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Il Cantico

Chapter 6: IV. Solo l’amore è eterno.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

IV. Solo l’amore è eterno.

Un tumulto di voci aspre ci ridestò di soprassalto. Omero balzò in piedi primo.

— Dove siamo? — chiesi soffregandomi gli occhi.

— Su lo strame — rispose Omero. — Levati, la strada non è compita. Sei stanco ancora?

— No. Ho dormito molto?

— Dieci ore buone. Il giorno è chiaro.

— Riprendiamo subito la strada?

— Sì.

— Sono con te — risposi e mi levai dall’aspro giaciglio che la stanchezza mi aveva fatto di piume. Scendemmo dal fienile l’un dopo l’altro per una scala a piuoli appoggiata all’alta finestra. Non appena fummo all’aperto un alito di brezza marina ci avvolse; fu come una diana ai nostri sensi intorpiditi ancora.

Da tre giorni continuava l’ininterrotto cammino; ci eravamo dilungati di buon tratto dalla nostra piccola terra del piano. Ove si andasse non sapevo; Omero voleva provare la mia resistenza e la mia volontà.

Giunti su l’aia della cascina nella quale avevamo trovato ospitalità per quella notte, vedemmo aggruppati vicino ai pagliai, molti uomini che discutevano ad alta voce anfanando. Passammo oltre senza esser notati.

Il sole ascendeva fra le betulle lontane, nella vastità. Andavan gli albastrelli e le canevaiole a lunghi sciami per l’aria.

— Mantieni il passo — mi disse Omero — Non affrettarti in principio per rimanere a mezzo. Mantieni il passo.

— Ma tu sei un orologio!

— Bisogna saper far calcolo delle proprie forze! Sono il nostro patrimonio. Parlo per esperienza.

— Hai viaggiato molto?

— Quanti anni credi tu ch’io abbia?

— Quaranta.... quarantacinque.... non saprei.

— Ho cinquant’anni, sono stato sempre solo. Quando la primavera era ancora per me come una invincibile malìa abbandonai la città dove qualcuno sapeva ch’io esistevo. Da quel tempo non ho avuto posa un giorno.

— E come hai vissuto?

— Come vivono i pari nostri: con niente.

— E non hai cercato mai un lavoro fisso?

— Ho lavorato a tutto, su la terra e sul mare; tutto è stato buono per me, pur che fosse di breve durata.

— La solitudine non ti ha fatto mai paura?

— La solitudine?... Che cos’è?... Tu parli di cose ch’io non ho conosciuto mai, figlio mio.

Curvo un poco sotto le sue bisacce continuò la via lungo gli scrimoli dei fossi. Vestiva un soprabito di antica foggia fatto per un dosso molto diverso dal suo: ciò che doveva giungergli alla vita, si fermava alle spalle; aveva un paio di calzonucci miseri che pareva facesser somma fatica a coprirgli la caviglia, tanto erano aggrottati e sdegnosi, poi le scarpe rotte e un berretto a visiera compivano il suo abbigliamento. Era forte e muscoloso a dispetto dei patimenti sofferti. La sua faccia serena e bonaria, raramente si offuscava; ogni più occulto pensiero poteva leggersi su quel viso nobilmente aperto.

Anche quel giorno, per tutto quel giorno, camminammo. Verso sera la stanchezza mi fu come un lento veleno onde le mie facoltà cerebrali si ottenebrarono.

Andare per una via interminata, scalpicciando fra la polvere, dall’alba al tramonto; sostare brevemente a qualche ombra e ripartire quando il tepor solare insonnolisce un poco e dolce sarebbe l’abbandono; proseguire sotto al sole mutando qualche rara parola, fino allo smorire dei cieli, fino all’ora che langue in ogni aspetto soavemente; scambiare sempre più rari i passi; aver gli occhi stanchi, la mente ottenebrata, sperduta verso un tutto ed un nulla di cui più non afferra i contorni: tutto ciò è simile a un sonno di morte nè triste nè amaro che per inavvertite vie vi raggiunge, spegne la vigile coscienza e all’improvviso vi abbatte lungo la via senza che vi avvediate di cadere per non più risorgere forse. Questa è la stanchezza, simile alla morte, che sanno i viatori raminghi; coloro che una legge oscura condanna ad errare per insoddisfatta bramosia di libertà di giorno in giorno fino alle soglie estreme.

