WeRead Powered by ReaderPub
Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1 cover

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Chapter 65: PROEMIO
Open in WeRead

About This Book

The volume combines a biographical account of the poet with a learned commentary on the epic poem, offering historical context, explanations of allegory, and close glosses on difficult passages. It recounts circumstances of the poet's life and exile, assesses civic and moral themes, and links episodes to classical, biblical, and contemporary authorities. Sections alternate narrative biography, critical reflections, and philological notes aimed at clarifying language, symbolism, and theological intent. The overall aim is explanatory: to reconstruct the poet's reputation, to situate his work within its intellectual milieu, and to guide readers through the poem's complex ethical and stylistic meanings.

XXVI

CONCLUSIONE

La mia picciola barca è pervenuta al porto, al quale ella drizzò la proda partendosi dallo apposito lito; e, comeché il peleggio sia stato piccolo e il mare basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da render grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al Quale con quella umiltá e divozione che io posso maggiore, non cosí grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in eterno il nome suo.

III

COMENTO ALLA «DIVINA COMMEDIA»

PROEMIO

[Lez. I]

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. La nostra umanitá, quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sí debile, che cosa alcuna, quantunque menoma sia, fare non può né bene né compiutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente addomandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne' princípi d'ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficultá divenire, leggendo quello che ne scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del prologo del suo Timeo, per sé dicendo: «Nam cum omnibus mos sit et quasi quaedam religio, qui vel de maximis rebus, vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium; quanto nos aequius est, qui universitatis naturae substantiaeque rationem praestaturi sumus, invocare divinam opem, nisi plane quodam saevo furore atque implacabili raptemur amentia?». E, se Platone confessa sé, piú che alcun altro, avere del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria labile? E spezialmente, sottentrando a peso molto maggiore che a' miei ómeri si convegna, cioè a spiegare l'artificioso testo, la moltitudine delle storie, e la sublimitá de' sensi nascosi sotto il poetico velo della Commedia del nostro Dante; e massimamente ad uomini d'alto intendimento e di mirabile perspicacitá, come universalmente solete esser voi, signori fiorentini: certo, oltre ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adunque, accioché quello che io debbo dire sia onore e gloria dell'altissimo nome di Dio, e consolazione e utilitá degli auditori, intendo, avanti che io piú oltre proceda, quanto piú umilmente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto; molto piú della sua benignitá fidandomi che d'alcuno mio merito. E, impercioché di materia poetica parlar dovemo, poeticamente quello invocherò con Anchise troiano, dicendo que' versi che nel secondo del suo Eneida scrive Virgilio:

Iupiter omnipotens, precibus si flecteris ullis, aspice nos: hoc tantum: et, si pietate meremur, da deinde auxilium, pater, ecc.

[Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si venga, estimo sieno da vedere tre cose, le quali generalmente si soglion cercare ne' princípi di ciascuna cosa che appartenga a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto.]

[Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la formale, la efficiente e la finale. La materiale è, nella presente opera, doppia, cosí come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa; percioché altro suggetto è quello del senso letterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, sí come manifestamente apparirá nel processo. È adunque il suggetto secondo il senso letterale: lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi semplicemente preso; percioché di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per lo libero arbitrio meritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e di punire obbligato. La causa formale è similmente doppia, percioch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti; la terza divisione è quella secondo la quale ciascun canto si divide in rittimi. La forma, o vero il modo del trattare, è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo; e con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobativo e positivo d'esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale piú distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli che nella presente vita vivono, dallo stato della miseria, allo stato della felicitá.]

[La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: «Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino»; alcun altro, seguendo piú la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo: «Incominciano le cantiche della Commedia di Dante Alighieri fiorentino». La quale, percioché, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere: «Incomincia la prima cantica delle cantiche della Commedia di Dante Alighieri»; volendo per questa mostrare dovere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della Commedia di Dante» ecc., come detto è.]

[Ma, perché questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori, e verremo a quello per che all'autore dové parere di doverlo cosí intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, percioché in quello si conterrá la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenzia di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere, sí come i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e della varietá di queste, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano «canto»; cosí i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente dettano: componendo i lor versi, secondo la diversa qualitá d'essi, di certo e diterminato numero di piedi, intra se medesimi, dopo certa e limitata quantitá di parole, consonanti: sí come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce. Per che pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convenga che i musici alle loro invenzioni dánno, come davanti dicemmo, cioè «canti», e per conseguente quella opera, che di molti canti è composta, doversi «cantica» appellare, cioè cosa in sé contenente piú canti.]

[Appresso si dimostra nel titolo questo libro essere appellato «commedia». A notizia della qual cosa è da sapere che le poetiche narrazioni sono di piú e varie maniere, sí come è tragedia, satira e commedia, buccolica, elegia, lirica ed altre. Ma, volendo di quella sola, che al presente titolo appartiene, vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo, e appresso dal modo del trattare de' comici, il quale pare molto essere differente da quello che l'autore serva in questo libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo; percioché «commedia» vuol tanto dire quanto canto di villa, composto da «comos,», che in latino viene a dire «villa», e «odos», che viene a dire «canto»; e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, sí come di loro quistioni intorno al cultivar della terra, o conservazione di lor bestiame, o di lor bassi e rozzi innamoramenti e costumi rurali: a' quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della presente opera; ma sono di persone eccellenti, di singulari e notabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenza, de' costumi degli angeli e della divina essenza. Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, accioché alla materia sia conforme; quello che della presente opera dir non si può; percioché, quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno ornato e leggiadro e sublime; delle quali cose nulla sente il volgar delle femmine. Non dico però che, se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse molto piú artificioso e piú sublime, percioché molto piú d'arte e di gravitá ha nel parlar latino che nel materno.]

[E appresso, dell'arte spettante al commedo;] mai nella commedia non introducere se medesimo in alcun atto a parlare, ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che appartenga al tema impreso della commedia: dove in questo libro, lasciato l'artificio del commedo, l'autore spessissime volte, e quasi sempre, or di sé or d'altrui ragionando favella. Similmente nelle commedie non s'usano comparazioni né recitazioni d'altre istorie che di quelle che al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono comparazioni infinite, e assai istorie si raccontano, che dirittamente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose, che nelle commedie si raccontano, cose che per avventura mai non furono, quantunque non sieno sí strane da' costumi degli uomini che essere state non possano: la sustanziale istoria del presente libro, dello essere dannati i peccatori, che ne' lor peccati muoiono, a perpetua pena, e quegli, che nella grazia di Dio trapassano, essere elevati all'eterna gloria, è, secondo la cattolica fede, vera e santa sempre. Chiamano, oltre a tutto questo, i commedi le parti intra sé distinte delle lor commedie «scene»; percioché, recitando li commedi quelle nel luogo detto «scena», nel mezzo del teatro, quante volte introducevano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano i mimi trasformati da quelli che prima avevano parlato e fatto alcun atto, e in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti al popolo riguardante e ascoltante il commedo che recitava: dove il nostro autore chiama «canti» le parti della sua Commedia. E cosí, accioché fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di «commedia». Né si può dire non essere stato della mente dell'autore che questo libro non si chiamasse «commedia», come talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto; conciosiacosaché esso medesimo nel ventunesimo canto di questa prima cantica il chiami commedia, dicendo: «Cosí di ponte in ponte altro parlando, Che la mia commedia cantar non cura», ecc. Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciosiacosaché oculatissimo uomo fosse l'autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si contengono, ma al tutto, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il tutto della commedia è (per quello che per Plauto e per Terenzio, che furono poeti comici, si può comprendere): che la commedia abbia turbolento principio e pieno di romori e di discordie, e poi l'ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillitá. Al qual tutto è ottimamente conforme il libro presente: percioché egli incomincia da' dolori e dalle turbazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella gloria, la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che cosí fatto nome si possa di ragion convenire a questo libro.

[Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascun altro pare di necessitá di doversi sapere; e questo, accioché noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita, conciosiacosaché noi leggiamo: «Qui misere credit, creditur esse miser». E qual cosa è piú misera che credere al patricida dell'umana pietá, al libidinoso della castitá, o all'eretico della fede cattolica? Rade volte avviene che l'uomo contro alla sua professione favelli. Voglionsi adunque esaminare la vita, e' costumi e gli studi degli uomini, accioché noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro parole.]

[Fu adunque l'autore del presente libro, sí come il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della nostra cittá; e la sua vita non fu uniforme, ma, da varie mutazioni infestata, spesse volte in nuove qualitá di studi si permutò, della qual non si può convenevolmente parlare che con essa non si ragioni de' suoi studi. E però egli primieramente dalla sua puerizia nella patria si diede agli studi liberali, e in quegli maravigliosamente s'avanzò; percioché, oltre alla prima arte, fu, secondo che appresso si dirá, maraviglioso loico, e seppe retorica, sí come nelle sue opere appare assai bene; e, percioché nella presente opera appare lui essere stato astrolago, e quello esser non si può senza arismetrica e geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato. Ragionasi similmente lui nella sua giovanezza avere udita filosofia morale in Firenze, e quella maravigliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nell'undicesimo canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio: «Non ti rimembra di quelle parole, Con le qua' la tua Etica pertratta», ecc., quasi voglia per questa s'intenda la filosofia morale in singularitá essere stata a lui familiarissima e nota. Similemente udí in quella gli autori poetici, e studiò gli storiografi, e ancora vi prese altissimi princípi nella filosofia naturale, sí come esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in questa opera avuti con ser Brunetto Latino, il quale in quella scienza fu reputato solennissimo uomo. Né fu, quantunque a questi studi attendesse, senza grandissimi stimoli, datigli da quella passione, la qual noi generalmente chiamiamo «amore»: e similmente dalla sollecitudine presa degli onori publici, a' quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di peggio, andando le cose traverse a lui e a quegli che quella setta seguivano, convenne partir di Firenze. Dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo a ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n'andò a Parigi, e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s'avanzò tanto, che fatti e una e altra volta certi atti scolastici, sí come sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude da' valenti uomini. Poi in Italia tornatosi, e in Ravenna riduttosi, avendo giá il cinquantesimosesto anno della sua etá compiuto, come cattolico cristiano fece fine alla sua vita e alle sue fatiche, dove onorevolmente fu appo la chiesa de' frati minori seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato, sí come colui che attendeva di prendere la laurea nella sua cittá, com'esso medesimo testimonia nel principio del canto venticinquesimo del Paradiso. Ma al suo disiderio prevenne la morte, come detto è. I suoi costumi furono gravi e pesati assai, e quasi laudevoli tutti; ma, percioché giá delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di piú distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sará reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua Commedia da lui recitata.]

[Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per se medesimo si dimostra; percioché ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante. E che costui ne desse volentieri, l'effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro che prender ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilitá si trova da ciascuno che non caritevole ingegno cercare ne vuole. E, percioché questo gli parve eccellentissimo dono, sí per la ragion detta, e sí perché con molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l'acquistò, non parve a lui dovere essere contento che questo nome da' suoi parenti gli fosse imposto casualmente, come molti ciascun dí se ne pongono; per dimostrar quello essergli per disposizion celeste imposto, a due eccellentissime persone in questo suo libro si fa nominare; delle quali la prima è Beatrice, la quale apparendogli in sul triunfale carro del celestiale esercito in su la suprema altezza del monte di purgatorio, intende essere la sacra teologia, dalla quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato sia Dante. A confermazione di ciò, si fa a lei Dante appellare in quella parte del trentesimo canto del Purgatorio, nel quale essa, parlandogli, gli dice: «Dante, perché Virgilio se ne vada»: quasi voglia s'intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto degno, o non l'avrebbe nominato, o avrebbelo per altro nome chiamato. Oltre a ciò, soggiugnendo, per la ragion giá detta, in quello luogo di necessitá registrarsi il nome suo, e questo ancora, accioché paia lui a tal termine della teologia esser pervenuto che, essendo Dante, possa senza Virgilio, cioè senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine. L'altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e, perché si crede lui averle degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la testimonianza di Adamo. La qual cosa fa nel canto ventiseesimo del Paradiso, lá dove Adamo gli dice: «Dante, la voglia tua discerno meglio» ecc. E questo basti intorno al titolo avere scritto.]

[La terza cosa principale, la qual dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro; il quale, secondo il mio giudizio, è sottoposto alla parte morale, ovvero etica: percioché, quantunque in alcun passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per cagione di speculazione ciò posto, ma per cagion dell'opera, la quale quivi ha quel modo richiesto di trattare.]

[Espedite le tre cose sopra dette, è da vedere della rubrica particolare che segue, cioè: «Incomincia il primo canto dello 'Nferno». Ma avanti che io piú oltre proceda, considerando la varietá e la moltitudine delle materie che nella presente lettura sopravverranno, il mio poco ingegno e la debolezza della mia memoria, intendo che, se alcuna cosa meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla cattolica veritá, che per non detta sia, e da ora la rivoco, e alla emendazione della santa Chiesa me ne sommetto.]

[Dice adunque la nostra rubrica: «Incomincia il primo canto dello 'Nferno»: intorno alla quale è da vedere s'egli è inferno, e s'el n'è piú che uno, e in qual parte del mondo sia, onde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva, e se per altro nome si chiama che «inferno». E primieramente dico ch'egli è inferno: il che per molte autoritá della Scrittura si pruova, e primieramente per Isaia, il quale dice: «Dilatavit infernus animam suam, et aperuit os suum absque ullo termino»; e Vergilio nel sesto dell'Eneida dice: «Inferni ianua regis»; e Iob: «In profundissimum infernum descendet anima mea». Per le quali autoritá appare essere inferno.]

[Appresso si domandava s'egli n'era piú d'uno. Appare per lo senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de' quali i santi chiamano l'uno superiore, e il secondo mezzano, e il terzo inferiore; vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di pene, di angosce e di peccati. E di questo parlando, dice il salmista: «Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me»; e in altra parte dice: «Descendant in infernum viventes»; quasi voglia dire «nelle miserie della presente vita».]

