V
AMORE PER BEATRICE
Era usanza nella nostra cittá e degli uomini e delle donne, come il dolce tempo della primavera ne veniva, nelle lor contrade ciascuno per distinte compagnie festeggiare. Per la qual cosa infra gli altri Folco Portinari, onorevole cittadino, il primo dí di maggio aveva i suoi vicini nella propria casa raccolti a festeggiare, infra' quali era il sopradetto Alighieri; e lui, sí come far sogliono i piccoli figliuoli i lor padri, e massimamente alle feste, seguíto avea il nostro Dante, la cui etá ancor non aggiungnea all'anno nono. Il quale con gli altri della sua etá, che nella casa erano, puerilmente si diede a trastullare.
Era tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice, la quale di tempo non passava l'anno ottavo, leggiadretta assai e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle sue parole con piú gravezza che la sua piccola etá non richiedea. La quale riguardando Dante e una e altra volta, con tanta affezione, ancor che fanciul fusse, piacendogli, la ricevette nell'animo, che mai altro sopravvegnente piacere la bella imagine di lei spegnere né poté né cacciare. E, lasciando stare de' puerili accidenti il ragionare, non solamente continuandosi, ma crescendo di giorno in giorno l'amore, non avendo niuno altro disidèro maggiore né consolazione se non di veder costei, gli fu in piú provetta etá di cocentissimi sospiri e d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione, sí come egli in parte nella sua Vita nuova dimostra. Ma quello che rade volte suole negli altri cosí fatti amori intervenire, in questo essendo avvenuto, non è senza dirlo da trapassare. Fu questo amor di Dante onestissimo, qual che delle parti, o forse amendue, fosse di ciò cagione. Egli quantunque, almeno dalla parte di Dante, ardentissimo fosse, niuno sguardo, niuna parola, niun cenno, niun sembiante, altro che laudevole, per alcun se ne vide giammai. Che piú? Dal viso di questa giovine donna, la quale non Bice, ma dal suo primitivo sempre chiamò Beatrice, fu primieramente nel petto suo desto lo 'ngegno al dovere parole rimate comporre. Delle quali, sí come manifestamente appare, in sonetti, ballate e canzoni e altri stili, molte in laude di questa donna eccellentissimamente compose, e tal maestro, sospingnendolo Amor, ne divenne, che, tolta di gran lunga la fama a' dicitor passati, mise in opinion molti che niuno nel futuro esser ne dovesse, che lui in ciò potesse avanzare.
VI
DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE
Gravi erano stati i sospiri e le lagrime, mosse assai sovente dal non potere aver veduto, quanto il concupiscibile appetito disiderava, il grazioso viso della sua donna; ma troppo piú ponderosi gliele serbava quella estrema e inevitabile sorte che, mentre viver dovesse, ne 'l doveva privare. Avvenne adunque che, essendo quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, piacque a Colui che tutto puote di trarla delle temporali angosce e chiamarla alla sua eterna gloria. La partita della quale tanto impazientemente sostenne il nostro Dante, che, oltre a' sospiri e a' pianti continui, assai de' suoi amici lui quel senza morte non dover finire estimarono. Lunghe furono e molte [le sue lagrime], e per lungo spazio ad ogni conforto datogli tenne gli orecchi serrati. Ma pur poi, in processo di tempo maturatasi alquanto l'acerbitá del dolore, e facendo alquanto la passion luogo alla ragione, cominciò senza pianto a potersi ricordare che morta fosse la donna sua, e per conseguente ad aprir gli orecchi a' conforti; ed essendo lungamente stato rinchiuso, incominciò ad apparire in publico tra le genti. Né fu solo da questo amor passionato il nostro poeta, anzi, inchinevole molto a questo accidente, per altri obietti in piú matura etá troviam lui sovente aver sospirato, e massimamente dopo il suo esilio, dimorando in Lucca, per una giovine, la quale egli nomina Pargoletta. E oltre a ciò, vicino allo stremo della sua vita, nell'alpi di Casentino per una alpigina, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E, per qualunque fu l'una di queste, compose piú e piú laudevoli cose in rima.
VII
MATRIMONIO DI DANTE
Agro e valido nemico degli studi è amore, come veramente testificar può ciascuno che a tal passione è soggiaciuto; percioché, poi che con lusinghevole speranza ha tutta la mente occupata di chi nel principio non l'ha con forte resistenza scacciato, niun pensiero, niuna meditazione, niuno appetito in quella patisce che stea se non quelle sole, le quali esso medesimo vi reca; e chenti queste siano e come contrarie allo specular filosofico o alle poetiche invenzioni, sí manifesto mi pare, che superfluo estimo sarebbe il metterci tempo a piú chiarirlo.
A questo stimolo un altro forse non minore se n'aggiunse; percioché, poi che, allenate le lagrime della morte di Beatrice, diede agli amici suoi alcuna speranza della sua vita, incontanente loro entrò nell'animo che, dandogli per moglie una giovane, colei del tutto se ne potesse cacciare, che, benché partita del mondo fosse, gli avea nel petto la sua imagine lasciata perpetua donna: e, lui a ciò inclinato, senza alcuno indugio misero ad effetto il lor pensiero.
Saranno per avventura di quegli che laudevole diranno cotal consiglio; e questo avverrá perché non considereranno quanto pericolo porti lo spegnere il fuoco temporal con l'eterno. Era a Dante l'amore, il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso disiderio spesse volte noioso e grave a sofferire; ma pur talvolta alcun soave pensiero, alcuna dolce speranza, qualche dilettevole imaginazion ne traeva; dove della compagnia della moglie, secondo che coloro afferman che 'l pruovano, altro che sollecitudine continua e battaglia senza intermission non si trae. Ma lasciamo star quello che la moglie in qualunque meccanico possa adoperare, e a quel vegniamo che la presente materia richiede.
