XII. Homo homini lupus.
Mi levai sul primo fiorire del giorno.
La sera innanzi Omero mi aveva lasciato; ero solo e possedevo ancora dieciotto lire. Uscii per le vie cantando.
Qualcuno si rivolse a guardarmi, incuriosito dal mio abbigliamento che non avevo potuto rinnovare stante la discreta povertà di cui godevo.
Portavo il berretto conico di feltro nero che usano a Comacchio, un abito rattoppato con panno di varii colori e un fazzoletto rosso al collo; un abbigliamento piuttosto strano. Le guardie mi fissavano con poco benigna curiosità; comunque fosse poco mi importava di tutto. Il giorno sereno mi era nel core a simiglianza di una canzone festosa e accendeva la mia speranza.
Quella giornata d’inverno così bella, come solo ne gode Roma, faceva allegra tutta la gente. Dai visetti rossi dei bimbi ai gravi volti degli operai era una gamma di espressioni le quali dal più al meno riflettevano la luminosità di tutto quel sole. Gli occhi eran lucenti e da tutti i volti era bandito il fosco pallore sì frequente fra gli uomini delle città.
Mi diressi verso i quartieri del Macao camminando a buon passo. L’essere ignoto e solo nella grande città popolosa; il pensare che su tutti quei volti, indifferenti per me, non avrei potuto riscontrare un sorriso amico, non mi preoccupava affatto; mi sentivo cittadino del mondo come i fratelli miei che andavano sotto gli astri e pensavo che, a dispetto dell’umana pietà, tutti indistintamente giungiamo soli alle soglie della morte. Tanto valeva, allora! Poi non ho compreso mai la bestemmia contro il destino. È un’azione sciocca quanto quella, famosa fra i pescatori nostri, del vecchio Rièl che prendeva le stelle con le nasse o di quel fiocinino di Comacchio che s’era fitto in capo di catturare la luna allorchè galleggiava in mezzo alle sterminate lagune.
Camminando cominciai a pensare a quale partito attenermi per provvedere alla mia vita avvenire. Potevo presentarmi a qualche fabbrica o a qualche ufficio? Cercare un’occupazione provvisoria come operaio o come scrivano? Era presto detto; ma chi avrebbe voluto saperne di me? Da quale parte giungevo? Chi ero? Che avevo fatto fino a quel giorno? Noi latini amiamo la gente catalogata la quale risponde al suo numero di matricola. Io ero un disperso. Tutta la mia volontà, tutta la mia energia e il poco ingegno di cui natura mi aveva fornito non sarebbero valsi a pormi un grado più innanzi nella considerazione degli uomini. Avrei odiato raccomandarmi; offrivo il mio lavoro, la mia forza e non chiedevo l’elemosina. L’umiliazione è patrimonio dei vigliacchi. Con tali qualità poco si ottiene; lo seppi poi per mia dura esperienza. Nella maggior parte dei casi chi non possiede non è uomo per chi possiede: è una cosa; chi non possiede non può tutelare con fermezza la propria dignità a costo di vedersi abbandonato da tutti. L’orgoglio è permesso a chi ha una base monetaria. E gli umili si piegano ancora a codesta schiavitù!
Ordinariamente se non desti pietà o se non hai arti istrioniche ti lascieranno morir di fame per dire, all’indomani della tua morte, che eri un vagabondo pericoloso, ammonito varie volte dalla questura.
E allora non pensavo a ribellioni, allora avevo unicamente in capo l’idea del lavoro.
Traversai Piazza dei Cinquecento sì grande e scomposta come l’incerto palpito del nuovo cuore di Roma; fui all’Esedra che si apre come un calice a sommo di via Nazionale e inizia il coro delle fontane in cui l’Urbe canta il suo eterno rifiorire dal ceppo ferrigno; scesi per la grande via luminosa che il barocchismo moderno non ha saputo rendere troppo brutta.
Dunque che avrei potuto fare mai, io che odiavo la pietà e non ero abbastanza umile per calpestare il mio orgoglio di fronte a coloro che erano usi a considerare un povero qualcosa di più di un cane e qualcosa meno di un uomo? Avrei tentato; e se fosse stato inutile ogni tentativo?
