XV. Omero.
Quando ebbe tolto dalle bisacce tutto ciò che mi apparteneva, come ebbe a dirmi poi, era già l’alba. La sera avanti mi aveva ascoltato parlare senza interloquire una volta, troppo bene intendendo ciò che desideravo; d’altra parte era giusto ch’io volessi provarmi da solo nella vita ed egli non aveva alcun diritto di impedirmelo, nè poteva impormi la sua tutela. Non gli restava che andarsene. Con simile assillo nel pensiero non aveva dormito e innanzi l’alba era sorto in piedi per compiere i preparativi necessari a riprendere il viaggio. Voleva togliermi la tristezza dell’addio. Quando avessi riaperto gli occhi egli sarebbe stato lontano. Tante dolci cose se ne vanno così, come un alito, per non più ritornare. Aveva preparato le bisacce guardandomi. Io dormivo col capo fra le braccia ed avevo il sonno tranquillo del riposo e della pace. Meglio così; alla mattina avrei pensato forse ch’egli avesse a ricomparire, poi, poco alla volta, mi sarei abituato alla solitudine; solo, in fondo al core sarebbe stata assidua la memoria dell’amico buono ch’era andato con il suo sogno verso terre ignote.
Come fu pronto, si gettò le bisacce su le spalle, si tirò la visiera del berretto su gli occhi e con somma cautela, volgendosi ad ogni passo, si avviò verso l’uscio. L’aprì, stette un attimo a contemplare il mio sonno, poi rinchiuse e si avviò.
Il suo vecchio cuore stoico non era compiutamente sereno. C’era laggiù qualcosa che gli toglieva la tranquillità. E non volle convenirne con sè stesso perchè la ragione non avesse a biasimare la dolce tristezza che amava il silenzio e non avrebbe cercato una sola parola per appalesarsi.
Quando scese per le vie incontrò i lampionai intenti a spegnere le ultime fiamme argentee; si tenne rasente ai muri e si avviò senza sapere quale strada avrebbe seguito. Andò innanzi. Gli era perfettamente indifferente dirigersi al nord o al sud.
Il cielo sereno era di quella purezza cristallina che solo l’inverno conosce; era come il ghiaccio, come il limpido ghiaccio delle fonti.
Omero non avvertì il freddo benchè indossasse lo stesso vestimento che portava a Comacchio, composto da un soprabito di antica foggia e da un paio di calzoni rattrappiti che gli giungevano alla caviglia; andava a passo lesto; pareva lo spingesse l’ansia di giungere in tempo in un determinato luogo.
Attraversò Roma, uscì da Porta San Giovanni, prese a sinistra il vicolo delle Tre Madonne e si perse nella campagna.
Continò a camminare, il capo basso, le mani infilate nelle tasche dei calzoni, guardando talvolta la sua piccola ombra che lo seguiva o lo precedeva o gli stava a lato fedelmente; tal’altra cercando evitare le profonde carreggiate o i grossi ciottoli che ingombravano il vicoletto.
Quando il sole ebbe oltrepassato il meriggio, si soffermò vicino ai resti di un acquedotto e sedette.
— Non debbo essermi allontanato troppo — pensò. Infatti, come volse gli occhi intorno, vide sotto l’oriente, biancheggiante al limite dei cieli, la gran massa di Roma; nè si dolse di ciò, anzi sentì che l’immensa città gli era quasi necessaria. Gli pareva splendesse più sole laggiù, ridesse più primavera.
Tutte cose belle; pure doveva continuare il cammino. Era partito col preciso proposito di allontanarsi, doveva dunque andar diritto innanzi a sè fino al primo paese che avesse incontrato. Così aveva fatto sempre prima che il figlio di Marta della Bella gli fosse compagno.
E rimase appoggiato al vecchio acquedotto, per molte ore; rimase così forse perchè era stanco, anzi tale scusa gli valse per starsene più tranquillo.
A quando a quando levava gli occhi verso Roma rifulgente come una gemma incastonata nel grand’arco dei cieli ed era tanto assorto che s’avvide di non aver risposto ad un pastore il quale gli aveva mosso una domanda.
Il sole compiva il suo giorno e Omero era ancor là. A che pensava? Sentiva un gran vuoto nel quale apparivano le ombre delle cose come s’egli se ne fosse allontanato per miglia e miglia. A volte gli parve essere in un luogo buio dal quale fissò la luce addensantesi sopra un immenso cumulo di case, di cupule, di torri lontane.
Poi lo colse la dolce malinconia dei ricordi.
