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Il Benefattore

Chapter 12: X.
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About This Book

A foreign landowner comes to a small Sicilian town and purchases rocky, seemingly worthless fields for cash, setting off widespread curiosity, gossip, and suspicion as neighbors reassess his motives and the social effects of his generosity. Through linked stories and episodes—ranging from domestic scenes to curious scientific experiments and strange reversals—the narrative examines how benevolent intentions collide with local pride, envy, and commercial ambition, tracing consequences for families and artworks and probing themes of modernization, reputation, and the ambiguous moral results of philanthropic action.

Non lo avea nascosto a Paolo. Perchè avrebbe dovuto nasconderglielo? Nè se ne pentiva ora che all'improvviso le si era rivelata la verità intorno alla sua triste situazione. Lei e i suoi si trovavano colà più stranieri di quando vi erano arrivati; suo padre, il benefattore, veniva già stimato un invasore, un intruso, uno sfruttatore della miseria di coloro a cui egli aveva pagato, più che realmente non valessero, i terreni acquistati; di coloro a cui aveva dato, per parecchi anni, modo di guadagnar da vivere onestamente, dignitosamente, con mercedi che erano servite di esempio, di paragone e che gli altri proprietari avean dovuto adottare; di coloro a cui aveva mostrato, con la pratica, in che maniera potevano rendere più fecondo il meraviglioso suolo da loro posseduto e lasciato quasi in abbandono. Ed erano appunto questi—i proprietari, i galantuomini—che aizzavano gli odii, che spargevano attorno la diffidenza; invidiosi, maligni e anche ciechi, perchè non s'accorgevano di fare il loro male agendo in quel modo. Ne aveva parlato, il giorno dopo, con suo padre, strappandogli quasi per forza una confessione di quel triste stato di cose.

Il signor Kyllea non era indignato, nè scoraggiato: aveva voluto nascondere, alle sue donne la verità per non affliggerle e per non atterrirle; giacchè la signora Kyllea e la cognata avevano la mente piena di pregiudizi intorno ai siciliani, ed erano quasi stupite di non aver visto finora invadere Villa Elsa da briganti con tromboni e cappelli a cono ornati di penne di gallo, come li immaginavano vestiti, ricordando certi disegni di giornali, di Magazzini, di riviste.

—Accade così per tutto, quando qualcuno sposta interessi, crea nuove risorse. Lotta lunga, ostinata, violenta; ma si finisce sempre con vincere!—aveva soggiunto il signor Kyllea.—Come non vincere, se si hanno alleati di questa forza?

A miss Elsa parve che suo padre dicesse queste cose con sottile accento di affettuosa malizia, e arrossì.

—Oh!—rispose—Certi alleati talvolta possono nuocere più che giovare!

Ma suo padre non le badò; scrollò il capo sorridendo, poi, tornato serio, disse:

—Gli alleati, per lo meno, debbono essere prudenti, e non far sapere ad altri…

E questo divieto aggiunse un senso di sgomento alla profonda impressione prodotta dalle rivelazioni di lui.

Ella stava per dirgli:

—Senti, babbo!…

La confessione di quel che era avvenuto tra lei e Paolo quella mattina, le tremava da un pezzo su le labbra, impaziente, quasi sospinta dal rimorso di essere stata taciuta parecchi giorni. Ma, appunto in quel momento, dopo le tristi cose accennate dal padre, le parve che la dichiarazione di Paolo, e il loro fidanzamento di un istante fossero stati un sogno, nient'altro che un sogno. E si trattenne, stringendo le labbra, quasi ringhiottendo le parole che le fremevano nella gola.

Disse soltanto, e con energia:

—Vinceremo, babbo!

X.

Spuntava appena l'alba. Il signor Kyllea, che aveva l'abitudine di alzarsi di buon'ora, era uscito su la terrazza a fumare e a respirare un po' d'aria libera prima di prendere il bagno freddo. Intanto, passeggiando su e giù, faceva i suoi esercizi respiratorii turando con un dito una delle narici, aspirando forte e respirando a bocca chiusa; turandosi l'altra narice e riprendendo ad aspirare e a respirare a bocca chiusa. Si fermava, girava turbinosamente, col pugno stretto, fino a stancarsi, ora il braccio destro, ora il sinistro, dando calci all'aria avanti e indietro con la gamba sinistra quando era in moto il braccio destro, con la gamba destra quando era in moto il sinistro…

A detta di lui, non c'era miglior mezzo per mantenersi sano e forte; gliel'aveva insegnato un medico indiano, di Calcutta, incontrato sul piroscafo durante un viaggio, dieci anni addietro.

Ed egli, che soleva fare coscienziosamente, ogni cosa, era tutto intento a questi esercizi, quando gli parve di udire strani rumori, lassù, su la collina dirimpetto e intravedere, alla dubbia luce dell'alba, un gruppo di persone, anzi parecchi gruppi di persone che dapprima scambiò per operai, meravigliandosi di vederli arrivati così mattinieri al lavoro.

In quel punto, don Liddu gli recava, su un piccolo vassoio, la tazza col caffè.

—Come mai?—disse il signor Kyllea indicando con la mano in direzione della collina.—Andate a vedere.

Don Liddu si avviò premurosamente, molto meravigliato anche lui.

Il signor Kyllea era sceso a prendere il binocolo da campagna; ma già la luce aumentata e permetteva di scorgere lassù, a occhio nudo, un brulichìo di gente, un affaccendamento attorno al condotto dell'acqua… Il binocolo gli rivelò la devastazione che quella folla di contadini aveva già operato durante la notte e che proseguiva rabbiosamente, vandalicamente.

Una bestemmia inglese gli sfuggì di bocca, e tese i pugni minacciando, quasi potesse esser visto da coloro. Scesa a precipizio la scaletta, stava per uscir fuori; don Liddu lo afferrò pel petto, balbettando:

—Ah, padrone!… Per carità!… Dove vuole andare?… Lo ammazzano!… Ci sono i carabinieri!… Hanno guastato i lavori di condottura!…

—Zitto!—disse il signor Kyllea.

Pensava alle signore che dormivano e che si sarebbero spaventate… Ma insisteva per uscire. Due carabinieri si presentarono su la porta…

—Non abbia paura; siamo qui noi!—disse uno di essi.

—Non ho paura di nessuno—rispose alteramente il signor Kyllea.—Sono suddito inglese!… Ma che vogliono costoro?

—Dicono che l'acqua appartiene ad essi; che lei l'ha distolta dall'altro versante della collina.

—Sono matti o furfanti.

—Dica: bestie piuttosto! Li hanno suscitati, incitati… Il brigadiere è là… Abbiamo telegrafato per rinforzi…

Ora si udiva un rumore confuso di voci, di passi incalzanti, quasi di armento che scendesse con corsa sfrenata, abbattendo gli ostacoli che gli capitavano dinanzi.

I due carabinieri si affacciarono alla porta e rientrarono, chiudendola. Il signor Kyllea, pallido, smaniante, strizzandosi le mani, si volgeva di tratto in tratto a guardare nella stanza accanto…

—Ah! Se non ci fossero le donne!… Ho tre Remington!

Don Liddu, che era andato ad affacciarsi dall'alto della terrazza, venne ad annunziare:

—Se ne vanno!… Hanno guastato tutto!… Ma lungo lo stradone scende un'altra fiumana di gente… Le campane suonano a stormo!

Don Liddu s'interruppe. Grida confuse, fischi, poi due colpi d'arma da fuoco!…

I carabinieri si slanciarono fuori; e don Liddu, afferrato il padrone, cercava a ogni costo di impedirgli di uscire.

—Per carità! Voscenza, no! Voscenza, no!

Il signor Kyllea stava per svincolarsi, quando comparve miss Elsa, atterrita.

—Babbo!… Che cosa è stato?… Babbo!

Ed ecco la signora Kyllea mezza vestita, bianca come un cencio lavato, che gesticolava senza profferir parola.

Il signor Kyllea si contenne:

—Niente! Niente!—disse.—Dei malintenzionati.

Ma non potè far a meno di trasalire anche lui, sentendo picchiare alla porta, e gridare:

—Aprite! Aprite!

—Sono i carabinieri!—esclamò don Liddu che aveva riconosciuto la voce.

Erano essi infatti, accompagnati dal brigadiere e sostenevano una figura insanguinata, con gli abiti stracciati, che si reggeva a stento.

Miss Elsa die un grido; aveva riconosciuto Paolo Jenco!

XI.

