II. Alba nuova.
— Ci vedremo questa sera? — chiese Omero.
— Sì, questa sera verrò. Aspettami.
— Non giuocare d’orgoglio, per il tuo bene lo dico — riprese Omero mentre stavo per avviarmi.
— Non so che potrò fare — risposi.
— Cerca vincerti. Tutti abbiamo un padrone!
— A chi ubbidisci tu?
— Io sono un miserabile. Tu devi andare per le tue vie.
— Quali vie? Ci vorrebbero ali che non ho; poi, se anche le avessi, non saprei difenderle!
— Abbi fede.
— In che cosa?
— Abbi fede nella tua volontà. A questa vita non resisteresti.
— E che ne sai tu?
— Taci, sei un bambino. Io sono vecchio ormai. Ti dico che non sapresti resistere. In fondo in fondo non sei fatto d’acciaio. L’anima tua è più forte del tuo corpo. Dopo qualche mese finiresti all’ospedale. Ciò è più temibile che la morte.
— Saprei scegliere fra i due.
— Ora dici una sciocchezza! Scegli prima, fin che hai tempo. Quando si è giunti a quel termine di via non si ha più facoltà di scelta. I patimenti ti rendono come una rama recisa: è il vento che la conduce.
— E tu come hai fatto?
— Ti desto invidia?
— Sì, io ti invidio.
— E perchè?
— Perchè sei padrone di te stesso; perchè hai vinto!
— Che cosa ho vinto, di grazia?
— La società.
— Io?
— Sì, tu: riducendo i tuoi bisogni al niente; accontentandoti di occuparti or qua, or là secondo i tuoi desideri, per la tua poca fame. Io ti invidio per la libertà che ti è sorella!
Omero alzò per un attimo gli occhi azzurri, mi fissò intensamente quasi a leggermi nel viso la sincerità, poi soccallò le palpebre scuotendo il capo:
— Io sono un miserabile!
— Ma non sei contento del tuo stato? — gridai afferrandolo per un braccio.
Omero ebbe un sorriso tristissimo:
— E puoi crederlo?
Dopo una pausa si sciolse lentamente dalla mia stretta e riprese a voce spenta:
— Bada a te, Duccio della Bella!
Poi raccolse la bisaccia che gli era caduta e se ne andò per il vicolo oscuro.
Ripresi la strada. Era tardi ormai; avrei dovuto trovarmi un’ora prima al mio banco di scrivano perchè il principale mi aveva sovraccaricato di lavoro la sera innanzi. Da una settimana non vedevo il sole chè, dalla mattina alla notte, stavo rinchiuso nella piccola stanza di passaggio la quale da un andito buio conduceva allo studio del mio principale e avevo appena mezz’ora di intervallo per poter inghiottire alla lesta il pane e il companatico che portavo con me. Qualche volta ero costretto a lavorare, anche in pieno meriggio, con la lampada accesa. La stanza era a un pianterreno e aveva una finestra che si apriva in un cortiluccio angusto ed umido, simile in tutto ad un pozzo abitato da uomini pallidi e macilenti. Un poco di sole non scendeva mai nel pozzo oscuro che m’era di orribile tana.
Lavoravo a quel tavolo da molti anni. Qualcuno aveva creduto compiere un grande atto di beneficenza verso mia madre imprigionandomi così, avvelenando giorno per giorno la miglior parte della mia giovinezza, del mio sangue. Nel tempo trascorso non mi ero lamentato mai; troppe mi parevano le trenta lire che con gioia trionfale recavo ogni mese alla mia santa; a ben altra pena mi sarei sottoposto senza mormorare, pur di scorgere sul viso di lei un rapido balenio di felicità; ma ora non avevo più un cuore che mi attendesse, non avevo più una scusa a quel quotidiano consumamento. La mia vita era spezzata. Dall’istante in cui ebbi la piena coscienza di essere solo, terribilmente solo nel mondo degli uomini che si acceffano e si azzannano, si scoprì in me un essere nuovo per lo innanzi assopito; un essere fiero e ribelle che non voleva scomparire supinamente nel turbine di miseria che la società muove di continuo. Io non avevo più alcuna ragione di starmene sottoposto, perchè nulla temevo, perchè ero solo di fronte all’indifferente cinismo di tutti, e odiavo la pietà, la sciocca pietà lacrimante.