VIII
DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO
Quanto le mogli sieno nimiche degli studi assai leggermente puote apparire a' riguardanti. Rincresce spesse volte a' filosofanti la turba volgare: per che, da essa partendosi e raccoltosi in alcuna solitaria parte della sua casa, sé contra sé con la considerazion trasportando, talvolta ragguarda quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali, quali sieno delle cose le prime cagioni; e talvolta nello splendido consistoro de' filosofi mischiatosi col pensiero, con Aristotile, con Socrate, con Platone e con gli altri disputerá della veritá d'alcuna conclusione acutissimamente; e spesse fiate con sottilissima meditazione se ne entrerá sotto la corteccia d'alcuna poetica fizione, e, con grandissimo suo piacere, quanto sia diverso lo 'ntrinseco dalla crosta riguarderá. Né fia che non avvenga, quando vorrá, che gl'imperadori eccelsi, i potentissimi re e prencipi gloriosi con lui nella solitudine non si convengano, e con lui ragionino de' governamenti publici, dell'arti delle guerre e dei mutamenti della fortuna. Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrá la donna e, cacciata via la contemplazion laudevole e tanta e tal compagnia, biasimerá il suo star solitario e 'l suo pensiero, e spesse volte, sospicando, dirá questo non solergli avvenire avanti ch'ella a lui venisse, e però assai manifestamente apparire lui esser di lei pessimamente contento. E, postasi quivi a sedere, non prima si leverá che, esaminati i pensieri del marito, lui di piacevolissima considerazione in noiosa turbazione avrá recato. Che dirò dell'odio ch'elle portano a' libri, qualora alcuno ne veggiono aprire? che delle notturne vigilie, non solamente utili, ma opportune agli studianti? Tutto a' suoi diletti quel tempo esser tolto, lagrimando, confermano. Lascio le notturne battaglie, li loro costumi gravi a sostenere, la spesa inestimabile che nelli loro ornamenti richeggiono: tutte cose, quanto esser possono, avverse a' contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v'interviene? che, se cruccio che per lunghezza si converta in odio? Io corro troppo questa materia, percioché bastar dee agl'intendenti averne superficialmente toccato. Ma, chenti che l'altre si sieno, accioché io quando che sia mi riduca al proposito, tal fu quella che a Dante fu data, che, da lei una volta partitosi, né volle mai dove ella fosse tornare, né che ella andasse lá dove egli fosse. Né creda alcuno che io per le sudette cose voglia conchiuder gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo, ma non a tutti. I filosofanti, che 'l mio giudicio in questo seguiteranno, lasceranno lo sposarsi a' ricchi stolti e a' signori e similmente ai lavoratori; ed essi con la filosofia si diletteranno, molto piú piacevole e migliore sposa che alcuna altra.
IX
CURE FAMILIARI E PUBBLICHE
Tirò appresso di sé lo stimolo della moglie al nostro poeta un'altra quasi inevitabil gravezza, e questa fu la sollecitudine d'allevare i figliuoli, percioché in brieve tempo padre di famiglia divenne; e, strignendolo la domestica cura, quel tempo, che alle eccelse meditazioni, soluto, soleva prestare, costretto da necessitá, conveniva che egli concedesse a' pensieri donde dovessero i salari delle nutrici venire, i vestimenti de' figliuoli, e l'altre cose opportune a chi piú secondo la opinion del vulgo che secondo la filosofica veritá convien che viva. Il che quanto d'impedimento alli suoi studi prestasse, assai leggermente conoscer si dee da ciascuno.
Da questa per avventura ne gli nacque una maggiore; percioché l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio, e per le maggiori estimando quelle potersi cessare, dalla familiar cura transvolò alla publica: nella qual tanto e subitamente sí l'avvilupparono i vani onori, che, senza guardare donde s'era partito e dove andava con abbandonate redine, messa la filosofia in oblio, quasi tutto della republica con gli altri cittadin piú solenni al governo si diede. E fugli tanto in ciò alcun tempo la fortuna seconda, che di tutte le maggior cose occorrenti la sua diliberazion s'attendeva. In lui tutta la publica fede, in lui tutta la speranza publica, in lui sommariamente le divine cose e l'umane parevano esser fermate. Che questa gloria vana, questa pompa, questo vento fallace gonfi maravigliosamente i petti de' mortali; e gli atti e portamenti di coloro, che ne' reggimenti delle cittá son maggiori, e il fervente appetito, che di quegli hanno generalmente gli stolti, assai leggermente agli occhi de' savi il possono dimostrare. E come si dee credere che intra tanto tumulto, intra tanto rivolgimento di cose, quanto dee continuamente essere nelle gonfiate menti de' presidenti, deano potere aver luogo le considerazion filosofiche, le quali, come giá detto è, somma pace d'animo vogliono? In queste tumultuositá fu il nostro Dante inviluppato piú anni, e tanto piú che un altro, quanto il suo disiderio tutto tirava al ben publico, dove quello degli altri o della maggior parte tirannescamente al privato badava: per che, oltre all'altre sollecitudini, in continua battaglia esser gli conveniva. Ma la fortuna, volgitrice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, assai diverso fine pose al principio. Al qual voler dimostrare, un pochetto s'amplierá la novella.
