CAPITOLO XIV. Qui si vedono molte cose stupefacenti e tali da far passare l'ipocondria a questo livido mondo che ha perduto il sorriso.
Si avvicinava il tempo della lotteria e delle grandissime feste. Asdrubale Tempestoni era sotto pressione dalla sera al mattino.
— Vedrai che roba!
Aveva già gli operai al Teatro Comunale.
— Vedrai che Golfo Mistico ti faccio!
E quando qualcuno tentava di prenderlo in giro un pochino, con questo Golfo Mistico egli, che era sicuro di compire un'opera posteritaria, come diceva lui, e cioè tale da passare alla posterità più remota, rispondeva invariabilmente con una sua frase che tagliava corto a tutto:
— Sì, mo fallo te!
E siccome nessuno pensava a rubargli l'iniziativa, aveva sempre ragione.
Aveva tappezzato tutte le città della Romagna con enormi manifesti rossi nei quali era scritto a caratteri cubitali:
PROSSIMAMENTE
SPADARELLA!!
e, più sotto, in caratteri più modesti:
La quale debutterà al tempo
della Grande Lotteria
dei quattro bovi
e delle sette vitelle!
E non faceva che parlare di Spadarella e della Lotteria che sarebbe stata, secondo lui, una cosa magnetica e fracassona. E a chi gli faceva osservare come non fosse precisamente il colmo della gentilezza per Spadarella, l'abbinarla così coi bovi e con le vitelle, rispondeva:
— Bella roba!... Io lo faccio per il pubblico che non capisce niente. Anzi la gentaccia farà più festa a Spadarella se ci vede sotto quattro bovi e sette vitelle. Che cosa vuoi parlare dell'arte!... Mo valà!... L'arte non si sporca mica se ci metti vicino un po' di roba da mangiare!... Fa la prova di cantare, te, senza andare a pranzo!
E non volle convincersi.
I biglietti della lotteria erano a due soldi; i biglietti d'ingresso alla prima del Werther, con Spadarella e il Golfo Mistico, erano a cinque lire. Uno sproposito per i tempi che correvano.
Ma Asdrubale Tempestoni era sicuro del fatto suo.
E nel ritmo dei giorni un poco più sereni le cose venivano riprendendo il loro volto per far sopravvivere un'illusione di pace, in una ora del mondo.
La feroce lotta fra rossi e gialli si era conchiusa con la vittoria di questi ultimi; ma il fermento, se pur non aveva le forme appariscenti e di estrema violenza del periodo acuto, continuava, sotto sotto, a preparare nuove e più aspre lotte. Qua e là qualche rosso ammazzava qualche giallo, o viceversa; ma il pubblico non ne faceva gran caso. Era storia antica.
A festeggiare la vittoria, una sera, Bucalosso, si ubbriacò e spintosi fino alla Piazza, in tale stato di galante ebbrezza, si mise in testa di ballare i tresconi con la prima ragazza che passava. La prima ragazza che passò fu Proli. Bucalosso, che era un giocondo Sileno, la prese risolutamente alla cintola e, senza badare agli strilli di lei, incominciò a cantare e a ballare:
Ven iquà, Minghéta, c' at tóca,
Lassa c' at tóca, ca fazz par ridar!
Lassa pu ch'la mama la sgrida...
Dam la strìza, c' at dagh e' gambôn!...
(Vieni qua, Minghetta, ch'io ti tocchi, — Lascia che ti tocchi che faccio per ridere! — Lascia pure che la mamma sgridi... — Dammi la ciliegia che ti dò il picciuolo!).
Fu un divertimento grandissimo e uno scandalo altrettanto grande. Proli non fece che strepitare; ma la voce di lei fu soffocata da quella stentorea del molosso. E la gente rideva intorno e batteva le mani al ritmo indemoniato della danza campestre, mentre il feltro vermiglio della signorina Proletaria, non più fermato sui radi capelli di lei, penzolava come una cosa estranea sulle spalle della malcapitata.
E lo spettacolo inatteso non finì se non quando Bucalosso ne ebbe abbastanza. Allora egli lasciò la preda e, inchinatosi bellamente, disse un: — Grassie! — che rinnovò l'omerica risata del pubblico.
Allora Proli partì inviperita e convinta che tale sconcio non fosse avvenuto se non per suggerimento dell'infame Mostardo; e giurò raddoppiata vendetta. Bucalosso, soddisfatto ormai l'impeto, si diresse al Borgo delle Torri dove aveva sua sede il Circolo Mazzini. Andava verso là, senza un pensiero preconcetto. Camminava e continuava a ridere. Era in una gioiosissima ora della sua vita.
Però, giunto al palazzo del Circolo repubblicano si risovvenne che non poteva entrare perchè la Direzione lo aveva sospeso per due mesi, in seguito alla schioppettata elargita per porre termine alla baruffa fra il cavalier Mostardo e i rossi. Bucalosso si fermò a guardare attraverso all'inferriata. Intorno ad un gran tavolo erano adunati i facenti parte la Direzione. Pensò un poco, poi estratta una pistola a tamburo lasciò partire due colpi a un metro dalle teste dei suoi giudici.
Fumo, urli, pandemonio, terrore.
Bucalosso rimase a godersi lo spettacolo dalla finestra; e quando fu accostato e richiesto del perchè di quel suo gesto, rispose olimpicamente:
— Così la Diressione la si occuperà del mio caso!
Quella sera Il Sillabo, Il Faro Socialista, L'Apocalisse, La vera Croce erano pieni di ingiurie e di allusioni all'indirizzo del Cavalier Mostardo. Una carica a fondo. Argomento principale: la ragion politica e siccome tale ragione voleva essere sostenuta da molte e svariate cose, tema unico di sostegno, pei quattro giornali pettegoli, era la francese.
Il Sillabo la chiamava la Ninfa Egeria, del Cavalier Mostardo.
Ecco il librone che gli serviva per chiarire le oscurità della Cattedra.
«Egeria, ninfa di singolare bellezza, che Diana cangiò in fonte, quando essa, per la morte di Numa Pompilio, secondo re di Roma, si ritirò a piangere nella Arìcia. Numa Pompilio diceva aver avuto da questa dea le leggi che voleva promulgare».
Il Faro Socialista, con la corrente volgarità adatta a' suoi lettori, vi accennava con le seguenti parole: «... questa istitutrice ritinta, mandataci di Francia a confortare gli infami ozii dei ricchi borghesi e dell'aristocrazia, fra un amore e l'altro, ha trovato modo di prendere nelle sue scaltre reti quel tordo del Cavalier Mostardo, il quale, ne' suoi amori senili, finirà, come ci auguriamo, di rimbecillire».
Il giornale L'Apocalisse la chiamava addirittura: «... l'annosa Pasìfac che minotaurizza la innocenza dello spodestato poliorcète!...».
Veniva, per ultima La vera Croce. Ecco quanto scriveva Don Palotta:
«Il signor Casadei Giovanni, detto altrimenti, per burlesca riminiscenza, il Cavalier Mostardo, farebbe meglio a ricordarsi della sua fede di nascita, anzichè continuare a dar scandalo, coinvolgendo ne' suoi osceni amori, la dignità e il decoro di una illustre famiglia cittadina la quale non altro torto ha avuto verso di lui, se non quello di aprirgli le porte del suo palazzo. Ma questo succede a chi si fida della supposta onestà di questi villani rifatti.
