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Il Cantico

Chapter 9: VII. Il ballo agli Argini.
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About This Book

Il narratore ricorda la morte della madre e il rifiuto della pietà ostentata dagli altri, affidandosi alla propria forza d’amore. Evoca la povertà condivisa, le semplici gioie delle escursioni campestri e l’anima serena e generosa della donna, alternando dettagli domestici a paesaggi che consolano. La narrazione esplora il legame filiale, la dignità nel dolore, la solitudine e la memoria come strumenti per cercare una forma di libertà interiore.

VII. Il ballo agli Argini.

— Dunque non vuoi partire? — mi chiese Omero fissandomi con que’ suoi occhi celesti pieni di bontà.

— Non dico di non voler partire, ma non capisco questa tua risoluzione improvvisa.

— Anselmo d’Isola fa vela domani, te l’ho già detto; egli ci aveva offerto ospitalità su la sua tartana; occasione migliore non potrà capitarci.

— Ma dove vorresti andare?

— Col vento — rispose Omero sorridendo.

— Troppo lontano allora.

— Sì, troppo lontano, t’intendo. Sei tanto giovane! Metti nuove radici ad ogni sosta.

Dopo un breve silenzio dissi risolutamente:

— Ebbene partiamo!

Omero scrollò il capo.

— La tua decisione mi piace ma non accetto.

— Perchè?

— Perchè io amo la mia strada che non ha fine mai e tutto il mio bene è sempre più lontano, è sempre ad una tappa più remota dove potrò arrivare giusto in tempo per trovar la mia fossa; ma tu no, tu non cammini in compagnia dell’inverno che spoglia le rame, fa più grandi i cieli ma agghiaccia il cuore, su’ tuoi passi c’è maggio che chiude i giardini e i campi con tutte le sue foglie. Che servirebbe veder oltre una siepe se a tal patto la tua gioia dovesse finire? Rimani, l’amore è grande, Duccio della Bella!

— E tu che ne sai, se non hai amato una volta?

— Ho amato anch’io — rispose Omero a bassissima voce, chinando il capo.

Andavamo verso i quartieri di Sant’Agostino. La chiesa del santo si elevava a levante in un prato deserto, su l’estremo bordo di un’isoletta. Attorno alla chiesa, erano poche case miserevolissime senza finestre e senza imposte alle porte. Un tramonto vermiglio incendiava i cieli e le lagune.

— Sono ormai vecchio — riprese Omero — e non so dimenticare. C’è un giorno in cui il tuo canto finisce: allora, se sei solo, una orribile servitù ti aspetterebbe. Io non sono solo ancora, cammino, seguo la mia memoria che è il mio sole. Vado di terra in terra sempre più lontano finchè raggiungerò la morte.

La luce si faceva a mano a mano più intensa.

— Ecco Zalèbi — riprese indicandomi un uomo immobile presso una soglia.

— Non ci ha riconosciuti.

— No, siamo contro il tramonto, non può vederci in viso.

Vicino a Zalèbi distinguemmo, seduto su la porta di una capanna di stipa, Simone. Quando gli fummo innanzi alzò gli occhi stanchi e levò le mani a benedirci.

— Rimanete voi? — chiese Zalèbi ad Omero.

— Rimango — rispose il mio compagno.

Sdraiato sul fimo stava Simone nella sua miseria. Era scalzo, i pochi cenci che lo rivestivano non erano bastanti a ricoprire la persona di lui sì che sul petto e su le braccia si intravvedevano le carni orribilmente piagate. Il suo viso era color del vino, di un rosso cupo tendente al nero; le guance si screpolavano sotto gli zigomi nella lenta dissoluzione del male. I pochi capelli grigi gli si distendevano in lunghe teghe sul cranio. Aveva gli occhi, larghi e fissi, pieni di un doloroso terrore.

L’incendio vesperale moriva specchiandosi su l’immensa distesa delle acque immobili. Due cieli di uguale bagliore erano aperti su la piccola terra sperduta: contro tale immensità vermiglia, stava la piccola capanna di stipa, sola, tutta nera come stagliata in un metallo.

— Hai fame? — chiese Omero cercando qualcosa nelle sue tasche.

— No — rispose il lebbroso.

— Vuoi rientrare?

— Lasciami qui, respiro.

