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Il Cantico

Chapter 17: XIV. Nella suburra.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

XIV. Nella suburra.

Il solo nome di lei fece sì ch’io dimenticassi la mia nuova disgrazia. Una subita gioia, una forza, un ardire inusitati accelerarono il palpito delle mie vene; mi sentii disposto a tutto purchè l’amica mia fosse vicina a me. Chi poteva aver tracciato il nome di lei sul muro? Chi era entrato nella mia camera? Uscii per interrogare Dora; la trovai su la porta del suo stambugio.

Come stavo per parlarle, udii la sua voce lamentosa.

— La mamma sta male — disse Dora quasi a risposta della muta domanda ch’era negli occhi miei.

— E da quando?

— Questa mattina è caduta e non si è alzata più.

Diceva tutto ciò con voce tranquilla e senza commovimento come se la cosa non la riguardasse.

— Si rotola per la camera — soggiunse.

— È venuto il dottore a vederla?

— Non lo so.

— Ed ora è sola?

— No, c’è Cajèla e c’è anche Cirifischio.

— Chi è Cirifischio?

— È l’uomo che ci bastona.

Pronunziata l’ultima frase, abbassò il capo.

— È venuto qualcuno a cercarmi, oggi? — chiesi dopo una pausa.

— Sì.

— E chi è venuto?

— Un uomo.

— C’era stato mai?

— No.

— Gli hai parlato?

— Gli ho chiesto che cosa voleva, ma non mi ha risposto. È entrato in camera tua.

— Lo hai seguito?

— Sì.

— E che ha fatto?

— Ha messo sul tavolo un involtino e poi si è seduto sul letto.

— È rimasto molto tempo in camera mia?

— Io non lo so perchè Cirifischio è venuto a prendermi e mi ha picchiato.

Le detti il pane consueto e mi allontanai chè volevo accertarmi se ciò che aveva detto era vero.

Trovai infatti, nella mia oscura tana, la lettera annunziata. Ne strappai la busta e lessi:

— Vieni al vicolo della Reginella; al N. 25. Sarà per il tuo meglio. —

Non c’era firma. La scrittura era incerta come quella tracciata sul muro. Nessun dubbio adunque, la stessa persona che mi aveva annunciato l’arrivo di Serenella mi consigliava di intervenire all’appuntamento equivoco che m’era stato imposto. Un solo uomo era entrato in camera mia, uno sconosciuto, forse Adeva stesso. Ma che poteva esservi di comune fra Serenella e il malvivente che me ne annunciava l’arrivo? Possibile mai ch’ella, per l’inesperienza sua fosse vittima dei figli della suburra? O non era piuttosto un’abile finzione architettata ad arte per gettare il turbamento nell’anima mia?

Stavo perplesso senza sapere a qual partito appigliarmi. Una terribile dubbiosità mi agitava, ed impeti d’ira e angosciosi timori e ironiche denegazioni si succedevano in me a volta a volta.

Poi il solo pensiero ch’ella potesse esser caduta nella suburra mi fece risoluto ad un tratto onde quasi a corsa, scesi le scale e fui per la via.

Era già notte. In Via Nazionale mi soffermai su la porta di un caffè per saper l’ora; mancavano pochi minuti all’ora stabilita per il convegno. Ripresi il cammino frettolosamente.

E pensai a Serenella, alla mia dolce capinera ch’io amavo quanto il sole, e alla quale di tutta la mia giovinezza, di tutta la mia intelligenza avevo fatto un altare perchè l’anima bella di lei vi gioisse solitaria. Così l’erba stella copre le arene della landa per animare il sogno del suo fiore vermiglio.

