PERCHÈ?
Il consiglio ebbe luogo la notte stessa del giorno nel quale Alloro fu trovato carbone.
Prima di salire alla reggia l'eminentissimo Cardinale arcivescovo era disceso nel sotterraneo ad impartire, non già come a un suicida, ma in quanto assassinato, l'assoluzione alla misera salma del vecchio. La mattina seguente i poveri avanzi dovevano essere trasportati al cimitero. E vi furono trasportati per tempissimo, quasi segretamente, poche persone vi assisterono, poche persone poterono accorgersene. La figlia di Alloro era stata pietosamente trattenuta alla reggia, anche perchè essa non mettesse sottosopra tutta la città col suo disperato dolore.
Non si voleva ancora prendere una decisione precisa sul contegno da adottare dinanzi all'opinione pubblica. Si doveva d'un tratto far cadere l'accusa, risultata dal consiglio di urgenza, come un bolide sopra la città, si doveva dichiarare Perelà in istato di arresto, o era meglio agire con qualche riserbo, spiando prima bene quale dirizzone prendesse l'opinione pubblica? Non era meglio spingervela piano piano con qualche astuzia sul cammino voluto?
Una volta che il popolo avesse gridato «morte» tutto era a posto e si poteva uccidere finchè si voleva, ma era bene però quest'ultima parola farla venir fuori dalla viva voce di esso.
Intanto Perelà dal momento della scena nel sotterraneo non era più uscito dal suo appartamento. Nessuno si era recato a chiamarlo, nessuno a chiedergli spiegazioni.... nulla. «Perchè?» Fu convocato il consiglio d'urgenza, la seduta ebbe luogo senza che si fossero fatti vivi ad avvertirlo, come tutte le altre volte, ad invitarlo a parteciparvi. «Perchè?»
Egli passò la nottata pensando a tutte queste faccende, ricordandosi una ad una le facce dei presenti nel sotterraneo al momento del suo arrivo. Quelle facce erano molto cambiate verso di lui, i gentiluomini lo avevano guardato in una tale maniera che a lui giunse completamente nuova. «Perchè?» Per lo scalone, quando erano risaliti negli appartamenti della reggia, avevano tenuti discorsi a voce bassa, in modo che lui non potesse capire, pure accorgendosi che si parlava di lui appunto. «Perchè?» Che cosa aveva fatto? Non aveva detto la verità? Non si era comportato come sempre? Non aveva egli tenuto il solito contegno? Forse non era stata compresa la sua frase? Come potevano dubitare di lui? Che cosa ne sapeva lui? Quel vecchio non gli aveva mai neanche lontanamente fatto dubitare la sua idea, egli lo avrebbe istantaneamente distolto. Come avrebbe potuto insegnargli il suo segreto, s'egli stesso lo ignorava? Che cosa aveva con lui di comune il vecchio Alloro?
Egli spontaneamente gli aveva un giorno rimesso le parole della donna che lo amava, ma lui non aveva fatto che accettare quelle carte senza mai restituirne indietro una sua. Ricordava ancora il sorriso luminoso del vecchio, caldo come i raggi del sole, quella faccia che mentre lo guardava diveniva rossa, rovente, qualcosa che veramente generava luce e calore. Povero vecchio, pensava Perelà, diranno che è la mia vittima ora, voleva divenir leggero, ma sarà vero? Perchè non dirmi una sola parola? Perchè nessuno è venuto qui ierisera, perchè nessuno viene nemmeno stamane?
In tutta la mattinata nessuno si fece vivo nell'appartamento di Perelà.
Le ore passavano ed egli non sapeva che fare. Doveva uscire e recarsi a dimandare? O doveva attendere pazientemente? Si affacciò alla finestra, guardò lungamente il cielo, quasi immergendovisi. Era una magnifica giornata, il sole splendeva sovrano potente nel suo infinito regno celeste, l'aria era azzurra, e Perelà ad occhi socchiusi si sentiva tutto immerso in quella luce, attratto.
Venne mezzogiorno, attese ancora.