«Noi ci auguriamo che a questo arruffapopoli in grande disgrazia del resto, sia data la severa lezione che si merita; come ci auguriamo che l'illustre famiglia, alla quale abbiamo accennato, provveda a tutelare la propria illibatezza, disfacendosi di una persona che non ha dimostrato di meritare la fiducia in lui riposta, non solo, ma minaccia di trascinare un nome incontaminato nella più vergognosa avventura».
Per intendere le quali cose, il Cavaliere Mostardo non ebbe bisogno dell'aiuto del suo librone.
Però, in un impeto d'ira, si alzò e mandò all'aria il pesantissimo tavolo con tutto quanto vi era sopra.
Giusto in quel punto si aprì la porta e comparve Rigaglia il quale, non appena ebbe veduto la rovina e la faccia del suo degno padrone, non attese nè un cenno nè una parola; ma, voltate le spalle, ritornò sui suoi passi quanto più rapidamente gli fu possibile...
E il Cavalier ebbe un bel suonare il campanello; l'onesto Rigaglia non riapparve.
Già Mostardo si disponeva ad andarne alla ricerca, quando qualcuno bussò all'uscio.
Comparvero il Trancia e Giovannone.
— Giusto voi!... — esclamò Mostardo. — Capitate a proposito.
Ma la Spingarda era ritornata; ma la marchesa Alerama era nel suo palazzo nella Città del Capricorno; ma tutto filava sul più dolce vento della più soave primavera.
Evitata ogni complicazione da questo lato, il Trancia e Giovannone avevano una nota di spese da presentare.
— Avanti. Vediamo.
Sopra un sudicio foglio erano molti scarabocchi.
— Che cos'è questo?
— La nota.
Il Cavalier Mostardo inforcò gli occhiali.
— Che cosa?... Otto-cento-sessantadue lire e ottanta centesimiii... Siete matti?...
— Nella nota c'è scritto tutto — fece il Trancia.
— No. Ci manca una piccola cosa!
— E quale?
— La piccola condizione che io vi pago, si; ma vi mando in galera!
Il Trancia e Giovannone non rifiatarono.
— Adesso vado dalla marchesa, — riprese Mostarde. — Ritornate domani chè faremo i conti.
— Va bene.
I due se ne andarono come erano venuti e Mostardo incominciò a passeggiar per la stanza.
Ahi, affanno grandenissimo! L'amore e il dolore, in una stessa tresca confusi, gli inceppavano il passo. Eppure come si era tolto da altri e ben più gravi impacci, da quello doveva togliersi, prendendolo di fronte, alla brava, col suo più spedito intendimento.
Così, senza por tempo in mezzo, incominciò ad agghindarsi, nel risoluto proposito di apparire signore in mezzo ai signori.
Come fu bello e strigliato chiamò Rigaglia il quale apparve in aspetto da mugnaio, tutto pien di farina dalla faccia alle scarpe.
— Che cosa facevi?
— Versavo la farina nel cassone.
— Vai a vestirti.
— Perchè?...
— Mettiti il tuo vestito nuovo!
— Dove andiamo?
Il Cavalier Mostardo era pensieroso. Soggiunse:
— Aspetta...
E, accostatosi all'armadio, lo aprì e ne trasse un vestito nero di buon taglio e di ottima stoffa.
— Mettiti questo.
L'infarinato Rigaglia guardava il vestito e il padrone, il padrone e il vestito, e spalancava la bocca.
Domandò:
— Quello?
— Sì.
— Ma è vostro!
— Te lo regalo.
— Forse... mi sarà grande!
Il dubbio era logico.
— Be', se ti è largo te lo accomodi con degli spilli; ma bisogna tu lo infili subito. E fa presto perchè devi venire con me.
Rigaglia rispose:
— Va bene! — e se ne andò.
Nell'attesa il Cavalier Mostardo discese nel cortile. Incominciò a passeggiare in lungo e in largo.
Egli calcolava di raccogliere, quel giorno la gratitudine della marchesa e di riconquistare le sfumate preferenze del suo napoleonico tesoro. Una volta riassestatosi nel convincimento d'amore e dissipati i dubbi struggenti, avrebbe poi pensato a Don Palotta e compagni traendoli a quella luminosa vendetta ch'egli già meditava.
Veniva battendo così, come a interpunzione fra passo e passo, la sua mazza sul selciato del cortile, quando ecco venir innanzi Rigaglia.
Come si fosse conciato costui e di quale bella apparenza disponesse per rendersi grato e piacente agli occhi degli osservanti, lo si può arguire dal natural garbo che lo sovveniva quotidianamente allorchè attendeva alla cura della sua persona.
Nè poteva muoversi in causa alle scarpe strette, le quali scarpe scomparivano sotto la fiumana degli enormi pantaloni.
Mostardo non si tenne dal manifestare la disapprovazione sua:
— Valà che sei un bell'oracolo!
Rigaglia non rifiatò. Era nell'identico smarrimento nel quale rimangono i cani quando i monelli li abbigliano, con fazzoletti e cappelli.
Il Cavaliere cercò riparare alla meglio alla goffagine di Rigaglia; poi gli disse:
— Adesso devi venire dietro di me, sempre a un passo di distanza. E non parlare mai! Anche se ti parlano, non rispondere. Hai capito?... Non devi rispondere mai!
Rigaglia inghiottì la saliva e disse:
— Sì!
Poi il grande se ne andò innanzi e, dietro, il piccolo con gli occhi fissi ai piedi del padrone perchè si vergognava.
Quando fu per entrare nell'anticamera Mostardo si rivolse a guardare che cosa faceva Rigaglia. Era rimasto sulla porta; sempre zitto, senza batter palpebra.
— Vieni avanti.
Avanzò.
— Togliti il cappello.
Si tolse il cappello.
— Tu starai fermo qui e non ti muoverai per nessuna ragione e non risponderai a nessuno. Hai capito?
— Sì.
Allora, avendo disposto aristocraticamente il suo valletto il Cavalier Mostardo posò mazza e cappello, si guardò in uno specchio, e si avviò verso l'appartamento della marchesa.
Non appena si trovò in una fastosa sala gli giunse, dispento dai cortinaggi, un rumore di voci e un impeto irrefrenato di risa. Evidentemente la marchesa si trovava da quella parte e già stava per aviarsi verso l'entrata dell'occulto ritrovo, quando ecco sbucare un piccolo coso di fra le cortine e muovergli incontro.
Lo sbirciò; lo riconobbe. Era il marchese Futa o della Futa se più vi garba.
— Egregio Cavaliere — diss'egli con la sua vocetta asprigna; — la marchesa mi incarica di presentarle le sue più vive scuse... ma, in questo momento, è veramente dolente di non poterla ricevere come avrebbe desiderato.
Mostardo corrugò il supercilio; non strinse la mano che il marchese della Futa gli tendeva e domandò con rudezza:
— Perchè?
