V. Serenella.
Le amiche la chiamavano Serenella perchè era esile ed aveva molta soavità in ogni suo gesto; forse avevano ingentilito il nome, così, senza pensare, per il senso di rapporto che mantiene, nelle anime semplici, le armonie fra i suoni, le cose e le creature.
Serenella era un nome aggraziato; le stava bene come una pallida veste alla persona, o un nimbo a’ bei capelli fluttuosi. Toltone il padre di lei e i fratelli che continuavano a chiamarla Serena, gli altri avevano adottato il dolce vezzeggiativo.
Serenella possedeva, come tipo, le peculiari caratteristiche della sua razza mantenutasi intatta in quelle terre remote, circondate dalle acque e dai boschi; ricordava certe esili figure regali che gli artisti del musaico perpetuarono nelle silenti basiliche di Ravenna; figure vive per gli occhi nostri che le videro lungo le vie dell’antica città imperiale o le scorsero nella vastità dei piani o su lo sfondo luminoso del mare. Era diritta e fine; la persona, dalle movenze squisitamente eleganti, aveva nell’armonica mollezza, nella rapida agilità dei gesti, nel languore degli improvvisi abbandoni un’estrema grazia di voluttà. Era pieghevole, armonizzava in ogni sua posa, aveva tratto dalle acque le inconscie accortezze dell’avvolgimento sì che pareva dovesse darsi tutta alle carezze come l’esile viburno si dona al fremito delle correnti che l’incurvano e lo fanno tremare in uno spasimo che non ha tregua.
Così le compagne di lei, le figlie della città sperduta fra acque e cieli, vivevano nel dominio del piacere che signoreggia la bassa Romagna e sì la tiene che tutta ne viva fremendo.
Ma Serenella differiva dalle compagne; era come l’argentea betulla fra i pioppi. Gli occhi di lei, degli infiniti campi lagunari che continuamente riflettevano avevano serbato l’incantesimo, la mistica grazia che si diffondeva sul pallido volto, su la fronte pensosa. Ell’era in tutto simile alle figure ieratiche ferme in un dolce segno, da artisti ignoti, nelle oscure cattedrali bisantine. E quando racchiudeva l’ovale del volto nello zendado azzurro e, negli ampi panneggiamenti si perdeva la bella persona come un giglio fra le nebbie del vespero, allora gli occhi suoi, solo gli occhi a volta a volta ingenui ed oscuri nei quali pareva affondasse il cielo con tutti i suoi bagliori, l’animavano dell’anima stessa che gli antichi musaicisti dettero alle loro vergini che una mistica sensualità transumana. Ell’era, così, lontana sorella delle fanciulle che l’arte predilesse od elevò a simbolo religioso. Fioriva dall’anima di lei e dalla persona gentile il dolce sensualismo avvolgente e la soave grazia del sogno indefinito che le solitudini acquatili e gli orizzonti che hanno tenui confini di nebbie alimentano nelle creature sacre alle silenti case.
Non era loquace: amava atteggiare il volto in segno di consenso o di denegazione anzichè parlare, eppure la voce sua era armoniosa e insuperabile nei canti a distesa nei quali si compiaceva effondersi certe volte, di prima sera, accompagnandosi col lento battere degli zoccoli sui ponticelli arcuati o sul selciato delle anguste fondamenta.
Partiva la mattina col cestello infilato in un braccio e tornava a sera tarda quando tutti attendevano, attorno alla tavola, il ritorno di lei per iniziare la cena.
Le compagne sue che giungevano dai quartieri di Santa Maria in Aula Regia, dai quartieri di San Mauro, dalle casupole nascoste da ampie canicciate o dormienti sui canali in un sonno di secoli, la chiamavano quando il sole sorgeva:
— Serena?... Serenella?...
Si udiva il mormorio delle giovani voci chiare e squillanti. Ella si gettava su le spalle lo zendado azzurro, salutava Omero che ordinariamente a quell’ora era intento a rammendare i nostri panni sdrusciti, e usciva senza rivolgersi, come una reginetta. Omero levava gli occhi a seguirla, levava gli occhi sopra certi suoi occhiali grotteschi ch’egli teneva cari più del pane e rimaneva con l’ago sospeso in aria senza compire il punto finchè ella non fosse scomparsa.