Quantunque l’avvenire mi apparisse oscuro, continuai tranquillo la mia strada.
Giunto a Piazza Venezia seguii Via del Corso, poi per Piazza Colonna e Piazza Montecitorio entrai in quel dedalo di viuzze che si distendono intorno al Pantheon e lo circuiscono come in una inestricabile rete. Fu in una di queste vie che mi avvenne di imbattermi in una tipografia. La porta della grande camera nella quale stavano gli operai era aperta per lasciar entrare la luce. In una vetrina infitta nel muro vicino alla porta erano esposte pubblicazioni di vario genere: mi fermai ad osservarle. Un signore era ritto su la soglia della tipografia e di tanto in tanto mi sbirciava.
Forse lo stupiva la mia lunga sosta innanzi a quei libri, o pensava ch’io, facendo lo gnorri, mi preparassi a giuocare qualche brutto tiro. Un uomo vestito male è sempre sospetto.
Comunque fosse, la mia insistenza lo mise evidentemente di malumore. Entrò, compì un giro nella stanzaccia umida, riuscì, si dette a camminare in lungo e in largo guardandomi, finchè si soffermò e mi chiese:
— V’interessa tanto la copertina di quei libri?
— Moltissimo.
— Ma.... sapete leggere?
— So leggere.
— Allora compiterete perchè è da mezz’ora che siete lì.
— Guardo gli operai al lavoro.
Mi volse le spalle e riprese la breve passeggiata dall’interno della camera alla porta.
In una sosta mi avvicinai e gli chiesi con troppo ingenua semplicità:
— Potrebbe accettarmi quale operaio apprendista?
Il proto che passava allora con un fascio di prove di stampa, udita la domanda si soffermò a guardarmi: stette un attimo così come a misurare il peso del nuovo venuto poi se ne andò sorridendo. Molti operai, ritti innanzi alla loro cassetta, volsero il capo. In tutti quegli occhi vidi chiaramente lo scherno.
Il principale non accennava a rispondermi, pareva non avesse inteso; con le mani annodate dietro alle reni, sotto il pastrano, si dondolava lentamente guardando per la via.
— Lavorerei di lena — ripresi avvicinandomi.
— Ma che vuoi? — gridò d’improvviso la brutta bestia.
— Lavorare!
— E credi ch’io abbia tempo da perdere con te?
— Mi pareva che le tue occupazioni del momento non fossero tanto gravi da farti geloso del tuo tempo — gli risposi impallidendo — E non ti ho chiesto danaro perchè tu mi risponda da villano!
Mi lanciò un’occhiata minacciosa ma non replicò. Quando ripresi il cammino, il mal frenato riso degli operai si espanse in un’omerica risata che mi fu peggiore di un colpo di staffile attraverso la faccia. E, un tempo, avevo sentito favoleggiare di solidarietà umana!
Fra poveri ci si dilania, questo so per esperienza mia.
Quel primo rifiuto non fu sì amaro da lasciarmi un abbattimento profondo; scrollai le spalle, tanto mi aspettavo un’accoglienza simile; ma non volevo che il rimorso del non aver tentato mi turbasse. Proseguii fino a sera.
Come ogni altro tentativo s’ebbe l’identico risultato ripresi la via per ritornare alla lurida tana nella quale mi era sì penoso dormire.
Mi trovai in Piazza di Spagna. Giù per via Condotti, per via del Babbuino le grandi vetrine degli innumerevoli negozi mettevano ogni tanto nell’aria, leggermente brumosa, larghi sprazzi di luce, veri torrenti d’oro nei quali le donne si soffermavano volontieri perchè si sapevano più belle in quell’aureola calda. Più su, contro il cielo ch’era rosso all’estremo occaso e veniva digradando fino ad assumere un incerto tono di opale là dove la notte avanzava le sue mani stellari, più su, le lampade elettriche spandevano il loro chiarore cinereo. La lieve bruma si accoglieva intorno ad esse formando un alone digradante nelle più diafane luci d’argento. Da lontano parevano piccoli astri, gemme lucenti contro il languido smorire del vespero.