X
COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE
Era ne' tempi del glorioso stato del nostro poeta la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, alle quali parti riducere ad unitá Dante invano si faticò molte volte. Di che poi che s'accorse, prima seco propose, posto giú ogni uficio publico, di viver seco privatamente; ma, dalla dolcezza della gloria tratto e dal favor popolesco, e ancora dalle persuasioni de' maggiori, sperando di potere, se tempo gli fosse prestato, molto di bene adoperare, lasciò la disposizione utile e perseverando seguitò la dannosa. E, accorgendosi che per se medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale, giusta, la ingiustizia dell'altre due abbattesse, con quella s'accostò nella quale, secondo il suo giudicio, era meno di malvagitá. E, aumentandosi per vari accidenti continuamente gli odii delle parti, e il tempo vegnendo che gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, nacque una voce per tutta la cittá: la parte avversa a quella, con la qual Dante teneva, grandissima multitudine d'armati in disfacimento de' loro avversari aver nelle case loro. La qual cosa creduta spaventò sí i collegati di Dante, che, ogni altro consiglio abbandonato che di fuggire, non cacciati s'usciron dalla cittá e, con loro insieme, Dante. Né molti dí trapassarono che, avendo i lor nemici il reggimento tutto della cittá, come nemici publici tutti quegli, che fuggiti s'erano, furono in perpetuo esilio dannati, e i lor beni ridotti in publico o conceduti a' vincitori.
XI
LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO
Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da' suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportaro. Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della fortuna, e uscito di quella cittá, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, piú anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertá costretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo. Egli primieramente rifuggí a Verona. Quivi dal signor della terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Faggiuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona. Ma, essendo giá dopo la sua partita di Firenze piú anni passati, né apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar disperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati gli Alpi, come poté se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitudini vane tolto le avea, restituisse. Udí adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose opportune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di potere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con prieghi, con lettere e con ambasciate s'ingegnò di rimuovere il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerlo intorno alla sua cittá, estimando quella contro a lui non potersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato vano. Assediò Arrigo la cittá di Fiorenza; e ultimamente, vana vedendo la stanza, se ne partí e, non dopo molto tempo passando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo dí, il quale alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.
XII
DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA
Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima cittá di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta, ne' liberali studi ammaestrato e amatore degli scenziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Romagna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare, con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ció volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo dí di lui.
Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale né gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né gli stimoli della moglie, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il súbito e impetuoso mutamento della fortuna, né le faticose circuizioni, né il lungo e misero esilio, né la intollerabile povertá, tutte imbolatrici di tempo agli studianti, non poterono con le lor forze vincere, né dal principale intento rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, sí come assai chiaramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è riposo continuo, e a' quali l'ampie facultá senza alcun lor pensiero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De' quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, né scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli impeti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.
XIII
MORTE DI DANTE
Abitò adunque Dante in Ravenna piú anni nella grazia di quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo giá al cinquantesimosesto anno della sua etá pervenuto, infermò, e come fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione delle colpe commesse, a Dio, del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo MCCCXXI, il dí che la esaltazione della santa Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ricevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo perpetuo prenda merito delle fatiche passate.
Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri de' piú eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori, con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso medesimo, a commendazione del trapassato poeta e a consolazione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essendogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica sepoltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto, le venerabili ossa dimorano.
XIV
GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE
Furono in que' tempi piú uomini nell'arte metrica ammaestrati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testificanti e la scienza e alcun de' piú memorabili casi di Dante, de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondimeno, piú tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti, fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, sí come piú laudevoli al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici diliberai come segue:
Theologus Dantes nullius dogmatis expers,
quod foveat claro philosophia sinu:
gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,
hic iacet, et fama pulsat utrumque polum:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuit, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis;
Atropos heu! laetum livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,
exilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem Numinis annis,
ad sua septembris idibus astra redit.
XV
RIMPROVERO AI FIORENTINI
Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata malivolenza de' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; niuna publica lagrima gli fu conceduta, né alcuno uficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente sí dimostrò, i fiorentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti, che fra loro niuna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia rimangansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono, ci volgiamo.
XVI
FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE
Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo giá divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:—Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono!—Alla quale semplicemente una dell'altre rispose:—In veritá egli dee cosí essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?—Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.
Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l'abito conveniente alla maturitá, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.
Nel cibo e nel poto fu modestissimo. Né fu alcuno piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse.
Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.
Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.
Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è dimostrato di sopra.
Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studi, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.
Fu ancora Dante di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima, come piú volte nelle disputazioni in Parigi e altrove mostrò.
Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine assai.
Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura piú che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fallo, sí come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato, mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.
XVII
DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA
La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sí come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il ciel moversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene aver certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessitá dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero e che tutte l'altre ordinasse, sí come superiore potenza da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'imaginaron quella, la quale «divinitá» ovvero «deitá» appellarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con piú che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenzia di questa suprema potenza, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimaron fossero da separare cosí di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitano; e nominaronle «templi». E similmente avvisaron doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturitá, per etá e per abito, piú che gli altri uomini, reverendi; li quali appellaron «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quelle vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a' sacrifici stabiliti per loro. E accioché a questa cotal potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa deitá fosse da umiliare e alle loro necessitá render propizia. E cosí come essi estimarono questa eccedere ogni altra cosa di nobiltá, cosí vollono che, di lungi ad ogni plebeio o publico stile di parlare, si trovasser parole degne di proferire dinanzi alla divinitá, nelle quali, oltre alle sue lode, si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole potessero avere piú d'efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri, corrispondenti per brevitá e per lunghezza a certi tempi ordinati, composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia; e questo non in volgar forma o usitata, come dicemmo, ma con artificiosa ed esquisita di modi e di vocaboli, convenne che si facesse. La qual forma, cioè di parlare esquisito, li greci appellan «poetes»; laonde nacque, che quello parlare, che in cotal modo fatto fosse, «poesie» s'appellasse; e quegli, che ciò facessero o cotal modo di parlare usassero, si chiamasson «poeti».
Questa adunque fu la prima origine della poesia e del suo nome, e per conseguente de' poeti, come che altri n'assegnino altre ragioni forse buone: ma questa mi piace piú.
