella casetta appigionata al maestro, con poca terra annessa, e l'aggiunta d'un altro ettaro di terreno diviso in sei appezzamenti sparsi per la montagna. Pagate le imposte e gli ordinari ristauri della casa, la terra rendeva circa l'uno e mezzo per cento del suo valore. Per altro quell'ettaro di terra così frazionato si sarebbe venduto senza la casa, un quattordici o quindicimila lire sonanti, tanto si apprezza in quelle montagne il diritto di proprietà. La terra era data a mezzeria, e produceva castagne, patate, legna, fieno, fagioli, e un po' di vino. Potevo calcolare in media sopra una rendita di circa dugento lire l'anno. Lo stipendio al maestro essendo fissato a lire settecento, e non mancando gl'incerti, consistenti nei regali dei parenti degli scolari, e qualche gratificazione comunale, poteva contare sopra una rendita fissa di novecento lire annue, e l'abitazione gratuita.
— Da vivere onestamente.... — conchiuse il signor Nicola.
Io pensava in quel punto ai milioni di casa Brisnago, ed alla mia intenzione di ritornare una volta o l'altra a Milano a rinnovare il tentativo del bacio. Intanto col mio ingegno doveva studiare il modo di pareggiare la differenza fra le mie rendite e quelle della contessa Savina!.. ma ero innamorato stracotto e la parola impossibile non si trova nel dizionario degli innamorati. E poi avevo sul telaio il mio Lucchino Visconti, e nessuno poteva indovinare ove mi avrebbe condotto una tragedia.
— La casa, — continuò il signor Nicola dopo una breve pausa, — la casa ha bisogno di qualche ristauro, ma l'annata è stata buona, ed io ho fatto dei risparmi che il vostro buon zio mi ha autorizzato di spendere per mettere in assetto conveniente la vostra dimora.
— Non basta, — io soggiunsi, — tengo anche un gruzzoletto d'oro che il povero vecchio mi ha consegnato al momento della partenza, per il viaggio, i primi bisogni e gli arredi di casa.
— Allora siete un signore addirittura, — disse il signor Nicola, — e con un po' di economia e di giudizio, in queste montagne si vive da papi. Tutto sta nel non avere delle idee superiori alle forze, contentarsi del proprio stato, non aspirare a quelle grandezze che non si possono raggiungere....
Voltai la testa, tirai fuori il fazzoletto, e mi soffiai il naso tanto da nascondere la mia confusione; perchè mi pareva proprio che il signor Nicola mi leggesse i pensieri sul viso. Per buona fortuna entrò la Menica, che si mise a distendere sulla tavola una bianca tovaglia di bucato, poi distribuì i tovagliuoli, i piatti, le posate, e apparecchiò in ordine ogni cosa. Il signor Nicola tirò fuori da un armadio parecchie bottiglie, dicendomi:
— Ecco il vino di Sassella, onore della nostra Valtellina; ed assaggerete anche degli altri vini dei nostri monti che non sono privi di merito.
Poco dopo entrarono le signore portando ciascheduna qualche cosa. Osservai che Bitto, il quale non aveva idee preventive riguardo alle donne, seguiva la signora Agata con qualche dimostrazione di simpatia, ed essendomi venuto vicino continuava ad osservare i movimenti di lei, poi mi guardava in un certo modo che pareva volesse dire:
— Sta attento, se hai fame, questa è una buona ragazza; e si leccava i baffi.
Finalmente la Menica venne a portare in mezzo alla tavola una famosa zuppa di polli, fumante, che spandeva un odore appetitoso.
Ci sedemmo tutti in circolo intorno la tavola: alla zuppa seguì un arrosto eccellente di beccaccie, del prosciutto, del formaggio, della frutta, e con quest'agape domestica venne lautamente celebrato il mio arrivo. Il signor Nicola mi versava continuamente da bere, l'Agata accarezzava Bitto e gli dava dei buoni bocconi, egli divorava ogni cosa, e continuava a guardarmi con gioconda espressione, quasi volesse dirmi:
— Bravo Daniele, hai trovato una casa ove si fanno le cose per bene.
Dopo cena il discorso si fece animato. Io raccontai gli episodi del mio viaggio, omettendo od aggiungendo quello che mi pareva opportuno, od interessante per gli ospiti. La mia ammirazione per le montagne produsse un effetto eccellente.
— Vedrete... vedrete tutto a suo tempo, — mi ripeteva gongolando il signor Nicola, — in genere di montagne abbiamo delle meraviglie; dalle più ridenti alle più orride, dal pingue pascolo agli arridi burroni, alle nude roccie, erte, diritte, scoscese, coperte d'eterne nevi! Vedrete le nostre mandre, le nostre vigne, i nostri boschi di castagni e d'abeti: e pareva ch'egli fosse felice d'aver trovato un ammiratore del suo paese.