Piazza di Spagna era corsa da un fiotto di gente che si incrociava disperdendosi in tutti i lati. Le vetture trascorrevano fra grida e imprecazioni. Presi a salire lentamente la grande scalinata della Trinità dei Monti. Ero stanco e l’attimo era sì dolce! Dai giardini che accompagnano lateralmente l’ascendere della magnifica scala giungevano voci e risa di creature in festa; si intravvedevano, tra il fogliame, piccole stanze vive di luce e di colore, arredate come altari tanti erano i fiori che le animavano. Mi soffermai appoggiandomi alla balaustrata per riposarmi nella gioia altrui. Senza invidia, l’anima mia si dimenticava nell’intima dolcezza di quelle visioni vicine e pur tanto remote per me che non sarebbe bastato il mare a significarne la lontananza.
Fra un gruppo di mirti e di palme si apriva una porta a vetri la quale dava luce ad un salottino arredato in rosso cupo: in fondo, vicino al pianoforte, era un gruppo di persone; su la porta, tre giovinette e un vecchio signore conversavano.
Oltre via Condotti, sul termine di via della Fontanella presso il Tevere, s’intravvedeva un lembo di cielo fatto ancor più vivo dall’ultimo sole; per la scalinata scendevano o salivano rare persone a quando a quando. Ebbi l’illusione di trovarmi su qualche ponte solitario di Comacchio ad attendere l’amica mia che soleva giungere dal lavoro e stringersi a me in quell’ora ch’è sì triste, e raccontarmi sorridendo come non avesse pensato mai che l’amore fosse tanto grande. Ma fu per un niente; il suono del pianoforte si tacque e udii il cinguettare delle tre signorine. Una fra esse aveva una voce sonora la quale ricordava, nel riso, una fuga di chiare note squillanti.
Quanto m’era stato grave quel giorno! Sentivo che mi era dolce riposare così, innanzi a quella visione soavissima perchè non sempre ci si può difendere dalla triste malia della solitudine.
Prima che il sonno ti colga, nell’ora della stanchezza, trascorse l’attimo in cui la tua energia morale si assopisce, ti lascia indifeso, e allora un’interna violenza distruggitrice si scatena, una violenza beffarda della quale sei l’impossente zimbello. Tutto ti appare cupo; ti senti mille volte più lontano dalla vita e dagli uomini; il male che ti ha colpito si raddoppia agli occhi tuoi e così le tue sofferenze morali; ti senti incapace di ricominciare; la via aspra e infinita ti spaventa e non hai fiducia nelle tue forze e ridi delle tue speranze o ne piangi o ti levi bestemmiando. Coloro che hanno cominciato dal niente ben sanno che cosa siano certe ore di stanchezza. Esse conducono molte volte al bivio terribile innanzi al quale si sosta con occhi di follia. Due sono le strade: il suicidio o la prigione.
Non ricordo quanto tempo rimanessi assorto nella contemplazione che mi riempiva l’anima di soavità. Gli occhi miei entravano furtivamente nell’intimità della dolce casa ed il mio spirito con loro. A volte un nulla basta al tuo amore.
Ad un tratto mi avvidi che una fra le tre giovinette mi aveva notato e diceva alle altre, indicandomi:
— Guardate che brutto tipo!
— Babbo — fece un’altra — mandalo via; è da mezz’ora che è fermo lì, a guardare!
Come il vecchio signore si mosse, ripresi lentamente a salire verso la Trinità dei Monti, alta su Roma, a simiglianza di un magnifico altare sacro al sole occiduo. Ero un intruso e gli intrusi si scacciano, era giusto; per questo non attesi male parole per riprendere la strada. Però mi avvidi a tempo che la mia pena tendeva a cambiarsi in femmineo intenerimento, che dall’anima fiacca tentava sbocciare tutta una fioritura di mughetterie sentimentali, onde mi dissi:
— Ti imbecillisci, Duccio? — e scrollai le spalle chè la reazione fu pronta.
— Animo, Duccio della Bella! La terra, arida oggi, avrà le sue messi domani; animo, il nuovo sole avrà il suo nuovo stormo di allodole che salirà cantando fin sopra alle nubi. La vita è bella e t’invita e ti sfugge perchè ti ama!