[E di questo inferno sentono i poeti co' santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de' mortali; e, in ciò dilatando la fizione, dicono a questo inferno essere un portinaio, e questo dicono essere Cerbero infernal cane, il quale è interpretato divoratore: sentendo per lui la insaziabilitá de' nostri disidèri, li quali saziare né empiere non si possono. E l'uficio di questo cane non è di vietare l'entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno dello 'nferno non esca; volendo per questo che lá dove entra la cupiditá delle ricchezze, degli stati, de' diletti e dell'altre cose terrene, ella o non n'esce mai, o con difficultá se ne trae; sí come essi mostrano, fingendo questo cane essere stato tratto da Ercule dello 'nferno, cioè questa insaziabilitá de' disidèri terreni esser dal virtuoso uomo tratta fuori del cuore di quel cotale virtuoso. Appresso dicono in questo inferno essere Carone nocchiero e il fiume d'Acheronte: e per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose disiderate e la miseria di questo mondo; e per Carone intendono il tempo, il quale per vari spazi le nostre volontá e le nostre speranze d'un termine trasporta in un altro, o voglian dire che, secondo i vari tempi, varie cose che muovono gli appetiti essere al cuore trasportate. Dicono, oltre a ciò, sedere in questo inferno Minos, Eaco e Radamanto, giudici e sentenziatori delle colpe dell'anime che in quello inferno vanno; e a costoro questo uficio attribuiscono, percioché grandissimi legisti furono e giusti uomini: per loro intendendo la coscienza di ciascuno, la quale, sedendo nella nostra mente, è prima e avveduta giudicatrice delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta. E appresso, a quali pene ella condanna i peccatori, in alquanti tormentati disegnano.]

[Dicono quivi essere Tantalo, re di Frigia, il quale, percioché pose il figliuolo per cibo davanti agl'iddii, in un fiume e tra grande abbondanza di pomi, di fame e di sete morire; sentendo per costui la qualitá dell'avaro, il quale, per non diminuire l'acquistato, non ardisce toccarne, e cosí in cose assai patisce disagio, potendosene adagiare. E senza fallo sono quello che Tantalo è interpretato secondo Fulgezio, cioè «volente visione»; percioché gli avari alcuna cosa non vogliono de' loro tesori se non vedergli.]

[Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, percioché essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di voler giacer con lei; la quale in forma di sè gli pose innanzi una nuvola, con la quale giacendo, d'essa ingenerò i centauri; e Giove il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a' raggi d'una ruota, la quale mai non ristesse di volgersi: volendo per questo che per Isione s'intendano coloro li quali sono disiderosi di signoria, e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per Giunone s'intende; e di questa tirannia sopravvegnendo i sospetti, nascono i centauri, cioè gli uomini dell'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli: ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni; e, se non sono, par loro essere, con occulte sollicitudini: le quali afflizioni per la ruota volubile e per le serpi s'intendono.]

[Oltre a questi, vi discrivono Tizio: percioché disonestamente richiese Latona, dicono lui da Apollo essere stato allo 'nferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avvoltoi, e quello, come consumato è, rinascere intero; per costui sentendo quegli che d'alto e splendido luogo sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come tornar possano lá onde caduti sono; né prima dall'una sollicitudine sono lasciati, che essi sono rientrati nell'altra; e cosí senza requie s'affliggono.]

[Pongonvi ancora le figliuole di Danao, e dicono, per l'avere esse uccisi i mariti, esser dannate ad empier d'acqua certi vasi senza fondo; per la qual cosa, sempre attignendo, si faticano invano: volendo per questo dimostrare la stoltizia delle femmine, le quali, avendosi la ragion sottomessa (la quale dee essere lor capo e lor guida, come è il marito) intendono con loro artifici far quello che giudicano non aver fatto la natura, cioè, lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le piú volte il contrario, e perciò è la lor fatica perduta. O voglian dire sentirsi per queste la effeminata sciocchezza di molti, li quali, mentre stimano con continuato coito sodisfare all'altrui libidine, sé vòtano ed altrui non riempiono. Ma, accioché io non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore inferno sentirono i poeti gentili.]

[Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla superficie della terra, il qual noi volgarmente chiamiamo limbo, e la santa Scrittura talvolta il chiama il seno d'Abraam: e questo vogliono esser separato da' luoghi penali, vogliendo in esso essere istati i giusti antichi aspettanti la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pon quegli o che non peccarono o che, bene adoperando, morirono senza battesimo. Ma questo è differente da quello de' santi, in quanto quegli che v'erano, disideravano e speravano, e venne la loro salute, e quegli, che l'autor pone, disiderano, ma non isperano.]

[Estimarono ancora essere un inferno inferiore, e quello esser luogo di pene eterne date a' dannati. E di questo dice il Vangelo: «Mortuus est dives, et sepultus est in inferno». Ed il salmista: «In inferno autem quis confitebitur tibi?». E che questo sia, si legge nel Vangelio, in quella parte ove il ricco seppellito in inferno, vedendo sopra sé Lazzaro nel grembo d'Abraam, il priega che intinga il dito minimo nell'acqua, e gittandogliele in bocca, il rifrigeri alquanto. E di questo inferno tratta similmente il nostro autore dal quinto canto in giú.]

[Domandavasi appresso, dove sia l'entrata ad andare in questo inferno; conciosiacosaché l'autore quella, nel principio del terzo canto, scrivendo, dove ella sia in alcuna parte non mostra: della qual cosa appo gli antichi non è una medesima oppenione. Omero, il quale pare essere de' piú antichi poeti che di ciò menzione faccia, scrive nel libro undicesimo della sua Odissea, Ulisse per mare essere stato mandato da Circe in oceano per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia tebano i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui essere pervenuto appo certi popoli, li quali chiama scizi, dove alcuna luce di sole mai non appare, e quivi avere lo 'nferno trovato. Virgilio, il quale in molte cose il séguita, in questo discorda da lui, scrivendo nel sesto del suo Eneida l'entrata dello 'nferno essere appo il lago d'Averno tra la cittá di Pozzuolo e Baia, dicendo:

Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris; quam super haud ullae poterant impune volantes tendere iter pennis: talis sese halitus atris faucibus effundens supera ad convexa ferebat: unde locum Graii dixerunt nomine Avernum, ecc.

E per questa spelunca scrive essere disceso Enea appresso la Sibilla in inferno. Stazio, nel primo del suo Thebaidos, dice questo luogo essere in una isola non guari lontana da quella estremitá d'Acaia, la quale è piú propinqua all'isola di Creti, chiamata «Traenaron»: e di quindi dice essere, a' tempi d'Edipo re di Tebe, d'inferno venuta nel mondo Tesifone, pregata da lui a mettere discordia tra Etiocle e Pollinice, suoi figliuoli, cosí scrivendo:

…….illa per umbras, et caligantes animarum examine campos Traenareae limen petit irremeabile portae, ecc.

E con costui mostra d'accordarsi Seneca tragedo, in tragoedia Herculis furentis, dove dice Cerbero infernal cane essere stato tratto d'inferno da Ercule e da Teseo per la spelunca di Trenaro, dicendo cosí:

Postquam est ad oras Traenari ventum, et nitor percussit oculos lucis, ecc.

Pomponio Mela, nel primo libro della sua Cosmografia, dice questo luogo essere appo i popoli, li quali abitano vicini all'entrata nel mare maggiore, scrivendo in questa forma: «In eo primum Mariatidinei urbem habitant, ab Argivo, ut ferunt, Hercule datam, Heraclea vocitatur. Id famae fidem adiecit: iuxta specus est Acherusia, ad manes, ut aiunt, pervius; atque inde extractum Cerberum existimant», ecc. Altri dicono di Mongibello, e di Vulcano e di simili, quello affermando con favole non assai convenienti alle femminelle.]

