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Il Cantico

Chapter 19: XVI. La casa del sogno.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

XVI. La casa del sogno.

— Non lasciarti fuggire la buona occasione — mi disse Omero — compì la tua strada; tutto andrà come abbiamo desiderato. Fra qualche settimana sarete insieme!

— Ha saputo?

— Niente ancora, non aver troppa fretta.

— Io mi rimetto a te.

— Allora cerca di essere guardingo. Addio.

— Quando ci vedremo?

— Ora non saprei dirtelo. Quando mi sarà possibile.

— Non tardare troppo!

— No. Addio, Duccio.

— Addio, Omero.

Si spinse innanzi la carretta carica di erbaggi e gettò all’aria il lungo grido di offerta che si perse nella solitaria via San Teodoro.

Alla sua sinistra lucevano, alte nel sole declinante, le boscaglie del Palatino emergenti in enormi ciuffi dagli avanzi delle ciclopiche costruzioni imperiali; alla sua destra si elevava una lunga fila di case silenziose e malinconiche nelle quali si apriva di tanto in tanto una botteguccia meschina.

Siccome era domenica e in quella via non erano osterie, non ebbe occasione di incontrare se non qualche straniero che se ne veniva rigido e tranquillo ammirando la superba visione del Palatino. Grande cosa fra povera gente; inutile memoria di forza fra una razza di giullari, come pensano benevolmente i popoli nordici.

Il giorno era sereno e l’aria tepida; pareva che l’inverno fosse esulato verso i cieli del nord e che il soffio della primavera giungesse a dischiudere le gemme.

Omero non mandava più il suo grido, tanto a quell’ora e in quella via non avrebbe avuto occasione di vendere un solo capo della sua mercanzia.

All’Arco di Giano, presso San Giorgio in Velabro, una vecchietta lo fermò. Riprese poi il cammino senza più sostare. Attraversò Piazza dei Cerchi e, lentamente, si spinse innanzi la carretta per la via di Santa Sabina.

Le ultime case si fermavano ai piedi dell’Aventino. Saliva ora per la viottola tortuosa, fiancheggiata da basse mura alzate a riparo delle misteriose ville che si innalzano sul colle silenzioso.

Il rumore della città nuova non giungeva fin lassù. L’onda alterna di suoni, il mareggiare continuo della vita si frangeva contro l’arce capitolina e una eco languida trascorreva sul Foro per spengersi nelle ampie caverne del palazzo dei Cesari. Lassù, fra le basse mura della viottola, era il magico stupore delle cose indisturbate. Esse vedono e sanno una vita che a noi è ignota. Il mistero le fa solenni.

A quando a quando, essendo la salita piuttosto ripida, Omero sostava a riprender fiato e allora, spentosi il cigolìo della carretta, non udivasi che qualche fruscìo scorrente oltre le mura lungo gli ignoti giardini, lungo le vigne che si distendevano intorno ad un casolare, sacro all’ombra di qualche pino ferrigno.

Le antiche divinità oscure dei progenitori nostri; le indefinibili e indefinite forze assunte all’adorazione in simboli vaghi; le voci che parlarono all’anima dei fratelli Arvali nei densi boschi, nei floridi campi, nelle desolate solitudini; tutto ciò ch’era paura, desiderio, esaltazione, tutto ch’essi riassunsero nel culto della Dea Dia vive in quelle boscaglie compatte, sorgenti nel cuore di Roma e pur tanto lontane dalla sua anima nuova; anima torpida ancora per l’apatico languore che secolarmente la tenne.

Pareva che qualcuna fra le piccole porte che si aprivano contro il sol levante, dovesse dischiudersi e pareva dovesse erigersi nel vano, fermo su la pietra della soglia, il capo dei dodici fratelli Aratori, dei gravi sacerdoti dell’immensa natura. Avvolto nella toga pretesta, il capo cinto da una ghirlandella di spiche legata da una bianca benda; diritta la fiera fronte adusta e gli occhi profondi fissi su l’immobile taciturnità del bosco, lanciava levando le braccia, l’antichissimo grido di tripudio, una fra le prime voci articolate che l’anima collettiva di un popolo abbia sciolto all’aurora del suo benefico Iddio: — Triumpe triumpe triumpe! — E dietro lui, nel grande dilagare del sole, rispondeva l’urlo della moltitudine prona ad adorare lo spirito immenso; il cuore del mondo, l’anima del sole e delle spiche bionde.

L’Urbe millenaria che fu altare a tutti gli Dei e tutti li distrusse per Uno all’ombra del quale raccolse le sue vittorie e le lanciò ad un nuovo trionfo, non sa dimenticare il primo suggello che le impresse l’anima salda de’ suoi figli agricoltori: il culto della natura madre e del suo mistero.

