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Il Cantico

Chapter 21: XVIII. Artifex vivendi.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

XVIII. Artifex vivendi.

— E questo che sarebbe? — chiese Giusto Sorani indicando, appeso al muro, una specie di calendario infarcito di incomprensibili segni.

— E che ne so? — risposi levando le spalle — siamo in pieno regno di magia, non vedi?

Oddo Spiro, il giovane siciliano, conversava in disparte animatissimamente con Sulpicio Alanna il quale, non sapevamo per quale insolita disposizione d’animo, pareva prestasse somma attenzione alle parole del bizzarro filosofo.

Lo Spiro parlava, come sempre, con somma rapidità accompagnando i lunghi periodi con gesti da spiritato.

— Oddo — gridò Giusto Sorani — quando avrai finito il discorso vorrai spiegarci, spero, che significhi questo affare.

— Quale affare? — chiese Oddo interrompendosi ad un tratto e volgendosi verso noi.

— Questo — riprese Giusto Sorani indicando il calendario — Da un’ora Della Bella ed io ci lambicchiamo il cervello senza riuscire a decifrarne sillaba.

Oddo Spiro rimase un attimo in silenzio, sorrise e soggiunse:

— Due parole ancora e sono da voi.

Attendendo, esaminammo più particolarmente il curioso cimelio. V’eran notati tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno ed ogni giorno era suddiviso in cinque parti ed ogni parte aveva speciali annotazioni.

— Oggi è il venti gennaio ed è domenica — disse Giusto Sorani. — Guardiamo un po’ che diavolo ci tocca!

Si avvicinò al cartellone e lesse:

D. 20 Janv. Ciel Entrée du soleil dans le verseau.
  Terre Génie du Décan: Ptiau, Oroasoer.
  Homme Influence de Ieialel.
  Opérations Spécialisation de l’influence de Mercure sur le plan intellectuel (Uranus).
  Memento 1556. Jean Dee adresse une mémoire à la reine Marie.

— Sarà la cabala per estrarre i numeri del lotto — riprese come ebbe compita la lettura. — Costui è capace di questo e d’altro.

— Non lo credo — soggiunsi. — Oddo Spiro è un entusiasta ed è sempre in buona fede anche quando espone le maggiori strampalerie: anzi tanto più se ne anima quanto maggiori sono.

— Converrebbe ammettere ch’egli avesse una inverosimile capacità di fede; una specie di cecità involontaria e ciò non è possibile. Oddo Spiro è un giovane d’ingegno.

— Ciò nulla toglie — risposi. — È un ingegno incline all’astrazione: un’anima avida di mistero; dotata di una ipersensibilità che noi non conosciamo.

— Allora è un allucinato! — soggiunse Sorani scrollando le spalle.

Tacemmo perchè Oddo Spiro e Sulpicio Alanna venivano verso noi.

— Quella — disse Oddo avvicinandosi —, è l’Agenda magica o calendario che serve di guida agli iniziati. Ogni giorno comprende quattro indicazioni essenziali: Nella prima sono segnate le posizioni degli astri indispensabili a conoscersi per compire le operazioni magiche; la seconda è riservata a certe festività particolari, ai genii di Décan e alle note personali dell’operatore; nella terza si trovano le operazioni magiche o ermetiche da eseguirsi in determinati giorni dell’anno e nella quarta è riportato qualche avvenimento importante come, ad esempio, la nascita di Santa Teresa al ventotto marzo; la condanna di Cagliostro al sette aprile; la morte di Shakespeare al ventitrè aprile e così via.

— Ah è un bel pandemonio! — conchiuse sorridendo Giusto Sorani.

— Ma niente affatto! — esclamò Oddo Spiro. — Questa necessariamente è la parte esoterica della dottrina, quella riserbata agli iniziati. Se vi deste la pena di voler sapere, vedreste che non si tratta poi di quell’oscurantismo del quale andate cianciando. Noi ci avviciniamo al mistero che vi impaurisce o vi lascia indifferenti e lo studiamo secondo i principii della scienza.

— È una metafisica pazza — disse Sulpicio Alanna scrollando il capo.

— Vedo che non vi ho persuaso — constatò tristemente Oddo Spiro. — Eppure mi era parso fin dal primo momento, per l’impressione che ho provato vedendovi, che le nostre anime fossero avvinte dal karma.

— Ahi! — esclamò Giusto Sorani aggrottando lievemente le ciglia.

Tutti demmo nel ridere, solo Oddo Spiro rimase serio, evidentemente contrariato dalla interruzione intempestiva.

— Ma sai che cosa sia il karma? — chiese rivolto a Sorani.

— Niente affatto — rispose quest’ultimo — ed è appunto per questo che ne temo.

— E perchè ridi allora?

— Per principio. Il riso è la magnifica difesa dell’ignoranza.

— Compenso meschino.

— Ma bello. I miei vecchi che avevano imparato a conoscere unicamente l’ombra e il sole, dicevano che il riso fa buon sangue. Io mi attengo al loro principio perchè amo la mia salute.

— La tua anima è serva del tuo corpo; è soggiogata dagli istinti bestiali che prediligi.

— Forse hai ragione. Io ho la tranquilla coscienza di essere un grazioso animale venuto al mondo per goder quel poco o quel molto che il mondo può dare, ne ho forse colpa?

— E non ti preoccupi della ricerca della verità?

— No. Guardo voi. Mi accontento del mio umile posto in platea.

Oddo Spiro sorrise crollando lentamente il capo dai lunghi capelli castani, spartiti a mezzo alla fronte in due grandi ali che condiscendevano in massa compatta ad ombreggiargli il collo, poi tacque convinto dell’inutilità delle sue ragioni di fronte alla gaia indifferenza di Giusto Sorani.

Sulpicio Alanna ruppe l’imbarazzante silenzio.

— Ma ditemi, Spiro, credete seriamente alla logica de’ vostri studi?

— In apparenza tutto ciò che avete visto e che vi ho detto potrà sembrarvi illogico, eppure non è che la manifestazione naturale di cause che sono ancora ignote a noi.

— Del resto — soggiunse e gli occhi suoi si riaccesero d’improvviso per il grande entusiasmo che lo animava allorchè era tratto a discutere delle sue dottrine — del resto si trova logica l’azione della macchina elettrica che, isolata su piedi di vetro, trasforma in energia il lavoro meccanico; ma, con procedimento aprioristico, si trova più che assurda, addirittura pazza, l’azione del mago il quale, isolato al centro del suo circolo tracciato col carbone, trasforma in energia astrale il lungo e penoso lavoro di allenamento a cui ha sottoposto il suo organismo, e condensa la forza prodotta, nella palla metallica fissata al termine della sua verghetta di legno rivestita di vernice isolante. Tutto ciò, che sostengono i nostri contradditori, vi sembra coerente?

Si arrestò un attimo e continuò poi con maggior lena.

— E non si trova forse logica e razionale l’azione del parafulmine che attira ed attenua l’energia elettrica di una nube? E non si trova logica l’azione di una punta metallica che permette la dilatazione dell’elettricità contenuta nella macchina di Ramsden, o la direzione dell’ago calamitato che tende misteriosamente e costantemente verso un determinato punto dell’orizzonte? Ma che un cultore di scienze magiche, armato di una punta metallica chiamata spada magica, spilli l’energia condensata in un agglomerato di forza astrale, no, non può esser logico per nessuno: per gli scienziati sarà un folle, un allucinato; per il gregge sarà un ciarlatano!

— Eppure — riprese fissando gli occhi al suolo — la follia dell’oggi sarà la sapienza del domani. Le forze su le quali agisce un cultore della magia sono dello stesso ordine al quale appartengono tutte le altre forze che agiscono in natura, e ubbidiscono alle stesse leggi! Noi non crediamo nel soprannaturale.

— Non è questione che di un lieve spostamento di termini — disse Sulpicio Alanna. — Comunque sia la vostra difesa è buona.

— Ma non vi persuade!

— Non siate troppo precipitoso, non è da scienziato! Non vi ho detto ancora che non possiate convincermi.