[La forma di questo inferno, parlando di lui come di cosa materiale, discrive l'autore essere a guisa d'un corno il quale diritto fosse, e di questo fermarsi la punta in sul centro della terra, e la bocca di sopra venire vicina alla superficie della terra; in quello, aggirandosi l'uomo intorno al voto del corno a guisa che l'uomo fa in queste scale ravvolte, che vulgarmente si chiamano «chiocciole», discendersi; benché in alcuna parte appaia questo luogo, se non quanto allo spazio della via onde si scende, essere in parte cavernoso e in parte solido: cavernoso, in quanto vi distingue luoghi, li quali appella «cerchi», e ne' quali i miseri son puniti: e alcuna volta vi discriva scogli e alcuni valichi e fiumi, li quali non potrebbono per lo vacuo, per quello ordine che egli discrive, discendere.]

[Serve lo 'nferno alla divina giustizia, ricevendo l'anime de' peccatori, le quali l'ira di Dio hanno meritata, e in sé gli tormenta e affligge, secondo che hanno piú o meno peccato, essendo loro eterna prigione.]

[Ultimamente si domandava se altri nomi avea che «inferno»; il quale averne piú appo i poeti manifestamente appare. Virgilio, sí come nel sesto dell'Eneida si legge, il chiama Averno, dove dice:

Tros Anchisiades, facilis descensus Averni.

E nominasi questo luogo Averno, ab «a», quod est «sine», «vernus», quod est «laetitia»: cioè luogo «senza letizia». E in altra parte nel preallegato libro il chiama Tartaro: quivi:

…….tum Tartarus ipse bis patet in praeceps, ecc.

E questo nome è detto da «tortura», cioè da tormentamento, il quale i miseri in questo ricevono; ed è, secondo Virgilio, questo la piú profonda parte dello 'nferno. Chiamalo ancora Dite nel preallegato libro, dove dice:

Perque domos Ditis vacuas, et inania regna.

Ed è cosí chiamato dal suo re, il quale da' poeti è chiamato Dite, cioè ricco e abbondante; percioché in questo luogo grandissima moltitudine d'anime discendono sempre. Nominalo similmente Orco nel libro spesse volte allegato, dove scrive:

Vestibulum ante ipsum, primisque in faucibus Orci.

Ed è chiamato Orco, cioè oscuro, percioché è oscurissimo, come nel processo apparirá. Oltre a questo l'appella Erebo nel giá detto libro, dicendo:

Venimus, et magnos Erebi transnavimus amnes.

E però è chiamato Erebo, secondo che dice Uguccione, perché egli s'accosta molto co' suoi supplici a coloro, li quali miseramente riceve e in sé tiene. Ed è ancora chiamato questo luogo Baratro, come appresso dice l'autore nel canto ventiduesimo di questa parte, dove dice: «Cotal di quel baratro era la scesa». E chiamasi Baratro dalla forma di un vaso di giunchi, il quale è ritondo, nella parte superiore ampio e nella inferiore angusto. Chiamalo ancora Abisso, sí come nell'Apocalisse si legge ove dice: «Bestia quae ascendet de abysso, faciet adversus illos bellum»; e in altra parte: «Data est illi clavis putei abyssi, et aperuit puteum abyssi». Il qual nome significa «profonditá». Hanne ancora il detto luogo alcuni, ma basti al presente aver narrati questi.]

[Vedute le predette cose, avanti che all'ordine della lettura si vegna, pare doversi rimuovere un dubbio, il quale spesse volte giá è stato, e massimamente da litterati uomini, mosso, il quale è questo. Dicono adunque questi cotali:—Secondo che ciascun ragiona, Dante fu litteratissimo uomo, e se egli fu litterato, come si dispuose egli a comporre tanta opera e cosí laudevole, come questa è, in volgare?—A' quali mi pare si possa cosí rispondere: Certa cosa è che Dante fu eruditissimo uomo, e massimamente in poesia, e disideroso di fama, come generalmente siam tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, cosí:

Ultima regna canam fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis, ecc.

E giá era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare stilo: e il consiglio, che il mosse, fu manifestamente conoscere i liberali studi e' filosofici essere del tutto abbandonati da' prencipi e da' signori e dagli altri eccellenti uomini, li quali solevano onorare e rendere famosi i poeti e le loro opere: e però, veggendo quasi abbandonato Vergilio e gli altri, o essere nelle mani d'uomini plebei e di bassa condizione, estimò cosí al suo lavorío dovere addivenire, e per conseguente non seguirnegli quello per che alla fatica si sommettea. Di che gli parve dovere il suo poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori, agl'ingegni de' presenti signori, de' quali se alcuno n'è che alcuno libro voglia vedere, e esso sia in latino, tantosto il fanno trasformare in volgare: donde prese argomento che, se volgare fosse il suo poema, egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato. E perciò, lasciati i versi latini, in rittimi volgari scrisse, come veggiamo. Questo soluto, ne resta venire ecc., ut supra.]

CANTO PRIMO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. II]

[Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il presente volume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo l'ha diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio e trattato. La seconda comincia nel principio del secondo canto. La prima parte si divide in due: nella prima discrive l'autore la sua ruina; nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La seconda comincia quivi: «Mentre ch'io rovinava in basso loco». Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente discrive il luogo dove si ritrovò; appresso mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente pone qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dover di quello luogo uscire: la seconda quivi: «Io non so ben ridir»; la terza quivi: «Ed ecco quasi».]

[Dice adunque cosí: «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Ove ad evidenzia di questo principio è da sapere, la vita de' mortali è, massimamente di quegli li quali a quel termine divengono, il quale pare che per convenevole ne sia posto, di settanta anni; quantunque alquanti, e pochi, piú ne vivano, e infinita moltitudine meno, sí come per lo salmista si comprende nel salmo ottantanovesimo, dove dice: «Anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni. Si autem in potentatibus, octoginta anni; et amplius eorum, labor et dolor»; e perciò colui il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra vita. Ed è figurata in forma d'uno arco, dalla prima estremitá del quale infino al mezzo si salga, e dal mezzo infino all'altra estremitá si discenda; e questo è stimato, percioché infino all'etá di trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi, e quel termine passato diminuirsi. E a questo termine d'anni pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima s'accorse del suo errore. E che egli fosse cosí, assai bene si verifica per quello che giá mi ragionasse un valente uomo chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' piú intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna; affermandomi avere avuto da Dante, giacendo egli nella infermitá della quale e' morí, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal preterito maggio aveva infino a quel dí. E assai ne consta Dante esser morto negli anni di Cristo 1321, dí 14 di settembre: per che, sottraendo ventuno di cinquantasei, restano trentacinque; e cotanti anni avea nel 1300, quando mostra d'avere la presente opera incominciata. Per che appare ottimamente la sua etá esser discritta dicendo: «Nel mezzo del cammin», cioè dello spazio, «di nostra vita», cioè di noi mortali. «Mi ritrovai», errando, «per una selva oscura»; a differenza d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta di Chiassi. «Ché la diritta via era smarrita». Vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva, ma per ismarrimento.]

[«E quanto a dir», cioè a discrivere, «qual era», questa selva, «è cosa dura», quasi voglia dire impossibile, «esta selva selvaggia e aspra e forte». Pon qui tre condizioni di questa selva: dice prima che ell'era «selvaggia», quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile; dice appresso ch'ella era «aspra», a dimostrare la qualitá degli alberi e de' virgulti di quella, li quali doveano essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, senza alcuno ordine cresciuti, e in qua e in lá distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella; e in quanto dice «forte», dichiara lo 'mpedimento giá premostrato, vogliendo per l'asprezza di quelli, essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne. E questo dice esser tanto, «Che nel pensier», cioè nella rammemorazione d'esservi stato dentro, «rinnova la paura». Umano costume è, tante volte da capo rimpaurire quante l'uom si ricorda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.]