Poco è il pane e grande è il bisogno, più si toglie che non si dia; v’è giorno in cui gli occhi non corrono ai cieli ma, chini su l’aspra via, si annebbiano; v’è giorno in cui il pensiero non indaga, nè crea, nè gioisce, ma si arresta, intorpidendo, ai moti della persona e allora si contano i passi con assidua cura finchè il grido solivo delle cicale che scende in onda alterna come un ritmo di acque profonde, come un mare di infiniti suoni, non tolga anche l’ultima facoltà numerica alla mente vigile. Così la vita con lieve mano si dislaccia e ci abbandona.

Non ricordo ove fossimo — ricordo a pena un gran cielo rossigno innanzi a me e il suono della voce di Omero:

— Che hai, ragazzo?

Poi mi sentii sorreggere, poi vidi ancora qualche ombra di rama e tutto trascolorò.

Era notte quando riapersi gli occhi. Omero, seduto vicino a me, frugava nelle sue bisacce; al termine della via, verso levante, era un bagliore bianchiccio.

— Bevi — mi disse Omero porgendomi un gotto; poi soggiunse:

— Come ti senti?

— Bene; ma che ho avuto?

— Nulla. Sono le prime stanchezze. Ho voluto provare troppo duramente la tua resistenza.

— Dove siamo?

— A tre chilometri da Comacchio. Puoi proseguire?

— Sì.

Mi rialzai. Omero mi offerse il braccio. La strada andava fra le acque delle lagune verso una luce che pareva sorgesse dall’ombra di un’immensa nave a pena intravveduta. Intorno a noi era il silenzio della distesa infinita. Su qualche argine sperduto luceva una fiammella, ardente forse innanzi a qualche icone sacra alla notte e al palpito stellare.

La distanza sminuiva sensibilmente; si accennava già la grande nave in linee più decise e cresceva su l’orizzonte, con la sua ampiezza, il suo lume.

— Quanto ci rimane ancora? — chiesi ad Omero.

— Di che cosa? — rispose volgendosi il mio compagno.

— Di ciò che guadagnammo prima di partire.

— Quasi tutto.

— Abbiamo vissuto di niente allora.

— Di ciò che era necessario. Bisogna ricordare che dall’oggi al domani si può venir meno. In questo caso se si possiede nulla, gli uomini non ci accoglieranno. Siamo bestie inutili, Duccio della Bella! Ricordati questo, sopra tutto.

— Ricorderò — risposi. Aggiunsi: — Ci fermeremo a Comacchio?

— Sì.

— Poi?

— L’avvenire è nelle mani del destino.

— E così sia.

Dopo non molto traversammo, sopra un ponticello arcuato, un canale che si lanciava verso levante costeggiando i brevi giardini della città delle acque. Una burchiella avanzava lentamente sospinta da un invisibile navarca. Fummo su la lunga via che traversa la città in tutta la sua lunghezza; ne percorremmo buon tratto senza incontrare persona, volgemmo poi a sinistra seguendo un canale e, fra basse dimore ed alte canicciate, riuscimmo ad un campiello che si apriva da un lato su la laguna. Una sola fiammella diradava l’oscurità del luogo. Le piccole case senza imposte alle porte si addossavano tutt’intomo strette nel buio contro l’immensità; da qualche andito traluceva a pena un bagliore. Non si udiva voce. Tutti i pescatori dormivano forse od eran lontani alla pesca di frodo nella notte illune e profonda.

Omero si appressò ad un andito e gridò per due volte consecutive:

— Giovanni della Nave? O Giovanni, sei desto?

In breve l’andito buio si rischiarò. Udimmo un lento batter di zoccoli su l’impiantito e vedemmo avanzare, illuminato da una lampada appesa ad uno spago, un uomo su la quarantina, forte ed adusto.

L’ondulare della lampada ch’egli teneva sospesa innanzi a sè nella mano sinistra, illuminava ed ombreggiava a vicenda il volto di lui sì che, per il giuoco delle luci, pareva che gli occhi suoi, fissi nello scrutare, vedessero e svedessero d’improvviso nella tenebra notturna. Teneva stretta fra i denti una breve pipa chioggiotta; aveva due larghe brache di bordatino a bande rosse e celesti e una camicia azzurra, aperta sul petto. I piedi nudi avea infilati negli zoccoli e sul capo portava la galosa: un berretto conico di feltro nero.