Che avevo fatto perchè mi si togliesse il sole? Non ero nato di donna? Non avevo gli occhi e una voce per esaltare la mia gioia? E a quanto si valutava il mio sacrificio? A niente, a qualcosa che rasentava la fame. Inoltre che cos’ero io per il mio principale? Una macchina che vive, con la quale si può scambiare qualche parola e nulla più.
Io l’ho provato l’odio che gli apostoli biasimano. Ora, forse, dal punto così diverso dal quale considero il mio stato d’allora, sento il dovere di affermare: Non è buona cosa! — ma l’essere mio non consente. Pur ridendomi della giustizia sociale che è stata il manichino di tante vesti ed ha fatto bella mostra di sè sotto varî panneggiamenti nelle vetrine dei filosofi, degli apostoli e dei parolai, sento che, in certi casi, l’odio è una necessità di vita, una imprescindibile necessità alla quale non si può trasgredire senza pericolo di rimanere inesorabilmente travolti. Da questa forza gagliarda molto si attinge di energia; in essa si rinsalda ogni virile possanza. Di fronte a certi stati inumani, l’uomo non ha che tre vie di scelta: la rassegnazione, l’indifferenza e l’odio, solo quest’ultimo, terribile assillo del pensiero, può condurre a qualche compimento.
Allora, quantunque sentissi quanta dolcezza mi sarebbe derivata dall’amore che improvvisamente mi era mancato in mia madre e che credevo non dover incontrare mai più, non poteva soverchiare in me il sentimento.
S’io avessi pianto sarei giunto forse al suicidio o all’incoscienza. Inoltre ogni cosa si trasfigura nel pianto. Io volevo veder chiaro innanzi a me, distinguere con nitidezza, con sicurezza, senza ingannarmi e senza temere. Ora non mi so biasimare. Ogni uomo che abbia battuto vie aspre sarà del mio avviso.
Camminai a buon passo. L’abitudine che aggioga l’uomo al suo carro sì ch’egli più non veda e più non senta e agisca come un automa, mi traeva ancora. Oltrepassai le vie principali urtando i passanti tanto andavo a fretta; quando fui su la soglia dello studio mi soffermai un istante per riprender fiato. Dalla porta a vetri vidi, nella semioscurità del mio tugurio, due donne vestite miserabilmente. Stavano col capo reclino, non potei distinguerle in viso. Sul tavolo era accesa la lampada. La finestra che si apriva sul cortile era chiusa.
Mi volsi a sogguardare una striscia di sole che illuminava il principio dell’andito, spinsi la porta ed entrai. L’aspro tocco del campanello a scatto mi destò una commozione violenta, guardai istintivamente l’uscio di contro, pronto già a rispondere agli insulti che mi attendevo dal principale, con parole audaci. Nessuno comparve. Le due donne si levarono in piedi. Le guardai sorridendo; s’avvidero subito di essersi ingannate tanto che mi ricambiarono il sorriso e risedettero.
Gettai una rapida occhiata sul tavolo: il lavoro era aumentato forse del doppio. Ripresi la sciocca fatica di amanuense attendendo. La certezza dell’attacco da parte del mio signore, pur dandomi un poco d’ansia, mi lasciava tranquillo circa l’ultima risoluzione che avrei presa.
Ciò che avevo pensato doveva accadere per fatalità di cose. Il tempo trascorse. Ad ogni minimo scotimento della porta dello studio alzavo il capo e rimanevo qualche secondo in attesa. Gli occhi miei dovettero illuminarsi di luci sinistre se le donne che mi sedevano incontro mormorarono:
— Che avete?
— Nulla — risposi e, senza badar oltre alla loro curiosità, chinai il capo su le carte.
Dopo un lungo silenzio durante il quale si udì unicamente lo stridere della mia penna e il respiro asmatico della più vecchia fra le due donne, chiesi loro:
— Vi hanno annunziate all’avvocato?
— Sì.
— E che vi ha detto?
— Di aspettare.
— Siete qui da molto tempo?
— Da due ore forse.
— Non avete fretta?
— Ne avremmo molta — rispose la giovane, levando gli occhi — molta, perchè dobbiamo partire. Non si potrebbe chiedere all’avvocato di sollecitare?
Guardai l’orologio: erano le undici. Fra non molto il principale mi avrebbe chiamato per domandarmi conto del lavoro fatto.
— Abbiate pazienza qualche minuto — risposi — e sarete ricevute.