—È stato imprudente!—raccontava il brigadiere.—Con buone parole e con minacce, io avevo già indotto i contadini a tornare in paese, ed essi commettevano gli ultimi sfoghi stroncando qua e là alberi di aranci sul passaggio… È stato imprudente!… Fidava forse nella sua qualità di figlio del Sindaco… Ma quelle belve, se sono in furore, non rispettano niente… Li ha affrontati, li ha insultati, li ha minacciati di galera… E allora:.—Dàgli!—A iddu! A iddu!—Dàgli!—Abbiamo dovuto sparare all'aria, per atterrirli, lottare corpo a corpo…

Era stato un terribile quarto d'ora!

Fortunatamente, all'infuori di una larga ferita alla testa e qualche contusione, Paolo Jenco non aveva riportato altro dall'assalto furibondo dei contadini.

Quei galantuomini che più avevano soffiato nel fuoco e provocato la sommossa, si erano chiusi nelle loro case, paventando che i contadini imbestialiti non trascorressero; il Sindaco si era fatto vivo all'ultimo, ed era accorso soltanto dopo che aveva udito da una finestra: Hanno ammazzato il figlio del Sindaco!

Al cottage si affollavano tutti coloro che volevano diminuire la propria responsabilità, mostrando di giudicare severamente l'atto barbarico dei contadini. Soltanto il dottor Medulla non aveva avuto l'impudenza di venir a offrire l'aiuto della sua arte al ferito; si era scusato con un biglietto, dicendosi indisposto.

E mentre Paolo, assistito dalle signore, da miss Elsa in particolar modo, si sforzava di mostrarsi meno sofferente che non era, il signor Kyllea conduceva parecchi visitatori a osservare i guasti del giardino che sembrava percosso da un uragano, e i guasti lassù, dove bisognava ricominciare da capo l'opera di muratura del condotto dell'acqua.

Il notaio La Bella si mordeva la lingua, per non compromettersi, stimmatizzando l'opera ipocrita di certa gente che sapeva lui; gente che faceva servire ai suoi bassi interessi fin il sentimento religioso…

E per ciò egli, uomo pacifico, che non avrebbe schiacciato neppure una mosca noiosa, davanti a quelle devastazioni, si sfogava a dire:

—Poichè ci si erano messi, dovevano compir l'opera. Li sfruttiamo, li trattiamo peggio di animali, li mettiamo su, per cattivi fini, e poi sbraitiamo che il governo non ci tutela i beni e le vite contro l'avidità dei contadini! Facciamo i socialisti, gli anarchici, i rivoluzionari per comodo nostro, spargiamo di petrolio la catasta… e poi non vorremmo che qualcuno vi appiccasse fuoco!

—E se venivano a bruciarvi la Banca?

—Benvenuti! Avrei spalancato la porta, avrei consegnato tutta quella cartaccia imbrattata, per farne un bel falò… Tanto, la povera gente non ha quattrini da spendere in contratti… E poi, non si deve fare repulisti del vecchio? Ah! Poichè ci si erano messi!…

E tornato al cottage, vedendo Paolo con la testa fasciata, gli spiattellava bruscamente:

—Puoi ringraziare tuo padre!… Anche ora, dopo quel che è accaduto, tuo padre accende una candela a Cristo e una a Maometto, come il romito di Lampedusa; dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dà ragione al signor Kyllea, e non dà torto ai contadini; e si agita per far scarcerare gli arrestati, per non irritare gli animi, per non lasciar fòmite di odii… Bella scusa! Quasi voglia ringraziarli perchè non ti hanno proprio ammazzato!

Paolo però li ringraziava davvero. Da due giorni egli godeva una felicità immensa, vicino a miss Elsa che gli curava la ferita meglio di un medico, con mani carezzevoli, e più con quegli sguardi traboccanti di affetto e di gratitudine. Egli solo era accorso, egli solo aveva messo a cimento la sua vita in quella terribile mattina! Nessuno dei due aveva fatto il minimo accenno a quel che era avvenuto tra loro lungo lo stradone; eppure si erano detti tante e tante cose!

—Come finirà?—domandava, tremante ancora la signora Kyllea.—Non potremo più vivere tranquille! Da due notti non chiudo occhio… Mi sembra di dover sentire nuovamente quelle grida…

La zia brontolava in inglese:

—Andiamo via! Torniamo in Inghilterra!

—Che cosa dice?—domandò Paolo a miss Elsa.

—Vuole andar via! Tornare in Inghilterra… Ma è possibile?

—Oh, no!—esclamò Paolo.

E i suoi occhi, e il suono della sua voce dissero qualche cosa di più.

Miss Elsa sorrise tristamente.

Qualche ora dopo, approfittando dell'occasione di esser rimasti soli in salotto, Paolo le disse:

—Vuole andar via anche… lei?

—Mio padre, in un momento di sdegno, ha pensato di vendere i terreni; ma ora non ci pensa più.

—Ma… lei… lei, dico!

Avrebbe voluto darle del tu, e per ciò esitava parlando.

—Io non ho volontà,—rispose miss Elsa.

—Volete… vuol esser mia, Elsa?—egli balbettò.

—E tuo padre?

—Ah!… Da questa ferita mi è uscito molto sangue, tutto il sangue vigliacco… Se mio padre si opponesse…

—Io non entrerei mai in una famiglia dove mi saprei appena tollerata…

—Uno solo è il vero ostacolo!—esclamò Paolo.

—Capisco ora—rispose miss Elsa—la Chiesa a cui appartengo. Ma…

—Ma…—ripetè Paolo ansiosamente.

—Su questo punto, noi inglesi—continuò miss Elsa.—non abbiamo pregiudizi; ogni individuo si aggrega alla comunità religiosa che più lo persuade e lo attira. Mia madre è metodista; mia zia, evangelica episcopale; mio padre, presbiterano; io sono puseysta, cioè quasi vicina al cattolicismo. Dovrei fare un piccolo passo per entrare nella vostra chiesa; neppur l'amore puro potrebbe indurmi a farlo, se ripugnasse alla mia coscienza. Ma… ecco la spiegazione di questo ma… Da un anno a questa parte, la mia coscienza è scossa. Io sento forse l'influsso dell'ambiente. Mi sembra che il contadino siciliano, rozzo e superstizioso, sia più vicino alla verità che non noi con la nostra credenza riflessiva. La magnificenza delle vostre feste, quasi teatrale, non mi ispira la repulsione d'una volta; mi commuove, mi pare che operi più intensamente dentro di me… La Verità ha tanti diversi aspetti! Noi possiamo osservarla da un solo lato, comprenderla mai… Almeno io credo così…

—Oh, Elsa mia!

—Eppure, vedi, io ho un ritegno, un misero ritegno umano; quello di poter essere creduta una calcolatrice… Forse lo penseresti anche tu, forse arriveresti a rimproverarmelo un giorno! E allora sarebbe finita; non potrei più amarti perchè non potrei stimarti, perchè non potrei più illudermi di essere stimata da te.

—È impossibile, Elsa!

E vedendo entrare il signor Kyllea che tornava da un convegno col Sindaco, per accomodare la faccenda dell'acqua, Paolo si alzò in piedi, gli andò incontro, e gli disse:

—Debbo essere sincero con lei. Mi parrebbe di commettere la peggiore delle azioni, se le nascondessi quel che dicevo a sua figlia in questo momento. Sia franco e sincero altrettanto; già è suo costume…

Il signor Kyllea gli stese una mano, guardandolo in viso con l'aria di chi incoraggia a parlare:

—Domandavo a miss Elsa, se vuole essere mia moglie.

Il signor Kyllea, ridendo allegramente, rispose:

—Io non mi mescolo negli affari degli altri, specialmente in certi affari.

E li lasciò soli.

XII

Il signor Kyllea era tornato trionfante.

Il Sindaco, invitandolo a un convegno per accomodare il maledettissimo affare dell'acqua, aveva pensato di mandargli incontro il brigadiere e due carabinieri, perchè lo scortassero fino al Municipio. Una gran folla ingombrava la piazza, quasi quell'acqua avesse dovuto essere spartita tra tutti, una goccia per uno.

—Grazie,—brigadiere—egli aveva detto:—O mi lasciate entrar solo in paese, o torno indietro. Se il Sindaco ha paura per sè, provveda ai fatti suoi.

Ed era entrato solo, a testa alta, col solito passo franco e risoluto. La folla si era aperta davanti a lui, ed egli era passato, guardando le persone in faccia, salutando alcuni che riconosceva per suoi lavoratori e che dovevano trovarsi là perchè c'erano tutti—tutti quei del paese, uomini e donne, giovani e vecchi—e non già perchè potessero avere qualche astio contro di lui.