Narrai anche il mio incontro con Bitto, e la gioia reciproca dei due poveri vagabondi che si fecero buona compagnia, consolandosi a vicenda della solitudine, ma dovetti tagliar corto al racconto, perchè mi parve di scorgere sul volto della ragazza dei segni non equivoci d'emozione, ed io non intendeva d'intorbidire la festa facendo versare delle lagrime. Mi sorprese però che una donna incolore potesse mostrarsi sensibile per così poco.
Non tardai parimente ad avvedermi che l'Agata era la delizia di tutti: sua madre la contemplava con tenerezza, suo padre le sceglieva i bocconcini più ghiotti, e glieli offriva con compiacenza, la Menica girando intorno la tavola l'ammiccava con un sorriso, Martino la serviva con diligenza e premura, Bitto non si distaccava più dal suo fianco, ed era cane di buon naso. Io solo non sapevo trovarle veruna attrattiva. I miei occhi non vedevano che una bruna fanciulla, resa eterea dalla distanza; il mio cuore aveva sete d'un bacio non restituito, del quale sentivo d'essere in credito. Quella sera la veglia fu prolungata da mille discorsi animati da copiose libazioni che mi diedero un alto concetto enologico della Valtellina. Io che a Milano m'immaginava queste montagne come le gelide regioni del polo nord e del mar glaciale, fui ben sorpreso la prima sera del mio arrivo di trovare la temperatura del Senegal, andando a letto tanto caldo che soffiavo come un mantice, e non potevo sopportare le coltri.
Il mattino seguente, che era una domenica, mi alzai per tempo, apersi la finestra, e respirai a pieni polmoni la brezza mattutina, contemplando lo stupendo panorama delle Alpi che mi stava davanti, e volando colla fantasia attraverso la strada percorsa da Tirano a Sondrio, per Morbegno, Colico, Como e Milano. Vedevo come in sogno lo zio canonico che andava a dir messa, il gatto di casa che miagolava fregandosi alle sottane di Veronica, mentre essa apparecchiava la colazione, entravo nella mia cameretta deserta, aprivo il balcone, e stavo aspettando che la contessa Savina comparisse alla finestra dirimpetto, per pagare il suo debito, restituendomi il bacio.
A farmi cadere dalle nuvole non ci voleva altro che il confuso pigolìo che saliva dal sottoposto cortile. Abbassai gli occhi e vidi l'Agata accoccolata che sminuzzava della polenta chiamando i polli. Alla sua voce il gallo, le galline, le chioccie e i pulcini accorrevano da tutte le parti saltellando, svolazzando e cantando, le saltavano d'intorno festosi, rubandosi i bocconi dalle mani. Essa parlava con loro, incoraggiando i timidi, sgridando gli sfrontati, correggendo gl'indiscreti; ed io la guardava dall'alto con sorpresa, senza farmi vedere. Poco dopo comparve la Menica colle sottane rilevate fino al ginocchio, le gambe nude, gli zoccoli di legno, e le maniche della camicia rimboccate fino al gomito, portando un mastello di lavature, dentro le quali gettò una manata di crusca, e poi aperse il porcile. Allora ne uscì un mostruoso maiale, che saltellando goffamente mandava grugniti nervosi, e immergendo il grugno in quella poltiglia lo tirava fuori tutto imbrattato e gocciolante, ne spandeva da ogni parte, e pareva che se ne ridesse, quell'imbecille....
Ahimè! come ero lontano da Milano, dal corso, da quelle strade pulite, da quella vita elegante!... Sentivo una profonda tristezza, e in pari tempo un certo orgoglio della mia patria, e della nobile missione che andavo ad intraprendere, apportando la civiltà a quelle rozze popolazioni di montanari. Immaginarsi una ragazza che s'alzava mattiniera per dedicarsi a quelle occupazioni scurrili!... I polli mi facevano ridere, il maiale mi faceva ribrezzo. Io non ne aveva mai veduto, o solamente qualche testa pulita, rasa, incoronata di mortella, nelle vetrine dei nostri salumai, e non mi sarei immaginato l'immondo animale che mi stava davanti, servito da due donne, come un signore.
Agata consigliava la Menica, entrava ed usciva; finalmente si mise a chiamare Martino. Alla sua voce, Bitto, che dormiva saporitamente ai piedi del letto, alzò la testa, e ascoltò attentamente.
— Martino.... Martino.... — essa ripeteva.
Bitto diede un guizzo, saltò a terra, si mise a gemere presso la porta, raspando colle zampe, guardandomi, ed abbaiando. Gli apersi, ed egli in due salti fu abbasso. Bisognava vedere le smorfie che quel vile adulatore faceva alla ragazza! L'attaccamento, l'affezione, la riconoscenza verso chi dà da mangiare sono le virtù delle bestie, e specialmente dei cani. L'uomo invece conserva la sua indipendenza, dimentica il beneficio, e mostra la dignità dell'ingratitudine.
V.
Scendendo incontrai il signor Nicola che mi strinse la mano come ad un vecchio amico di casa. Dopo colazione mi condusse a visitare i miei possessi dispersi in tutti gli angoli del paese. Mi parvero siti selvaggi, e li avrei ceduti per un sorriso della mia lontana divinità, che avrebbe riso sicuramente se avesse veduto i miei feudi in dose omeopatica.