— Perchè ha un ricevimento e non può abbandonarlo.
— Bella scusa!
— Insomma, caro Cavaliere...
Sì, egli doveva essere signore, così per infrenarsi, rispose:
— Mi dispiace, ma non posso accettare!
Alla inattesa uscita il marchese non seppe che rispondere a tutta prima, tanto che i due uomini rimasero là a guardarsi: stupefatto l'uno; aggressivo l'altro.
— È una cortesia che le chiede la marchesa...
— Ma io devo parlarle.
— Insomma... veda...
— Caro marchese è inutile insistere. Ormai sono qui e non mi muovo.
— Ma queste sono prepotenze! Ella dimentica di essere in casa d'altri!...
— Ed ella dimentica di essere un gentiluomo! — soggiunse Mostardo che era già in ebollizione. Che discorsi son questi? Mi credono davvero d'avermi preso a cottimo questi signori dell'aristocrazia?... Io dunque dovrei servire solamente a difenderli e non dovrei neppure avere il diritto di essere ricevuto?... Ebbene a questo non mi piegherò. Il diritto di entrare qui me lo sono guadagnato rischiando la pelle. E ormai ci sono e ci rimango. È inutile insistere, caro marchese. Se lo metta bene in testa. Ormai ci sono e ci rimango!...
Disse queste ultime parole forzando la voce tanto che le cortine della vietata stanza ancora si sollevarono e apparve il conte Lanfranco d'Elmici. Avanzò questi e, senza guardare Mostardo e senza rivolgergli neppure un cenno di saluto, domandò al marchese Leone:
— Che cosa accade?
— Questo signore non vuole andarsene! — rispose il marchese Leone della Futa.
— E perchè?
— Perchè dice che si è guadagnato il diritto di rimanere.
— Ma è pazzo!...
Ora convien notare come tanto il conte Lanfranco quanto il marchese Leone fossero vecchi; il primo aveva infatti settant'anni ed il secondo sessanta, senzadichè non avrebbero potuto, così impunemente, sfidar le ire del Cavalier Mostardo il quale, deciso ormai di affrontare la situazione fino alla fine e postosi a guardia del suo orgoglio ferito, sciolse la scabra situazione con una improvvisa trovata.
Si inchinò infatti, per essere sempre signore, e con risoluto garbo, parlò e disse:
— Loro pensino o facciano quello che vogliono; io intanto vado da queste signore!
Pronunziate le quali ultime parole si diresse alla vietata stanza. Ma l'inviperito conte d'Elmici ancora tentò di non essere sopraffatto e, fidando sull'autorevole imperio della sua vecchiaia, si pose fra Mostardo e la porta.
— Lei non passerà di qui!
— Per Bios!... — e Mostardo serrò le quadrate mascelle.
— Le impongo di uscire da questa casa!
— A me?
— Sì, a lei!
— Guardi che si sbaglia...
— Glie lo impongo!
E il conte Lanfranco aveva fatto la voce grossa.
Allora Mostardo, sempre senza perdere la correttezza, spostò il vecchio nobile, poi, come fu per entrare nel luogo proibito, si rivolse e disse:
— Giù il cappello, codini!... La Repubblica passa!...
E, ampiamente dischiusi i cortinaggi, si fece largo e passò.
Come i passeri a sera, quando si raccolgono all'albergo, si abbandonano a un diffuso e affannoso cinguettìo tanto che tutto il luogo ne risuona; e l'albero scelto ad ospitarli per il corso dell'incerta notte, trema tutto quanto nelle sue foglie e nei fruscoli per il continuo moltiplicarsi dei voli e dei frulli fin che un grido o il ciottolo lanciato da un monello non faccia ricader tutto in un silenzio improvviso; così nella querula accolta di dame e damigelle convenute all'ora del the nel salotto della marchesa Alerama e cinguettanti a simiglianza dei piccoli ospiti di un albero centenne, il sùbito apparire del Cavalier Mostardo fu come il ciottolo nel passeraio e fece seguire un gelido silenzio alla conversazione che ferveva poco prima animatissima.
Tutti gli occhi si rivolsero alla porta sulla quale era apparso e ristava immobilmente il colosso.
E trovarsi così, all'impensata fra quella elegantissima accolta di signore e signorine non valse certo a dare al nostro eroe l'assoluta padronanza di sè stesso; nè il sentirsi osservato con tanta intensità, giovò a elargirgli una grande disinvoltura. Non era quello il campo delle sue vittorie, ed egli, dopo tutto, benchè aspirasse alle maggiori raffinatezze dell'aristocrazia, finiva per non sentirsi l'anima e il costume di un perfetto uomo di mondo; ma ormai era entrato e non poteva pensare a ritirarsi; e qualcosa doveva ben fare o dire.
E, per far qualcosa, si inchinò e disse:
— Scusino queste signore se mi presento così!
Nessuno rispose; nessuno si levò per andare ad incontrarlo non fu rotto il silenzio glaciale che l'aveva accolto.
— Dovrei dire due parole sole alla signora marchesa...
Ma la signora marchesa lo guardava senza rispondere.
— ... due sole parole per un fatto che la riguarda...
E, a tal punto levò gli occhi e vide, in fondo, una faccia che ghignava.
Era Don Palotta, il nemico, la causa prima del suo recente discredito.
— È inutile che il clero sghignazzi — soggiunse. — I conti non sono ancora saldati e io sarò l'ultimo a ridere!
Don Palotta si inchinò con bel garbo e non rispose.
Ora Mostardo era abituato ai violenti contrasti; era abituato a farsi largo fra gente che gli contendeva il passo, ma non agli ostili silenzi passivi della gente bene educata; tali silenzi lo toglievano dal centro del suo dominio. Vedeva egli così la situazione sua aggravarsi di secondo in secondo ma non poteva e non voleva cedere.
Sentì che stava per giuocare tutto per tutto: la posizione, il prestigio, l'onor suo e l'orgoglio. La presenza di Don Palotta era la minaccia più grave perchè era più che certo che il venerando pettegolo non avrebbe lasciata sfuggire l'occasione per attaccarlo una volta ancora sul suo velenoso giornale.
Ora egli era entrato nobilmente nel palazzo dei marchesi, facendosi seguire, come un gran signore dei tempi antichi, dal suo servo; e nobilmente doveva uscirne. Epperò era necessario infrenarsi, cercar le strade più delicate, far di necessità virtù, apparire come il più corretto fra tutti i corretti rampolli che popolavano la sala della signora marchesa. Arrivato a tale supremo divisamento contro ogni sua forza nativa e consuetudine antica, la faccia di lui si schiarì, gli occhi gli si illuminarono, la bocca sorrise. Ma questo non bastava. Sentì che doveva parlare.
Avanzò pertanto di due passi nella sala e, come se parlasse a un pubblico radunato là per ascoltarlo, incominciò:
— Signore mie, io mi sono presentato come una bomba, ma non porto la rivoluzione! Porto il mio cuore che è un povero bagaglio... però senza cattiveria. Domando scusa al clero. Io non voglio tambureggiare in presenza di queste signore...
