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Il Cantico

Chapter 23: XX. Il piacere.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

XX. Il piacere.

In quale nuova invincibile illusione ero caduto? Dove mi aveva tratto mai la flammivoma chimera, il meraviglioso mostro dell’infinito? Sentivo esattamente l’inganno nel quale vivevo e una vaga ansietà si dibatteva in fondo all’anima mia senza vincere il nuovo senso d’insofferenza sorto in me per ogni dubbiosa voce, per ogni improvviso richiamo della coscienza.

Un orgasmo fisico spinto alle sue estreme conseguenze, mi teneva di continuo. La mia giovinezza casta si era ridestata avvolta in una turbinosa fiamma; il senso della vertigine la stordiva inebriandola.

Non pensavo, non volevo pensare; vivevo in una terribile discontinuità psichica, preso dall’impura violenza del senso; ogni mia visione era torbida, affannosa, ritornava per mille vie agli stessi aspetti, agli stessi atteggiamenti, agli stessi deliri della voluttà; una diabolica follia mi traeva per l’ardente roveto nel quale fra aspre grida e contorcimenti si consuma l’insaziata concupiscenza farneticando.

Era una crisi impetuosa e ottenebrante dalla quale non sapevo poter sorgere ancora.

Ne ho l’immagine di una piovra orrenda dagli innumerevoli tentacoli che si protende blanda, carezzosamente ti avvolge, ti stordisce e non ti lascia un attimo, anzi moltiplica i suoi baci, ti stringe, s’avvinghia, s’incanisce furiosa e fremebonda finchè non t’abbia distrutto. La terribile contaminazione trae di continuo il suo fosco popolo disfatto alla follia ed alla morte.

Ma allora ero ebbro; la stessa mia castità aveva affrettato il fenomeno fisiologico; da un perfetto stato di calma ogni mia forza era trascorsa nel delirio; si era levata in me, squassando le fiammanti chiome, l’ombra obliqua e superba del piacere infrenato e faceva vibrare spasmodicamente il mio giovane corpo come una tesa minugia; si era levata simile a persona che superata a fortissimo stento un’erta precipitosa e dirupante, raggiunge di un balzo la cima, ivi s’impianta e dominando rimane.

Le mie avide labbra tese agli orli dell’aurea coppa indelibata tremavano per la siziente bramosia e quanto più avevo tanto più desideravo. Ricordo il breve trascorso come attraverso l’incubo di un’altissima febbre.

Sconvolto dalle dottrine edonistiche, non trovavo freno che bastasse al mio dirupare. La dispoglia nave correva perdutamente alla deriva nel mare tempestoso ed oscuro.

Era quella dunque la finalità che mi ero imposta di continuo nella vita avventurosa e tribolata? Quella la gioia, quella la tranquillità soave d’amore?

Le domande che salivano timide nelle rare limpidezze del mio pensiero erano ben tosto ricacciate quali sciocche paure, quali viltà di un’anima schiava del pregiudizio. Non so quale cinica violenza ottundesse ogni mio senso intellettivo; solo a volte avevo l’esatta coscienza della mia pazza bestialità.

A Serenella non pensavo se non nei momenti di abbandono e mi appariva allora, irraggiungibile, perduta in un silenzio interminato come la stella dell’albore.

Sita compiva la sua vendetta.

Fin dalla prima sera, nel villino di Eduardo De Diensi, ella mi aveva sì fortemente avvinto da farmi dimenticare l’ombra oscura del passato e da sorgermi innanzi come persona nuova, tutt’affatto diversa da ciò che era stata un tempo. E nelle apparenze, in vero, era alquanto diversa, ma nell’anima no, la perversità dell’anima di lei si manteneva intatta.

Nei giorni che seguirono non la rividi e mi trattenni dal frequentare il villino De Diensi per non incontrarla. Presagivo l’oscuro influsso che avrebbe esercitato su me e volevo difendermene per quel senso d’indipendenza che mi sarebbe piaciuto serbare in ogni atto della vita e per la quiete della quale il mio lavoro necessitava.

