VII.
Il giorno seguente presi possesso della mia nuova dimora, dopo di aver dimostrato come seppi meglio tutta la profonda riconoscenza per la cordiale ospitalità ricevuta in quell'eccellente famiglia. La partenza da casa Bruni mi riuscì dolorosa come se vi avessi vissuto degli anni. Vi sono a questo mondo luoghi ai quali non ci avvezziamo nemmeno dopo una lunga dimora; ve ne sono altri nei quali si sta bene fin dal primo giorno, e che non si vorrebbero lasciare. Generalmente in questi si è destinati a passare rapidamente, e negli altri a consumare la vita! ecco il nostro destino!
Pregai quei buoni signori di continuarmi la loro amicizia.
— Nulla è cambiato, — mi rispose il signor Nicola, — avete due case invece d'una sola, ecco tutto!...
Volevo baciargli la mano, ed egli si è rifiutato, dandomi due grossi baci sul volto. Mi accompagnarono fino alla porta della loro casa, mi strinsero le mani affettuosamente. Martino portava il mio sacco da notte, le signore mi dicevano:
— A rivederci.... a rivederci.
— A rivederci.... questa sera, — io risposi, — e partii salutando colla mano, seguito da Bitto, che, colla coda bassa, dimostrava non essere più contento del suo padrone.
La Rosa m'aspettava sulla porta della casa, mi venne incontro per alcuni passi, prese il sacco dalle mani di Martino, e m'introdusse nel mio nuovo possesso.
Salii il primo piano seguito dalla fantesca, ed affacciandomi alla finestra che guardava sul cortile vidi un bel gallo a penne variopinte, il quale scuoteva la cresta orgogliosa, sorvegliando quattro belle galline che razzolavano in terra.
— Ove avete trovato quei bei polli? — chiesi alla Rosa.
— È un dono della signora Agata, che volle piantarvi il pollaio co' suoi allievi. Rammentandosi gli elogi fatti a colazione sulla freschezza delle uova, desiderò che continuaste a trovarne d'eguali sulla vostra tavola.
— Eccellente creatura!... cuor d'oro!...
— E testa fina!... — soggiunse la Rosa.
— Sicuro!... sicuro!... ma.... ma.... e ripeteva dentro di me: ma peccato che sia bionda!
Io era sempre perdutamente innamorato della contessa Savina, alla quale non avevo mai parlato, e che aveva rifiutato di restituirmi il bacio. Ma.... ma!... e andavo girellando per le camere come un uomo che cerca qualche cosa. Cercavo infatti lo scioglimento d'un problema: — date due donne giovani, ed amabili entrambe, una lontana e inaccessibile per la distanza, la nobiltà, la ricchezza, le condizioni sociali, e l'altra vicina, accessibile per relazioni di famiglia e opportunità d'ogni genere, un giovane s'innamora della prima e disdegna la seconda. Qual è la forza che lo spinge di preferenza verso l'impossibile?... ecco l'incognita.... Ho passato il primo giorno nel mio nuovo domicilio occupato esclusivamente di questo problema, che mi pareva un'equazione algebrica fra le più complicate e difficili. Chiuso nel mio studio, coi gomiti appoggiati allo scrittoio, e le mani nei capelli, io meditava le condizioni della vita e delle umane passioni, inesplicabili. Udivo al di fuori della gente che domandava alla Rosa:
— È in casa il signor maestro? — ed essa rispondeva:
— Sì, è in casa, ma non posso disturbarlo. Sapete che i maestri hanno delle occupazioni.... degli studi seri.... ritornate più tardi.
Io lasciava che andassero; infatti che cosa al mondo poteva interessarmi di più dello scioglimento del mio problema? non era esso il mistero della mia vita?... La contessa Savina era per me la più bella, la più seducente, l'unica donna!... L'Agata era una sorella. Il suo volto? io non lo vedeva! Il viso della contessa Savina mi stava impresso nel cuore con indelebili tracce. Per vederla viva e presente io non aveva che a chiudere gli occhi.... Essa era lì, alla sua finestra, coi suoi bruni capelli rilevati sulla fronte, con quello sguardo penetrante.... con quella scintilla che accende e consuma!... Ma e gli ostacoli?... Nel dizionario d'amore, ostacolo significa eccitamento, stimolo, sprone, prestigio. Tuttavia la ragione, il buon senso?... Che ragione! l'amore è una pazzia.... lo sento nei lucidi intervalli, che non mi servono a nulla. Dopo qualche breve sosta, la demenza riprende il suo dominio, e mi fa vedere le cose a rovescio. L'impossibile mi sembra facile.... e sento che in certi momenti posso diventare un eroe.... o un imbecille!
Il fatto sta, che quando il cuore è saturo d'un amore non ci sta altro, gli occhi non vedono più, il cervello è tutto occupato dai fumi del cuore; che possano allignare insieme due amori, è credere all'impossibile, all'assurdo. Chi s'illudesse di amare due donne in una volta, può essere sicuro che non ne ama nessuna. Io amo la contessa Savina, l'amo perchè l'amo, perchè è stata il primo raggio di luce della mia vita, il primo palpito del mio cuore, l'amo....
— Signor maestro, il pranzo è servito.... — mi disse la Rosa picchiando leggermente all'uscio.... — mi dispiace incomodarlo, ma è l'ora precisa che mi ha fissata.
— Vengo subito, — risposi, ed aggiunsi fra me: — maledetta prosa della vita!... Massaie indiavolate, siete tutte uguali! dalla Veronica alla Menica, dalla Menica alla Rosa, dalla Rosa alle sue pari! ogni giorno vi fanno discendere il pensiero sulla tavola, vi abbassano i vostri sogni al livello del loro focolare!...
— Il falegname ha portato l'ultima polizza, — mi disse la Rosa quando sedetti a mensa. — Anche il calzolaio voleva consegnarle questa nota, ma non ho voluto disturbarla. Tobia l'organista m'ha detto che i maestri sono come i santi apostoli.... bisogna lasciarli in pace, che si preparino ad insegnare agli altri.... Va bene di sale?
— Benissimo, benissimo.... ma dov'è Bitto?...
— Bitto?... Ah! se sapesse come ho avuto paura di perderlo. Si figuri che non si poteva trovarlo. Ma dopo averlo cercato in tutto il villaggio finalmente l'ho trovato.
— Ove l'avete trovato?
— In casa Bruni, si sa; mentre il maestro studiava, egli si è ricordato che era l'ora del pranzo in casa Bruni, e vedendo che qui il fuoco era ancora spento, è andato a chiedere da pranzo alla signora Agata. Essa mi ha detto: — lasciatelo qui fin che ha mangiato, povera bestia, mi vuol bene, si ricorda di me, gliene sono grata, e non posso rimandarlo a digiuno. Bisognava vedere come la guardava, che feste, che scodinzoli; pareva che intendesse le sue parole, e gli dicesse: — vi ringrazio.
Poco dopo ecco Bitto che ritorna a casa contento, abbaiando e saltandomi addosso come se volesse rendermi conto de' fatti suoi.
Da quel giorno prese il suo partito, andando regolarmente a pranzo in casa Bruni, colla scrupolosa esattezza che metteva mio zio canonico per andare a vespero. Io era destinato ad avere sempre sotto gli occhi l'esempio dell'ordine, dagli uomini o dalle bestie, senza approfittarne. Dopo pranzo Bitto se ne tornava a casa, a fare la sua guardia alla porta, e guai se qualcuno s'avvicinava. Egli dapprima abbaiava francamente, poi incominciava a latrare, e finiva con un certo ringhio che metteva tutti in riguardo. La mia voce lo calmava. Egli lasciava passare i visitatori che venivano invitati ad entrare, ma non permetteva che nessuno entrasse senza essere invitato.
Quando andavo al passeggio mi accompagnava, e se ero diretto a casa Bruni lo indovinava a mezza strada, giungeva prima di me, e mi aspettava sulla porta; alla notte dormiva sempre ai piedi del mio letto: alla mattina divideva la mia colazione, ma ripartiva regolarmente pel pranzo, e pareva che mi volesse dire: — la mia fedele amicizia non ti sarà troppo a carico, povero maestro; tu pensi che il cuore non può contenere che un amore solo, io ti mostrerò che l'amicizia è meno esigente, e può vivere benissimo in compagnia.
Appena presa residenza stabile in paese, il signor Nicola mi condusse a fare le visite di dovere alle autorità municipali, che dimoravano nel capoluogo del comune, a poche miglia dalla nostra frazione. Tutti mi accolsero cortesemente, e mi venne consegnato l'atto di nomina a maestro, già deliberato dal Consiglio Comunale fino dai primi giorni del mio arrivo.