Giungeva dall’esterno la festosità delle giovani creature non intristite dal continuo lavoro; era una gaiezza mattutina, come un frullo di passeri da pioppo a pioppo quando il cielo si inalba; poi, alla comparsa di Serenella, fiorivan le voci a coro:
— Presto, signora!
— Serena, hai gli occhi del sonno ancora!
E si udiva il riso della bella figlia ch’era squillante e tremava in rapido giro estinguendosi dolcemente.
Andavano pei verdi canali le lente burchielle; i rapidi battelli, sottili come fusi; i sandali e, più lontano, i bragozzi che spiegavano le grandi vele gialle e crocee su le quali erano dipinti soli vermigli e croci nere. Le forti prore erano sospinte più dai remi che dal vento. Il primo sole lumeggiava il santo protettore dipinto, a colori vivaci, sotto la polena. La rude figurazione significava sempre un vecchio mitrato, la mano levata in atto di benedire il mare.
I piccoli cani della Pomerania scorrevan sul bordo delle pesanti imbarcazioni e, a poppa, il più vecchio fra i navigatori, curvo sopra un fornello di lamiera, attizzava il fuoco per apprestare il pasto mattutino ai compagni.
Passavano le grandi vele lontano, nell’aperta laguna mentre nei canali, fra le consuete grida di avviso, scorrevano guizzando le piccole imbarcazioni che un uomo o un monello sospingevan rapidamente col forcino; scomparivano, ricomparivano da ponte a ponte inoltrandosi in canaletti trasversali, assiduo succedersi di forme su le acque verdi e tranquille. A quando a quando da un canale dischiuso come una bocca viva su l’immenso spazio lagunare si intravvedevano argini neri e boschi azzurreggianti in lontananza.
Fra scìe bianche e d’oro, fra bagliori di gemme, fra il cupo tremolar dell’ombra passava la vita della piccola città sperduta da secoli nelle sue lagune, mentre nell’aria dalla chiesa di San Mauro, da Santa Maria in Aula Regia, dalle chiese del Carmine e del Rosario andavano squilli e suon di doppî e tocchi lenti di campane gravi. Il sole ascendeva con le allodole negli estremi campi del cielo. La luce, il colore, il suono, i tre signori di Comacchio, stendevan la loro ghirlanda.
E le giovanette partivano per le fondamenta a gruppi di tre, di quattro, dandosi di braccio e cicalavano, ridevano, fra ombra e sole nel folgorio dei loro zendadi bianchi, turchini, gialli; nel ritmico battere dei loro zoccoli.
Serenella andava prima come la più bella fra le belle; era un muto riconoscimento delle compagne.
Salivano le scalinate dei ponti, gioconda teoria giovanile; ascendevano lentamente quasi procedessero verso un’ara lanciata nella luce fra cielo e acqua; si stagliavano, sottili ed aggraziate, nella piena luminosità dell’aria, un attimo, per ridiscendere all’opposta riva e scomparire.
A quell’ora Giovanni della Nave ed i figli erano seduti su le rozze scalinate del ponte del Borgo, insieme ai compagni e fumavano silenziosamente grogiolandosi al primo sole. L’opera loro era compiuta. Verso l’alba tornavano dalle lagune dopo aver tentato la pesca vietata e il giorno potevano trascorrerlo in pace sonnecchiando. Solo chi aveva avuto la mala sorte, scivolava col suo battello nel Campo dei Poveri[2] ed ivi, ritto su la prua, la fiocina levata nel braccio destro e l’occhio fissamente intento ad ogni guizzo nel cuore delle acque, attendeva la misera preda che tanto gli desse da non morir di fame.
Omero si attardava in casa, seduto sul focolare, intento a qualche faccenduola per la quale si credeva abilissimo; io, vicino a lui, scorrevo quei pochi libri che egli aveva salvato dalla comune vendita riponendoli nelle bisacce in attesa di tempi migliori. Secondo un suo curioso senso di elezione, aveva serbato: la Sacra Bibbia; l’Orlando innamorato del Boiardo e la Grammatica latina dello Schultz.