Si vide innanzi la sua Ravenna, ad un tratto (non ci pensava da tanto tempo ormai!). Era illuminata da un sole invernale; pareva tutta di marmo e d’adamante. Nel Candiano erano discese navi e navi, tante che l’acqua verde luceva in rigagnoli fra le loro chiglie e, al vento del mare, le vele stioccavano battendo sui cordami, su le sartie, sui grandi alberi superbi, o, allentate, s’increspavano come le acque, rapidissimamente, producendo un suono simile a quello delle prime gocciole di pioggia su le strade battute. C’erano uomini di tutti i paesi, scesi dal mare fino al piccolo porto che la Pineta lontana e morente più non sorveglia; gridavano e cantavano trasportando il carico dalle navi ai cantieri. Andavan seminudi, nonostante il freddo. Omero era ancor giovane; aveva forse qualcosa più di sedici anni, un niente. Tutti i giorni si trovava al Candiano. Qualche paròn avrebbe potuto arruolarlo fra i marinai del suo bragozzo. Voleva partire.
Tanto nessuno si sarebbe accorto della sua lontananza. Sua madre gli era ignota perchè, per una vergogna insensata, frutto di una sciocca morale, aveva rifiutato la creatura delle viscere sue, non sapendo opporre al cinismo di una legge scritta nella supina incoscienza dei più, la maternità che è santa, la maternità che è un sacro mistero della terra. Era solo, e i soli hanno la nostalgia di qualcosa che li attenda lontano, sempre più lontano fino al giorno della morte.
Viveva allora nel sobborgo di Porta Adriana con un padrone che gli misurava le legnate e il pane egualmente; ma forse più di quelle che di questo. Doveva rigovernare i cavalli dello stallatico, star levato gran parte della notte e riposare sul fieno, accanto alle bestie.
Non aveva amici perchè era taciturno; soffriva in pace senza sentir necessità di comunicare ad altri la sua pena; si abituava fin d’allora allo stoicismo che doveva essere poi sua grande forza nel dolore.
Fra tutti coloro che gli vivevano intorno, una sola creatura gli aveva dimostrato attenzione assidua: una bambina, Donetta. Aveva tredici anni; era figlia di un domatore di cavalli e di una prostituta.
Cresciuta per le vie, usa, fin da quando aveva inteso, a tutte le scurrilità del trivio serbava, chi sa per quale dolcezza ignota alla sua stirpe, una sensibilità triste ch’era nel viso di lei come un segno di elevazione e di bontà.
Era graziosa, aveva gli occhi azzurri e i capelli neri, corti e ricciuti. C’erano degli angioli così, nei cieli d’oro delle grandi chiese antiche.
Una volta stava per essere travolta da un cavallo in fuga e Omero la salvò a rischio della vita di lui; da quel giorno Donetta rimaneva lungo tempo innanzi alla porta dello stallatico a guardare il suo grande amico in faccende.
Omero le aveva fatto qualche regalo, come poteva; qualcosa di adatto alla loro miseria. Donetta lo aveva ringraziato sorridendo e se ne era adorna. Vestiva sempre un grembialuccio turchino ch’egli le aveva portato dalla fiera delle Alfonsine e il viso di lei fioriva come un maggio sul colore soave del bordatino.
Ricordava che un giorno (era il pomeriggio di una domenica; il padrone se ne era ito a Russi, alla festa, e allo stallatico non c’era da fare) per evitar la gente che scendeva al sobborgo a bere e a ubriacarsi, s’era internato pei campi verso la solitudine della Pineta. Forse cantava l’aprile; le macchie di biancospino erano in fiore. Il sole volgeva al tramonto; non un uomo appariva nei campi. La terra era tutta delle anime solitarie. Vide due bimbi seduti su lo scrimolo di un fosso: guardavano il cielo che si angelicava allo smorire del giorno; vide un vecchio mendicante che tornava dalla questua in qualche paese remoto, e nessun altro. Le poche case che incontrava erano mute. Anche i queruli galli pareva sentissero l’imperare della grande anima taciturna del vespero; razzolavano per le aie senza cantare, senza gracidare, avvicinandosi al fico bigio che doveva dar loro asilo per la notte.
Omero godeva di quella pace solenne, sì grande che gli uomini intendono a pena, e non si sentiva solo perchè la Gran Madre era nel cuore di lui e gli parlava.
Poi i campi coltivati si tramutarono in praterie immense; poi la Pineta apparve.
Passò presso un gruppo d’alberi chini su l’arca di un pozzo. Erano vecchie roveri dal tronco schietto; ascoltavano l’eterna voce dell’acqua nelle viscere della terra. Una sola, in disparte, vegliava nella sua cecità possente; vigile sacerdotessa del sole e dei tesori oltresolari.
Quando Omero entrò nella Pineta il sole aveva la lucentezza del rame e ingrandiva sempre più, spegnendosi nel bacio della terra. Trascorse una torma di giumente bianche.
Era sì grande la dolcezza del luogo che il solitario pensò attendere la notte laggiù. Tanto il padrone tornando da Russi ubbriaco, come altre volte sarebbe caduto su le scale per non rialzarsi se non al mattino.