Le donne chinarono il capo, mute e rassegnate. Parevano, all’aspetto, due contadine benchè la giovane avesse il viso pallido e gentile. La loro imperturbabile pazienza nell’attesa, la tranquilla gravità che è tutta propria della gente dei campi, rendeva palese agli occhi miei la loro origine. La vecchia, in tutto il tempo che era rimasta seduta incontro a me, non aveva neppure una volta levata una mano dal grembo; nulla era sul viso di lei che tradisse la noia, l’impazienza o la stanchezza. Su la sua faccia rugosa era un’espressione indecifrabile che molto teneva dell’indifferenza. Non un muscolo di quel viso ebbe una contrazione, nè gli occhi espressero un qualsiasi risentimento per la soverchia attesa: la vecchia donna sarebbe rimasta nell’identica posa, tutto un giorno, senza lagnarsene.
La giovane di tratto in tratto traeva un sospiro lungo, tremante come per rattenuti singhiozzi; teneva le mani incrociate, in abbandono sul grembo: aveva il capo reclino verso una spalla, dolorosamente. Una pezzuola nera, annodata alla gola, le copriva in parte i capelli.
Erano in abito di lutto. La loro presenza in quel luogo mi muoveva a curiosità. Tanti tipi strani e diversi mi erano passati innanzi durante il mio lungo soggiorno in quel tugurio; tutta la delinquenza umana dalla più raffinata alla più volgare, a quella dei trivii e delle suburre, aveva sostato al mio tavolo o m’era apparsa nella gabbia, al palazzo della giustizia. Avevo l’occhio esercitato ai tratti, alle caratteristiche di innumerevoli ceffi umani, sì che non destavano ormai più la mia attenzione.
Ora quelle due creature mi avevano incuriosito e le guardavo con vivo interesse. Non conoscendo la ragione della loro comparsa in quel luogo, mi pareva che un grande dolore e una grande speranza ve le avessero condotte.
Come un’altra mezz’ora trascorse, levai risolutamente il capo:
— Siete qui per cose gravi? — chiesi loro. Le donne si guardarono un attimo consultandosi, poi la giovane si levò e disse:
— Possiamo parlare con lei?
— Io sono nulla — risposi.
— Non aiuta l’avvocato vossignoria? — riprese la vecchia levandosi a sua volta.
— Vi ripeto ch’io sono nulla qui e fuori di qui e che non avrei potere di muovere neppure una piuma per voi. Però...
— Però?... — fece la giovane chinando un poco il viso ansioso verso me.
— Però potrò sollecitare l’avvocato perchè vi riceva.
— Ve ne ringrazio. La via del ritorno è lunga, vorremmo giungere a casa prima di notte.
— Vorrà ascoltarci l’avvocato? — riprese la vecchia sorridendo. Era nella domanda di lei e nel viso tutta l’ingenua rassegnazione di chi, per lunga consuetudine, ha l’abito del tacere e dell’ubbidire.
— Ma certamente! — risposi.
— Perchè vede — riprese la giovane atteggiando il volto a dolce atto di dolore — lassù, nei nostri monti, ci hanno detto che l’avvocato può tutto e noi speriamo nel suo potere. Siamo povere...
Ad un mio gesto involontario la giovane donna si interruppe:
— Non vorrà ascoltarci se non abbiamo danaro? — chiese.
— Secondo. A causa vinta ne avrete?
— No.
— Allora...
Vidi tale abbattimento improvviso dipingersi sul volto delle due creature che non ebbi core di proseguire.
— Ma di che si tratta? — ripresi dopo breve silenzio.
La giovane mi alzò in viso gli occhi suoi belli. Vidi come una fiamma tremare in fondo a quelle pupille oscure. La bocca un poco pallida discoperse, nell’atteggiarsi alla parola, due file di denti che erano come marmo lucente.
— Mio padre è in prigione — rispose. — Siamo rimaste sole.
— Da quanto tempo è rinchiuso?
— Da un anno. Compì cinque giorni fa l’anno. Eravamo di marzo. Mio padre conduceva un podere, un poderetto accasato che poco ci dava ma tanto che l’inverno s’avesse di che sfamarci. Era a solato; tutto il nostro bene era. E si campava, Iddio lo sa, si campava benedicendo. Ma un vicino nostro nutriva rancore per noi. Io non so perchè. Molte volte erano nate parole fra mio padre e il vicino, senza conseguenza però, perchè mio padre badava a sè e pensava che c’erano due donne su la sua via e che la vita di lui era un poco anche delle donne sue. Così viveva appartato. Allora Simonetto del Monte, ch’era il nemico nostro, disse: — Bardella è un vigliacco!...
