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Il Cantico

Chapter 16: XIII. L’inattesa.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

XIII. L’inattesa.

Le avevo imposte le mani su le tempie e lentamente, sorridendo, le ripiegavo il capo all’indietro sì che la bianca gola rimaneva tutta scoperta e tremante nel palpito del riso. Veduto così di scorcio quel visetto di bimba e di madonna acquistava una grazia tutta nuova. Le lievi sinuosità della bocca dischiusa, il tremito delle piccole narici rosee, la luminosità degli occhi leggermente arrovesciati, la bianca purezza della fronte e l’ombra che il labbro inferiore poneva a sommo del mento là dove è più dolce sostare nella carezza del bacio, me lo rendevano sì nuovo e sì bello, ch’ebbi una improvvisa esclamazione ammirativa.

— Ti piaccio? — chiese ella sorridendo nella gioia di sapersi tanto amata.

— Più di tutto mi piaci! Io non so che farei per te, amore!

E come protendevo il capo a baciarla, ella si schermiva scherzando:

— No.... non ancora.... no!...

Eravamo in un giardino, a Ravenna, e mi pareva fosse tempo di primavera. Serenella aveva una veste vermiglia; reggeva un ramo di mirto e la chioma le ombrava le spalle. Il sole aveva superato a pena le siepi dell’orto e si attardava fra le rame in fiore delle alberelle. Udivamo un’allodola cantare in alto in alto, forse da un cirro d’argento, da una ghirlandella d’argento nell’azzurrità e tutto, in quel puro lacero di luce mattinale, in quel santo rinnovare della primavera, era ineffabilmente soave. E ancora: Ravenna scompariva, tramontava con tutte le sue torri nell’aurea nebbia del sole e il piccolo orto era cinto di luce, era cinto di mare e seguiva la via d’oro dell’oriente.

— Ora siam soli — diceva Serenella — ora sì!...

E mentre si abbandonava, reclinando su la mia spalla il bel viso fiorito come una maraviglia alabastrina dalla veste vermiglia, udivo sempre più forte, sempre più tenuto il canto dell’allodola mattulina; non aveva più trilli, non aveva più gorgheggi nè soste, nè riprese, nè salti, nè squilli; si faceva uniforme, cresceva d’intensità fondendosi in un suono sonoro che parea scendesse da distanze incommensurate. E mentre Serenella si stringeva contro al mio petto per richiamarmi a sè; mentre negli occhi di lei vedevo il pensoso languore della tristezza, non so per quale inesplicabile fascino, per quale misteriosa malìa quel suono che giungeva dall’infinito, tenesse avvinta l’anima mia ineluttabilmente. Ecco mi allontanavo. L’isola primaverile scompariva, era dileguata come un bioccolo di nebbia sul mare e il suono era vicino, continuo, sempre più forte.

Balzai sul giaciglio, stetti un attimo in ascolto per riprendere coscienza e gettai le coltri da un lato. La sirena dello stabilimento suonava la diana del lavoro, forse era tardi; le altre mattine ero già in istrada a quell’ora. Il sonno mi aveva vinto.

— Se l’ho sognata — pensai — qualche notizia potrebbe essere vicina!

E mi compiacqui trarre dal sogno lieti presentimenti.

Ad un tratto qualcuno picchiò sommessamente all’uscio:

— Avanti! — gridai.

L’uscio si dischiuse e, nel vano, apparve Dora, la maggiore fra le due bimbe che la mia vecchia vicina faceva lentamente morire.

Eravamo diventati buoni amici perchè ogni sera, di nascosto le portavo un pane.

Sì come mi guardava silenziosamente, le chiesi:

— Che vuoi?

— Ieri sera una donna è venuta a cercarti — rispose.

— Una donna? E che voleva?

— Niente.

— Ha parlato con te?

— Sì.

— Che cosa ti ha detto?

— Ha chiesto se tu abitavi qui.

— E poi?

— E poi ha chiesto se stavi bene.

— Era giovane?

— Non lo so.

— Non l’hai guardata in faccia?

— No.

— E non ti ha detto chi fosse? Non sai il suo nome?

— No.

— Eri sola?

— C’era anche la mia sorella.

— E nel corridoio non c’era nessuno?

— Nessuno.

— È andata via subito?

— Sì. È venuta a guardare nella tua stanza poi è partita.

— Era aperta la porta della mia camera?

— Sì, non l’avevi chiusa, ma la guardavo io.

— E non sai dirmi neppure se era giovane?

— Era una donna — rispose Dora chinando gli occhi, evidentemente umiliata dal non ritrovare una risposta che mi soddisfacesse. Le accarezzai il povero visuccio sparuto ed ella, illuminandosi tutta di un sorriso, mi alzò in volto gli occhi lucenti.

— Non sei inquieto con me?

— No; ma se ritorna, vieni a chiamarmi subito.

— E se non posso?

— Perchè non devi potere?

— Se la mamma mi chiude al buio?