Omero entrò nella capanna e accese la piccola lampada appesa alle travi sì che l’interno si illuminò per la pallida fiamma che parve una lacrima ardente.

— I figli l’hanno isolato quaggiù — mi disse piano Zalèbi — e non gli danno un pane e non vengono una volta a vederlo. Non si tratta peggio un cane ed egli non ha core per maledirli!

— Potete andare — disse Omero ricomparendo su la soglia — rimango io finchè verrà Giovanni.

— Il Signore non vi dimenticherà — mormorò Simone levando le braccia piagate — il Signore della misericordia! Io, che sono un niente, lo prego, se può ascoltarmi, perchè vi segua e vi salvi!

— Riposa — fece Omero sedendoglisi vicino.

— Ho fatto schifo a’ miei figli — riprese il lebbroso — a’ miei figli ch’erano pure mia carne e a voi no che non mi dovete niente. Io non so il tuo nome, io non so di quale terra tu sia, non so dove andrai; tu non puoi conoscermi e non puoi amarmi, perchè dunque non hai paura del mio male e mi siedi vicino?

— Tutti siamo nati di donna — rispose Omero.

Un tremore corse per il viso del lebbroso; gli occhi di lui si impiccolirono nello spasimo dei singhiozzi; appoggiò il volto su le palme aperte e pianse come un fanciullo abbandonandosi tutto alla sua pena.

— Riposa Simone — riprese Omero posandogli una mano su la spalla.

Fra i singhiozzi la misera creatura continuava:

— Anima buona... Iddio te ne rimeriti!

Zalèbi stava a capo chino; io, vicino a lui, mi tacevo in preda ad una commozione intensa. Ancora e sempre le due anella che conchiudono il sogno della vita: l’amore ed il dolore, erano presenti e si ricollegavano saldandosi per la voce di un’anima semplice la quale aveva saputo del mondo la parte meno bella ma aveva avuto in dono da sua madre una ragione ed un cuore per soffrire e per amare.

— Andate ragazzi — riprese Omero — vi aspetteranno laggiù; andate chè il tempo non si riacquista.

Accese la breve pipa di gesso, si appoggiò allo stipite della porta e cominciò ad aspirare il fumo lentamente.

Ci avviammo a fianco, muti. I singhiozzi di Simone ci accompagnavano sempre più rari; si morivano nell’esaurimento. Il cielo e le acque erano accesi da scialbe iridescenze opaline; due vele lontane passavano sopra la linea di un argine sul quale si intravvedeva il bagliore di una piccola lucerna accesa innanzi a un’icone. La stella del pastore, l’anima lucente dei crepuscoli, era comparsa a raccorre le greggi disperse per le lande, le vele migranti su le lagune e sul mare; la stella del ritorno che appare a fior del sereno nell’ultima corona solare! E guardava la sua remota sorella nel cuore delle acque immobili.

— Il tempo si mantiene in filo — disse Zalèbi volgendo gli occhi per l’aria, — fino alla nuova luna non si avranno gli ordini[6] e potremo stare in riposo.

— Pochi giorni ancora.

— Pochi ma troppi per il nostro bisogno.

— Speriamo che il frutto compensi il ritardo!

— Speriamo. Però sarà aspra la lotta. Diavolo odora il vento!

— Bisogna spiarlo notte per notte!

— Oh! siamo in molti a far ciò; ma è volpe vecchia e ci conosce a nome.

Dopo una pausa mi chiese ancora:

— Ti sei fatta la veste[7]?

— Serenella ha pensato a tutto — risposi.

— L’avrai pronta per la settimana ventura?

— Certamente.

— Bada, tu sei nuovo; la veste ti abbisogna perchè la furia di Borea è terribile e sentirai che cosa sia, nella notte, il primo galoppo dell’inverno!

Eravamo rientrati in Comacchio. Il crepuscolo s’era spento negli ultimi cieli. Lungo la via lucevano già, a grandi distanze, le fiammelle dei fanali. In fondo in fondo, sopra le ultime case, eran nell’aria gli estremi lividori crepuscolari.

Ci mescolammo alla folla rumorosa di uomini, di fanciulli, di giovanette e ci sentimmo invadere d’improvviso dallo stesso senso di gaudio che moveva tutta quella gente ad incontrarsi, a sorridersi, a scambiar motti e parole; tutta quella gente che si conosceva, che formava un’unica, grande famiglia. Una dolce festosità prese ben tosto il sopravvento e ogni pensiero grave dileguò per noi, perchè è giusto che la giovinezza sia un po’ come il cielo primaverile ed abbia rapide tristezze di nubi e serenità profonde.

