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Il Cantico

Chapter 14: XI. A Roma.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

PARTE SECONDA. AMOR FONS VITAE.

XI. A Roma.

Matteo Adeva mi guardò di traverso con un gesto fra il compassionevole e lo sdegnoso:

— Tu sei un uomo che sogni — mi disse. — Non bisogna avere certe preoccupazioni se non vuoi morir di fame!

— Ho ancora la debolezza di essere onesto — risposi sorridendo.

Omero assentì col capo.

— Arrangiati allora — riprese Matteo levando le spalle. — Credevo trovare un uomo di buona volontà e trovo un testardo che non mi serberà neppure gratitudine per la proposta disinteressata. Arrangiati. Io posso compiere l’operazione per conto mio.

Compì due giri per la stanza, poi mi si piantò innanzi fissandomi negli occhi.

— E domani che cosa mangerai? — chiese levando il capo quasi ad affrettare la mia risposta.

— Ciò che capiterà — risposi.

— E se non capita nulla?

— Per un giorno si può digiunare senza fastidio. Il corpo non ne soffre — disse Omero.

— Quando sia così — riprese Matteo Adeva — vi lascio col vostro digiuno e buon pro’ vi faccia! Si capisce che giungete dalla provincia e non avete idea di ciò che sia la vita a Roma. Vi faccio un lieto pronostico, figli miei: o morirete di fame o finirete in galera perchè non avete neppure la tempra necessaria per compiere un bel colpo a tempo debito. Quando sarete costretti a tentare, vi coglieranno come pulcini nella stoppa.

— E chi ti dice che tenteremo? — disse Omero.

— L’esperienza me lo dice! Credi ancora di poter trovare lavoro qui, tu che non sai far nulla?

— E credi tu che Roma sia tutto il mondo? — rispose Omero.

— Che cosa vuoi dire?

— Voglio dire che le strade sono grandi e sterminate e che, se non qui, in un altro luogo il nostro lavoro potrà essere compensato come merita.

— Allora buon viaggio! — soggiunse Matteo Adeva inchinandosi burlescamente; poi riprese la passeggiata da un canto all’altro della lurida stanzaccia. Ad un tratto sostò e, volto ad Omero, chiese bruscamente:

— A proposito, chi paga la stanza?

— È pagata già per tutta la settimana — rispose Omero.

— E chi l’ha fatto?

— Io.

— Avevi i soldi?

— Pare!

Dopo una pausa riprese:

— Posso chiederti ospitalità per questa notte?

— No!

— Tante grazie. Hai paura di comprometterti?

— Non è per questo; ma vedo che non potremmo andar d’accordo.

— Già... incompatibilità di carattere! — esclamò Matteo Adeva in tono sardonico.

Volgeva il vespero. I quartieri di San Lorenzo si animavano di un vocio alto e confuso di monelli e di ciance che da un uscio all’altro, da una finestra all’altra o in mezzo alla strada alimentavano a voce altissima il loro pettegolezzo. Giungevano dalla prossima stazione lunghi sibili di vaporiere. Una sirena lontana mandava il suo lamento fioco e continuo che ha alcunchè di grave e pare gridi alle stelle, sui due limiti del giorno, l’eterna pena del travaglio umano. Qualche campana si levò dalle prossime chiese ad invocare Iddio per il sonno di tante creature stanche. Io non vedevo il sole morire fra le nubi vermiglie; ne sentivo in quei suoni la malinconica dolcezza.

Dietro la nostra porta una voce aspra di donna chiamò a più riprese:

— Cajèla? Cajèla?

— Che volete? — si sentì rispondere dall’alto.

— Vieni ad aprire che c’è un signore.

Si udì un: — Vengo — stanco e strascicato, poi un rumore lento di passi sui nostri capi.

Udimmo ancora la voce della vecchia, dire sommessamente:

— Salga, vedrà che bella figlia! È ancora minorenne! — Poi, dalla via, il suono di un organetto mandò per l’aria le note di una canzone in voga.

Matteo Adeva guardò l’orologio (da qualche giorno possedeva un orologio d’oro) alzò il bavero della giacchetta e disse:

— Che freddo! Questa notte gelerete, amici belli; con quelle coperte cenciose non c’è da ripararsi. La tramontana s’è levata. Per conto mio troverò un giaciglio da signore. Voi volete rimanere nobili straccioni e restate tali che io non vi disturberò più. Non c’è gusto a far la saponata agli asini. In tutti i casi poi — fece fermandosi innanzi a Omero — voi non mi avete veduto e non mi conoscete...