La casa si componeva di due piani ed era circondata da un appezzamento di terra mal coltivata, ove crescevano liberamente i cardi e le ortiche.
Il vecchio maestro mi venne incontro, come collega e vassallo ad un tempo, lamentando le miserie dei maestri e quelle dei coltivatori. Il signor Nicola per consolarmi mi parlava di riforme, di piantagioni, di concimi, e di raddoppiati prodotti mediante le cure necessarie. Introdotto nella mia futura dimora, mi parve scombussolata, rovinosa, sporca, mi metteva tristezza. Il signor Nicola la trovava comoda, facile a ripararsi con poca spesa; buone stanze ariose. Era cosa naturale: quasi tutti i vetri erano rotti, e l'aria campeggiava liberamente. La cucina appariva tutta adorna di casseruole.... dipinte sul muro col carbone. Il salotto mostrava delle teste di guerrieri colla pipa in bocca, opere tutte alla maniera dei tempi preistorici della pietra, che rivelavano un artista primitivo. I pavimenti solcati, le pareti bucherate e sparse di chiodi, i soffitti facevano ventre da per tutto; i ragni s'erano impadroniti degli angoli, e le scope erano state bandite con sentenza inesorabile.
E mentre il signor Nicola parlava col mio onorevole antecessore, io girava per quelle stanze, pensando fra me stesso: — quale splendido appartamento sarebbe questo per la contessa Savina Brisnago, e quale giardino! e mi metteva le mani nei capelli.
In poche parole fummo d'accordo sulle condizioni dello sgombro, che era assai facile; se ne usciva il vecchio maestro e le spazzature, la casa poteva consegnarsi subito agli operai affinchè la rendessero abitabile pel nuovo maestro e il suo cane. Ma per tale sgombero mi chiesero quattro giorni, che gli vennero concessi. Allora credette opportuno di farmi conoscere il sistema scolastico e le sue abitudini domestiche. Gli scolari per turno gli tenevano in ordine la casa (come abbiamo veduto!), lavoravano l'orto e andavano ad attinger l'acqua alla fontana. Pel vitto s'era accomodato colla vicina famiglia dell'organista, uomo gioviale ed onesto. Forse l'organista avrebbe accondisceso a continuare le sue prestazioni, qualora ci fossimo intesi sulla relativa contribuzione.
— Va benissimo, parleremo di tutto questo con quiete, alle mie donne, — disse il signor Nicola.
Ma quando il maestro si mise a parlare dell'insegnamento, del metodo, della severità dei precetti, dei testi impiegati, il mio compagno incominciò a tirarmi per le falde del vestito, e vedendo che s'annoiava, feci i miei saluti a quell'uomo dabbene e ringraziandolo delle sue informazioni ci congedavamo, per andare alla messa parrocchiale.
Le campane suonavano a festa, e l'eco si ripeteva confusamente intorno la valle, riempiendo l'aria di onde sonore. I montanari scendevano dalle alture, accompagnati dalle loro donne, vestite a varii colori. Era una bella giornata d'autunno, e la popolazione raccolta sul sagrato della chiesa dava un aspetto allegro al villaggio. Tutti mi guardavano con curiosità, e salutavano rispettosamente il signor Nicola.
Agli ultimi tocchi comparve la signora Giovanna con l'Agata, ed al loro passaggio tutti si levavano il cappello, e si vedeva chiaramente dalla franca cordialità dei saluti che tutti volevano bene a quella famiglia.
Dopo messa andammo a far visita in Canonica, e venni presentato a don Vincenzo Liserio parroco del villaggio, al quale consegnai la lettera di mio zio. M'accolse cortesemente, come maestro e nipote d'un canonico, ma con una certa solennità, da uomo che misura le parole per non compromettere l'avvenire, guardandomi sott'occhio per istudiare la fisonomia.
Mi fece tutte quelle offerte generiche che sono dell'occasione, ma non incoraggiano a recare disturbi, perchè si capisce subito ciò che valgono.
Ritornati in casa Bruni, entrammo nel salotto, e dopo breve conversazione in famiglia, la Menica chiamò la signora Giovanna; e Martino si presentò sulla porta.
— Che cosa vuoi? — gli chiese Nicola.
— C'è qui Giacomo che aspetta i vostri ordini.... fino da questa mattina.
— Giacomo, chi?
— Giacomo, fratello di Perina, moglie di Pietro cognato di Battista.... quello che ha un figlio soldato.... e un altro che ha emigrato in Germania il giorno che si andava a....
— Non lo conosco.
— Non si ricorda, che ieri sera mi ha ordinato di farlo venire con degli uccelli?
— Ah! è l'uccellatore?
— Sicuro.