Fra lo strepito degli zoccoli, le grida dei fanciulli, il vocerio degli uomini e delle giovanette proseguimmo passando da gruppo a gruppo, accompagnati dai saluti, dai sorrisi e dai motti dei compagni. Su le porte delle case sedevan le vecchie in crocchio e attorno a loro ruzzavano i bimbi minorelli, coloro che non potevano ancora affidarsi alle loro gambe e andarsene in piena libertà. Qualche lucerna si accendeva nelle oscure stanze a illuminare una chioma fluttuosa o un pallido viso di donna intenta alla trama del filo sui bracci del filarello. Giravano lente le ruote dei filarelli a raccorre l’esile tiglia ritorta, infinita come una scia sul mare infinito, e un canto le accompagnava quasi sempre, un canto ritmico che segnava il loro stanco andare e ritornare simile alla vita degli umili, sempre così.

Erano visioni rapide, accese innanzi agli occhi per un attimo, nella vicenda del cammino.

A mano a mano che ci si accostava all’unica piazza della città, la folla cresceva. Avvolte nelle loro mantiglie bianche, negli zendadi gialli e turchini piegati su la fronte fino alle ciglia, ripresi in due larghe bande su le guance e chiusi sotto al mento, andavano le giovanette a tre a tre, battendo gli zoccoletti neri sul selciato, in una cadenza lenta che ricordava il languore dei loro grandi occhi passionali. Gli zendadi, disposti ad arte, anzichè celare la grazia delle loro persone, le ingentiliva in molli panneggiamenti disponentisi secondo le armonie dei fianchi, le flessuosità del torso e la soave dolcezza del seno. Passavano in una gaia festosità di colore con gli occhi accesi e le labbra superbamente rosse sul diafano pallore del volto; trascorrevano come un fremito, con nelle pupille oscure, il tormentoso sogno della voluttà. Belle e forti come galee, agili come serpi, flessuose come fasci di fiamme che guizzano allacciandosi e del loro ardore luminoso accendono l’aria intorno che ne trema.

Dora, Violetta e Margarita ci passarono innanzi, le tre sorelle che Comacchio vantava e l’una all’altra faceva specchio tanto si assomigliavano.

— Andate agli Argini? — ci chiese Margarita, la maggiore.

— Sì — rispose Zalèbi. — Verrete?

— Non subito; prima di mezzanotte certamente.

— A rivederci.

— A rivederci.

Ci si mise per un intrichio di viuzze e di calli; ad un tratto, oltre un ponticello, sbucammo su la laguna. In quel punto le case, sorgenti quasi dalle acque, erano divise dal rude sentiero che si percorreva, da alte canicciate; ai loro piedi giacevano capovolti i battelli dei fiocinini; fermate a pali confitti alla riva stavano barche e sandali e battane che cozzavan fra loro lentamente con lunghi scricchiolii.

La laguna si perdeva interminata nelle tenebre; grande come un mare, silenziosa come un deserto. Come fummo vicini alla meta, si udì un alto bocio e un suono acuto di violini che vibrò e si perse nell’aria.

— Eccoci arrivati — disse Zalèbi. Mosse qualche passo ancora poi si soffermò.

— Che hai? — gli chiesi.

— Potresti farmi un favore? — rispose, e il tono della voce mi turbò.

— Che c’è? Parla!

— Va innanzi — riprese — e guarda bene se, fra la gente adunata, vedi Diavolo.

Compresi e partii senza attendere oltre. Il mio amico buono non aveva bisogno di troppe parole per rendermi chiaro il suo pensiero; fra noi non erano segreti; per rapide frasi ogni moto dell’animo poteva esser palese.

