CAPITOLO XV. Dove Spadarella vive la sua ora di felicità e il Cavalier Mostardo si dichiara un fuorisacco.
Sul morir dell'estate, l'amore aveva compiuto il suo incantevole giardino. Fra le sante preghiere di Spina Rosa e le benedizioni di Girolamo e Stefano si era avverato questo miracolo.
Paolo Corani non era la canaglia di cui aveva potuto sospettare il Cavalier Mostardo; aveva agito da galantuomo e tutte le cose erano in regola con le consuetudini correnti.
Consacrato, nel rito del fidanzamento, l'amore dei due giovani, non rimaneva a Spadarella che un dubbio: avrebbe dovuto seguire la carriera del teatro o non era meglio abbandonarla prima ancora di cominciare? Lasciar da parte ogni vanità o speranza di guadagno per la quieta dolcezza dell'amore...
Paolo non era ricco; guadagnava appena quel tanto che poteva bastare a una vita più che modesta; ma, d'altra parte, Spadarella si accontentava di ben poco ed era sempre tranquilla. Se aveva accondisceso a cantare, non era stato per un sogno di splendori vani. L'anima di lei non era turbata da scomposti desideri, ma placida e mansueta come la sua casa, come le azzurre colline che chiudevano l'ultimo orizzonte della sua casa.
Ora l'estate languiva fra le braccia del giovane autunno. Ogni cosa era quieta e bella. Passava una tregua sul mondo. Era il tempo di volersi bene. Le due giovinezze vicine, si accorgevano di aver fra di loro la felicità. Spadarella aveva quasi paura di essere tanto contenta.
— Che cosa accadrà dopo?...
Perchè si sa che, al mondo, non si può stare in pace col proprio cuore se non per attimi. E, dopo, si sconta la dimenticanza di un giorno. Forse non si sconta sempre, ma si sublima nel dolore.
E l'estate moriva. La Città del Capricorno era tutta quanta tappezzata da manifesti grandissimi. Il nome di Spadarella trionfava su tutti i muri, in tutti i marciapiedi insieme ai quattro buoi e alle sette vitelle. Asdrubale Tempestoni sfidava le critiche de' suoi concittadini. Siccome i manifesti li compilava lui, ne uscivano a volte strampalerie inaudite. Il pubblico ne faceva le matte risate, ma ciò non scomponeva l'organizzatore. Torno torno alla Piazza si potevano leggere, stampate su carta rossa, le seguenti parole:
UN GOLFO MISTICO
UNA DIVINA ARTISTA
UNA STALLA DI BESTIAME
POTRÀ GODERE IL VINCITORE
DELLA
GRANDE LOTTERIA
oppure, su carta verde:
OLÀ!!!
FERMI TUTTI
QUI NON SI FANNO CHIACCHIERE!
QUI SI POSSONO AVERE
SETTE VITELLE E QUATTRO BUOI
PER SOLI DUE SOLDI!
Ma intanto, facendo ridere la gente, Tempestoni arrivava al traguardo. I biglietti della lotteria andavano a ruba.
Nello stesso tempo il Teatro Comunale era sottosopra. Il signor Asdrubale lo aveva riempito di operai e vi compariva venti volte al giorno. Egli si era fatto una cultura speciale intorno ai Golfi Mistici e voleva che i lavori fossero condotti sui suoi disegni e sulle sue particolari vedute. A chi gli faceva qualche osservazione usava rispondere invariabilmente:
— Mo' cosa vuoi capir te! Ne hai mai fatto dei Golfi Mistici?... No?... E allora sta zitto. Cosa c'è da ridere? È un Golfo o non è un Golfo questo?... Sentirai quando ci suonano, brutto asinone! Ti viene su la musica come dal buco del fonografo!...
E così battagliava da mane a sera, non mai stanco, non mai avvilito, non mai vinto dalle risa e dalle acerbe critiche dei concittadini suoi. Asdrubale Tempestoni era uomo tale che, quando aveva preso una via, la morte sola avrebbe potuto fermarlo. E le sue imprese straordinarie gli andavano sempre bene appunto per tale testardaggine. E le idee gli turbinavano in testa senza posa.