— Io non faccio il sacerdote delle mie idee — rispose Oddo Spiro — pur tuttavia non sarei meravigliato se il vostro spirito venisse a noi. In questi ultimi anni molti uomini di gran valore scientifico si sono dati all’occultismo, attratti dalle grandi verità svelate da questa antichissima scienza. Agli scettici i quali pensano essere i nostri studi vani sogni, potremo chiedere se la legge dell’evoluzione non debba applicarsi alle forze fisiche come si applica a tutta la natura e se abbiamo diritto di fissare limiti all’energia, sotto qualsiasi aspetto essa ci si presenti.

Trascorse una nuova pausa. Oddo Spiro si era animato di vivissimo rossore e pareva scosso da un tremito nervoso. Era il pensiero, in lui, come una occulta fiamma di cui tutto il corpo vibrava. Anche quel giorno il giovane teosofo vestiva semplicemente di nero senza palese cura; nessuno fra noi lo aveva visto una sola volta indossare abito diverso.

Giusto Sorani lo accusava di portare il lutto delle sue malinconie trascendentali, altri aggiungevano ch’egli voleva assumere una cert’aria sacerdotale; comunque fosse, viveva la maggior parte del suo tempo nell’isolamento mostrandosi di rado nella società de’ suoi simili e anche quando compariva era di preferenza taciturno vinto forse dal terribile scetticismo degli amici suoi.

— Quando ci conduci nei penetrali? — chiese Giusto Sorani.

— Anche subito — rispose lo Spiro — ma prima voglio una promessa.

— E quale?

— Ciò che vedrete non turberà certo la vostra immaginazione predisposta allo scherno, nè la vostra coscienza muta, ch’io direi ripiegata su sè stessa in una terribile oziosità. Rimarrete indifferenti e ciò non mi preoccupa; vi prego però di non ridere: la cosa mi offenderebbe. Ogni idealità, come tentativo di elevazione dell’anima nostra, è sacra.

— Vi prometto che Giusto Sorani non muoverà critiche di sorta — rispose Sulpicio Alanna.

— E te lo prometto anch’io — soggiunse Giusto.

Allora si avviò innanzi, verso una porta celata da una pesante cortina rossa.

La stanza da studio dello Spiro era molto semplice. Su le pareti bianche, a calce, oltre l’agenda magica erano appesi i ritratti di Eliphas Levi, di Camillo Flammarion, di Hoene Wronski, di Eugenio Dus, di Charles Fauvetry, celebri cultori delle scienze occulte. In disparte, sotto la piccola finestra celata da tendine color di cielo, era un tavolo ripieno di teschi, di storte, di alambicchi, di antichi volumi rilegati in pergamena e di altri oggetti, sacri già alla memoria degli alchimisti medioevali. Nel lato più buio della stanza era situata la scrivania su la quale giacevano carte e libri a catafascio; di fronte alla scrivania pendeva dal muro una enorme croce nera.

Osservai ancora, posato su l’uscio della camera segreta, un gufo reale che ci sogguardava fissamente dai grand’occhi gialli dall’espressione ondeggiante fra il terribile e l’idiota.

— Possiamo entrare? — chiese Giusto Sorani.

— Non ancora — rispose dall’interno Oddo Spiro.

Dopo non molto le cortine si levarono come per incanto e ci trovammo innanzi una piccola stanza tutta nera nella quale di primo acchito non distinguemmo se non una livida fiammella oscillante e un fumo bluastro e luminoso che si disperdeva sfioccandosi per l’aria. Si distinse poi, al bagliore incerto di una lampada a spirito, una lunga tavola ricoperta da un tappeto nero. Al centro della tavola era posta una stella circondata da sette cubi e ai quattro lati sorgevano: un vaso di vetro; una coppa; un fornello a spirito e una lanterna magica la quale proiettò ad un tratto il suo fascio di luce sui vapori uscenti dal fornello e ne trasse magnifiche iridescenze.

Dietro la tavola, su la parete tappezzata di panno nero, mi parve scorgere il miraggio di uno specchio situato ad arte sì da rendere come un incantesimo indefinito di tenui luci lontananti nello spazio.

— Questo è l’altare magico — disse Oddo Spiro dall’ombra.

Secondo la promessa data, nessuno fiatò. Ci aggruppammo su la porta, vinti da una curiosità nuova per le cose che avremmo vedute ed udite.

— La magia — riprese Oddo Spiro — è l’applicazione della volontà umana dinamizzata alla rapida evoluzione delle forze viventi della natura. Qualsiasi operazione magica deve comprendere almeno il seguente rituale: Dinamizzazione della volontà dell’operatore per mezzo del desiderio; purificazione degli oggetti impiegati; evocazione delle influenze benefiche dell’invisibile (angeli planetari e angeli delle ore); congedo.

Sentii il braccio di Giusto Sorani premere fortemente il mio; se non era per la promessa data non sarebbe stato improbabile che il gaio incredulo avesse rotto l’incanto.

— Passo sulla prima e sulla seconda operazione — continuò il dolce mago — e cioè sulla dinamizzazione della volontà e su gli oggetti impiegati; tali argomenti meno potrebbero interessarvi e mi soffermerò sulla invocazione degli spiriti benefici. Tutte le operazioni debbono essere compiute durante il periodo della luna crescente. L’operatore, ricoperto delle sue vesti sacre, tiene nella mano destra la verghetta e nella sinistra la spada e si pone nel perfetto centro del circolo magico tracciato sul suolo. Al suo fianco ha situato un braciere contenente carboni ardenti sui quali viene proiettando incenso mentre pronunzia la seguente formula sacra: Nel nome di Iod, Iah, Iaô, Ieve; Adaii, Eloim, Aglaon; la cosa ch’io domando si compia per volontà mia e per volontà degli spiriti invisibili dell’Astrale!

La voce di Oddo Spiro giunse dall’ombra con tanta vigoria ed ebbe una intonazione sì strana di orgasmo e di paura che Giusto Sorani si strinse al nostro braccio e non si tenne dall’esclamare:

— Gesù mio, salvateci voi!

Gli tappammo la bocca. Oddo Spiro non intese e continuò:

— Pronunciata tale formula l’operatore potrà bruciare una carta sulla quale avrà scritto il suo desiderio dinamizzato per mezzo dei caratteri geroglifici del tetragramma posto ai quattro angoli della stessa carta. In seguito conviene invocare il genio del giorno e il genio dell’ora. A operazione compita si congedano gli spiriti ringraziandoli in nome di Dio onnipotente.

Cadute le quali ultime parole, le cortine si riabbassarono e la camera magica disparve agli occhi nostri.

Ognuno di noi sorprese sul viso del compagno un muto sorriso.

— È una forma di ciarlataneria — disse a bassa voce Giusto Sorani.

— Credo lo Spiro in buona fede — soggiunse Sulpicio Alanna. — D’altra parte questa tendenza dello spirito non è nuova, riappare in tutte le epoche di maggior scetticismo e di disgregazione morale. Roma ha conosciuto i suoi maghi ben altre volte in tempi ben più grandi di questi e la città di tutti i misteri e di tutti gli Iddii non può essere sorpresa dalle cabale, dagli altari e dalle evocazioni del nostro mago. Non ostante il grido di Orazio, Roma pagana credeva nel meraviglioso; i sogni e i miracoli l’esaltavano. Il poema di Manilio su l’astrologia ebbe a quei giorni numerosissimi lettori. Tiberio proscrisse gli indovini, li fece battere, imprigionare, li uccise ma nello stesso tempo non sapeva farne senza e segretamente ne invitava qualcuno a’ suoi palazzi. La magia di allora come quella d’oggi, affermava essere in possesso di segreti per mezzo dei quali costringeva alla sua volontà le forze della natura e degli stessi Dei. Essa pure faceva risuscitare i morti. I nostri lontani progenitori attraversavano, ai tempi di Tiberio, una crisi dello spirito la quale ha molti punti di contatto con quella che agita il nostro secolo. Cadevano le antiche credenze, il cristianesimo era ancora un’alba troppo pallida; allora come non mai, nella cieca furia della tempesta imminente, le anime che per la scuola degli stoici avevano imparato a sorridere degli antichi idoli, ricercavano qualcuno, qualcosa che appagasse la loro sete di soprannaturale; tutto era buono, tutto veniva accettato con cieca fede; chi più sapeva ingannare più era considerato. Oggi avviene un po’ la stessa cosa. Si è insistito tanto e con tale assurdità nella negazione, che si finirà per credere ciecamente alle più strambe malinconie finchè un nuovo forte grido non sorga a raccogliere il gregge disperso. Per ora io non vedo simile possibilità. La Chiesa decrepita non risponde a’ suoi figli nuovi e d’altra parte non potrebbe. Il campo è e rimarrà libero per molto tempo ancora; Oddo Spiro potrà fare molti iniziati.