Come ad un punto, sotto le mura di un grande giardino, la viottola si biforcava, Omero volse a sinistra per la via di Santa Prisca, verso il convento perduto lassù fra i cipressi dalla chioma compatta, alta come una pura fiamma nell’aria senza vento.

Il sole che non giungeva fin su la viottola, si attardava a illuminare gli scarsi steli che crescevano a sommo delle mura; le rame sporgenti; i viluppi d’edera che rivestiva, in certi punti, la cadente rovina dei ripari; e si addolciva, sbiancando in bagliori d’oro pallido, sul nitor della calce o si addensava in una tinta calda, quasi sanguigna, su la fitta chioma degli oscuri cipressi.

Dall’ombra pareva a volte che le grandi piante, irradiate così dall’invisibile sole, si accendessero di un loro proprio bagliore a indicare una infinita via lanciata verso la soglia dei cieli.

Una vettura trascorse rapidamente sollevando un alto frastuono che si ripercosse e si perse lontano simile a un cupo rimbombo. Un pulviscolo d’oro impalpabile, si distendeva per il gran sereno, su gli alberi e su gli steli per rivestirli di quel suo aureo sfolgorìo, anima del sole morente.

Passò ancora il lento martellare di una campana; poi anche quel suono si spense, si diffuse nell’aria, lontanò verso altri silenzi. L’incantesimo della viottola tortuosa, ombreggiata a volte dalle grandi rame soverchianti, a volte più chiara fra i muri fioriti a sommo dai ranuncoli gialli, ebbe più intenso dominio. Dormiva lassù fra quella muta corona di giardini chiusi, fra quell’assieparsi di fronde che sanno la tacita ombra, dormiva fra i rigidi compagni del silenzio, Roma e, dall’abisso, il vigile tempo dalla gran chioma solare vegliava su quel sonno dal quale doveva balzare una volta ancora la dolce figlia sua per l’eterna vicenda dell’andare.

Ad un usciolo grigio che si apriva sul muro di un orto, Omero sostò e, con le nocche, picchiò tre colpi a distanze uguali, lentamente.

Non attese molto che l’uscio si dischiuse e un vecchietto apparve.

— Hai tardato questa sera — disse rivolto a Omero. — Come è andata la vendita?

— Bene; cioè, abbastanza bene. Lo sapete Paolo, nel pomeriggio non si busca troppo.

— Fa vedere — riprese il vecchietto avvicinandosi alla carretta. — Peuh! Non t’è rimasta gran cosa. Domattina si smercierà tutto.

— Così ce ne fosse! — esclamò Omero volgendo la carretta verso il vano della porta.

— Guardatevi Paolo — riprese: — Voi e la carretta non passate insieme.

Paolo si scansò e quando Omero fu entrato, rinchiuse la porta che cigolò sui cardini.

Si avviarono per un’andana fiancheggiata da alberi nani.

— Avete parlato con la superiora? — chiese Omero ad un tratto.

— Sì — rispose Paolo.

— E che vi ha detto?

— Puoi rimanere.

— Fin che vorrò?

— Fin che vorrai.

— Ma come le avete presentato la cosa?

— Capirai, non ci voleva molto.... — Si fermò a togliere con le mollette un po’ di seccume da una pianta:

— Non ci voleva molto — riprese rialzandosi e traendo un sospiro. — Io sono vecchio e l’orto è grande; poi bisogna avere un occhio anche al giardino. Venti anni fa ne avrei curato il doppio della terra; ma ora le ossa sono logore e non ci resisto. Le ho detto che avevo bisogno di un aiuto.

— E lei?

— Lei? È buona Suor Anna; quando potrai conoscerla vedrai di quale bontà angelica sia quella donna! Non ha fiatato. Poteva anche rispondere: Non voglio aumentare le spese! — Invece ha detto: — Hai già in vista l’uomo che deve aiutarti? — E dopo qualche parola ha convenuto su tutto ciò che le ho detto. Tu dormirai nella casa in fondo all’orto. Sabato, verrai con me dal Sindaco del convento per intenderti con lui circa la paga.

— E posso cominciare a dormir qui da questa sera?

— Sicuro! Che cosa vuoi aspettare? Mi terrai compagnia. Io sono vecchio e solo; starò più tranquillo.

— Ma Suor Anna non vi ha chiesto chi ero, da quale parte venivo? Non ha voluto avere informazioni sul mio conto?

— Certo: non potrebbe mica accettare qui il primo capitato. Io l’ho rassicurata subito però, dicendole che ti conoscevo da molti anni e le ho fatto il racconto di tutto ciò che mi ricordavo della tua vita.

— Poca cosa — fece Omero sorridendo.