Si incominciarono a sentire le prime risatine represse. Forse era per vincere... forse vinceva! Ciò lo riempì di immenso conforto. Capì che l'ultimo verbo di suo conio, aveva fatto una certa impressione e continuò:
— Ho detto tambureggiare per la correttezza che mi impongo.
Diremo dunque che io presento i miei omaggi a queste belle signore... a destra e a sinistra... e ai cavalieri antichi... e a tutta la compagnia!... Non escludo i miei intimi rancori perchè i rancori io li tengo per quando sono solo. Qui mi presento con la coda... e... con il core come un garofano!
Scoppiò una risata alla quale parteciparono tutti quanti. La folle gaiezza che avevano ridestato le sue parole, finì per rinfrescare Mostardo il quale non ebbe più dubbio circa il successo e proseguì discioltamente con bella franchezza:
— Se tutte queste belle signore ridono, è segno che ho ragione. E la marchesa Alerama, con rispetto parlando, avrà capito perchè, nonostante la tergiversazione coi due cavalieri antichi qui presenti... io, con una certa insistenza, mi sia presentato.
(Una pausa).
— Va bene... va bene... chi ride fa buon sangue e, se queste signorie vorranno guardarmi, vedranno che rido anche io, perchè se il fornicario nasconde la faccia e scappa, io ho sempre mostrato e sempre potrò mostrare l'onor del mento. Se non ho dietro di me i secoli, come tutta questa distinta nobiltà, io credo di averli davanti e, se ci vogliamo pensare, in fin dei conti è sempre la stessa cosa. Non è la posizione dei secoli che ingrandisce un uomo. Io sono nato senza trovare niente dietro di me, neppure un principio di madre; sono nato e la donna che mi partorì, rifiutò questo frutto del suo ventre perchè ebbe paura della porcinaglia. Non appena neonato, come dice la Cattedra, fui bandito dal novero dei figli, fui bandito dal seno delle madri, non ebbi il latte della mia fonte naturale, ma un latte mercenario... e imparai a masticare prima degli altri e, prima degli altri feci i denti e le unghie. Bene, io posso dire allora di esser nato da me stesso. Sì, signori! Io solo ho guadagnato i miei secoli che mi stanno davanti!...
Per questo sono qui e posso vedere la loro allegria che mi fa onore.
Ora volgo alla fine...
(Alcune voci: — No!... No!...).
... volgo alla fine, ma ho da dire ancora qualche coserella un poco meno allegra.
La democrazia è un principio e un verbo... è un costume necessario... Sarà il gran temporale di domani. Forse questa nobiltà non si accorge che il popolo scrive la sua storia sui muri delle strade. Chi sa leggere è avvertito. Chi dice: — Me ne infischio!... — e volta la testa dall'altra parte, ha i ladri in casa e non li vuol sentire. Oggi non si possono chiudere le porte, perchè domani possono essere fracassate e allora guai a chi è dentro!...
Io so chi è il popolo, signori!... E ora vedo che non ridete più.
Eppure la signora marchesa conosceva il Cavalier Mostardo!... Sapeva che Mostardo promette e mantiene; che il giorno in cui ha detto: — Ci penso io!... — ... quando ha detto questo, non muta più, e va sempre dritto anche a costo di aver contro tutti, di doverci rimettere tutto.
Signori, la vostra pelle voi la coltivate nel giardino degli aranci ne fate una cosa egregia e profumata; Signori, voi montate la guardia alla vostra pelle ed avete una grandissima paura che ve la tocchino e, a chi ve la chiedesse per favore, rispondereste buttandolo fuori della porta.
Ebbene, ho fatto questo, io?... Ho data la mia parola e l'ho mantenuta; ho presa questa mia vita cane e l'ho messa a guardia di un interesse aristocratico, senza badarci, per una, diciamolo pure, generosa indifferenza.
Io sono stato a guardia delle vostre aie, Signori del blasone; ho difeso il vostro sangue blu; ho attaccato i rossi e li ho battuti fuori dalle vostre terre: ho difesa la vostra proprietà, benchè sappia benissimo come sia un furto!... MA ANCHE LA VITA È UN FURTO!... Sì, o Signori!... Ed è proprio inutile ridere. Anche la vita è un furto quando si attacca alla rovere, come l'edera e vuole ammazzare la rovere per aver tutto lei.
Noi chiamiamo e' rèll, il rillo o l'edero, se così puol dirsi, l'albero che non ha più un ramo libero, neppure un millimetro libero perchè l'edera, lo ha coperto tutto quanto. E quest'albero par sempre verde, sempre con le sue foglie verdissime fino alla cima cima... ma non è vero!... L'albero è morto! È tutta muffa e formiche e stabbio e cenere. L'edera è la sua maschera vigliacca: l'edera che lo ha ammazzato. Tutto quanto quel verde che brilla, nasconde un cadavere. L'edera si stringe al suo morto perchè ne ha bisogno: perchè il giorno in cui questo povero morto dovesse schiantarsi trascinerebbe con sè la sua assassina e tutto sarebbe finito... come finisce quando cominciano gli ordini, verso novembre, e vi pescan le anguille a Comacchio. Allora, una notte, arriva la bora e fa giustizia di tutto, e fracassa tutto... e la vigliaccheria è finita come è vero Dio!...
Non so se mi sono spiegato, signori.
Io intendevo dire, arrivando qui: — Core per core!... — E cioè: la mano nella mano... guardiamoci bene in faccia e amici per la vita. Voi, Signori dal nobile sangue, mi avete ricevuto come si riceve il cane rognoso.
Vi siete vergognati di me e sta bene. Verrà anche il giorno in cui io dirò di non conoscervi e allora guai a voi!... Voi non entrerete nella nostra casa come io sono entrato qui, nonostante tutto.
Ho finito. Signora marchesa, non ho più niente da dirle. Ora me ne vado perchè mi fa comodo di andarmene.
E al clero, a quel falsario di Dio che mi guarda da quel cantone ed è tranquillo perchè si sente al sicuro fra queste nobili sottane dirò che mostri bene oggi la sua faccia alle sue pecorelle: che la mostri bene oggi e che tutti la guardino e se la ricordino perchè, domani... sì, domani io glie l'avrò cambiata quella sua faccia da tamburiere!... E questo è vero come è vero che ti vedo!... E stendo la mano... e te lo giuro sulla Croce di Dio!...
Poi non guardò più nessuno; non sorrise più a nessuno, volte le spalle e senza neppure un cenno del capo, alzò i cortinaggi e se ne andò lasciando la nobile accolta in una discreta costernazione perchè il Cavalier Mostardo, quantunque se ne ridesse a quando a quando, era, in verità, temuto.
Nell'anticamera trovò, nell'identica posizione nella quale lo aveva lasciato, Rigaglia.
Solo si era rimesso il cappello in testa.
Il Cavalier Mostardo si fermò a guardarlo.
— Togliti quel cappello, brutto ignorante!
Rigaglia ubbidì.
— Vienmi dietro!
Gli andò dietro.
Uscirono l'uno dopo l'altro.
Quando furono sul ripiano della scala il Cavalier Mostardo disse ancora:
— Lascia la porta aperta.
E se ne andarono senza chiuder la porta per sommo dispregio.