Dimenticai; è la forza dei poveri dimenticare. Quando ciò non sia non v’è saldezza giovanile che resista. Non molto tempo dopo ero nella mia stamberga e mangiavo la parsimoniosa cena che il mio poco bene mi permetteva.
Per molti altri giorni le cose non mutarono aspetto. Frattanto per la consuetudine di vita comune avevo conosciuto le donne e gli uomini che la sorte mi aveva dato a compagni in quella miseria.
Vicino a me, in una stanza che non vedeva luce se non dal corridoio, per mezzo di un pertugio praticato nell’uscio, abitava una donna su la cinquantina: la chiamavano Terè. Le sofferenze l’avean resa decrepita anzitempo. Era alta, magra, ossuta; aveva pochi capelli grigi sparsi a teghe o ritti in aggrovigliamenti sul cranio sudicio; aveva gli occhi, quasi bianchi, affondati nelle orbite; il naso adunco; le mascelle ampie e forti. Parlava a monosillabi. Non l’ho veduta sorridere una volta.
Passava per il corridoio, seminuda, nell’orrore del suo disfacimento che dava un brivido di ripugnanza. Le prime volte la credetti pazza perchè mi guardò fissamente, senza batter ciglio e senza dir parola. Era una bestia cieca; una lupa immonda che rispondeva unicamente alle oscure voci dell’istinto.
Nel suo covacciolo teneva rinchiuse due creature che non erano figlie di lei; le aveva raccolte chi sa dove e chi sa perchè. Una volta, passando, le vidi ferme su l’uscio. Si tenevano per mano. Erano due bimbe, una di otto e l’altra di quattro anni. La più grandicella (un piccolo scheletro rivestito di cenci) aveva tutto il visetto coperto come da una gromma ed era gialla e le labbra erano simili ad una livida ferita su quel viso macilento. I capelli biondastri e abbondanti le scendevano sul volto e l’oscuravano ancor più quel povero volto senza guance, nel quale si disegnava sporgendo la chiostra dei denti. Come mi fermai, non si mosse, aveva negli occhi una cupa espressione di spavento. Disse raggricchiandosi:
— Non mi picchiare! — e mi guardò. Solo gli occhi grandi mettevano un po’ di luce su quella faccia di spasimo.
La minorella era un niente: un mucchietto di ossa e di pelle che si reggeva a pena.
Terè teneva racchiuse tutto il giorno nel sudicio antro le due bambine; non le nutriva se non con un po’ di pane secco, qualche volta, e la notte usciva con loro. Andava per le vie principali finchè le misere creature non cadessero stremate dalla stanchezza che le uccideva. Allora c’era sempre, fra gli uomini, chi gettava il soldo per togliersi dalla mente quell’orrore. Ma fra i coinquilini di Terè, non uno poneva attenzione alla cosa. Nella miseria non c’è pietà.
Sopra a me, di fianco, di sotto, fin nelle cantine, erano ammucchiati uomini, donne e fanciulli promiscuamente. Molti si davano all’accattonaggio; altri vivevano su la prostituzione delle loro donne; altri del furto, della rapina, del delitto.
C’era un uomo che viveva solo. Lo chiamavano Tomà. Veniva a dormire nell’andito su le pietre nude, quando era più freddo, chè alla buona stagione preferiva le strade. Tutti i giorni prendeva un pane che una signora gli faceva trovare sopra una finestra di via Palestro e gli bastava quello. Passava la giornata accosciato vicino alla spalletta del fiume nel Lungotevere Tordinona e sonnecchiava. Viveva così da quando gli era morto un figlio, dieci anni prima.
Innanzi agli occhi miei, in quel tempo oscuro della vita mia, il destino aveva posto questo terribile specchio ed io mi trovavo a fianco di quegli sciagurati, ero in fondo, nella bolgia comune, con loro, eppure non mi sentivo vinto. Anche quando tutte le vie parvero precluse, anche quando mi colse la febbre della fame, non mi dissi perduto; solo la morte poteva togliermi l’ultima speranza.