Un giorno in cui una strana malinconia non mi dava tregua, Omero mi si avvicinò sorridendo e mi disse:
— Ho io la medicina per te.
Raccolse le bisacce da un canto, ne estrasse, dal fondo, dall’intimo fondo, i tre libri che erano incartati accuratamente e me li porse:
— Ecco, sollevati. Io non potrei dirti niente di ciò che ti diranno loro.
Poi si volse e non volle ch’io lo ringraziassi perchè, secondo la sua logica, solo i servi dovevano essere ringraziati.
Già da cinque mesi eravamo ospiti di Giovanni della Nave nè pensavamo a riprender la via. Era giunto l’autunno, Omero aveva detto:
— Prima di ripartire voglio compiere la stagione del sale.
Lavorava alle saline e portava gran parte del suo guadagno a Giovanni della Nave per il vitto e l’alloggio. Io mi ero addestrato alla pesca notturna. Pietro e Zalèbi, i figli di Giovanni, mi erano stati guida e consiglio. Pietro aveva venti anni, Zalèbi ne aveva diciotto; erano due giovani belli e fieri che la gagliarda vita di lotta continua aveva reso anzitempo pensosi. Zalèbi aveva cercato accostarsi più all’anima mia; nelle ore di sosta, più di frequente mi sedeva a lato interrogandomi su varie cose che gli piaceva sapere o narrandomi le sue avventure di pesca. Era molto fanciullo ancora benchè in apparenza sembrasse uomo maturo per la sua gravità.
A sera, allorchè, prima di partire alla ventura notturna, ci si trovava tutti seduti attorno al desco, Zalèbi m’era sempre vicino, come un fratello buono.
Una notte eravamo a Campo Cona, soli nel lungo battello sottile; si sostava al largo, chè, alla Casona[3] di Farinello pareva ci avessero avvertiti.
— Hai udito il suono del corno? — mi chiese Zalèbi.
— No.
— Tieni d’occhio il lume e sappimi dire se si spegne e si riaccende. Io guardo a Fosecchie, potrebbe darsi che gli occhi del falco fossero laggiù.
Le pupille dilatate e intente ai piccoli bagliori lontani, tacemmo. La notte era oscura. L’esile imbarcazione ondeggiava a pena. Se il lume della Casona, ch’era ordinariamente appeso vicino alla porta a piccola altezza dal suolo, non gettava di continuo la sua immobile luce a traverso lo spazio ma, a vicende ineguali, compariva e scompariva, era segno che le guardie si erano messe in moto avendo molto probabilmente intravveduto un bagliore della nostra lanterna cieca. Passò qualche tempo nell’attesa. La lampada di Farinello non si oscurò neppure per un batter di palpebra, neppure per la rapida ombra di un volo. Si udiva il lento lappeggiare dell’acqua sotto la chiglia della nostra imbarcazione.
— Si muovono? — chiese Zalèbi.
— Dormono — risposi.
— Hai osservato bene?
— Non ho abbandonato un attimo la lanterna. E a Fosecchie?
— Fosecchie è troppo lontano. Solo Diavolo potrebbe vederci.
— È a Fosecchie, Diavolo?
— No. Questa notte credo sia a Farmello. Così fosse all’inferno come lo desideriamo tutti! Hai chiuso bene la lanterna cieca?
— È tanto chiusa che credo sia spenta.
— Guardala; ma non alzarla.
Mi chinai sul fondo del battello il quale ebbe una forte ondulazione e minacciò capovolgersi. L’imbarcazione era sì leggera che un soffio poteva sospingerla e il minimo urto rovesciarla.
— Fai adagio! — sussurrò Zalèbi — sei ancora inesperto. Se andiamo in acqua, per questa notte non si busca un soldo.
Mi risollevai con molta cautela, giocando di equilibrio. Quando ebbi ripreso il mio posto, Zalèbi, sporgendosi un poco, chiese:
— Hai perduto il paradello?[4]
— No, è qui sul fondo.
— Riprendilo e preparati che è meglio allontanarci.
Ci sporgemmo un poco sui due lati del battelletto pronti a riprendere l’avvio, allorquando si levò lungo e continuato nella notte un grave suono di corno.