Zalèbi non temeva nessuno, ma rifuggiva trovarsi a viso a viso con Diavolo e ciò per amore di Sita ch’era figlia di lui. Zalèbi era un giovinetto forte e taciturno dall’anima semplice e retta. Suo padre gli aveva insegnato una cosa sola: il lavoro; fin dalla prima giovinezza si era piegato a grandi fatiche senza pensare che non era necessario consumarsi così e che il lavoro non deve essere un abbrutimento. E non sapeva niente. L’anima sua buona, si piegava sotto l’impero di una grande fatalità che intuiva come una legge oscura ed ineluttabile. Però oltrechè nel lavoro, tutte le sue energie vitali, tutte le violenze, tutte le impetuosità della sua stirpe si esplicavano nell’amore. Egli amava con la terribile passione che conduce al delitto. Fin da bambino era stato, solo, in oscurissime notti, di fronte alla morte, nelle immensità lagunari; e non temeva la cupa sorella che aveva guatato da vicino, e troppe volte aveva veduto seduta su la prora dell’esile battello. Non faceva nessun calcolo di sè e non era uso ad infrenarsi. Quando non si ama la vita per sè stessa ma solo per ciò che può dare, si vive dell’amore come di una fiamma che arde e consuma.

Io sapevo che Zalèbi si sarebbe sacrificato a Sita sorridendo e sapevo pure che l’avrebbe uccisa s’ella avesse voluto quel poco che potesse bastare alla vanità di lei; solo quel poco! Tutto ciò sapevo senza poter riparare.

Ora Zalèbi, pure odiandolo di tutto core, evitava trovarsi con Diavolo, non voleva provocarlo o esserne provocato. L’amore suo era più forte del suo ardimento, della sua audacia. Sita compiva il miracolo.

Quando uscii dal recinto come scorsi il mio compagno, fermo nell’ombra, nello stesso atteggiamento in cui lo avevo lasciato, gli gridai da lontano:

— Zalèbi? Vieni!

In pochi passi mi raggiunse e mi chiese ansiosamente:

— C’è Sita?

— Sì.

— Balla?

— No, è seduta vicino a Serenella. Parlano.

Vidi gli occhi di lui lampeggiare; fu una vera luce che si sprigionò dalle sue pupille che le tenebre avevan fatto più grandi e più oscure.

— Grazie — rispose — io farò per te tutto ciò che vorrai; grazie.

Nel recinto, giovani e fanciulle avevano formato un grande circolo intorno alle coppie che danzavano. Il cielo era sopra loro, la notte stellata. In un angolo, non osservati, erano tre vecchi suonatori; il capo reclino sui violini, gli occhi socchiusi nell’evocazione del motivo triste che aveva un andamento cantabile. Conducevano l’arco lentamente quasi in una carezza di voluttà e si accordavano all’unisono con perfetta esattezza sì da formare un solo suono di uguale forza che si elevava a volte come in un grido di tormento e smoriva in languide cadenze per rifiorire più baldo. Erano tre vecchi mal vestiti, tre rapsodi delle lagune che tutti conoscevano a nome perchè a tutti avevano inconsciamente portato un attimo di gioia.

L’amore di ciascuno, nato o nutrito nelle festevoli adunanze, si ricollegava al ricordo musicale che ne aveva cullato le dolcezze, che ne aveva moltiplicate le sensazioni, che ne aveva esteso i confini fino al sogno onde, per un attimo, ne era sorta la certezza di una compiuta felicità. Così pareva alla gente che i tre vecchi conoscessero qualche segreta malia prodiga di ineffabili ebbrezze al core e, per tale credenza, erano tenuti in rispetto ed avevano tanto da vivere con tranquillità. Essi cantavano l’anima dei luoghi. Nei loro viaggi lungo gli argini per recarsi dalla Badia di Pomposa a Lago Santo, da Lago Santo a Comacchio, guardavano ascoltando. Le luci, i suoni, le forme avevano nel loro pensiero conseguenze musicali e l’anima loro vibrava in dedizioni profonde espandendosi nei suoni. Il grido di un’alzavola ferita, il lamento di un tarabùs[8], la sperduta vibrazione di una sirena fra le nebbie, il tumulto squillante o il fioco singulto di campane vicine o disperse; tutta la vita della vastità: le argentee vie della luna nel cuore delle acque, le subite veemenze dei tramonti, le tremolanti opalinità dell’alba, o le fiammee arditezze dell’aurora; le cineree vastità degli autunni quando gli acquatili campi sembrano mari di lava; le cupe ombre delle nubi, il trasvolare dei taciti navigli entro il cerchio degli orizzonti, tutti gli aspetti, tutte le mute maraviglie di quelle solitudini austere condiscendevano nell’anima loro per accenderla e trarne le indimenticabili soavità per le quali i tre vecchi esprimevano umilmente il loro cantico d’amore.