Adunque questa buona e laudevole intenzione della rozza etá mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e, dove i primi una sola deitá adoravano, stoltamente mostrarono a' segnenti esserne molte, comeché quella una dicessero, oltre ad ogni altra, ottenere il principato. Tra le quali molte, mostrarono essere il Sole, la Luna, Saturno, Giove e qualunque altro pianeto, la loro erronea dimostrazion roborando da' loro effetti. E da questi vennero a mostrare, ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, in sé occulta deitá conservare; alle quali tutte e versi e onori e sacrifici divini s'ordinarono. E poi susseguentemente avendo giá cominciato diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno e chi con un altro, a farsi, sopra la moltitudine indòtta della sua contrada, maggiori e a chiamarsi «re» e mostrarsi alla plebe con servi e con ornamenti, e a farsi ubbidire, e talvolta a farsí come Dio adorare; li quali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli, li quali non vi si sarebbon con le forze recati. E, oltre a questo, diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli, li lor maggiori, o a dimostrare sé figliuoli degli iddii, accioché piú fosson temuti e avuti in reverenza dal vulgo. Le quali cose non si poterono commodamente fare senza l'oficio de' poeti, li quali, sí per ampliar la lor fama, sí per compiacere a' prencipi, sí per dilettare i sudditi, e sí ancora per suadere agl'intendenti il virtuosamente operare, quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzion contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi, oggi non che a quel tempo, intese, facean credere quello che i prencipi voleano si credesse; servando nelli nuovi iddii e negli uomini, li quali degli iddii nati fingevano, quello medesimo stilo che in quello, che vero Iddio primieramente credettero, usavano. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddii: donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degli iddii. Per che si può delle predette cose comprendere uficio essere del poeta alcuna veritá sotto fabulosa fizion nascondere con ornate ed esquisite parole. E, percioché molti ignoranti credono la poesia niuna altra cosa essere, che semplicemente un favoloso e ornato parlare; oltre al promesso, mi piace brievemente mostrare la poesí esser teologia, o, piú propiamente parlando, quanto piú può simigliante di quella, prima che io vegna a dichiarare perché di lauro si coronino i poeti.
XVIII
CHE LA POESIA È SIMIGLIANTE ALLA TEOLOGIA
Se noi vorrem por giú gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggermente potrem vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto all'umano ingegno è possibile, le pedate dello Spirito santo; il quale, sí come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suo' altissimi segreti rivelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcun velo, intendeva di dimostrare. Impercioché essi, se noi riguarderem bene le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al lor tempo presente, o che disideravano, o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono. Per che, comeché ad un fine l'una scrittura e l'altra non riguardasse, ma solo al modo del trattare, quello del poetico stilo dir si potrebbe che della sacra Scrittura dice Gregorio, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quello sottoposto; e cosí ad un'ora con l'uno li savi esercita e con l'altro li semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoli nutrichi, e in occulto serva quello onde assai le menti dei sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percioché pare essere un fiume piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da verificar sono le cose predette con alcune dimostrazioni.
XIX
DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA
Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme con essa noi «teologia» appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mostrarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a' futuri nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse, lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosí i poeti nelle loro invenzioni, quando con fizioni di vari iddii, quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtú e de' vizi e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir possiamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasí come una fiamma ardente, Iddio, la verginitá di Colei che piú che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per la concezione, né per lo parto del Verbo del Padre in alcuna parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor, nella statua di piú metalli abbattuta da una pietra convertita poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite etá dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua, sí come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia l'eccidio futuro di Ierusalem dichiarare, e quello, per la sua ingratitudine e crudeltá in Cristo, avvenire.
Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce; e come ella in esso è prodotta, cosí in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo. Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione; e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia, e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è dinominato, i vizi della quale sono a' suoi simiglianti: Licaone, percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discrissero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali il cristiano uomo meritamente potrá intendere la dolcezza del paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò, oscura ed orrida e nel centro della terra finsero la cittá di Dite, e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagi uomini tormentarsi: per la quale chi sará che non prenda l'amaritudine dello 'nferno e i supplici de' dannati tanto quanto piú esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a virtuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscuritá dell'altro, spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da' vizi e seguitin le virtú. Io lascio il tritare con piú particulari esposizioni queste cose, per non lasciarmi sí oltre nella transgression trasportare, che la principale materia patisca [a], e per venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.
[Footnote a: fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è, conosceranno quanta forza, piú trite, al mio argomento aggiugnerieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana religione ne discrive: né è di ciò da maravigliarsi molto, peroché quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto veritá, e questa fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.]
XIX^bis
PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI
Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati ancora un pochetto intorno a questo ragionamento non mi avessero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora conosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo le lor favole essere opere puerili e a niuna veritá consonanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento, in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle questioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti: ma, poiché sofferire si conviene, a questi cotali, senza altro martirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere niuna consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel, che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna, che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somiglianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno, come stoltamente dette, da rifiutare? Nol consentirá mai chi ficcherá gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono in vilipensione, e che la veritá, con fatica e perspicacitá d'ingegno tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse piú cara e piú e con piú diletto entrasse nella memoria del trovatore; perché saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno nascosi gli alti effetti della natura, le moralitá e i gloriosi fatti degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io nol conosco.
Perché sotto cosí fatta forma i poeti dessero la loro dottrina, oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste: o per imitare piú nobile autore, o perché forse in altra forma non erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosí fatte elezioni piú tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui; e però piú tosto si potrá dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote essere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini sono diversi, cosí esser convengono diverse le maniere del dare la dottrina. Assai se ne sono giá veduti, a' quali niuna sillogistica dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclusione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente compresa. Che dunque con questi cotali varrá il sillogizzare d'Aristotile? Certo, niente. Cosí al contrario alcuni vilipendono tanto le persuasioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna particella di filosofia potersi nascondere; ché, se 'l credessero, non le vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, giá assai, dalla novitá delle favole mossi, divennero investigatori della veritá e domestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura. In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, né disutile il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende, non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera all'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché i poeti si coronino d'alloro. Tra l'altre genti ecc.]