Erano le due, l'ora nella quale gli altri giorni venivano a chiamarlo per recarsi ai suoi giri d'ispezione. Uscì, scese nel cortile, ma la vettura non c'era ad aspettarlo, non c'erano i gentiluomini che lo accompagnavano, nulla, nessuno. «Perchè?» Il cortile era insolitamente deserto. Sul terrazzo del primo piano passarono due gentiluomini parlando sommessamente fra loro, quando videro Perelà si ritirarono presto, probabilmente si appostarono dietro una finestra per spiare. Egli non sapeva se doveva tornarsene indietro, risalire e rinchiudersi nelle sue stanze, od uscire; rimase lungamente perplesso, poi la luce, il sole, il turchino, lo attraevano tanto da dover fare forza verso la terra per tenercisi sopra. Infilò l'atrio della reggia e fu al portone. Le sentinelle lo guardarono di sbieco e lo lasciarono uscire senza un cenno. Non lo avevano salutato. O se sempre lo salutavano, gli presentavano le armi come ai generali! Che cosa era avvenuto, perchè non lo avevano salutato? Perchè lo lasciavano uscire? Perchè nessuno gli diceva nulla; che almeno egli avesse saputo quello che doveva fare, come doveva contenersi.
Uscì. Poche persone erano a quell'ora sulla via ed egli potè giungere alla porta della città quasi senza essere visto.
Nella reggia era stato spiato ogni suo movimento, e questa uscita, mentre indispettì alcuni, piacque a molti. Egli si dileguava, partiva per non ritornare mai più, tutto sarebbe stato salvo senza ricorrere a violenze.
Ma c'erano quelli che volevano spiegazioni, volevano far giustizia, egli in certo modo la passava troppo liscia a questo modo. Il bravo signorino se la cavava a buon mercato davvero, troppo a buon mercato. Bisognava trattenerlo e punirlo. Chi sa che da lontano non potesse nuocere al paese ugualmente, e magari di più? Dove andava? A fare altre vittime altrove di sicuro. A seminare fumo in altre contrade. A burlarsi di altri uomini. Bisognava fargli subire un processo e dargli la pena che si meritava, così e non altrimenti si doveva fare. Ora egli era libero e si rideva un'ultima volta dei beati minchioni che aveva tanto bene saputo corbellare fino dal primo giorno ch'era comparso.
Da un'altra parte si diceva invece che era meglio se ne fosse andato zitto zitto colla coda fra le gambe, egli non avrebbe potuto nuocere più ad alcuno dacchè tutti erano in guardia contro di lui, invece a mettersi in guerra chi sa come poteva andare a finire. Che bestia era mai quella? Da dove era venuto fuori? Non si sapeva con chi si aveva a che fare precisamente era un miracolo del cielo che se ne erano liberati tanto per le spicce. In fondo questo andarsene pacifico dimostrava che se anche Perelà era un diavolo, era un buon diavolo, di quelli che nuociono con una certa discrezione.
E per tutta la giornata non si fece che dire «torna torna, state quieti, torna» «non torna, non torna, state quieti, non torna».
Ma bisognava incominciare a divulgare la notizia, e furono sparsi per la città i soffioni: domestici della reggia, gentiluomini, soldati, per preparare il popolo. Chi andò dal tabaccaio mentre sceglieva dei sigari si lasciò sfuggire qualche parola, chi si lasciò sfuggire qualche parola mentre si trovava in una trattoria a mangiare, o a bere in caffè, chi andò a porgere ossequi ad una gentildonna, tutti nel proprio grado informarono. Le bocche per la gente della strada e dei negozi, i telefoni per le signore e gli uomini di affari, in un'ora tutti sapevano che Perelà era vivamente sospettato della morte di Alloro, e che prima che il Re comandasse un processo era fuggito per una porta dei sotterranei. Ci fu chi disse che era uscito dalla finestra, chi disse che passando dinanzi al dragone alla porta della reggia il dragone non lo avesse visto accanto a sè, nessuno lo avesse visto, e che quest'uomo in certe circostanze aveva uno strano prestigio di cambiarsi in ombra, e che specialmente alla luce del sole non c'era più modo di scorgerlo, e che taluno vi avrebbe potuto benissimo intoppare per la via senza avvedersene. Quello che fu detto è impossibile qui riportare. Si è presso a poco inteso quali forti impressioni ne riportarono i più eminenti uomini dello stato nel loro consiglio d'urgenza, questo ci faccia lontanamente comprendere che cosa poterono dire, tutte quelle femmine femminelle e comari, già di per sè impressionabilissime, che si radunano agli usci delle case, e quello che fu detto nei varî negozi di tabaccaio o di parrucchiere o di farmacista, nei caffè, nelle trattorie, e presso i portinai.
— Però — ripetevano tutti — se alla corte lo si suppone colpevole, perchè lasciarlo andare tranquillo a questo modo? I colpevoli devono essere puniti.
Ciò venne subito ripetuto a corte, l'opinione pubblica prendeva nel suo corso questa piega che dispiaceva lassù, e d'altra parte non si voleva neanche confessare che si preferiva cavarsela senza agire direttamente su quel tipo supposto in possesso di poteri ignoti di fronte ai quali la corte, con tutte le sue scorte a piedi e a cavallo, non sapeva come contenersi.