— Forse nei manicomi! — esclamò sorridendo Giusto Sorani.

— Anche fuori — aggiunse Sulpicio Alanna.

— Ma per studiare un qualsiasi fenomeno è forse necessario tutto quell’apparato ciarlatanesco?

— Ti risponderanno che quelle sono le uniche condizioni in cui il fenomeno possa manifestarsi. I procedimenti antichi non farebbero breccia su la sensibile anima moderna. Ricorderai, nella Farsalia di Lucano, il racconto di quella maga la quale, invasa da sacro furore, si gettava sui moribondi, sussurrava loro ciò che le piaceva ordinare alle potenze infernali poi, fingendo baciarli, li uccideva. La stessa maga, dissotterrava i morti obbligandoli a rispondere alle sue domande; toglieva loro gli occhi e compiva impunemente orribili nefandezze. Oggi le cose hanno cambiato aspetto. La parte essoterica dell’occultismo moderno non è più popolare, rivolgendosi essenzialmente a spiriti raffinati ha ricorso a forme più raffinate rimanendo identica la sostanza.

Si interruppe; Oddo Spiro era ricomparso. Notammo l’estremo pallore di cui era diffuso il suo bel volto di adolescente.

— Non vi sentite bene? — domandò Sulpicio Alanna.

— È nulla — rispose Oddo Spiro. — Tutte le volte che invoco i genii di Décan, l’emozione troppo forte mi lascia un poco spossato; ma faccio presto a riavermi; l’aria libera mi è un balsamo salutare. Usciamo?

— Certamente — rispose Sulpicio Alanna.

— A che ora abbiamo l’appuntamento con Leonello Robbia?

— Alle cinque, sul piazzale del Pincio — rispose Giusto Sorani — Non c’è da indugiare, mancano pochi minuti all’ora fissata.

Poco dopo percorrevamo la luminosa strada che dalla Piazza dell’Esquilino si lancia in linea retta fino a Santa Trinità dei Monti e si avvalla e risorge in un superbo giuoco di prospettive superando tre colli; chiusa ai termini da due steli granitici sacri alle vittorie di Roma.

***

Giù, dietro la cupola di San Pietro, gigantesca nei cieli come l’ardimento del genio che la volle, il sole, in una incomparabile ricchezza di luci, salutava la nostra terra che si volgeva verso i diademi stellari. L’ammaliamento del sommo fuoco non mai si era disteso più vasto e superbo fra nuvole ed aria a coronare la città dei magnifici.

Immensa su l’ondulare dei sette colli lanciava Roma l’arditezza de’ suoi fastigi contro la luce che li facea di basalto ed ora appariva in una cima obliquamente, ora scuriva avvallandosi come sul turbine di un mare percosso dai venti occidentali. Dietro la sua compagine, l’ultimo fantasma solare era scomparso fra un alto intercolunnio di rigidi cipressi.

Permase all’estremo cielo, nel punto sul quale le piccole cose del mondo dileguano, una vasta raggiera che si innalzò in un diffuso nimbo quasi a proiettare nell’aria, un’ultima volta ancora, la grande ombra del sole. Dall’invisibile fuoco sorse l’armonica forma stellare e le bianche nubi che spuntavano dall’oriente si orlaron di fiamma. La luce si mantenne viva per qualche attimo in uno splendore che non ebbe graduali morbidezze (chiuse l’orizzonte un lieve color ferrugigno digradante in toni d’oro e di perle fino all’alto azzurro) poi l’incantesimo vesperale si diffuse per la concava vastità.

Fu dapprima una gialla ammantatura di bellezza oltremirabile che ebbe fulgori di topazio; ma per un niente: alle estreme radici illividì; trascorse come un tremolìo d’ignee goccie, subentrò una banda più cupa che per le gradazioni dell’ametista e del berillo salì all’intensità del vermiglio; vinse le prime nubi che si sciolsero in corone di granati; portò, sui monti orientali, nimbi di incognite aurore.

Allora fu che l’Urbe apparve agli occhi nostri indimenticabilmente.

Alta sui palazzi e le chiese, su gli obelischi e le torri, più agile dei colli perchè più sola nel vuoto, la cupola di San Pietro vegliava. Da Piazza del Popolo, ultima armonia in cui si muore il digradante Colle delle Palme, prima ed oltre l’invisibile Tevere, pareva che gli edifizi in graduale ascendere mirassero all’irraggiungibile sommità. Sculta in un monte di bronzo, tratta divinamente dall’informe e costretta in un segno, come un mondo dalle disperse energie, stava, a simiglianza del ricurvo dorso di un ciclope, il fastigio della somma basilica.

Monte Mario si erigeva in fondo coronato da suoi neri cipressi e intorno: la mole di Castel Sant’Angelo, le cupole e le torri di San Giacomo e di San Carlo, l’oscura massa del Pantheon e più lontano la colonna di Marco Aurelio, la torre del palazzo Senatoriale, l’ardua facciata di Santa Maria in Aracœli si levavano nere e rossigne dalle valli o dai colli.

Altre chiese e palazzi e case si stringevano aduggiandosi, affoltandosi, costrette in una oscura marea; solo le antenne fulgevano nei cieli traendo dalla cupa vita dell’ombra tutta la loro forza di impero.

E in fondo, ultima scolta sui deserti della campagna, i cipressi del Palatino, i pini del Gianicolo stavano, enormi tede accese alla gloria del morto Iddio.

In quell’attimo portentoso non si intese parola; ci eravamo soffermati innanzi alla balaustra come su la prora di un antichissimo naviglio colti dallo stupore nel quale annega ogni piccola vanità umana: sperduti nella mirabile visione. Il tempo era spento per noi. L’eternità vive dell’attimo.

L’anima nostra esulò in quel cielo d’intensissimo fuoco sul quale Roma imperava.

Poi l’incanto decadde. Il cielo svariò, ammorbidì angelicandosi. Un’infinita gamma di toni si svolse. Vi furon laghi di smeraldo leggermente crocei ai bordi; nubi ch’ebbero il color delle opali, albe di luna nel sereno splendore; nubi rosee a vene grige, altre di una candida morbidezza di ermellino; archi di luce velati da vapori lattei fino all’estremo occidente dove, su le cose evanescenti appena, si distese una rosea dolcezza di paesaggio invernale.

E decadde ancora, sempre più: ogni tono si fuse nell’ultimo languore violaceo sul quale gli aspetti apparvero tuttavia, lievi ombre irradianti, per disperdersi poi come il sole sotto il soffio della prima stella.

Poi, d’improvviso, balzò dalla nascosta città un torrente di luce perlacea. L’anima notturna di Roma si levava dilagando.

Giungemmo in silenzio fino a piazza Santa Trinità dei Monti. Leonello Robbia si era aggiunto a noi, camminava al fianco di Sulpicio Alanna.

Trascorrevano, frusciando appena, le ultime vetture signorili; si udiva distinto il tonfo delle unghie dei cavalli e il lieve sobbalzare delle gomme sul lastrico ineguale.

Da Piazza di Spagna salivano affrettandosi e volgevano per via Sistina, gruppi di operaie; altra gente giungeva dal Pincio e si univa al fiotto continuo, traboccante, per via Capo alle Case, ai quartieri alti o a Piazza San Silvestro. Il rombo e il tintinnio dei tramway elettrici lanciati per la rapida erta di Porta Pinciana giungeva frammisto al rombo saliente della città in moto. Tutti si trovavan per le vie a quell’ora: poveri e ricchi, ammiranti ed ammirati, domati e domatori a fianco a fianco e pur tanto lontani gli uni dagli altri, più soli che per deserti.

Oddo Spiro andava un poco innanzi, solo.