Il pensiero ch’ella fosse a pochi passi da me, che avesse compiuto e chi sa come, il viaggio per la città della quale si parlava come di cosa tanto remota, laggiù, a Comacchio, mi empiva di ebbrezza. L’amore l’aveva guidata. Il compagno pensoso ed assiduo dagli occhi sereni le aveva insegnato la via. Cammina, cammina, egli ti aspetta e soffre; tu gli sarai come una rugiada, gli sarai come un’ombra. Nella vita triste la sua forza si consuma; cammina, amica bella, quando questa tua età sarà spenta non avrai altra gioia se perdi l’amico tuo, l’onda che ti segue per morire con te su le arene. Sarete come due solchi che al confine del campo si uniscono, come due stelle che scendono dall’ignoto a convergere in un punto, prima che l’ignoto le riprenda. Altre ne sono state, altre ne saranno nei profondi gurgiti dell’infinito; ma nel miracolo di gioia vive l’Iddio che tu hai nel cuore, piccola bella vive l’anima tua che non consuma ma passa fra le due ombre di questa vita come la stella nelle notti estive. Cammina: se i tuoi piccoli piedi sanguineranno egli te li bacierà piangendo; se arriverai esausta le sue braccia forti ti sorreggeranno; se tremerai tutta per il freddo egli ti riscalderà co’ suoi baci. Io ti guido, io ti comando, Serenella, io che sono l’amore!

Ah! ben sentivo che l’avrei recata alta su le braccia in mezzo a mille; sentivo che nessuno me l’avrebbe tolta fra gli uomini, sentivo che l’avrei salvata dalla loro volgarità bruta, anche se avessi dovuto coprirla, morta, del mio corpo morto.

E se tutto ciò non era? S’ella attendeva tuttavia nel suo piccolo nido fra le acque il mio ritorno? S’io fossi stato zimbello di un inganno? Eppure qualcuno doveva essere giunto di laggiù per parlare. Di Omero non sospettai; a quell’ora Omero viaggiava per terre ignote.

Tutto l’inesplicabile nel quale da qualche settimana mi trovavo perduto, mi dava una tormentosa ansietà dalla quale volevo liberarmi ad ogni costo. Se il destino voleva respingermi nella tenebra era inutile ribellarsi al destino. Fra poco avrei avuto il bandolo dell’intrico.

Trascorsi per le vie popolose lungo le quali le lampade elettriche distendono la loro tenue alba perlacea; m’internai, passata piazza Venezia, per un labirinto di piccole strade e di vicoli in cui la luce diminuiva sempre più. C’erano case dagli altissimi muri, mute di ogni suono. Da qualche porta socchiusa si intravvedevano lunghi anditi nei quali una lucernetta poneva un fioco chiarore sanguigno; e il frastuono delle vie che non conoscon sonno, si allontanava dileguando. Qualche raro stropiccìo di passi, un’ombra che scivolava sotto l’aureola luminosa di un fanale, il secco rinchiudersi di una porta, una voce udita a traverso una finestra chiusa, la eco di un canto bacchico svelavano a mano a mano un’altra anima della grande città: l’anima triste che la miseria costringe nell’ombra. I vicoli si facevan sempre più angusti, sempre più bui; c’era sentore di umidiccio; parevano antri sotterranei.

Affrettai il passo. Faceva freddo. La tramontana si ingolfava ululando per quei laberinti di piccole vene e agitava le scarse fiammelle dei fanali sollevando un popolo di ombre che la notte travolgeva.

Dietro una porta, chiusa da un cancello di ferro, mi parve intravvedere, al bagliore che usciva da una stanza vicina di cui l’uscio era dischiuso, una forma umana; mi soffermai avvicinandomi.

— Che vuoi? — chiese una voce roca.

Intravvidi una vecchia tutt’avvolta in uno scialle nero. Si levò biascicando:

— Vuoi entrare?

Mentre mi allontanavo udii giungere dall’interno della casa un tumulto di imprecazioni, di risa e di minacce. Erano le voci del vizio, affiochite, chioccie, singultanti, che hanno qualcosa del grugnito e del ruggito; voci senza età e senza sesso per le quali si appalesa l’estremo abbrutimento della miseria e della turpitudine. La vecchia ascoltò alquanto, poi ricadde a sedere bestemmiando.