— Non tanto poco! Due anni non sono corti e ci stemmo ben due anni insieme, a lavorare nel Veneto. Non ricordi?

— Ricordo benissimo. Avevate allora la vostra figliuola con voi. È a Roma ora?

— No, sta su, in un paesetto della Sabina. Si è maritata. Ha già tre figli.

— Ne sarete contento.

— Figurati, non ci vedo che per loro. Alla nostra età se non ci fossero i figli, i nipoti, chi ti farebbe campare? Li vedrai domenica che bei figliuoli! Sembrano tre belle rame fronzute! Io li benedico sempre nel nome di Dio.

Tacquero. Erano giunti ad una capanna nella qua le Paolo soleva riporre gli strumenti da lavoro.

— La lasciamo qui la carretta? — chiese Omero.

— Sì — rispose il vecchio. — Ora spruzzo gli erbaggi perchè si conservino meglio, poi andremo a mangiare un boccone.

— Avrai fame — soggiunse raccogliendo da terra una secchia ricolma d’acqua.

— Un pochino — rispose Omero.

Riposero la carretta e chiusero l’apertura della capanna con un battente contesto di paglia e di stipa. Il sole allungava sul suolo ombre azzurrognole.

La casa dell’ortolano sorgeva al limite dell’orto, prossima al muricciuolo che la divideva dal giardino. Presero per una redola lungo un filare di viti. Paolo andava innanzi soffermandosi di tanto in tanto a guardare un solco, una vite, una pianticella. Omero seguiva col capo basso e le mani annodate dietro le reni.

S’intravvedeva a pena, in fondo, fra la fitta trama dei rami, il rosseggiare del convento; solo la cima del campanile splendeva libera nell’azzurro superando gli alberi. Stormi di passeri passavano frullando e cinguettando per l’aria.

La casa dell’ortolano sorgente fra un gruppo di eucalitti dal tronco roseo e grigio, era a due piani ed era tutta annerita dal gran tempo che aveva.

— Ho preparato la tua camera — disse Paolo allorchè si soffermarono su la soglia — guarda a levante, verso il convento; avrai il primo sole. Hai il sonno leggero?

— No.

— Tanto meglio; altrimenti il suono della tempella non ti lascierebbe passar la notte in pace. Le prime settimane che stetti al convento non potei chiudere occhio.

— Per me non ve ne preoccupate. Oltre la tempella potrebbero suonare a stormo che non mi desterei.

Omero si sedette innanzi alla tavola nella piccola stanza a terreno; Paolo, curvo sul focolare, attizzò le bragi per apprestare il mangiare.

— E le monache vengono mai nell’orto? — chiese Omero ad un tratto.

— Mai — rispose Paolo senza volgersi — mai. Non lo potrebbero perchè ci siamo noi. D’altra parte non oziano neppure un minuto; o pregano o lavorano.

— Dunque, pure essendo qui col permesso della superiora possiamo ugualmente spaventare le monache?

— Certo — fece Paolo tralasciando il soffiar su le bragi. — Non debbono vedere uomini. E ormai — aggiunse ammiccando — di noi non dovrebbero temere!

Dopo un breve riso concorde, Omero riprese:

— L’avete veduta oggi quella novizia di Comacchio?

— Sì, l’ho veduta in cortile; passava sotto il portico.

Tacquero; avevano esaurito ogni argomento di conversazione; a Omero non importava saper altro e Paolo taceva volontieri più per consuetudine che per natura.

Mangiarono una zuppa d’erbe e quando Paolo ebbe riposte le scodelle era già notte. Allora accese due lucerne, ne porse una a Omero e gli chiese:

— Vieni a dormire?

— Sì.

Presero a salire la breve scala. Si soffermarono ad un pianerottolo sul quale si aprivano due porte, una contro l’altra.

— Questa a destra è la tua camera — disse Paolo — e questa è la mia. Buonanotte.

— Buonanotte.

I due usci si rinchiusero contemporaneamente.

Appena entrato, Omero girò gli occhi per la stanza assegnatagli. C’era una branda, una sedia, una cassa e, appeso al muro, un grande crocifisso. Fu contento della sua fortuna; quel luogo era una vera reggia per lui. Posò la lucerna su la seggiola e si avvicinò alla finestra aperta dalla quale si intravvedevano rame e gruppi di stelle. Stette qualche attimo in ascolto, appoggiato al davanzale. Nel silenzio notturno si udiva giungere a traverso gli alberi un mormorio sommesso e continuo; parevano voci litanianti; o non era piuttosto un pullulare remoto di acque, un indefinibile lamento nell’oscurità? Forse giungeva dalla piccola chiesa in fondo al giardino, nascosta fra gli alberi. Come più si raccolse all’intesa, distinse qualche parola. Era la preghiera notturna delle sorelle, delle povere sole che piangono la vita e non sanno e cercano il loro Dio nel martirio, anzi un demone che le torturi per l’amore che non hanno avuto o per la pena della loro anima malata.