Durando tuttora le vacanze mi misi a lavorare assiduamente intorno alla mia tragedia. Nel rileggere le pagine scritte a Milano, trovai necessarie alcune correzioni e di rifare introducendo nuovi incidenti e nuove scene. Fuggivo l'imitazione servile, volevo riuscire poeta originale, i personaggi d'Alfieri mi parevano convenzionali, io sentiva il bisogno di studiare l'uomo dal vero, ma temevo di non trovare in un piccolo villaggio di Valtellina i modelli necessari alle mie scene del medio evo. Tuttavia, pensando che il cuore umano è sempre lo stesso malgrado la diversità dei tempi, mi decisi di studiare le umane passioni nei soggetti che mi stavano intorno tenendo conto delle proporzioni. La distanza era immensa, formidabile! ma l'anatomico che studia l'uomo sul cadavere mi pareva in condizioni peggiori di me. Difatti due uomini vivi, anche distanti di qualche secolo, devono rassomigliarsi fra loro assai più d'un uomo vivo ad un cadavere. I tempi modificano le passioni, ma la morte le annulla addirittura. Il morto non è più che un misero avanzo inanimato dell'uomo. Dall'uomo vivo al cadavere la distanza è assai maggiore di quella che passa fra Giacobbe che inganna suo padre colle pelli d'agnello, e sor Isacchetto, mercante d'abiti fatti, che inganna il suo avventore.
Tali considerazioni mi spinsero a far conoscenza coi maggiorenti del villaggio, che visitai e ricevetti in casa, coll'interesse d'un professore di storia naturale che si circonda d'ogni sorta d'animali necessari a' suoi studii. Io studiava attentamente i miei interlocutori, scrutavo la loro indole, le loro inclinazioni, analizzavo minutamente i loro istinti, la depravazione, i vizii delle loro nature, e li classificavo esattamente, secondo un sistema adottato per mia istruzione. Ogni individuo che manifestasse delle tendenze virtuose o perverse corrispondenti ad un personaggio della mia tragedia, riceveva il suo nome relativo e veniva sottoposto ad attento esame.
Assorto nell'intensità della mia osservazione, è naturale che io rispondessi talvolta sbadatamente alle loro frivole cicalate, e ciò mi valse la riputazione d'uomo superficiale, leggiero e distratto; ma invece, mentre mi credevano colla testa in aria, io era entrato nel loro cervello e nel loro cuore. Con questo sistema penetrante pervenni a trovare nel villaggio tutti i modelli viventi dei miei personaggi.
Il signor Marco Canziani mi servì di modello pel Lucchino Visconti, e offrì tratti magnifici al mio marito tiranno. La signora Pasquetta, moglie del dottore, divenne un'Isabella Fieschi impareggiabile. Essa amava segretamente Ugolino Gonzaga, parte rappresentata al naturale dal giovane farmacista signor Gaspare Zapolini. I caratteri degli amanti, le loro ansietà, l'ardore dei loro sguardi, le insidie tese al marito, le inquietudini della donna colpevole, le aspirazioni impazienti del seduttore, si presentavano alla mia osservazione nelle varie circostanze che mi mettevano in presenza de' miei modelli. La loro ingenuità me li abbandonava in piena balìa; ben lontani dal sospettare il particolare interesse della mia inchiesta, essi non avevano altra mira che fuggire i pericoli che li minacciavano direttamente, e così, schivando il marito, cadevano nelle braccia del tragico. Il povero don Vincenzo Liserio, studiato a rovescio, divenne Giovanni Visconti arcivescovo di Milano. Il signor Nicola Bruni, che si trova spesso in opposizione col medico, specialmente nelle gravi disquisizioni del tarocco ove cercava di sbancarlo, conveniva benissimo coll'indole del congiurato Francesco Pusterla. Ma il più bello di tutti era il mio vicino Tobia, piccolo possidente, ma grande filosofo ed organista. Egli passava in paese per una lingua malefica, un maldicente velenoso, ma per me era un perfetto modello di ghibellino, sempre in lotta col parroco, colla camarilla, coi seguaci, pronto a battere in breccia la canonica, il campanile, la sacrestia e tutti i ridotti del clero. Egli s'incarnava a meraviglia nel mio Uguccione della Fagiuola, e mi si mostrava, senza sospetto, un tipo originale e degno di figurare fra i migliori della tragedia. Aveva il portamento bellicoso, quando ritto della persona teneva le braccia a semicerchio, e alzando la testa in segno di provocazione, faceva far la ruota al randello, mosso dalle sue mani scarne e nodose. Capelli radi, sopraccigli incrociati, orecchie larghe e staccate in alto presentavano i segni caratteristici del suo volto. Aveva il naso lungo e diritto come un dardo, le labbra tumide, le guancie scarne, i zigomi spiccati, la barba rasa. La sua parola era sentenziosa, i suoi movimenti rapidi, decisivi, taglienti; e l'occhio iniettato di sangue gli rendeva lo sguardo feroce.
È certo che ci voleva un grande sforzo d'immaginazione a trasformare il cappello a cilindro diritto, lungo, a tese strette, rosso, spelato, unto, contuso di Tobia coll'elmetto a piume di Uguccione; la giubba corta e i larghi calzoni di fustagno dell'organista colla corazza, i cosciali e le gambiere del guerriero, ma le vesti non sono che la scorza dell'uomo, ed io trovava sotto quelle spoglie miserande un magnifico Uguccione della Fagiuola, con un'anima piena d'ardori velenosi, e d'odio profondo pel partito avverso.
Così io m'ero formato un medio evo artificiale e travestito nel quale vivevo, studiando e meditando le umane passioni e traendone ispirazioni al mio lavoro. Era una specie di carnevalone di Milano trasportato in Valtellina per mio uso e consumo, che mi rendeva il clima meno uggioso, mentre se ne avvantaggiavano i miei studi sull'uomo, e i versi della mia tragedia.
La scuola comunale era collocata a piccola distanza dalla mia casa. Io l'aveva aperta all'epoca indicata dal regolamento, e mi vi recavo esattamente ogni mattina. Poco prima di mezzogiorno, Bitto passava per andare a pranzo a casa Bruni, e al suo passaggio gli scolari si apparecchiavano alla partenza; alla comparsa del maestro si aprivano le lezioni, a quella del cane si chiudevano; il comune era servito a meraviglia da due individui, e non ne pagava che uno solo.
Io rientrava in casa, pranzavo, facevo un giro pel paese fumando un sigaro, poi mi chiudevo nel mio studio per raccogliere le ispirazioni, prender nota, e architettare i versi della tragedia. Passavo la sera in casa Bruni o alla farmacia, e scoprivo sempre dalle mie osservazioni che le medesime passioni agitavano gli uomini, cambiando forma ed importanza, ma restando sempre eguali nel fondo.
Dall'epoca della mia tragedia ai nostri giorni erano passati circa cinque secoli, e mutata anche la scena dalla città di Milano ad un piccolo villaggio della Valtellina, io trovava gli stessi uomini.
Però uomini e passioni erano ridotti a dose omeopatica. L'amante Ugolino Gonzaga, invece di correre le giostre colla lancia in resta, imbrandiva tranquillamente la spatola e faceva pillole; ma il suo amore colpevole aveva le stesse tendenze, le medesime astuzie, gli eguali ardori. Il Duca di Milano faceva il medico condotto, ma cavava sangue e denaro dai suoi soggetti, e condannava a morte gl'innocenti, come nel medio evo. La natura tollerante dell'arcivescovo Giovanni trovava il suo riscontro nella rassegnazione di Don Vincenzo Liserio, che cedeva ai fabbricieri il diritto d'amministrare la parrocchia, limitando la sua autorità alle cose ecclesiastiche. Uguccione della Fagiuola, abbandonato il suono dell'armi, si contentava di quello dell'organo, ma continuava la guerra ai guelfi, e li feriva colla lingua.
Pusterla congiurava sempre contro Lucchino celando accuratamente le spade, i bastoni, le coppe e i denari che dovevano abbatterlo. L'autorità del potere era contrastata da mille insidie, e minacciata da impreveduti stratagemmi che concentravano tutta l'attenzione del tiranno. Uguccione della Fagiuola sosteneva i ghibellini, l'Arcivescovo secondava il fratello; la lotta dei partiti era accanita, e il tarocco contrastato fino all'ultima carta. Frattanto Ugolino Gonzaga, approfittando dell'ardore della mischia, si allontanava dal campo, chiudeva lentamente la porta del suo laboratorio farmaceutico, e correva sotto ai balconi d'Isabella Fieschi!... Io lo seguiva da lontano con prudenza: e lo udivo confabulare colla sua bella:
— Ove sono?
— Tutti intenti al tarocco!... apri.... siamo sicuri!...
Isabella chiudeva il verone, scendeva precipitosa, e nel buio della notte si vedeva il lumicino che percorreva le scale. L'uscio veniva aperto, e Ugolino entrava di soppiatto nel covo del tiranno.
Io ritornava tranquillamente in farmacia, Lucchino si dibatteva invano.... la partita era perduta!...
O mondaccio perverso! è stato sempre così!... una partita di tarocco!
Epoca del ferro o della carta, c'entrarono sempre le coppe e le spade, e i mariti dabbene, e le notti buie, e i capitani di ventura, e gli speziali. Da Eva alla sora Pasquetta le donne furono sempre tentate dal serpente e dal pomo. La virtù della resistenza è il prezioso prestigio della donna onesta, e beati i tiranni, i medici condotti e tutti i giuocatori di tarocco, le cui mogli non possono servir di modello nè alla commedia, nè alla tragedia.