XX
DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI
Tra l'altre genti, alle quali piú aprí la filosofia i suoi tesori, i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone nel principio della presente operetta discritta; la quale ottimamente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica. Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per piú degno guidardon che alcuno altro, sí come a piú utile e piú onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un medesimo onore esser degno colui per la cui virtú le cose publiche erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remunerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' latini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal coronazion piú l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia [a], pare la ragion questa.
Vogliono coloro, li quali le virtú e le nature delle piante hanno investigate, il lauro, sí come noi medesimi veggiamo, giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viriditá vollero i greci intendere la perpetuitá della fama di coloro che di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato, il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si coronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che né il fuoco della 'nvidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o diminuire. Dicono, oltre a ciò, i predetti quello che noi tutto il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degnamente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose e odorifere di laudevole fama [b]. E perciò era non senza cagione
[Footnote a: non dovrá parere a udire rincrescevole.
Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie, e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere origine avuta: la quale opinione non mi spiace, né niego cosí poter essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che vogliono coloro, ecc.]
[Footnote b: Similemente una quarta proprietá, e maravigliosa, gli aggiungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qualunque persona n'avesse alla testa legate e dormisse, vedrebbe veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale proprietá intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale essere ne' poeti si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrá uditi, cosí le particulari incidenzie mai non vedute né udite discriverá, come se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie di divinazione, furono chiamati «vati», cioè profeti, ed estimarono gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietá della divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò, ecc.] il nostro Dante, sí come merito poeta, di questa laurea disioso. Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito.
XXI
CARATTERE DI DANTE
Fu adunque il nostro poeta, oltre alle cose di sopra dette, d'animo altiero e disdegnoso molto: tanto che, cercandosi per alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare, né altro modo trovandosi, se non che egli per alcuno spazio di tempo stato in prigione, fosse misericordievolmente offerto a San Giovanni, calcato ogni fervente disio del ritornarvi, rispose che Iddio togliesse via che colui, che nel seno della filosofia cresciuto era, divenisse cero del suo comune.
Oltre a questo, di se stesso presunse maravigliosamente tanto, che essendo egli glorioso nel colmo del reggimento della republica, e ragionandosi tra' maggior cittadini di mandar, per alcuna gran bisogna, ambasciata a Bonifazio papa ottavo, e che prencipe dell'ambasciata fosse Dante, ed egli a ciò in presenza di tutti quegli, che sopra ciò consigliavan, richiesto, avvenne che, soprastando egli alla risposta, alcun disse:—Che pensi?—Alle quali parole egli rispose:—Penso: se io vo, chi rimane? e se io rimango, chi va?—quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse e per cui tutti gli altri valessero.
Appresso, comeché il nostro poeta nelle sue avversitá paziente o no si fosse, in una fu impazientissimo: egli infino al cominciamento del suo esilio, come i suoi passati, stato guelfissimo, non essendogli aperta la via a ritornare in casa sua, sí fuor di modo diventò ghibellino, che ogni femminella, ogni piccol fanciullo, e quante volte avesse voluto, ragionando di parte e la guelfa preponendo alla ghibellina, l'avrebbe non solamente fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che, se taciuto non fosse, a gittar le pietre l'avrebbe condotto.
Certo io mi vergogno di dovere con alcun difetto maculare la chiara fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede, percioché, se nelle cose meno laudevoli mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli giá mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del ciel mi riguarda.
Tra cotanta vertú, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. E questo basti al presente de' suoi costumi piú notabili aver contato, e all'opere da lui composte vegniamo.
XXII
LA «VITA NUOVA» E LA «COMMEDIA» INCIDENTI OCCORSI NELLA COMPOSIZIONE DI QUESTA OPERA
Compose questo glorioso poeta piú opere ne' suoi giorni, tra le quali si crede la prima un libretto volgare, che egli intitola Vita Nuova: nel quale egli e in prosa e in sonetti e in canzoni gli accidenti dimostra dell'amore, il quale portò a Beatrice.
Appresso piú anni, guardando egli della sommitá del governo della sua cittá, e veggendo in gran parte qual fosse la vita degli uomini, quanti e quali gli error del vulgo, e i cadimenti ancora de' luoghi sublimi come fussero inopinati, gli venne nell'animo quello laudevol pensiero che a' compor lo 'ndusse la Comedia. E, lungamente avendo premeditato quello che in essa volesse descrivere, in fiorentino idioma e in rima la cominciò: ma non avvenne il poterne cosí tosto vedere il fine, come esso per avventura imaginò; percioché, mentre egli era piú attento al glorioso lavoro, avendo giá di quello sette canti composti, de' cento che diliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovver fuga, per la quale egli, quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, piú anni con diversi amici e signori andò vagando.
Ma non poté la nimica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, piú vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti. Li quali con ammirazion leggendo, né sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduti Dino, e maravigliatosi sí per lo bello e pulito stilo, sí per la profonditá del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante imaginò; e, dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malespina, non a lui, ma al marchese, e l'accidente e il desiderio suo scrisse, e mandògli i sette canti. Gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciar senza debito fine sí alto principio.—Certo—disse Dante—io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri aver perduti; e perciò, sí per questa credenza, e sí per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma, poiché inopinatamente innanzi mi son ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, cosí avanti procederò.—Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la qual seguitando, cosí cominciò:
Io dico, seguitando, ch'assai prima, ecc.;
dove assai manifestamente, chi ben guarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere.