Errò lung’ora senza meta e quando fu notte se ne tornava in tutta pace ascoltando gli strani suoni della selva, guardando le stelle che spuntavano in grandi diademi fra le chiome arboree, allorchè intravvide poco più innanzi, su lo stesso sentiero che percorreva, un’ombra appena evanescente nel pallido bagliore stellare. Affrettò il passo e distinse una figuretta di bimba.
Andava a rilento affaticandosi sotto un gran carico di legna. I piedi di lei si affondavano nella sabbia; respirava a fatica soffermandosi di tratto in tratto. Forse, nascosta com’era sotto al grande carico, non aveva udito l’avvicinarsi di Omero.
Egli era molto forte e non pensò due volte al da farsi, disse:
— Aspetta, ti aiuterò.
Come la fanciulla ristette, le tolse il fascio di sterpi e se lo pose su le spalle come fosse un niente. La piccola tacque. Omero si avviò innanzi. La strada era lunga e nessuno dei due parlava. Ad un tratto la compagna silenziosa lo prese per mano ed esclamò dolcemente:
— Come sei buono!
Egli si volse colpito dal suono della voce e riconobbe Donetta.
Non dissero altre parole; ma Omero avrebbe voluto portare quel carico di legna fino ai limiti del mondo per sentire sempre la piccola mano nella sua.
La strada fu breve come un sospiro.
E poi e poi era ancora il Candiano con tutte le sue navi; erano le chiese grandi dove non si andava per pregare ma per vedere Iddio fra le nubi d’oro; era tutta la sua giovinezza che gli appariva laggiù, con l’immagine di Ravenna. E un giorno seppe che Donetta non sarebbe ritornata mai più e n’ebbe una scossa tremenda. Il dolce fiore di soavità era morto.
Da quel tempo si era gettato su le spalle le bisacce per non sostare mai più.
Ad un tratto si scosse, era giunta sul vento una grande ondata di suoni. Tutte le campane di Roma salutavano il vespero.
Si levò. La campagna era deserta, muta, senza un casolare; non aveva veduto mai terra più triste. Riprese il sentiero senza por mente ove conducesse. Gli pareva che il crepuscolo fosse cinereo; e la landa che percorreva era cinerea e senza fine.
Quando fu notte alta, si trovò alle porte di Roma. Si convinse così, che il destino non aveva voluto allontanarlo.
Tornò ai quartieri di San Lorenzo; mi seguì da lontano; vegliò, da ombra, su la mia vita.
Frattanto, più esperto e più fortunato di me, aveva trovato lavoro in un negozio di vino. Guadagnava a sufficienza per due, data la sua parsimonia.
Tutte le notti saliva le sudice scale della casa ove dormivo e veniva a origliare alla mia porta, poi ripartiva tranquillo s’io ero tranquillo.
Aveva saputo le mie sofferenze ad una ad una e il caso lo aiutò a scoprire la trama che si ordiva a mio danno.
Una notte, come al solito, era entrato nell’andito oscuro e stava per salire fino alla mia porta, allorchè si accorse che qualcuno scendeva le scale.
Per non essere scoperto si nascose prontamente nell’angolo più buio dell’andito e attese. Dopo non molto vide allo sprazzo di luce che s’insinuava dalla via, Matteo Adeva. Con lui era una donna.
Notò subito una strana somiglianza di volto, di voce, di gesti, epperò attese qualche minuto perchè si allontanassero un poco, poi, invece di salir le scale, uscì e rasentando i muri, cercando l’ombra, si dette a pedinare Matteo Adeva e la sconosciuta.
Si accostò tanto ch’essi andavano a pochi passi da lui. Finse essere ubbriaco perchè non gli ponessero mente.
Allora udì e l’incerto dubbio divenne chiara realtà.
Sita era a Roma da oltre una settimana; aveva seguito Serenella ch’era stata rinchiusa in un convento. Voleva vendicare suo padre.
Canticchiando e ballonzolando da un muro all’altro udì le oscure macchinazioni che i due venivano tessendo. Seppe che Sita, per fuggire a Roma, aveva fatto mercato della sua persona a Bologna; seppe che una vecchia bolognese le aveva indicato a chi avrebbe dovuto rivolgersi, alla capitale, per aver facilitato il suo compito; seppe che Catuba Sprillo, Adeva e tutti i lenoni della suburra, per la bellezza di lei e per il suo amore avrebbero dato nonchè la vita di Duccio della Bella, sangue di imperatori.
Allora Omero benedisse il suo destino e si pose all’agguato.
Spiò, vide ma non tanto che la trama non gli fosse sfuggita di mano. Chi lo pose su le tracce fu la lettera che trovò su la mia tavola. Era l’invito di Adeva. Allora riebbe l’agilità de’ suoi vent’anni e giunse a salvarmi prima che una sola lama si fosse levata sul mio capo a estrema minaccia.