Nella sala del Consiglio i pretesi interessati si pigiavano dietro il parapetto di legno che chiudeva gli stalli dei Consiglieri comunali inaugurati pochi mesi prima. Pochi Consiglieri erano intervenuti; ma il Sindaco, due assessori e il segretario erano già seduti al loro posto e avevano l'aria di formare un piccolo tribunale in attesa del reo. Dietro il seggiolone del Sindaco, in piedi, stava il notaio La Bella.

Il brigadiere introdusse il signor Kyllea dalla parte opposta a quella d'onde entrava il pubblico, e all'apparire dell'inglese, come molti tuttavia lo chiamavano, un mormorìo corse per la sala.

Il Sindaco, che sembrava mostrarsi piuttosto favorevole agli interessi dei suoi amministrati, per tattica di uomo che sa barcamenarsi nei momenti difficili—e ne aveva già avvertito il signor Kyllea—lo salutò, gli accennò di sedersi in uno di quegli stalli vuoti, e cominciò ad esporre il motivo di quella riunione.

—Meglio fare le cose all'amichevole, senza inframettervi i tribunali. Si risparmiano così tempo e denari. Già!… Certamente il signor Kyllea era in diritto di scavare l'acqua nei suoi fondi; ma era anche vero che la sorgente dell'opposto versante della collina fosse venuta meno dopo quello scavo… Già!… Bisognava mettere d'accordo i due interessi… Avevano fatte male cercando di farsi giustizia con le loro mani. Già!… Ma, che si voleva?… Ormai il fatto era fatto… Danni gravi! E dunque egli era là per la conciliazione, per l'ordine. Già!…

Chi sa quanti altri già egli avrebbe interpolati alle parole che gli uscivano stentatamente di bocca, se il signor Kyllea non si fosse rizzato in piedi e non lo avesse tolto d'imbarazzo.

—Io vado per le spiccie, signor Sindaco. Sono anche io per l'ordine e per la pace: ma veggo qua parecchi degli antichi proprietari delle grillaie da me comperate cinque anni fa; permetta che io mi rivolga a loro. Ve le ho pagate quelle grillaie, sì o no? C'era, forse, allora qualcuno che le avrebbe pagate di più? Ne cavavate appena appena di che provvedere alle tasse… Le rivolete ora che io le ho ridotte prospere e fiorenti? Prendetevele; sono pronto rivenderle, per quel che valgono ora, s'intende. Se c'è qualcuno che accetta, si faccia avanti… A loro, personalmente, le cedo; ad altri, no. A coloro che vi sobillano, che vi fanno credere che io vi ho spogliati, perchè sperano che annoiato, impaurito, lasci qui baracca e burattini, come dite voialtri… e mi sbarazzi dei terreni per quattro soldi… eh no! Io sono inglese; ho la testa dura. Voi… che ne dite? E voi… che ne dite? No? E allora che cosa pretendete da me? Che ve ne faccia un bel regalo? Non sono così gran signore da permettermi questo lusso. Bravi! Ridete; perchè è veramente da ridere! E ora veniamo a coloro dell'acqua. Chi sono? Si facciano avanti… Quattro, in tutto! E com'è che siete venuti a centinaia per rovinarmi ogni cosa? Primieramente, l'acqua dell'altro versante è tal quale si trovava prima… Ah! Può venir meno? Attendete che il danno avvenga: ne riparleremo. E quand'anche fosse così, dovevate farvi giustizia con le vostre stesse mani?… I tribunali? Andiamo pure davanti ai tribunali… Io non ho paura dei giudici. Rispondete intanto a una domanda: che cosa ne fate dell'acqua che ora possedete? Niente. Vi è mai passato pel capo di ricercarne altra?… Ci vogliono quattrini? Ma sicuro; negli affari ci vogliono testa e quattrini. Perchè non vi prestano i quattrini coloro che vi dànno i bei consigli di venire a guastarmi la conduttura, e a rovinarmi gli agrumi? Li hanno, i quattrini; e se vorreste vender loro quelle terre, essi non farebbero come me, non ve le pagherebbero il doppio di quel che ora valgono; vi risponderebbero:—Quattro sassi! Non sappiamo che farcene!—Io sono leale e franco, vi dico: Volete vendere?… No!… Benissimo. Vi dico anche: Se involontariamente vi danneggerò… se il danno sarà accertato… chi rompe paga… Sono pronto a indennizzarvi. È ragionevole, è giusto. Ma con la violenza… Ah! Ah! Su questo punto sono più siciliano di voialtri… quando vi ricordate di essere siciliani. Io, da che sono venuto qui, non ho fatto male a nessuno. Se c'è tra voi uno solo che possa lagnarsi con ragione di me… I miei lavoratori sono stati rimunerati con mercedi insolite qui. Mi davano l'opera delle loro braccia, il sudore della loro fronte, ed io li ho trattati da cristiani e non da bestie… È vero? Mi fa piacere sentirlo dire da voi stessi… Sareste ingrati, sconoscenti affermando il contrario… E intanto mi avete trattato da nemico… I veri vostri nemici cercateli altrove, tra coloro che vi aizzano, che si servono della vostra zampa per cavare le castagne dal fuoco… Sentirete come vi brucierà!… Parlo male, forse, signor Sindaco? Come? Certe cose non si debbono dire? Ora sono io che eccito la gente? La verità si deve dire sempre, a ogni costo; è il mio sistema… specie quando gli altri spargono attorno la bugia, la calunnia… E per concludere, sentite, signori miei. Io sono suddito inglese; la mia pelle vale cara… Se mi ammazzate, mi pagherete a peso d'oro… E aggiungo anche che non la lascio prendere al primo che la vuole. A coloro cui fanno gola i miei terreni—voialtri non li volete, non sapreste che farvene—rispondo: Fuori i quattrini!—Su, come vi dètta la coscienza: Che cosa preferite? Che restino in mia mano, oppure che vadano ad ingrassare chi li ha lasciati per centinaia d'anni incolti, infruttiferi?… Io lo sapevo che avreste risposto così. Siete brava gente, troppo buona gente… Grazie! Ho fatto del bene al vostro paese; farò ancora del bene, e non a parole; è il mio mestiere. Sono convinto che, facendo bene agli altri, ne faccio altrettanto e forse più a me. E queste mie parole riferitele fedelmente a coloro che non hanno potuto udirle… Chi vuol venire a lavorare domani, venga laggiù; il cancello sarà aperto… Io non ho rancori con nessuno… Vi saluto!

Sentendo applaudire nella sala, anche la folla della piazza prese ad applaudire.

Il canonico Medulla, che era in un negozio di droghiere in attesa del risultato, saputo com'erano andate le cose, fece una spallucciata sdegnosa:

—Si son lasciati mettere nel sacco! Con quell'imbecille di Sindaco!… Era da prevederlo!… Ora non manca altro che vi faccia diventare tutti protestanti!… Dio vi aiuti!

XIII.

Invece, sei mesi dopo, per incarico del vescovo, egli doveva istruire nei dommi della fede miss Elsa, che si era risoluta di fare il piccolo passo dal puseysmo al cattolicismo… Istruire?

—Ma se ne sa più di me!

Questa volta il canonico parlava sinceramente.

Si sentiva mortificato dalla sua ignoranza, si pentiva della sua malignità.

—Tu sei stato una bestia!—disse però un giorno a suo fratello il dottore.—Non sai far altro che ammazzare la gente! Con un po' d'abilità… Che credevi? Che quella signorina fosse come una delle nostre? Bisognava saper pigliarla pel suo verso.

—Perchè non me lo avete insegnato voi?

Il povero dottore, che aveva sprecati tanti mesi di corte, non rispose altro e andò via.

La sera delle nozze, Villa Elsa, vista dal Muraglione di Settefonti, sembrava una cosa fantastica, con tutti quei lampioncini giapponesi pendenti da albero ad albero, con la banda che suonava nel piazzale, coi fuochi d'artifizio incendiati su la collina perchè la popolazione di Settefonti potesse goderli meglio.

Quando, verso la mezzanotte, miss Elsa e Paolo rimasero soli, Paolo era così stordito dalla sua felicità, che non pensava di stringerla fra le braccia, quasi temesse di destarsi da un bellissimo sogno.

