WeRead Powered by ReaderPub
Il Cantico cover

Il Cantico

Chapter 10: VIII. I corsari della laguna.
Open in WeRead

About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

VIII. I corsari della laguna.

Il campiello, chiuso su tre lati dalle piccole case dei fiocinini e aperto a nord su la laguna, in quell’ultima ora serale cominciava a divenir muto chè i monelli e le donne erano adunati inanzi ai focolari ad attendere l’umile pasto. L’aria si faceva d’attimo in attimo più oscura chè dalle immensità marine Borea si spingeva innanzi, nella sua convulsa rabbia, cumuli di nubi nerastre. Un balenare incessante, senza bubbolio di tuoni, copriva tutto l’oriente. La tempesta si rivelava nel suo fuoco, accendendo le nubi di bagliori sinistri. Nei cieli del tramonto persisteva un incerto lividore cinereo. Era freddo.

Nella semioscurità si intravvedevano i fiocinini che giungevan al tacito convegno. Si presentavano alla spicciolata, uno per volta come andassero a diporto senza cura apparente; non salutavano i compagni seduti sui loro battelletti; ma cercavano un luogo ove accosciarsi a loro volta e attendere pazientemente il cenno. Quasi tutti tenevano, stretta fra i denti, una breve pipa di gesso.

Erano giovani dal volto precocemente solcato da rughe profonde; erano i figli della lotta e dello stento.

La tempesta, incalzata da Borea, era giunta ormai con la notte, e la tacita accolta di uomini si perdeva nelle tenebre.

Quando feci per discendere il piccolo ponte che conduceva al campiello remoto nel quale ci eravamo dati convegno, sostai e dissi a Serenella:

— Siamo giunti, ritorna.

— Voglio vederti partire — rispose ella non abbandonando il mio braccio.

— È impossibile; Giovanni ti attende e non puoi tardare.

— Mi raccomando — riprese con voce supplichevole — tutta notte pregherò la Madonna del dolore per voi... mi raccomando!

— Fa di non tradirti o saremmo perduti!

— Ma avete dunque deciso?

— Non ancora. Sarà ciò che il destino vuole.

— Tu che puoi fare intendere la tua ragione fra tutti, tu cerca persuaderli per il loro bene...

— Farò ciò che mi sarà possibile....

— Oh che tu sia benedetto, amore mio! Io darei cento volte la mia vita pur di non vederti partire!

E il pianto che aveva trattenuto fino a quel punto, irruppe su dalla dolce gola in un tremito tormentoso. Aveva appoggiato il capo alla mia spalla e stava così stringendomi le braccia in un estremo tentativo di trattenermi ancora.

— Duccio, promettimi una cosa — disse levandomi in volto improvvisamente gli occhi lucenti.

— Parla.

— Domattina prima dell’alba ti aspetterò su gli argini, alla Madonna di Pratobello; qualunque cosa avvenga promettimi di non mancare.

— Te lo prometto.

— E il Signore che mi vede, sa bene che, se non tornerai....

Era così affettuosamente addolorato il viso di lei e negli occhi suoi c’era tanta passionalità d’amore che un improvviso impeto di tenerezza mi spinse a dimenticare per un attimo la triste fatalità dell’ora. Me la strinsi al cuore e le baciai i capelli, gli occhi, la bocca, ripetutamente, perchè era mia e le avrei dato tutto il mio sangue.

Un breve sibilo che giunse dall’ombra ci disciolse dall’abbraccio.

— Mi chiamano — dissi — debbo raggiungere i compagni.

— Verrai agli argini?

— Verrò. Torna, torna a casa. È notte alta. Addio.

Quando ebbi disceso la scaletta del ponte udii ancora la voce di Serenella ripetere debolmente:

— Addio!

Poi mi diressi nelle tenebre verso il punto fissato e non intesi se non il rombo ululante di Borea che si scagliava nella vastità turbinando. Quando giunsi in prossimità dell’acqua, una voce mi chiamò in disparte.

— Sei tu, Duccio?

— Sono io — risposi.

— Ti aspettavo — fece Zalèbi levandosi dal battelletto sul quale era accosciato.

— Si parte?

— Non ancora.

— Chi manca?