Trascorsero giorni oscuri. Il cielo si rannuvolò e piovve senza tregua. Le vie di Roma erano tramutate in veri pantani. Faceva freddo e avevo un bello stringermi intorno al collo la sciarpa di lana (unico indumento invernale che mi avessi), non riuscivo a riscaldarmi ugualmente. Del mio avere non mi rimanevano che due lire. Ero alle soglie della fame.
Di ciò che poteva essermi gioia anche in quello stato miserando, nulla si avverava. Avevo scritto più volte a Serenella senza ottenerne risposta. Quale nuova sciagura le era toccata perchè dovesse starsi tanto muta? S’ella conosceva la mia lotta miseranda e vedeva che non la dimenticavo perchè non aveva per me una parola buona? Era in quei giorni la faccia del mio destino, come un sole oscurato. Scendevo verso i muti ipogei della vita.
L’ultima volta che rientrai in casa con l’ultimo pane, era notte. Mi ero attardato per le vie perchè un uomo ricco, direttore di un grande stabilimento industriale, avendo saputo ch’io era suo conterraneo mi aveva detto:
— Chi sa? Ritornate. — E per non so quante volte, facendomi attendere ore ed ore in anticamera, mi aveva fatto ritornare per dirmi poi:
— Mi dispiace molto; per ora proprio non è possibile; ma nell’avvenire non mi dimenticherò di voi.
— Ciò che in termini espliciti voleva dire: Ho altro per il capo; lasciatemi in pace. Gli avevo volto le spalle senza salutarlo e con gli ultimi due soldi (perchè mai i re e gli imperatori serberanno il gusto di farsi maledire in effige, sugli sporchi dischetti di metallo che segnano il limite dell’estrema miseria?) avevo comprato un pane.
Quando giunsi nell’andito oscuro della mia abitazione, trovai, come al solito, sdraiato vicino al muro, sui mattoni umidicci, Tomà. Non dormiva, era adagiato sopra un fianco e teneva gli occhi aperti e fissi in un punto che non distinguevo bene. Gli augurai la buona sera. Rispose:
— Spingi in qua quella cicca.
— Dov’è?
— Vicino a’ tuoi piedi; non pestarla.
Quando l’ebbe a portata di mano, la raccolse senza muoversi, l’inghiottì e chiuse gli occhi soddisfatto. Per quella notte poteva dormire senza curarsi del freddo e dell’umidità.
Più innanzi, ai piedi delle scale, trovai un gruppo d’uomini. Parlavano sottovoce. L’uno d’essi reggeva una lanterna onde potei distinguere i componenti l’oscura accolta. Molti erano miei coinquilini. C’era Marco, un giovinastro di venticinque anni conosciuto in tutta la contrada, e dalla polizia, col nomignolo di Sciupô. Era una pallida faccia di delinquente, dagli zigomi forti, dagli occhi leggermente obliqui in cui folgoreggiava a volte una fredda crudeltà felina; viveva sul turpe mercato di una sua povera donna che lo amava con la fedeltà di una bestia. C’era Ghetano, il ciabattino che abitava nelle cantine alle quali si scendeva dal cortile; un uomo dalla faccia fosca, irta di peli. Doveva provvedere a sette piccoli figli ed alla moglie che era epilettica. E vidi Righetto, l’accattone; Nino, il fratello di Cajèla e Matteo Adeva. Quest’ultimo reggeva la lanterna e pareva presiedesse il colloquio.
Quando passai tutti tacquero e si trassero in disparte. Udii la voce di Matteo sussurrare:
— Io lo conosco; non può esser dei nostri.
— Perchè? — chiese qualcuno.
— È onesto — rispose Matteo Adeva. Si levò un riso beffardo, subito spento. Quando fui a sommo delle scale la piccola luce della lanterna era scomparsa.