Ma era acceso il mio sangue sì che non potevo ottenere il desiderato riposo psichico. Invano mi costringevo per ore ed ore ad una forzata veglia sui libri; l’attenzione mi sfuggiva. Leggevo intere pagine senza intenderne il senso; vi ritornavo varie volte ottenendo lo stesso risultato: dopo qualche riga, per un fenomeno di sdoppiamento comunissimo, la parte più viva del mio intelletto non seguiva la lettura; trasmutantesi in puro atto meccanico, ma si perdeva in una varia e rapidissima figurazione di immagini impure, di lussuriose lascivie, di aspre violazioni onde, dopo vane ore di lotta, mi levavo con la fronte accesa, coi polsi, con tutte le vene tremanti e mi appoggiavo al davanzale della finestra sperando qualche ristoro dalla brezza notturna.

Da simili stati di massimo eccitamento, caduto in subite prostrazioni, ne sorgevo avendo in gran dispetto me stesso per le sciocche paure che mi tenevano tuttavia lontano da lei. Perchè dovevo soffrire tanto? Ero io adunque qualche antico cenobita aspirante alla suprema grazia del paradiso? Non era ridicola, puerile la continua lotta che mi toglieva anche la possibilità del lavoro? Soddisfatto il desiderio, la calma sarebbe ritornata e forse il disgusto.

Pure l’immagine di Zalèbi, del fratello morto, mi teneva ancora e mi avrebbe tenuto sempre lontano da Sita; mi pareva che la maliarda sorgesse tutta contaminata da quel giovane sangue, credevo che avrei potuto averne improvviso ribrezzo se l’ombra dolente del povero amico fosse sorta fra noi. Poi la piccola stella dell’albore appariva col suo tranquillo e mesto riso fra le rosse nubi a quando a quando; viveva radicata in fondo aìl’anima mia.

Sita mi aveva detto, nella funesta sera dell’incontro:

— Duccio, dimmi che hai dimenticato tutto; che niente più sorgerà dal passato per te; che tu mi guardi ora come se mi vedessi per la prima volta!

E quantunque avvertissi l’insidia delle sue parole, tratto dalla vertigine della persona maravigliosamente protesa, avevo promesso ciò ch’ella chiedeva.

— Io ti ho voluto bene sempre sempre — aveva ripreso — era la gelosia che mi accecava; anche laggiù ho pensato a te dal primo giorno che ti ho veduto. Ma ora mi perdoni, tu mi perdoni... io mi getterò a’ tuoi piedi, io bacerò la terra dove passi, ti benedirò se mi batterai, se vorrai battermi fino a farmi morire.... ti benedirò sempre sempre perchè ti amo e ne soffro!

L’ironico stupore che ferveva entro l’anima mia era vinto dal diabolico fascino di Sita. Quale altro male meditava? Quale via sceglieva per trarmi all’inganno dal quale ero sfuggito una volta? Eppure la sua bellissima maschera celava sì bene la menzogna, c’era nelle parole di lei un impeto tale di sincerità, ch’io scrollai le spalle e mi dissi: — Ebbene che m’importa di tutto s’io posso goderla? Se posso tenerla vinta sotto le mie braccia? — E, la mente torbida ed annebbiata, cedetti.

Fu anche un orgoglio virile che mi sospinse: quella donna che tanti desideravano inutilmente e per la quale avrebbero speso tesori veniva ad offrirsi a me e mi pregava; potevo io disdegnarla per un meschino senso di vigliaccheria? Potevo mostrarmi agli occhi di lei pusillanime? Non era mio costume la paura, molto meno poi quando la minaccia mi sorgesse apertamente di fronte; non ebbi esitanze e tutto ciò ch’ella volle promisi.

— Verrai a trovarmi?

— Sì.

— Quando?

— Prestissimo.

— Posso accoglierti degnamente. Conosci il mio villino ai quartieri Ludovisi?

— Lo conosco.

— Vieni nel pomeriggio, alle cinque; sono sempre sola in quell’ora.

— Verrò.

— Promettimelo!

— Te lo prometto.

Poi con un lunghissimo bacio aveva voluto lasciarmi come il suggello del desiderio.

Per quella notte e per tutto il giorno seguente non ebbi bene; cominciava la crisi del piacere e della sofferenza.