— Disse così — interruppe la vecchia — lo udiron le donne dei Masi e chi lo volle udire l’udì, perchè lo disse ad alta voce, lo gridò ai venti...
— Allora mio padre fece un giuramento: giurò che Simonetto avrebbe avuto di che pentirsi...
— Giurò anche, su l’immagine di Dio, che non l’avrebbe provocato... rimise l’anima sua nelle mani del Signore...
— Sì, era buono mio padre....
— In venticinque anni di matrimonio non c’è stata parola fra noi — aggiunse la vecchia.
— ... ci teneva come le sue pupille. Che vuole? si viveva in tre, s’era come una piccola nidiata fra le roccie aspre. Una sera la mamma dormiva. Dormivate è vero? — chiese la giovanetta volgendosi a sua madre.
— Sonnecchiavo — rispose la vecchia e con la cocca della pezzuola si rasciugò una lacrima.
— Dormiva, era quasi buio, io raccoglievo un po’ d’erba su per uno sgaruglio e cantavo. È la nostra gioia cantare, non abbiamo altro. Subitamente odo un grido dalla valle e mi pongo in orecchio ed ho un gran tremo al core. Vedo qualcuno che corre giù a precipizio. — Bardella!... — gridavano dall’altra costa del monte: — Bardella abbi core!... — Io non so come non venissi meno; giungi al basso dirocciando. Fu il Signore che mi resse. Su la porta di casa trovai la mamma. Ci guardammo senza parlarci. Stavamo per prendere la viottola dell’aia quando il babbo ci si presentò innanzi. Era trafelato, aveva tutta una mano insanguinata. — Che hai fatto? — domandò la mamma che si premeva il core: — Che hai fatto? — Mio padre ci guardò, lo ricorderò fin che viva, aveva gli occhi lucenti, terribili e disse: — Ho ammazzato Simonetto! — Noi sbiancammo inorridendo.
Aveva parlato a voce bassa frettolosamente; negli occhi suoi era dipinto il terrore della scena che veniva rievocando. Il pallido volto di lei si era animato un poco a sommo delle gote, la pezzuola le era ricaduta su le spalle lasciando libero tutto il tesoro de’ suoi capelli neri e ricciuti.
— Vorrà ascoltarci l’avvocato? — riprese la vecchia e la voce corrispose al ritmo del pensiero che le batteva nel cervello una diana uguale ed assidua.
— Siamo sole — continuò la giovanetta — siamo povere e sole; si andrà tutti in consumamento se qualcuno non ci aiuta!
Mi levai. La mia condizione mi parve ancora superba di fronte alla miseria delle creature che mi stavano innanzi.
— Andrò ad annunziarvi — dissi. — È l’unica cosa che posso fare per voi.
Non avevo appena dischiusa la porta dello studio che la voce aspra dell’avvocato mi accolse con un:
— Chi vi ha chiamato, ignorante?
— Due povere donne chiedono di parlarle — risposi contenendo lo sdegno.
— Aspettino; ora non posso riceverle; ritornino domani alle due. In quanto a voi, debbo dirvi che sono stanco....
— Anch’io!... — risposi seccamente.
Dovette essere nella voce mia un acerbo rancore e una sfida se l’uomo abituato alla mia continua, pecorile sottomissione levò il capo a guardarmi con aria stupefatta.
Passò una pausa durante la quale sostenni lo sguardo di lui senza scompormi. Ciò finì per inasprire la sciocca vanità del mio padrone. Dopo avere arrossito e impallidito scattò in piedi d’improvviso e gridò:
— Mascalzone!
— Perdonate — risposi facendo gran forza su me stesso per contenermi — perdonate, ma dal momento ch’io torno uomo libero, voi non avete alcun diritto di insultarmi. Fino a poco fa ero ancora il vostro servitore, voi mi davate di che non morire, avevate padronanza su me; ora, rifiutando il vostro danaro, irrisorio compenso alla mia dura fatica, ridivento uomo. Posso guardarvi in faccia.
