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Il Cantico

Chapter 11: IX. Aspri confini.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

IX. Aspri confini.

Accosciato in un angolo della stanza semibuia, Omero preparava le sue bisacce. Non appena mi vide crollò il capo e mi chiese:

— Come sei fuggito?

— Non so — risposi.

— E Zalèbi?

— Non l’ho rivisto; ma tornerà.

— Sì, tornerà! A quest’ora chi lo piglia è bravo!

— Credi ch’egli tema la prigione?

— Se anche non la teme, non vorrà cercarla!

— Ed io ti dico che tornerà.

— Per Sita forse?

— Sopratutto per lei. Zalèbi non teme niente!

— È un coraggio insensato.

— Per il tuo onore, faresti peggio!

— E peggio e meglio perchè non vorrei lasciare agli uomini la soddisfazione di punire un atto sacrosanto! Non sai dove sia?

— No. È fuggito per gli argini.

— La ragione lo aiuti!

Dopo una breve pausa, con voce mutata e calma riprese:

— Domani ci imbarcheremo sul bragozzo San Giorgio; ho già preso l’impegno.

— Anche per me ti sei impegnato? — risposi scattando.

Omero mi levò lentamente gli occhi in volto, stette qualche attimo senza dir parola poi chiese con voce stupita:

— E che vorresti fare?

— Rimango qui — risposi risolutamente.

— Qui? Ma dove?

— Qui, in casa di Giovanni. Ora la mia presenza è necessaria.

Una ruga increspò la fronte di Omero. Curvò il capo sospirando e riprese in tono apparentemente tranquillo:

— Tu sei uomo, devi seguire la tua volontà. Rimani se così ti piace, andrò solo perchè ho dato parola e debbo mantenere ciò che ho promesso; pensa però che non potrai vivere sempre nascosto e che ti prenderanno.

— Chi può avermi riconosciuto?

— Le spie.

— Non potevano essere nella laguna! — risposi sorridendo.

— No, ma vi hanno veduto quando partivate. Si sa che Serenella è venuta ad accompagnarti; si sa che gli ultimi giunti sono Marco e Luca. Vedi, se vi sono occhi buoni a Comacchio? Forse domani, forse fra poche ore la polizia sarà su le vostre tracce.

— E che potranno farmi?

— Niente! — gridò Omero. — Ma non sai dunque che per essere amici della giustizia bisogna aver torto? Sei troppo giovane per saper certe cose! Tu non hai rubato, non hai ucciso, sei più pericoloso perchè sul tuo conto non ci si vede chiaro. Un vagabondo capitato qui chi sa da quale parte, chi sa per quali fini misteriosi, è sempre temibile più di un vecchio brigante. Va, se ti prendono, povero figlio, potrai sapere con quali occhiali la giustizia guarda la gente che serve solo a far numero!

La stanza che ci avevano data come rifugio in casa di Giovanna della Nave, si illuminava a mano a mano col sorger del giorno chiaro. Omero soffiò su la candela che aveva fermata a terra con poche gocce di cera, legò l’ultima bisaccia, poi si levò riassettandosi e disse:

— Tutto è pronto. Io vado a congedarmi alle saline. Sarò qui fra poche ore; prima di prendere qualsiasi decisione aspettami.

Si calcò sul capo il vecchio berretto e partì senza rivolgersi. Udii i suoi passi risuonare nell’andito e disperdersi.

Ero affranto, disfatto; solo la persistente agitazione nervosa faceva sì ch’io mi reggessi tuttavia.

Provavo, e ne ricordo con esattezza la strana sensazione, provavo a quando a quando un ottenebramento compiuto, una sospensione improvvisa della vita intellettiva durante la quale percepivo unicamente il martellar delle tempie. Mi pareva che qualcosa all’infuori di me ne udisse il suono secco e breve, qualcosa che si disperdeva in un vuoto di cui serbavo appena coscienza. Poi ero colto da una subita vertigine e sarei caduto se, con un atto straordinario della volontà, non mi fossi riscosso di soprassalto. Ripreso il pieno potere dei sensi, ricominciava l’interna, scomposta lotta dei pensieri che giungevano a frotte incalzandosi, sovrapponendosi, serbando qualcosa della notturna furia che mi aveva percosso per ore ed ore. Erano ricostruzioni degli avvenimenti ai quali avevo assistito; nuovi rimorsi per non aver seguito Zalèbi dopo il delitto; incertezze dubbiose per l’avvenire mio, per il mio amore che avrebbe dovuto soffrirne; e, a mano a mano, il turbamento che ne derivava diminuiva di intensità; le immagini, le sensazioni si facevano più blande; era un lento dileguare simile all’inconsistenza che acquistano le cose allorchè sorgono le nebbie autunnali: la schietta linea del finito, del determinato si tramuta in appariscenza incerta, è il fantasma della forma che sopravvive. Così una sola idea guizzava ancora nella mente mia, lontanando poi fino a lasciarmi nello strano ottenebramento che precede il sonno.