Quando fu sul limitare chiese:

— Chi sei?

— Sono io, Giovanni della Nave, io, il tuo vecchio amico Omero.

— Omero! — esclamò con voce forte l’anziano. — E da dove vieni?

— Da lontano.

— Vuoi dormire?

— Sì. Ho con me un compagno. Puoi darci ricovero?

— Entrate — rispose Giovanni e si volse per l’andito invitandoci a seguirlo.

Entrammo in una stanza angusta, umida, nerastra. Giovanni della Nave appese la lampada alla cappa del camino ch’era basso sì che il focolare si trovava appena un palmo sopra l’impiantito.

In mezzo alla stanza era una lunga tavola con a torno alcune panche; alle pareti erano appese stanghe, forcini, reti, fiocine ed altri attrezzi da pesca; un esile battello giaceva rovesciato lungo una parete, innanzi ad una porticina che si apriva sul canale. Su la cappa del camino, in alto fra alcuni rami di palma, era una vecchia immagine stinta di un santo ignoto.

Giovanni della Nave trasse una panca più presso la tavola e fece un cenno perchè sedessimo, poi prese da una vecchia madia due bicchieri, li risciacquò in un orciuolo e ce li pose innanzi tutti stillanti.

— Questo vi sarà come manna — disse mescendo da un ampio boccale un vinello nero che arrubinava rapidamente il bicchiere. — È vin di Bosco e del migliore.

— Buono — fece Omero — sa di ferrigno.

— È la nostra salute — riprese Giovanni della Nave — ci preserva dalle febbri; ci dà un po’ di calore, l’inverno, quando la pesca è opera aspra e c’è da morirne; ci aiuta a campare. È santo come l’occhio di Dio.

Soggiunse poi:

— Bevetene chè non fa male.

Omero tese il suo bicchiere per la seconda volta e per la seconda volta, socchiudendo gli occhi, assaporò il gusto asprigno del vino salmastroso.

— Dunque — fece Giovanni della Nave riaccendendo la sua pipa di cotto — che pensi fare col tuo compagno, Omero? Rimarrai fra noi?

— Qualche giorno, poi si vedrà. C’è lavoro?

— Niente; c’è da industriarsi. È abile il giovanotto? — disse indicandomi con un cenno del capo.

— È nuovo ma si farà. E i figli tuoi?

— Sono fuori a Campo[1] Rillo; tentano la sorte. Serena tornerà fra poco, è ancora al lavoro. Pietro è stato in prigione, a scontare la condanna dell’inverno scorso. Gli hanno tolto tre volte il battello, la fiocina e la preda. Comunque sia la pesca ha reso. Ora è più forte che mai.

— Si è ribellato alle guardie?

— No, si è lasciato prendere sempre, da buon figliuolo; tanto, ribellarsi vuol dire accrescere la pena.

Tacemmo. Si udiva presso la piccola porta il risciacquio dell’acqua mossa dal palpito del non lontano mare; era un battere molle e continuo, un assiduo lappeggiare saliente dal buio del piccolo canale che scorreva fra le canicciate e i muri rozzi delle basse dimore. Null’altro suono si udiva: pareva che la muta città fosse stata presa dall’incantamento delle umili acque e che solo le stelle avessero pe’ suoi canali lampeggiamenti di vita.

— Serena tornerà fra poco e appronterà il mangiare — riprese Giovanni della Nave. — Avrete fame.

— Un poco — rispose Omero.

— Siete digiuni?

— No, abbiamo provviste per due giorni ancora; ma si bezzica, non si mangia. È utile far così per continuare la via, altrimenti ci si intorpidisce e si cade nel sonno. Per viaggiare conviene essere leggeri.

— Hai sempre le tue belle dottrine di un tempo! — esclamò Giovanni sorridendo.

— Se così non fosse potresti tu vedermi qui, dopo tanti anni, sano e forte?