Una notte fece stampigliare tutti i marciapiedi e tutti i muri della Città del Capricorno con le seguenti parole:
SPADARELLA LA GRANDE STELLA
Un'altra volta fece prendere, sempre di notte, tutti i cani e tutti i gatti randagi che trovò, e stampigliò i cani e i gatti col nome della piccola bella dal soave giardino. Quando fu giorno, si vide, ad esempio, una frotta di marmocchi inseguire una cagna nera che recava sul dorso, in grandi caratteri rossi, il nome di
SPADARELLA
E questo nome diventò in pochi giorni celeberrimo. Ma dietro Spadarella era la lotteria e la lotteria non era da meno di Spadarella. Bisognava elevare alla stessa grida e l'una e l'altra; adeguarle nella curiosità e nell'attenzione della gente.
La fucina del baccano, guidata e alimentata da Tempestoni, non aveva mai riposo. Bisognava porre ad effetto una trovata dietro l'altra e tutte dovevano essere originalissime.
Una volta, il nostro Asdrubale, raccolse tutti i poveri caratteristici del paese: Magnamosch (Mangiamosche); e' matt d' Batèla (il matto di Batella); la Margusòna (la Moccolona); e' Zìvul (il Cefalo); Cipolini; e' Gièvul (il Diavolo); Parpàia (Farfalla); e' Parsutên (il Prosciuttino) ecc. ecc. Li divise in tante coppie: un uomo e una donna. Vestì le donne da giovani spose con tanto di ghirlanda di zàgare intorno al velo nuziale; ingolfò gli uomini in grandi frack dai bottoni d'oro; ficcò loro sulla testa una tuba; dispose tante vetture quante erano le coppie degli sposi. Formò, così, un corteo di dodici vetture tutte quante infiorate e addobbate con veli bianchi. Fece precedere il corteo da quattro uomini a cavallo, vestiti da valletti, col tricorno e la parrucca. Questi paggi recavano le trombe egiziane che avevano servito alla rappresentazione dell'Aida, e vi soffiavano dentro a più non posso. In ciascuna vettura poi, gli sposi, reggevano una stanga, in cima alla quale era affisso un cartiglio che recava una dicitura. La prima diceva:
SETTE VITELLE!!!
La seconda:
QUATTRO BUOI!!
La terza:
IL GOLFO MISTICO!!!
E così di seguito. Le quali frasi dovevano essere gridate a voce altissima, a quando a quando, dagli sposi medesimi.
Fu un successone. Era giorno di mercato. Giunto sulla Piazza, il corteo non potè proseguire. La folla gli si stipò attorno tumultuando e berciando. E non furon più gli sposi soli a gridare:
— Sette vitelle... Quattro bovi!... — ma tutta quanta la moltitudine ingaita. Naturalmente alle vitelle si aggiunsero le loro rispettabili madri; ai bovi le loro simboliche corna e fu un carnevale in piena regola.
Poi un qualsiasi Balilla lanciò il primo pomodoro. E fu la festa dei legumi e delle ortaglie. Le vetture furono prese di assalto: le povere spose portate in trionfo dall'ebbra moltitudine, torno torno la Piazza.
Ma Spadarella non sentiva niente; non sapeva niente. Viveva solo del suo amore che le bastava ad amar la vita.
Ad ogni crepuscolo diceva a Spina Rosa:
— Spina Rosa, scendo in giardino.
Girolamo e Stefano l'aspettavano per darle la buonasera, prima di ritornarsene alle loro piccole case dietro le mura.
Una volta, al suono di un Avemaria, chinarono il capo e tacquero assorti mentalmente nella loro preghiera.
Anche Spadarella pregò. In mezzo al giardino, queste tre creature levarono l'anima a Dio, chiamate da un accenno di campana nell'aria della sera; ricondotte al mistero immanente dall'effimera contingenza del loro terreno esilio. Affondarono nell'eterno, lontanando con le stelle del profondo.
E fu un grande silenzio.
Ma ad un tratto scoppiò il fragore di una fanfara: lacerò l'aria violentemente: si impadronì di quell'angolo di mondo con prepotente volgarità.
Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco barbarica dell'aspro suono; gli usignuoli, le capinere, i verzellini non cantarono più. Ogni cosa, ogni anima affogava nella crescente marea degli armonici pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da certi imbuti di ottone conosciuti comunemente sotto il nome di trombe. Strepitarono adunque le trombe eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo e il cielo; sostituirono, nel soave declinare dell'ora mistica, il raccoglimento che aduna le anime a un lume ultraterreno: vollero cancellar tutto, essere sole, impadronirsi della Terra e di Dio.
E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine, riusciron, tanto, a turbare la quiete circostante; riuscirono a farsi intendere e a intimorire i cuori più pavidi con le minaccie della Bandiera Rossa; ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di Marx, i fucinatori di ghigliottine, gli ipertrofici zelatori della buia solitudine terrena, diminuì il loro diabolico fracasso, si spense dietro le case e le strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena col tremulo verso di una povera raganella.
Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio, i cannibali sociali, i capovergari della Giustizia Nuova. Erano trascorsi col vento delle loro trombe, con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza e di baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani, nel niente, coperti e derisi dal querulo lamento di una raganella sul ramo di un melo, contro un quarticello di luna verdigna.
Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'Ave. Girolamo e Stefano si fecero il segno della croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno e Girolamo disse:
— È tardi. Bisognerà andare.
— Andiamo — rispose Stefano.
Guardarono Spadarella; le sorrisero.
— Felice sera, Spadarella.
— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.
Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando per i piccoli viali del giardino.
Passava un rosso barroccio montanaro, carico di una castellata piena di mosto. Una bella castellata dai fondi graffiti e dipinti e dal cocchiume rilevato e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava in città. L'autunno. Sul timone del barroccio era infissa una grande caviglia dalle anella. Erano sette anella lucenti che tinnivano, ridevano, cantavano, seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra nerastra sotto gli occhi immiti.
E sull'alto della castellata sedeva un giovinetto e cantava:
Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare
Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?
Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?...
Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?...
(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che avete pulito così bene il vostro cavallo, — che avete lustrato così bene la sala d'oro?... — Ditemi, ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).
Il dialetto montanaro si addolciva ancor più nella cantata. La musica era bella: semplice, vasta, di una tristezza profonda e, più che umana, universa. Il giovine bifolco si portava giù, col mosto, dalle montagne azzurre, una passione antica: sua e di cento generazioni; e passava per la Città del Capricorno come una cosa ormai spaesata.
Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie insanguinate della Bandiera Rossa.
Si può anche morire nella farsa.
Il giovine cantava il suo canto, quello del popolo suo, nel quale era l'anima delle generazioni e si sentiva distaccare dalla miseria sua, dal suo dolore, dalla sua fatica; era uno spirito errante sotto alle stelle, con l'amore. Si ricongiungeva inconsciamente al mistero della Terra e del Cielo.
Paolo e Spadarella erano appoggiati al muro di cinta del giardino, presso la piccola porta socchiusa. Si tenevano per mano. Parlavano; ma poi che il barroccio fu per la strada, col suo canto ramingo, non parlarono più. L'aria non più illuminata dal sole, accoglieva le luci dell'infinito.
Ecco la notte.
Ella era felice e non disse niente; era nella serena zona mattutina e poteva guardare e ascoltare in silenzio. Anche per le case era discesa l'ora del raccoglimento soave. Le più alte finestre si illuminavano contro la prima stella. Tutta la sofferenza pareva non dovesse avere nè un grido nè una bestemmia.
Passarono tre rondini smarrite.
— Dunque Spadarella?...
Ella levò gli occhi a un tratto.
— Che cosa?
— Non vuoi?
Arrossi ed abbassò la faccia senza rispondere.
— Va bene — riprese Paolo freddamente e guardò da un'altra parte.
La piccola allora gli prese una mano, glie la strinse, mormorò:
— Sì... voglio...
— Quando?
Tacque ancora.
— Domani?
— Sì... domani...
— Dove ti ho detto?
— ... Sì...
— Verrai davvero?
— ... Sì...
Egli allora se la strinse al petto nella gagliardia ansiosa del suo desiderio; ma Spadarella non rispose all'impeto di lui. Domandò:
— Perchè vuoi questo?
— Mi vuoi bene?
— Si.
— Devi provarmelo. Voglio che tu sia tutta mia.
— E non sono tua?
— No.
— Paolo!
— No no!... Io non posso sopportare questa sorveglianza. Maria Rosa è sempre là che ci spia.
— Ma non è vero!
— Se l'ho vista anche poco fa!
— Ti assicuro che ti inganni.
— Non mi inganno Spadarella!... Poi... fra poco il teatro ti porterà via.
— Te l'ho già detto. Se lo desideri mando all'aria tutto.
— Io non posso voler questo.
— Perchè?
— Perchè si tratta della tua fortuna.
— Ma se io lo voglio?
— Tu sola non puoi decidere.
— Anzi lo posso, Paolo; e tu sai che quando voglio una cosa...
— Ma non potrei assecondarti.
— Dunque ti fa piacere?
— No.
— E allora?
— Che cosa ho da offrirti in compenso? Quale vita ho da offrirti?... Il sacrificio!