Ero seduto sul giaciglio; il capo fra le mani e gli occhi fissi al suolo, innanzi a me, immobilmente. A volte una subita percezione di ciò che vedevo mi occupava il pensiero: la forma, le macchie dei mattoni, gli interstizii pieni di polvere rossastra servivano a richiamare la mia coscienza al luogo nel quale mi trovavo; a volte, senza alcuna conseguenza di associazione, rimaneva muta ed unica nella mente mia la visione di quelle forme e di quei colori.

Così non udii dischiudersi l’uscio nè mi avvidi che qualcuno era entrato nella stanza. Solo una voce mi riscosse:

— Duccio? Duccio?

Alzai gli occhi sorpreso e mi levai di scatto. Zalèbi mi stava innanzi come fosse sorto dall’ombra.

— Ti sei salvato? — chiesi ansimando. Forse il mio viso era stravolto s’egli rispose:

— Sta in pace!

Guardai con maggior calma l’amico mio. Era compiutamente trasfigurato, era quasi irriconoscibile. Il volto, in una sola notte, aveva perduto ogni aspetto giovanile: le guance si erano infossate sotto gli zigomi; le labbra s’eran fatte livide; gli occhi profondi e lucenti. Aveva alcunchè di spettrale.

— Perchè non hai seguito le vie del Bosco? — ripresi. — Verranno a cercarti.

Rispose sorridendo:

— C’è tempo a tutto.

— Che vuoi dire?

— Sarò troppo lontano quando vorranno prendermi.

— Bada, non fidarti!

— Per me non temere — riprese dopo un silenzio, scrollando le spalle — ho pensato a tutto. Conosco una strada lungo la quale non mi raggiungeranno. Io son venuto ad avvertirti, perchè tu vada pel tuo destino. Omero avrà pensato a ciò. Parti subito.

— Omero andrà solo — risposi — ho già rifiutato di seguirlo.

— E perchè? — chiese Zalèbi fissandomi intensamente.

— Perchè il mio posto è qui, ora più di prima. — Scrollò il capo abbassando gli occhi e, per qualche istante rimase pensoso; quando rialzò il volto, vidi che agli angoli delle palpebre un vivo lucore tremava in due lacrime che scesero rapidamente su le guance contratte in uno spasimo tanto più forte quanto più contenuto. Era il suo dolore profondo, la sua giovinezza infranta dall’amore che aveva vinto la virile fierezza la quale non concede facili espansioni. Forse aveva veduto sì chiaramente lo specchio della sua povera vita; forse gli era apparsa sì grande la sua disgrazia, sì terribile il suo destino che dal fondo del core, là, dove ogni creatura porta qualcosa della materna dolcezza per la quale ebbe vita, era salita, vincendo ogni resistenza, la triste ombra del pianto.

— Io so perchè vuoi rimanere — riprese senza rasciugarsi le ciglia. — Serenella è buona e merita il tuo amore; ma non potresti giovarle, la faresti soffrire inutilmente. Le abbiamo fatto già troppo male, Duccio, lasciamola in pace! È giovane, rifiorirà. Tu potrai rivederla fra qualche anno, quando tutto sarà dimenticato. Allontanarsi non vuol dir morire! Vi vorrete bene ugualmente. Da parte mia non avrete a dolervi di nulla, di qui innanzi, perchè non tornerò più.

— E dove andrai?

Non rispose.

— Partiamo insieme? — ripresi.

— No — rispose risolutamente.

— Perchè?

— Mi saresti di impaccio! — La voce di lui s’era fatta sì aspra che non aggiunsi parola.

— Io son venuto per te — disse ancora, rapidamente; — prima che pensino a cercarmi in paese debbo esser lontano. Non ho tempo da perdere, Duccio, e non voglio andarmene se non ho avuto da te una promessa che, per la nostra amicizia, non devi negarmi.

— Quale promessa?

— Serenella sa tutto, le ho parlato prima di venir qui; ora giurami sul tuo amore che lascierai Comacchio non appena io sia partito.

Mi levai di scatto e gridai accostandomi:

— Io me ne andrò ma tu che vuoi fare?

— Giura! — riprese Zalèbi.

— Dimmi che vuoi fare, prima.

— E che t’importa?

— M’importa per il sacrificio che mi imponi. Hai riveduto Sita?

Zalèbi impallidì indietreggiando; quel poco di rossore che l’animazione avea posto a sommo delle guance di lui dileguò, fu vinto dal color terreo che si sparse d’improvviso per tutta la sua faccia. Fu un velo di morte. Gli occhi suoi si infoscarono ancor più; dalle sue labbra strette spasmodicamente usciron lente e rotte le parole:

— No... non l’ho riveduta!