Ricominciato adunque Dante il magnifico lavoro, non forse, secondo che molti stimano, senza piú interromperlo il perdusse a fine; anzi piú volte, secondo che la gravitá de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi adoperare alcuna cosa, interponeva; intanto che, piú avacciar non potendosi, avanti che tutto il publicasse il sopraggiunse la morte. Egli era suo costume, come sei o otto canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun gli vedesse, mandare a messer Can della Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo in reverenza avea; e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la volea. E in cosí fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, ancora che questi tredici fatti avesse, avvenne che senza farne alcuna memoria si morí; né, piú volte cercati da' figliuoli, mai furon potuti trovare; per che Iacopo e Piero, suoi figliuoli, e ciascun dicitore, dagli amici pregati che l'opera terminasser del padre, a ciò, come sapean, s'eran messi. Ma una mirabile visione a Iacopo, che in ciò piú era fervente, apparita, lui e 'l fratello non solamente della stolta presunzion levò, ma mostrò dove fossero li tredici canti tanto da lor cercati.
Raccontava uno valente uom ravignano, il cui nome fu Pier Giardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave di costumi e degno di fede, che dopo l'ottavo mese dal dí della morte del suo maestro, venne una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo «mattutino», alla casa sua Iacopo di Dante, e dissegli sé quella notte poco avanti a quell'ora avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parea domandare se 'l vivea, e udire da lui per risposta di sí, ma della vera vita, non della nostra. Per che, oltre a questo, gli pareva ancor domandare se egli avea compiuta la sua opera avanti il suo passare alla vera vita; e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli pareva similemente udir per risposta:—Sí, io la compie';—e quinci gli parea che il prendesse per mano, e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea, e toccando una parte di quella, diceva:—Egli è qui quello che voi tanto avete cercato.—E, questa parola detta, ad un'ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava sé non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare il luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria avea segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la qual cosa, comeché ancora assai fosse di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante quando morí dimorava; e, chiamato colui che allora in essa stava e dentro da lui ricevuti, al mostrato luogo n'andarono, e quivi trovarono una stuoia al muro confitta, sí come per lo passato continuamente veduta v'aveano. La quale leggiermente in alto levata, vidon nel muro una finestretta da niun di loro mai piú veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovaron piú scritte, tutte per l'umiditá del muro muffate e vicino al corrompersi se guari piú state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero quello, che in esse scritto era, esser de' rittimi della Comedia: per che, secondo l'ordine dei numeri continuatele, insieme li tredici canti, che alla Comedia mancavan, ritrovâr tutti. Per la qual cosa lietissimi quegli riscrissono e, secondo l'usanza dell'autore, prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli ricongiunson, come si convenía; e in cotal maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.
XXIII
PERCHÉ DANTE COMPOSE LA «COMMEDIA» IN VOLGARE A CHI EGLI LA DEDICÒ
Muovon molti, e intra essi alcun savi uomini, una quistion cosí fatta: che, conciofossecosaché Dante fosse in iscienza solennissimo uomo, perché a comporre cosí grande opera e di sí alta materia, come la sua Comedia appare, si mosse piú tosto a scrivere in rittimi e nel fiorentino idioma che in versi, come gli altri poeti giá fecero. Alla quale si può cosí rispondere. Aveva Dante la sua opera cominciata per versi in questa guisa:
Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis, ecc.
Ma, veggendo egli li liberali studi del tutto essere abbandonati, e massimamente da' prencipi, a' quali si soleano le poetiche opere intitolare, e che soleano essere promotori di quelle; e, oltre a ciò, veggendo le divine opere di Virgilio e quelle degli altri solenni poeti venute in non calere e quasi rifiutate da tutti, estimando non dover meglio avvenir della sua, mutò consiglio e prese partito di farla corrispondente, quanto alla prima apparenza, agl'ingegni dei prencipi odierni; e, lasciati stare i versi, ne' rittimi la fece che noi veggiamo. Di che seguí un bene, che de' versi non sarebbe seguito: che, senza tôr via lo esercitare degl'ingegni de' letterati, egli a' non letterati diede alcuna cagion di studiare, e a sé acquistò in brevissimo tempo grandissima fama, e maravigliosamente onorò il fiorentino idioma.
Questo libro della Comedia, secondo che ragionano alcuni, intitolò egli a tre solennissimi italiani: la prima parte di quello, cioè lo 'Nferno, ad Uguiccion della Faggiuola, il quale allora in Toscana era signor di Pisa; la seconda, cioè il Purgatorio, al marchese Moruello Malespina; la terza, cioè il Paradiso, a Federico terzo, re di Cicilia. Alcuni voglion dire lui averlo intitolato tutto a messer Can della Scala; e io il credo piú tosto, per la maniera che tenne di mandar prima a lui quello che composto avea che ad alcuno altro.
XXIV
ALTRE OPERE COMPOSTE DA DANTE
Compose ancora questo egregio autore nella venuta d'Arrigo settimo imperadore un libro in latina prosa, nel quale, in tre libri distinto, prova a bene esser del mondo dovere essere imperadore, e che Roma di ragione il titolo dello imperio possiede, e ultimamente che l'autoritá dello 'mperio procede da Dio senza alcun mezzo. Gli argomenti del quale percioché usati furono in favore di Lodovico duca di Baviera contro alla Chiesa di Roma, fu il detto libro, sedente Giovanni papa ventiduesimo, da messer Beltrando cardinal dal Poggetto, allora per la Chiesa di Roma legato in Lombardia, dannato sí come contenente cose eretiche, e per lui proibito fu che studiare alcun nol dovesse. E se un valoroso cavaliere fiorentino, chiamato messer Pino della Tosa, e messer Ostagio da Polenta, li quali amenduni appresso del legato eran grandi, non avessero al furor del legato obviato, egli avrebbe nella cittá di Bologna insieme col libro fatte ardere l'ossa di Dante[a].
Oltre a questi, compose il detto Dante egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio.
Compose ancora molte canzoni distese e sonetti e ballate, oltre a quelle che nella sua Vita nuova si leggono.
E sopra tre delle dette canzoni, comeché intendimento avesse sopra tutte di farlo, compose uno scritto in fiorentin volgare, il quale nominò Convivio, assai bella e laudevole operetta.