E Mignon?... Dov'era Mignon, principio e culmine di tutta la sua tragedia?... Gli nacque un sospetto fierissimo. Ripensò all'articolo pubblicato da Don Palotta e concluse:
— Per Bios!... L'hanno mandata via!...
Allora fu colto da una disperata frenesia di rivederla; tutto il suo contenuto amore gli si impose come una inderogabile necessità vitale. Doveva rivederla, doveva parlarle per non morire.
Subito guardò l'orologio poi consultò un orario delle ferrovie. Il primo treno che sostava alla Città di Capricorno sarebbe arrivato fra mezz'ora. Gli restava appena il tempo per correre alla stazione. Non poteva lasciarla partire. Il solo pensiero di non rivederla più lo toglieva di senno.
Ma alla stazione non c'era nessuno. Il treno arrivò e ripartì senza complicare la tragedia di Mostardo, il quale se ne ritornò pedon pedoni, la testa bassa, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni immerso in una meditazione profonda.
Stabilito che Mignon non era partita, bisognava sapere se si trovava ancora nel palazzo dei marchesi Alerami o dove aveva cercato rifugio. Tale ricerca non era facile.
Pensò alla vecchia Tuda che era una stiratrice la quale, per la sua professione, aveva piede libero in tutte le case e i palazzi della Città di Capricorno. Non c'era che la Tuda che potesse informarlo. La vecchietta abitava poco lontano. Mostardo affrettò il passo. Eccolo all'usciolo forato, in basso, dalla gattaiola.
— Si può?
— Avanti!
Trovò la Tuda intenta a stirare innanzi a una gran tavola coperta da un telo bianco. All'entrare del Cavaliere, levò la testa ed ebbe un gesto di sorpresa.
— Chi si vede!... Siete ancora al mondo, padron Giovanni?
— Si campa! — fece Mostardo guardandosi intorno per cercare una sedia. — E voi come state?
— Si tira avanti da poveri vecchi. Com'è che siete qua, padron Giovanni?
— Dobbiamo far quattro chiacchiere, Tuda.
— In quello che son buona potete comandarmi sempre, padron Giovanni. Io mi ricordo di voi. Voi no, che mi avete dimenticata!
— La mia Tuda, sono un disgraziato che non ha tempo neppure per respirare!
— Vi siete messo nella politica...
— Sfido! Quando ci sono degli interessi da difendere!
— Dite bene. Poi cosa volete che ne sappiam noi donne! E io sono ancòra all'antica; una povera vecchia insensata. Al nostro tempo le donne facevan la calza; badavano alla casa fra l'arola e il telaio. Si stava meglio, allora. La gente si voleva più bene. Adesso... ma volete che sia un mondo, questo?... Questo è l'inferno!... Josò, la mi Madôna!... Adesso si sentono i bambini che dicono certe bestemmie da bruciar l'aria. Non c'è più rispetto per niente. Non c'è più riputazione. Nella famiglia comandano tutti; le donne vivono per la strada, vanno alle dimostrazioni, parlano peggio degli uomini. Ma si è sentita mai una cosa simile?... Dove andremo a finire, padron Giovanni?
Mostardo scrollò la testa.
— Torneremo indietro — rispose.
— Indietro?... Ma se si parla sempre di rivoluzione!
— Se ne parla.
— E non la faranno?
— Per far la rivoluzione, bisogna pensare a morire e la gente non ne ha voglia. Be', Tuda, io ero venuto per domandarvi una cosa.
— Dite, padron Giovanni.
— Li servite voi i marchesi Alerami?
— Li servo da più di trent'anni!
— È un pezzo che non andate al palazzo?
— C'ero ieri.
— Allora potrete dirmi una cosa che mi interessa. Per certe mie ragioni vorrei sapere se la dama di compagnia della marchesa è sempre al palazzo.
— Quale dama di compagnia?... Volete dir la francese?
— Sì.
— L'hanno mandata via su due piedi.
Mostardo scattò sulla seggiola.
— E perchè?
— Perchè dava scandalo.
— Quale scandalo?
— Si è fatta trovare coi suoi amanti anche nel palazzo.
— Questo non è vero! Non può essere vero!... Chi vi ha detto questo?
— Cosa volete ne sappia io? Me l'han detto le cameriere. Del resto tutto il paese ne parla.
— Il paese è canaglia; il paese sono i sudicioni che non si occupano che dei fatti degli altri e, quando non avrebbero niente da dire, inventano tutto di sana pianta; questo è il paese, cara Tuda.
Ma chi sarebbe poi questo amante col quale l'hanno sorpresa nel palazzo?
— Non lo sapete?... È il marchese della Pipetta!
Per Bios!... Anche un avversario politico!... Si alzò. Era come un morto.
— Vi saluto Tuda e vi ringrazio.
— Ve ne andate tanto presto?
— Sì.
— Venite a trovarmi qualche volta. Buonasera, padron Giovanni.
Uscì come un sonnambulo; prese la prima strada che gli si parò innanzi, a testa bassa, rasentando i muri. Non aveva mai sofferto così; non era stato mai tanto disperato.
L'amava; e che poteva farci?... L'amava! Era una povera creatura al guinzaglio; si sentiva debole, impossente, rifinito, si sarebbe gettato sullo scalino di una porta per raccoglier la testa fra le mani e restarsene là con tutta la sua tristezza.
Piangere un poco e in silenzio; questo gli avrebbe fatto bene. Lasciarsi andare alla sua desolazione. Tutto era finito; ma tutto e per sempre!...
E non vedeva i passanti; e la sera veniva innanzi. Così camminando senza mèta, venne a trovarsi nel quartiere di quei caratteristici orti romagnoli in cui si adunano le Compagnie, le quali altro non sono se non una raccolta di buontemponi che si danno convegno in uno fra gli orti medesimi, per trincare del buon sangiovese o della dolce albana; per giuocare a bocce; per discutere dei fatti del giorno; per combinare qualche tremenda burla o beffa di quelle che ne usano ancora in Romagna fra gli scapolacci cani o fra la gente di buona digestione.
— La compagnia del bigarone.
Ora, passando, Mostardo si sentì chiamare da un usciolo dischiuso che si apriva sul muretto di un orto.
— Mostardo?... O Mostardo?...
Finse di non aver udito ed affrettò il passo; ma i sozii non lo lasciarono proseguire.
— O Mostardo?... Venite qui!...
— Vieni a bere!...
— Ci sono delle novità!...
Si fermò. Si volse aggrottando le ciglia. Vide fra gli altri, il moro Fabrizi... gli ritornò nella mente il cavallo di Troia.
— Quali novità?
E il moro:
— Venite che ve le dirò.
— Ricordatevi che non ho voglia di ridere, questa sera!
E tornò indietro, senza guardare in faccia i compagni.
Non appena si presentò all'usciolo, fu accolto da un grido altissimo:
— Mostardo!... Evviva Mostardooo!...
— Smettetela!... Non voglio sciocchezze, questa sera!
Allora si fece innanzi Patroclo Caroti, un cappellaio; calvo, rosso come un pomodoro. E disse:
— Compagno, la nostra società ti vuole onorare con un fiasco di albana. Ehi, Saraca?... Porta qua un fiasco d'Albana...