Ma per buona fortuna, senza sapere quale fosse la sorgente della buona idea l'opinione pubblica dette ragione alla corte. Sì sì, era meglio lasciarlo andare, non valeva la pena mettersi in urto con lui, era meglio trattarlo alla leggera. Sembra che un famoso cicalone abbia detto di essere venuto a conoscere tutto il segreto per certe sue strette attinenze con persone influentissime alla reggia. Egli raccontava che la mattina all'alba era stato tentato il taglio della testa al colpevole, ma chela lama gli era passata da una parte all'altra del collo senza scomporlo minimamente. Quando gli astanti lo hanno visto alzarsi e camminare colla sua testa intatta sopra il collo sono rimasti così inebetiti.... così inebetiti... che non hanno avuta più la forza di trattenerlo, ed egli uscì liberamente.
— Sicuro — avevano risposto tutti — che imbecilli a non capire una cosa tanto semplice, come si può tagliare la testa a un uomo di fumo? Solite beghe di quelli scimuniti di lassù — si era detto. — È meglio, è meglio che se ne sia andato, avrebbero finito per commetterne di quelle grosse come case, i bietoloni, e lui gli ha fatti tagliar corto.
Alla reggia invece il dilemma era questo: «tornerà o non tornerà?» — Se non tornerà è bene non farlo passare tanto da colpevole, ma se dovesse ritornare bisogna assolutamente disfarsene, e per disfarsene bisogna avere il vento del popolo in favore. In ogni modo era meglio tenersi al peggio, ora che l'opinione pubblica era pronta si poteva gonfiarla o sgonfiarla a piacimento. Ovunque fosse andato era bene far sapere che qui era stato trattato severamente.
— E se dove va fa la fortuna di quel paese, ci daranno degli imbecilli a noi che ce lo siamo lasciato scappare, allora sì che Pilone griderà ai quattro venti la sua fatidica parola — diceva uno. Ma nessuno però aveva più dubbî ottimistici sopra Perelà, e chi ne aveva ancora un rimasuglio gli aveva accompagnati da tali riserve.... Tutti lo odiavano, e bisognava farlo odiare anche dal popolo. E il popolo che nelle sue manifestazioni di massa violenta non conosce mezzi termini, come con una facilità che non ha giustificazioni, che non ha principio, si rovescia sulla via dell'adorazione, così per le stesse piccole cause inafferrabili, si riversa sulla via dell'odio.
Il Re ordinò che la figlia di Alloro fosse lasciata libera di tornarsene alla sua casa, il giorno dopo sarebbe andato da lei un amministratore per assegnarle un'equa pensione che le assicurasse una comoda esistenza.
E questa ragazza fu, a bella posta, fatta uscire, nel mezzo del giorno, quando tutto il paese era in faccende a discutere di Alloro e Perelà, fu fatta uscire dunque a piedi dalla reggia.
Appena fuori pochi passi, è inutile dire, che tutti le furono addosso a dimandare spiegazioni, a piangere e commiserare, pregare e consigliare, e intanto a impinzare bene d'olio la propria lucerna per poter irradiare di informazioni e giudizî il proprio vicinato.
La ragazza urlò, pianse allo stesso modo che aveva fatto il giorno innanzi, e Perelà, dopo dieci minuti, fu odiato, così odiato come nessuno fu mai.
Alla reggia si diceva: «tornerà o non tornerà?».
— Caro, se torna sta fresco!
Perelà uscito fuori dalla porta della città, si era diretto su verso le colline, e camminava lungo un ruscello coi suoi pensieri, e si sentiva andare andare come sorretto dallo zeffiro azzurro che tutto alitava intorno e tutto illuminava. Si sentiva tanto leggero come non si era sentito mai, e in certi momenti gli sembrava di avere perduta la terra e già di essere alto sopra di essa. Si guardò addosso e il suo corpo gli apparve, invece che grigio intenso, azzurro, e le scarpe lucenti, due corolle dalle quali usciva il corpo come un fiore dell'aria.
Incominciò a salire il colle ammirando ora i begli alberi che gli porgevano i rami robusti e agili tutti adorni di foglie verdi, udiva il filo dell'acqua argenteo gorgogliare ai suoi piedi infantilmente e insinuarsi e fuggire giù per il pendio fra le piante di felci.