— Marco e Luca; saranno per via.

— Li aspettiamo?

— Sì.

Dopo una pausa riprese a bassa voce:

— La notte è buona; Duccio, hai proprio deciso di seguirmi?

— Certamente.

— E vuoi venire sul mio battello?

— Voglio essere con te.

— Bada che si giuoca tutto!

— E che m’importa?

— Anche la vita si giuoca!

— Sarà ciò che il destino ha segnato.

— Sta bene — rispose Zalèbi e si accosciò sul battelletto che giaceva su la riva a pochi passi dall’acqua. Io presi posto vicino a lui e attesi.

I fiocinini si erano dati convegno per compiere un’impresa singolare. Diavolo vegliava i lavorieri[9] di Campo Rillo: si trattava di catturargli, anche con la violenza, gran parte della pesca. Nella notte, al ballo degli Argini, allorchè Diavolo aveva detto a sua figlia che andava a fianco di Zalèbi:

— Vientene via, non voglio imparentarmi coi ladri! — non aveva offeso unicamente il figlio di Giovanni della Nave, ma tutta la classe dei fiocinini, di coloro che non potevano vivere, nell’aspra città delle acque, se non di quella pesca che il Comune voleva riserbata per sè, a frutto di qualcuno. Essi sapevano di non rubare perchè si trattava della vita di intere famiglie le quali non avrebbero potuto campare in modo diverso, mancando qualsiasi lavoro; e sapevano anche quale aspra lotta costasse loro il poco alimento carpito, sufficiente appena a non morir di fame. La loro coscienza era tranquilla. La vita ha diritti superiori ai quali le leggi della ricchezza, difese dallo schermo della morale, non possono porre argine.

Ora, all’astuto guardiano sarebbe toccata la mala sorte. I ladri delle lagune gli avrebbero provato che troppa fede nutriva in sè stesso e nel suo coraggio e che le vanterie da sgherro delle quali si compiaceva potevano costargli care.

Zalèbi pensava da solo al suo onore; gli antichi insegnamenti delle madri gli erano guida: — Non essere vigliacco, mai! Se un uomo ti dà uno schiaffo, ammazzalo!

Nei due giorni trascorsi dalla notte in cui l’anima di Sita gli si era appalesata nella sua malvagità lasciandolo d’improvviso in uno stato di stordimento, egli aveva vissuto per tutta una vita di dolore; ora, senza che nessuno fra noi conoscesse il preciso proposito che lo guidava, era capo della spedizione notturna.

Una voce poco lontana pronunciò un nome ad un tratto, fra il bubbolio del vento:

— Marco! — E, dopo qualche secondo, riprese:

— Luca!

— Ci siamo tutti? — chiese Zalèbi levandosi.

— Sì — rispose la stessa voce.

— Allora andiamo.

Spingemmo il lieve battello che scivolò rapidamente nell’acqua e vi salimmo: Zalèbi a poppa, io verso prua. Afferrato il forcino, ad un piccolo grido d’intesa, si prese il largo.

In breve ebbi la sensazione di un pauroso isolamento in una oscura immensità di acque sconvolte dalla tempesta. Gli amici nostri erano scomparsi. Non si udiva più il tuffo dei forcìni che per qualche tempo ci aveva accompagnato. Per l’ansiosa furia del giovinetto eroe, il nostro battello saettò su le onde con la rapidità del turbine.

La tenebra era densissima e il bubbolio, il rombo, l’ululato del vento e delle acque si levavano a riempire l’ignoto abisso nel quale mi parve precipitare.

Ad un tratto giunse dal largo un mugghio più forte che in rapida vicenda si accrebbe avvicinandosi, simile al fragore delle improvvise fiumane nei torrenti appenninici.

— Hai la veste? — gridò Zalèbi.

— Sì.

— Leva il cappuccio, il tempo è in filo per noi; viene il diluvio!

Non trascorse un secondo che l’impeto di Borea moltiplicò talmente da non poter trarre il respiro; poi, sferzando, staffilando, infuriando, spinta dalla folle violenza della tempesta, si riversò dall’alto una pioggia torrenziale.