Si era già soffermato ad ammirare, come soleva ogni qualvolta passasse innanzi a Villa Medici, la bella fontana che sorge a chioccolare nella sua gran vasca rotonda sotto il folto domo che forman le rame dei lecci su lei avvinchiandosi e aveva pronunziato qualche incomprensibile parola mentre gli occhi di lui arridevano sfolgorando — ora procedeva pensoso, astratto, le mani annodate dietro le reni, levando il capo a quando a quando per guardare innanzi a sè ed evitare i possibili ostacoli. Era il tipo più strano ch’io mi avessi conosciuto fra i tanti che avvicinavo in quel tempo; strano sì per il complesso di esteriorità bizzarre, come per il temperamento che aveva alcunchè di inafferrabile e disorganico. Il nome stesso denotava ch’egli non era solo della sua stirpe ad amar le stramberie.

Il viso un poco pallido era composto in una linea di virile bellezza; gli occhi azzurro chiari non avevano mai quella luce di voluttuosa letizia ch’è sì propria ai begli adolescenti i quali sanno precocemente l’amore; ma riverberavano la continua pensosità di un’anima tormentata. Sorrideva di rado; parlava a scatti e, a volte, troppo a lungo, come era solito di rimanersene muto per qualche ora. Le stesse ineguaglianze regolavano le sue apparizioni fra noi che per giorni e giorni era assiduo ai nostri ritrovi e lasciava poi trascorrere lunghi periodi senza farsi vedere. Allora Giusto Sorani lo diceva viaggiante nelle regioni dell’Astrale.

Amava circondarsi di mistero; rispondeva alle domande nostre con sorrisi ambigui e con parole evasive passando la bianca mano gemmata sui lunghi capelli castani. Tale gesto gli era abituale sì nell’intimità come su la cattedra da conferenziere. Era uno fra i più accesi apostoli della Teosofia alla quale era stato conquistato dalle prediche di un bramino. I maligni sussurravano ch’egli si fosse lasciato sedurre più dalla strana veste che dalle parole del sacerdote del Budda perchè in quel tempo Oddo Spiro non conosceva la lingua inglese adottata dal gaio indiano per le sue prediche.

Comunque fosse, ben presto salì in grazia delle esotiche signore le quali, nella loggia teosofica romana, occupavano i gradi più elevati della gerarchia buddistica e la fortuna di lui fu fatta.

Associò poi alla pura morale del Budda le pratiche del magismo, chiamò la scienza a far parte del connubio e si fece sacerdote della miscela. Siccome era bello, le signore di tutti i continenti convenute a Roma a formarvi la strana baraonda di cosmopolitismo femminile di cui la capitale si allegra, gli prestarono fede. Da quanto più lontano giungevano e quanto meno conoscevano la nostra lingua, tanto più erano disposte a vedere in Oddo Spiro un nuovo messia. Egli si accontentava temporaneamente di quel suo corteo di comete sperando in messe più larga nell’avvenire. Sperava anche poter sovvolgere Roma, la moderna Roma città dei pacifici. Così, senza alcuna fede, credo, ma con l’intima speranza di insinuare qualche dubbio nell’anima nostra, ci aveva fatto convenire alla particolar seduta dalla quale eravamo usciti qualche tempo prima più tranquilli che mai.

— Povero Spiro — disse Giusto Sorani — pare sia sempre sotto il fico di Bhodimanda a meditare come il suo maestro su la triplice scienza!

— Miss Twopower — soggiunse a bassa voce Leonello Robbia — ha parlato di lui a Gino Spada con parole entusiastiche.

— Gran mercè, quella vecchiona in guarnellino e in sottano non avrebbe a far la Monna Schifalpoco innanzi a tanta grazia di Dio!

La perenne allegria di Giusto Sorani trasse il discorso ad altri argomenti ai quali partecipammo per la gaiezza che li informavano.

Si giunse così, a passo a passo, ai Prati di Castello, dinnanzi al villino di Eduardo De Diensi. Quella sera eravamo convitati dal raffinato edonista per conoscere una nuova etera apparsa da poco a Roma.

Innanzi al cancello che separava il giardinetto dalla strada, Leonello Robbia mi chiese:

— Ci sarà anche il tuo onorevole?

— Non credo — risposi.

— È da madonna Primavera — soggiunse Sulpicio Alanna. — Non parlate dell’onorevole Miaggi?

— Sì.

— Dà un convito per madonna Primavera, su, al nuovo villino che le ha fatto costruire ai quartieri Ludovisi. Ne parlava oggi, da Aragno, Enrico Deral.

— Era invitato? — chiese ironicamente Giusto Sorani.

— Se ne parlava non poteva essere altrimenti. Si esalta la decorazione per farsene cornice.

— Il dolce esteta! — esclamò Sorani — Chi sa quali asfodeliche bambagerie avrà inventato per trar madonna Primavera a’ suoi sospiri.

— Non si attenta. L’onorevole Miaggi è di una gelosia furibonda e se il pover’uomo ha l’intelligenza di un montone è, in compenso, uno schermidore a tutta prova!

— Che bel conflitto! Lo immaginate? Il grande Miaggi, il grosso Miaggi piantato su quelle sue gambe antiche da glorioso ponte romano; così, in eroico atto di sorpassare una corrente vorticosa, il braccio disteso, la mano dal nero vello ferma su la guardia della spada, la faccia obliqua, corrugate le due atre pennellesse su gli occhiettucoli rossigni, l’ampia bocca che il riso scataverna, serrata nella dura linea della rabbia e, di fronte a lui, Enrico Deral, lo sterpo di chiospa, l’azzurreggiante debolezza, pallido d’insueto pallore, il viso oblungo, le braccia povere coserellucce, natanti nelle maniche soverchie della camicia cospicua; la bianca mano, opera di angelical perfezione, constretta nella costellata guardia del ferro ancipite; fermo nell’atto sovrastante con grazia misurata e alquanto tremebonda. Immaginate tale conflitto degli estremi posti di fronte da Monna Primavera....

— A proposito — soggiunse interrompendosi — v’è fra noi chi sappia il perchè il gentilissimo nome della donna del Cavalcanti sia stato affibbiato ad una impudica ètaira?

— Chiedilo ad Oddo Spiro — disse Leonello Robbia.

— È opera tua? — soggiunse Giusto Sorani rivolto al taciturno.

— No — rispose Oddo Spiro.

— Eppure l’Ines non deve conoscere la letteratura del trecento!

— In ciò sta il meraviglioso! — esclamò d’improvviso Oddo levando il capo e le braccia. — Ella si chiamò così una sera mentre era in uno stato ipnotico, noi presenti. Lo spirito le suggerì il nome gentile che le fu poi conservato.

Oddo, Giusto e Sulpicio si avviarono su per le scale luminose. Leonello era rimasto un poco indietro con me.

— Ed ora — mi chiese — non lavori più per l’onorevole Miaggi?

— Bisogna gli serbi riconoscenza — risposi —. Grazie alla tua cara amicizia è stato il primo ad aiutarmi. Senza l’aiuto dell’onorevole Miaggi chi sa quante altre amarezze mi sarebbero toccate! Del resto paga cara la vanità di apporre il nome su cose non sue; ma non si lamenta. A me non costa troppa fatica il lavoro che mi chiede, poi mi rimane tempo da dedicare agli studi miei.

— Lavorerai molto?!

— Un poco, sì; ma, come vedi, non ne sono affranto se ho in mente le distrazioni. Il tuo mondo mi seduce, è così nuovo per me, mi abbaglia.

— Te ne stancherai presto.

— Chi sa? Lo conosco troppo poco. C’è qualcosa che assopisce in tutta questa mollezza, qualcosa che addormenta e mi pare temerne talvolta; ma è troppo più forte la gioia che me ne proviene.

Eravamo giunti alla vasta anticamera che si apriva al sommo delle scale, illuminata da una ricca lampada in ferro battuto. La luce scendeva tenue e varia pei vetri colorati. Giungevano, da una stanza vicina, accenni musicali destati come da una mano che, tutta lieve, scorresse la tastiera di un pianoforte. L’aria era tepidamente primaverile. Un senso di benessere, un’intima ebbrezza m’invase; avevo la chiara sensazione di risorgere, di rinascere; il mio sangue era sospinto da una nuova giovinezza aperta a un subito vento d’infiniti desideri ignoti al mio spirito per l’innanzi. La via percorsa si oscurava; le cose del passato dileguavano; la gioia mi aveva chiamato alle sue ricche soglie e m’invitava nel suo regno di incantesimi.