— Hai udito? — chiese Zalèbi.
— Questa volta sì; ma è lontano.
— Credo sia sugli argini di Ussarola, a Campo. Era mia intenzione andare proprio da quella parte e si cadeva in bocca al lupo.
Un altro suono di corno, più lontano, si levò nella notte, simile ad un lamento disperso nella buia immensità.
— Sei pronto? — chiese Zalèbi.
— Sì.
— Allora, via!
Si udì contemporaneamente il tuffo dei forcini poi il gorgoglio dell’acqua tagliata con violenza dalla prua. Giunti agli argini di Campo Cona, saltati a terra, facemmo superare destramente il breve ostacolo al battello e riprendemmo la rotta. Così trascorse mezz’ora senza che l’un dei due dicesse parola.
La notte era profonda, tenebrosa; non altro si vedeva attorno a noi se non, a volta a volta, il lume lontano di qualche casona. La lanterna cieca mandava sul fondo del battello un piccolo sprazzo di luce. L’acqua si intravvedeva a pena per qualche bagliore destato dal momentaneo riscintillìo delle lontane lampade; non reggeva vento; era tutto intorno una muta profondità d’abisso.
— Fermati — gridò d’improvviso Zalèbi — qui siamo sicuri, riposeremo un poco.
Levammo i forcini. Il battello continuò per buon tratto la sua corsa, poi, onduleggiando fra un breve risciacquio, sostò.
— Anche questa notte Diavolo ha fatto la sua preda — continuò Zalèbi — Dio gli perdoni se cadrà senza farsi il segno della croce.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire che i fiocinini[5] sono gente buona ma guai a chi li perseguita con odio. Diavolo ci odia, ci annegherebbe tutti se potesse. Ne’ suoi rapporti dice il falso per aumentarci la pena. Una volta l’ha scampata, una seconda volta non so se il colpo che gli toccherebbe fosse deviato!
— C’è qualcuno che lo ami ancora, per salvarlo?
— No.
— O allora?
Zalèbi scosse il capo in silenzio. Intravvedevo l’ombra sua. Era seduto a poppa, le gambe distese lungo le sponde del battello.
— Conosci Sita? — riprese.
— Non ricordo.
— Sita, la compagna di Serena; Sita, la figlia di Teodora. Viene tutte le mattine fino alla nostra porta ad attendere mia sorella. La rammenti?
— Sì — risposi dopo una pausa. Ricordavo infatti la figura agile ed altera di Sita; una figura di dominatrice.
— Diavolo — continuò Zalèbi — è il padre suo. Ella sola ha potuto salvarlo.
— E perchè?
— Perchè c’è chi l’ama. — Dopo breve silenzio riprese: — Dammi la lanterna.
Glie la passai; l’aprì e l’infisse a prua sì che la luce si proiettò su l’acqua; raccolta poi la fiocina si rizzò leggermente su gli estremi bordi del battello.
Erto così, con tutta la persona, contro le tenebre dense; il capo inchino verso il punto luminoso; alta sul capo la fiocina pronta a saettare su la preda, stette immobile sorvegliando.
— C’è chi l’ama — riprese a voce spenta — e Sita è come una tanaglia: guai a chi l’accosta per amore, non potrà più dimenticarla!
Era nella voce di lui un tono passionato e triste che mi commosse.
— Le vuoi bene? — domandai seguendo un improvviso impulso.
— Perchè vuoi saperlo? — chiese Zalèbi a sua volta.
Non risposi chè non avrei voluto aggiungere parole di scusa ad una domanda che non aveva ragioni di sciocca curiosità. Zalèbi trasse la fiocina due volte e per due volte la sollevò con infitta nei denti la divincolante preda; udii ancora la voce di lui mormorare, quasi parlando a qualcuno che gli fosse molto da presso, vicino alla bocca:
— Le voglio bene!