Trascorsero tre giorni così; un’ombra sola valse a trattenermi: l’ombra di Zalèbi. Si levava tragica e fosca bestemmiando il nome di lei e la perfidia sua; sorgeva da un’immensa tenebra tinta leggermente di sanguigno agli estremi limiti, apparizione cinerea che mi ossessionava; l’avevo sempre innanzi agli occhi: li tenessi aperti e fermi su la fiamma della lucerna, reclinati su le carte o chiusi per il sospirato ristoro del sonno; non mi abbandonava un attimo, vegliando in quella sua rigidità spettrale che m’incuteva spavento. Erano fisse entro l’anima mia quelle pupille scrutanti e minacciose quasi a leggerne ogni segreto, ogni più riposta voglia; fisse terribilmente dall’immobilità del volto composto nel supremo segno della morte.

Ne avevo pietà e ribrezzo; commovimento ed orrore. E lo spettro dell’incipiente rimorso non scompariva se non quando improvvisi turbini di immaginazioni lussuriose irrompevano in una ridda di procaci nudità a rinnovellare l’ansimante bramosia del possesso.

Alla sera del terzo giorno qualcuno bussò alla porta della mia stanza; senza volgermi gridai l’invito ad entrare e mi attendevo qualche strana domanda dalla mia vecchia abruzzese, allorchè un sottile fruscio, un grato profumo, la sensazione di esser guardato fissamente mi fecero volgere di scatto:

— Sita! Tu qui?

— Io — rispose sorridendo la maliarda.

— Come mai sei venuta?

— Volevo vederti; tu non sei stato uomo di parola.

— Avevo troppo lavoro — mormorai.

— Non ti chiedo scuse; non sono venuta per rimproverarti; avevo bisogno di stare un poco con te e non ho resistito al desiderio.

Indossava una superba veste di velluto blu cupo. La persona alta e sottile, la bianchezza del volto ed il grande volume dei capelli rossi ne traevano splendore. Con un bel gesto delle braccia che si levarono arcuandosi e dettero maggior risalto alla soave procacità del seno, si tolse il ricco cappello dalla larga tesa ricadente sul dinanzi ad ombreggiare il viso e apparve come in una nuova intimità sotto il casco dei capelli spartiti a mezzo la nuca in due volute condiscendenti su le piccole orecchie rosee; poi volse i grandi occhi verdi, leggermente obliqui come due foglie di saggitària opposte a uno stelo, e disse accostandosi al tavolo sul quale erano sparsi alla rinfusa libri e carte:

— Ti ho disturbato?

— No davvero! — esclamai sedendo vicino a lei.

— Posso restare un poco?

— Fin che vorrai.

— E... verrai a restituirmi la visita?

— Verrò.

— Voglio un impegno formale.

— M’impegno formalmente!

— Ciò non vale. Vediamo: quando verrai?

— Posdomani.

— Benissimo. A che ora?

— Alle cinque. Ti par tardi?

— No, è troppo presto! — rispose scoprendo la bianchissima gola nel riso. — È troppo presto; ho un five o’ clock tea all’Hôtel de Russie a quell’ora, posdomani.

— Come? Hai già fatto l’ingresso nel gran mondo cosmopolita?

— Ma certo! Ho approfittato del mistero che mi circondava. Desto una curiosità enorme. Il marchese Di Narva ne è entusiasta; mi presenta sempre come sua cugina e i più credono all’inganno. Gli altri continuano a sostenere ch’io vengo chi sa da quale parte del mondo. Alcuni si sono incaponiti a spacciarmi per una rivoluzionaria russa. Li lascio dire; che mi importa? La mia condotta è irreprensibile e ciò mi salva.

— Irreprensibile? — chiesi levando gli occhi a ironica interrogazione.

— Ma certo — rispose — non uno fra i tuoi amici può vantarsi di avermi sfiorato una guancia con una mano. So tenerli alla debita distanza. Ti ha meravigliato vedermi al villino De Diensi? Ci sono andata e ci vado perchè.... indovina un po’ il perchè?

— Non saprei.

— Perchè mi avevano detto ci capitava un certo Duccio della Bella ch’io voleva rivedere!

— Per ritentare...

— Basta!... — gridò ponendomi una mano su la bocca. Si era fatta ad un tratto pallida.