— E che mi importa? Sono stata abituata da signora, forse?... Che cosa desidero di più del tuo amore?
— Oggi niente di più; ma domani?... Domani quando l'amore se ne sarà andato?
Allora Spadarella scosse lentamente il capo e sospirò:
— La verità è che tu non mi vuoi bene.
— Ora bestemmi!
— No, Paolo!... Ci vedo chiaro...
Egli tolse la sua mano da quelle di lei e fece per andarsene.
— Non te ne andare!... Paolo?...
Si fermò; si rivolse.
— Vuoi bisticciarti, Spadi?
— Perdonami. Qualche volta non ti capisco.
— E io neppure, sai? Perchè quando si vuole veramente bene non si hanno dubbi... non si pensa il male... non si guarda alle convenienze... non si ha paura di niente quando si vuole veramente bene!...
— No ti ho detto che verrò?
— Sì; ma devo crederlo?
— Guarda: anche se dovessi uscire di casa per non rientrarvi mai più, ti ho detto che verrò e verrò!
— Amore mio!
— ... anche se fossi certa che lo zio Giovanni mi aspettasse all'uscita per stroncarmi; e avessi la convinzione di rimanere in mezzo alla strada solo con questi panni e maledetta da tutti verrei, Paolo. Tu non mi conosci. Ho paura, ho vergogna... ma ho deciso. Ti voglio bene... Vengo da te... fa quello che vuoi... sarà quel che sarà!...
Egli la prese fra le braccia e la coprì di baci in uno spasimo diluviante, in una ebbrezza convulsa.
— Basta... basta... basta, Paolo!... Per carità...
Aveva abbandonato il capo all'indietro, gli moriva fra le braccia.
Fu la voce del Cavalier Mostardo che li riscosse. Si udì nel giardino il suo vocione gridare:
— Spadarella?... Spadarella?...
Paolo si disciolse in fretta dall'abbraccio e disse:
— Allora... a domani, Spadi!
— Te ne vai?
— Sì.
— Tanto presto?
— È più tardi delle altre sere.
— Non vuoi vedere lo zio?
— No.
— Perchè?
— È un uomo che mi urta.
— Ma se è tanto buono!
— Lo so... ma... debbo andare. Addio, Spadi.
— Arrivederci.
Si baciarono poi Paolo prese la strada di furia e scantonò. Spadarella non era più gaia; neppure poteva spiegarsi l'improvvisa malinconia. L'accoglieva con l'anima mansueta delle creature che sanno solamente amare.
— Spadarella? Spadarella?
— Sono qua, zio.
— Perchè non rispondi? È un'ora che ti chiamo!
— Ti aspettavo.
— Che cosa fai qui?
— Stavo per rientrare.
— Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Paolo?
— Se ne è andato.
— E perchè?
— Aveva da fare.
— A quest'ora?
— ... non so...
Lo zio Giovanni non aggiunse parola, ma chi avesse potuto vedere la faccia di lui, nascosta nell'ombra, non l'avrebbe trovata soverchiamente serena.
Si avviarono verso casa.
— Ho visto Tempestoni... — fece lo zio Giovanni.
— Bene...
— Ti aspetta domani.
— Domani?... E dove?...
— A teatro.
— E perchè domani?
— Cominciano le prove.
— È proprio necessario ch'io vada? La mia parte la so benissimo.
— Io non c'entro, bambina. Tempestoni mi ha detto che ti aspetta; ti ho fatto l'ambasciata. Del resto farai quello che vorrai.
Camminarono per un poco in silenzio nel tepore della notte.
— Che cos'hai, Spadi?
— Io?... Niente! Perchè me lo domandi?
— Mi pareva tu fossi scura...
— No, zio.
— Davvero?
— Davvero!
— Sarà! Però, bambina, non sei più la mia Spadi di una volta!
— Ti sembro cambiata?
— Ecco... cambiata, no! Non è la parola. Mi sembri più lontana...
— Ma no, zio!
— Lasciami dire. Io, certe cose, le sento, anche se non le capisco e... non mi sbaglio mai.
— Però questa volta...
— Questa volta tu hai qui dentro — e le toccò il core — un bel peso!
— Ma ti sbagli!
— Non mi sbaglio, Spadi!... No, no, non mi sbaglio! Del resto non voglio mica sapere i tuoi interessi. Però, se si trattasse di scommettere, scommetterei che vi siete bisticciati. Di un po; è vero?...
— ...
— Rispondi: è vero o no?
— È vero!