Il signor Nicola alzò i pugni stretti, ed aveva un volto da far paura. L'Agata, che entrava in quel momento, dando un colpo d'occhio a suo padre, gli fece mutare l'espressione della collera in uno sberleffo. Uscì precipitoso dando uno spintone violento alla porta. Martino era svignato. Il signor Nicola aveva un carattere impetuoso, e sul primo momento avrebbe schiacciato un uomo come una mosca; ma per buona fortuna il suo furore non durava che due minuti. Martino, che conosceva bene il padrone, quando vedeva negli occhi di lui i primi lampi che annunziavano l'uragano, spariva sul momento, e restava assente per cinque minuti. Il padrone si gettava contro i muri, le porte, le sedie e quanto gli stava davanti, e slanciava dei calci, che quegli oggetti inanimati non sentivano.... e il domestico non li sentiva nemmeno.... — E poi dicevano che era un imbecille! Allora l'Agata mi spiegò che il signor Nicola, nella sera antecedente, avendo ordinati degli uccelli per il pranzo, l'uccellatore li aveva portati per tempo; ma Martino lo tenne varie ore nella stalla ad attendere gli ordini del padrone che era uscito con me. Intanto le signore aspettavano con impazienza l'arrivo del futuro arrosto, il quale aspettava per essere apparecchiato chi non doveva arrivare che per mangiarlo.
Si dovette ritardare il pranzo d'un'ora, richiamare il fuggitivo che almeno venisse a spennare il corpo del suo delitto, e mentre il signor Nicola e sua moglie erano occupati in altre faccende, l'Agata venne a farmi compagnia nel salotto. Mi domandò con interesse molte cose di Milano, ed io le descrissi le feste, i corsi, gli spettacoli della città, l'eleganza delle signore, il lusso delle carrozze....
Essa mostrò di conoscere non solo i principali monumenti, ma bensì la vita intellettuale ed artistica, e mi sorprendeva assai che una fanciulla che si occupava de' suoi polli, parlasse di cose elevate con non volgare giudizio. Mi disse che i suoi genitori l'avevano condotta a Milano, quando era uscita dal collegio di Como, ove era stata in educazione. Io arrossivo pensando d'essere stato a Como senza vederlo. Poi per farmi passare il tempo aspettando l'ora del pranzo mi condusse a visitare l'orto e il giardino. Nell'orto la mia ignoranza fece la sua prima comparsa. Io non distingueva le piante delle patate dai pomidoro, le carote dal prezzemolo, confondeva il rosmarino colla lavanda, le zucche coi poponi. Essa rideva di cuore, e mi diceva:
— Eppure a Milano si trovano ogni sorta d'erbaggi; ne vidi di bellissimi sul mercato.
— È vero, ma io non li conosco che quando li vedo cotti....
Allora mi svelò l'estetica degli erbaggi facendomi osservare minutamente l'eleganza e la varietà dei loro portamenti, l'increspatura, i frastagli, le tinte differenti delle foglie, la bizzarria delle forme, la singolarità dei profumi; mi faceva odorare il timo, la salvia, il ramerino, il finocchio, il cerfoglio, il targone, la rucola, la maggiorana, la menta, e mi diceva: — Vedete la grande varietà di aromi indigeni coi quali possiamo condire le vivande senza il soccorso delle droghe che andiamo a prendere alle Indie. Vi prego di considerare la grazia d'un fiore di borragine, ma guardate se può darsi un turchino più limpido, un bianco più puro, un nero più spiccato: e il frutto del peperone, e la leggerezza dello sparagio quando si adorna delle sue sementi rosse come coralli. Guardate le foglie glabre e frastagliate dei carcioffi come sono ornamentali!... e il frutto? non ha esso servito mille volte alle arti ed alle industrie? Le zucche e i meloni non sono forse piante e frutti magnifici, e i fiori di tutti i legumi non sono forse i più vezzosi?... Guardate i ceci, i fagiuoli, i piselli! Credetemi, signore, chi non vede la bellezza della natura in un orto, non la vede intieramente nemmeno sul lago di Como.... Nella natura come nelle arti non basta apprezzare l'insieme, ma bisogna saper conoscere anche i pregi d'ogni singola parte. Chi non ama che il frastuono d'una sinfonia, e non gusta un motivo melodico, non può dire d'intendere la musica; chi non ammira che la sublimità delle montagne e non ha mai contemplato il fiorellino che cresce sui loro crepacci, non conosce la natura. Le scene grandiose le vedono tutti, la musica rumorosa colpisce tutte le orecchie, ma le anime delicate soltanto sanno scoprire il bello nelle cose minute, e godere le delizie della natura e dell'arte davanti gli oggetti impercettibili agli sguardi volgari.
Rimasi maravigliato de' suoi discorsi!... Passammo in giardino, e quivi mi rinnovò la lezione, mostrandomi tutto quello che io ignorava delle bellezze delle piante. Quivi, credendo opportuno di svelare finalmente qualche cognizione, le dissi:
— Sono sicuro che conoscete il linguaggio dei fiori.
— Lo conosco, — mi rispose, — ma lo trovo puerile.
— E perchè?