— Non avevamo detto — riprese lentamente, a bassa voce, guardandomi negli occhi quasi a tener l’anima mia tutta nel fascino della sua forte volontà — non avevamo detto che del passato non se ne parlerebbe più? Che sarebbe cancellato per sempre dalla tua, dalla mia memoria? Perchè vi ritorni? Non puoi o non vuoi dimenticare?

Scrollai il capo senza rispondere.

— Credi tu ch’io non abbia sofferto? — riprese —. Che ne sai per misurare la mia pena?

Dopo un istante vidi il volto di lei trasfigurarsi; si indurì nelle linee, una subita rigidezza lo tenne e gli occhi divenner foschi. Disse con voce che parve un soffio:

— Io so amare e odiare!

Sostò ancora.

— Se non ti amassi — riprese — credi tu ch’io non avrei trovata altra via per vendicarmi? Tutto potevo; ma avrei fatto troppo male a me stessa! Perchè devi credermi Duccio, altrimenti non sarei qui, sola, senza temere una tua rivincita; devi credermi per tutto il male che ci siamo fatti a vicenda: io ti amo da impazzirne!

— Non senti — riprese tendendomi le mani — non senti come ne tremo tutta?

Non mi curai di studiarla, nè volli scoprire la sua finzione; mi era vicina: ne vidi e ne sentii l’insuperata bellezza. Il profumo che si spandeva lievissimo dalle sue vesti, da tutta la persona, mi stordiva. Gli occhi suoi, la sua bocca, i capelli, il viso, il seno palpitante rinnovarono la terribile ansia che mi stringeva a sommo della gola come un soffocamento. Ogni cosa nel mondo si oscurò in quell’attimo; ogni moto della coscienza che non convergesse all’esaltazione di lei, non ebbe valore, trascorse inavvertito; si fece buio intorno a me; l’anima mia annegava nel lume di quelle pupille fisse che si addolcivano in un carezzoso invito, in una promessa di voluttà frementi. Ogni esitazione cadde.

— Saprai dimenticare? — chiese ella, appena, chinandosi, conscia già della sua vittoria.

— Saprò adorarti!

La sua bella bocca si dischiuse come in un atto di spasimo; le fini alette del naso si contrassero un poco; un rossore diffuso le colorì la sommità delle guance; negli occhi, che rifulsero più vivi dalle palpebre soccallate, vibrò un’ansia nuova, una veemenza desiderosa, un oscuro languore di aspra sensualità accesa.

— Mi prometti di non parlarne più, mai più? — riprese e sentii l’alito suo sfiorarmi il viso.

— Sì.... sì!...

— Ch’io sarò per te non più Sita ma Sara, la tua Sara che ti vuol bene?

— Te lo prometto.

— Che per quante cose possano avvenire ancora, non mi dimenticherai?

— Tutto ciò che vuoi, tutto.... ma non farmi soffrire.

Allora si levò un poco, mi guardò sorridendo negli occhi poi si dette al mio abbraccio con un breve grido:

— Ah! amore, amore, amore mio!

Il rivo ardente dei capelli le si sparse intorno al viso magnifico e superbo; la candida nudità del seno e delle spalle apparve come una maraviglia statuaria. Mi aveva condotto al colmo dell’esasperazione. L’oscura tempesta incominciò.

Nei giorni che seguirono anzichè cader soddisfatta la mia febbre si accese ancor più; ero giovane e forte, nuovo alla sapiente lussuria della maledetta. Sita aveva saputo avvinghiarmi al carro del suo piacere, trascinarmi via con gli altri; in seguito, per l’immancabile spossamento, per l’esaurirsi di ogni mia forza fisica e intellettiva sarei divenuto suo umile servo, suo ridicolo satellite: un’ombra livida e distrutta che ella avrebbe condotto alla morte. A questo mirava la misurata vendetta, il mostruoso giuoco. Ebbe il mio grido ribelle, forza sufficiente a rompere poi il torbido sopore.

Ma allora, allora farneticavo di continuo in una diabolica accensione del sangue e non avevo bene e non avevo posa quand’ella non mi fosse vicina. Passavo la notte seduto come un pezzente su gli scalini della sua villa intento ad ogni suono, ad ogni voce che mi potesse giungere dall’interno; con, alle tempie, un continuo battere affannoso e il pensiero pieno di voluttuose immagini, di ansimanti lotte, di voci e di grida e di sussulti.