[«Tanto è amara», non al gusto ma alla sensibilitá umana, «che poco è piú morte». Ed è la morte, secondo il filosofo, l'ultima delle cose terribili, intanto che ciascuno animale naturalmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla. Adunque, se la morte è poco piú amara che quella selva, assai chiaro appare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente. «Ma, per trattar del ben ch'io vi trovai». Maravigliosa cosa pare quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcun bene trovasse in una selva tanto orribile quanto egli ha mostrato esser questa; e, percioché egli nella lettera non esprime qual bene in quella trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trarre di sotto alla corteccia litterale; e perciò, dove di questa parte apriremo l'allegoria, chiariremo quello che qui voglia intendere. «Dirò dell'altre cose», cioè che non sono bene, «ch'io v'ho scorte», cioè vedute; e questo altresí si conoscerá nell'allegoria.]

[«I' non so ben ridir com'io v'entrai». In questa parte mostra l'autore donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo, e primieramente risponde a una tacita quistione. Potrebbe alcuno domandare:—Se questa selva era cosí paurosa e amara cosa, come v'entrastú entro?—A che egli risponde sé non saperlo, e assegna la ragione, dicendo: «Sí era pien di sonno in su quel punto, Che la verace via», la quale mi menava lá dove io dovea e volea andare, «abbandonai».]

«Ma poi ch'i' fui», errando e cercando come di quella uscir potessi, «appiè d'un colle giunto», cioè pervenuto, «Lá dove terminava», finiva, «quella valle», nella quale era questa selva oscura, «Che m'avea di paura il cor compunto», cioè afflitto, «Guardai in alto e vidi le sue spalle», cioè la sommitá quasi, sí come le spalle nostre sono quasi la piú alta parte della persona nostra, «Coperte giá de' raggi del pianeta», cioè del sole, il quale è l'uno de' sette pianeti. E perciò dice del sole, percioché esso solo è di sua natura luminoso, e ogni altro corpo che luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, sí come da fonte di quella, sí come per esperienza si vede negli eclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza, ma per singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta abbondanza, che ad ogni parte dintorno a sé manda infinita moltitudine di raggi, per li quali, ovunque pervenir possano, si diffonde copiosamente la luce sua; e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, pervengono, sono le sommitá de' monti. Per la qual cosa appare qui che il giorno cominciava ad apparire, quando l'autore cominciò ad avvedersi dove era, ed a volere di quel luogo uscire; e di potere ciò fare gli venne speranza, rammemorandosi che la luce di questo pianeto «mena diritto altrui per ogni calle», cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra, vede l'uomo dov'e' si va, e ancora con miglior giudicio si dirizza lá dove andar vuole, mediante la luce di costui.

E, per questa speranza presa, dice: «Allor fu la paura un poco queta», cioè meno infesta, «Che nel lago del cuor». È nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, [nel quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spiriti vitali], e di quella, sí come di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si spande; ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò dice che in quella gli era perseverata la passione della paura avuta. E perciò dice: «m'era durata, La notte ch'i' passai con tanta pièta», cioè con tanta afflizione, sí per la diritta via la quale smarrita avea, e sí per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde né come egli si potesse alla diritta via ritornare.

«E qual è quei, che con lena», cioè virtú, «affannata», affaticata. «Uscito fuor del pelago alla riva»: come colui il quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto perviene alla riva, e «Volgesi all'acqua perigliosa», della quale è uscito, «e guata»; e in quel guatare, cognosce molto meglio il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva, mentre che in esso era, percioché allora, spronandolo la paura del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scampare; ma, scampato, con piú riposato giudicio vede quante cose poteano la sua salute impedire e, quasi in esso fosse, molto piú teme, che non facea quando v'era: e però séguita adattando sé alla comparazione: «Cosí l'animo mio, ch'ancor fuggiva», cioè che ancora scampato esser non gli parea, ma come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, cosí parendogli, «Si volse indietro», come fa colui che notando è pervenuto alla riva, «a rimirar lo passo», pericoloso della oscura selva, «Che non lasciò giammai» uscire di sé «persona viva». Questa parola non si vuole strettamente intendere [esser viva], percioché qui usa l'autore una figura che si chiama «iperbole», per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa oltre al vero: come fa Vergilio, che, per manifestare la leggerezza della Cammilla, dice ch'ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare turbato, e non s'arebbe immollate le piante de' piedi. E perciò si vuole intender qui sanamente l'autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi; percioché, se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice sé esserne uscito, come sarebbe vivo?

«E poi ch'ebbi posato il corpo lasso», per la fatica sostenuta, «Ripresi via per la piaggia diserta»; e cosí mostra avere abbandonata la valle per dover salire al monte, cioè in sí fatta maniera andando, «Sí che 'l piè fermo sempre era il piú basso». [Mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman piú in su quel piè che piú basso rimane.]

«Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In questa terza parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quel luogo uscire, e dice ciò essere stato tre bestie, per la fierezza delle quali, non che salir piú avanti, ma egli fu per tornare indietro nel pericolo del quale era incominciato ad uscire. Dice adunque: «Ed ecco quasi al cominciar dell'erta», cioè della costa, su per la quale salir dovea per partirsi della pericolosa valle, «Una lonza leggera e presta molto, Che di pel maculato era coperta».

Poi, discritta la forma della bestia, dice: «E non mi si partía dinanzi al volto». Appresso dice che questo stargli sempre davanti, che essa «impediva tanto il mio cammino», per lo quale al monte salir volea, «Ch'i' fui per ritornar», nella valle, «piú volte vòlto».

«Temp'era dal principio». Discrive qui l'autore l'ora che era del dí, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualitá della stagione dell'anno; e quanto a l'ora del dí, dice ch'era principio «del mattino»: il che assai appare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommitá del monte. «E 'l sol montava 'n su», cioè sopra l'orizzonte orientale di quella regione, vegnendo dallo emisperio inferiore al superiore; «con quelle stelle», in compagnia, «Ch'eran con lui, quando l'Amor divino», cioè lo Spirito santo, «Mosse da prima», cioè nel principio del mondo, «quelle cose belle», cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e leggiadra discrizione la qualitá della stagione dell'anno. Ad evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli egizi, furono li primi che per considerazione conobbero il movimento dell'ottava sfera e de' pianeti, e similmente quello che per gli movimenti de' corpi superiori negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienzie avvedendosi che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente quaggiú si permutavano le qualitá dell'anno, e queste qualitá essere quattro, cioè quelle che noi primavera, state, autunno e verno chiamiamo; intesa giá qual fosse nel cielo la via del sole, quella, secondo il numero di queste, divisero in quattro parti eguali. E poi, perché sentirono ciascuna di queste parti avere i principi differenti dalle fini, e 'l mezzo sentire della natura del principio e della fine; ciascuna di queste quattro parti divisero in tre parti equali; e cosí fu da loro la via del sole divisa in dodici parti equali, e quelle chiamaron «segni». E, accioché l'uno si cognoscesse dall'altro, immaginando figurarono in ciascuna parte alcun animale [ornato di certa quantitá di stelle, ingegnandosi di figurare, in quelle, animali], la natura del quale fosse conforme agli effetti di quella parte, nella quale con la immaginazione il figuravano. E, percioché la prima qualitá dell'anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell'anno; e cosí quella parte del cielo, nella quale essendo il sole questa primavera veniva, vollero che fosse la prima parte della via del sole, e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano alcuni Nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole. E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali eran con lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò, e diede loro il movimento, il qual sempre poi continuato hanno; volendo per questo darne ad intendere che, quando da prima pose la mano alla presente opera, è circa al principio della primavera; e cosí fu, sí come appresso apparirá. [Egli nella presente fantasia entrò a dí 25 di marzo.]