— Perchè i fiori parlano un linguaggio che si intende da chi ama la natura e vive nella sua intimità, senza bisogno di chiedere le loro espressioni ad emblemi convenzionali. Un fiore qualunque, il più modesto fiore del prato, parla al nostro cuore se ci rammenta un istante memorabile della nostra esistenza, un paese, un amico, una parola, se la sua vista risveglia la memoria assopita d'una persona lontana, o d'un giorno felice.
Tali discorsi portavano naturalmente il mio pensiero al mazzetto gettato alla contessa Savina, e pensavo: chi sa, se vedendo una rosa, delle violette e degli eliotropi, essa rivolgerà la mente al povero esule che non vede al mondo che lei!... e camminavo mesto e silenzioso per quel giardino, seguito dall'Agata; avevamo l'aspetto di due ombre che vanno vagando pei Campi Elisi. Quella conversazione e que' fiori che ci stavano d'intorno m'aveano rapito in un'estasi poetica, quando Martino venne ad annunziarci che il pranzo era servito. A questo mondo tutto finisce in prosa!
Durante il desinare venne in campo il discorso del mio prossimo sgombero e del sistema di vita che mi sarebbe convenuto. Il signor Nicola accennò al consiglio che mi venne dato dal vecchio maestro, di accomodarmi coll'organista pel vitto, e rivolto all'Agata le disse:
— Che te ne pare?
— Il vecchio maestro, — essa rispose, — si trovava in condizioni diverse; la defunta sua moglie era sorella di Tobia l'organista, i legami di famiglia facilitavano le loro relazioni; ma non so se ciò che conveniva a due vecchi cognati di Valtellina possa offrire gli stessi vantaggi ad un giovane milanese avvezzo ad altro sistema. Poi il signor Daniele non conosce Tobia, non l'ha ancora veduto... è un buon diavolo, ma originale.... ed ha la lingua un po' troppo lunga. I due cognati andavano d'accordo in molti punti, per esempio nel giudicare l'ordine e la nettezza come cose di lusso; ne sia prova l'abitudine del maestro di farsi servire dagli scolari, che gli mettevano la casa a soqquadro e ne facevano un letamaio.
— Allora, — soggiungeva il signor Nicola, — bisogna pensare ad altro. Ci permettete, non è vero, Daniele, di trattarvi in amicizia e di occuparci dei vostri affari?...
— È il massimo favore che possiate farmi....
— Orbene, che ne pensi, Agata?
— Mi pare, — ella soggiunse, — che si potrebbe trovare una buona donna di servizio pel maestro, che gli tenesse in ordine la casa, e che sapesse fargli da pranzo e il bucato. In fine dei conti la spesa sarà eguale, se non minore, la salute se ne troverà meglio, e in caso che fosse indisposto non sarà solo.
Mi pareva strano che una persona che si occupava di polli e dell'orto potesse avere tanto buon senso. Io approvai intieramente il suo piano e tutti i consigli che vi aggiunsero i genitori, tanto solleciti del mio bene.
— E chi potrà trovare facilmente una donna che mi convenga? — io chiesi.
— La troverò io, — soggiunse l'Agata, e mi mostrò tanta bontà premurosa, e mi spiegò con tanta grazia che cosa dovessi fare, e come contenermi per i miei piccoli interessi di casa, che davvero, se non fosse stata troppo bionda, l'avrei forse trovata anche bella.
Essendo giorno festivo, non fu possibile mandare a Tirano a prendere i miei bagagli, ma quell'ottima famiglia non mi lasciò mancar nulla che mi fosse necessario, mettendo a mia disposizione la più bella biancheria del signor Nicola. Una sola cosa mi faceva difetto: un libro per la sera. Essendo avvezzo da lunghi anni a leggere a letto, e privo da tanti giorni d'un tal piacere, ne sentivo vivamente il bisogno; onde mi feci animo, e dissi all'Agata:
— Siete tanto buona, che vorrei domandarvi un nuovo favore da aggiungere agli altri.
— Tutto quello che abbiamo è a vostra disposizione.
— Come siete gentile!... vorrei pregarvi di favorirmi un libro da leggere.
— Ben volentieri.... Volete storia, romanzi, viaggi, drammi, poesie?...
— Ve ne lascio la scelta... ben sicuro che mi darete il libro che mi conviene di più.
— Benissimo... farò il possibile per scegliervi una lettura utile e piacevole.
— E di vostro gusto.
— E di mio gusto.
Alla sera dopo cena mi consegnò il libro; io la ringraziai caldamente, e salii tutto contento nella mia stanza. Appena entrato mi avvicinai al lume per guardare il frontispizio del volume, e ne rimasi sorpreso e pensieroso. Era sincerità od ironia?... era un atto d'ingenuo interesse od una lezione arguta?... Profondo mistero!... Il fatto sta che quel libro era l'Ortolano dirozzato di Filippo Re.
VI.