— Allora non importa. Sta attenta però se qualcuno cerca di me.

— Sì — rispose Dora.

— Addio.

— Addio.

Rinchiuse l’uscio e scomparve.

Poco appresso mi dirigevo verso via Flaminia, al magazzino.

Ciò che m’aveva detto Dora mi s’era fitto in mente come un quesito difficile, alla soluzione del quale mi affaticavo invano, chè non mi veniva fatto supporre quale donna mai avesse potuto cercare di me a Roma, dove non conoscevo nessuno.

Già m’era rimasto inesplicabile il fatto dell’aver trovato io, alla terza mattina del triste digiuno, un pane caldo ed una ciotola di vino accanto al mio giaciglio. Per quanto avessi interrogato i vicini, nessuno aveva saputo dirmi la benchè minima parola atta a mettermi su le tracce dell’ignoto benefattore. Che pensarne adunque? Qualcuno aveva dovuto introdursi nella camera approfittando del mio sonno, e siccome il pane da me raccolto era caldo ancora, non doveva essere trascorso lungo tempo dalla visita dell’ignoto, al mio risvegliarmi; possibile che non uno fra i tanti inquilini di quella casa avesse potuto vederlo s’egli evidentemente era entrato ed uscito a giorno pieno? Il fantasticare m’era inutile sì che avevo messo il cuore in pace per il momento, attendendo occasione più propizia; ma ora, a incuriosirmi vieppiù, si aggiungeva la comparsa di una donna la quale aveva voluto sapere e della mia vita e della mia salute.

Qualche giorno prima Matteo Adeva, incontrandomi in Piazza dei Cinquecento, mi aveva salutato con una frase ambigua:

— Sta attento ragazzo chè qualcuno è su le tue peste!

Ora questi avvenimenti, ricollegati, si presentavano alla mente mia cercando invano una soluzione.

Proseguivo per la viuzza chiusa da un lato da Villa Borghese e dall’altro dalle antiche Mura.

Il sole, passando fra i pini e gli abeti della Villa, giungeva a chiazze sui grandi bastioni del Sangallo traendone una vivacità di colori roggi che armonizzava dolcemente col verde cupo delle vecchie conifere solenni. Andavo a fretta col capo chino allorchè udii dietro me una voce che gridava:

— Aspetta, non correre!

Mi volsi e vidi Matteo Adeva il quale mi faceva cenno perchè mi fermassi.

Il nuovo incontro non mi piacque affatto tantochè dimostrai con troppa evidenza il mio malumore se, quando mi fu vicino, Adeva soggiunse:

— Non fare lo sdegnoso, vecchio principe, chè debbo parlarti di cose che ti interesseranno.

Mi si pose a lato e scendemmo insieme verso Porta del Popolo.

Come vidi che continuava a sbirciarmi senza far parola, chiesi in tono irritato:

— Perchè mi guardi? È tutto questo che dovevi dirmi?

— Ti guardo perchè mi piace vedere come è fatto uno straccione onesto!

Sostò un attimo, poi riprese strizzando un occhio:

— Ma sei ben sicuro di essere stato sempre onesto?

— Che vuoi dire? — chiesi soffermandomi.

— E non t’offendere! Quando si portano queste tue scarpe affamate non si ha il diritto di essere tanto orgogliosi! Del resto io sono qui per renderti un servizio.

— Davvero? E che vantaggio puoi averne?

— Nessuno. Io sono un grande ammiratore dell’onestà e voglio esserti utile, ecco tutto. Il direttore del mio Circo diceva sempre che non si vive di solo pane e, per dimostrarcelo, ci faceva tirare innanzi a forza di legnate. Anche le bestie avevano imparato la sua massima. Era un uomo di cuore. Si chiamava Yames Matulka ed era nato un po’ in tutti i paesi. Dunque, siccome io ti ammiro, voglio che tu mi sia grato.

— Vediamo — risposi.

Matteo Adeva si fermò e abbassando la voce mi chiese:

— Conosci Anna Dia?

— No.

— Anna Dia, come vedrai dal nome, è una donna ed ha la vista lunga.

— E poi?

— E poi Anna Dia ti conosce.

— È il vino bevuto iersera che ti fa parlar così? — chiesi facendo l’atto di andarmene.

— Aspetta — riprese Adeva trattenendomi per un braccio — non t’ho detto tutto! Sei un convulsionario. Calmati. Il mio discorso dovrebbe interessarti.

— Non ho tempo da perdere. Spicciati.

— Il principale può attenderti. Domani molto probabilmente lo pianterai. Dunque Anna Dia ha saputo che ti chiami Duccio della Bella ed ha saputo che sei giunto a Roma con un compagno il quale si è eclissato.

— Sa anche dove sia?

— Sì, ma ciò non ti riguarda.

Infilò le mani nelle tasche della sottoveste, poi mi chiese con aria sorniona, chinando il capo:

— Di’ un po’, prima di venire a Roma dov’eri?

— Non lo sai?

— No.