[Footnote a: Se giustamente o non, Iddio il sa di vero. Oltre a questi ecc.]
Appresso, giá vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia; e comeché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di distinguerlo e terminarlo in quattro libri, o che piú non ne facesse dalla morte soprappreso, o che perduti sien gli altri, piú non appariscon che i due primi.
In cosí fatte cose, quali di sopra narrate sono, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lagrime, alle sollecitudini private e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna poté imbolare: opere troppo piú a Dio e agli uomini accettevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per qualunque via un medesimo fine, cioè di divenir ricchi, quasi nelle ricchezze ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella d'un'ora separará dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerá; e il tempo, nel quale ogni cosa si suol consumare, o senza indugio recherá a niente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverá! Il che del nostro poeta certo non avverrá; anzi, sí come noi veggiamo degli strumenti bellici avvenir, che, usandogli, piú chiari diventano ognora, cosí il suo nome, quanto piú sará stropicciato dal tempo, tanto piú chiaro e piú lucente diventerá.
XXV
SPIEGAZIONE DEL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE
Mostrato è sommariamente qual fosser l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ma la mia fatica non è ancora al suo fine venuta, rammemorandomi una particella nel processo promessa, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando gravida era in lui, e il significato di quello: nel quale se un pochetto mi stendessi, priego pazientemente il sófferino i lettori.
Dico adunque che la madre del nostro poeta, essendo gravida di quella gravidezza, della quale esso poi a debito tempo nacque, dormendo, le parve nel sonno vedere sé essere al piè d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana, e quivi partorire un figliuolo, il quale le pareva il piú pascersi delle bache che dello alloro cadevano, e bere disiderosamente dell'acqua di quella fontana; e da questo cibo nudrito, le parea che in piccol tempo crescesse e divenisse pastore, e nella vista grandissima vaghezza mostrasse d'aver delle frondi di quello alloro, le cui bache l'avean nutricato; e, sforzandosi d'aver di quelle, avanti che ad esse giunto fosse, le pareva che egli cadesse; e, aspettando ella di vederlo levare, non lui, ma in luogo di lui le pareva vedere un bellissimo paone esser levato. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, senza piú avanti vedere, ruppe il dolce sonno. Né tenne quello, che veduto aveva, nascoso, comeché, recitatolo a molti, neuno ne fosse, che quello per quel comprendesse che seguir ne dovea. Il che, poi che avvenuto è, piú leggiermente conoscer si puote, sí come io appresso mi credo mostrare[a].
[Footnote a: Opinione è degli astrolagi e di molti filosofi naturali, per la virtú e influenzia de' corpi superiori, gl'inferiori, quali che essi si sieno, e producersi e nutricarsi, e ciascheduno, secondo la qualitá della virtú infusa, essere piú utile ad alcuna o alcune cose che al rimanente dell'altre: il che assai appare negli uomini, se le loro attitudini guarderemo. Percioché noi tra molti ne vedremo alcuno, che senza dottrina, senza maestro, senza alcuna dimostrazione, sospinto solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo cantatore; e, se quanti fabbri furono mai gli fussono d'intorno, non gli potrebbono insegnare tenere un martello in mano, non che formare una spada; e, se pure, constretto, o per molta consuetudine dell'arte fabbrile alcuna cosa imparasse o facesse, come in suo arbitrio sará, al naturale suo intento, cioè al canto, si tornerá, se da sé giá per forza della sua libertá non lasciasse il canto, e al martello s'attenesse. Cosí alcuno altro nascerá a disegnare e a intagliare sí disposto, che ogni piccola dimostrazione il fará in ciò in brevissimo tempo sommo maestro, dove in qualunque altra leggiera arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che andrò io della varietá delle singolari disposizioni degli uomini dicendo, se non quello che il nostro poeta medesimo ne dice:
Un ci nasce Solone, ed altro Xerse, altri Melchisedech, ed altri quello che, volando per l'aere, il figlio perse?
Appare adunque varie constellazioni a varie cose disporre gli ingegni degli uomini; e però, considerato chi fu Dante e quale la sua principale affezione, assai bene si conoscerá il cielo nella sua nativitá essere disposto a dover producere un poeta. E, perché l'alloro, come davanti avemo mostrato, è quello albero, le cui frondi testimoniano nella coronazione la facoltá del poeta, meritamente possiamo dire, l'alloro dalla donna veduto significare e la disposizione del cielo nella nativitá futura di Dante, e la precipua affezione e studio di colui che nascere dovea, sí come chiaramente n'ha dimostrato quello che appresso la nativitá di Dante è seguito. L'essersi colui, ecc.]
Possiamo adunque, riguardando, come di sopra è detto, l'alloro esser de' poeti ornamento, per quello dalla donna veduto intendere la disposizion celeste esser stata atta, nella concezion di Dante, a dover producere un poeta.
L'essersi colui, che nato era, delle bache che dello alloro cadevano nudrito, assai chiaramente dimostra quali dovevano essere gli studi di Dante; percioché, sí come il corpo si nutrica e cresce del cibo, cosí gl'ingegni degli uomini si nutricano e aumentano degli studi. E le bache, che frutto son dell'alloro, non vogliono altro significare che i frutti della poesia nati, li quali sono i libri da' poeti composti, e da' quali Dante senza dubbio e nutricò e aumentò il suo ingegno.
Il chiarissimo fonte, del quale pareva alla donna che bevesse il suo figliuolo, niuna altra cosa credo che voglia significare se non il copioso e abbondantissimo seno della filosofia, del quale, ciò che compor si vuole, è di necessitá che si prenda; e, sí come il poto è ordinatore e disponitor nello stomaco del cibo preso, cosí la filosofia, d'ogni cosa buona maestra verissima, con la sua dottrina è ottima componitrice d'ogni cosa a debito fine. Nelle cui scuole, come di sopra mostrammo, accioché sé e le sue invenzioni ordinare sapesse, e intender compiutamente l'altrui, il nostro poeta bevve piú tempo digestivo e salutevole beveraggio.