Ogni compagnia mi riusciva intollerabile e, d’altra parte, anche frequentando gli amici non potevo seguire i loro discorsi; dopo qualche parola ricadevo sotto l’infausto dominio della follia. Alle domande che essi mi movevano circa quel mio nuovo stato di continua astrazione non volevo rispondere. La loro curiosità mi turbava e mi inaspriva. Preferivo starmene solo e, quando non ero con Sita, mi aggiravo senza meta per i dintorni di Roma, il capo basso, il pensiero offuscato.

Anche il lavoro mi era divenuto uggioso. Le poche volte che tentai riprenderlo e mi costrinsi al tavolo per qualche ora, mi levai inebetito, nulla avendo concluso. In quale abisso di ignominia sarei caduto proseguendo per quella via?

La domanda mi si presentò qualche volta ma la ricacciai subito con folle rabbia. Che m’importava? C’era sul fosco orizzonte, erta la fronte sotto le stelle lucenti, l’ombra di Zalèbi. Mi attendeva. Saremmo stati fratelli anche nel destino.

L’amara violenza del senso travolgeva ogni mio saldo equilibrio sospingendomi a furia verso la bestialità.

Sita moltiplicava le sue carezze chè le premeva liberarsi di me quanto prima avesse potuto. Le tornavo importuno. Mi eccitò con ogni disordinata libidine, mi accese con la più sfrenata lussuria; fece di me una povera cosa cieca e brancolante.

Quanto tempo passasse così non ricordo con esattezza; forse fu molto; allorchè mi ridestai ebbi la sensazione di sorgere da un secolare silenzio.

Quella sera compivo il mio abbigliamento; ero convitato con gli amici comuni al villino dell’onorevole Miaggi. Andavo perchè Sita mi attendeva al convegno di gioia.

L’onorevole idiota dalla gran faccia vermiglia, simile a una mela francesca irta di inopportuni peli, compiendo non so più quale anniversario della sua brillante carriera politica ed anche per far piacere a madonna Primavera che inciprigniva a star tutta sola e dava in ismanie, aveva meditato e proposto il gaio festino al quale mi accingevo a partecipare.

Il convegno era per le nove; non pensavo ad affrettarmi; da poco era discesa la notte.

Come ebbi ultimato le vane faccende uscii, ma, giunto in fondo alle scale, mi soffermai colpito dalla figura di una donna avvolta in uno zendado nero. Stava ritta oltre la porta di strada, immobilmente. Reggeva in una mano protesa un piccolo cero e pareva vegliasse qualcosa che si perdeva nell’oscurità.

Mi avvicinai sogguardando. Giunto su la soglia vidi un piccolo carro al quale era attaccata una brenna. Il cassino del carro era ricoperto da un drappo nero che un uomo s’ingegnava a disporre in guisa da nascondere ai passanti una cassa oblunga.

Intesi e il cuore mi battè più forte per un rapido commovimento allorchè nel pallido volto reclino della donna distinsi i tratti di Pavona. Era lei, la perseguitata dal fato, la debole creatura che rimaneva per la seconda volta terribilmente sola. Reggeva col braccio sinistro il suo povero bimbo sogguardante con occhi stupefatti e spauriti, e nella mano destra recava il cero mortuario.

Non la vidi piangere; attese inconscia senza un sussulto.

Ad un tratto l’uomo si volse e con subita asprezza gridò:

Annamo? Er morto è pronto!

Attese qualche istante, poi, come vide che la donna non intendeva, frustò la brenna e le si pose a fianco.

Quando il piccolo carro si mosse, Pavona lo seguì come un automa, sola, dietro quella lacerante miseria.

Per buon tratto andai anch’io, il capo scoperto e l’anima sconvolta da quel tetro dolore, cieco come le terribili forze che ci assalgono e ci distruggono; andai tratto da un’ardente volontà di soffrire, da un bisogno di sentirmi migliore, di spiare in me il risorgere di un sentimento che mi pareva sepolto da un’eternità. Io vidi entro l’anima mia chiaramente per la prima volta e per la prima volta provai un brivido di orrore e di sdegno per tutto ciò che avevo compiuto.