Provai all’improvviso un senso di rivolta per il cieco destino che mi trascinava laggiù in quella bolgia umana dove si dimentica il sole, dove fra digiuni e orgiastiche ebbrezze la vita inacerbisce e rapidamente disfiora. Era la tana della grande città più che millenne, l’immonda tana degli humiliores, dei miserabili che Roma imperiale faceva ardere sui roghi, per rendere più viva ed intensa la catastrofe di un’azione tragica.

Fanciulli e vecchi, giovinette e donne si addensavan laggiù in una orribile promiscuità, senza legge nè freno alle loro bestiali voglie; ciechi ed ignari di ogni umana gentilezza. Da quei giacigli in cui la foja non spegne la fame, si leva la ferocia dagli occhi foschi e spia il momento in cui la società barcolli per brandire la scure e lanciarsi in un orribile grido alla miseranda rovina.

La civiltà non vede l’ombra bieca della barbarie che la guata dal buio e non pensa che s’ella si scatena, il popolo tutto la seguirà per la mala ebbrezza del sangue.

Proseguii guardando attentamente chè non sapevo in qual luogo preciso Matteo Adeva mi attendesse. Nonostante il freddo intenso, seduta su gli scalini di una porta vidi una donna. Stava col capo fra le mani e i gomiti appoggiati su le ginocchia. Aveva uno scialletto di lana che le avvolgeva le spalle; una vestaglia di raso giallo, tutta sdruscita, le copriva la persona disfatta.

Quando passai levò un poco la fronte, mi fe’ cenno col capo perchè la seguissi e, ad un mio diniego, ricadde nel suo abbrutimento senza pensiero, senza dolore; tacque tutta chiusa ne’ suoi pochi istinti, unica forza dell’anima semispenta.

Poco dopo due uomini ebbri le si avvicinarono berciando e la coprirono di ogni contumelia e la percossero e le sputarono sul viso; ella rimase accosciata su la lurida soglia, la testa china fra le palme; stette in una taciturnità di vecchia brenna usa agli urli e alle percosse, senza una ribellione contro coloro che la dileggiavano ora, dimentichi di averla voluta così.

Nella vita dei secoli un uomo solo ebbe coscienza e pietà di simile miseria e fu il nato di Myriam, il dolce poeta della Galilea.

Ad un tratto udii un trepestare rapido di gente in corsa, uno stioccare di vesti sbattute, un succedersi di brevi voci, onde mi soffermai sogguardando nell’incertezza di ciò che accadeva. Non trascorsero quattro secondi che vidi alcune donne passarmi innanzi correndo. Una si volse per darmi sommessamente l’avviso:

— Le guardie, le guardie!

In un’attimo si dispersero nell’intricata trama dei vicoli. Dietro loro, ciondolon ciondoloni, seminascosto il viso sotto la visiera del kepì seguirono due guardie che percorsero lentamente il vicolo senza cura apparente, a simiglianza di due filosofi intenti a risolvere gli oscuri problemi dell’umana natura.

La mia ripugnanza cresceva quanto più mi appressavo alla meta; ma non ebbi una sol volta la tentazione di ritornare perchè val meglio affrontare il destino anzichè arroncigliarsi nell’ombra come una sciocca bestia e chiuder gli occhi per credersi salvo. Poi che mi sarebbe importato della mia salvezza se a Serenella poteva incogliere male? S’ella era vittima di quella mala razza di vagabondi, di lenoni, di ladri? Ciò non mi era che un vago dubbio, che una lontana incertezza; purtuttavia non mi sentivo tranquillo.

Verso la fine del vicolo dove l’oscurità era maggiore, udii da una porta socchiusa un subito pispiglio poi qualcuno pronunziò chiaramente il mio nome:

— Duccio della Bella?

— Adeva! — risposi.

Il vagabondo si presentò sul limitare e rapidamente, a bassa voce, sussurrò:

— Vieni. Sei in ritardo.

Entrai. L’andito era perfettamente buio.

— Rimani qui — disse Matteo Adeva a una persona che non vidi — non chiudere l’uscio; Sprillo e Boccia debbono venire ancora.