All'indomani Martino andò a Tirano a prendere il mio bagaglio, dimenticandosi nell'ufficio della diligenza l'ombrello, che ho potuto ricuperare qualche giorno dopo col mezzo d'un amico del signor Nicola. Sono incalcolabili le noie e gl'imbarazzi causatici dagli imbecilli fra le vicende della vita. Siccome non possono essere occupati che in cose da nulla, e le fanno male, così ci obbligano a rifarle, annoiandoci in frivole cure per le quali li avevamo pagati. Ma in tutte le condizioni sociali siamo pur troppo condannati ad attraversare il pelago dell'umana imbecillità, e questa navigazione desolante ci ruba delle ore preziose, e quindi ci accorcia la vita. Maledetti gli imbecilli!...
Io ero capitato al villaggio appunto per distruggere l'ignoranza e l'imbecillità, e mi ripromettevo grandi vantaggi da questa nobile e santa missione, ed aspettavo l'apertura della scuola per gettarmi a corpo perduto nelle cure della pubblica istruzione.
Intanto la prosa dell'Ortolano dirozzato mi produceva ogni sera il suo effetto infallibile, addormentandomi d'un sonno denso, tenace, profondo, e talvolta facendomi vedere in sogno una testa bionda di donna col sogghigno dell'ironia, fra un cavolo navone e un cavolo rapa.
Non mi ero degnato mostrarmi offeso della scelta del libro, e tacqui fino a che un giorno l'Agata mi domandò se io facessi progressi nell'orticoltura.
Allora gli dissi un po' risentito che non mi sentivo davvero chiamato a quel genere di studi.
— Avete torto, — mi rispose.
— Che volete!... se preferisco Monti, Foscolo, Alfieri a Filippo Re, la traduzione d'Omero, i Sepolcri e le tragedie ai poponi ed alle zucche, non è mia colpa... i gusti son gusti.
— Non si tratta di preferenze, — essa insisteva — ma di assoluta necessità. Ogni persona di buon gusto, dopo pranzo, preferisce un mazzo di fiori ad un pezzo di pane; ma se i fiori sono vaghi, profumati e deliziosi, non sono necessari come il pane. Per coltivare dei fiori bisogna vivere, e per vivere bisogna mangiare, dunque il necessario deve passare prima del dilettevole, i campi prima dei giardini, l'orto prima della poesia. La poesia è cosa sublime, è un ornamento della vita, ma per vivere bisogna lavorare sul positivo e sul sodo. La vita è cosa seria, ha doveri e necessità dalle quali non si sfugge senza grave danno. Sapete di quell'astronomo che camminando assorto nella contemplazione degli astri è caduto in un pozzo. Sta bene guardare in alto, ma non bisogna cadere nei pozzi, e ce ne sono tanti sulla terra.
Ci sono poi certi poeti che cercano le ispirazioni in aria, e rapiti dai loro voli pindarici non vedono il bello che li circonda, non sanno ammirare i pregi della natura che passa davanti i loro occhi, disdegnano come volgarità la semplice poesia della vita. Io invece trovo la poesia anche nel cortile e nell'orto, ove osservo tanti doni della natura che crescono a beneficio dell'uomo, e mi rammentano i piaceri della mensa, che, raccogliendo la famiglia e ristorando le forze, procura anche i piaceri morali che provengono dallo scambio dei pensieri e degli affetti.
Tali discorsi mi conducevano a serie riflessioni; io le chiedeva scusa del mio sussiego, mi desolava delle mie idee storte, vane e confuse, e mi battevo la fronte. Allora essa rideva, e lodando i miei gusti letterari, incoraggiava i miei studi; e mi consigliava a ripartire il mio tempo fra la prosa e la poesia, fra le cose positive e le amenità.
— Se dovete vivere in campagna, — essa aggiungeva, — avete bisogno d'un orto; se sapete coltivarlo ne caverete degli utili, e poi imparerete anche a coltivare i fiori.
Le promettevo di occuparmene seriamente... ma quando aprivo il mio Ortolano dirozzato, e leggevo quelle elucubrazioni sulla cultura dei cavoli, il libro mi cadeva dalle mani, e contro mia volontà mi addormentavo.
Il vecchio maestro era partito, il mio casino era in ristauro. Il signor Nicola lo aveva consegnato ai muratori, falegnami, fabbri-ferrai, ed ogni giorno andavamo insieme a visitarne i lavori. Io non vedeva che martelli che battevano, seghe ed accette che dividevano e sgrossavano legnami, pialle che spianavano tavole, lime, raspe, tanaglie che rodevano e sconficcavano, cazzuole che muravano, pennelli che imbiancavano, tutto ad onore della mia persona. Ma il signor Nicola vedeva meglio di me che una screpolatura richiedeva un arpese, che un muro faceva corpo, che le assi del solaio non erano ben commesse, e raccomandava ai muratori l'economia della calce, ai manovali di sgomberare i pavimenti dai rovinacci, di spazzare i trucioli che volavano giù dalle scale. Esaminava l'intonaco, e le varie opere del legnaiuolo, e faceva le sue osservazioni. Il giorno dopo si tornava a vedere se i suoi ordini erano stati eseguiti, e se tutto procedeva secondo le convenzioni stipulate cogli operai.