Pensai una simile scena; il pallido volto di mia madre mi arrise nella lontananza del tempo. Ah! dove precipitavo mai? In quale brago mi trascinava la mia incomposta volontà di vita?

All’angolo di una strada deserta ed oscura mi soffermai. Stridendo e sobbalzando sui ciottoli, il carro continuò la triste via. Guardai ancora Pavona, il bimbo taciturno, l’insieme di quel miserabile convoglio. Un uomo dileguava per sempre sotto il silenzio e le tenebre della notte. Ella sola gli era rimasta fedele, ella gli aveva serbato amore, ella piangeva quando tutti l’abbandonavano, lo seguiva quando era già nell’oblio del mondo, dimenticando sè stessa per lui che poco l’aveva amata, che molto l’aveva fatta soffrire! In quella bontà non era forse la divina scintilla dell’umana famiglia?

L’uomo passa vicino al tesoro con occhi vani e ricerca fra gli sterili fantasmi del suo intelletto la felicità che lo sfugge.

Ne avevo alla gola i singhiozzi, chè mi sentivo perverso innanzi alla bontà di quella creatura sola e sperduta su le vie della morte.

Guizzò qualche volta ancora rimpicciolendosi la fiammella del cero; un ultimo cigolìo si udì, un ultimo bagliore apparve, poi anche quel dolore annegò nell’immensa notte.

Quando mi tolsi da quel luogo e ripresi la via del convegno sentii che un mutamento si era compiuto nell’anima mia; si effettuava un ritorno. Riudii gli echi lontani del cantico della mia giovinezza ed al subito rifiorire, la vana finzione che mi aveva abbagliato cadeva come uno scenario che il chiaro giorno renda deforme.

Alle nove fui puntuale al convegno.

Il vecchio Sileno, l’onorevole Miaggi, mirabile espressione di umano ebetismo elevato a rappresentanza di un sistema, aveva fatto le cose a modo dimenticando una volta tanto la sozza avarizia, peculiar dote della famiglia sua. Tale elettissima virtù lo aveva innalzato, per il ben nutrito tesoro, nella considerazione degli uomini e del mondo chiamandolo ad esprimere, nel consesso dei più eletti lumi del paese, la volontà di un popolo di pitocchi infingardi.

L’onorevole Sileno (gli avevamo imposto il nome del vecchio compagno di Bacco perchè come cavalcatura preferiva l’asino) era arcimilionario, la qual cosa non impediva che madonna Primavera si dolesse della sua poca generosità e della meschina valutazione ch’egli faceva dei vezzi di lei. Comunque fosse, quella volta volle apparire generoso e vi riuscì.

Nell’ampia sala sfarzosa nella quale fui introdotto trovai già gli amici nonchè varie donne di gioia note ed ignote, alcuni personaggi del mondo politico ed un imberbe giovanetto di cui non seppi spiegarmi a tutta prima la presenza in un luogo che non era certo adatto all’edificazione della gioventù.

Madonna Primavera in una rosea veste composta alla foggia del 1830 e tutta adorna di esili rami di edera; i capelli esageratamente ricadenti su le guance tanto da ricordare due nere valve, da cui pareva spuntasse il viso timidetto come l’animaluccio dalla conchiglia, riceveva gli ospiti con squisita grazia di sorriso e di parole cercando atteggiarsi a quella Cleo de Mérode ch’ella aveva scelto come supremo limite di imitazione.

Era invero graziosa. Il visetto di bimba innocente, ed i grandi occhi ingenui le davano tale apparenza di candore da scambiarla per un’educanda. In compenso era sufficientemente sciocca.

Quando entrai conversava in disparte con Marta, formosa bellezza romana, celebre per le illustri persone che avea potuto onorevolmente ospitare. Data la somma intimità delle due etère, i mondani, compiacendosene, sussurravano avere esse intessuto un meraviglioso idillio saffico.

L’onorevole Sileno ritto in mezzo alla sala, sotto il lampadario, per mettere in piena luce i brillanti del suo sparato, discuteva con tre giovani appartenenti a ricche famiglie romane. Uno era fra costoro, Sismondo dei Sismondi, il quale più degli altri si accalorava nel dire e, tutto acceso in volto, lanciava i suoi aforismi all’onorevole Miaggi che li accoglieva stralunando e sbuffando senza intenderne probabilmente parola.