— Non mi muovo — rispose qualcuno dall’ombra. Allora Adeva mi prese per mano e mi condusse per l’andito fino ad una scala angusta e scivolosa che cominciò a salire a rilento. Gli tenni dietro. Il mio cuore batteva rapidamente.

Dall’alto giungeva un suono di voci discordanti. Ci fermammo innanzi ad un uscio sconnesso il quale lasciava filtrare la luce dalle larghe fessure. Matteo Adeva picchiò sommessamente tre colpi con le nocche; nell’interno si fece silenzio.

— Chi è? — chiese una voce vicina.

— Aprite — rispose Adeva.

Fummo introdotti e l’uscio si richiuse dietro di noi. La stanza era bassa, sudicia, illuminata da un lume a petrolio posto sopra una tavola. Tutt’intorno correva un basso divano che perdeva la stoppa tant’era lacero e consunto. Alle pareti erano appese grandi oleografie pornografiche e alcune fotografie fra le quali risaltavano tristi visucci di bimbi.

Su l’uscio di entrata notai che s’era fermo Adeva; ad un altr’uscio laterale era seduta una donna su la cinquantina: grassa, oleosa come un otre, da gli occhi scarabei seminascosti nel largo viso sebaceo.

Seduti di traverso o sdraiati sul divano vidi Righetto, l’accattone; Nino, il fratello di Cajèla; Ghetano, il ciabattino che abitava nella mia stessa casa ai quartieri San Lorenzo, poi molti altri che non conobbi.

— Catuba — gridò Righetto a colui che mi parve il più valutato fra tutti — Catuba non dormire che sta a te ora.

La persona interpellata era un giovinastro che poteva aver passata di poco la ventina ma che il vizio aveva già impresso del suo suggello. Aveva le guance smunte, la bocca sottile, gli occhi leggermente sanguigni e il viso atteggiato ad un’espressione di cinismo ributtante. Portava un fazzoletto annodato al collo e un berretto a visiera spinto estremamente su l’orecchio destro, sì da lasciar libera una grande ciocca di capelli che si elevava ribelle a compire l’aria spavalda di parrucchiere armigero tutta propria ai giovani lenoni della suburra.

Stava sdraiato sul fianco, la testa appoggiata su la palma della mano destra, in atteggiamento di persona che considera la vita una sciocchezza e valuta gli uomini, fratelli suoi, quanto un mucchio di fimo e nulla più. Si dava l’aria di sonnecchiare, di annoiarsi, e tale apparente assenza dello spirito di lui gli fruttava la considerazione dei compagni.

Quando udì la voce di Righetto che lo pregava di ricordarsi dell’attimo fuggente, alzò le ciglia, sputò e chiese senza scomporsi:

— È questo il merlo?

— È questo — rispose Adeva.

Qualche sogghigno corse per la comitiva.

Rimasi immobile guardando. Ero ben certo di essere caduto in un inganno ma ancora non ne comprendevo la ragione.

— A chi tocca il merito di averlo condotto qui? — chiese Catuba.

— A me — rispose Adeva.

Catuba si rialzò a sedere e disse alla donna che stava in disparte:

— Maddalè, porta del vino. Vogliamo bagnarci la bocca.

Come la donna uscì, per qualche tempo tutti rimasero in silenzio.

Mi volsi verso Adeva che s’era appoggiato con le spalle alla porta e lo guardai fissamente negli occhi senza parlare. L’ipocrita ebbe un sorriso di scherno e accennando Catuba disse:

— Guarda là; il capo è quello!

— Non aver fretta! — soggiunse il giovinastro. — Tanto non dovrai godere!

Quantunque intendessi la minaccia nascosta nelle parole ambigue, tacqui ancora rintuzzando ogni violenza d’impulso e meditando un atto pronto ed audace che mi avesse liberato allorchè l’ansia di conoscere il mistero fosse soddisfatta.

Bevvero a grandi sorsi passandosi il bicchiere di mano in mano; Maddalè andò a torno col boccale mescendo.