Ero giunto come un ignaro che stupisce dapprima, si adombra, teme poi, affinatosi un poco, anima di tutto il suo entusiasmo la nuova vita che lo accoglie. C’era tant’ombra, tanto male appena un passo dietro me (sì vicino che ne sentivo tuttavia la soverchiante minaccia); era stata sì fiera la mia prova che me ne tornava l’incubo nel sogno. Quante volte ho rabbrividito pensando ricadere! Quante volte un’onda di pessimismo, ridotto a vana speranza qualsiasi affidamento sul mio ingegno, mi dimostrava essere io zimbello di un’effimera fortuna che poteva volgersi da un attimo all’altro per lasciarmi sul punto di prima nell’aspra lotta per il solo pane! Eppure il contrasto mi rendeva più bella la conquista.

Si era dischiuso innanzi agli occhi miei, all’anima mia, sitibonda di sensazioni nuove, una via impensata che avrei voluto percorrere con la vertigine del desiderio. Mi pareva allora che tutta una vita non sarebbe stata sufficiente a comprendere in sè gli infiniti aspetti della gioia. Volevo dissetarmi, essere ebbro; un’ansiosa concupiscenza mi sospingeva per tutti i miei sogni che tornavano ad arridermi vicini, nel campo del possibile. Avevo la fede dell’ignaro, la semplicità del solitario.

Era trascorso qualche mese dal mio primo incontro con Leonello Robbia; lavorando con assiduità da benedettino avevo condotto a termine in poche settimane il breve studio esegetico su le opere di Seneca e, incorato dai guadagni e dalla stima dei nuovi amici, avevo compito, per conto mio, altre piccole cose, le quali, per la loro freschezza nuova, avevano sollevato una certa curiosità intorno al mio nome. Ciò mi valse quale titolo per entrare nella società che praticava Leonello Robbia. Vinta la prima renitenza, il nuovo ambiente mi sedusse; ne vidi unicamente l’orpello.

E vivevo dimentico a volte, a volte in aspra lotta con me stesso. Oh anima mia tormentata; piccola nave sobbalzante sul fiotto della vita!

Per due volte Omero era salito al mio quarto piano per dirmi che Serenella mi aspettava, che egli l’avrebbe fatta uscire dal convento quando io lo desiderassi e per due volte l’avevo pregato attendere scusandomi col presentare un poco lieto quadro delle mie finanze.

— Sta bene — disse Omero e vidi gli occhi suoi farsi d’un subito freddi come l’acciaio. — Sta bene, verrai quando ti piacerà. Sai dove trovarci.

Era partito senza aggiungere parola e da quella volta non era tornato più.

Trascorse un mese senza ch’io salissi la solitaria via dell’Aventino; il lavoro assorbente mi fu valida scusa, blandì il rimorso.

— Andrò — mi dicevo — non posso affrettarmi. Ella sa ch’io lavoro per lei.

In vero un sentimento tutto nuovo sorgeva in me di giorno in giorno più forte e mi costringeva al suo fascino. Un’egoistica freddezza s’impossessava del mio pensiero, di tutto l’essere mio il quale, in un nuovo ardore, aspirava all’intera sua libertà. Non volevo limitare la mia vita al poco, precludermi le vie di gioia che si schiudevano; starmene nell’ombra col tormento di non aver vissuto mai. Era troppo arida la mia bocca ed avida, sitibonda si appressava alla ricca fonte del piacere. Per gli occhi miei tutto era nuovo: gli aspetti, gli uomini, le cose e, alla prima meraviglia, era subentrata nell’anima mia una ferma volontà di partecipare alla squisita raffinatezza di vita che avevo intravveduta.

La giovinezza è un volo, un rapido volo pei cieli: avessi potuto compierlo almeno in un grido festoso e salire salire fin dove l’occhio più spazia. Non mi sarebbe mancata forza a reggere al mio ardimento.

La turbolenza di un tempo che mi aveva sospinto ad emigrare dalla mia terra per il sogno della fiera libertà, si ridestava, saliva agitandomi, mi sospingeva verso l’ignoto nel quale era tutta la gioia, l’unica gioia non trovata mai, pensata solo nell’ardore di qualche desiderio superbo. Un nuovo orizzonte si dischiudeva per me ed io non avrei saputo volgere gli occhi altrove, pensare al passato, ritornare su’ miei passi per conchiudere volenterosamente la mia giovinezza entro un fissato confine. Ma se avevo avuto sempre in orrore i limiti? Se era, l’anima mia, come un’acqua che deve defluire perennemente per serbarsi limpida? Quale sentimento, quale egoismo potevano costringermi al giogo, all’inerzia, alla morte? Andare sempre, come diceva l’insegnamento del mio rude maestro, di terra in terra, senza meta, e soffermarsi appena per riposare, e riprendere la strada verso il punto lontano nel quale la sorella buona ti attende al limite delle nebbie per condurti alla grande soglia, questa la vita!

Così, non altrimenti volevo. Tutto l’essere mio consentiva in un impeto gagliardo in tale volontà. Temevo la solitudine forse? Quand’anche tutti mi avessero abbandonato e la miseria, ed ogni dolore, ed ogni sofferenza fosse giunta con le sue più sottili torture a martirizzarmi, non mi sarebbe rimasta l’anima mia che il male non lede, che è come il puro fuoco eterno? Solo, con lei, avrei potuto morire sdegnosamente, sotto l’ombra di qualche albero taciturno proteso su la mia via solitaria.

Ma che cosa mi aveva chiesto Serenella? Niente. Taceva nella sua quiete senza interporsi, senza avvertirmi della sua presenza; così sarebbe morta tutta chiusa nel suo sogno d’amore come in una suprema virtù dell’essere. E non era in tale silenzio della creatura debole e mite, un vero eroismo?

Chi sa fra quali stenti aveva errato per raggiungere il suo bene che ora le sfuggiva. Io dimenticavo. Innanzi a me era la vita, ma Serenella era sola, nel silenzio di un chiostro ed altro non poteva sperare s’io le fossi mancato. Non era piuttosto un freddo egoismo e una sciocca ribellione che mi sospingevano a trascurarla?

Inoltre ella era un’anima ed una coscienza e una forza; taceva per il suo giusto orgoglio ed io vedevo in lei il dolore disceso nel mondo a dimostrare la superba divinità dell’amore.

A volte tale insistenza del pensiero di lei che definivo allora sentimentalità morbosa, mi indispettiva; ma perchè non avrei dovuto raggiungere il pieno sviluppo della mia personalità? E s’io cedevo alla voce del cuore, non mi sarei perduto in una incessante penosità di vita, non avrei dovuto rinunciare, per i nuovi obblighi dell’unione mia con Serenella a tutto ciò che poteva promettermi l’avvenire? Non mi sarei precluso mille vie, non avrei soffocato in me molteplici volontà le quali avrebbero potuto nel poi, rivolgersi in odio contro lei che nulla intuiva di tale mio grande tormento?

Mille tentazioni mi assediavano, mi erano d’attorno per assillarmi di continuo; meglio era ceder loro per liberarmene.

E una sera volli esser sincero con me stesso e mi chiesi s’io l’amassi ancora; se tutto il mio tergiversare non fosse l’ultimo risultato dell’amore morto.

No, così non era, non l’avrei dimenticata. Ora più che mai sentivo di amarla perchè un’avversa corrente mi trascinava lontano da lei. Erano in me due anime: l’una sitibonda di vita, eternamente insoddisfatta, chiusa ne’ suoi desideri per un’egoistica volontà irrefrenabile; educata dalla violenza degli elementi ebbri di una libertà che non trovano se non nelle tenebre del caos; l’altra rinchiusa nell’armonica concezione dell’amore per cui tutto rifulge che è vita.

E si soverchiavano in una lotta che non aveva tregua onde seguiva la mia eterna vicenda del giungere e del ripartire.

***

— Verrà? — chiese Leonello Robbia.

— Forse sul tardi — rispose De Diensi.

— E.... è molto bella questa tua Sara?

— Divina, semplicemente divina!

— È bionda?

— No.

— Bruna?

— Non voglio togliervi la verginità dell’impressione. La vedrete.