Erano tre umili fratelli, tre poveri viandanti che per la loro vita avevan fatto l’abito del silenzio. Il maggiore si chiamava Leone, il secondo Francesco e il minorello Matteo e davano a tutti ciò che non avevano ottenuto perchè essi non avevano amato mai.

Ora sedevano in un angolo come sempre, per ridestare nel cuore dei giovani la loro eterna malia.

Serenella non appena ci vide si levò e venne ad incontrarci. Indossava una veste cinerea che accresceva la mistica grazia di tutta la sua figura e del volto pallido in cui gli occhi grandi fiorivano simili a due gemme nere, lucenti fra un sottil velo di acque. Sita rimase seduta; vestiva di vermiglio; il suo volto che aveva alcunchè di tragico e di imperioso si addolcì un poco nell’atto del sorriso allorchè Zalèbi si accostò.

— Perchè avete tardato tanto? — mi chiese Serenella.

— Eravamo da Simone — risposi.

Ci volgemmo contemporaneamente a guardare Sita e Zalèbi. Nel nostro cuore era un turbamento strano, quasi presago di qualche male.

— Gli hai parlato? — mi chiese Serenella.

— E come fare? — risposi — Tu lo conosci; mi volgerebbe le spalle senza ascoltarmi. Attendo l’occasione per aiutarlo.

— Non tarderà troppo! — esclamò Serenella sospirando.

Frattanto Sita e Zalèbi si allontanavano ridendo. Molti si rivolsero a guardarli perchè erano belli e possenti e la giovinezza li arricchiva di tutti i suoi tesori. La lenta melopèa dei tre fratelli continuò infaticabilmente cullando i sogni, affinando i desideri.

— Vuoi ballare? — chiesi a Serenella.

— No — rispose ella passando il suo braccio sotto al mio — giriamo un poco.

Ci avviammo fra la gente che assisteva alle danze. Ad un tratto un urlo di gioia ed un battere di mani ci fecero volgere il capo: Sita e Zalèbi erano entrati in ballo; gli amici e le compagne accoglievano così il loro apparire.

Proseguimmo per uscir dal recinto, per essere più soli e poter assopire, per qualche tempo almeno, la continua pena latente. Fuori era buio; c’erano solo le stelle a illuminare la notte e la laguna ne ritesseva l’incanto ne’ suoi silenzi interminati.

Serenella si raccolse tutta vicino a me stringendosi un po’ fra le spalle:

— Che buio! — esclamò a voce spenta — sai tu, tu che hai studiato tanto, dove vada la luna in tutto questo tempo?

Sì come risi anch’ella assecondò il mio riso e riprese:

— Pensiamo a noi; il Signore è giusto e la farà ritornare! Ci sarai più allora?

— Lo spero — risposi.

— Tutto finisce tanto presto! — esclamò ella chinando un poco il capo.

Non risposi; non so quale amarezza mi tenesse alla gola. L’amore ha tristezze improvvise, recondite, che non hanno un perchè. È forse in noi, allorchè l’anima si accende, un’ignota forza che presagisce il poi e ciò che vede trasmuta in subita tristezza.

Andammo lungo la riva deserta. Fra il cumulo di piccole case che si riparavano dietro le canicciate, solo una finestra era illuminata, e più lontano luceva una fiammella bianca a sommo di un ponticello. S’intravvedeva un’esile curva nera simile a l’ombra di un’alberella piegata fra due rive ignote per l’incantesimo delle acque stellanti.

Sul nostro cammino erano rovesciati al suolo, lungo la riva, molti battelli: alcuni, dai miseri proprietari, erano trasformati in giacigli notturni. In una burchiella fermata alla sponda con due catene, vedemmo alla fiochissima luce di un lumicino, acceso a prua innanzi all’immagine di un santo, due fanciulli dormire sopra una stuoia. Avevano il capo vicino, stavano resupini con le braccia incrociate sul petto; erano seminudi nè il freddo notturno li turbava. Le acque mormoravano intorno cullandoli nel loro dolce sonno.

Poco più lontano sedemmo sopra un battello rovesciato vicino alla riva. Attenuati un poco dalla distanza ci giungevano i languidi suoni dei violini.