— Ragazzo — rispose Omero levando il capo — al nostro paese le spie si accoltellano!

Matteo Adeva girò sui tacchi, scosse le spalle come abbrividendo e soggiunse:

— Allora... addio.

Nè io, nè Omero rispondemmo. Adeva non ne fece caso; giunto su l’uscio si rivolse ancora per dire:

— Buon appetito! — poi scomparve nell’andito buio.

Eravamo a Roma da sette giorni; Matteo Adeva era sbarcato con noi ad Ancona e ci aveva seguiti di città in città fino alla Capitale. Quando si è poveri non si discute troppo su la compagnia che il caso vi pone a lato. Nel branco, le pecore nere vanno accanto alle bianche, tanto l’una deve pestare l’orma dell’altra. Durante il viaggio aveva detto di appartenere a un circo equestre che avrebbe raggiunto a Roma e la cosa ci era parsa più che naturale; poi aveva parlato e parlato di anarchia, di associazioni segrete, di congiure internazionali e di tante altre belle e piacevoli cose che lo davano a conoscere subito per quel grande ipocrita malaccorto che era. Vedendoci quasi sempre ascoltare silenziosamente le sue frottole, ci aveva scambiato per due placidi babbei ai quali è lecito raccontar l’inverosimile e s’era sbizzarrito. Solo una volta Omero gli aveva detto, e non so davvero per quale sua logica particolare:

— Chi è bugiardo è ladro.

Oltre questa non avevamo avanzata nessun’altra protesta.

A Roma era comparso qualche volta nella stanza che avevamo preso in affitto in una casaccia situata nei quartieri di San Lorenzo e ci aveva spiegato, e questa volta con sincerità, il suo vero sistema di vita. Ora si sperava non tornasse più ad importunarci.

Era uno spirito leggero, vacuo, di vagabondo amorale che non sarebbe stato mai fieramente dannoso alla società per la vigliaccheria di lui. Coltivava il piccolo furto ch’era più facile e meno pericoloso; non si sarebbe dato mai al delitto, non perchè non se ne sentisse l’animo o ne temesse il rimorso ma perchè ne abborriva le conseguenze.

Era un bel giovane su la trentina che piaceva alle povere donne della strada dalle quali traeva la maggior parte della sua rendita e girava il mondo. Quando aveva sfruttato un ambiente partiva per un altro. La polizia ne perdeva le tracce ed egli ricominciava il suo giuoco piacevolmente, pensando che il domani è la preoccupazione degli imbecilli.

— Duccio — disse Omero — esci questa sera?

— No; mi sento stanco. E tu?

— Ti tengo compagnia. Tanto sarebbe inutile andare in giro a quest’ora.

— Perfettamente inutile.

— Hai fame?

— Un poco.

— Ho pensato alla cena — riprese Omero traendo da una tasca un piccolo involto.

— Di’ un po’; quanti giorni assicurati ci rimangono ancora?

— Dai dodici ai quindici; secondo.

— E che somma possediamo?

— Trenta lire.

— Non c’è male. Avremo tempo a trovar lavoro.

— Ti lascio cinque giorni ancora, per la tua Roma. Qui non voglio morirci, sai?

— Abbi pazienza.

— Vedremo! — fece Omero scuotendo il capo e aprì il piccolo involto.

— Mangia — riprese. Cominciammo silenziosamente il pasto frugale.

Ad un tratto picchiarono sommessamente all’uscio.

— Avanti! — gridò Omero. Una giovanetta avanzò il capo fra i due battenti.

— Entrate, entrate ragazza. Che cosa volete?

La giovanetta girò gli occhi per la stanza e chiese:

— Avreste un po’ di fuoco?

La sua voce roca, afona, mi impressionò sì che fissai la nuova venuta con curiosità maggiore. Aveva i capelli scomposti, fermati malamente a sommo della nuca con un nastro giallo e qualche forcina; si era fasciata il collo con un nastro giallo e dello stesso colore era una lunga vestaglia di ambigua eleganza che le lasciava nudo parte del seno e le braccia. Siccome faceva molto freddo, si era gettata su le spalle una mantella rossa e, con una mano, cercava tenerla raccolta intorno alla persona.

Come vide che la guardavamo senza rispondere richiuse l’uscio dietro sè e chiese di nuovo, avanzando:

— Avreste un po’ di fuoco, per piacere?