Cresceva e diminuiva in intensità; a una sola voce che intonava il cantico se ne aggiungevano cento altre ad intervalli uguali sì che pareva morisse e risorgesse di continuo come il mormorio del mare.

Nel silenzio del bosco, a traverso il quale trapelava a pena qualche bagliore dalla chiesetta sperduta nel suo cuore, quella voce dell’affanno umano aveva un sì doloroso incantesimo che Omero se ne sentì tutto compenetrare e stette in ascolto con la tensione con la quale si segue un grido implorante da una via silenziosa, da una tragica immensità di campi sotto la notte nera.

Non avrebbero chiesto aiuto? Perchè soffrivano tanto? Chi le faceva piangere, Iddio?

Egli non concepiva un martirio che si chiude inutilmente in sè stesso per giungere alla follia ed alla morte. Questa misera carne di cui ci vestiamo sotto al sole ha pure i suoi diritti! L’Ignoto che armonizzò le stelle volle per noi, nel nostro piccolo mondo, una simile armonia di amore e di pensiero, di passione e di elevazione.

Chi non sa vedere il Mistero dell’Universo in questa sua grande bontà, adora un mostruoso carnefice, un implacabile figuro sculto nella pomice, il quale si diletta di supplizi tantalici e la larga bocca ghignante, chini gli occhi triangolari, sogguarda esultando la sua bell’opera di miseria!

Iddio è troppo lungi nell’inconcepibile infinito. La vela del nostro povero sogno, contesta di asfodeli, ci conduce a naufragare nei tranquilli mari della morte, molto lontano dai cieli del Signore. La grande soglia non si varca.

Il cozzo acerbo e continuo di mille civiltà, di milioni e milioni di uomini non ha destato neppure un tremito nella compatta soglia di basalto.

Chi ci dette un’armonia vive in noi; adoriamolo in noi e in tutte le creature.

La morte nulla ci toglie; ognuno reca con sè il suo mondo sotto il sole e nel poi.

L’amore, il semplice amore è la parola di Dio: adoriamolo in gaudio chè le sue vie sono innumerevoli, eterne di primavera. A lui solo soggiace il dolore ed il suo regno è l’eternità.

La prece lontana si spense ad un tratto senza che l’immobile taciturnità della notte ne fosse turbata. Così passa una stilla di rugiada fra i rami, così muore un mondo negli spazi oltresolari.

Omero ascoltava ancora. Vide spegnersi l’incerto bagliore che traspariva fra gli alberi. Le sorelle si allontanavano per un sentiero remoto nel bosco. Ascoltò più intensamente ancora ma non udì se non il fruscio sommesso che trascorre fra le rame; la notte, come se nimbi di invisibili ali si muovessero in un volo continuo; non udì che il rimbombo lontano di una grande porta rinchiusa. E pensò che anche Serenella avesse pianto laggiù fra le inconsolabili; pensò allo strazio della piccola sensitiva che sapeva amare con tanto ardore.

Non riusciva a spiegarsi tuttavia per quali singolari eventi ella fosse stata tratta a rinchiudersi in quel triste silenzio di chiostro; non era per lei la vita contemplativa e se aveva intrapreso il lungo viaggio da Comacchio a Roma non era stato certo per isolarsi dal mondo. Il desiderio di consolar l’anima di lei in pena gli avrebbe fatto tentare prove insensate; ma il consueto equilibrio che lo reggeva gli consigliò l’attesa. Fra non molto avrebbe saputo e il provvedimento era sicuro perchè il cuore di Serenella non poteva essere diverso da quello che era lassù nella città adorna di vele e di antenne.

Volse gli occhi intorno, poi chiuse le imposte e si gettò su la piccola branda, per dormire; ma in quella improvvisa pace pensò ancora alle molte difficoltà che aveva superato per iscoprire il rifugio di Serenella; pensò a tutte le astuzie alle quali era ricorso per avvicinarsi ai conventi e parlare ai guardiani; pensò allo scoramento che lo aveva invaso allorchè tutte le prove erano fallite e all’improvvisa fortuna che lo aveva condotto lassù e gli aveva facilitato la strada facendogli trovare a guardiano del convento nel quale era rinchiusa Serenella, un vecchio amico.

Una soave tranquillità lo tenne e senza avvedersene passò da questo stato di riposo al torpore del sonno.

Pochi momenti dopo non udì lo stridulo battolìo della tempella che chiamava le religiose al coro.