Appresso il parere pastor divenuto, la sublimitá del suo ingegno ne mostra, per la quale in brieve tempo divenne tanto e tale, che non solamente bastevole fu a governar sé, ma eziandio a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono, al mio giudicio, di pastori due maniere: corporali e spirituali [a]. I corporali sono i pastor silvani, li re e' padri delle famiglie; li spirituali
[Footnote a: Li corporali similmente sono di due qualitá, l'una delle quali sono quegli che, per le selve e per gli prati, le pecore, gli buoi e gli altri armenti pascendo menano; l'altra sono gl'imperadori, i re, i padri delle famiglie, i quali con giustizia e in pace hanno a conservare i popoli loro commessi, e a trovare onde vengano a' tempi opportuni i cibi a' sudditi e a' figliuoli. Li spirituali pastori similmente dire si possono di due maniere: delle quali è l'una quella di coloro che pascono l'anime de' viventi di cibo spirituale, cioè della parola di Dio, e questi sono i prelati, i predicatori e i sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora; l'altra è quella di coloro, li quali in alcuna scienzia ammaestrati prima, poi ammaestrano altrui leggendo o componendo. E di questa maniera di pastori vide la madre il suo figliuolo divenuto. Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifesto ne mostra essere il desiderio della laureazione, peroché ogni fatica aspetta premio, e il premio dello avere alcuna cosa poetica composta, è l'onore che per la corona dello alloro si riceve. Ma séguita che cadere il vide, quando piú a ciò si sforzava; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quel cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire: il che a lui avvenne quando giá avea finito quello per che meritamente la laureazione gli seguiva. Seguentemente dicea che in luogo di lui vide levarsi un paone; ove intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. E perciò in luogo d'Alessandro macedonico, di Iuda Maccabeo, di Scipione Affricano, abbiamo le loro vittorie e l'altre magnifiche opere; in luogo d'Aristotile, di Solone e di Virgilio, abbiamo i loro libri, le loro composizioni, eterne conservatrici de' nomi e della presenzia loro nel cospetto di que' che vivono; e cosí in luogo di Dante ecc.] sono i prelati e' sacerdoti e similmente i dottori, in qualunque facultá de' quali il nostro Dante fu uno.
Lo sforzarsi ad aver delle frondi assai manifestamente ne mostra essere stato il disiderio della laureazione, nel quale mentre si faticava cadde, cioè morí.
E vide la madre in luogo di lui levarsi un paone: per che intender si dee che, dopo alla morte di ciascuno, a servare il nome suo appo i futuri surgono l'opere sue. Laonde in luogo di Dante abbiamo la sua Comedia, la quale ottimamente si può conformare ad un paone. Il paone, secondo che comprendere si può, ha queste proprietá: che la sua carne è odorifera e incorruttibile; la sua penna è angelica, e in quella ha cento occhi; li suoi piedi sono sozzi, e tacita l'andatura; e, oltre a ciò, ha sonora e orribile voce: le quali cose con la Comedia del nostro poeta ottimamente si convengono.
Dico adunque primieramente che, cercando in assai parti lo intrinseco senso della Comedia, e in assai lo intrinseco e lo estrinseco, si troverá essere semplice e immutabile veritá, non di gentilizio puzzo spiacevole, ma odorifera di cristiana soavitá, e in niuna cosa dalla religione di quella scordante.
Dissi, appresso, il paone avere angelica penna, e in quella cento occhi. Certo io non vidi mai alcuno angelo; ma, udendo che voli, estimo che penne aver debba; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli piú bella né cosí peregrina, considerata la nobiltá di loro, imagino che cosí la debbiano aver fatta, e però non da queste le loro, ma queste da quelle dinomino; e intendo per quelle, delle quali questo paon si cuopre, la bellezza della peregrina istoria che appare nella lettera della Comedia; e il cambiare del color di quella, secondo i vari mutamenti di questo uccello, niuna altra cosa esser sento, se non la varietá de' sensi che a quella in una maniera e in altra, leggendola, si posson dare. E i cento occhi, chi non intenderá i cento canti di quella, ne' quali ella cosí è ordinata e distinta e ornata, come ne' lor luoghi distinti mirabilmente gli occhi si veggono nel paone?
Sono e al paone i piè sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autor si confanno; percioché, sí come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosí prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascuno altro poeta, è senza dubbio sozzo. L'andar quieto e tacito significa l'umiltá dello stilo, il quale nelle comedie di necessitá si richiede, come color sanno che intendon che vuol dir «comedia».
Ultimamente dico che la voce del paone è sonora e orribile; la quale, comeché la soavitá delle parole del nostro poeta paia e sia molta, nondimeno chi bene in alcune parti riguarderá, ottimamente conoscerá confarsi con la voce della Comedia, e massimamente dove con acerbissime invezioni grida ne' vizi d'alcuni, oppur, distesamente procedendo, d'alcuni altri morde le colpe o gastiga i miseri peccatori. E niuna è piú orrida voce di quella del gastigante, e massimamente a colui che ha commesso o a colui che, a mandare i suoi appetiti ad effetto, schifa l'ostacolo del riprensore. Per la qual cosa e per l'altre di sopra mostrate assai appare, colui che fu, vivendo, pastore, dopo la morte esser divenuto paone, sí come creder si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre[a].
[Footnote a: Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per piú cagioni. Primieramente, perché per avventura la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, piú tosto altro luogo per sé richiedeva che questo, ad altra materia congiunta; ultimamente, quando la sufficienzia ci fosse stata, e la materia l'avesse patito, era ben fatto, piú che detto sia, non essere detto da me, accioché ad altrui piú di me sufficiente e piú vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. La mia picciola barca, ecc.]