Io studiava coscienziosamente i miei modelli, e ne traevo partito. Quando il medico condotto mi compariva davanti col suo aspetto grave ed altero, le guancie sostenute dai solini bene inamidati, e il ciuffo irto sul capo come le aste dell'istrice, io diceva a me stesso:
— Ecco Lucchino Visconti.
Egli lamentava continuamente l'egoismo dei villani, l'ingratitudine di coloro, ai quali pretendeva d'aver salvata la vita, e che credevano sdebitarsi d'un tale beneficio, coll'offrirgli in dono una magra ricotta affumicata!... Io afferrava subito il pensiero dominante, e lo traducevo in versi tragici:
« Popolo sconoscente... che le gravi
Cure del regno con l'oltraggio paghi
E con l'infame tradimento!... »
Una domenica, dopo la messa solenne, i parrocchiani usciti di chiesa s'intrattennero sul piazzale in conversari amichevoli. Gaspare il farmacista si avvicinò alla signora Pasquetta, e mentre il dottore scambiava una presa di tabacco con un cliente, io udii la signora che diceva sotto voce all'amico:
— Questa sera fanno il tarocco in casa Bruni.... io sarò sola....
— A rivederci.... — l'altro rispose.
Ed io corsi subito a casa, e presa la penna scrissi:
« Al chiaror della luna, quando il suono
Dell'armi, nel vicino castel, chiama
I guerrieri, vien, mio diletto, involto
Nel tuo bruno mantel, che mi rammenta
I segreti misteri della notte. »
Un altro giorno Tobia corse da me tutto ansante per isfogare il suo dispetto contro il parroco, che avendolo ricevuto pranzando, aveva osato trinciargli sotto al naso un pollo arrosto fumante senza dargliene un boccone, e vuotare un intiero fiasco di vino senza offrirgliene un bicchiere.... Egli declamava contro l'avidità del clero, ed io pronto col mio Uguccione della Fagiuola ad esclamare:
« Ingorda razza!... che il feroce acciaro
Immergi in petto all'innocente! e bevi
Fino all'ultima stilla il sangue puro
Del mio amico fedel.... forse tu ignori
Ch'io ti guardo fremente... e aspetto il giorno
Della vendetta!... »
Uguccione della Fagiuola, non trovando nel mio sguardo quelle scintille di sdegno che secondo le sue idee avrebbero dovuto accendere un incendio al racconto dei casi suoi, andava dicendo in paese che io era uno scettico, un uomo senza cuore, un cervello balzano, un enigma vivente!
Così cavando dei versi tragici dalla prosa slombata del villaggio, osservando col microscopio gli omuncoli del mio tempo e vestendoli all'antica, io passai il primo inverno, col corpo in Valtellina, col pensiero nel medio evo, col cuore a Milano; diviso in tre parti, una che tremava dal freddo sotto le Alpi, l'altra sepolta fra le tenebre del passato, la migliore che, accovacciata alla finestra di mio zio canonico, aspettava il bacio della contessa Savina.
Finalmente venne la primavera, e coi tiepidi aliti dell'aprile io sentii nel mio cuore innalzarsi anche la temperatura dell'amore, assopito sotto le nevi del verno.
VIII.
Chi nega l'influenza della primavera sull'amore non ha mai studiato la natura, e vivendo in un mondo artificiale non ha mai sentito il profumo delle prime mammole rifiorire nel suo cuore le aspirazioni alla suprema felicità. Colui che schiude il suo cuore nella stagione del gelo, ha vissuto certamente nell'atmosfera artificiale delle conversazioni, dei balli e dei teatri, e come una pianta esotica in serra calda ha fiorito precocemente per effetto dei caloriferi. Ma nel libero regno delle montagne, dei campi e dei mari, gli animali e i vegetali sono soggetti agli stessi fenomeni, dipendono dagli stessi agenti, subiscono la stessa influenza delle evoluzioni del globo. E quando nelle belle sere d'inverno si passeggia solitari al chiaro di luna per le strade deserte, mentre la brezza notturna forma delle stalattiti di ghiaccio sulle grondaie con l'acqua sgocciolata dalle nevi del tetto, quando la brina gelata sugli alberi li fa sembrare coperti di candida ciniglia, quando spira dalle gole dei monti quel zeffiretto del polo a dieci gradi sotto lo zero, che solidifica le cascate, io sfido qualunque innamorato lontano dalla sua bella, a non sentirsi il cuore indurito e la punta del naso rossa.
Invece quando il nostro pianeta si avvicina all'equinozio di primavera, e le nevi si sciolgono sui monti gonfiando i torrenti, e la terra e gli alberi si vestono di fiori come per celebrare il risveglio della natura, si sente il sangue scorrere più rapido per le arterie, il cuore battere più forte, il cervello espandersi in soavi pensieri. In tale epoca io pure sentii farsi maggiore l'attrazione della lontana finestra del palazzo Brisnago.
Era magnetismo?... non saprei dirlo, ma era un fatto in armonia col resto della natura: il risveglio del mio cuore si trovava all'unisono con quello delle piante; e alla sera, scartabellando l'Ortolano dirozzato, mi son trovato d'accordo colla fioritura delle carote.
Mio zio canonico mi scriveva regolarmente ai quindici d'ogni mese, senza mai alterare d'un giorno l'epoca precisa della sua corrispondenza periodica. Le sue lettere occupavano una pagina e un quarto di foglio, e credo anche che avessero lo stesso numero di linee. Il giorno 13 aprile ho ricevuto una sua lettera. Giorno nefasto! Al solo vederla mi si drizzarono i capelli sulla fronte. Era impossibile che mio zio avesse anticipato due giorni la sua corrispondenza mensile, senza un grave motivo. Apersi la lettera con mano tremante, essa portava un poscritto; un'altra novità minacciosa!... Nel poscritto l'occhio mi corse subito sulla parola « Savina ». Mi appoggiai al muro per non cadere, e lessi: « Questa mattina, nella chiesa di S. Babila, venne celebrato solennemente il matrimonio della signora contessa Savina di Brisnago col signor conte Azzone di Montegaldo ».
Il foglio mi sfuggì dalla mano, dovetti sedermi, appoggiai la testa sullo scrittoio, e rimasi lungamente sbalordito, come allo scoppio d'un fulmine!... Addio bei sogni della primavera che sorridevano ai miei pensieri, che illuminavano la mia mente come il sole che sorge i fiori sul prato! Addio speranze di supreme gioie!... addio fede nell'amore della donna! addio vane illusioni giovanili!... Ecco il primo disinganno... e il più amaro!... Ah! mio zio aveva ben ragione di ridere delle mie stolte pretese!... o vanità delle vanità!... Io aveva creduto agli sguardi d'una fanciulla, come si crede alla santità d'un giuramento... ma quegli sguardi non erano che un inganno!... il profumo d'un fiore che esala i suoi aromi, che imbalsama l'aria, che inebbria e svapora!... Io avevo creduto sentire una voce arcana che mi parlasse d'amore... e non era altro che l'eco del mio cuore!... Io aveva sognata una vita di paradiso, ove l'amore era melodia di due anime, che come due arpe unissone mandano lo stesso suono!... Ahimè! vane illusioni dello spirito umano, che confonde i desiderii colla amara realtà!... le due arpe dopo un soave preludio ruppero l'incanto — una ha stonato!... Rotta l'armonia succedeva nel mio cervello un caos di suoni discordi, rauchi, reboanti, che mi davano il capogiro.
Per raccapezzarmi ripresi la lettera di mio zio, e rilessi quelle parole fatali, come l'annunzio funebre del mio cuore.... esso era morto!... morto.... ucciso a tradimento!... da chi?... da chi?... chi ha ucciso crudelmente il mio cuore?... chi l'ha ucciso? io chiedeva — come un giudice inquisitore che cerca un assassino — chi ha ucciso il mio cuore?...
Una voce misteriosa mi rispondeva: — la contessa Savina!... La contessa Savina?... impossibile! quell'angelo di bontà!... il sorriso della mia vita!... il raggio della mia aurora!... l'immagine soave della dolcezza... l'espressione sincera e profonda del primo affetto!... impossibile, quella divina creatura non è capace d'uccidere un cuore.... un cuore che l'adora.... che confida nel suo amore!... essa non è capace d'un tal delitto contro natura!... essa mi ama.... io lo sento.... sì, quella voce arcana che parlava al mio cuore era la sua.... no, non era un'eco del mio cuore, era l'espressione della sua anima ingenua.... che si sentiva spinta da un impulso ineffabile ad incontrarsi coll'anima mia!
Chi ci ha divisi?... Essa non è colpevole... essa è una vittima al pari di me!... Chi ha dunque ucciso i nostri cuori innocenti? Chi ha imposto l'atroce sacrifizio?.. ove sono dunque gli assassini?...
Io mi scontorceva nelle convulsioni, mi strappavo i capelli come un disperato! Ho passato ore spaventose chiedendo conto alla società della sua fellonia, poichè essa mi rapiva ciò che la natura mi aveva dato.