Non ebbi animo di prendermi la rivincita che m’ero ripromesso; una commozione profonda mi vinse. Le nostre vie erano troppo lontane; troppo diversi erano i nostri destini. Egli si levava nell’alba fosca di un delitto; dall’ieri all’oggi era disteso un abisso per lui; una creatura nuova si trovava al limite di un deserto nel quale era cosa vana ricercare una via. Silenzii secolari, distanze infinite non avrebbero potuto porlo in un isolamento maggiore. Non gli era possibile riprendere un filo della trama lacerata; avrebbe dovuto lottare, nascondersi, fuggire senza nulla sperare, abbandonando tutto, solo e disperso con la maledizione del suo tragico amore. Tale era la sua terribile condanna. Temevo non vi reggesse. Era troppo giovane ancora, non avea oltrepassato i vent’anni. Vedeva l’amore con occhi limpidi nei quali rideva l’ingenua festosità del fanciullo, e la sua natura chiusa e il temperamento fiero gli avevano reso sacro l’amore del quale aveva formato un’unica visione a tutta la vita. Così nulla lo avvertiva. Andava come un falco verso un fuoco notturno, innamorato della fiamma di cui non sa la violenza; andava fiducioso nella sua forza, nella sua giovinezza irrompente come un’infinita fiumana di sole. Ad un tratto la terribile cecità che ci guida s’era imbattuta in lui e l’aveva travolto.

Per l’energia che gli restava nella rovina, capivo ch’egli aveva presa la sua decisione; non era uomo da dubitanze; la sciocca paura e la viltà non avevano tormentato mai l’anima sua.

Ora, come stava per andarsene senza rivolgermi parola gridai:

— Zalèbi perdonami, sono troppo stanco, non so ciò che mi dica!

Si rivolse per l’ultima volta.

— Per il bene che ci lega — disse — giurami ciò che ti ho chiesto!

Allora mi avvicinai, gli presi le mani, le strinsi fra le mie e, fissandolo negli occhi, giurai su l’anima di mia madre.

Poi sentii le sue mani tremare.

— Dammi un bacio — sussurrò.

Ebbe una voce più triste che il pianto. Gli gettai le braccia al collo, disperatamente. Udimmo allora, da un angolo della stanza, salire un sommesso singhiozzo. Zalèbi si disciolse in fretta. Inginocchiata innanzi ad una piccola icone, Serenella piangeva.

Nessuno lo trattenne, d’un balzo raggiunse l’uscio e disparve. Feci per lanciarmi sul suo cammino ma una voce implorante mi soffermò:

— Duccio, Duccio, dove vai?

Serenella si era levata e veniva ad incontrarmi con le mani tese. Aveva i capelli scomposti; racchiusa così nello zendado azzurro pareva una piccola madonna del dolore.

— Zalèbi — gridai — Zalèbi si perde!

Ricorderò fin che viva il tono della voce dolorosa:

— Non potrai salvarlo! Da tanti giorni prego e piango e mi consumo per niente! Per il mio amore, Duccio, non ti muovere!

— Ha parlato con te?

— Sì.

— Tu sai tutto?

Mi levò in volto gli occhi suoi grandi, cerchiati di nero e lentamente, trascolorando, riprese:

— Sì.

Poi era troppo forte la sua pena, povero amore; troppo avea sofferto per la sua debolezza di donna; mi si avvinghiò al collo in una crisi di pianto:

— Duccio ho paura di rimaner sola, Duccio ho perduto tutto tutto tutto!... Prendimi con te, io verrò con te, sarò un niente, sarò come la palma benedetta, un niente!... Non mi lasciar sola; fa di me quello che vuoi; non ti sarò di peso, mai, e il tuo volere sarà il mio volere. Duccio, per il bene che ti voglio portami via, io voglio morire a’ tuoi piedi... ma con te, con te... per sempre!...

Tremava nel convulso del pianto e si stringeva forte al mio petto, forte come per non distaccarsi mai più.

Ad un tratto si levò irrigidendo e chiese a pena:

— Hai udito?

Avevo udito infatti lo scoppio di una fucilata, poi un rumore di voci che cresceva d’attimo in attimo quasi a divenire tumulto.

— Che cos’è? — riprese.

Stette perplessa qualche attimo ancora; poi ebbe un grido acutissimo:

— Ah! È morto! È morto! È morto!

Facemmo per lanciarci verso l’uscio. Omero apparve nel vano.

— È vero? — gridò Serenella.

Omero si tacque. Il viso della piccola bella si trasfigurò, le mani di lei si protesero e non feci in tempo a sorreggerla che vacillò e cadde svenuta.

Quando l’avemmo adagiata sul giaciglio, Omero aprì la porta segreta che dalla nostra stanza metteva sul canale.

— Vieni — mi disse.

— No.

— Vieni, insensato, le guardie ti cercano dappertutto, fra un quarto d’ora saresti al buio!

Poi mi sentii afferrare dalle sue braccia poderose e come un niente fui gettato nella barca che attendeva nel piccolo canale silenzioso.