Lasciai l’onorevole Sileno alle sue prove oratorie nelle quali portava la sua innata virtù parlamentare e mi appressai alla comitiva che faceva capo a De Diensi. Udii Oddo Spiro, insolitamente animato, raccontare sotto voce i turpi misteri di una messa nera. E mi allontanai di nuovo. Forse era in me una soverchia insofferenza; forse la rivolta latente mi faceva aspro. Fino a quel punto avevo creduto Oddo Spiro in buona fede, non supponendo che egli potesse nascondere sotto l’apparente velo di castità, le più oscene degenerazioni del senso; quel suo brutale svelarsi, il compiacimento che poneva nel raffinato racconto dei minimi particolari della scena mi avevano acceso di sdegno e di commiserazione. Nella miseria avevo trovato gli stessi aspetti del vizio: i poveri non escono dal loro brago, i ricchi vi giungono per vie diverse, e gli uni e gli altri si fanno della vita letame.

La sala veniva animandosi sempre più. Giungevano le belle in abbigliamenti sfarzosi di ambigua eleganza e gli uomini impettiti nel loro grottesco abito da società creato forse da qualche ridevole gnomo implacato persecutore dell’uman genere.

Ed anche Sita apparve e con lei il marchese Di Narva ch’io vedevo per la prima volta. Era uno scheletro, un lungo scheletro rivestito da una pelle troppo bianca su la quale non appariva l’ombra del sangue.

Le spalle ricurve, le lunghe braccia pendule, il capo ricadente verso la concavità del petto, seguiva Sita a passo a passo con cieca fedeltà bestiale.

Quando levò un poco il viso n’ebbi ribrezzo. Gli occhi semispenti, atoni, dall’iride quasi bianca si fissarono su me senza luce; le labbra sottili s’incresparono ad un sorriso che infoscò ancor più le guance ombreggiate da una rada barba; mi rivolse una parola che non intesi e seguì Sita che si dirigeva altrove.

— Lo ha distrutto! — esclamò Giusto Sorani.

— Era già a mal passo prima di conoscerla — rispose Leonello Robbia.

— Ma non a questi estremi.

— Da un mese in qua precipita.

— Sarà la fortuna di lei — soggiunse Alanna. — Di Narva muore senza eredi.

— Questo mi spiega tutto!

— Dicono abbia fatto testamento a favore dell’Ines.

— Quella scema non può averlo indotto a tanto; non ne aveva l’arte. Per Sara la cosa è diversa e lo si vede dallo stesso atteggiamento ch’egli ha assunto. Guardate come la segue.

— Ne è rimbecillito!

— Se Sara raggiunge il suo scopo mi saprete dire dove arriva!

— Dove vorrà. È troppo bella perchè le possa essere vietata una sola soglia.

La guardai. Io pure, che da tanto tempo l’osservavo, non l’avevo veduta mai tanto bella. La sua persona aveva raggiunto la suprema grazia; pur mantenendosi fine ed elegante s’era addolcita ancor più. Era uscito interamente dall’invoglio il rosso fiore velenoso, dalla fatale malìa.

Ancora ne tremai: mi parve dover ricadere nel tragico incantesimo.

Non le parlai, quantunque per due volte mi facesse cenno da lontano perchè mi accostassi. Un’ansimante nervosità mi teneva, sul punto di infrangere l’idolo mostruoso. Non avevo ancora piena padronanza dell’anima mia.

Alla ricca tavola scelsi un posto remoto. Mi trovai fra Leonello Robbia ed una sciocca creatura la quale rideva di tutto, sì di una briccica di pane come di un elefante. Aveva l’idiosincrasìa del riso. Si sarebbe divertita oltremodo a veder crollare la cupola di San Pietro e simile gioia le avrebbe procurato il giuoco del capinascondere. Tutto era egualmente ridevole nel concavo specchio della sua intelligenza. Gli uomini l’amavano perchè era decisamente stupida. Si chiamava Giovanna.

La follia orgiastica incominciò come il simposio volse verso il suo fine; gli ultimi freni si disciolsero, e la bestia umana si appalesò in tutta la sua sozzura.