Miss Elsa, dolce e pudibonda, con grazioso gesto prese tra le mani la testa di suo marito, e baciando, come cosa sacra, la cicatrice ancora rosseggiante al lato destro della fronte di lui, gli disse:

—Chi sa! Forse, senza di questa…

……………………………………….

E da lontano arrivavano le ultime note di un passo doppio della banda di Settefonti e le grida di saluto degli invitati:

—Viva il Benefattore!

PER UN SOGNO.

Ezio Cami si svegliò sentendo ancora vivissima la profonda commozione degli avvenimenti sognati. Nella realtà, essi non avrebbero potuto lasciargli un'impressione più deliziosa e più forte.

—Peccato che sia sogno!—esclamò, rizzandosi a sedere sul letto.

Incrociò le mani dietro la nuca, appoggiò così la testa alla spalliera del capezzale e tentò di ricostruirsi, con tutti i più minuti particolari, quel sogno che già gli sembrava si dileguasse lontano nella densa nebbia dove spesso si smarriscono le incoerenti visioni notturne. Voleva rigoderselo, fissarselo nella memoria come un avvenimento reale. Era così bello e così assurdo! E, chiusi gli occhi e quasi trattenendo il respiro, rivedeva quell'angolo—di giardino?… di parco?… di foresta? non sapeva precisarlo—pieno di ombra, solitario, con quei riflessi azzurri delle acque—di un fiume? di un lago? del mare?—che s'intravedevano laggiù, fra i tronchi e i rami degli alberi, sotto la luce diffusa dei raggi solari, che però stentavano a infiltrarsi tra il fitto fogliame là dov'egli sedeva assieme con la signora Arici, tenendosi per mano, scambiando poche parole, in dolce intimità che lo stupiva anche nel sogno…

Si erano incontrati parecchie volte in riunioni familiari presso amici comuni; avevano ragionato di musica, di pittura, di poesia, di romanzi, di cose frivole, di pettegolezzi, di piccole malignità, fin di politica; ella, sempre contegnosa, quasi severa anche quando sorrideva delle eccessive opinioni di lui; egli, rispettoso e indifferente davanti a quella bellezza veramente straordinaria che faceva girare il cervello a molti, e che a lui ispirava soltanto un senso di ammirazione artistica e nient'altro, quale egli avrebbe potuto sentirlo per un capolavoro di statuaria o di pittura; convinto com'era della incrollabile virtù di quella donna, e sdegnoso, per natura e per proposito, dei lunghi assedii che esauriscono le forze dell'assediata e dell'assediante, e non sempre sono seguiti dalla resa.

In quest'ultimi mesi egli l'aveva avvicinata poco, distratto da una facile avventura con una signora molto gelosa e che commetteva l'imprudenza di non nasconderlo. Per questa e per altre ragioni, non ultima quella che assegna una fine anche amori giurati eterni, l'avventura era terminata due o tre giorni addietro; ed Ezio Cami, assaporando le delizie della riacquistata libertà, non pensava affatto a impegnarsi in altro consimile intrigo. Per ciò egli si stupiva, anche nel sogno, di vedersi in quel posto, tenendosi per mano, scambiando poche parole in dolce intimità con la bellissima signora Arici… Poi, senza avvedersi del cambiamento di scena, a un gesto di invito di lei, si erano trovati in una camera stranamente mobiliata… In casa di essa e di lui?… Ella gli resisteva appena, per vezzo, con negli occhi neri e grandi (invece la signora Arici li aveva limpidamente azzurri, ma egli nel sogno non si meravigliava di questa circostanza, dubitava di non aver osservato bene) con negli occhi neri e grandi una intensa ansietà di dedizione; poi, sciolte le nere trecce copiosissime e lunghe (la signora Arici in realtà era bionda), stringendosi al petto la testa di lui, gliel'aveva coperta ed avvolta con esse. Ed egli si era sentito avviluppare da quei capelli, come da tentacoli brulicanti che gli si fossero insinuati sotto le vesti e gli si attaccavano alle carni, dandogli tale sensazione di supremo piacere da doverne forse morire… Allora si era svegliato!

Ezio Cami, un po' superstizioso, disse:

—Dicono che i sogni siano il riflesso, la ripercussione della vita giornaliera… Io non ho mai pensato in questi giorni, neppure casualmente e alla sfuggita, alla signora Arici… Non l'ho mai desiderata, quantunque desiderabilissima, perchè non amo di fantasticare cose impossibili o che a me paiono irraggiungibili. Ed ella intanto mi è venuta in sogno, ed è stata mia, come se la nostra vita di amanti durasse da un pezzo, senza che lei nè io ci preoccupassimo del marito che pure esisteva anche nel sogno, giacchè ricordo benissimo che ella non era semplicemente una signora, ma la signora Arici!… Di che mi meraviglio?… Forse nella realtà non accadrebbe la stessa cosa?… Peccato che non sia vero!… Come mai però?…

Voleva trovare una ragione, un'origine al sogno; e scrollò le spalle quando gli si affacciò alla mente la spiegazione di un dottore, che si era formato una specialità dello studio dei sogni, a proposito di un caso consimile. Eh, via! Quel dottore era troppo invasato da certe recenti teoriche di suggestioni a distanza, da inconsapevoli proiezioni di pensiero… Appunto quella notte, la signora Arici avrebbe dovuto intensamente pensare a lui! Figuriamoci! Aveva pensato a lui quanto al Sultano del Marocco.

Eppure, dopo averci lungamente riflettuto su durante parecchi giorni, e notando l'insistente perduranza della impressione del sogno, egli avea finito con lusingarsi che la spiegazione di quel dottore poteva benissimo adattarsi al suo caso: cioè che la signora Arici, chi sa perchè?… forse nell'occasione di quella rottura che non era un mistero per nessuno… Le stranezze del cuore femminile sono infinite! Insomma, perchè no?… Si erano dati casi assai più assurdi di questo… E per curiosità e lusingato anche dalla vanità, si era proposto di verificare se il suo fosse stato un sogno ammonitore. Insomma, perchè no?

* * *

Non avea vinto facilmente; e, terzo, con la curiosità e la vanità, il suo cuore era entrato nella lotta, incitato dalla lunga resistenza della signora Arici, e anche dalla convinzione che quel dottore non s'ingannava giudicando certi sogni opera di inconsapevole trasmissione di pensiero.

Sin dalle prime esitanti parole da lui dette alla bellissima signora, egli aveva capito, dal contegno di lei, di non esserle indifferente… Anzi! Anzi! E questo lo aveva molto incoraggiato ad insistere. Oh, il suo bel sogno doveva avverarsi intero! Egli doveva provare, nella realtà, quell'ineffabile sensazione per cui gli era parso di essere avviluppato dai capelli di lei come da tentacoli brulicanti e di quasi morire nel godimento!

Invece!…

Egli aveva stretto fra le braccia il divino corpo tanto desiderato, senza sentirlo vibrare di una scossa, ghiaccio, quasi morto; senza che dalle labbra furiosamente baciate, aride e fredde, scoppiasse il riscontro di un bacio caldo, il suono di una parola ardente!

—Che hai?

—Niente. T'amo!

—Tu soffri! Stai male!

—No. T'amo. Ti ho amato sempre, tanto!

Ma sembrava che le parole le uscissero di bocca in modo meccanico, ch'ella le ripetesse come cosa appresa a memoria, senza che il cuore e l'anima vi prendessero parte.

Egli la scuoteva rabbiosamente, quasi brutalmente.

Ma più tentava d'infonderle ardore e slancio, più sembrava ch'ella si irrigidisse, si chiudesse in sè.

—Che pensi?… Parla!… Che temi?

—Niente!

Era divenuta pallida, come sul punto di svenirsi. Sembrava vinta da grande stupore. Nel sorriso, che di tratto in tratto le fioriva su le labbra, c'era qualcosa di indifferente, di gelido, che si comunicava a lui, che lo impacciava e lo irritava nello stesso tempo.

Egli aveva ingombrato di fiori il salottino e la camera; ne aveva sparsi per terra, sui mobili, sul letto con folle profusione, quasi volesse augurare un'uguale fioritura primaverile a quell'amore creduto impossibile, irraggiungibile e che ora avrebbe dovuto farlo delirare di gioia, e non fremere d'indignazione, e non fargli fin sospettare che ella non avesse trovato in lui quel che si era immaginato di trovarvi, e che la incredibile attitudine di passiva freddezza fosse sincera espressione del sentimento non riuscito a dissimulare.

—Ah!—le disse Ezio, con profonda amarezza.—Com'eri più amante nel mio sogno!