— Io non bevo neppure se vien Dio!... — rispose Mostardo.
E Primo Torsi:
— Vogliamo fare un brindisi alla Repubblica.
— Lasciatemi stare anche la Repubblica!..
Ora, lungo il pallottolaio, c'era una lunghissima tavola nera con, intorno intorno, sconquassate panche e sedie impagliate. Detta tavola era fiorita da ampi boccali verdi, da gotti e bicchieri; da qualche fiasco; larghe chiazze di vino la pezzavano e sudicissime carte da giuoco ne compivano la decorazione.
A detta tavola fu condotto Mostardo il quale dovette sedere nonostante la ripugnanza. Il moro Fabrizi si pose al fianco di lui.
— Be' — fece il Cavaliere — quali sono queste novità?...
— Vi ricordate l'idea fissa del povero Gobbo?
— Il cavallo di Troia?
— Sì, il cavallo di Troia! Be' volete saperlo?
— Che cosa?
— Troia non c'entrava per niente!
— Bella scoperta!
— Come?... Vi dico che Troia ce l'aveva messa lui, prima di morire.
— Io non capisco niente!
— Neanch'io, ma non importa. Quello che importa è questo: quel cavallo era il vostro cavallo!
— Lo sapevo. Era gobbo e ladro!...
— Ma no, poveraccio!... Brutto, era brutto... ma ladro, no!
— Come lo chiameresti tu un versipelle che ti ruba una cavalla?
— Ladro!... Siamo d'accordo!... Ma il Gobbo non l'aveva rubata!...
— No?... E che cosa aveva fatto allora?
— L'aveva presa in prestito. Statemi a sentire. Il Gobbo aveva degli interessi in campagna e voleva difenderli. Per far questo partiva a piedi e, qualche volta faceva più di venti chilometri. Una notte aveva percorsa tanta strada che non stava più dritto. Era vicino al Conventino; fece una bella pensata. Disse: — Adesso entro nel bosco, mi stendo sopra un sedile e mi riposo un poco! — Entrò, e non aveva fatto dieci passi che vede un cavallo e un baroccino. Dice: — Questo è il mio caso! — E si ferma ad aspettare. Aspetta un'ora, aspettane due il padrone non arrivava mai; allora il Gobbo si prese il cavallo e il baroccino e se ne venne via pian piano verso la città. Che cosa doveva fare?... Ditelo voi?... Vuol dire — pensa il Gobbo — che quello che ci sarà da pagare lo pagherò! — E arriva. Ma non è appena entrato in città che uno lo ferma e gli dice: — Dov'è Mostardo?... — Il Gobbo cade dalle nuvole. — Mostardo?... Quale Mostardo?... — E l'altro: — Ma, scusate, questa è la cavalla di Mostardo?... — Il povero Gobbo si fa verde dalla paura: — Questa?... E chi ve l'ha detto?... — Ma la conosco!... Questa è la Carlotta!... — Allora il Gobbo non rispose neppure: frustò e prese al gran galoppo le mura. — Per diana! — pensò. — L'ho fatta bella!... Adesso, se lo sa Mostardo, mi accoppa!... — E, se l'aveste saputo, l'avreste accoppato, voi, caro mio!... Per fortuna è morto!... Be', che cosa doveva fare?... Ormai non c'era più rimedio. Arrivò a un orto; vide il cancello aperto... entrò... non c'era nessuno. Allora... tela!... Poi spifferò tutto, e la cosa arrivò all'orecchio dei socialisti.
Il moro rise e soggiunse:
— Perchè poi, prima di morire, ci abbia messo Troia, non lo capisco! Che cosa è questa Troia?
— È storia greca, somarone!
— Ma fatemi il piacere!...
— Troia era una città della Frigia...
— Sta zitto, ignorante!...
Presentiamo alcuni fra i sozii della Compagnia del Bigarone.
Ecco Giovanni Magnani, detto e' Bìgul, per una sua famosa scommessa. Si era mangiato, costui, per punto d'onore, due chilogrammi di spaghetti al sugo. Aveva vinto la scommessa ma era andato sul punto di morte. A riprova del suo valore gli era rimasto il nomignolo di e' Bìgul. Aveva costui un altro singolare costume quando voleva accelerare il ricambio, entrava nel Duomo «in un'ora postuma», come diceva lui; si toglieva riverentemente il cappello, sceglieva l'angolo più buio e, addossatosi a una polita colonna, e appoggiato il ventre ignudo al freddo marmo, così restava finchè non avesse ottenuto lo scopo prefissosi. Usciva poi a furia, per l'esuberanza del beneficio.
Ecco Egisto Candiani detto l'Uccellaccio, l'Uslazz.
Questo bel tipo possedeva un grande omnibus. Una volta, d'estate, attaccativi due cavalli, se ne andò in Piazza e, fatto sapere che avrebbe condotto gratis al mare tutti coloro che vi fossero saliti, empì in un battibaleno il vecchio arnese.
Eccoli in via. Un bel chiaro, un bel sole, i cavalli se ne andavano come il vento. E l'Uccellaccio a domandare agli ospiti suoi:
— Vi divertite?
E gli ospiti a espandersi, commossi, intorno alla bontà del Candiani.
— Ci divertiremo di più al mare! — soggiungeva l'Uslàzz sogghignando.
Ed eccoli alle saline di Cervia. Fossati a destra e a sinistra della strada e acqua, acqua, acqua. D'improvviso l'omnibus si sbandava, pencolava tutto da un lato. Due ruote correvano sulla riva di un fossato profondo. Strilli, urla, terrore delle donne e dei bambini. Il bel divertimento era iniziato. Il Candiani, impassibile, non udiva niente, ma, lanciati i cavalli da destra a sinistra, passava al gran galoppo da un fossato all'altro, dall'una all'altra riva sempre minacciando di capovolgere.
— Ferma! Ferma! Ferma!
Sì, chi lo teneva più?... In un fragore da cateratta il gran cassone a ruote percorse l'ultimo tratto di strada, attraversò Cervia, e, sempre perdendo qualche ospite per via, infilò il viale che conduce alla marina.
Eccolo alla spiaggia... ecco la fine della giocondissima gita. Ma no... no!.. L'Uslàzz non era contento ancora; bisognava godere fino all'ultimo!..
E l'omnibus gratuito continuò la sfrenata corsa verso il mare, entrò nel mare ed ivi si rovesciò coi disgraziati ospiti strillanti.
Un'altra volta, lo stesso Candiani, andandosene in biroccino verso la Pineta di Ravenna, ebbe a trovare lungo la strada un ubbriaco che cercava invano il centro di gravità.
— Puràzz, ven cun me! (Poveraccio, vieni con me!).
Lo prese, lo legò sotto il biroccino e, frustato il cavallo, attraversò per tre volte il Fosso Ghiaia. L'acqua passava sopra i mozzi delle ruote e il discepolo di Bacco per tre volte fu immerso nell'odiato liquido e per tre volte ne uscì. Non contento di questo, il Candiani si ficcò nel più folto della Pineta attraverso macchie di rovi e di ginepri e non fermò il cavallo se non quando fu giunto a Primaro. A Primaro disciolse l'ospite e gli domandò:
— Sit guarì? (Sei guarito?).