Ah, nell'abbattimento della stanchezza, quando la calma della prostrazione succedette alla lotta del cuore, meditando sulle umane sorti... ho trovato gli assassini!... sì, li ho trovati. — Sono i milioni... quei maledetti milioni... quei miserabili milioni che, affluendo nelle casse forti dei Brisnago, incatenano quella fanciulla alla schiavitù, la sottomettono al loro dominio dispotico, la obbligano a rinunziare agli impulsi della natura, alle aspirazioni del cuore, ai desiderii dell'anima, per trascinarla alle gemonie dei ricchi, sulla strada fatale prescritta dalla sorte, condotti alla perdizione a quattro cavalli, lacerando i loro cuori, e gettandone i frammenti ad altri milionari, al pari di loro costretti dalla necessità a seguire le stesse vie, a formare delle famiglie senza inclinazioni naturali, senz'anima, senza amore... maledetti, miserabili, vili milioni!...
Gli abbaiamenti persistenti e reiterati di Bitto arrestarono il delirio del mio cervello esaltato, e la Rosa entrando nella stanza mi annunziò la visita del mugnaio Zaccheo, che voleva assolutamente parlarmi.
— Non sono in caso di parlare con nessuno!... dite al mugnaio....
Ma il mugnaio, che l'aveva seguita con insistenza, forzava la consegna, e mi si presentava mio malgrado sulla porta, col suo cappello a larghe falde, le vesti e il volto infarinati come un pagliaccio.
Era impossibile evitarlo; dovetti subirlo.
— Venite avanti, — gli dissi.
— Signor maestro, scusi il disturbo, ma in due parole mi sbrigo.... Siamo al quarto sacco di farina.... e avrei assoluto bisogno che me ne pagasse l'importo.
— Capisco, avete ragione, ma oggi mi è impossibile soddisfarvi.... Aspetto del denaro da Milano; quando mi sarà giunto vi pagherò....
— Mi dispiace, ci avevo contato sopra... l'ultima volta che sono venuto a trovarla mi aveva promesso il pagamento pei primi del mese... siamo alla metà... ho anch'io le mie spese....
— Avete ragioni da vendere... ma un povero maestro non ha il diritto di battere moneta.... Se non ne ho, non ne ho... non c'è rimedio....
— Pazienza... pazienza... — ripeteva il mugnaio con impazienza, — ma siamo povera gente, l'aspettare ci molesta... tuttavia se oggi non può pagarmi, ritornerò domani....
— Domani!.. domani! potrebbe darsi che domani fossi nel caso d'oggi, in ventiquattr'ore non si fanno miracoli... diamine! per quattro sacchi di farina... non avete dunque fiducia nella mia onestà?...
— Ma che cosa dice? s'immagini!.. le domando scusa... se non si fosse povera gente... se non ne avessi proprio bisogno, non sarei venuto a disturbarla....
— Abbiate un po' di tolleranza per alcuni giorni... verrò io stesso al molino a soddisfare il mio debito....
— Non s'incomodi per questo... io passo due volte al dì, e non mi disturba fermarmi....
— Verrò io stesso, vi ripeto... fra pochi giorni... ve lo prometto....
— Come crede... dunque mi raccomando....
— Siamo intesi... che Dio vi benedica... e che il diavolo vi porti, mormorai fra i denti, quando quell'importuno se ne andava, e mi lasciava finalmente tranquillo.
E ritornato solo ripeteva fra me:
— Quattro sacchi di farina di debito, e non ho un soldo in saccoccia!... io mangio il pane a credito, molestato dal mugnaio... e chi sa quanto denaro si sarà sprecato nei fiori e nei bomboni... per celebrare le nozze... senza amore... della contessa Savina!...
Maledetti milioni!... sono la rovina del genere umano... la rovina di chi li ha... e di chi non li ha!...
E ripensavo al mugnaio che, gettandomi in faccia i suoi quattro sacchi di farina, mi faceva vedere più chiaramente la mia posizione!... Io era un uomo assurdo!... un uomo che nell'amore non vedeva che la donna, senza guardarsi in saccoccia!... un uomo che si permetteva un affetto... senza farina!... con una donna milionaria!... un cieco che aspirava alla luce... senza chiederne il prezzo alla direzione del gas!... Un aspirante a diventar milionario, senza saperlo... che adora un angelo, e si trova davanti una barricata di milioni!... — Miserabile!.. la società si burla di tali insanie, essa mi avrebbe chiamato ambizioso, avido, ingannatore, astuto... ed io non sono che un imbecille!... che credeva all'amore ideale, segreto, ignoto, misterioso, imprevidente, senza altre aspirazioni che d'uno sguardo... senza altro desiderio che d'un bacio... l'amore per l'amore... imbecille!...
Forse, nell'assurda ingenuità del mio spirito, avrei trovato naturale che una moglie milionaria pagasse un po' di farina al marito povero!... quale aberrazione! il superfluo che provvede il necessario!... La società condanna severamente tali aspirazioni!... Meno male ch'io non ci aveva pensato, e davanti la mia coscienza era innocente. Ma il mondo non lo avrebbe creduto. Il mondo avrebbe creduto il mio amore un pretesto, e vero scopo i milioni; e la società crede che lo sposo ricco domandi la mano della fanciulla pei suoi begli occhi? È tutto il contrario che è vero... ma andate mo' a dire alla gente che un povero diavolo può innamorarsi d'una ricca signora senza ambizione. Nessuno gli presterebbe fede. Così vuole il mondo che l'oro vada sopra l'oro, e i cenci e la miseria si mettano insieme. Questi sono i matrimoni bene assortiti. Il mio amore mi conduceva direttamente all'infamia!.. la società non mi avrebbe mai perdonato di diventar milionario senza averci pensato; mio zio mi aveva mostrato il precipizio, ma io camminava cogli sguardi rivolti al cielo, io non vedeva che in alto, la mia stella, e la terra col suo fango sfuggivano alla mia vista!
Quel mio primo amore, ingenuo, fervente, celeste, non è stato che un viaggio aereo. La punta d'uno spillo aveva forato il globo che mi trasportava in aria, il gas era uscito dal forellino, io era precipitato al suolo, restando morto sul colpo!.. morto!
— Meglio così! — esclamai, — tutto è perduto, meno l'onore.
Ma se l'anima è volata all'empireo, la materia rimane. Eccomi ancora al mondo senz'anima. Eccomi solo davanti la nuda realtà, solo!... in un mondo scellerato... in mezzo a quattro sacchi di farina da pagarsi... e colla borsa vuota. — Senz'anima e senza denaro!.. solo!.. quale parola spaventosa!...
IX.
Bitto, venendomi incontro con aria carezzevole, con mille affettuose dimostrazioni, guardandomi co' suoi grandi occhi pietosi, girandomi d'intorno, fregandosi alle mie gambe, e lambendomi le mani, pareva mi accusasse d'ingratitudine verso la sua razza, e mi dicesse: — Non diffidare della vita, gli uomini sono egoisti, le donne sono leggiere... ma i cani sono fedeli!...
Uscimmo insieme come due veri amici che non si abbandonano nel dolore, e intendono dividere le amarezze della vita. Vagando pel villaggio, io dissimulava agl'indifferenti la burrasca che mi agitava tutte le passioni dell'animo. Il mio cuore, ch'io credeva morto, non era che ferito mortalmente, e dava dei guizzi turbinosi, come una balena moribonda che si rotola nelle convulsioni, e intorbida la profondità dell'oceano, mentre la superficie ne rimane tranquilla. Guai però al bastimento che naviga in quei paraggi! mentre scorre a piene vele in un mare senz'onde e sotto un cielo sereno, la balena con uno slancio supremo s'innalza dal fondo e manda in aria la nave. Toccava al dottore il rappresentare la parte del bastimento. L'incontrai per via, che andava a fare le sue visite, colla sua aria soddisfatta di sè stesso e del mondo. Il suo miele mi fece sembrare più amaro il mio assenzio. Mi arrestò per raccontarmi i suoi trionfi. Il momento era cattivo, anzi pessimo.
— Sentite, — mi disse, — un bel caso d'alienazione mentale.
— Un bel caso!...
— Sì, un caso di pazzia furiosa... con assalti convulsi da rompere le corde più grosse, superando le forze riunite di quattro guardiani....
— Un bel caso!
— Bellissimo. Sangue, doccie e deprimenti... ho potuto domarlo... abbatterlo... risanarlo... non si muove più dal suo letto... è tranquillo come un fanciullo....
— Lo credo bene, se lo avete svenato!
— Non fa niente, il sangue ritorna... ma la pazzia è svanita. Figuratevi che il pover'uomo s'era fissato in mente d'essere un Dio!...
— E voi lo avete guarito! — io esclamai.
— Guarito perfettamente, — soggiunse con albagia.
— Ebbene! — io gli dissi, — il matto siete voi!...
Il dottore rimase per un istante sbalordito, poi mi fissò in faccia con due occhi di civetta, e fattosi tutto rosso, alzò la testa, e m'interrogò come un giudice alle assisie:
— Che cosa intendete dire?...