— Come mai rinunzi, una volta tanto, all’arte della tua parola?

— Me ne sarete grati. La bellezza di Sara non si descrive. È come un impeto di sole: abbaglia.

— E.... particolari su la sua vita?

— Nessuno.

— Ma da quale parte viene?

— Non si sa.

— È italiana?

— Credo.

— E chi l’ha lanciata?

— Il marchese di Narva; ma per un caso strano che vi racconterò poi. Certo ella è pari al mistero che l’avvolge. Io ne ho ancora accesa la mente e il sangue. Sul conto di lei corrono le più strane leggende.

— Per esempio?

— Si dice ch’ella sia un’emissaria di una nazione estera. Sarebbe venuta in Italia con importantissimi incarichi.

— Davvero?

— E ha fatto capo al marchese di Narva? — chiese Giusto Sorani, incredulo.

— Vi ho detto che è una leggenda. D’altra parte tutto ciò le forma una cornice simpatica. Sara, per conto suo, parla pochissimo, si direbbe quasi muta e non fa male, conserva intatto il fascino della sua bellezza.

— Che ne dici Oddo? — chiese Giusto Sorani volgendosi al giovane che stava seduto in disparte senza interloquire.

— Egli è puro — rispose il De Diensi — non ha peccato ancora, ciò che vuol dire ch’egli è un raffinato della concupiscenza.

Oddo Spiro non rispose, alzò gli occhi verso una riproduzione della Vittoria di Samotracia ed ebbe un sorriso ambiguo. Si era abbandonato sui ricchi cuscini di un divano situato nell’angolo più oscuro della vasta stanza ottagonale rivestita di tappezzerie stile rinascenza; dietro lui ricadevano le ricche pieghe di una tenda di seta olivastra a disegni azzurri.

Eduardo De Diensi volse un poco il viso composto e gelido, bello nella sua linea classica, ed animato stranamente dagli occhi, neri come l’onice; fissò Oddo Spiro e riprese:

— Eppure potreste avere la vostra giovinezza ricca di tutti i tesori; nulla vi si negherebbe perchè possedete il massimo fra i beni: la bellezza.

— È cosa effimera — rispose Oddo Spiro.

— È tutto! — soggiunse De Diensi attardandosi su le parole quasi a compiacersi del suono della sua voce, la quale aveva, come quella del flauto, squisite morbidezze e cadenze dolcissime.

— Per voi edonisti è tutto, non per noi. Io vorrei già essere vecchio per aver raggiunto quel termine di sapienza che vedo sì lontano ancora. Può forse commuovermi un bene passeggero? Dovrei rinunziare all’infinito bene della conoscenza per la semplice grazia di un’ombra? Voi vivete di vanità, anzi vi siete fatti una veste della stessa vanità. La vita vi accieca. Noi siamo reincarnati per redimere le colpe della nostra passata esistenza. Solo coltivando l’ideale che è in noi possiamo costituirci il futuro destino. Inoltre gli esseri umani non sono che le cellule dell’umanità; ora un uomo non può essere assolutamente felice finchè altri uomini soffrano. Per me ciò è assiomatico.

E dopo una pausa soggiunse:

— Vorreste forse negare anche la nobiltà della mia fede?

Eduardo De Diensi sorrise. Era appoggiato al pianoforte e veniva togliendo da un fascio di alburni che emergevano da un’anfora di cristallo azzurro, qualche corolla. Rispose volgendo gli occhi verso i fiori:

— È sempre nobile il motivo che vi spinge a compire una cosa sciocca.

— Ed è per raggiungere il tuo ideale — soggiunse Giusto Sorani — che hai turbato il sonno secolare della piccola Creperèia Triphaena?

— Chi è questa tale? — chiese curiosamente, sporgendosi, Leonello Robbia.

— Io vivo di quella memoria — rispose Oddo Spiro impallidendo. — Il mio amore è nell’infinito con lei. Io so che innanzi a quell’arca fredda in cui la sua giovinezza spenta posò tanti secoli or sono, un acerbo dolore si risvegliò nell’anima mia. Non ero, come tutti voi, di fronte ad una cosa muta, estranea che non ha altro valore se non quello dell’antichità; io mi trovavo ricondotto alla sofferenza di una vita molto anteriore. Voi non potete intendermi. Io la venero, sì, la piccola Creperèia. I parenti la coprirono d’oro quando fu morta, io le copro l’arca di fiori e le porto le mie parole più belle. Questa purezza vi offende, lo so; voi impiegate la vostra forza nervosa nel soddisfacimento di basse aspirazioni di passioni inferiori, io spiritualizzo il mio ideale. La mia gioia vi è estranea come la breve arca bianca nella quale posa il corpo di lei, la sua polvere. Ella ha raggiunto le regioni dell’Astrale ed io l’ho eletta a mia guida nel cammino difficile di questa vita e per ciò che le feci soffrire quando visse, tanto più soffro ora. Non potrete intendermi, ma il mio amore ha la purezza delle cose eterne, è come un fiore degli astri, vorrei morirne!

Appoggiò i cubiti ai ginocchi; nascose il viso fra le palme. Le sue dita, internandosi fra i capelli, li divisero in ciuffi salienti.

— Voi vivete in un inganno — riprese Eduardo De Diensi — ed io non vorrei distogliervene. Vi siete composto un sogno meraviglioso e folle sul mistero dell’irreale e irridete noi. Siete troppo giovane ancora per dire: di qui non passerò. Certo è, e ne converrete forse, che il profondo mistero della terra è nel visibile.

Dopo una breve pausa riprese:

— Voi esaltate e osservate la castità credendo seguire una superior legge della natura e di qui ha principio l’inganno. La natura se ha una voce e una legge l’esplica continuamente nel grido del piacere. Tale è la sua volontà imprescindibile, imperiosa, sopraffacente. Se vi prenderete la pena di considerarla un poco, potrete accorgervi che è l’unica volontà che dobbiamo intendere con piena intelligenza. Anzichè combattere il piacere e cercare un continuo martirio che non vi condurrà mai ad alcun profitto e vi farà aspro e con voi e coi simili vostri, cercate la compiuta soddisfazione dei desideri che germogliano, che rampollano numerosi dall’anima vostra come i fiori dal mandorlo allorchè giunge la primavera; concedete a voi stesso ogni cosa che possa piacervi: solo quando sarete soddisfatto potrete dire di esser buono ma con voi, non coi vostri simili. Che cosa può significare per l’anima vostra codesta massa amorfa? Voi siete solo nella vita e non potrete essere inteso mai dagli uomini che vi stanno intorno, immersi nelle tenebre. Gli uomini sono, nella maggior parte, spiriti meschini combattuti da antiche, sciocche paure. Iddio li minaccia dal cielo; la società su la terra: fra lo spavento delle due mani tese vivono compressi, sciocca nidiata implume. Vorrete esser da tanto? Vorrete mutilarvi, rinnegare voi stesso? Aggiogarvi alla ferrea catena secolare? Unirvi al nero gregge che va per il suo brago dalla cuna alla tomba? Ah! ascoltate il grido della vostra giovinezza; assecondate l’impeto del piacere; fate a qualunque costo di tutti i vostri sogni una meravigliosa realtà. Non vi avvelenate nella rinunzia cieca. Il martirio che vi imponete oggi potrebbe esservi amaro, troppo amaro domani quando l’immonda vecchiaia verrà a deturparvi il volto con le sue mani adunche e scioglierà la vigoria della vostra persona, e vi farà una brutta, una orribile cosa dolorante alla quale non vorrà togliere la triste eredità del pensiero. Voi credete nel peccato; ebbene, se vorrete essere sincero, non potrete nascondermi di aver peccato con l’intenzione. La cosa è brutta, rientra nel dominio dell’ipocrisia. L’atto stesso che chiamate peccato, qualunque esso sia, è, per me, un lavacro di purificazione. È un tormento che cade.

Si interruppe ancora; sedette sul divano disposto vicino al ricco pianoforte; trasse da un astuccio dorato una sigaretta, l’accese e dopo aver aspirato il fumo azzurro riprese:

— Non voglio persuadermi però; sarebbe immorale. Non voglio in qualsiasi modo farmi di voi una eco dell’anima mia. Mi permetto consigliarvi: d’altra parte so troppo bene che non intenderete.