Il giovanissimo Batillo, che era alla destra di Eduardo De Diensi; il fine fanciullo dalla lunga capellatura bionda, dalle labbra soverchiamente rosse e dal perfetto viso fermo nel costante stupore dell’anima sua oscurata, fu tosto, più che le femmine, termine fisso del desiderio comune. Come ogni finzione era caduta, quell’accolta di satiri dalla vista obliqua non ebbe più alcun ritegno e corsero frasi e parole delle quali risento tuttora la nausea. Il nobile ritrovo avrebbe fatto schifo in quel punto anche alle femmine de’ porci.

Dove finiva mai la schietta urbanità che mi era parso intravvedere? dove s’impantanavano le brillanti dottrine edonistiche di cui il De Diensi faceva sfoggio?

Io non mi sentivo buono; non ero un dei loro, un corrotto. Avrei voluto vederli all’obelisco di Antinoo, al Pincio, trattati a scudiscio finchè la mala foja, umiliata e vinta, fosse caduta col loro spirito superbo, per sempre.

E si fosser levate le galle su quelle bianche membra da cortigiane! E il dolore che non sapevano li avesse resi alfine uomini fra gli uomini dolenti! Questo avrei voluto; questo grido si levava dall’anima mia inasprita a tanta turpitudine.

Nè si tenner alle sole parole sì come l’eccitazione si accrebbe, e il vino, le luci, i fiori, le grida, l’inconsueto sfarzo, il cibo soverchio accesero la loro concupiscenza.

Si udì un grido:

— Giovanna denùdati!

Fu il segno del furore. Si rivolsero a lei perchè era la più sciocca fra le presenti.

Ella parve dapprima renitente, protestò; ma poi il suo riso la vinse e si lasciò strappare le vesti da venti mani furiose che se la palleggiarono increspandosi e tanto più si attardarono quanto più l’opera volgeva al compimento.

Ad un tratto cadde anche l’ultimo velo. Un urlo ansimante si levò; gli occhi accesi di lussuria scintillarono cupi.

Fu fatta salire su la tavola: fra i fiori, i vasellami d’argento, le innumerevoli lampade elettriche. I capelli le si disciolsero. Qualcuno intonò sottovoce un canto itifallico, mentre l’oscena baccante, protese in aria due coppe ricolme, se le riversava sul capo contorcendosi nel suo folle riso. Le grosse mani, incise di verruche e di schianze, dell’onorevole Sileno si avanzarono a raccorre in due calici il vino che scendeva in rivoletti per il nudo corpo della femmina; altri lo imitarono; da ogni parte si gridò:

— Alla fonte, alla fonte!

E un’incomposta furia travolse tutte quelle anime farneticanti.

Poi venne la volta del giovanissimo Batillo. Già mi ero levato per andarmene allorchè un subito grido mi trattenne. Volsi il capo e vidi, proteso tragicamente dall’altro lato della tavola, il marchese Di Narva. Travolgeva rapidissimamente gli occhi stralunando, aveva le braccia stecchite, il volto paonazzo, le labbra strette con violenza come per un martirio orribile.

Rimase qualche secondo così, poi, prima che gli astanti si fossero riavuti dallo stupore, si levò in tutta la sua lunghezza spettrale con un rantolo, un urlo, per due volte annaspò per l’aria e stramazzò riverso.

Quando Sulpicio Alanna si curvò sul corpo disteso, un altissimo silenzio regnò intorno.

Accosciata su la tavola, a simiglianza di un’enorme rana, Giovanna riguardava dai tondi occhi inebetiti.

La trepidante attesa fu rotta dalla voce di Sulpicio Alanna:

— È nulla; uno svenimento.

Un subito mormorio accompagnò la buona novella. Approfittai dell’occasione per scivolare nell’ombra ed ecclissarmi.

L’aria notturna calmò un poco la mia eccitazione nervosa ma non tanto che non permanesse in me un senso di pena e di sgomento. Mi affrettai, corsi, quasi presago di una sventura imminente.

Fu quando stavo per entrare nell’andito di casa mia: un uomo balzò dal buio, mi afferrò per le braccia e con voce rotta dall’affanno gridò:

— Vieni, corri, insensato!... Serenella muore!