Fu tale l’imperversare degli elementi che un improvviso smarrimento mi colse e rimasi inattivo senza avere coscienza nè del luogo, nè del perchè mi trovassi sperduto in quella rovinosa tempesta. Il freddo intensissimo che mi irrigidiva, l’assidua sferza della pioggia alla quale la veste che indossavo non poteva porre riparo, aveva vinta la mia resistenza; stavo per abbandonarmi, affranto, allorchè mi giunse la voce del compagno forte:

— Duccio, Duccio, non perderti d’animo, voga!

Fu come una fiamma che riaccese la vacillante volontà; ripresi il forcino che avevo abbandonato e mi curvai su di esso con rinnovata energia. Solcammo la tenebra velocissimamente.

Un urto improvviso ci arrestò.

— Salta a terra, siamo all’argine — gridò Zalèbi.

Ubbidii e presi lo slancio senza vedere ove sarei caduto. Zalèbi si eresse vicino a me su l’argine melmoso che divideva un campo dall’altro. Afferrato il battello, gli facemmo sorpassare l’ostacolo, poi udimmo ad un tratto un sibilo acuto al quale altri sibili risposero fiochi quasi salissero da una incommensurata profondità.

— Vengono — disse Zalèbi — fra poco saremo giunti.

La corsa pazza, faticosa, anelante, ricominciò. Curvi sui forcìni, rattrappiti nella massima intensità dello sforzo, sbattuti dalla pioggia e dalle onde spingemmo il battelletto affusolato che ci portò fra la tempesta lagunare come una docile cosa doma dal nostro volere.

Ad un tratto si intravvide un lucore sanguigno.

— Ferma — gridò Zalèbi.

— È la casona?

— Sì.

— E i compagni?

— Verranno — Zalèbi stava ritto immobilmente su la poppa del battello. Ora potevo intravvederlo al tenue lucore che ne stagliava appena la figura. Intorno a lui biancheggiavano a tratti le spume delle onde, pullulavano diffondendosi, apparivano come in un ribollimento convulso e, su quell’indoma furia, egli si elevava e si inabissava fermo come torre, in un suo invincibile dominio.

Qualche voce giunse sotto vento:

— Zalèbi? Zalèbi?

Rispose avvicinando le mani alla bocca:

— Vi aspettiamo.

Balzarono dall’oscurità ad uno ad uno gli altri battelli e si disposero intorno a noi attendendo. La violenza della pioggia non accennava a diminuire.

— Ora pescano al lavoriero di sotto, verso mare — disse Zalèbi — al primo lavoriero la pesca è compita. Con questo tempo la guardia è al riparo nella casona; ognuno di voi si impadronisca di una bolaga[10]; io e Duccio veglieremo intorno.

— Sei certo che Diavolo sia a Campo Rillo? — chiese una voce dall’ombra.

— Certissimo!

Allora io vidi sorgere dalla semioscurità forse venti fiocinini; avevano il capo nudo e, stretto in una mano, un lungo coltello a serramanico.

Rimasero un attimo immobili, poi si levò una voce sola da tutti, fu come un grido implorante:

— In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!

Strinsero il coltello fra i denti e con un balzo sparirono nella tenebra.

— Voga! — gridò Zalèbi — dobbiamo seguirli.

Innanzi a noi, come la fioca luce delle lanterne che illuminavano la casona e i lavorieri si diffondeva, scorgemmo a tratti i dorsi dei compagni che si eran lanciati alla pericolosa avventura; emergevano dalle acque a seconda delle onde, parevano legni portati alla deriva, cieche cose nel cieco dominio della violenza. E la sferza del vento e della pioggia si riversava dai gorghi abissali gemendo, ululando, con mille suoni, con mille voci, con le mille grida del turbine che è il martirio degli elementi.

Ad un tratto si delineò come una massa oscura nella notte, pareva un breve argine; poco più lontano apparve nitidamente un angolo della casona.

— Ferma, ci siamo — sussurrò Zalèbi. Poi, dopo una pausa:

— Stenditi sul battello e veglia.

Ci coricammo proni tenendo appena parte del capo levato sul fianco della nostra imbarcazione. Un’ansia tormentosa aveva attutito ogni mia sensazione onde non avvertivo più nè il freddo nè la pioggia; tutta la mia vita era negli occhi miei che scrutavano; era sospesa in quegli attimi che precorrevano un avvenimento oscuro e terribile.