Primo ed ultimo fu Catuba. Quand’ebbe vuotato fino all’ultimo sorso il bicchiere, battè un pugno su la tavola e gridò:

— Ed ora a noi!

Tutti si levaron di scatto e mi si avvicinarono. Adeva mi afferrò d’improvviso le braccia sì che, per l’impressione che n’ebbi, mi svincolai di un grido impetuosamente.

— Adagio — fece Catuba — siate calmi; tanto non potrà fuggirci!

Provai un brivido come se l’aguzza punta di una lama mi tracciasse un solco per le reni. Era dunque lo spettro della morte che volevano farmi balenare innanzi agli occhi? Era lo spettro del delitto, della violenza di forse venti uomini contro uno, solo ed inerme? Attesi a denti serrati, pronto all’impari lotta frenetica.

Sbrigamoce! — gridò Righetto.

Zittete! — ribattè Adeva.

Cercamoje prima drent’a la giacchetta — aggiunse un altro.

Che vuoi cercà er cortello?

Sì; ce trovi l’anima de mortacci sui!

Dateje la bona e sia finita!

Oh! Catuba, ce semo?

Catuba picchiò violentemente la mano aperta su la tavola e gridò:

E zittateve, per Cristo!

Tutti tacquero nicchiando. Sentii tutto il sangue scendermi al cuore ed il mio viso sbiancò come per il soffio della morte.

— Noi siamo gente onesta — riprese Catuba guardandomi obliquamente e sorridendo. — La giustizia ti tratterebbe peggio senza compir la vendetta di nessuno. Tu hai ammazzato un uomo; è giusto che ti sia reso lo stesso servizio!

Dopo una pausa soggiunse:

— Ne convieni?

Mi guardai intorno: era in tutti quegli occhi una ebrietà bruta di male, un’ansia di soddisfare l’istinto cieco della violenza. L’odio inconsulto contro tutti gli uomini, contro tutte le creature; la selvaggia bramosia di colpire si scatenava da quelle anime taciturne in cui era constretto il turbine di una vendetta secolare.

— Che c’è? — gridò ad un tratto Ghetano volgendosi verso la porta.

— Nulla — rispose Matteo Adeva. — È Lalla che si muove.

Dopo un altro silenzio, terribile silenzio d’abisso, Catuba si chinò verso me e mi chiese:

— Sai chi c’è qui?

Allora nella mia voce fu l’inattesa asprezza dell’urlo che sconvolge:

— Chi, in nome de’ tuoi morti, chi?

— Maddalè! — disse Catuba alla donna che se ne stava in disparte — Maddalè falla entrare.

Mi rivolsi con gli occhi accesi, sbarrati nel terrore di veder comparire lei, la mia santa! Nei pochi secondi che trascorsero non ebbi respiro, il mio cuore non pulsò; non vissi, non intesi, ero come morto. Poi indietreggiai di un balzo. Non sognavo? Non era una allucinazione la mia? Sita, la figlia di Diavolo, stava ritta nel vano della porta.

Tutti si volsero verso lei. Aveva il capo eretto, vestiva di nero, i suoi capelli rossi fiammeggiavano.

— È questo? — le chiese Catuba indicandomi.

— Sì.

— Si deve far subito?

— Sì.

Mi raccolsi tutto, pronto alla lotta disperata; ma prima che uno solo fra i tanti si muovesse, un urto possente sfondò l’uscio delle scale e un uomo balzò, irruppe, precipitò nella camera gettando al suolo Adeva. Fu alla tavola, la capovolse di un grido facendo il buio, poi con la stessa rapidità mi sentii afferrare, mi sentii trascinar via a precipizio.

Quando fummo lontani ed ebbi campo a riavermi alzai gli occhi in viso all’ignoto compagno.

— Omero! Tu!... — gridai.

— Cammina, avrai tempo a parlare, qui non è aria buona!

Una volta ancora era balzata dall’ombra, per me la grande anima fraterna.