Con l’alba del nuovo giorno, uscii; pioveva sempre. Era freddo e grigio. Roma era tutta uguale come il cielo e le vie fangose. Cominciai il mio andare pensando a qualche espediente per vivere. Mi accorsi di avere esaurite tutte le mie risorse. La mente era ottusa nè sapeva suggerirmi una via d’uscita. Avevo tentato tutti i mezzi di cui disponevo. Che poteva rimanermi? Allora un’ansia insensata, una folle febbre mi spinse per le vie più popolose: qualcosa forse mi sarebbe capitato ch’io non pensavo, chi sa? Girai sotto alla pioggia guardando tutto e tutti, in un’attesa febbrile. Il mio viso doveva esser troppo pallido e stravolto e gli occhi miei troppo fissi se due guardie si fermarono a guardarmi più volte e mi seguirono per buon tratto. Mi lasciarono in pace; videro forse che la fame mi conduceva così braccando follemente, in cerca del caso.
Non era smarrimento il mio, era febbre d’agire chè temevo essere vinto dall’inerzia del costretto vagabondaggio.
A mezzogiorno avevo percorso venti volte Via Nazionale e Via del Corso. La gente rincasava chè ognuno aveva il suo desco pronto. Entrai in una chiesa e mi sedetti nell’angolo più oscuro. Non c’era anima viva. Appoggiai la fronte su la spalliera dell’inginocchiatoio che mi stava innanzi e stetti così non so quanto tempo. Udivo il monotono pianto dell’acqua che sgrondava; udivo il crepitio di un tarlo nel confessionale che mi stava a lato e null’altro: la grande chiesa era muta e buia come il suo dio macchinoso. La fame non mi tormentò, mi lasciò tranquillo per allora; ma non così la febbre che mi aveva sospinto per le vie di Roma.
Perchè sostavo? Ogni minuto d’inerzia mi allontanava sempre più dalla possibilità del lavoro; ma dove sarei andato a quell’ora? Dove avrei bussato? A chi mi sarei rivolto? Bisognava attendere, non era possibile che nessuno, proprio nessuno avesse voluto accogliermi; c’è sempre chi sa leggere negli occhi di un uomo la sincerità.
E se anche per quel giorno?... Se tutto fosse stato inutile?
Ecco, io sentivo le mie vene battere rapidamente alle tempie e ai polsi; sentivo salire il mio affanno, crescere, salire come in una soffocazione; il respiro mi si faceva difficile, un tremito nervoso mi scuoteva tutto, e il silenzio, l’oscurità della chiesa aumentavano quel tormento. Ah! chi conosce che sia la febbre dell’attesa, quando la disperazione è alle soglie dell’anima vostra; chi conosce che sia il timoroso martirio di non riuscire anche nelle prove estreme, sa bene ch’io racconto il vero. I più forti fra gli uomini sono passati per l’atroce minuto del dubbio: v’è un attimo in cui il timore vi aggioga e guai a chi non ha spalle salde per digiogarsi e sorgere vittorioso in un grido.
Come mi riusciva intollerabile la sosta, mi levai. Uscii dalla chiesa che pioveva a dirotto e ripresi il cammino. Passarono le due, le tre, cominciava a scurire e la mia pena non aveva tregua; fui cacciato da due magazzini nei quali entrai per offrirmi.
— Non c’è posto! — mi gridarono.
— Esci che ci bagni, con tutta quell’acqua che porti a spasso!
— Vattene!
E uscivo scacciato, come un cane randagio, come una cosa inutile, che deve marcire in mezzo alla strada. Stretti i denti per l’ira repressa, andavo oltre, sempre più oltre verso la notte. La fame cominciava a mordermi. Debbo pur trovare — dicevo tra me: — tutta questa gente nutre le bestie e non ha un pane da dare a un cristiano! — Di via in via, dove c’era più luce, dove c’era più gente mi affrettavo col capo proteso alla ricerca affannosa. La pioggia mi aveva immollato in sì malo modo che, a quando a quando, improvvisi brividi di freddo mi scuotevano dandomi la sensazione di dover cadere dallo sfinimento. Tre volte mi appoggiai al muro e ristetti qualche attimo, in via della Propaganda, dove giunsi quando già qualche negozio si chiudeva.
Non so come mi trovai su la soglia di un grande magazzino, ricordo che un omaccione mi venne incontro e mi chiese con voce rude:
— Che cerchi?
— Cerco lavoro — risposi. — Farò ciò che volete, anche il facchino.