— Intendo dire che colui che d'un Dio ha fatto un uomo, è un malfattore. Voi avete trovato un essere felice, e ne avete fatto un disgraziato, un meschino. L'uomo non è realmente che quello che crede di essere. Tutte le umane felicità non sono che sogni! Chi risveglia l'uomo felice non è che un idiota o un briccone!... La vostra scienza non è che malvagità.... La vostra pretesa guarigione non è che un'insania. Dunque adesso avrete inteso che cosa ho voluto dire. Il sapiente è scomparso, il vostro trionfo non è che una corbelleria, avete fatto un infelice di più, ecco la vostra opera... il matto sussiste sempre... è colui che d'un Dio ha fatto un uomo... il matto siete voi!... Ad ognuna delle mie frasi, il medico dava uno sbalzo, e i suoi occhi mi fulminavano.
— Signor Daniele Carletti?...
— Signor Marco Canziani?...
— Voi avete bisogno d'un salasso... non vi dico altro... i vostri occhi sono iniettati di sangue, la vostra ragione vacilla... la vostra vita è in pericolo....
— Andate al diavolo... voi... i vostri salassi... e la vostra pazzia!.. ma lasciate dunque vivere e morire in pace la gente, abbiate un po' di rispetto per l'umanità sofferente che vi serve di zimbello. Risanate voi stesso della vostra mania, della vostra presunzione, che vi spinge a credere di dar vita alle vostre vittime. Voi non siete che un flagello sociale, la malattia delle malattie, il tiranno della natura... che vi rinnega. Vero tiranno in carne ed ossa, coll'eroismo di meno, e il ridicolo di più!... Un povero tiranno in caricatura, coi solini inamidati, il cappello a cilindro, i ciondoli dell'orologio che battono sulla pancia l'ora perpetua della dabbenaggine! Un vero matto che intende guarire i matti felici, ed è più matto di loro... mille volte più matto di tutti!...
La balena aveva dato il suo balzo alla superficie.
Il dottore, barcollante come un naviglio che sta per affondare, mi faceva veramente pietà. Lo piantai sulla strada, in quella posizione disastrosa, e ritornando sui miei passi rientrai in casa; dissi alla Rosa che un urgente affare mi obbligava a partire sul momento, che non sapevo quando sarei ritornato, e camminando rapidamente, per non rispondere alle sue inquiete interrogazioni, sempre in preda d'una grande esaltazione, mi misi a correre pel villaggio, seguito dal cane, e presi un sentiero che s'inerpicava sui monti.
Gli uomini m'erano venuti in uggia, le donne in odio, la società mi faceva paura, io correva in cima alle Alpi colla speranza di trovare una tribù d'orsi fra i quali potessi eleggere domicilio, e vivere in pace e libertà. Il silenzio e la solitudine delle montagne erano i soli farmachi convenienti ai miei mali. L'Alpe è opportuna a tutte le vittime umane, ai rejetti ed ai profughi, ai derelitti che piangono, agli innamorati nell'abbandono, che cercano delle scene corrispondenti all'immensità dei loro dolori. Lo spettacolo che presentano i secoli accumulati davanti i grandi fenomeni geologici rende più tollerabile ogni affanno mortale, i disinganni della politica, dell'ambizione, dell'amore, l'ingratitudine della patria e dell'innamorata. In cima delle montagne anche i molluschi diventano fossili, il tempo e l'alito delle ghiacciaie possono forse pietrificare anche il cuore. Così pensando io vagava per le cime deserte, cercando la mia tribù degli orsi per diventare selvaggio. Non trovai che pastori, i quali, pascolando gli armenti come gli antichi patriarchi, viveano in solitudine e in contemplazione davanti le opere più sublimi della natura. Mi sedetti con loro, guardando in silenzio l'orizzonte lontano che si perdeva nella nebbia, e si confondeva col cielo. La natura parla un linguaggio che calma l'anima esagitata, e consola gl'infelici con sublimi ispirazioni.
L'acre sentore delle piante alpine sembra assopire i dolori morali, come i loro succhi sanano le ferite.
Vagai lungamente in quei deserti col mio povero Bitto, riposandomi all'ombra aromatica dei boschi, dormendo sulle foglie secche, assopito dal suono monotono delle cascate, risvegliato dal fischio acuto degli uccelli di rapina, cibandomi di latte e pane inferigno nelle capanne dei pastori. Ma l'uomo non è fatto per vivere lungamente ramingando nella solitudine; la società lo reclama, il suo destino lo condanna a lottare co' suoi simili, ad impiegare le sue forze per il bene comune. Tali saggie riflessioni mi vennero suggerite dalla cura debilitante del latte, che raccomando caldamente a tutti i giovani innamorati senza speranze.
Ritornai a casa, sfinito dalla fatica e dalla fame; gli innamorati che hanno perduto l'appetito possono tentare una salita sul Monviso o sul Monte Rosa con molta probabilità di riacquistarlo.
Appena rientrato in casa, la fantesca mi disse che il farmacista, venuto per parlarmi, era ritornato più volte per sapere se fossi di ritorno, mostrando gran bisogno di vedermi il più presto possibile, e dichiarando che mi aspettava con impazienza.
Ma io mi trovava nell'assoluta necessità di rimettere le forze esauste con qualche alimento sostanzioso: ordinai alla Rosa di farmi da pranzo, e rimisi ad altro momento la visita alla farmacia. Dopo pranzo sentii il bisogno d'un liquido corroborante, che in casa mi faceva difetto, e andai a cercarlo dove sapevo che i bevitori più intelligenti del paese lo trovavano eccellente. Mi rammentavo benissimo che anche a Como avevo trovato un valido conforto ai miei affanni amorosi nel fondo d'una bottiglia; e volli ritentarne la prova.
Aprendo la porta dell'oscura osteria, i fumi del vino e del tabacco mi resero esitante, e sarei retrocesso se la voce rauca d'Uguccione Della Fagiuola non avesse pronunciato il mio nome con accento di sorpresa.
— Oh!... oh!... avanti, avanti, caro maestro... non abbia paura.... il dottore non è qui.... egli sfugge questi luoghi tenebrosi.... venga avanti, l'asilo è sicuro....
E tutti ridevano in coro.
Io entrai, ordinai all'oste il vino migliore, e mi sedetti sorridendo tranquillamente, come un idiota che non capisce nulla di quanto gli succede dintorno.
— Via da bravo, non faccia il gnorri.... tutti abbiamo cara la nostra pelle....
— Ma di che cosa si tratta? — io chiesi.
— Ah! vuol fare proprio il misterioso! ma è troppo tardi, caro lei! tutto il villaggio sa che ella ha insultato il dottore.... poi è fuggito, per paura di un duello!...
E giù tutti d'accordo con una nuova risata.
Allora compresi finalmente l'enigma, balzai in piedi d'un tratto, diedi un pugno sul tavolo, e dissi, con volto risoluto:
— Se il dottore è offeso delle mie parole, sono pronto a dargli qualunque soddisfazione. Io non sono mai fuggito in veruna occasione, perchè non ho paura di nessuno, e ne sia prova che dichiaro vile chi sostiene il contrario, pronto subito a battermi con qualunque arma, fosse anche il coltello. Invito a levarsi in piedi chi non mi crede!...
Tutti rimasero seduti e in silenzio. Allora io narrai semplicemente la mia diatriba col medico, dissi che lo credevo abbastanza punito del suo fallo dalle mie parole, che ero andato a fare un'escursione sui monti, ignorando il resto; che se il dottore non era contento, io era disposto a fare a piacer suo quanto fosse possibile per soddisfarlo.
Allora pensando alle visite reiterate del farmacista, sospettai che avessero qualche rapporto col fatto, e pregai l'organista a seguirmi per avere le prove delle mie asserzioni.
Egli si rifiutava, ma io insistetti, e dopo d'aver bevuto un bicchiere di vino, ci recammo insieme alla farmacia. Il farmacista ci raccontò come era passata la storia. Dapprima il dottore credeva ch'io vaneggiassi, e supponendomi minacciato di congestione cerebrale mi propose un salasso; ma poi, ferito sul vivo dalle mie risposte impertinenti, se n'era offeso altamente, ed esitava sul partito da prendersi.... in questo punto la balena lo aveva colpito, e andò a naufragare in farmacia.
— È entrato barellando come un briaco!... — diceva il farmacista, — ed è caduto su questa sedia con tale precipitazione, che l'ho creduto colpito d'apoplessia. Gli portai subito dell'acqua fresca, volevo bagnargli la fronte, egli me lo impedì, e tutto ansante mi raccontò le vostre invettive.... a dire il vero un po' troppo vivaci!... Poi, — continuò il farmacista, — mi chiese consiglio sulla condotta da tenersi. Cercai di calmarlo, gli dissi che siete un giovane dabbene, alquanto strano di carattere, ma onesto nel fondo, ch'io non dubitavo punto che ogni cosa si sarebbe accomodata senza scandali nè rancori. Egli si mostrava inquieto, agitato e ripeteva:
— È un cervello balzano!... è stata una vera provocazione!... Chi sa! Avrà forse bisogno di fare una prodezza, e mi ha scelto come capro espiatorio....