Ma il disgraziato non rispose. Aveva rotte, fra l'altro, due costole maestre.
Ecco Sulfanlè (Zolfanino), noto per aver indotto il parroco di Villagrappa a legare il proprio asinello dietro il biroccino del suddetto Sulfanlè, il quale aveva un cavallo focosissimo. Il povero Don Pirone non era tranquillo e andava dicendo:
— Mi raccomando a voi, Zolfanellino. Per carità, andate adagio!...
E Zolfanellino:
— Non abbia paura il mio Don Pirone!
Sulle prime andò adagio, ma poi, frustato il cavallo, via di gran carriera.
Accadde ciò che doveva accadere: dopo poco, asino, biroccino e Don Pirone erano per le terre e il povero prete aveva la testa rotta.
Ecco Giorgio Gelli, detto Zurzôn (Giorgione), il famoso organizzatore del Concerto di Russi. Una volta, a Russi, davano una grande festa e Zurzôn pensò di prendere a gabbo gli abitanti della piccola cittadina. Mandò a dire che dalla Città del Capricorno sarebbe arrivato a Russi, il giorno della festa, una eletta schiera di bandisti. La Città del Capricorno andava celebre per il suo concerto cittadino. Grande commozione a Russi e grande attesa. Il giorno fissato arriva. Zurzôn affitta un omnibus, raccoglie venti amici buontemponi ai quali distribuisce trombe, tromboni e clarini, ed eccoli in via.
Naturalmente, non uno fra i tanti sapeva usare lo strumento del quale disponeva. Grandi prove lungo la strada. Zurzôn raccomandava la massima serietà.
Ed eccoli a Russi. Enormi accoglienze, evviva, battimani. Una folla da impaurire. La cosa non era troppo chiara. Ma Zurzôn non poteva ritirarsi. Furono accompagnati in piazza da una turba acclamante. Giunti a destinazione, l'automedonte voleva andarsene allo stallatico con i cavalli; Zurzôn non lo permise.
— Perchè?
— Tu non devi saperlo. Aspettaci qui.
E, fattosi cuor risoluto, disposti che ebbe in un bel semicerchio i suoi bandisti e afferrata la bacchetta dette il segnale di avvio.
All'infernale frastuono che si liberò seguì un primo tempo di stupore, da parte degli ascoltatori; poi un secondo tempo di esitazione; ma, in un terzo tempo, lo sdegno e l'ira furono tali che i concertisti l'avrebbero passata brutta se salvatisi sull'omnibus, non si fossero difesi dalla furia degli assalitori accendendo e lanciando contro i medesimi i razzi che avevano portato per abbellire la festa notturna.
Lo stesso Zurzôn, quando andava a caccia in Pineta, soleva salire sul più alto pino per imitare il verso del chiù e trarre in inganno i compagni. Però, scoperto bene spesso dai compagni, era preso a schioppettate tantochè scendeva col sedere impallinato.
Lo stesso, al gobbo Pulizia, un giorno che lo trovò a dormire in un orto, dipinse col più rosso minio le parti vergognose. Il povero gobbo aveva il sonno durissimo. Quando si destò e si accorse del cambiato colore delle sue delicatezze fu preso da tale e tanto spavento che, corso da un medico, gli riferì il fatto alla disperata, soggiungendo con voce piangente che certo doveva trattarsi di una malattia orrenda.
— Fate vedere — disse l'accigliato medico.
— Oh Dio! — esclamò il gobbo Pulizia. — Come farò?... Come farò?... Faccia conto, dottore, faccia conto di vedere della brace!...
— Ma è tutto? — domandò il medico.
— Come tutto? — fece il povero gobbo, smarrito.
— Sì, tutto l'apparato!
— L'apparato?... Oh Dio!... Ma non è l'apparato! No, non è l'apparato... è qui... come si dice?... — e indicava l'esatta ubicazione — qui... l'organo...
— Ho capito benissimo. Fate vedere.
Ma il gobbo Pulizia era pudicissimo.
— Non può ordinarmi qualcosa... senza...
— Non sono qui per perdere tempo!
— Sa?... Perchè mi fa vergogna!... È una cosa tanto brutta!...
Finalmente si decise e mostrò tutto. Allora parve scintillasse al sole un mobile laccato della Cina.
Il medico, prima guardò da lontano, poi si accostò un poco più, osservando con attenzione il novissimo affare. Chiese:
— Che cosa ci avete messo?
— Che cosa ci ho messo? — domandò il gobbo Pulizia facendo una faccia da nespola.
— Sì, con che cosa vi siete curato?
— Io?... Me ne sono accorto adesso, dottore!... Un'ora fa. Oh, Dio!... Si muore di questo male?...
Il medico si alzò, lo guardò ben bene in faccia, poi scoppiò a ridere.
— Perchè ride, dottore?
— Ma perchè vi hanno dipinto!
— Dipinto?
— Sicuro, dipinto!... E col più bel minio del mondo!
Allora il gobbo si guardò e gli parve di possedere uno di quei fischietti di zucchero rosso che si vendono per le fiere. Ne fu umiliatissimo e, se volle ridare la loro naturale apparenza alle coserelle sue, dovette tenerle per oltre un'ora in un bagno di trementina.
Questi i tipi semiselvaggi che formavano l'élite della Compagnia del Bigarone.
Il Cavalier Mostardo uscì, ripreso nella morsa del suo amore. Guardò il pianeta Venere che era sopra ai pioppi delle mura e gli si empì l'anima di tal pianto che avrebbe voluto fermarsi a un angolo di strada, alla siepe di un orto qualsiasi e rimanersene là a soffrire per soffrire, con tutto il suo smarrimento. Poi gli venne in mente di sapere il perchè del torto patito; volle guardar negli occhi la propria disgrazia, esigere una spiegazione, una parola recisa, una intiera condanna. E prese una strada traversa.
Sotto la gran corsa delle stelle correva il disperato amore del Cavalier Mostardo. Era ormai la notte e una notte estiva di una chiarità superba. Non si vedevan che stelle, stelle, stelle. A volte il fulgore abbagliante di un remotissimo sole o l'immobile e malinconica luce di qualche pianeta; una nuova tristezza ignota nel fondo degli abissi; una disperazione eterna nell'eterna mutazione dei mondi.
Il cielo si apriva per l'anima degli uomini; ma forse solo gli alberi, solo i grandi alberi muti vi si affissavano estaticamente.
Mostardo vide Sirio, il sole abissale dalle cento luci, l'immenso focolare che arde nelle inconcepibili lontananze degli spazi; vide Sirio e per un poco non seppe che guardare lassù, attratto da quel fulgore di vertigine, dal profondo mistero di quella luce spettrale che arriva dall'orrore infinito della tenebra nera. Che passò nel suo cuore?... Quale nostalgico senso di remotissima tristezza?... Quale avvertimento, quale sperduta voce alla sua povera umanità transitante nell'attimo effimero della vita?... Si passò il rovescio delle mani sugli occhi e, per un istante, si smarrì, non seppe neppure verso dove, verso quale lontananza ignota; ma non fu che un istante; subito fu ripreso dalla necessità, dall'urgenza del suo dolore umano, dal peso della sua vita quale doveva essere necessariamente nel limite segnato.