Tacemmo di nuovo. Il conversare languiva chè nessuno fra noi era loquace e nessuno coltivava la vanità della propria parola e parlava per ascoltarsi; ciò ch’era necessario dire lo si diceva nella forma più breve senza perdersi in commenti o ampliazioni; buono era l’intendere e per l’intesa bastava il poco. Odiavamo l’inutile, tutto ciò che è vanità, fiorettatura leziosa; tutto ciò che oscura la limpidezza dell’idea traendola per vie diverse. La parola doveva essere al pensiero come l’arco alla freccia: la rapida forza che trae alla meta; nulla più. Ciò corrispondeva alla rude armonia di tutta la vita nostra.

Per tale sentimento ch’era una legge, in poche frasi si esauriva ogni argomento di discorso. Il silenzio non ci turbava: ognuno era libero di seguire le sue vie di ideazione senza preoccuparsi del compagno che faceva altrettanto.

Con i cubiti appoggiati alla tavola e il capo chino fra le palme, Omero e Giovanni stettero lungo tempo l’uno di fronte all’altro assorti; pareva fossero stati così fin dalla nascita senza lasciarsi mai, tant’era la dimestichezza del loro abbandono. Omero aveva chiesto e Giovanni aveva dato, ciò era ben naturale sì da una parte come dall’altra. Non avevano avuto maraviglie per l’improvviso incontro; pareva si fossero lasciati la sera innanzi e non si vedevano da quindici anni almeno.

Tale apparente indifferenza non derivava da insensibilità; era la risultante di una consuetudine antica e di un sentimento: la consuetudine dell’ospitalità e il sentimento di una dignità virile che non ammette svenevolezze.

Omero e Giovanni della Nave, come vidi poi, erano amici sinceri e pronti al reciproco sacrificio; pure non una volta udii l’uno rivolgere all’altro una parola d’affetto. Più ai fatti che alle parole si temprava il loro sentimento fiero.

Trascorse non so quanto tempo nella muta attesa. Il sonno mi appesantiva gli occhi, scendeva lento, irresistibile come un delizioso torpore. Ad un tratto un rapido battere di zoccoli e il cigolio di una porta che si apriva mi ridestò. Levai il capo; Omero e Giovanni si eran volti verso la soglia su la quale era apparsa una giovinetta.

— Hai tardato — disse Giovanni.

— Babbo, il lavoro era molto e forte — rispose la giovanetta.

— Prepara subito la cena e pensa agli ospiti.

— Sarà fatto.

Ci passò innanzi e ci salutò con un chiaro sorriso. Giunta presso il focolare slacciò il lungo zendado turchino che portava piegato su la fronte e su le guance in bande ieratiche e sciolto lungo la persona magnificamente l’appese al muro; e apparsa così co’ suoi bei capelli neri raccolti a crocchia su la nuca e tutti vivi in superbi ondulamenti, apparsa come in un guizzo di tutta l’esile persona ch’era simile al viburno e alla molle ninfea, nella grazia del suo viso pallido, ci sorrise ancora prima di chinarsi sul focolare ad avvivar le bragi.

— Bella figlia — mormorò Omero rivolto a Giovanni. — Ti si è fatta grande e bella!

— Non canzonate! — rispose Serena volgendo leggermente il viso sopra la spalla.

— Non canzono. Se non credi a me domandalo al compagno mio che legge i libri e se ne intende. Duccio, non ti par bella?

Ella volse su me gli occhi neri che aveano l’estrema limpidezza dei cieli, e una fuggevole onda di sangue le arrubinò le guance; poi riabbassò il capo e riprese le umili faccende.

Quando Omero mi si distese a lato sul giaciglio dopo avermi riassettato una coperta ai fianchi e disse:

— Ora sosteremo qualche tempo; questa terra è buona ed è bene tu la conosca — non ebbi l’aspra sensazione che mi aveva procurato già ogni altro pensiero di sosta; qualcosa era in me che cantava una nenia avvolgente, qualcosa che era simile a una freschezza di acque, a una mattinale dolcezza. Io mi assopivo sorridendo, dimentico in parte di ogni pensiero diverso.

Ricordo che, prima di prender sonno, apparve e riapparve alla mia mente come in un cerchio, in una corona tutta di fiori e di gemme il motto di un antico saggio: — Solo l’amore è eterno!

E il mio senso ribelle sostò su le vie dell’incantesimo eterno.