«Sí ch'a bene sperar». Questa lettera si vuole cosí ordinare: «L'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperar bene di quella fiera alla gaetta pelle»; o vero, se la lettera dice «di quella fiera la gaetta pelle», si vuole ordinare cosí: «m'era cagione a sperar bene la gaetta pelle di quella fiera». Ciascuna di queste due lettere si può sostenere, percioché sentenzia quasi non se ne muta. Reassumendo adunque la lettera come giace nel testo, dice: «Sí che a bene sperar m'era cagione Di quella fiera», cioè di quella lonza, «alla gaetta pelle», cioè leggiadretta, percioché pulita molto è la pelle della lonza; o vero, secondo l'altra lettera, «m'era cagione di bene sperar» di dovere ottenere la pelle di quella fiera (la quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondo che esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel canto sedicesimo, dove scrive: «Io aveva una corda intorno cinta, E con essa pensai, alcuna volta, Prender la lonza alla pelle dipinta») «L'ora del tempo», cioè il principio del dí, «e la dolce stagione», cioè la primavera.

Ma puossi qui domandare: che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la lonza l'ora del mattino e la stagion della primavera? Conciosiacosaché in questi due tempi soglia piú di ferocitá essere negli animali, percioché l'ora del mattino gli suole generalmente tutti rendere affamati, e per conseguente feroci, e la stagione del tempo gli soglia render innamorati piú che alcun altra stagion del tempo; e gli animali sogliono per queste due cose, per lo cibo e per venere, esser ferocissimi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lussuriosissimo animale: e cosí pare che di quello, di che si conforta, si dovesse piú tosto sconfortare. Puossi nondimeno cosí rispondere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questo tempo crescere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti del loro ingegno usare a vincere, e in che guisa possano i pericoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme alla compression sanguinea, e però in quella il sangue è piú chiaro, piú caldo e piú ardire amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell'autore accendere ottima speranza di vittoria.

«Ma non sí», gli diede speranza l'ora del tempo ecc., «Che paura non mi desse La vista», cioè la veduta, «che m'apparve», appresso la lonza, «d'un leone. Questi parea che contr'a me venesse» (e cosí appare questo leone essere il secondo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte impedí) «Colla test'alta», nel qual atto si mostrava audace, «e con rabbiosa fame» (questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto), «Sí che parea che l'aer ne temesse», in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone, indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mostrava, impropriamente parlando, di aver paura di lui.

«Ed una lupa» (questo è il terzo ostaculo, il quale il suo salire impediva) «che di tutte brame Pareva carca nella sua magrezza». Brama è propriamente il bestiale appetito di manicare, peroché oltremodo pieno di voler si mostra; lo quale essere in questa lupa testimonia la magrezza sua, della quale noi prosumiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male stato pasciuto, e per conseguente magro e indi bramoso. «Che molte genti fe' giá viver grame», cioè dolorose. «Questa» lupa «mi porse tanto di gravezza», cioè di noia, «Colla paura ch'uscía di sua vista», cioè era sí orribile nello aspetto, che ella porgea paura altrui, «Ch'io perdei la speranza dell'altezza», cioè di poter pervenire alla sommitá del monte, sopra le cui spalle avea veduti i raggi del sole.

«E quale è que' che volentieri acquista». Per questa comparazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento pórtogli da questa bestia, dicendo: «E quale è que'», o mercatante o altro, «che volentieri acquista», cioè guadagna, «E giugne 'l tempo che perder lo face», qual che sia la cagione, «Che 'n tutti i suoi pensier», ne' quali si solea guadagnando rallegrare, perdendo «piange e s'attrista; Tal mi fece la bestia senza pace», cioè questa lupa, la qual dice esser animale senza pace, percioché la notte e 'l dí sempre sta attenta e sollecita a poter predare e divorare: «Che venendomi incontro», come soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, «a poco a poco», tirandom'io indietro, «Mi ripignea lá ove il sol tace», cioè nella oscura selva, della quale io era uscito. Ed è questo, cioè «dove 'l sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, sí come nel canto quinto quando dice: «I' venni in luogo d'ogni luce muto». Assai manifesta cosa è che il sole non parla, né similemente alcuno luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce; e sono questi due accidenti, il tacere e l'esser muto, propriamente dell'uomo (quantunque il Vangelo dica che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto): ma questo modo di parlare si scusa per una figura, la qual si chiama «acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore, che la paura, ch'egli avea di questo animale, il ripignea lá dove il sol non luce, cioè in quella oscuritá, la quale egli disiderava di fuggire.

«Mentre ch'io rovinava in basso loco». Qui dissi si cominciava la seconda parte di questo canto, nella quale l'autor dimostra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella valle. E fa in questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a Virgilio quivi apparitogli, quantunque nol conoscesse; appresso, senza nominarsi, per piú segni dimostra Virgilio chi egli è; poi l'autore, estollendo con piú titoli Virgilio, s'ingegna di accattare la benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa, e il disfacimento di lei, consigliandolo della via, la quale dee tenere; appresso, l'autore priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il segue. E segue la seconda quivi: «Ed egli a me»; la terza quivi: «Or se' tu quel Virgilio»; la quarta quivi: «A te conviene»; la quinta quivi: «Ed io a lui:—Poeta»; la sesta quivi: «Allor si mosse».

Dice adunque nella prima: «Mentre ch'io rovinava», cioè tornava, «in basso loco», cioè nella valle della quale era cominciato a partire, «Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco». Il che avviene, o perché da alcuna secchezza intrinsica è sí rasciutta la via del polmone, dal quale la prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è alquanta d'umiditá rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto intrinsico dell'uomo, provoca tanta umiditá viscosa in questa via, che similemente rende l'uomo meno espeditamente parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. [Ma non credo l'autore questo intenda qui, ma piú tosto, per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati giá e tanto tempo, che la chiara fama di loro è quasi perduta o divenuta piú oscura che esser non solea.]

[«Quando vidi costui», cioè Virgilio apparitogli dinanzi, «pel gran diserto», cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chiamata dall'autore «diserto», sendo sí aspra, come di sopra ha detto, e priva di luce; «-Miserere di me—gridai a lui». Sí come molte volte gl'impauriti e sbigottiti usano, per essere del loro avvenuto caso soccorsi, gridare; tale l'autore, nella paura presa della orribile bestia, fece alla veduta di Virgilio, umilmente verso di lui gridando:—Abbi misericordia di me,—quasi dicendo:—Aiutami,—come piú innanzi si dichiarerá.]