— Mi dispiace, ragazza — rispose Omero — ma da quando siamo a Roma non abbiamo ancor visto la fiamma!

— E non avete freddo? Vi mancano quasi tutti i vetri alle finestre.

— Che volete farci? Siamo abituati a ben altro!

La ragazza girò il capo per la stanza quasi a scrutare, nelle poche cose sparse, il segreto della nostra vita.

— Volete favorire con noi? — le chiese Omero facendole cenno di sedere su la coperta che avevamo distesa in terra e che ci serviva da tavolo.

— Grazie, ho la mia cena che mi aspetta. Cercavo un po’ di fuoco per riscaldarmi; sono tanto stanca!

— Tornate ora dal lavoro? — chiese Omero senza l’ombra dell’ironia. Ella sorrise a pena e mi parve che su quel volto impassibile, giovanissimo e impiastricciato di belletto passasse una fuggevole tristezza; mi parve che quegli occhi atoni di giovinetta sorpresa dalla brutalità quando cominciava a pensare nella vita un suo destino lieto, fossero velati da un’ombra dolorosa; ma fu un attimo; l’infame veste cinica nella quale la foja degli uomini l’aveva costretta come in un’ineluttabile schiavitù, riprese il sopravvento.

— Torno ora dal lavoro sì, e non sarà finito ancora!

Come Omero maravigliando levò gli occhi a guardarla ella ruppe in un riso sguaiato.

— Quanti anni hai? — le chiese Omero.

— Ho quindici anni.

— E chi ti ha messo a quel mestiere?

— Mia madre.

Si udì un’aspra chiamata dall’alto:

— Cajèla? Cajèla?

La giovanetta ci gridò:

— Buonanotte! — e scomparve in un battibaleno.

La luce era fioca. Omero trasse da una bisaccia una candela e l’accese. Le nostre ombre si muovevano sui muri con gesti grotteschi.

Dalla via saliva un coro scomposto di voci avvinazzate:

«Quando me moro io, moro davvero;

sul caro ce li vojo li mejo fiori...»

Ad ogni verso, qualcuno si interrompeva per vociare, per bestemmiare nella piena espansione della sua bestialità ebbra. Erano risate, lazzi, turpi grida. Passava la bieca volgarità che si compiace della sua ignominia, si distende nel suo brago e ride dalla larga bocca bavosa fino a soffocarne; la volgarità che non ha unico regno nelle strade, nei bordelli e nelle tane del popolo — ma nei caffè e nei salotti dove, quando si trovino uomini soli, scoppia più violenta per essere stata contenuta dalle finzioni sociali. Io ne sentivo un istintivo orrore e pensavo alla mia povera vita d’altre volte, quando mia madre era con me per farmi vivere nel suo sogno di dolcezza e d’amore.

Le voci dalla strada continuavano berciando:

«...... allegri borsaroli

ch’hanno ammazzato er Macelaretto!»

Poi si persero all’angolo della via fra fischi ed urla.

Levai gli occhi alla finestra. Si vedeva appena un lembo di cielo, lassù, oltre i tetti della casa che ci stava contro ed era opalino, come l’ultima luce lo accarezzava. Non so qual soffio di aperte campagne mi passasse nell’anima, so ch’ebbi timore di esser soffocato da tutte quelle case oscure che si addossavano, si assiepavano le une su le altre quasi odiassero e l’aria e il sole e stessero tutte prone in una massa scomposta per evitare la maledizione del giorno.

— Io vado a dormire — disse Omero levandosi.

— Dovrai percorrere poca strada — risposi.

— Ti confesso — riprese sedendosi vicino al giaciglio, formato da un mucchio di cenci sui quali erano distese alcune lacere coperte — ti confesso che sono un poco stanco. Caso raro... s’invecchia! — e gettò una scarpa vicino alla porta. — La città mi ammazza forse, perchè venti giorni di strada non mi hanno mai abbattuto così. Ma sogni?... — e la seconda scarpa raggiunse la prima — Queste strade piene di polvere, di carri, di gente che grida, di carrozze elettriche, di mille diavolerie che sa il caso per quali vie siano entrate nella testa degli uomini; queste strade con certe case alte quanto chiese, quanto torri che devi torcere il collo per vederne la fine; con tanti specchi da uccellare la gente che c’è da perderne la ragione, con tanto ben di Dio che ci sarebbe da diventarne ricconi, ti danno le vertigini. Io... io — si raccolse le coltri intorno al collo e continuò — io mi sono sempre tenuto lontano dalle grandi città. Quando ne incontravo qualcuna cambiavo strada; mi hanno sempre fatto l’effetto di una prigione mostruosa. Avrò torto e chi te lo nega? Avrò mille volte torto... ma che vuoi... l’asino ama la sua gramigna — si rivolse sul fianco destro per volgere le spalle alla fiamma della candela. — L’asino ama la sua gramigna — riprese dopo un sospirone — e per lui è manna!