Questa idea dì capro espiatorio mi ha fatto sorridere; il farmacista abbassò gli occhi, e continuò:
— Esso ha forse sete del mio sangue! — egli esclamava, — il duello è divenuta una mania del giorno, un atto indispensabile per la gioventù alla moda.... questi giovinotti milanesi se ne fanno una necessità, guai a colui che non ha da vantare una simile fanfaronata!... È certo ch'io diventerò il suo trofeo, la vittima della sua ambizione.... io sarò assassinato!!... — Aveva gli occhi stravolti, i lineamenti alterati, la faccia accesa e il sudore gli grondava dalla fronte a goccioloni.
Per tranquillarlo mi incaricai di mettermi di mezzo, e terminare ogni cosa senza lesione d'onore e senza disgrazie....
— Andate, andate, — egli mi diceva, — cercatelo in casa, procurate di raggiungerlo prima che nascano ciarle, pettegolezzi, complicazioni.... è un esaltato, procurate di abbonirlo.... chiedetegli una ritrattazione semplice.... dichiari ch'io non sono matto.... che non ha inteso di offendermi.... non domando altro che di salvare il decoro.... che mi rispetti, ecco tutto.... tutti abbiamo il diritto d'essere rispettati.... non gli domando altro.... andate.... andate subito.
Corsi a casa vostra, e la Rosa mi disse che siete rientrato per un solo momento, molto agitato, inquieto, annunziandole un viaggio repentino.... impreveduto.... e che vi siete posto a correre, senza nemmeno prendere un sacco da notte.... e non sapeva quando sareste di ritorno. Tornai più volte per vedere se foste rientrato; ma essa mi ripeteva le stesse cose, aggiungendo ogni volta qualche nuova espressione d'inquietudine, di dubbio, sulla vostra precipitosa partenza, senza indicare nè il tempo dell'assenza, nè il luogo.... infatti, a dire il vero, le parole della vostra fantesca indicavano piuttosto una fuga che un viaggio, ed io era costretto di riferire l'avvenuto.
Alla prima ricerca il dottore rimase inquieto e mi spinse a cercarvi con maggior attenzione; alla seconda, ed alla terza volta il suo ardire si andava rialzando, e quando gli comunicai i miei sospetti sulla vostra fuga, e le precise parole della fantesca, allora ricominciò ad alzare la testa, a parlarmi con gravità magistrale, aggiustandosi il solino, rilevandosi il ciuffo, mettendo i pollici nello sparato delle maniche del vestito, gettando indietro il soprabito, soffiando lentamente dalle labbra strette, e pensando fra sè stesso se poteva arrischiarsi a proclamare la sua indignazione. Finalmente, avvicinandomisi con aria misteriosa, ed urtandomi il petto col gomito, mi disse:
— È fuggito!... fuggito... che cosa ne pensate voi? — soggiunse.
— Veramente, — gli risposi, — tutto lascia supporre che sia fuggito!...
— È fuggito, — egli ripeteva, alzando sempre più la voce, — è fuggito dalla mia giusta indignazione.... mi ero ingannato nel giudicarlo, esso è tutt'altro che un rodomonte.... esso è un vero vigliacco!... un insolente di cattiva lega, che vi getta in faccia l'oltraggio, e poi si nasconde; ma le cose non possono passare così.... non si offende impunemente il dottore Marco Canziani.... Il signor maestro Daniele Carletti mi ha offeso, esso intendeva evidentemente colle sue parole di macchiare il mio onore, e di nuocere alla mia riputazione.... io lo sfido all'ultimo sangue.... voi siete il mio primo testimonio, trovatene un secondo, stendete un processo verbale, e constatate il fatto vergognoso e disonorante pel mio avversario, che abbandonando il terreno, è fuggito vilmente, rendendosi indegno di qualunque ulteriore giustificazione....
— Vi ha detto proprio così?... — io chiesi al farmacista.
— Precisamente!... le stesse parole, aggiungendone delle altre. Eccoli, — egli diceva, — eccoli questi giovanotti, che portano la testa alta, che fanno i sacripanti coi timidi e i tapini, eccoli come si mostrano davanti chi sente la propria dignità, davanti chi non tollera ingiurie, ed alza la testa.... fuggono come tanti conigli! Caro Gaspare, voi siete stato presente alla mia sfida ed alla sua fuga, non ci rimane altro da fare che il processo verbale, nel quale dovete constatare esattamente i fatti, autenticandone le firme. Vi prego di farne varie copie.... a tutte mie spese; e vi raccomando la verità, — cioè la mia sfida ad oltranza, e la fuga precipitosa dell'avversario e basta così. Ora, come vedete, tutto è finito; il mondo pronunzierà la sentenza!...
E lasciandomi tale incarico, se ne andò, tutto gonfio e pettoruto, a fare un giro pel villaggio, raccontando a tutti, con un sogghigno malizioso, la provocazione, la sua risposta, e la vostra fuga.... e conchiudeva sempre alzando la mano, movendola rapidamente; e dicendo: — scomparso, fuggitivo, d'ignota dimora.... corre.... corre.... e non si volta nemmeno indietro. Tutto il villaggio ne fece le più grasse risate....
La condotta del medico aveva reso impossibile ogni accomodamento, ed io dichiarai immediatamente che una soddisfazione all'onore era divenuta indispensabile. Io non era nè un insolente, nè uno spadaccino, nè un vigliacco; io aveva una mia opinione, e la sosteneva; io dichiarava, che dato un uomo che crede essere un Dio, è pazzo colui che gli toglie una così beata illusione; io dichiarava stimare malefica la medicina che disinganna un uomo felice, dichiarava imbecille colui che sostiene il contrario. In quanto alla pretesa mia fuga, essa non era stata realmente che un'escursione sui monti durante due giorni di vacanza, ed ero rientrato nel villaggio ignorando le ciarle del dottore e le sue ricerche. Che egli alla sua volta aveva offeso gravemente il mio onore, il solo bene ch'io possedevo, e intendendo di conservarlo con ogni scrupolo, accettavo la sua sfida all'ultimo sangue, deciso di mostrargli che si è completamente ingannato sul mio conto, ch'io facevo pochissimo caso della vita, ed offrivo il mio sangue, per sostenere la mia onesta riputazione.
Pregai l'organista Tobia di volermi servire di padrino, e gli diedi l'incarico di riferire esattamente tali dichiarazioni al dottore, lasciandogli la scelta delle armi, a patto che stesse ferma la sfida all'ultimo sangue.
Il farmacista si unì a Tobia, e così Ugolino Gonzaga ed Uguccione Della Fagiuola si presentarono a Lucchino Visconti.
X.
Il tiranno s'era appena seduto a mensa davanti un bel piatto di maccheroni al sugo, s'era cacciato nella cravatta un lembo del tovagliuolo per conservare illibato da ogni macchia il panciotto; e dalla serenità del suo volto traspariva ad evidenza l'uomo doppiamente soddisfatto del suo onore.... e dei suoi maccheroni.
L'annunzio del mio ritorno gli fece cadere dalle mani la forchetta, l'annunzio della mia accettazione alla sfida gli strinse la gola come un capestro. Addio maccheroni! non gli restava che l'onore da salvare, e poteva costargli la vita. Ecco il mio argomento sulla pazzia convalidato da un nuovo avvenimento; ove è il matto?... È quello che s'illude sul piacere di mangiare un piatto di maccheroni, o colui che lo richiama alle amare realtà della vita?... Lasciate dunque che l'uomo creda nei maccheroni, e non fatevi un vanto di lacerare le sue belle illusioni per mostrargli la canna d'una pistola o la punta d'una spada. Questo avvenimento che condanna la filosofia realista, condanna in pari tempo il duello. Il duello non prova nulla. Togliete un uomo ai maccheroni per darlo in preda alla morte; che cosa avete salvato?... l'onore, la verità, la giustizia?... Credere che un uomo che abbandona un piatto appetitoso per uccidere o restare ucciso possa salvare qualche cosa è una vera insania, che ripugna al buon senso. Esso non può salvar nulla, e può perdere tutto, i maccheroni e la vita. Due buone cose, delle quali ognuno ha l'obbligo di tener conto, e che pur troppo si giuocano sovente per una chimera!... Ma fin che dura il pregiudizio sociale del duello, sarà necessario lasciare i maccheroni per battersi coll'avversario, e quindi il dottore Canziani dovette alzarsi da sedere e disporsi al doppio sacrifizio.
Però tale risoluzione gli pesava assai, non si poteva decidere, e siccome nelle più gravi sventure la speranza è l'ultima che ci abbandona, così un raggio di speranza illuminò la sua mente scomposta. Egli esaminò con uno sguardo scrutatore i due testimoni, e sembrandogli di scorgere sul loro volto la calma dell'uomo senza pensieri, si mise a ridere cordialmente.... si sedette di nuovo.... aspirò con voluttà l'esalazione gastronomica che gli saliva dal piatto, e disse:
— Ho indovinato tutto!... è uno scherzo!...