«—Qual che tu sii, od ombra od uomo certo».—Non conosceva quivi l'autore, per lo impedimento della paura, se costui, che apparito gli era, era piú tosto spirito che uomo o uomo che spirito; e in questo parlare in forse il chiama «ombra», il qual è vocabolo usitatissimo de' poeti; e questo muove da ciò, che altrimenti prendere non si possono, che l'uomo possa pigliare l'ombra che alcun corpo faccia. E, percioché questa materia, cioè che cosa sia l'ombra ovvero anima, e come l'ombra prenda quel corpo, il quale agli occhi nostri appare che ella abbia, quando talvolta n'appaiono, si tratterá, sí come in luogo ciò richiedente, nel venticinquesimo canto del Purgatorio, non curo qui di farne piú luogo sermone.

«Risposemi:—Non uom». In questa seconda particella si dimostra chi costui fosse che apparito gli era; e questo si dimostra per sei cose spettanti al domandato. Dice adunque «non uomo», a dimostrare che l'uomo è composto d'anima e di corpo, e però, separato l'uno dall'altro, non rimane uomo, né il corpo per se medesimo, né l'anima per sé; e in quanto dice «uomo giá fui», mostra sé essere spirito giá stato congiunto con corpo.

«E li parenti miei». È colui che si manifesta qui, Virgilio; e prima si manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto dice, «furon lombardi». Dove è da sapere che Virgilio fu figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva quell'arte, cioè di comporre diversi vasi di terra; e la madre di lui, secondo che dice Servio Sopra l'«Eneida», quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furono lombardi, cosí dinominati da Lombardia, provincia situata tra 'l monte Appennino e gli Alpi e 'l mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse, fu chiamata Gallia, da' galli che quella occuparono e cacciaronne i toscani; e prima che Gallia si chiamasse, quella parte dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quegli èneti che seguirono Antenore troiano dopo il disfacimento di Troia. La cagione perché Lombardia si chiama, è che, partitisi certi popoli dell'isola di Scandinavia, la quale è tra ponente e tramontana in Oceano, chiamati dalle barbe grandi e da' capegli, li quali s'intorcevano davanti al viso, «longobardi», e sotto diversi signori, e dopo lunghissimo tempo in varie regioni venendo, dimorati, si fermarono in Ungheria, e in quella stettero nel torno di quarantasei anni; poi, a' tempi di Giustiniano imperadore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco, chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano, ed essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe e metterebbelo a filare colle femmine sue, sdegnato rispose che, s'ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, percioché egli ordirebbe tal tela, ch'ella non la fornirebbe di tessere in vita sua; e carichi molti somieri di diversi frutti, con una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il quale allora era re de' longobardi, mandandolo pregando che egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli frutti nascevano. Albuino, che giá in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi popoli vicini, li quali si chiamavano ávari, in Gallia con tutti i suoi maschi e femmine, piccoli e grandi, ne venne, e con la loro forza, e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e, toltogli il nome antico, da sé lo dinominarono Lombardia, il qual nome infino a' nostri dí persevera.

«Mantovani, per patria, amendui». Mantova fu giá notabil cittá; ma, percioché d'essa si tratterá nel ventesimo canto di questo pienamente, qui non curo di piú scriverne.

«Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi». Qui dimostra Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua nativitá. E' pare che l'autore voglia lui esser nato vicino al fine della dettatura di Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse; percioché se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro De temporibus, scrive lui essere morto l'anno dello 'mperio d'Ottaviano Cesare…[1], che fu avanti la nativitá di Cristo da quattordici o quindici anni; e il predetto Eusebio scrive, nel detto libro, della sua nativitá cosí: «Virgilius Maro in vico Andes, haud longe a Mantua natus, Crasso et Pompeio consulibus»; il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura (la qual tenne quattro anni e parte del quinto) bene venti anni.

«E vissi a Roma». Certa cosa è che Vergilio, avendo lo ingegno disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cremona, e di quindi n'andò a Milano, lá dov'egli studiò in medicina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia, e vedendo i poeti esser nel cospetto d'Ottaviano accetti, se n'andò a Napoli, e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo. E quivi similmente dimorando, sí come egli medesimo testimonia nel fine del libro, avendo prima composto la Buccolica, e racquistato per opera d'Ottaviano i campi paterni, li quali a Mantova erano stati conceduti ad un centurione chiamato Arrio, compose la Georgica. Poi, sí come Macrobio in libro Saturnaliorum scrive, mostra mentre che scrisse l'Eneida si stesse in villa: il dove non dice, ma, per quello che delle sue ossa fece Ottaviano, si presume che questa villa fosse propinqua a Napoli, e prossimana al promontorio di Posillipo, tra Napoli e Pozzuolo. [E portò tanto amore a quella cittá che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose notabili con l'aiuto della strologia; percioché, essendo Napoli fieramente infestato da continua moltitudine di mosche, di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame, sotto sí fatta costellazione che, postala sopra il muro della cittá, verso quella parte onde le mosche e' tafani da un padule indi vicino, vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò né mosca né tafano. Fecevi similmente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni

[Footnote 1: In bianco nei codd. [Ed.].] cavallo che avesse i dolori, o altra naturale infermitá, avendo tre volte menatolo d'intorno a questo. Fece, oltre a questo, due teste di marmo intagliate, delle quali l'una piagnea e l'altra ridea, e posele ad una porta, la quale si chiamava porta Nolana, l'una dall'un lato della porta, e l'altra dall'altro; ed avevan questa proprietá, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli, e disavvedutamente entrava per quella porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piagnea, mai non potea recare a fine quello per che egli venuto v'era, e se pure il recava, penava molto, e con gran noia e fatica il faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la bisogna sua.] E però credo che egli vivesse poco a Roma, ma che egli talvolta vi usasse, questo è credibile.

«Sotto il buono Augusto», cioè Ottaviano Cesare, il quale, essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare, nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per testamento gli lasciò questo nome di Cesare. Poi, avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleopatra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio di Roma; ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di Scizia, genti ancora appena da' romani conosciute, a domandare l'amicizia e la compagnia sua e de' romani; e, oltre a ciò, avendo i parti renduti i regni romani tolti a Crasso e ad Antonio; parendo a' romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono, adorare per iddio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo della republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di Numacio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè accrescitore. Ma, percioché in molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto. Chiamalo il «buon Augusto» l'autore, percioché, quantunque crudel giovane fosse, nella etá matura diventò umano e benigno prencipe e buono per la republica.

«Nel tempo degl'iddii falsi e bugiardi». Sono falsi, non veri iddii, «quia dii gentium daemonia»: «bugiardi» gli chiama, percioché il demonio, sí come e' medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna.

[Lez. III]

«Poeta fui». Apresi ancora qui Virgilio per questo nome di «poeta» piú all'autore; [intorno al qual nome, chiamato da molti e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi. È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l'uficio del poeta, e che onore sia retribuito al buon poeta. Estimaron molti, forse piú da invidia che da altro sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un verbo detto «poio pois», il quale, secondo che li grammatici vogliono, vuol tanto dire, quanto «fingo fingis»: il qual «fingo» ha piú significazioni; percioché egli sta per «comporre», per «ornare», per «mentire» e per altri significati. Quegli adunque che dall'avvilire altrui credon sé esaltare, dissono e dicono che dal detto verbo «poio» viene questo nome «poeta»; e percioché quello suona «poio» che «fingo», lasciati stare gli altri significati di «fingo», e preso quel solo nel quale egli significa «mentire», conchiudendo, vogliono che «poeta» e «mentitore» sieno una medesima cosa; e per questo sprezzano e avviliscono e annullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando: i poeti per autoritá di Platone dover esser cacciati delle cittá. E, oltre a ciò, prendendo d'una pistola di Geronimo a Damaso papa De filio prodigo questa parola: «Carmina poëtarum sunt cibus daemoniorum»; quasi armati dell'arme d'Achille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente insultano; aggiugnendo a' loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice:—«Quis—inquit—has scenicas meretriculas ad hunc aegrum permisit accedere, quae dolores eius non modo nullis remediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis?»—E, se piú alcuna cosa truovano, similmente, come contro a nemici della repubblica, contro ad essi l'oppongono.]