Era vero, non si era sentito mai tanto leggero, mano mano che saliva elevandosi sulla città anche i suoi pensieri si elevavano, le preoccupazioni della reggia e di tutta quella gente laggiù si allontanavano, si attenuavano, si perdevano quasi oramai dinanzi al suo sguardo. La luce lo vinceva, il calore del sole, la leggerezza del suo corpo, il verde delle foglie, l'infantilità di quel filo d'acqua, il respiro puro, gli fecero sentire per la prima volta che tutto quello che si faceva laggiù fra quell'enorme mucchio di pietre era qualche cosa di grave, di pesante, di sommamente pesante, in una maniera che ora gli cominciava a divenire insopportabile. Le torri, le larghe costruzioni, i tetti, enormi cappelli schiaccianti delle case, e tutto si gravava sulla terra così spietatamente, i gentiluomini, i soldati rivestiti di ferro, le carrozze, tutto tutto era di una gravità insopportabile. Guardò un albero che spaziava su alto espandendosi nell'aria mentre il tronco non occupava che un piccolissimo pezzo del terreno, e guardò ad una casa dove abitava un piccolo uomo appoggiata spietatamente sopra la terra per tante centinaia di metri, guardò le torri della reggia, là nel mezzo la mole oscura del palazzo reale regnava anche sopra tutti gli edifizi della città.
Allora si ricordò del primo giorno, quando vi giunse col suo spirito puro, e tutte le cose gli avevano fatta questa medesima impressione, ma dopo, l'abitudine e le preoccupazioni quotidiane della vita l'avevano attutita, e le cose che lo avevano circondato erano finite per divenirgli familiari perdendo un po' della loro gravezza. Eppure, pensò egli allora, io acquisterò laggiù tante belle qualità, ma finirò per perdere la mia qualità migliore, la sola vera qualità mia: la leggerezza, questa leggerezza che ora m'inebria e m'innalza. Pensò a Pena a Rete a Lama, guardò intorno tutta la corona delle colline nella speranza di riconoscervi la sua vecchia casa, ma non vi riuscì, tante case lontane gli sembravano quella ma non ne fu sicuro.
Era giunto alla cima del colle, la città rimaneva sotto nella vallata forse per trecento metri e la si dominava bene tutta. Prima guardo il cielo, quanto ne potè vedere, quanto il vasto orizzonte glie ne concedeva, poi abbassò ancora gli occhi giù sull'ammasso enorme scomposto di giallastro, rossastro verdastro che formava il panorama della città e si sentì in quel momento di disprezzarla come preso da una nausea naturale, quell'ammasso gli appariva uno sfregio, una vomitatura del padre eterno, dopo un suo pranzo.... da padre eterno.
Guardò ancora il cielo e si sentì tutto rianimato, vagava sulla cima del colle quando scorse all'ombra di una quercia una fanciulla seduta a terra, aveva le gomita puntate sulle ginocchia e la faccia posata fra le palme delle mani che le facevano guscio alle guance, un bastone le riposava nel grembo, e alcune pecore dormivano vicino a lei, era fissa incantata sul panorama cittadino.
Quando Perelà le fu presso, la bimba starnazzò come una pollastra alzandosi, indietreggiando di alcuni passi lasciando cadere a terra il bastone ma conservando le mani alla faccia scomposte. — Oh! — gridò.
— Avete paura? — le disse Perelà sorridendo. — Di che?
— Perdonatemi signore, voi mi sembraste dapprima una fantasma.... se voi non mi farete paura io non avrò paura.
Perelà la guardò sì dolcemente che la fanciulla gli venne vicino composta e rassicurata.
— Dove guardavi?
— Guardavo la città. Quando le mie pecore dormono io mi diverto sempre a guardare la città, signore, voi venite di laggiù?
— Sì.
— Ed io non potei mai andarci. Quando esco sono sempre accompagnata dalle mie pecore, e non debbo lasciarle. Oh! certe volte sento una voglia pazza di abbandonarle tutte e di fuggirmene laggiù.... ma poi, così vestita.... che cosa direbbero di me, forse non mi lascerebbero neppure entrare. La mia cattiva zia non mi concede un solo giorno ed io muoio dalla voglia di vedere la città. Ma voi signore, siete di fumo forse?
— Sì.
La piccola rimase muta senza avere coraggio di guardare ancora Perelà dopo la sua affermazione, ma poi, come per rompere il silenzio, come se avesse paura a rimanere zitta con quell'uomo, prese a dire a voce alta:
— Le quattro torri là in mezzo sono della casa del Re, e tutta quella che si vede intorno è la sua reggia. Quella cupola e il campanile sono della chiesa che si chiama il Duomo. Quello che finisce a punta con le statue bianche sulla fronte è il teatro, dove le grandi dame si recano la sera mezze nude coperte solo di gemme per farsi vedere dai loro amanti. E il luccicare che si vede qua e là sono le carrozze che le portano a passeggiare. Quella grande casa tutta nera senza finestre è il monastero dove si rinchiudono quelle che peccarono troppo, le povere pentite, esse piangono là dentro perchè il Signore dimentichi le loro colpe. In quella casa tutta rossa vengono rinchiusi i poveri matti....