— Vedi?... Lo zio Giovanni ha buon fiuto, il povero zio Giovanni!... Ora, da quando è venuto quell'altro, non vuoi più un gran bene neppure a lui!
— Oh, zio! Perchè dici questo? Non ti bruciano le parole?
E gli si gettò al collo e lo strinse forte fra le braccia.
— Mi sbaglio?
— E non lo senti? — Aveva la voce di pianto. — Questa sera sono un poco malinconica, ecco tutto. Non capita mai a te?
— Oh se mi capita!... — e trasse un grande sospiro.
— E sai il perchè, tutto il perchè della tua malinconia?
— Io sì che lo so!
— No, zio. Forse ti sembra, ma non lo sai.
— Bambina mia, lo so anche troppo!
— Certe volte, forse; ma non sempre.
— Sarà!... Non voglio darti torto. Però se non fosse lei... sempre lei... sempre, porco Dacco!, quella febbre di lei che mi prende, oh!... ti assicuro che, nonostante tutti i Rigaglia e tutti i versipelle, ti assicuro che sarei allegrissimo.
— Lei?... — fece Spadarella meravigliando. — Ma chi è questa lei?...
Il povero Cavaliere si morse le labbra. Gli era scappata. Tentò di fare lo smarrito:
— Ho detto lei? Non me ne sono accorto.
Spadi sorrise.
— Dunque hai un segreto?
— Io?... Ma neanche per sogno!... Che segreto?... Che cosa vuoi che abbia io, vecchio matto?
— Hai qualcosa che ti fa soffrire, zio?...
— Ma se sono un insensato!... Non lo crederai mica davvero ch'io sia diventato tanto imbecille...
— Perchè?
— Ma scherzi?... Io, con tutti i miei anni, innamorato!... Non farei ridere?...
— Perchè, zio?...
— Come perchè?... Ma l'amore è fatto per voialtri giovani che potete sempre riparare a questo grande sproposito: non per noi, vecchi, che non abbiam più tempo neppure per poterci pentire e ci caschiamo dentro da quei grandi balordi che siamo, mani e piedi legati, per ridurci come il campo del mercato, dove tutti sputano!...
— L'amore arriva quando vuole...
— Sì, con l'olio santo!
— Zio... e non gli si può dire di andarsene.
— Ma non si diventa stupidi alla mia età?
— Perchè?
— Ma perchè sì! Perchè si diventa stupidi! Si diventa la favola del mondo.
— Che cosa c'entra il mondo? Tu sei ancora giovane.
— Sì, bel moscardino!
— Sei giovane... e lo sai.
— Io so che, se potessi, mi prenderei la testa e la butterei in un fosso!
— Povero zio!
— Povero?... Già... povero!... hai ragione. In fin dei conti non sono che un disgraziato.
— Non lo dire.
— Un disgraziato, un disgraziato! Voglio urlarlo!... Lasciami sfogare! Che cosa ho, io?... A che cosa mi è servita tutta la vita?... Tutte le mie battaglie, tutti i miei entusiasmi, tutta la mia fatica?... A che cosa?... Ma a che cosa?... Avanti, dillo tu, a che cosa?... A niente!... Bambina, non parlare, io lo so bene: a niente!... Mi sono prodigato e mi è arrivato un calcio; ho combattuto per gli altri e, per tutto ringraziamento, mi hanno sputato addosso; ho dato del mio, di quel mio che mi son pur faticato, se son venuto su dalla miseria, e poco c'è mancato non mi chiamassero ladro!... Il popolo si chiama Rigaglia!... Ma sì, bambina mia!... E sono arrivato a questa età con tutte le mie minchionerie dei vent'anni. Me le sono portate dietro come un imbecille. Eccole qua tutte quante, che non ne ho perduta neppure una per la strada. Bel carattere! Meriterei la forca solo per questo. Perchè un uomo, se ha la fortuna di vivere, almeno impara a conoscere le carogne che si trova fra i piedi. Ed io non ho imparato niente!... Ho imparato ad essere un bambino quando avrei dovuto trattare il mondo per quel che si merita. Ho preso tutto sul serio. Oggi sono solo. E faccia Dio che tu mi sia sempre vicina perchè il giorno in cui mi dessi alla disperazione, guai agli uomini del mio paese!...
— Povero zio!... Soffri tanto?...
— Soffro?... No che non soffro. È la vita che è canaglia! Forse sono stanco, Spadi. Ma non mi domando niente. Aspetto. La mia vita non sarà eterna!