—Raccontamelo di nuovo!—ella rispose con dolce accento di preghiera.

E dopo ch'egli, illuso dalla tenerezza che gli era parso di scorgere in quell'accento, avea ripreso a raccontare, ella sembrava assente col pensiero, lontana quasi rincorresse qualch'altro suo sogno. Per ciò egli le stringeva le mani così forte da doverle far male, ma senza ch'ella mostrasse di accorgersene. Solamente, a intervalli, pareva riprendere coscienza, per esclamare:

—La realtà è più bella!… Oh, più bella! Quale? Evidentemente ricordava un'altra realtà, faceva villani confronti!

Il maligno sospetto, tosto che gli spuntò nel cervello, parve illuminargli di sinistra luce l'intelletto. E rapidamente, spietatamente egli giudicò che colei, stimata pura e non mai sospettata, doveva essere pura in apparenza soltanto, e che soltanto la sua suprema ipocrisia avea dovuto impedire che neppure un sospetto avesse osato di toglierle la brutta maschera dal viso.

—Ah, le oneste! Sono peggio delle peggiori!—egli pensava.

Si sentiva avvilito da quel che giudicava disprezzo di donna estremamente corrotta! Non sapeva chi lo trattenesse dal mostrarle con parole e con atti, in che conto ormai la teneva.

Le lasciò andare le mani, e si mise a passeggiare su e giù per la camera, ruminando i vituperi di cui la stimava meritevole.

Si era levata in piedi anche lei, e davanti allo specchio si aggiustava i capelli un po' disordinati, stirava le pieghe della veste. Poi, andatagli incontro lentamente, aprendo e socchiudendo le palpebre e posategli carezzevolmente le mani su le spalle, mormorava:

—Amore mio bello!

—Abbiamo fatto tardi!—egli borbottò, scansando la carezza per guardare l'orologio cavato di tasca.

—Ah!… Tu ti sei accorto delle ore trascorse; io, no.—

Ezio la guardò, colpito dal rimpianto che le era tremato nella voce pronunziando quelle parole.

Non mentiva dunque?… O mentiva così bene?

E la scrutava, mentr'ella s'infilava i guanti, a occhi bassi, e poi li abbottonava, stranamente assorta, senza fretta. Ma come la vide accostare all'uscio, porre la mano al paletto, e solo allora tendergli l'altra mano e le labbra, pronunciando un sommesso: A rivederci! Ezio improvvisamente scoppiò:

—Così tu ami? Così? Così?

—Oh, Dio!…—ella balbettò coprendosi il viso con le mani.

—Ti sei dunque fatto giuoco di me! E perchè mai? Perchè? Che indegna commedia sei qui venuta a rappresentare?

Ella affondava il viso tra le mani, per non udire, immobile, fulminata… E, come dicesi che avvenga alle persone prossime a morire di morte violenta, vedeva passarsi davanti agli occhi, in un lampo, tutto quel che aveva sofferto per lui: e le segrete angosce, e le lotte, e i tormenti dei rimorsi, prima di decidersi al tremendo sacrifizio della sua vita immacolata, della sua reputazione forse e della sua pace; e le raggianti fantasie di amore e di felicità con le quali si era confortata all'immolazione di tutta sè stessa ai piedi di lui! Oh! Ella l'amava tanto, che non avea saputo trovare parole per esprimerglielo, istupidita dalla gioia di darsi incondizionatamente, anima e corpo; resa quasi inerte e ghiaccia dall'estremo accesso della sua stessa passione… Ed egli non lo aveva capito! E poteva rinfacciarle:—Così tu ami? Così?—E buttarle in viso la infame accusa:—Che indegna commedia sei qui venuta a rappresentare?…

Ella non udiva più quel che Ezio continuava a dire contro di lei con voce soffocata, scotendole violentemente un braccio.

All'enormità dell'affronto, il suo orgoglio si era ribellato, le aveva fatto levar su alteramente la testa, avea acceso un gran lampo di fierezza, in quelle pupille poco prima annegate in ineffabile languore… E aperto rapidamente l'uscio, ella lo richiuse con gesto sdegnoso.

* * *

Ezio Cami, fu per lunghi mesi, sotto l'ossessione di quella scena di delusione che aveva offeso il suo amor proprio e il suo amore, e che lo faceva terribilmente soffrire notte e giorno, quantunque egli tentasse ogni mezzo di distrarsi, anche perchè colei non potesse rallegrarsi degli effetti dell'opera sua, e non lo riputasse sua vittima.

Era andato, prima, a isolarsi in villa occupandosi insolitamente di cose di campagna: poi, presto annoiato, era partito per un viaggio in Germania.

Qualche lettera di un amico gli inciprigniva con inconsapevole crudeltà la piaga ancora sanguinante, dandogli larghe notizie dei pettegolezzi cittadini… Si parlava molto della misteriosa malattia della bellissima signora Arici; il marito n'era inconsolabile… E si parlava moltissimo anche della sparizione di lui, che i maligni attribuivano a una passione infelice per… E citava il nome della canzonettista straniera alla quale Ezio aveva fatto apparentemente un po' di corte.

Benissimo! Questo sviava la mùta dei curiosi dalla sua vera traccia… Era stato gentiluomo; si era saputo contenere, anche nei primi momenti; e n'era lieto, specialmente ora che cominciava a sentirsi penetrare dal dubbio ch'egli si fosse stupidamente ingannato giudicando male la signora Arici. Le notizie di quella misteriosa malattia lo agitavano, lo spingevano a ripensare tutti i particolari della scena di quel giorno; e di mano in mano che gli sembrava di vedersi schiarire davanti agli occhi l'intimo significato degli atti e delle parole di lei, un sordo rimorso lo assaliva, una profonda angoscia lo tormentava.

Era stato cieco? Era stato pazzo? Come aveva potuto non conoscere la sincerità, la grandezza di quel cuore di donna? Come s'era lasciato sfuggire il possesso di quell'inestimabile tesoro? Frivolo, scettico, non aveva mai amato, non era mai stato amato. E l'unica volta che gli era accaduto di sentirsi elevare dalla misera volgarità della sua vita, l'unica volta che una nobilissima creatura gli era venuta incontro portandogli in regalo il fragrante fiore della sua passione, la sua infinita tenerezza, l'intiera essenza della sua anima, egli l'aveva ricacciata indietro, calpestando quel fiore, spargendo villanamente per terra quella purissima essenza!…

Ah, il fatale sogno! E che grande enimma la vita umana! Un'intima voce ci avverte:—Ecco, la felicità sta per passare per la tua via!—E noi stiamo ad attenderla, guardando qua e là, vicino, lontano, a destra a sinistra; illudendoci di doverla sùbito riconoscere a certi segni, secondo certi nostri preconcetti, senza riflettere un momento che essi possano essere fallaci… E la felicità, infatti, passa via, si allontana, sparisce; e soltanto allora noi ci accorgiamo di esserci stoltamente ingannati!… È inutile attenderla ancora, ella non ripassa mai dallo stesso punto!

Filosofava così per distogliersi dall'idea di scappare da quell'albergo straniero, accorrere da lei, gettarsele ai piedi e chiederle perdono!… Inoltre, chi poteva proprio assicurarlo che egli giudicasse dirittamente ora e non allora? Come discernere, con certezza, se la misteriosa malattia che lo faceva così sentimentalmente fantasticare provenisse da profondo dolore per grave delusione, o da dispetto di orgoglio e di vanità femminile? O da altra cagione, accidentale, che non aveva niente che vedere con l'una o con l'altra?

E così quando lesse, pochi giorni dopo, in un giornale italiano la notizia del suicidio della signora Arici attribuito a momentanea esaltazione morbosa, egli rimase perplesso, con un groppo di singhiozzi che gli stringeva la gola, e con una viva repugnanza di assumere parte della responsabilità di quell'atto disperato.

Chiamò il cameriere, ordinò che gli portasse il conto dell'albergo, e cominciò a preparare le valigie. Avrebbe ripreso la sua corsa pel mondo, finchè i danari gli fossero bastati, finchè non si fosse annoiato di errare, ignoto tra gente ignota… E poi?… E poi avrebbe continuato a vivere come prima, sarebbe invecchiato, inutile agli altri e a sè stesso.. e sarebbe morto, portando con sè nell'altro mondo, come testimonianza della sua dimora in questo, assieme con un bel sogno, la soddisfazione di aver amato davvero, una sola volta… e la lusinga o il sospetto di essere stato amato davvero, una sola volta!