— Dimmi bambina mia, ma tu guardi sempre laggiù per la terra e non levi mai i tuoi occhi su, verso il cielo?
— Oh! Io ne vedo tanto del cielo se sapeste, e ne ho visto tanto che non alzerò mai più la testa per guardare, è sempre uguale il cielo, ed è tutto uguale, io voglio invece vedere là dove non ho visto mai. Il cielo si guarda la notte, quando splendono le stelle, ma io vorrei vedere quelle altre stelle della notte, che brillano nelle sale del Re o nel teatro tutte nude per i loro amanti.
Il sole volgeva al tramonto e Perelà salutando la fanciulla che guardava la terra e guardando lui un'ultima volta il cielo, prese a discendere rapidamente verso la città. Quando vi giunse il sole era da poco tramontato ed incominciava allora ad imbrunire.
Alla porta le guardie del dazio lo squadrarono insolentemente e appena fu passato gli rivolsero parole di disprezzo che non potè bene afferrare, la prima persona che incontrò, una donna, quando gli fu vicina fece ad alta voce «phue!» e si scostò da lui come se fosse stato preso da un male contagioso. E tutti incominciavano a farsi alle soglie e alle finestre riempendo il suo passaggio di gesti e parole triviali, di insulti, di grida di sdegno e di disprezzo.
Un fanciullo che si trovava nel mezzo della via fattoglisi vicino gli dette una spinta alla quale Perelà barcollò ripetutamente sulle scarpe ed andò a battere contro il muro; il fanciullo, raggiante di incosciente malvagità per il colpo riuscito, gli tornò presso e con un'altra spinta lo gettò dall'altro lato della via, e corse allora un altro fanciullo ad aiutare il compagno nell'opera, e se lo sballottarono dall'uno all'altro, eppoi un altro, e un altro ancora, ne fecero come un giuoco, uno di quei palloni ripieni di gas, che si manipolavano fra loro gridando, ridendo follemente. E in breve furono tanti, un nuvolo, uno più perfido dell'altro, uno più accanito dell'altro nel giuoco. Perelà in mezzo, livido, umiliato, senza difesa contro lo sciame terribile, si sentiva travolgere dai piccoli urti, e le grida, le risa gli ferivano il cuore. Alle finestre, alle porte delle case nessuno inveiva più contro di lui, ma tutti ridevano sconciamente, fino a smascellarsi, e la flotta dei bimbi aumentava, incalzati e punzecchiati dai grandi a non lasciar finire l'indovinato giuoco, e Perelà in mezzo piangente, avvilito nella più atroce maniera, guardava i grandi mentre veniva così ferocemente travolto dai piccoli, e il suo sguardo pietoso pareva dire: «perchè?». Perchè nessuno corre a difendermi? Perchè nessuno viene a liberarmi da queste piccole mani spietate quanto le più grosse del più grande nemico? Ora lo rotolavano a terra, lo rialzavano, e ridevano rumorosamente oscenamente, nessuno s'introduceva, anzi, tutti facevano bene largo nella via perchè l'infantile masnada fosse libera di compiere la sua strage intera. Egli era alla gogna, e quale terribile gogna, la più umiliante che a uomo sia mai toccata! Impotente di difendersi fra un nuvolo di testine ricciute, di squilli argentini di voci e di candide risa. Ce n'era uno, avrà avuto appena tre anni, con un lungo stecco in bocca a guisa di sigaro, rideva, rideva, si avvicinava a dare la sua spinta con una giocondità di espressione angelica, e stringendo sempre fra i dentini lo stecco, rideva....
La scena fu delle più umilianti che a uomo sieno mai potute toccare, le piccole teste inconsce avevano inconsciamente trovata la maniera più orribile, più feroce per umiliare un uomo. E tutti intorno ridevano sconciamente alle porte, alle finestre, senza scomporsi, «bene! bravi!» gridavano quando la ferocia degli insetti raggiungeva il culmine, per aizzarli sempre di più. E l'uomo naufrago, perduto là in mezzo, passava dall'uno all'altro sballottato, avvilito, assolutamente impotente a difendersi per la sua estrema leggerezza contro uno solo dei fanciulli, divenuto il giuoco più ridicolo nel mezzo della via, e l'espressione piangente della sua povera faccia diceva: «perchè? perchè?»