Poi facevamo lunghe escursioni visitando i boschi, i pascoli e le cascine; il signor Nicola mi parlava di migliorie da introdursi, e dei redditi aumentabili, ed io lo ascoltava guardando le belle vedute che si stendevano davanti i nostri sguardi. Bitto ci seguiva dappertutto, e andava avanti ad esplorare il terreno.
Una sera passeggiando con tutta la famiglia Bruni alle falde d'una collina, io osservava attentamente il mio cane che correva dietro agli uccelli svolazzanti sulle siepi, abbaiando furiosamente perchè non si lasciavano prendere.
— L'ingenuità di Bitto vi sorprende.... — mi disse Agata, — ma molti uomini fanno come lui: vorrebbero volare senza ali e si lamentano di non poter raggiungere coloro che s'innalzano perchè hanno forze superiori.
La guardai in faccia sospettoso, perchè mi parve alludesse al mio caso, ma vidi che la sua fisonomia non indicava alcuna malizia, e pensando d'altronde ch'essa non poteva conoscere le mie aspirazioni mi tacqui, e meditai lungamente sulla rassomiglianza dei miei gusti con quelli del mio cane.
Quando il mio casinetto mi parve in ordine, pregai le signore Bruni di volerlo onorare d'una visita, anche per favorirmi i loro consigli sulle ultime disposizioni. Accettarono con piacere la mia proposta, e v'andammo insieme; ma mentre mi aspettava dei complimenti sul mio buon gusto, dovetti invece subire le giuste critiche dell'Agata. Infatti fui forzato di riconoscere che mi ero dimenticato le cose più indispensabili agli usi domestici.
— Ecco i poeti!... — mi disse sorridendo la ragazza, — più fortunati di Bitto hanno le ali per volare al disopra delle cose terrene, ma però, meno positivi degli uccelli, si dimenticano gli agi del nido, che hanno pur tanta parte nella poesia della vita.
L'Agata era troppo buona per aver l'intenzione di pungermi sul vivo, tuttavia ogni qual volta mi metteva al confronto cogli altri animali, io figurava sempre al di sotto della bestia... Non potevo sopportare in pace ogni attacco, nè dissimulare la mia stizza, ed essa, invece di mostrarsi dolente del mio dispetto, pareva si godesse. Alla fine, convinto dalle sue dimostrazioni che gli uomini hanno meno attitudine delle donne per mettere in ordine una casa, la pregai di volermi assistere come una buona sorella, incaricandosi di completare le mie disposizioni e di compiere l'opera che sembrava troppo superiore alla mia capacità. Avendo accettato cordialmente l'incarico col consenso dei genitori, le consegnai il denaro che restava disponibile facendole ampia procura di spenderlo secondo i suoi gusti e il suo giudizio. Due giorni dopo essa partì per Sondrio, accompagnata dal padre, per fare le spese necessarie, ed al suo ritorno venne spedito un carro a prendere gli oggetti acquistati che giunsero in buon ordine, certo a motivo che Martino non faceva parte della spedizione.
Allora l'Agata accordò la Rosa al mio servizio, e volle stipulata una convenzione fra noi, cioè ch'io non entrassi più nella mia futura dimora fino a che l'opera non fosse compiuta. Così, mentre l'Agata e la Rosa, accompagnate dal signor Nicola, dalla signora Giovanna e da Martino, andavano a lavorare a mio vantaggio, e si affaticavano a mettere a posto ogni cosa, io non aveva altro incarico che di passeggiare dalla parte opposta del paese col sigaro in bocca, come un vero sibarita.
In pochi giorni tutto fu messo in assetto, e finalmente ottenni il permesso di visitare la casa. La trovai trasformata, e ne rimasi sbalordito. Essa respirava una modesta agiatezza, piena d'attrattive. Si vedeva dappertutto la mano della donna, si sentiva la sua influenza e il suo intento. Ogni stanza aveva le sue tende, i mobili opportuni, puliti, e collocati a dovere. Al pianterreno un allegro salottino, con un bel tappeto davanti al canapè, un tavolo rotondo nel mezzo; uno studiolo colla stufa, e gli scaffali pei libri, un tinello colla sua credenza a invetriate ove si vedevano le stoviglie, le tazze, i cristalli che brillavano per nitidezza; ed una cucina ben fornita di pentole e pentolini, casseruole e girarrosto. Sugli scaffali si vedevano tutti gli oggetti destinati agli usi domestici, ch'io aveva dimenticati, dal macinino del caffè allo scaldaletto, dalle caffettiere alle lucerne, dai piatti alle scodelle. Davanti al focolare due alti seggioloni a bracciuoli invitavano a sedersi al fuoco. La catena e gli alari lucenti stavano al loro posto. Dopo la cucina si entrava in una piccola dispensa collocata a settentrione, fresca e ventilata per conservare le carni, poi c'era un magazzino ad uso di legnaia e cantina, provveduto dell'occorrente.