RACCONTAVA IL DOTTOR MAGGIOLI…

I. I microbi del signor Sferlazzo.

Si parlava di microbi.

—Il soggetto è troppo grave da poter essere accennato in conversazione—disse il dottor Maggioli.—E poi, io sono oramai un po' fuori dal mondo scientifico; sto a guardare, sto a sentire quel che fanno e dicono gli altri, e non ho più voce in capitolo. La mia opinione sarebbe di nessun valore. Quando diventiamo vecchi, non ci si atrofizzano soltanto i muscoli e le ossa, ma anche il cervello. Certe idee nuove non possiamo più assimilarcele, non riesciamo ad intenderle; e resistiamo financo all'evidenza dei fatti. In ogni modo, a proposito di microbi, ho una storiella da raccontare.

Il cavalier Carmine Sferlazzo (il suo deputato lo aveva fatto crocifiggere con la stella d'Italia perchè attivissimo elettore) non era un'aquila, oh, no! ma era certamente una brava persona.

Egli aveva letto su pei giornali molte chiacchiere intorno a questi maledetti invisibili animalini che ora si trovano dappertutto e dei quali, anni fa, nessuno sapeva niente; ma da uomo prudentissimo, che non dà retta alle fandonie dei fogli, non se n'era dato gran pensiero.

Si trattava però della salute, della vita anche; ed egli, che voleva star bene e restare quaggiù il più lungamente possibile, aveva pensato che era meglio avere netta la coscienza; per ciò era andato a consultare il suo medico ordinario.

—Dunque, questi microbi? Bisogna dar retta ai giornali?

—Siete come i contadini anche voi?—aveva risposto il dottore.

—Illuminatemi, spiegatemi tutto. Sono venuto appunto per questo.

Altro che illuminarlo! Colui lo aveva atterrito a dirittura.

Milioni! Nell'acqua, nelle erbe, nei panni, fuori e dentro di noi, tra i denti, tra le ugne, negli intestini, nell'aria che respiriamo! Fin in Paradiso! aveva conchiuso quello scomunicato che non credeva a niente più in là dalla punta del suo naso.

Il cavaliere, all'ultimo, aveva scrollato il capo, diffidente, convinto anzi che quegli avesse esagerato a posta, per fargli paura.

Ma un giorno l'infame dottore, trovatolo, per via, lo aveva preso sotto braccio, e lo aveva condotto nel suo studio.

—Volete vedere i microbi?

—Dove sono?

—Qui.

E gli aveva messo sotto gli occhi un tubetto di vetro, con in fondo un dito di gelatina. Postolo a sedere davanti a un tavolino su cui era preparato il microscopio, lo aveva poi iniziato nei misteri dell'invisibile.

—Eh? Vedete come guizzano? Come si agitano quelle virgolette nere?
Sono ingrandite trentamila volte!

—E che razza di virgole sono?

—Microbi del tifo!

Il cavaliere diè un balzo. Voleva ammazzarlo dunque? O, per lo meno, farlo ammalare per cavarsi il bel gusto di guarirlo?

—Questi scherzi non si fanno, dottore!

—Oh, non c'è pericolo!

Doveva essere così, se il dottore maneggiava la gelatina impunemente; ma egli non si sentì tranquillo, neppure dopo che quegli lo ebbe spruzzato da capo a piedi con la soluzione di bicloruro di mercurio con cui gli aveva fatto lavare e si era lavato le mani pure lui.

Quella notte il poveretto non chiuse occhio.

—Ragioniamo!—diceva a sè stesso.—Questi dottori, questi scienziati sono, su per giù, una manica di ciarlatani. Ce le danno a bere grosse, sicuri che noi ignoranti non possiamo smentirli. Quell'altro professore, ieri, non voleva darmi a intendere che è stata misurata, fino a un millimetro, la distanza dalla terra al sole? Hanno mandato gli ingegneri a misurarla col compasso? Fandonie! Ciarlatanate! E la luce delle stelle che mette dieci, dodici, venti mila anni ad arrivare quaggiù! Hanno forse avuto sott'occhio il passaporto di essa, vistato dai sindaci di là? Fandonie! Ciarlatanate! Ma almeno queste sono innocue. Con la storia dei microbi però… Eh, via! I medici fanno il proprio interesse. Ora, quando non capiscono niente di una malattia, ci spiattellano in faccia: Microbi! E si tolgono ogni responsabilità. Spetta a noi cautelarci, guardarci!… E prima? Il mondo esiste da secoli… La gente, una volta, campava duecento, quattrocento anni. Dov'erano allora i microbi? Domineddio li ha creati a posta oggi, per far il comodo dei medici? Fandonie! Ciarlatanate!… Ma poi… chi sa? Le ho vedute proprio con questi occhi, quelle brutte virgole del tifo! Le chiamano virgole! E fanno fare punto fermo e daccapo, per tutta l'eternità! Belle virgole!

Si voltò e rivoltò sul letto tutta la nottata, ripetendosi a ogni po':—Ragioniamo!—Che voleva ragionare? All'alba non ragionava più, con lo spavento delle terribili virgole addosso.

E che accadeva? Neppure a farlo a posta!

Da lì a un mese, egli si ammalava di tifo!

—Ah, dottore! Siate galantuomo ora; guaritemi, se non volete che io vi maledica morendo!

E invece di rispondergli:—Sì, vi guarirò, farò il mio dovere!—il medico lo aveva sgridato con stizza:

—Non dite sciocchezze!

Febbre a quaranta gradi; delirio, durante il quale il povero cavaliere si sentiva rodere le carni dalle virgole nere osservate sotto le lenti del microscopio; coma, abbattimento, e tutti i malanni che il tifo porta con sè. Nei brevi lucidi intervalli concessigli dalla febbre e dal delirio, egli si recitava deprofundis e requiem, e dava occhiatacce di odio al dottore, che intanto aveva la sfacciataggine di assicurargli:

—Siamo fuori di pericolo!

Infatti, il cavaliere ne era uscito quasi per miracolo, ma diventato proprio un altro.

Quei microbi a cui fin allora non aveva voluto credere, ora, dopo l'esperienza, diceva, li vedeva dappertutto; e la sua vita diveniva un continuo tormento. In casa sua, dove prima entrava appena qualche romanzo francese, del Montepin, del Merouvel e simili, prestatogli da questo o quell'amico, ora si accumulavano giornali, opuscoli, fascicoli di riviste mediche, opere in più volumi, con figure, intorno ai diabolici microbi, dai quali egli voleva guardarsi e difendersi finchè fosse stato possibile.

Ogni suo atto era regolato scientificamente, con minuzia da sbalordire; il puzzo dell'acido fenico, del sublimato corrosivo, di altri disinfettanti prendeva alla gola chi aveva la disgrazia di dover andare a trovar il cavaliere in casa, per qualche affare.

Agli amici non più strette di mano, non più baci di addio o di ben arrivato; non si sapeva mai quel che costoro potevano portar addosso, senza loro colpa! E che scene con la sua amica, alla quale una sera aveva annunziato:

—Da oggi in poi, niente baci, niente carezze! Niente! Non voglio infettarti di microbi, nè esserne infettato! Ah, tu non sai! È terribile.

Quell'ignorantaccia intanto supponeva che fosse un pretesto per distaccarsi da lei a poco poco, per abbandonarla! E per ciò non voleva sentir parlare di acido fenico, di sublimato, di disinfettanti di nessuna sorta.

Oh, meglio quando egli non sapeva nulla! E la chiamavano scienza questa che, invece di guarire la gente, la faceva morire di paura!

Mangiando un boccone, bevendo un dito di vino, o di acqua bollita e ribollita, insipida da far nausea, il poveretto si domandava spesso:

—Ci sono? Non ci sono?

E il minimo dolorino di pancia, la minima accapacciatura lo tenevano in ambascia mortale. Eppure vedeva che la gente se n'infischiava della scienza e dei microbi; mangiava a crepapelle, si ubbriacava, faceva stravizii di ogni genere, e campava allegra, e moriva… quando doveva morire: giacchè una volta o l'altra, con una scusa o con un'altra, bisognava fare, pur troppo, quella bestialità! Ma sùbito si riprendeva:

—Non è una bella ragione! Se gli altri vogliono ammazzarsi, padronissimi! Io ora so; io ora debbo premunirmi!