— Proprio, questa sera, non pensi affatto alla tua Spadarella!
— Hai ragione. Non so neppure quel che mi dico. Poi ho qualche cosa per la testa...
— Che cosa?
— Perchè Paolo non mi ha aspettato?
— Te l'ho già detto, zio. Doveva andare...
— Ma capita sempre così quando arrivo io. Ha forse paura di me?... Che cosa gli ho fatto?
— Perchè dovrebbe aver paura? Non essere ingiusto!
— È vero. Perdonami. È la mia testaccia che frulla male.
— Forse se tu volessi parlare alla tua bambina, ti passerebbe.
— Mi passerebbe?... Ho qui dentro una pena... tu sapessi!
— E fin che la tieni chiusa ti farà più male.
— È vero.
— Allora sai bene che non lo racconti a nessuno, se parli a me.
— Non posso. Mi fa vergogna.
Erano arrivati presso la porta di casa. Si vedevano le finestre illuminate. Ristettero. Non avrebbero voluto interrompere la loro solitaria intimità e che nessuno si fosse interposto. Forse lo zio Giovanni aveva ancora tante cose da dire; forse Spadarella avrebbe amato restare nel buio del giardino e seguire la sua indefinita malinconia. Non era il turbamento della promessa ma alcunchè di più remoto, un'ombra sul sogno de' suoi anni radiosi. Che poteva accaderle? Era tanto felice! Ebbene, forse niente sarebbe intervenuto a turbare il ritmo della sua felicità, ma la malinconia si vela di una sola parola per tenere il cuore dei giovani. Quella era una notte del mondo contristata, per lei, e più non avrebbe voluto parlare nè ascoltare la voce e le parole semplici e ignare di Spina Rosa. Avrebbe voluto arrivare alla sua stanza e chiudersi dentro senza che nessuno potesse vederla e senza scambiar parola con nessuno. Sentiva che avrebbe pianto volentieri. E forse c'era la crudezza di una parola, in fondo al cuore di lei, e anche l'ombra di una volontà prepotente ch'ella assecondava ma che turbava un incantesimo. E la felicità è delicata: e di nulla si turba. È come lo specchio di uno stagno fra i boschi; fondo e mutevole. Qualcosa aveva turbato il volto della sua serena e tranquilla felicità, ma di questo non poteva nè voleva convenire seco stessa.
E più si accorava del dolore dello zio Giovanni.
Tacevano fermi così, l'uno vicino all'altra, senza guardarsi. Poi il Cavalier Mostardo si riscosse:
— Spadarella... io non so se tu abbia capito... ma, se hai capito, mi raccomando a te...
— Zio! E puoi credere solamente che io parli?
— No, se ti ho mostrato, il cuore.
— Me ne credi indegna?
— Spadi!
— Allora abbiam chiuso le nostre parole nello stesso silenzio.
Stavano per entrare in casa quando udirono un passo affrettato sulla ghiaia del viale. Mostardo stette inorecchito. Si udiva il busso di due grandi piedi.
— Se non mi sbaglio è Rigaglia.
Si udì un grugnito.
— Te l'ho detto? È lui.
Spadarella sorrise.
— Che cosa sei venuto a far qua?... Che cosa vuoi?...
— Bisogna che veniate subito...
Ansimava.
— Dove?
— Vi aspettano a casa...
— Chi?
— I compagni.
— Ma quali compagni?
— ... dice che muore...
— Muore?... Ma chi muore?... Vuoi spiegarti o no?...
— Ma non ve l'ho detto, santo Dio?... Coriolano!
— Che cosa? Coriolano muore?
— Sì.
— E non sai dirmi chi mi aspetta a casa?
— Ci son due uomini e una donna.
— Una donna? E chi? Ti ricordi almeno come vestiva?
— Io non l'ho guardata ma aveva un cappello rosso...
— Un cappello rosso? Ne sei ben sicuro?
— Sì.
— Allora è lei. Non vengo.
— Ma chi lei, zio?
— Proli.
— La signorina Proletaria?
— Sì. La nipote di Coriolano. Non vengo, non vengo.
— Ma perchè zio?
— Il perchè è troppo lungo, bambina mia. È certo che non voglio trovarmi fra i piedi Proli.
— Allora dirò... — riprese Rigaglia.
— Ma dì tutto quello che vuoi; non mi importa niente. Io sono un fuorisacco!
E mentre Rigaglia si allontanava nella notte, il Cavalier Mostardo si strinse a Spadarella ed entrò in casa.