E Serenella non fu turbata da quella solitudine, da quella dolcezza suadente; nè io sentii ch’ella temesse il mio amore. Seguiva le placide vie del desiderio e della tenerezza; si sentiva profondamente, semplicemente donna nel suo bene e si sarebbe concessa perchè mi amava fra tutti e sapeva che l’amore è l’unica benedizione della terra.

Io la sentii fremere e tremare un poco sotto la mia carezza; le mani di lei s’eran fatte fredde ma gli occhi mi fissavano con indefinita luce di sorriso; ma nel suo viso splendeva tutto il suo pensiero amoroso e grande, e maggiore di ogni soavità. E a me pareva, in quegli attimi, di aver raggiunta una suprema lontananza di gioia: tutte le forze del mondo, tutte le allegrezze, tutte le festosità della terra mi si adunavano nel cuore. L’amica mia era bella e buona e avrebbe goduto e sofferto con me e sarebbe morta con me. Solo l’amore che fiorisce dai misteri dell’essere e, nella solitudine della vita, avvince le anime vicine e lontane, e sì le tiene che il buio non debba disperderle, conosce ciò che sia contentezza tranquilla e semplice felicità; all’infuori di ciò, nel tormentoso dominio del pensiero, non è che una sterile lotta nella quale ogni senso di bontà si disperde.

— Duccio! — esclamò Serenella socchiudendo le palpebre che le ciglia ornavano come di un molle e lievissimo velluto; le nostre bocche erano vicine; aveva pronunciato il mio nome carezzevolmente quasi ad atteggiare le labbra ad invito e le palpebre scesero a velare le pupille quando le nostre labbra si strinsero in un brivido sì forte che tutta la persona ne tremò di uno spasimo.

Il risciacquio delle lagune fra i vecchi legni che cullavano qualche dormiente solitario andava sotto il silenzio, nel buio, fino alle più remote rive.

— Io non ti chiedo nulla — disse ancora — perchè ti voglio troppo bene!

Io vidi negli occhi dell’amica mia una luminosità stellare. Con le braccia abbandonate su le mie spalle stava così, guardandomi e sorridendo; poi tremò abbandonandosi come una canna alla lieve correntia di un fiume. Il piccolo cuore di lei pulsò contro il mio fortissimamente.

Scattammo ad un tratto chè un tumulto di voci corse per la notte.

— Duccio? Che cos’è, Duccio, hai inteso?

— Andiamo — dissi e ci avviammo a corsa lungo le rive.

Su l’ingresso del recinto la gente si stipava gridando e gestendo, ossessionata. Come una via ci fu aperta vedemmo fra il circolo degli astanti Sita a fianco di Diavolo; di fronte a loro era Zalèbi. Aveva il viso terreo; pareva percosso dalla morte. Mi lanciai innanzi:

— Che hai fatto? Che hai fatto? — gridai.

Egli mi fe’ cenno di tacere.

Diavolo sghignazzava beffeggiando. L’ampia bocca di lui, dai denti giallastri, si torceva in una smorfia irrisoria, gli occhi pareva misurassero a scherno la forza di Zalèbi.

— Dunque non vuoi? — riprese Diavolo — non vuoi, piccolo cane?

Zalèbi rimase muto con gli occhi fissi in quelli di Sita. La ragazza si volse ad un tratto verso suo padre e disse rapidamente:

— Vattene, vengo con te.

Diavolo rise ancora, poi scrollò le spalle, sputò e si volse per partire. Sita si era soffermata vicino a Zalèbi, noi tutti la fissavamo stupiti. Ella levò una mano, la posò su la spalla del giovane, poi a voce lenta e forte disse:

— Sei un vigliacco!

Io vidi gli occhi dell’amico mio farsi di un subito sanguigni, vidi la sua bocca tremare più volte nel grido lacerante:

— Sita? Sita? Sita?

Ma la femmina lupigna era scomparsa fra la folla. Tutti stavano muti intorno quasi presi da un incubo. Quando Zalèbi si lanciò innanzi in un impeto folle, trovò un varco subitamente aperto e fuggì per la notte.

Allorchè fummo soli, lontano, dove non si udiva più suono, dove non c’era se non qualche casa muta nell’ombra, egli si soffermò. Ricordo il tremito cupo della sua voce:

— Duccio — gridò — tu devi crederlo almeno, e lo vedrai: io non sono un vigliacco!

Poi cadde con la faccia su la terra e singhiozzò dibattendosi quasi morisse.