— Ditemi — disse Oddo Spiro levando il capo — e con tutta franchezza: la vostra coscienza non vi turba mai, non vi lascia perplesso talvolta?

— Volete dire la coscienza come movente morale? Non mi turba, no; per me è cosa perfettamente trascurabile. Io so che se una volta sola avrete il coraggio di vincere il Medioevo che vi opprime e commetterete un grosso peccato per il quale potreste mettere in piena rivolta Iddio e la Società, ritornerete allo stesso peccato più volte, con gioia sempre nuova. Questa è la verità semplice. Noi viviamo in un eterno inganno.

Sulpicio Alanna che era rimasto fino allora silenzioso, intento a sfogliare, innanzi al pianoforte, lo spartito di un’opera di Wagner, levò gli occhi dal ricco volume:

— Ognuno vive secondo l’inganno che più gli conviene — disse. — Tu stesso non senti la sincerità delle dottrine che esponi.

— Io sento la loro bellezza e ciò mi basta. La sincerità può essere talvolta degli apostoli, è sempre un dono dei poveri di spirito. Bisogna rinchiudersi nell’angusto ambito di una qualsiasi morale per essere sinceri e questa è già una povertà di spirito. Io non mi preoccupo affatto delle vostre finzioni. Un uomo, se è una persona di ingegno, comincia con l’ingannare sè stesso per raggiungere la sincerità della sua finzione; rinunzia a una gran parte possibile di godimento; si imprigiona. Bisogna provar tutto, foggiarsi a tutto con uguale indifferenza. Una cosa sola è degna di esser presa sul serio ed è il tuo Io. Ciò basta. Non sentite forse tutto il ridicolo di chi assume seriamente un qualsiasi atteggiamento morale? Vi sono nemici dei pregiudizi che non s’avvedono di esserne schiavi; spiriti liberi che la morale incatena. Il controsenso è frequentissimo e passa inavvertito. Pochi hanno il coraggio di vivere all’infuori di ogni legame; unicamente per il loro piacere.

— E quando la giovinezza sarà trascorsa? Quando il piacere avrà esaurito tutti i suoi fascini e la sua tentazione scuoterà invano il tuo corpo disfatto allora la tua fredda logica non ti sarà tormentosamente amara?

— No — riprese sorridendo Eduardo De Diensi — no perchè non avrò rimpianti. Potrò guardare sorridendo al mio passato. Io svolgo il mio sogno d’arte nella mia vita. La bellezza per me è una cosa tangibile, vive al mio fianco, è mia. La visione di questa armonia ch’io compongo per me stesso nel breve periodo che natura ci concede per la gioia, mi accompagnerà fin ch’io viva. L’artista, normalmente, rinunzia a tutto per gli altri e si appaga del contributo di ammirazione che il gregge gli tributa; credi forse ne valga la pena? Perchè avvizzire l’anima tua ponendola a contatto con quella de’ tuoi contemporanei che non la potranno intendere? Che ne sa dell’amore e del piacere tutta questa gente che è volgare anche quando si uccide? Ma tendi un poco l’orecchio alle voci che ti giungono dal basso: sentirai, ovunque volga il capo, i piagnistei della pietà, la quale, oltre essere un sentimento inferiore, è la perpetua esaltazione di tutto ciò che è brutto, deforme, schifoso. Viviamo in un secolo che si allontana dalla bellezza, che non ne conosce il benchè minimo aspetto; in un secolo povero e ributtante; meschino e vile in cui l’altruismo è levato a grido fra piangevoli querele e grottesche minacce. Che cos’è mai un altruista se non una piccola medusa che assimila i colori del gran mare e vi si perde? Abbiamo perduto il senso della gioia e del riso; solo l’insuperabile Grecia ne conobbe tutto il valore e lo esaltò. Ora l’uomo conosce ed esalta il suo pianto; è quindi la più meschina fra le creature nate. Che vale affannarsi e cercare la sua approvazione? A che ti servirebbe la tua intelligenza in tal caso? Io ti ripeto che può dirsi unicamente un organismo superiore quello che cerca moltiplicar la vita fin dove lo assista la sua potenzialità; e ascolta la voce dell’unica madre; e tutto accoglie in sè senza nulla concedere alla volgarità della folla. Siate come la quercia millenne: ella estende intorno le radici per un raggio immenso e nessun’altra pianta può crescerle vicina perchè tutti i succhi della terra salgono alle sue cime. E si lancia sotto ai cieli al di sopra di tutte le cose viventi e veggenti: è forte, è unica; il regno dell’azzurro è suo. Se la morte si sofferma a’ suoi piedi ella ride. L’anima di lei è in alto, sotto gli iridati archi del cielo. Per l’altezza che ha attinto non può volgersi a sogguardare le cose che gemono nell’ombra che getta su la terra. Il suo destino è il dominio, la sua legge è la gioia di vivere. Ella adempie il suo diritto alla vita possentemente e quando la folgore l’abbatta, precipiterà nel grido della sua grand’anima solitaria e ancora le piccole cose intorno a lei ne temeranno.

Dopo una brevissima sosta riprese:

— No, la vecchiaia e la morte non saranno per me tormentose se potrò vivere così, come la quercia fatale.

Nessuno disse parola poich’egli tacque; ognuno di noi parve acconsentire. Così non era. Il fascino ch’egli esercitava ci lasciava stupiti come sotto l’azione di un narcotico. Dalle sue parole si dipartiva un profumo strano. La voce languida e penetrante, accesa da una musicalità voluttuosa, sapeva le vie per le quali si scuote la mente e la si intorpidisce nel fascino, e gli occhi di lui assecondavano lo squisito suono delle parole; pareva che tutta l’anima sua, accesa e tranquilla, vibrasse nel breve arco di quelle pupille nere in un profondo senso di gioia.

Mentre parlava, avevo osservato tutti i volti intenti al delicatissimo suono delle sue parole; era una conquista lenta e sicura. L’anima sua si espandeva in noi come un’onda di armonia, senza impeti sopraffacenti, invisibile essenza propagantesi per virtù maliarda. A volte mi sentivo scosso come se una voce mi avesse tolto dal sonno di soprassalto; un profondo turbamento avveniva in tutto l’essere mio; ogni pensiero era sovvolto da quella concezione edonistica della vita. Una nuova ebbrezza mi stordiva.

— Alanna — disse Giusto Sorani — aspettiamo ancora il duetto del Tristano.... siici cortese!

— Anima la superba strofe del senso, te ne sarò grato — soggiunse De Diensi.

Nel silenzio i primi accordi si tolsero lievi, si espansero dolcemente preludiando all’indicibile spasimo d’amore. Poco tenne il sospiro chè crebbe incalzando, si perse nel magnifico canto in cui il Titano raccolse la sua passione, la passione del mondo. Socchiusi gli occhi; vidi gli oggetti lontani svanire pigramente nella penombra. Un’aureola d’oro scendeva dalle lampade elettriche, foggiate in vivi grappoli di strani fiori iridati, ad arricchire i contorni delle cose. Vidi un antico paravento di cuoio di Cordova, un’anfora di agata nebulata entro la quale cadevano sfogliandosi alcune rose gialle, un lembo degli arazzi dai vivi colori di fiamma (gli oggetti che mi erano più vicini) disperdersi in quella luce calda e diffusa.

Un sottil senso di piacere dilatava l’anima mia; ogni rigidezza dileguò dinanzi dalla mia mente per il fascino del canto divino che si innalzava accendendo una voluttuosa letizia. Dava tanta dolcezza il soavissimo grido che ogni viso intorno ne smoriva. Come chiusi gli occhi, Serenella mi riapparve.

***

La cena offertaci da Eduardo De Diensi volgeva al suo termine e l’animazione era grande.

— Non giunge ancora la tua vaghissima incognita? — chiese Giusto Sorani. — Io ne ardo già prima di conoscerla. Deve avere qualche pregio singolare se può piacerti.

— L’unico pregio che possano avere le donne è quello di essere decorative e Sara è meravigliosamente decorativa.

— È interessante?

— Interessantissima perchè sa assolutamente nulla.

— È troppo poco — disse Oddo Spiro.