Anche la calma dei testimoni lo aveva illuso; i testimoni sono sempre sereni, essi non hanno nulla da perdere, nè l'onore, nè la vita, nè i maccheroni. Ed essi dovettero rispondergli:
— Dottore carissimo, non si tratta di scherzi, ma di pura verità, e pur troppo d'una verità molto seria; — e Tobia soggiunse:
— Ella ha accusato di viltà il maestro, lo ha reso ridicolo a tutto il villaggio, lo ha sfidato all'ultimo sangue. Simili provocazioni non si possono accomodare; favorisca dunque di seguirci in un luogo più opportuno per convenire sulle condizioni.
Allora il tiranno, assumendo una posa tragica, si alzò, e dimenticando di togliersi il tovagliuolo, si mise a declamare sulla inopportunità di tali pretese.
— È troppo tardi!... — egli diceva dimenandosi furiosamente ed agitando il tovagliolo che gli scendeva sul petto. — È troppo tardi!.. il termine fissato da ogni convenienza è trascorso, il processo verbale è redatto e firmato in pieno ordine, l'ho aspettato abbastanza l'avversario, il tempo utile per ogni reclamo è trascorso, gravi occupazioni umanitarie reclamano le mie cure, e non posso nè devo trascurare i doveri del mio stato per secondare un capriccio.... — e si agitava furiosamente, guardando di sbieco i maccheroni, che svaporavano e diventavano freddi.
Tobia alzava le spalle con impazienza, e quando il dottore finì di parlare, gli rispose:
— Questa volta la prescrizione del medico non ha valore, è affatto arbitraria, è priva di diritto. Nessuna legge, nessuna abitudine, nessuna convenzione ha mai limitato il tempo di chiedere riparazione a chi ha ricevuto un oltraggio. Il maestro ignorava la sfida e le offese che la accompagnarono: appena di ritorno da una escursione, vedendo che tutti gli ridono in faccia ne domanda la cagione, e viene a scoprire la calunnia che lo rese ridicolo. Egli non ha perduto un istante di tempo, ci ha mandati ad avvertirla che non solo accetta la sfida, ma esige che il duello abbia luogo in modo tale da risarcire interamente il suo onore.
Il dottore indispettito, non sapendo come sfuggire alla posizione nella quale s'era collocato per imprudenza, si strappò con impeto stizzoso il tovagliolo, ed alzando la destra in tono tragico esclamò:
— Poichè si esige assolutamente del sangue, ebbene sia!... non la giustizia, ma la sorte deciderà della vita d'un uomo... e forse d'un innocente assalito sulla pubblica via, colle ingiurie più scandalose... — e aprendo la porta che metteva al suo studio, accennò ai testimoni che volessero entrare.
— Oh Dio!... Oh Dio!... vogliono assassinare mio marito!... — si mise a gridare la signora Pasquetta, che fino a quel momento aveva assistito a quella scena, muta e sbalordita... — Oh Dio! Gaspare... per amore del cielo... oh Tobia!.. calmateli, fate la pace....
Tobia la guardava impassibile sulla porta, il medico uscì mettendosi le mani nei capelli, e la signora Pasquetta si precipitò nelle braccia del farmacista, che procurava invano di calmarla....
— Gaspare!.. salvatelo... salvate la sua vita!.. è vostro dovere!.. voi sapete ch'egli è innocente... è una vittima della sua debolezza.., è un uomo tranquillo... pacifico... che non ha mai preso un'arma in mano... Gaspare... la vita di mio marito è nelle vostre mani.
Tobia mi ha confessato poi che quella scena di una ribelle, perorante in favore della legittimità nelle braccia dell'usurpatore, sorpassò la commedia dei maccheroni.
— Belle scene! comiche tutte due! — egli mi ripeteva; ma la fisonomia del farmacista superava ogni aspettativa. È vero che il disinganno del medico davanti i maccheroni fumanti aveva il suo valore, ma il disinganno dell'innamorato davanti l'affetto coniugale che si risveglia nel pericolo, destava un grande interesse morale!... Io stava per iscoppiare dalle risa, quando la cuoca, attirata dal rumore, entrò nel tinello, proprio in tempo opportuno per ricevere fra le sue braccia la padrona svenuta. Abbiamo colto il momento favorevole per entrare nello studio del medico. Egli ci attendeva nell'attitudine d'un uomo deciso... a risparmiar la pelle. Volle dapprima mostrarsi pronto ad ogni estremità, dicendo:
— Poichè si esige assolutamente ch'io uccida un uomo... ebbene, l'ucciderò!...
— Uno più, uno meno, non fa gran caso!... — rispose Tobia....
Il medico, nuovamente colpito da questo dardo fulminava l'organista con isguardi di fuoco... poi tentando una nuova scappatoia, saltò su a dire:
— E che cosa farebbe quel signorino se io mi rifiutassi di prestarmi ai suoi capricci... che lo espongono a commettere un delitto... e ad essere condannato in prigione per omicidio?...
— Che cosa farebbe! — soggiunse Tobia, — le darebbe uno schiaffo in pubblico!...
Il dottore diede un balzo, poi, gettandosi violentemente sopra Tobia! voleva metterlo alla porta.
— Insolente!... provocatore!... — egli esclamava, — siete voi colla vostra lingua di vipera che mettete tutto il paese in iscompiglio... voi colle vostre punture... colle maldicenze... colle calunnie, che spargete il veleno nelle famiglie tranquille, che aizzate le collere, che esagerate le offese... che inventate mille fandonie per suscitare le discordie ed accendere gli animi alla vendetta. Voi siete la peste del paese!...
A tali parole Tobia, che tremava per la bile concentrata, non potè più reggere, gettò lungi il lungo cappello a cilindro che faceva girare nelle mani convulse, si alzò in due tratti le maniche che gl'ingombravano i polsi, e alzati i pugni in aria si slanciò verso il medico. Esso erasi rifugiato dietro ad un tavolo; il farmacista fermò l'assalitore per le spalle, e nell'impeto della lotta caddero per terra con gran rumore le sedie, i libri, il calamaio, e tutti gli oggetti circostanti. Fu un tafferuglio del diavolo, che durò alcuni minuti. A quanto mi si raccontò, Uguccione Della Fagiuola era divenuto una iena, Lucchino Visconti un serpente a sonagli ed Ugolino Gonzaga si trovava trasformato in domatore di belve feroci, le quali avevano ridotto lo studio del dottore in una gabbia; l'organista voleva battere il tempo sulla testa del medico, e questi voleva cavar sangue per forza all'avversario. Il farmacista, privo d'ogni mezzo terapeutico per deprimere quelle convulsioni, non trovava al momento altro rimedio pratico all'infuori di quello di batterli tutti e due e menava colpi a dritta ed a sinistra per dividere i contendenti.
Ci volle tempo e fatica per raggiungere lo scopo. La musica dell'avvenire è meno fragorosa di quella che sonava l'organista, la medicina antiflogistica è più mite di quella che voleva esercitare il medico sull'avversario.
— Ammazzatevi in nome di Dio!... ma da galantuomini, — gridava il farmacista; — non è lecito rompersi la testa a pugni, il decoro esige che gli uomini onesti si sbudellino colle regole cavalleresche; cessate dunque dalle ceffate e dai cazzotti e usate le armi più nobili!... — Tobia abbrancava un dizionario per rompere la testa al medico.... — Alto!... ferma!... gridava il farmacista, arrestando il braccio furioso dell'assalitore... urlando con quanto fiato aveva in gola: rispettate la casa, rispettate l'ospitalità, ascoltatemi, uccidetevi in regola, a tempo e luogo opportuni.... Finalmente con improba fatica potè calmare quei furibondi e dividerli.
Ridotti in due angoli opposti, si guardavano in cagnesco, quando Gaspare nel mezzo, alzando le braccia minacciose verso entrambi, pronunciò la sentenza finale: — Capisco che ogni conciliazione è divenuta impossibile... ma cessi ogni lotta ignobile, e si porti lealmente sul terreno ogni questione per finirla con decoro ed onore. Allora di comune accordo vennero fissate le condizioni del duello, e scelte le armi. Tobia troverà un altro testimonio pel maestro, Gaspare un secondo padrino pel medico. Dopo il primo duello si potrà vedere se ci sarà motivo per un secondo assalto fra il medico e Tobia; per ora non si parli che del primo scontro. L'ora?... domattina, al levar del sole. Il luogo?... il prato delle quercie dietro il cimitero. Le pistole di misura normale, a quindici passi di distanza, col diritto di tirare a volontà, e di avanzarsi per iscaricare le armi, anche a bruciapelo.
Poichè il dottore ebbe accettate tutte le condizioni, i due padrini vennero a farmi la relazione dell'affare conchiuso, narrandomi esattamente i più minuti particolari di quell'episodio tragico-comico, finito con alcune contusioni da ambe le parti, che precedevano gli ulteriori ferimenti, come l'antipasto il banchetto!