Si premuniva, sì, ma dimagrava, diveniva giallo come una carota, a furia di privazioni, a furia di regime scientifico. Egli, che, prima, avrebbe digerito anche il ferro, era già ridotto a non poter digerire più, chi sa per quale razza di microbi acchiappati non ostante le cautele! Ah, Signor Iddio! Ed erano questi i benefici della Scienza? Perchè non lasciare in pace la umanità, visto che i microbi erano invincibili, onnipossenti, eserciti, miriadi, da starne due, tre milioni rannicchiati nello spazio di un foro fatto con la punta di uno spillo?

Era scoraggiato; non li combatteva più con fede, dopo di aver letto che, ammazzati i microbi di una specie, si faceva un favore a quelli di un'altra; la quale così prendeva rigoglio, si moltiplicava più rapidamente. E l'infelice impallidiva leggendo giornali, riviste mediche, che poi—si lamentava—parlavano turco per non farsi capire e far disperare un galantuomo che voleva istruirsi.

Lotta a corpo a corpo! Ma che lotta, con un nemico invisibile, con cui non si sapeva precisamente mai chi aveva vinto o chi era rimasto sconfitto?

Si rassegnava a vivere solo, come un cane, lontano da tutti.

—Eh, cavaliere? Non vi si vede più! Che avete? Non state bene?…
Dio, come siete ridotto!

—Beato voi, che siete un ignorante!—rispondeva l'infelice.

—Ah!… La solita storia dei microbi!

Ormai tutti sapevano la sua fissazione, e gli ridevano in viso.

Ma una mattina, che è che non è, ecco il cavaliere, vispo e gaio, che va in piazza a far la spesa, senza più badare a niente. Una catasta di roba! Erbaggi, frutta, pesce, carne, salami, pasta, burro, conserva, mostarda: una catasta! E un barile di vino rosso, di quello!

Era ammattito all'incontrario?

—Insomma, che è accaduto, Cavaliere?

—Ah, la scienza! La scienza! È come la spada di… di quel tale, che feriva e sanava nello stesso punto! Gli scienziati, ecco la rovina della scienza!…Microbi? Sissignori! Ma, Dio benedetto, aspettate un po', studiate bene prima di scompigliare il mondo con certe scoperte! Finalmente c'è stato chi ha messo a posto ogni cosa!… Farò un viaggio per andare a baciargli la mano, quella mano che ha scritto l'opuscolo La funzione dei microbi nell'organismo umano!

Lo guardavano sbalorditi, pensando:

—Senti come parla quel bestione del cavaliere! È proprio ammattito all'incontrario!

Ma egli continuò per settimane a predicare il nuovo vangelo, la vera Buona Novella dei microbi. E prendeva indigestioni per nutrirli, per amicarseli tutti quelle care virgole… e punti—diventava faceto—che gli stavano annidati addosso, tra i denti, tra l'orlo delle ugne, negl'intestini, nel sangue, nelle ossa; convinto ormai che l'uomo non fosse altro che un vasto microbaio a cui bisognava dar nutrimento, se si voleva star bene.

Vedevano? Egli era ritornato grasso, roseo, forte: gli si era fin stirata la pelle vaiolata della faccia, ora che badava lui a dar da mangiare scientificamente ai microbi; i quali, poverini, non chiedevano niente di meglio che di vivere in pace, ben nutriti, quasi accarezzati!

—Questo, pei microbi della mucosa! Questo, pei microbi del sangue! Questo, pei microbi dei nervi! Questo, pei microbi dei muscoli! Questo pei microbi delle ossa! Sissignori anche per quelli delle ossa.—E più essi divoravano, più egli stava bene! Se li sentiva rimescolare addosso, dentro, nelle più intime fibre del corpo; ma ora li conosceva perfettamente quei cari amici! Amici, sì, sì! Lavoravano per lui, combattevano per lui, distruggendo i nemici che lo assalivano di fuori. Se non si trovavano in forza, come potevano resistere? E certi imbecilli di scienziati avevano proclamato la crociata:—Morte ai microbi!—Imbecilli! Viva i microbi! si doveva gridare.

E il giorno che un capo ameno gli disse:

—Ebbene, insegnatemi il vostro metodo di dar il pasto a coteste feroci bestioline!—il cavaliere lo invitò a pranzo, e gli spiegò tutto:

—Questo, pei microbi della mucosa! Questo…

Intanto divorava come un lupo affamato, e beveva, beveva, perchè bisognava anche dar da bere a quei carissimi amici!

All'ultimo, si levò in piedi, alzando il bicchiere ricolmo per fare un bel brindisi. Ma barcollava, il braccio non gli stava fermo, e la lingua gl'impastava le parole in bocca.

—Viva i microbi!—balbettò—Viva i microbi!

E ruzzolò sotto la tavola.

II. L'incredibile esperimento.

—Eh, no!—disse il dottor Maggioli.—Non si tratta di creatura umana nel vero senso della parola; preumana, tutt'al più!

—Oh! Oh! Oh!

Le signore protestarono in coro, e la baronessa Lanari, battendogli col ventaglio sul braccio, tra indignata e sorridente, soggiunse:

—Queste enormità, non dovrebbe dirle mai davanti a noi!

—Perdoni—rispose il dottore.—La verità va detta dovunque, davanti a chiunque, specialmente quando è richiesta. La scienza, infine, non ha obbligo di essere galante.

—Ma gli scienziati, sì,—replicò la baronessa.

—Secondo. Interrogato, ho dovuto rispondere. E poi, la mia età mi dispensa da certi riguardi. La parola dei vecchi è impersonale.

—Ma dunque lei crede, sul serio…?

—Che la donna è una creatura preumana. E non è opinione mia soltanto, ma di qualche eminente scienziato… e della Bibbia pure.

—Alla Bibbia si fa dire tutto quel che si vuole—lo interruppe la baronessa.

—Questa volta la Bibbia parla chiaro, e la storia naturale più chiaro ancora. La Bibbia dice: Dio creò l'uomo a sua immagine e lo creò maschio e femina. La storia naturale ci mostra tuttavia questo caso in parecchi animali inferiori, che sono maschio e femina, come la creatura umana primitiva. Così Giobbe ha potuto poi dire: Homo natus de muliere, l'uomo nato dalla donna. Infatti nasce anche al presente dalla donna, e nascerà sempre dalla donna, anche quando…

Il dottor Maggioli si fermò un istante, guardando con aria interrogativa la baronessa.

—Ecco—riprese;—lei mi ha messo in imbarazzo, richiamandomi alla galanteria; non so più andare avanti.

—Ormai!—rispose la baronessa, ridendo.—Dopo il bel complimento che ci ha fatto, siamo preparate a tutto noi signore. Inoltre, non vogliamo privarci del piacere di sentirlo parlare.

—Io sono positivo—continuò il dottore.—Amo le teoriche fino a un certo punto; ma quando una teorica diventa fatto… E questa di cui dovrò ragionare è già stata tale, per eccezione, una sola volta, finora. Diverrà regola in avvenire.

—Si spieghi meglio; non ci supponga altrettante scienziate!

—È un po' difficile, ma tenterò; e se non saprò evitare qualche crudezza, la responsabilità sarà tutta sua. Rammentano il processo e la condanna del professore Manlio Brezzi? Processo a porte chiuse, di cui si occuparono tanto i giornali, parecchi anni fa?… Ah! Io ho il difetto di tutti i vecchi, che non sanno capacitarsi di esser tali. Anni fa! Ma in quel tempo molti di loro non erano ancora nati, parecchi erano bambini: qualcuno, giovanetto da occuparsi di ben altro che di processi scandalosi. Non si spaventino; quel processo fu scandaloso in apparenza; nessuno può saperlo meglio di me. Il mio povero amico e collega venne condannato a essere chiuso in una casa di salute, e vi morì, divenuto pazzo davvero, quantunque vi fosse entrato con la pienezza della ragione. È caso frequente nei manicomii. Allora io ero partito da poco per l'America, e non potei testimoniare in favore del mio amico. Avessi anche potuto farlo, non sarei stato creduto. Avrei corso il rischio di essere giudicato matto pure io.

—Di che strano delitto era dunque accusato quel professore?

—Di aver abusato della figlia diciottenne, e di averla fatta morire per nascondere quell'infamia.

—E non era vero?… E fu condannato?