Il tono mutato, la fermezza delle parole, la calma con la quale avevo risposto ad una fra le tante ingiurie di cui mi gratificava, lo stesso pronome usato, più che dispetto per l’inatteso avvenimento, gli destarono stupore tantochè con voce meno aspra soggiunse, ma ebbero un tremito le parole:
— Potrò rimproverarvi, mi pare!
— L’avreste potuto, ma i vostri non erano rimproveri. Io per voi non sono stato mai qualcosa di diverso da un cane; un cane che può essere utile e che si tiene incatenato in una tana. Avete avvelenato lentamente la mia prima giovinezza; debbo dirvelo: io sono debole e malato per la vita alla quale mi avete costretto...
— Chi vi ha costretto?
— Il bisogno e voi. Il bisogno inumano, voi più crudele del bisogno.
— Basta — gridò scattando — vi ho ascoltato fin troppo!
— Vi brucia la verità!
— Andatevene!
— Non cerco di meglio! Fuori di qui, potremo incontrarci talvolta a viso a viso, allora vedremo fra i due chi cederà il passo.
Quando uscii dallo studio una felicità nuova m’irradiava. Ero libero, potevo andarmene ove meglio mi piacesse.
Le due donne che mi attendevano, mi accolsero con un sorriso di speranza e mi fu cosa amara il disilluderle.
— Ha detto di tornare domani?
— È inutile, non accetterebbe la vostra difesa. Io vi indicherò persona che potrà giovarvi. Venite.
Uscimmo. Non mai come in quel giorno, in quell’ora vidi più bello il sole. La gioia di vivere faceva vibrare i miei sensi; negli occhi miei doveva essere una di quelle luminosità giovanili che danno l’ebbrezza. Mi sentivo libero. Per la prima volta tale coscienza era piena in me, soverchiava il mio desiderio. Avevo sognato per tanto tempo l’ora deliziosa della libertà assoluta! Venisse pure ogni sofferenza, era pronto a tutto; il passato mi era stato maestro; che potevo rimpiangere nella vita se il poco e qualche volta il niente era stata mia legge? A che poteva condannarmi la società per la mia ribellione se non a quella miseria ch’io conoscevo già da lunga data?
Tanto valeva, allora. Servire per soffrire era da bruti, tanto valeva andarsene con le proprie bisacce su le spalle, andarsene pel mondo; essere il viatore che non ha meta perchè una meta è già un segno di prigionia, il viatore che sorge col sole e col sole riposa ove si trovi; che non teme la morte, che nulla teme se non gli uomini e la loro civiltà.
A questo aspiravo; questo potevo fare il giorno stesso se avessi voluto. La terra ed il mare sono grandi: gli uomini sono come un mucchietto d’arena fra le due vastità. Per la prima volta mi trovavo di fronte al mio volere. Che potevo temere mai? Vedevo la morte sopra un trono di porpore coronato di stelle. La mia giovinezza l’avrebbe avuta come un’amante superba e si sarebbe abbandonata a lei delirando. Io non conoscevo l’amore.
Le vie erano luminose di sole, gaie di festosità primaverili. Le due donne mi seguivano o mi precedevano fra la gente affaccendata che andava per i portici. Guardavo di tanto in tanto la superba persona della giovane; era flessuosa e fine, era come un viburno. Notai che molti si soffermavano o si rivolgevano per vederla passare.
Ottenni poi, da un giovane avvocato che conoscevo, il patrocinio della causa delle sconosciute. La loro gratitudine fu grande.
— Come vi chiamate? Dove potremo venire a ringraziarvi? — chiese la vecchia tenendomi fortemente serrata una mano fra le sue.
— Io non ho casa — risposi.
— Siete solo?
— Sì.
— Allora se passate dai nostri monti venite a salutarci. Noi stiamo a San Benedetto dall’Alpe. Chiedete delle donne di Bardella.
— Sì venite — sussurrò la giovinetta alzandomi in volto quegli occhi suoi ch’erano come velluto ed avevano una indicibile dolcezza di preghiera.
— Quando andrò in Toscana, verrò.
— Il Signore vi ha posto su la nostra via — disse ancora la bella creatura; poi arrossì come vide ch’io la guardavo troppo fissamente.
Quando fummo per lasciarci le chiesi:
— Come ti chiami?
Si tirò la pezzuola su gli occhi e sorridendo rispose:
— Io mi chiamo Pavona.
Poi si mise a fianco della madre e disparve fra la folla.