[Ma, percioché a questi cotali a tempo sará risposto, vengo alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome del «poeta». Ad evidenza della qual cosa è da sapere, secondo che il mio padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo suo fratello, monaco di Certosa, gli antichi greci, poiché per l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi dell'anno, e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dover essere colui il quale con perpetua ragione dá ordine a queste cose, e quello essere Iddio, e tra loro gli ebbero edificati templi, e ordinati sacerdoti e sacrifici; estimando di necessitá essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire alcune parole, nelle quali le laudi degne a Dio, e ancora i lor prieghi a Dio si contenessero; e conoscendo non esser degna cosa a tanta deitá dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico con l'altro, familiarmente diciamo o il signore al servo suo: costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano, queste parole trovassero. Le quali questi sacerdoti trovarono; e, per farle ancora piú strane dall'usitato parlare degli uomini, artificiosamente le composero in versi. E perché in quelle si contenevano gli alti misteri della divinitá, accioché per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero quegli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi greci fu appellato «poetes»; il qual vocabolo suona in latino, «esquisito parlare»; e da «poetes» venne il nome del «poeta», il qual nulla altra cosa suona che «esquisito parlatore». E quegli, che prima trovarono appo i greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E, perché ne' lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente «poeti», ma «teologi»; e per le opere di costoro dice Aristotile che i primi che teologizzarono furono i poeti. E, se bene si riguarderá alli loro stili, essi non sono dal modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leggiamo, sotto velamento di parole nella prima apparenza fabulose, l'opere ammirabili della divina potenza. È vero che coloro, spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto esser vero, sí come da verace dettatore stato dettato; quello, che i poeti finsero, fecero per forza d'ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavan vero, sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de' quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divinitá e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderá e aprirá, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverá sotto alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similmente nella presente opera, sí come io spero che nel processo apparirá. E cosí si cognoscerá i poeti non essere mentitori, come gl'invidiosi e ignoranti li fanno.]

[Appresso l'uficio del poeta è, sí come per le cose sopradette assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la veritá sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i valorosi poeti si troverá da chi con diligenza ne cercherá. Ma ciò che io ora ho detto, è da intendere sanamente. Io dico «la veritá», secondo l'oppenione di quegli tali poeti; percioché il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della cattolica fede, non poté la veritá di quella nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; percioché, se altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non sarebbe stato buon poeta.]

[E, percioché i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio esaltatori dell'opere de' valorosi uomini, per li quali li stati de' regni, delle province e delle cittá si servano; e, oltre a ciò, quegli ne' lor versi di fare eterni si sforzarono; e similemente furono grandissimi commendatori delle virtú e vituperatori de' vizi: estimarono lor dovere estollere con quel singulare onore che i principi triunfanti per alcuna vittoria erano onorati; cioè che dopo la vittoria d'alcuna loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro, a dimostrare che, come l'alloro serva sempre la sua verdezza, cosí sempre era da conservare la lor fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il senato di Roma, al qual solo apparteneva il concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad un poeta conceduta, ch'egli concedette ad Affricano, a Pompeo, a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli biasimano. E se per avventura volesson dire:—Noi gli biasimiamo perché furon gentili, le scritture de' quali sono da schifare sí come erronee;—direi che da tollerar fosse, se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, cosí gentili come i poeti furono, fossero similemente schifati; il che non avvenendo, non si può forse altro dire se non che singular malivolenzia il faccia fare.]

[Ma da rispondere è alle obbiezioni di questi valenti uomini fatte contro a' poeti.]

[Dicono adunque, aiutati dall'autoritá di Platone, che i poeti sono da esser cacciati delle cittá, quasi corrompitori de' buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro della sua Republica non lo scriva; ma le sue parole non bene intese da questi cotali fanno loro queste cose senza sentimento dire. Fu ne' tempi di Platone, e avanti, e poi perseverò lungamente, ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali, per acquistare ricchezze e il favore del popolo, componevan lor commedie, nelle quali fingevano certi adultèri e altre disoneste cose, state perpetrate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella etá aveva mescolati nel numero degl'iddii; e queste cotal commedie poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femmine, della cittá ad udire. E non gli traeva tanto il diletto e il disiderio di udire, quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del commedo procedevano; i quali erano in questa forma: che una spezie di buffoni, chiamati «mimi», l'uficio de' quali è sapere contraffare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena, informati dal commedo in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle persone, gli atti delle quali dovevano contraffare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il commedo diceva, facevano. E, percioché spesso vi si facevano intorno agli adultèri, che i commedi recitavano, di disoneste cose, si movevano gli appetiti degli uomini e delle femmine, riguardanti, a simili cose disiderare e adoperare; di che i buon costumi e le menti sane si corrompevano, e ad ogni disonestá discorrevano. Perciò, accioché questo cessasse, Platone, considerando, se la republica non fosse onesta, non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle cittá. Non adunque disse d'ogni poeta. Chi fia di sí folle sentimento, che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della cittá, il quale è dalle leggi chiamato «padre d'ogni virtú»? chi Solone, che nello estremo de' suoi dí, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone, non solamente lo scapestrato vivere degli ateniesi regolarono, ma ancora composero i costumi de' romani, giá cominciati a divenire grandi. Chi crederá ch'egli avesse cacciato Virgilio, chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? chi crederá ch'egli avesse cacciato il venerabile mio maestro messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo esemplo d'onestá? chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi cosí fatti poeti cacciasse, cui riceverá egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio Catellina, Neron cesare? Ma in veritá questa obbiezione potevano essi o potrebbono agevolmente tacere. Non è egli sí gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle cittá: Omero abitò il piú per li luoghi solitari d'Arcadia; Virgilio, come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato d'ogni usanza d'uomini; e, se investigando si verrá, questo medesimo si troverá di molti altri.]

[Dicono oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo: «Daemonum cibus sunt carmina poëtarum». Le quali parole senza alcun dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima pístola letto, avrebbe potuto vedere di quali versi san Girolamo avesse inteso; e massimamente nella figura, la qual pone, d'una femmina non giudea, ma prigione de' giudei, la qual dice che, avendo raso il capo, e posti giú i vestimenti suoi, e toltesi l'unghie e i peli, potersi ad uno ismaelita per via di matrimonio congiugnere: forse con minor fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a' poeti allegate. E, accioché questo piú apertamente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo, se non, per quegli atti che la scrittura di Dio dice dover fare, se non, una purgazione del paganesimo o d'altra setta fatta, potere qualunque femmina nel matrimonio venir de' giudei: e cosí, purgate certe inconvenienze del numero de' poeti, restare i versi de' poeti non come cibo di dimonio, ma come angelico potersi da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta, poi che Costantino imperadore, battezzato da san Silvestro, diede luogo al lume della veritá; percioché per la santitá e sollecitudine dei papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopradetti comici e ogni disonesto libro ardendo, par questa poesia antica purgata, e potersi, ne' libri autorevoli e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.]