— Ero a Milano.

— Bravo, eri a Comacchio. E... non ti ricordi la ragione per la quale sei fuggito?

— Se tu sei informato tanto bene, puoi parlar chiaro perchè la mia coscienza è tranquilla.

— Anna Dia — riprese Matteo — è una povera vecchia che ha bisogno de’ suoi avventori. Ella mi manda da te per dirti che vuol fare un patto.

— E quale?

— Ascolta con calma e non interrompermi.

Riprendemmo il cammino soffermandoci a quando a quando.

— Tu sei un giovane di intelligenza più di tutti noi. Tu conosci le lettere; so anche questo. Ora una mercanzia par tua può essere utilissima, anzi in questo momento è indispensabile. Ascolta: servizio per servizio. La questura è su le tue tracce; ti si incolpa di aver partecipato a un assassinio....

— Io?... — gridai scattando.

— Calmati, che c’è mai di male? — riprese Matteo col suo cinismo che mi agghiacciava. — Capirai, in certi momenti bisogna agire e si può passar la misura. Nel tuo caso poi, se tu non eri più pronto, ci rimettevi la pelle. Aspetta... lasciami finire... non sarà così, va bene; ma la giustizia è persuasa di ciò che ti ho detto e tu potresti parlare sette anni senza farle pensare il contrario. Dunque sei ricercato; potrebbe darsi che questa sera stessa ti conducessero a Domo Petri e allora addio Duccio della Bella! La tua sorte è segnata. Non ti rimane che una via d’uscita: ascoltare ciò che vorrà dirti Anna Dia.

— Ma chi è questa donna?

— Può tutto! Ti basti sapere questo. Ha molte amicizie in alto, dove è il deposito delle manette. Ella conosce la tua vita e può far di te ciò che vuole.

— Ma che può fare, in nome di Dio! — gridai rivoltato da tutto quel luridume. — Diglielo dunque a questa tua vecchia spia, dille che mi denunzi! Io non temo nè lei, nè la legge. Ed ora lasciami in pace.

— Non fare il cocciuto. Questa notte, alle dieci, ti aspetto al Vicolo della Reginella. Mi vedrai fermo innanzi ad una porta. Bada che, se rifiuti, ti perderai per sempre!

Ripresi il cammino senza rivolgermi, quasi a corsa, in preda ad un turbamento che mi avvelenava la dolcezza del giorno sereno.

L’anima bieca aveva insinuato in me il martirio del dubbio. Sapevo ormai quale povera cosa fosse per gli uomini un disperso par mio e sapevo che la verità non mi sarebbe valsa a nulla contro la società coalizzata la quale mi avrebbe giudicato con tutte le prevenzioni che sono un suo sacro patrimonio di difesa contro i reietti. La mia innocenza ed il mio sdegno sarebbero stati contro di me per aggravarmi la pena.

Le nostre tracce non erano affatto cancellate se Matteo Adeva conosceva il mio passato. Ciò ch’egli aveva detto poteva avverarsi.

Quando giunsi al grande magazzino di ferramenta in cui, per bontà dell’ignoto signore al quale avevo tentato portar le valige alla stazione, ero entrato in qualità di commesso, i compagni mi dissero che il direttore mi attendeva al suo banco. Andai che l’emozione mi teneva alla gola; possibile ch’io dovessi ricominciare la terribile strada percorsa?

Giunsi alla scrivania su la quale stava reclina la testa calva del nostro signor capo e attesi alquanti minuti senza che la burocratica solennità degnasse fare attenzione alla mia presenza; levò poi lentamente gli occhi e mi chiese:

— Che volete?

— Mi hanno detto ch’ella desiderava parlarmi.

— Come vi chiamate?

— Duccio della Bella.

— Ah Duccio della Bella!.... — Si passò una mano sul cranio calvo quasi a ridestarvi l’incerta memoria e riprese — Già, voi siete Duccio della Bella.... il signor Della Bella.... ho cattive nuove sul vostro conto!

— Da qual parte?

— Da un mio informatore privato.

— Non potranno essere che calunnie!

— Non vi ho chiamato per ascoltare le vostre difese; d’altra parte non vi ho accusato ancora. Volevo dirvi solo di stare in guardia chè, se tali informazioni si ripetessero, sarei costretto prendere seri provvedimenti.

Riabbassò la grossa testa su le sudicie carte e riprese il lavoro.

— Posso andarmene? — chiesi dopo aver atteso qualche tempo.

— Andate — grugnì la testa calva.

Mi sentii un poco più tranquillo chè la tempesta pronosticata non mi aveva travolto. Fu alla sera, nel silenzio della mia stamberga, che l’ansia dell’ignoto mi riprese più che mai tormentosa.

Quando ebbi accesa la candela mi venne fatto vedere sul muro, sopra al mio giaciglio, come un seguito di parole tracciate con incerta scrittura.

Mi appressai e la frase che lessi mi fece dare un improvviso balzo al cuore. Diceva:

Serenella è qui.