—Innocente, non poteva giustificarsi. Quel che egli aveva fatto era proprio incredibile. La giustizia umana fu indulgente, dichiarandolo pazzo; ne convengo. Manlio Brezzi era un cercatore, un precursore. Quando s'intravedevano appena alcune possibili applicazioni dell'elettricità, egli già faceva studi, prove e riprove giudicate assurde, e oggi conquiste che non meravigliano nessuno. E non era un semplice sperimentatore, ma un pensatore, un filosofo, grande per lo meno quanto la sua modestia, cioè grandissimo. Egli leggeva nell'avvenire come in un libro aperto; ma non faceva profezie, determinando, specificando. Diceva:—Dovrà accadere questo e questo. Quando? Dove? Come? Non ne so nulla. Ma accadrà infallibilmente.—Per lui i secoli, nella vita dell'umanità, contavano quanto i minuti della nostra esistenza. Un sintomo sociale, impercettibile per gli altri, s'ingrandiva davanti ai suoi occhi come sotto potentissima lente, arrivava sùbito alle sue estreme conseguenze. Ed io posso testimoniare che egli non si è mai ingannato, mai! I fatti gli hanno dato sempre ragione.

—Anche quello per cui è stato condannato, ed è ammattito?—domandò maliziosamente la baronessa.

—Quello assai più di tutti, perchè è quasi un miracolo. Cinquant'anni addietro, si parlava appena di quel che oggi porta il formidabile nome di feminismo; cinquant'anni addietro nessuno sospettava che un giorno avrebbe trovato proseliti e apostoli—fuori del cristianesimo—il misoginismo, l'odio contro la donna. Brezzi li aveva intraveduti, in germe, li aveva visti crescere e fiorire con la straordinaria virtù della sua immaginazione di scienziato; e una sera, nel suo studio, d'onde usciva rare volte soltanto per udire un po' di buona musica antica, una sera potè dirmi:

—Vedi, quanto è meravigliosa l'azione latente del pensiero che ha creato, e va continuamente creando questo e gli altri mondi dell'universo! La donna, proclamando la sua emancipazione, crede di provvedere alla sua sorte, e invece non fa altro che lavorare all'emancipazione dell'uomo dall'attuale giogo di lei. E tutti e due, maschio e femina, non capiranno, per un bel pezzo, che non si tratta di loro, personalmente, ma della specie; che dovranno liberarsi, alla fine, dal capriccio, dall'accidente che è nell'individuo e nelle forze brute della Natura, e attuare la propria legge riflessivamente, cioè costringendo le forze brute a operare non a loro capriccio, per caso, ma ragionevolmente, come già cominciamo a imporre all'elettricità, che sarà tra non molto nostra schiava. Domineddio o la Natura (è lo stesso) provvide, da principio, alla specie creando l'uomo maschio e femina insieme, al pari delle Palmelle e dei Zignemi tra gli Infusorii; e se separò poi i due sessi, li avvinse e li tiene ancora avvinti per via del senso, e anche per via del sentimento, costringendoli ad amarsi perchè procreino e continuino indefinitivamente la specie… fino a che non sarà intervenuta la scienza per ricondurre la donna a quel che è stata sempre e che sarà sempre (giacchè non può essere altro): un'incubatrice di creature umane, ma senza il concorso del maschio!

Così nude e crude, queste affermazioni sembrano assurde; ma, svolte dalla sua parola dotta, feconda, quasi poetica, diventavano d'una chiarezza, e d'una efficacia irresistibile.

—Senza il concorso del maschio?—feci io quella sera, non afferrando bene il suo concetto.

—Certamente. Quel gran chimico che ha detto che noi creeremo l'uomo coi lambicchi, ha detto una sciocchezza: lo creeremo senza il maschio, senza l'amore e il sentimento e senza gli altri inutili ammennicoli; con quella stessa forza che la natura ha adoprato e adopra per la creazione, l'elettricità; facendo selezioni, scelte ora affatto impossibili, e perfezionando le specie fino al punto in cui non sarà più quella che ora è. Non ricorreremo però a lambicchi, a fornelli o ad altro macchinario più complicato; ci serviremo del fornello, del lambicco, dell'eccellente macchinario che la natura ha elaborato a questo scopo; della vera Magna Parens, della donna; non sapremmo inventare niente che valga a sostituirla.

—Insomma, secondo te—lo interruppi—arriveremo alla fecondazione artificiale per via dell'elettricità…

—C'è qualche matto che già sperimenta, e che crede d'essere già su la buona via di scoprire…

E scrollava il capo, con benevola malizia nel sorriso e nel lampo degli occhi.

Sì, egli pensava a questo gran problema sin d'allora, e ne calcolava tutte le difficoltà, come pure tutte le conseguenze nella vita sociale.

—La maggiore difficoltà consiste—egli diceva—nel trasformare, l'elettricità minerale, vegetale e animale in elettricità umana. Ma forse, non è così insuperabile, come sembra a prima vista. Vedremo!

Quand'egli diceva:—Vedremo!—voleva significare che era quasi sicuro del fatto suo. E quattro mesi dopo apprendevo che due esperimenti gli erano riusciti bene: egli aveva fecondato un fiore e un insetto con le elettricità vegetale e animale da lui segregate e imprigionate in speciali apparecchi. Gli rimaneva di fare altrettanto per l'elettricità umana; e non disperava di raggiungere questo intento.

Un giorno—erano passati due anni—egli mi diè il grande annunzio! Confidava il suo segreto a un amico, non sapendo rassegnarsi, per ora, a imitare il barbiere di Mida che si era confidato con una buca.

—Ho fatto l'esperimento su mia figlia, senza che essa sappia ancora di che si tratti.

—Ma, sciagurato!—esclamai.—E non hai pensato a quali orrendi sospetti tu esponi la tua dolce creatura e te stesso?

—Che? Si potrà credere… che un padre… Oh!

Nella sua ingenuità di scienziato, non riusciva a persuadersi che la malvagità umana potesse arrivare fin là!

Ebbi un lampo di speranza.

—Sei tu certo della riuscita dell'esperimento?

—Certissimo.

—Disfa' quel che hai fatto—gli dissi brutalmente.

—Commetterei un delitto, sopprimendo una creatura viva.

Ebbi un altro lampo di speranza:

—Quando facciamo violenza a una legge della natura, spessissimo i risultati, che noi vorremmo ottenere, falliscono.

Mi auguravo che fosse così, per la felicità di quella innocente creatura sacrificata a un esperimento scientifico; per la pace di quel grand'uomo che aveva rapito al cielo qualcosa di più del leggendario fuoco di Prometeo.

Non rifarò il processo; non vi racconterò nemmeno per quali inevitabili circostanze il segreto dello stato anormale della giovine venne scoperto. Scandalo enorme!

Manlio Brozzi ne fu atterrito. Soltanto la giovane rimaneva sempre inconsapevole, credendo a una malattia che poi non la faceva molto soffrire.

Prima che la figlia arrivasse ad apprendere la verità, prima che ella potesse sentire odio ed orrore di suo padre, egli si risolse, finalmente, a distruggere quel che aveva imprudentemente creato. Ma, a questa seconda prova, la giovane non resistette, o piuttosto, resistette tanto, che ne morì come per una qualunque violenza di aborto.

—Mia figlia è morta vergine!—protestò più volte Manlio Brezzi all'udienza.

Ed era verissimo; fu assodato.

Ma i giudici, non potendo credere al di lui miracolo della fecondazione elettrica, lo dichiararono pazzo…

Verrà giorno che un altro pazzo…

—Non faccia il profeta anche lei!—lo interruppe la baronessa Lanari, con la gentile autorità di padrona di casa che vuol impedire un eccesso.

—Dirò soltanto che il feminismo e il misoginismo odierni sono la naturale preparazione dal fatto previsto cinquant'anni fa da Manlio Brezzi. Tra pochi anni, tra pochi secoli… tra qualche millennio, la donna e l'uomo non avranno rapporti tra loro molto diversi da quelli che noi ora abbiamo con le nostre mandrie, coi nostri armenti. Lo donna sarà la Magna Parens, la covatrice artificiale, e l'uomo… Ma, forse, allora l'uomo attuale non esisterà più, trasformato in essere assai più spirituale e più perfetto.

—Ma, dottore!… dottore!

—Non parlo così io, per mio conto, cara baronessa—rispose tranquillamente il dottor Maggioli.—Ho ripetuto le precise parole di Manlio Brezzi, d'un mirabile scenziato che, nel momento in cui mi diceva ciò, era, probabilmente, anche la Scienza!

III. Un geloso !!!

—Anormalità! Pervertimenti!—esclamò con insolito calore il dottor
Maggioli.—Che ne sappiamo?

—Ma… allora la scienza—riprese l'avvocato Rosaglia—non riuscirebbe più a raccapezzarsi…

—Peggio per essa!

—Come? Lei, uno scienziato positivo…