Ascoltai con amarezza il racconto di quelle scene volgari, che incominciando la lotta con assalti villani, toglievano al duello il carattere cavalleresco che solo può renderlo tollerabile. Ma come fare?... Non toccava a me decidere quanto i costumi grossolani del villaggio avessero pregiudicata la questione rendendola ridicola. Io poteva soltanto deplorare la sorte che mi condannava a subire una legge assurda in sè stessa, resa affatto inconveniente dalle circostanze. Ma non mi era possibile ritirarmi senza far ricadere sopra di me solo i torti altrui. Ho dunque accettate tutte le condizioni senza commenti, approvando l'incarico assunto dai due primi testimoni, da completarsi, trovando gli altri due che mancavano.
Era già notte avanzata quando fui lasciato solo, e mi restavano poche ore per giungere al momento fissato di trovarci sul terreno.
Mi gettai vestito sul letto pensando ai casi miei e confesso ingenuamente d'aver passato una pessima notte. Il matrimonio della contessa Savina era la causa di tutte le mie disgrazie. Essa aveva spente le mie illusioni giovanili, aveva acceso il mio furore, m'aveva tolto il senno, e forse mi toglieva la vita!... Che cosa ero venuto a fare a questo mondo io?... Ad amare una fanciulla alla distanza di venti metri, per poi fuggirla senza ragione, e vedermela rapire senza giustizia... e poi morire per mano d'un medico!... Questa seconda parte la trovavo abbastanza regolare, e non mi sorprendeva punto.... Ma la prima parte mi pareva incompleta... evidentemente vi mancava qualche cosa.... Ah! se almeno avessi ottenuto quel bacio!... quel bacio e morire... la mia vita non mi sarebbe sembrata incompleta!
Facendo il mio esame di coscienza come un moribondo, trovavo dapprima che avrei potuto impiegare meglio il tempo, e forse se non avessi incominciato a vivere con una chimera, ora non arrischierei di morire per una imprudenza. Poi, scendendo sempre più profondamente nella mia anima, vi trovava dei misteri... sentivo che la gioventù, l'amore della vita, malgrado i disinganni e i dolori, mi tenevano ancora avvinghiato alla terra. La vita mi appariva sotto un nuovo aspetto al momento di perderla; e mi pareva che non fosse tanto atroce, da lasciarla per sempre senza rimpianto. Era forse viltà?... era paura?... non lo so; ma scrutando attentamente nelle più profonde latebre del mio cuore, vi trovava di peggio, vi trovava del fango!... Sicuro, del fango!.. un desiderio colpevole che serpeggiava in quegl'imi recessi della vita!... — La contessa Savina non è morta... io pensava... fin che vive non ho perduta ogni probabilità di rivederla.... Rivedendola... ed essa rivedendomi... forse... chi sa!... Chi può prevedere i casi della vita?... Dunque un atomo di speranza agitava ancora il mio cuore; una speranza colpevole, la speranza d'un bacio! ecco il fango! era una speranza quasi impercettibile, come un infusorio... ma era viva!...
La morte vicina mi produceva l'effetto d'una lente, m'ingrandiva gli oggetti... la speranza si allargava, si moveva, diventava visibile!... il fango fermentava, come le materie palustri, e mi dava la febbre!...
La natura umana è fatta così; e non sono io che l'ho fatta!...
La morte soltanto distrugge ogni speranza d'amore... e forse nemmeno la morte la distrugge interamente.
L'amore appartiene alla tribù degli antropofagi... che si mangiano fra di loro. La morte raffredda, ma non distrugge l'antropofago; la distruzione ha luogo soltanto quando l'antropofago vivo divora l'antropofago morto: allora solamente non resta più nulla... tutto è finito.
Divagavo fra gli antropofagi quando la luce del crepuscolo venne a richiamarmi alla dura realtà. Apersi la finestra, l'aria imbalsamata del mattino entrò nella mia stanza, la natura si risvegliava dal suo letargo e rivolgeva un sorriso al cielo sereno. Il capinero cantava sul biancospino fiorito, le nuove foglioline degli alberi appena sbocciate oscillavano alla brezza mattutina e lucevano al sole. La vita mi sembrava bella... e bisognava apparecchiarsi a lasciarla... nella primavera della vita e dell'anno.
Rivolsi un pensiero affettuoso a mio zio canonico, e un altro pensiero non meno tenero a Bitto. Perchè nascondere la verità? Ho avuto delle stranezze, ma non sono mai stato un ipocrita: dico sempre quello che sento. Non mi vergogno d'aver amato un canonico... nè un cane. Entrambi mi diedero prove d'affetto, ed io sento riconoscenza eguale per chiunque mi fa del bene. Se taluno pretende che si devono distinguere gli uomini dalle bestie, mi provi che i primi furono sempre superiori alle seconde. Intanto, io che ho trovato molte volte la bestia superiore all'uomo, li metto insieme, e credo di non far torto a nessuno.
Deciso di morire onorato, diedi un addio alla vita, e non pensai più che a finirla con una morte dignitosa. Volli pulirmi e pettinarmi come un uomo che va ad una festa, e uscito tranquillamente di casa mi recai al luogo fissato. Poco dopo vidi comparire Tobia accompagnato dal signor Nicola Bruni, seguiti a piccola distanza dal farmacista e dal suo praticante. Mi sorprese alquanto la presenza del signor Nicola, che non mi sembrava uomo adatto a simili affari; ma l'impreveduto non succede che nel nostro cervello, perchè tutto quello che succede di fatto doveva naturalmente succedere.
Il signor Nicola mi diede una stretta di mano, annunziandosi con brevi parole per mio secondo testimonio.
— Vedendo il caso inevitabile, — mi disse, — quantunque con sommo rammarico, non ho voluto rifiutarvi la mia assistenza in questo momento....
Lo ringraziai cordialmente della sua bontà, e accennai a Tobia la mia soddisfazione per la scelta che aveva fatto.
A compiere la tragedia non mancava più che il tiranno.
— È capace di non venire, — disse Uguccione della Fagiuola.
— Sarete sempre una cattiva lingua, — soggiunse il farmacista, indicando col dito un gruppo d'alberi, dietro ai quali compariva il dottore.
— Domando scusa del ritardo.... — disse il tiranno al suo arrivo.... — ma anche gli affetti di famiglia hanno i loro diritti,... e i loro doveri.... ho dovuto ingannare mia moglie....
Tobia alzò le spalle, un impercettibile sorriso sfiorò le labbra del farmacista, mentre il dottore continuava:
— Ho dovuto assicurarla che ogni differenza s'era appianata amichevolmente, e che il signor Daniele non mi aveva rifiutata la sua mano.... — e così dicendo mi stendeva la destra, in atto modesto e quasi supplichevole.
In quel momento, dimenticando ogni altra cosa, non vidi che il tiranno della mia tragedia divenuto affatto ridicolo, n'ebbi dispetto, e girando sui talloni gli voltai la schiena.
— Animo, alla decisione, — disse Uguccione.
Allora i padrini misurarono la distanza, caricarono le pistole, ce le consegnarono montate, e ci posero in guardia. In quel momento, avendo paura d'aver paura, io non pensava più a nulla. Guardai in faccia il dottore, che aveva i capelli irti, ed era pallido come un morto. Pareva che la sua testa si sostenesse più del solito sui solini, la sua bocca faceva uno sberleffo. Egli si teneva immobile colla pistola tesa. Io mi avanzai verso di lui lentamente, e giunto circa alla metà dello spazio che ci divideva, mi fermai e lo presi di mira. Eravamo a sei passi di distanza. Allora, sentendo il pericolo imminente, egli si decise a tirare pel primo, alzò la pistola all'altezza del mio petto, e fece partire il colpo. Io rimasi incolume, e immobile continuai ad osservarlo; egli era divenuto verdognolo. M'avanzai lentamente, colla mano ferma e l'indice sul grilletto; ad ogni passo che io facevo, i suoi lineamenti si alteravano, la tinta del suo volto si oscurava, ed io avanti, avanti, avanti. Egli era divenuto livido quando gli posai la bocca della pistola sul cuore. Chiuse gli occhi, alzò la testa, abbandonò le braccia come un uomo che sta per cadere. Allora gli dissi lentamente:
— Signor dottore, se io non fossi matto vi ucciderei, ma io sono matto e vi dono la vita. Imparate a rispettare i matti, e non occupatevi altro a guarirli. — E così dicendo gettai la pistola sull'erba e gli stesi la mano. Egli me la strinse fortemente colla sua che era fredda come quella d'un cadavere, e stava per profferire qualche parola, quando Uguccione della Fagiuola, raccolta la pistola carica, mi disse:
— Adesso tocca a me!... io pure sono stato offeso dal dottore, ed esigo che mi domandi scusa.... o si apparecchi a morire....
Il tiranno aggrottando le ciglia balbettava parole incomprensibili. Le sue mani avevano contrazioni nervose, e pareva che si sentisse stuzzicato a gettarsi al collo d'Uguccione.... quando il farmacista saltò su a dire:
— Finiamola.... basta così.
— No, — rispose l'ostinato, — è troppo orgoglioso, voglio castigarlo. Dottore, io rappresento in questo momento tutti i cadaveri che avete mandati al diavolo prima del tempo. Io rappresento la congiura dell'inferno contro l'omicida, raccomandate al cielo la vostra anima.... e morite.