Al primo piano due belle stanze da letto, una per me, un'altra a disposizione dello zio quando volesse arrestarsi andando ai bagni di Bormio. Una stanzuccia per la Rosa, un'altra ad uso di guardaroba, un'altra ancora disponibile e vuota.
Tutte le stanze avevano l'occorrente, ma quello che mi colpì di più furono i quadretti appesi ai muri, e i vasi di fiori sui tavoli, e vari altri piccoli oggetti da collocare i sigari e i fiammiferi. Nel gabinetto da studio figuravano le più belle vedute di Milano, che mi arrestai a contemplare con uno stringimento di cuore. Il tinello aveva due bei panorami del lago di Como, e le pareti del salotto portavano i ritratti di alcuni fra i più grandi benefattori del genere umano.
Sulla porta della cucina stava affisso il lunario, e un calendario dell'ortolano, nel quale si leggevano i lavori e le semine da farsi ogni mese.
Quella buona ragazza così sensata e positiva, visti i miei piccoli mezzi, mi aveva dichiarato non occuparsi che del solo necessario; essa aveva dunque trovato necessario coprire la nudità delle pareti, riposare i miei sguardi sulle care memorie della patria, ricondurre il mio spirito di quando in quando per le vie della mia cara Milano, rammentando l'aspetto ridente della natura coi più bei siti contemplati sul lago, e richiamandomi alla mente le grandi virtù dagli uomini che onorano l'umanità.
Di quella povera casa, così deserta, tacita, e nuda, essa aveva fatto una dimora piacevole, comoda, popolata di ricordi, eloquente d'insegnamenti, fornita di graziose opere d'arte, un rifugio tranquillo e sereno, che invitava alla pace ed allo studio.
Commosso e riconoscente, non sapevo in qual modo dimostrarle la mia gratitudine. Essa aveva apparecchiato il nido al povero esule, s'era studiata di rendergli meno squallida la vita solitaria. Come una buona sorella aveva prodigate le cure più affettuose nell'allestimento d'ogni stanza, usando gli accorgimenti più delicati, le previsioni più sottili. Io andava pensando a qualche regaluccio che le provasse la mia piena soddisfazione, ma mi trovavo nell'impossibilità di poter acquistare un oggetto qualunque al villaggio.
Mi si presentò il pensiero di offrirle la medaglia di mia madre.
Era quanto io possedessi di più prezioso, e vi tenevo tanto che dapprima respinsi tale idea come una tentazione. Non sapevo risolvermi a privarmi di quella santa memoria; respingevo il progetto, e lo riprendevo esitante e sconvolto da mille diversi pensieri, quando la Rosa venne a dirmi che l'Agata mi attendeva ansiosa di conoscere l'effetto prodotto dalle sue disposizioni.
Dovetti risolvermi a partire colla medaglia o colle mani vuote; o quella o niente!... In tale dolorosa alternativa, piuttosto di passare per un ingrato ho preferito lacerarmi le fibre del cuore, presi la medaglia deciso e rassegnato al dolore di privarmi dell'ultimo residuo della famiglia, dell'unico segno che mi rammentasse mia madre, e corsi a casa Bruni.
L'Agata era nel suo giardinetto aspettando il mio ritorno, quando io le comparvi dinanzi tutto sconvolto dall'interna lotta delle mie sensazioni. Vedendomi ne rimase confusa, temendo di non avere incontrato il mio gradimento. La rassicurai piuttosto coi gesti che colle parole, perchè mi mancava la voce. Poi le presentai la medaglia dicendole:
— Questo è l'oggetto più prezioso che posseggo, è l'unico ricordo che mi rimane della mia povera madre; vogliate accettarlo come un pegno della mia viva riconoscenza.
Fece un moto di sorpresa e rifiutò: una grossa lagrima scese sulle sue guancie, indi mi rispose:
— La vostra soddisfazione mi ricompensa largamente del poco che ho fatto. L'allestimento della casetta è stato per me un vero divertimento, il dono che vorreste farmi mi prova che sono riuscita al di là delle mie speranze, io ne sono contentissima e non desidero altro.
— Non rifiutate, vi supplico, di accettare questo piccolo segno della mia gratitudine.
— Ma nemmeno per sogno, caro Daniele, io sarei ben crudele se vi privassi d'una tale santa memoria!
— Eppure, Agata, sento dentro di me una ispirazione che mi spinge ad insistere, sento come la voce di mia madre che mi ordina di mettere questa medaglia nelle vostre mani, come un sacro deposito.... rifiuterete la preghiera di una povera madre morta?
Allora, vedendomi umiliato e dolente della sua esitanza, stese la mano dicendomi:
— Come semplice deposito l'accetto. — Prese la medaglia, la guardò attentamente, le diede un bacio, se la pose in seno, ed aggiunse: — Essa mi darà il diritto di trattarvi come fratello.... fin che saremo vicini.
— Mia madre vi ascolta a vi benedirà, — risposi.
Le baciai la mano con affetto fraterno, mi ritirai nella mia stanza, perchè sentivo bisogno di trovarmi solo, per piangere in libertà.