Si tacque; dopo dieci secondi dormiva. Mi sentii solo e ne avevo bisogno. Da qualche giorno, non so per quale asprezza nuova dell’anima mia, per quale malinteso orgoglio, la compagnia di Omero non mi era più sì cara come altre volte; non già che il mio amore per lui fosse diminuito o che la lunga consuetudine di vita comune avesse finito per annoiarmi: no, era ben diversa l’intima causa del mio malessere.

Omero non amava le città per le quali provava un’ostinata ripulsione. Dal nostro sbarco ad Ancona egli avrebbe desiderato fermarsi in qualche angolo remoto delle Marche o dell’Umbria; io non volli rinunziare al viaggio progettato: Roma mi stava nella mente in fittizie immagini di sogno.

Dal primo momento in cui l’Urbe ci apparve sotto il mattino, sorta fra il dissolversi delle nebbie al solicello invernale, non ben definita ancora ma grande e solenne nella grigia vastità del Lazio; balzata dall’estrema vôlta dell’orizzonte come il segno dell’ultimo confine raggiunto dagli uomini, da quel primo momento fu segnato fra noi un lieve disaccordo chè mentre io godevo nell’ebbrezza di quell’apparizione, Omero, scuotendo il capo, brontolava su l’inutilità del viaggio.

Oltre ciò per quanto più difficile sentivo innanzi a me la via, tanto maggior desiderio avevo di rimaner solo. Quella specie di amichevole tutela alla quale mi ero sottoposto fin dai primi tempi, finiva per riuscirmi grave. Ero io dunque sì debole e pauroso da temere le conseguenze delle azioni che mi fosse piaciuto compiere? E perchè avrei dovuto sottoporre all’amichevole controllo di Omero ogni mio atto? Vi sono cose sì gelose del segreto che perdono tutto l’incanto a comunicarle anche all’amico più intimo. Poi da quando avevo perduto l’amore di Serenella era in me, assidua, un’aspra volontà di soffrire; una volontà derivante dall’intima convinzione che il dolore è fonte di sempre nuove energie. Che avrei fatto a Roma? Non sapevo. In quei primi giorni non era e non poteva essere nella mente mia una idea ben definita intorno a ciò; comunque fosse non avrei abbandonata ad ogni costo la città che mi ardeva nel sangue: là dovevo rintracciare il mio destino.

Andasse dunque per la sua via l’eterno viatore; io ero stanco del viaggio; volevo sostare: ci saremmo ritrovati fra qualche anno a Roma o altrove.

Decisi parlargli all’indomani e sentivo una dolorosa gravezza per tale colloquio inevitabile. Che avrebbe detto il mio compagno buono? Probabilmente nulla perchè nelle anime forti il dolore non è loquace; si sarebbe accontentato di fissarmi intensamente e sarebbe partito curvo sotto le sue bisacce, senza dirmi addio e senza rivolgersi.

Era discesa la notte e il freddo s’era fatto più intenso; non lo sentivo se non a tratti, sul viso, quando, per le mal chiuse imposte, entrava l’impeto della tramontana. Giù, per la via, ogni rumore s’era quetato; non giungeva che un suono di passi rari e qualche voce a richiamo. Nella grande casa tutto era tranquillo; anche Cajèla dormiva chè non si udiva sopra ai nostri capi, il solito trepestio della sua pena diuturna. Poichè il lucignolo della candela fu presso a spegnersi mi distesi sul giaciglio a fianco di Omero e la tenebra non turbò con pensieri tormentosi la mia placida giovinezza che non temeva.

Vi sono tesori di gioia che gli uomini inconsciamente disperdono; gli uomini che temono il dolore e ne son nati; che si fanno schiavi della paura e non vedono il piccolo dio, piccolo per noi, fra noi, ombra immensa negli spazi; il dio che sotto mille forme ci aiuta e si affatica da anni ed anni, da secoli e millenni per la nostra concordia: l’amore.