E riprese il cammino fra le siepi e le case degli orti.
Il palazzo del marchese della Pipetta era illuminato. Tutte quante le finestre del primo piano lanciavan nella notte illune fasci di luce dorata. E queste finestre erano aperte, Mostardo si fermò ad ascoltare. Ecco il suono di un pianoforte; ecco una eco di voci festanti. Forse lassù si ballava... forse c'era festa grande. Questo anche gli morse il cuore.
Dunque Mignon, oltre il tradimento col marchese, poteva anche aver l'animo a feste e a balli?... E lui era conficcato nel profondo della sua passione e della solitudine sua, disperatissimamente!... Allora la sua decisione non conobbe più esitanze: a qualsiasi costo voleva e doveva parlare a Mignon.
Il portone era aperto: le scale illuminate... Mostardo infilò l'andito a gran furia.
E volle il caso che, proprio nell'attraversare la prima sala, egli si trovasse a viso a viso con Ninon Fauvétte, fior di Parigi.
Non se l'aspettava. Il cuore di lui ebbe un gran balzo; il viso gli si fece bianco; e trovò solo la forza per mormorare:
— Oh, Mignon!... Voi qui...
Ninon Fauvétte non fu meno sorpresa e di bianca che era si fece vermiglia. Anch'ella mormorò:
— Voi qui...
— Mignon... non ne potevo proprio più... sono venuto...
— Lo vedo!
— Voglio parlarvi.
— Ma questa non è casa mia!
— Non importa.
— E nessuno vi ha invitato...
— Non importa.
— Ma importa a me.
— Vi faccio vergogna?
— No... non è per questo...
— Allora?
— Avete dimenticato tutto?
— Mignon, farò giustizia!
— No, per carità, non fate niente, non vi muovete!
— Ma se vi voglio tanto bene!...
Ninon Fauvétte sorrise, e soggiunse:
— Non mentite, Mostardo!
— Mentire?...
— Sì, vi prego di non mentire.
— Ma fate per ridere o dite sul serio?...
— Dunque sarei io che non vi amo?...
— Sì, voi. Lo so. L'ho veduto.
— L'avete veduto?... Mi avete veduto?... Ma dove?... Ma con chi?
— Mostardo è inutile parlarne.
— No... Mignon...
— È inutile. Ve ne prego!...
— Ma io...
— Qualsiasi cosa poteste dire non mi convincerebbe.
Il povero Mostardo era, di fronte all'arte femminile della simulazione, come un fanciullo ignudo. Non aveva difesa possibile perchè l'ingenuità sua non aveva confine. Poteva non credere a quel che diceva Mignon?... Poteva supporre ch'ella creasse tutta una storiella di infedeltà? Così, com'era, chiaro, espansivo, diritto e illuminato da una parte sola non poteva prendere le parole che per ciò che valevano nell'uso corrente e non poteva supporre che la menzogna gli si opponesse là dove egli portava lo spasimo di tutta quanta la sua vita e la verità del suo essere.
Così al simulato sdegno e all'ironica gelosia di Ninon Fauvétte, fior di Parigi, egli non seppe dapprima quale cosa opporre, tanto si trovò sbalestrato lontano da ogni presupposta accoglienza da parte di lei; e, per non aver la parola pronta, ristette, per qualche istante, sbalordito, in atto di estrema meraviglia: la bocca aperta e le ciglia inarcate.
Ninon Fauvétte che si trovava la vittoria fra mano molto prima di quel che non avesse pensato, ne volle approfittare fino alla fine, sì per togliersi da un punto penoso, come per disarmare il buon gigante; così raccolta la voce alla tonalità più amara; e fredda e impassibile nell'aspetto, riprese:
— Non avrei mai creduto che aveste potuto dimenticarmi tanto presto!
— Mi...
— Perchè vorreste mentire, Mostardo... Tanto la verità non si può nascondere. Io vi avevo dato tutta me stessa e per voi non è stato che un capriccio.
— Per Bios...
— Sì, un capriccio!... So benissimo che siete il beniamino delle donne...
— Io?...
— ... ma avete sbagliato i vostri calcoli il giorno in cui vi siete pensato di trattar me alla stregua delle altre....
— Le mie...
— Le vostre amanti, le vostre amanti!... Chi non le conosce... Valeva proprio la pena di sfidar tutto per voi! Di attirarmi l'odio e il disprezzo dei marchesi Alerami... di perder tutto... di diventar la favola del paese!... Non potevate usare maggior perfidia verso di me.
— Ma no!... ma no...
— Mostardo, io vi chiedo per l'ultima volta, se non una prova d'amore, chè questa non potrei pretenderla, un gesto di amicizia. Posso sperare tanto?...
— Ah, Mignon!... — e aveva il singhiozzo alla gola.
— Datemi la mano... — gliela stese. — E adesso promettetemi...
— Che cosa?...
— ... di non parlare più di tutto quanto è stato. Me lo promettete?...
— Non posso!
— Perchè?...
— Mi scoppia il core!...
— Mi volete negare anche l'ultima prova di amicizia che vi chiedo?...
— Ma no... ma no... Voi non capite niente, poverina!... Vi hanno dato ad intendere tutte queste vigliaccherie!... Vi hanno confusa la testa!... Non è vero!... Ma non è vero, per Bios!... Io non ho veduto neppure una mosca... tutte le donne mi fanno schifo... non ci siete che voi com'è vera l'anima di Dio, Mignon!... Perdessi sul momento gli occhi!...
— Vi prego di non perdere niente!... — diss'ella con un tono gelido e con tanta ironia che Mostardo rimase là come se avesse ricevuto in pieno un ceffone da sbalordire.
— Vedete?... — riprese. — Siete voi che non volete più saperne!
— Sì, sono io! — rispose Ninon Fauvétte senza scomporsi. — Ma ve ne ho spiegata la ragione.
— È falsa!
— Be', basta, Mostardo!... Io non posso star qui fino a domani.
E gli tese la mano e fece l'atto di accomiatarsi.
— Ve ne andate così?... Mignon....
— Vi prego... basta!...
Egli prese la mano di lei.
— Ma io voglio parlarvi... ho il diritto di parlarvi!
— Non adesso.
— Quando allora?
— Non so.
— Mignon, non spingetemi alla disperazione!
— Non posso dirvi quando. Aspettate una mia lettera.
— Una vostra lettera?... Non arriverà mai!
— Se non mi credete non ho niente da aggiungere.
E, tolta la mano dalla stretta di quelle di lui, gli volse le spalle e se ne andò.
Per qualche istante il povero Cavaliere ristette a guardare la porta dietro la quale ella era scomparsa, poi riprese la strada piano piano: la testa bassa e le mani dietro le reni.
Quando fu solo nella notte e ben lontano, si appoggiò a un muro, in un vicolo solitario e, nascosta la faccia, incominciò a singhiozzare.