— A quest’ora vieni, vagabondo?
— Non mi mandate via — ripresi, e gli avrei dato metà del mio sangue per una parola buona — mi accontento di poco.... qualche lira... tanto che mi basti per vivere!
— Ma da dove vieni? — chiese l’enorme microcefalo dagli occhi suini — da dove vieni che sei così molle?
— Vengo dalla strada dove mi hanno ricacciato tutti. Non mi mandate via, farò ciò che vorrete!
La gran bestia che d’umano aveva solo la stupida crudeltà, mi guardò dall’alto al basso come a misurarmi, sorrise scrollando il capo e disse:
— Vattene, vattene; non saprei che farmene di te.
La rivolta repressa si appalesò nel mio sguardo minaccioso. L’omaccione si oscurò subito in viso e gridò:
— Ehi! Ti ho detto di andartene, non intendi?
— Ma debbo dunque morire di fame? — gridai a mia volta — Vuoi ch’io adoperi il coltello per non morire?
Fui respinto nella strada dove caddi fra il fango. Mi rialzai folle d’ira e feci per lanciarmi, ma quattro braccia forti mi trattennero, mi strapparono via, mi spinsero innanzi a punzoni nei lombi sì da farmi perdere il respiro. Era la società che interveniva. Udii i fischi e le risa di coloro che avevano assistito alla scena.
Qualche ora dopo mi rannicchiavo tutto nel mio misero giaciglio di cenci e battevo i denti per la febbre.
E il secondo giorno trascorse come il primo, fu terribile e muto, m’arse nel sangue come un consumamento. Non parlai una volta. La fame stringeva gli aspri suoi nodi, allungava le adunche mani a lacerare le viscere insaziate; mi seguiva per instillarmi nel cervello i suoi foschi suggerimenti: — C’è chi ha troppo... Togli! Togli! Togli! — Mi sorpresi due volte con le mani tremanti dinanzi alla mostra di un fornaio e per due volte inghiottii la saliva amara e continuai la mia strada.
Quando annottò mi trovai alla stazione centrale. Il cielo s’era fatto sereno e l’aria più mite. Attesi perchè molti altri attendevano; stetti in disparte. Giunse un treno; una fiumana di gente si riversò sul piazzale della stazione.
Vidi un signore venire verso me recando due valige; mi avvicinai come facevano gli altri; chiesi:
— Vuole gliele porti?
— Non occorre — rispose.
Lo seguii per qualche passo ancora:
— Mi darà due soldi — ripresi e mi tolsi il berretto.
Il signore si soffermò a guardarmi.
— Prendi — mormorò porgendomi una valigia. Poi:
— Hai fame? — soggiunse.
— Ho fame.
— Quanti anni hai?
— Venticinque.
— E perchè non lavori?
— Signore, è più di un mese che cerco e tutti mi scacciano.
— Domani alle due, vieni in via della Mercede, numero venti.
— Grazie, signore, verrò.
Non avevo fatto cinque passi che udii una rapida corsa e alcune voci che gridavano:
— Ladro, ci ruba il mestiere! Ladro, ci ruba il mestiere!
Fui preso in mezzo da molti forsennati che mi strapparono la valigia, mi malmenarono, mi gettarono a terra e per la seconda volta, a tutta difesa, fui condotto in questura.
Quando caddi, stremato di forze ormai, sul mio giaciglio, mi dissi:
— Duccio, è venuta l’ora; preparati nel nome di tua madre chè domani avrai le quattro assi benedette e ti porteranno via!...
Poi mi strinsi la gola con la coltre perchè non volevo piangere, non volevo aver paura; mi raccolsi in un muto addio al sole, alla vita, agli uomini che amavo; in un muto addio all’amica lontana che non avrei riveduto mai più! E strinsi gli occhi, strinsi le labbra perchè non volevo piangere finchè mi potessi. Ad un tratto mi sentii venir meno ed ogni pensiero illanguidendo svanì. Era il sonno dello sfinimento.
All’indomani, quando riapersi gli occhi, vicino al mio giaciglio trovai un pane caldo e una ciotola di vino.