Nessuno ci avvertì. Diavolo e i compagni suoi erano all’altro angolo della casona, intenti alla pesca. La guardia dormiva.

Il vento ci aveva spinti più presso al lavoriero; ora ne distinguevo nitidamente i fianchi contro ai quali si frangevano le onde.

Apparvero e disparvero nella luce le teste dei fiocinini; avanzavano con ogni cautela, tuffandosi e risalendo per riprender respiro, strisciando muti come bestie all’agguato; poi un torso si levò vicino al lavoriero, poi due, poi tre; udii il secco colpo dei cordami recisi dai coltelli. Le bolaghe eran libere. La grande preda era nostra!

— Via! Via! — gridò Zalèbi ai primi che passaron vicino a noi spingendosi innanzi l’enorme canestro. Nessuno rispose. In breve dileguarono nella notte. Ma avevamo appena afferrato il forcino che un urlo disperato ci raggiunse: fu come una ferrea mano che piombasse improvvisa su la mia nuca, ne ebbi l’identica sensazione.

— Diavolo, in nome di Dio, correte! Hanno rubato tutto!

Seguì un tumulto, poi ogni suono si perse nel fragore della tempesta.

— Sbandatevi! — comandò la guida poi che giungemmo ove erano adunati i battellieri. In un battibaleno le imbarcazioni scomparvero per diverse vie e allora a mano a mano rallentammo la corsa per attirare l’attenzione di Diavolo e lasciar campo ai fiocinini di porre in salvo la preda.

I miei sensi erano tesi talmente all’aspro fascino della lotta che sarei caduto senza avvedermene, stremato di forze, prima di avvertire la stanchezza. La lotta dall’incantesimo ferrigno è forte come l’amore.

— Eccoli! — sussurrò Zalèbi — Duccio, il colpo è fatto!

Udimmo il tonfo rapido dei remi. Una voce gridò a più riprese:

— Ferma per l’anima tua, o sparo!

E un gran fascio di luce ci avvolse.

— Curvati e voga! — riprese il compagno mio. — Andiamo col vento, via!

Io non so quale rapidità ci portasse, non so quale vertigine ci trascinasse con la pioggia a traverso l’immenso campo lagunare, certo fu che il bagliore che ci seguiva si disperse; ma un altro apparve remotamente e un altro ancora su gli argini, poi un suono grave, lungo, lamentoso di corni si levò in lontananza, si ripetè vicino, fu ripreso a distanze maggiori; un suono che corse tutto lo spazio come una voce nuova della tempesta.

— Tentano circondarci — disse nel suo grave affanno il fratello mio — da tutte le casone rispondono. Aspettiamo.

— Che vuoi fare?

— Lo saprai.

Si riudì più distinto e più rapido il battere dei remi; Zalèbi si volse ad un tratto e gridò:

— Diavolo?

Rispose a breve distanza un riso di scherno. Fuggimmo ancora, e non so per quanto tempo, fra grida affannose, e il triste suono dei corni. Attraversammo due argini, seguiti sempre dall’imbarcazione di Diavolo, che non cedeva nel suo accanito inseguimento.

All’argine di Campo Cona, Zalèbi spinse il battello nell’acqua; ne aveva tolto la doppietta. Mi disse:

— Allontanati.

— E tu? — chiesi meravigliato.

— Allontanati — riprese — io conosco la strada!

A malincuore mi diressi verso il largo, ma non avevo percorso venti metri che una luce apparve dietro me.

Distinsi l’adolescente fermo su l’alto dell’argine, e udii il suo grido:

— Prendi la mira! Bada!

Sorse dal buio la figura atletica di Diavolo. L’uomo e il giovinetto furono di fronte a un tiro d’arco.

Zalèbi spianò il fucile e gridò per la seconda volta:

— Prendi la mira!

— Che fai? — urlò la guardia.

— Prendi la mira, vecchia spia!

I due fucili si puntarono rapidamente l’un contro l’altro, poi due scoppi improvvisi vinsero il mugghio del vento, il mugghio del mare, e Diavolo piombò di traverso come una quercia divelta.