Sentii ch’era in quelle parole una passionalità aspra, dolorosa; sentii che tutta la giovinezza altera di Zalèbi si piegava, come una fiamma sotto il vento, verso la creatura bella dall’anima oscura e n’ebbi rispetto; il rispetto religioso che destano le violenze d’amore. Egli aveva detto poco ma io intuivo che l’adolescente avrebbe fatto nessun conto di sè pur ch’ella avesse voluto; sentivo, per la voce di lui, tremante nella semplice espressione; per il muto concentrarsi delle sue energie intorno alla sperata dolcezza di tutta lei che si negava, forse, ch’egli era pronto a qualsiasi eroismo, a qualsiasi prova; che avrebbe ucciso o avrebbe cercato la morte con gioia, con la gioia della giovinezza ebbra d’amore, purchè Sita, dalle chiome color rame, avesse, sorridendo, offerta la sua tumida bocca al bacio; avesse piegato il pallido viso all’offerta.
Zalèbi soffriva. Sentivo lo spasimo intenso di tutto l’essere di lui e della sua carne.
— Spingi al largo — disse ancora con voce mutata e forte — Va adagio; punta il paradello senza battere l’acqua.
Ci allontanammo verso il cuore della laguna, fra le tenebre. A quando a quando, sul fondo del battello, qualche anguilla catturata si dibatteva disperatamente nell’agonia. La preda era buona. Io vegliavo, gli occhi intenti nelle tenebre.
— Ferma! — gridò ad un tratto Zalèbi ponendosi in ascolto.
— Che c’è?
Udimmo il sibilo dell’acqua rotta violentemente da una imbarcazione in corsa.
— Sono le guardie? — chiesi.
Zalèbi saltò sul fondo del battello, riafferrò il forcino sussurrando:
— A destra, senza troppa forza.
Nascose la lanterna cieca e prese il moto ritmico del vogare. Non avevamo percorso trenta metri forse, allorchè una voce ci giunse dalla notte:
— All’erta!
— Dove sono? — chiese Zalèbi.
— Su gli argini della Cona.
— Hanno preso nessuno?
— Nessuno.
— Chi ci insegue?
— Diavolo e i suoi.
La voce si perse, lontana già nella corsa pazza.
— Spegni la lanterna — disse Zalèbi. Com’ebbi compito il comando, con voce rotta gridò:
— A sinistra, con tutta forza. Via!
Per quella notte ancora ci salvammo da campo a campo, d’argine in argine fra l’affannoso rompersi del respiro e l’estenuarsi delle nostre forze esauste ormai.
Così trascorreva la mia vita, ed era così ch’io volevo si temprasse il corpo e l’anima mia, era a queste dure lotte per la fame e per la libertà. Ogni languore d’inerzia, ogni veleno di apatica inoperosità mi aveva abbandonato; sentivo la mia giovinezza come un inestimabile valore sul quale potevo far calcolo esatto. Alla prova non ero fallito. Omero poteva sorridere di compiacenza. Quando ritornava alla sera dalle saline, con le mani riarse, bianche e mi guardava negli occhi scrutandomi, gli chiedevo:
— Ebbene, vecchio brontolone, che cosa ne dici del tuo allievo?
Rispondeva:
— C’è tempo, è nulla ancora tutto ciò, c’è tempo!
Ma era contento; ma gli occhi suoi brillavano di gioia perchè mi amava più del suo pane e delle sue scarpe che serbava tutte avvolte, come novissimi oracoli, entro le bisacce, e non calzava mai.
Contento sì, se qualcuna non fosse giunta alla soglia del mio cuore, non fosse giunta a cantare su un ritmo stanco di onde, la sua malinconia. Ed era la dolce malinconia delle anime femminili che attendono e muoiono di speranza e si fanno udire sì belle che tutto il cuore ne trema. Ognuno di noi avrà colto la eco di un simile canto talvolta nella sua giovinezza, allorquando ogni senso intende con maggiore intensità.
Io udivo, io mi chinavo ansiosamente verso la dolce voce che mi giungeva da un silenzio; mi soffermavo così come ci si sofferma a volte ai limiti della landa ad ascoltare, da un’aia, il canto di una tessitrice ignota; — il cuore ne ragiona per dolcezza nuova e l’anima ne gode, presa per incantamento. Serenella era entrata nella mia vita come l’alba che reca, fra le nude braccia protese sul capo, una corona di stelle.