— Ciò che basta perchè possa piacere. La sua insipienza le fa nascondere la terribile superficialità del suo sesso. Ella tace.

— Una bella statua, allora! — esclamò Leonello Robbia.

— Ti pare poco? — soggiunse Giusto Sorani.

— Riducete a una miseria del senso anche l’essere più gentile che ci abbia dato Iddio! — gridò Oddo Spiro scattando.

Un breve riso accolse le sue parole.

— Ma se affetti di essere misogine? — ribattè Giusto Sorani.

— Non potete intendervene — aggiunse Sulpicio Alanna — perchè, stando alle vostre dichiarazioni, anche il vostro amore persegue l’irreale. Suppongo non abbiate scambiato mai parola con Creperèia Triphaena!

— Non turbate la sua pura memoria — ribattè vivacemente Oddo Spiro. — Non è questo il luogo nè l’ora più adatta a parlarne. Vi prego. Il mio amore è un sogno e sta bene; ma ho accostate anch’io molte donne del mio secolo e non ne ho riportato l’impressione disgustosa....

— Ma niente affatto disgustosa! — interruppe Giusto Sorani.

— È un ragazzo incorreggibile — soggiunse De Diensi sorridendo.

Oddo Spiro strinse il capo fra le spalle e tacque. Furon servite le frutta e corse ancora per le scintillanti coppe cristalline la bionda effervescenza dello champagne. L’animazione del conversare si faceva più viva.

Sulpicio Alanna aveva composto coi tralci d’edera e coi fiori di cui era cosparsa la tavola una ghirlandella bene contesta.

— Vuoi coronarne De Diensi? — chiese Giusto Sorani.

Alanna si levò dirigendosi verso una statua di Antinoo che sorgeva nella penombra della sala, compose su la fronte dell’efèbo, che la follia di un Augusto divinizzò, la sua ghirlandella e disse rivolgendosi:

— Alla gloria di tutto ciò che è straordinariamente bello!

— E al prestigio della Bellezza quale fatto assoluto; divina e tangibile espressione del Piacere! — rispose De Diensi.

— Fate che non vi senta Oddo Spiro! — esclamò Giusto Sorani.

— Per conto mio non v’intendo nè mi piacerebbe intendervi — rispose Oddo — Noi ci troviamo agli opposti poli; non sarà mai possibile un qualsiasi punto di contatto fra noi.

— Credo che Duccio della Bella, il taciturno — riprese guardandomi — tenda piuttosto alla mia via anzichè alla vostra.

— Io vivo nella mia perfetta indifferenza — risposi —. Tutto mi interessa perchè è nuovo per me. Mi guarderei dal prendere un qualsiasi partito precipitosamente.

— Della Bella fa dell’arte ma non saprebbe viverla — aggiunse Giusto Sorani.

— Come vedi, tento partecipare alla vostra vita!

— Quale curioso.

— Certamente. Sarebbe ingenuo pretendere che un uomo potesse spogliarsi del suo passato come di un nulla.

— Sapete — disse Leonello Robbia — Albula, la ninfa delle maremme, ci abbandona.

— E dove va? — chiesero in coro i compagni.

— Segue il suo pittore, il russo, che se n’è invaghito perdutamente e la sposa.

— Glie lo avrà promesso — disse Giusto Sorani.

— E terrà fede — soggiunse Alanna. — Questi stranieri sono a volte prodigiosamente ingenui e profondamente morali.

— Del resto la stessa sorte è toccata ad Annuccia ed a Bibiana — riprese il Sorani.

— Bibiana? Quella che sposò il pittore malese? — fece Leonello Robbia.

— Lei. Era tanto bella! E quel ceffo obliquo l’uccise!

— Fine sentimentale che invaghirà chi sa quante altre! — commentò De Diensi — Le donne ti amano tanto più quanto più le tratti crudelmente. La loro intelligenza inferiore non concepisce che la schiavitù. Ucciderle, nel loro concetto, significa adorarle.

— Bibiana non era affetta da romanticismi — disse Leonello Robbia.

— Come le venne in mente allora di abbandonare la gaia comitiva per seguire quell’Otello mongolico? — chiese Sulpicio Alanna.

— Era ricchissimo.

— Poteva procurarsi bene altrimenti la ricchezza. C’è sempre qualche unione molto più elegante del matrimonio — conchiuse a commento Eduardo De Diensi.

— Si dice fosse innamoratissima del suo Malese.

— Che donna noiosa allora! — riprese De Diensi —. Una fra le tante che hanno troppo spesso su le labbra la parola sempre e mirano all’eternità! Sono le più terribili nemiche dell’uomo; lo distruggono semplicemente; gli tolgono ogni personalità. Qual’è mai quel sentimento che non debba aver termine? Conviene sapere apprezzare il passato, lasciargli un fascino. Solo una nullità può amare una volta sola e la grande passione è il patrimonio dei meschini. La donna è un essere grazioso appunto perchè dimentica facilmente, in massima. Questo è il suo fascino maggiore. Dopo tutto anche l’amore parsimonioso, è cosa che può divertirci.

A questo punto un servo si accostò a parlare sommessamente al De Diensi il quale rispose:

— Falla entrare.

— È Sara? — chiese Giusto Sorani.

— Credo sia lei.

— Benvenuta, benvenuta!

— Brinderemo alla sua bellezza!

— Ed al suo silenzio!

— Me ne son creata una immagine strana; mi aspetto vedere una maga — disse Sulpicio Alanna.

— Non ti inganni — rispose De Diensi.

— Di quale colore ha i capelli?

— E gli occhi?

— Saranno foschi, immagino, — disse il Sorani — foschi e profondi e terribili nella voluttà!

— Immaginate una lucida malachite stupendamente venata di nero — esclamò De Diensi. — Io non ho visto mai cosa più bella!

— Sono un poco obliqui?

— Hanno la grazia di una foglia di loto.

— Ricorderà Rodopis!

— No, una bellezza egiziaca!

— Venere Anadiomène!

— Eccola! — sussurrò De Diensi.

Tutti tacquero. Ci rivolgemmo protesi. Le portiere ondularono lievemente, poi si scostarono levandosi in due bande e nell’armonico vano apparve l’incantevole bellezza.

Ebbi l’improvvisa sensazione di perdere tutto il mio sangue; un intensissimo gelo mi corse per la nuca, per le reni; mi levai scattando e feci per gridare:

— Sita, Sita! — ma gli occhi suoi, ch’ebbero un inusitato lampo di preghiera, mi trattennero, mi avvinsero.

Ricaddi a sedere. Ella avanzò fra le voci che l’acclamavano.

Aveva una veste del color verde tenero delle acque; sbocciava la persona da quell’involucro lieve, in tutta la sua bellezza altera. La gran fiamma rossa de’ capelli si spartiva a incorniciare la grazia del pallido viso alabastrino, quasi immobile, fermo in un segno di dominio. Gli occhi verdi, grandi, obliqui, mettevano subite luci ed ombre cupe su la freddezza di quel viso, e così le labbra vermiglie, stranamente accese. Era alta, magnifica; pareva discesa da una reggia. Negli occhi di lei come in tutta la persona era la forza imperiosa che l’avea condotta sempre a trionfare.

E l’udii parlare (anche la voce era grave e dolcissima) e vidi con quale tatto sapeva reggersi tra quei raffinati.

Destò in breve una comune follia.

Sul tardi, mentre sfogliavo un volume, in un salottino attiguo alla sala del pianoforte, sentii all’improvviso il soave contatto di un braccio nudo che passava attorno al mio collo e una voce carezzevole vicina al viso:

— Duccio?

Mi volsi. Sita era curva su me. Ah maravigliosa maschera d’amore!

— Mi perdoni? — mi chiese e vidi il sorriso de’ suoi denti bianchissimi su le labbra vermiglie troppo vicine al mio volto. — Ho sofferto tanto; mi perdoni?

Ella scendeva nel mio sangue, mi stordiva.

Si avvicinò ancor più.

— Non mi tradire! — sussurrò; poi la sua bocca come una morsa tenace mi baciò, mi morse su la bocca; le sue braccia mi strinsero nella loro carezza fremente; i suoi grand’occhi si arrovesciarono leggermente.

La fatale maliarda aveva gettato il terribile incanto. Vi caddi abbrividendo come per il bacio della morte.