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Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1 cover

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 1

Chapter 69: CANTO SECONDO
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About This Book

The volume combines a biographical account of the poet with a learned commentary on the epic poem, offering historical context, explanations of allegory, and close glosses on difficult passages. It recounts circumstances of the poet's life and exile, assesses civic and moral themes, and links episodes to classical, biblical, and contemporary authorities. Sections alternate narrative biography, critical reflections, and philological notes aimed at clarifying language, symbolism, and theological intent. The overall aim is explanatory: to reconstruct the poet's reputation, to situate his work within its intellectual milieu, and to guide readers through the poem's complex ethical and stylistic meanings.

La seconda bestia, la qual si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla quale, come egli si confaccia, ne mostreranno alcune delle sue proprietá, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace ma temerario; e appresso è rapace e soprastante; ed è ancora altisono nel ruggir suo, intanto che egli spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai piú ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.

Dissi adunque il lione essere non solamente audace ma temerario; percioché, senza misurare le forze sue, non è alcuno animale sí forte (che ne sono assai piú forti di lui), il quale egli non presuma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile nel terzo dell'Etica, lá dove parla della fortezza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto il temerario presume, oltre alle sue forze, quello che a lui non s'appartiene. E questo vizio è il presumere alcuno di combattere con due o con tre o con piú; conciosiacosaché ciascuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire e segno di fortezza; dove l'andar contro a piú, potendogli schifare, è temeritá. In questo l'uomo superbo è simigliante al leone, percioché il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è alcuna sí grave, che egli non presuma di fare, quantunque a lui non si convenga, sol che egli creda per quello essere reputato magnanimo. E questa cechitá ha giá messo in distruzione molti regni, molte province e molte genti; questa fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi seguaci; questa fu cagione a Capaneo d'esser fulminato e gittato dalle mura di Tebe in terra; questa fu cagione a Golia d'essere ucciso da David, come la Scrittura ne dice.

Dissi ancora che il lione era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto piú può propria del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenir maggiore, esser piú temuto e di piú eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezzabel ad essere della torre sospinta, e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpitata, e divenir loto e sterco della vigna di Nabaoth: e Antioco re d'Asia e di Siria essere oltre al monte Tauro da' romani rilegato.

Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e ch'egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amos profeta dice: «Leo rugiet, quis non timebit?». Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sé e de' suoi gran fatti, e dilettasi e vuole che altri ne parli; quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialitá, Nabucdonosor, di se medesimo per divina operazione ingannato, lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simon mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboam, re de' giudei, de' dodici tribi d'Israel ne perdé nove.

Le quali cose sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo leone, al nostro autore apparito, intendere il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtú, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il suo altiero stato abbandoni, egli diverrá un menomo plebeio; né sará mai ad alcuna gran cosa chiamato, e intra' suoi di niuna reputazione avuto, sará dispettato, e da coloro, li quali esso ha giá premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrá, quando vorrá, risalire. [Para ancora la gloria della preminenza, la potenza del levare in alto e d'abbassare secondo il suo volere, la pompa degli onori, e simili cose assai.] Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle timide di cadere, e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due, dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravvenuta una lupa, e quella, piú che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.

La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia, con la quale come costei si convenga, come nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietá prese, e con quelle del vizio conformatole, il mostreranno. Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concépere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello il quale piú misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda d'intorno, e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo dalla coscienza sua medesima accusato.

Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo avaro; percioché, quantunque l'uomo avaro abbia quello che gli bisogna, onestamente e in qualunque guisa ragunato, forse con molta sollecitudine e gran suo pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupiditá acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo esercizio piú che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niun pericolo è, niuna disonestá, niuna falsitá o altra nequizia, nella qual'e' non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio, nel terzo dell'Eneida, fieramente la sgrida, dicendo:

… Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames?

Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che appare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno cosí, le loro operazioni il dimostrano. Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta per non spendere, dimorando senza muoversi, dieci e venti anni presterá ad usura, vestirá male e calzerá peggio, rifiuterá gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore strettezza fa del suo, tanto tien gli occhi piú diritti all'altrui. Sempre è pieno di rammarichii, sempre dice sé esser povero, e mostrasi; e, brievemente, facendosi dei beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia accompagnarsi con la piú misera condizione d'uomini che si trovi, come la lupa col piú tristo de' lupi si congiugne.

Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa esser l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con alcun suo amico non comunica la quantitá de' suoi beni, sospicando non la gran quantitá palesata gli generi agguati o invidia. E, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole; sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo rubare la riguardi. Alcun sonno non puote avere intero, né riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sé convertono i lacciuoli, li quali giá hanno tesi ad altrui?

E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali pensieri:—Che fai tu, misero? ove vuo' tu andare? da qual parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati? vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu l'avrai? vuo' tu avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? vuo' tu venire alla mercé degli uomini? come faranno i figliuoli tuoi? vuogli tu vedere morir di fame? come fará la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito, e non sará chi ti voglia vedere né udire. Tu puoi ancora indugiare; ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il tuo a coloro da' quali tu l'hai avuto. Egli sará il meglio che tu attenda a guadagnare.—

E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per sudducimento e opera del dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può, spesse volte siamo frastornati; e, avuta poco a prezzo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo, e per conseguente in eterna perdizione ruiniamo. Né a guardarcene mai c'induce l'etá piena d'anni; percioché, quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovenisce. E di ciò furono verissimi testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abbandonarono che essa da loro, vivendo, fosse abbandonata.

[Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularitá cagione di resistenza e di paura. Ma che direm noi, in generalitá, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal vizio partendosi, vogliono alla virtú ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo; e per la carne intender la lonza, per lo mondo il leone, e 'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente vegghiano e stanno intenti alla nostra dannazione. La carne ne lusinga con la dolcezza de' diletti temporali, sotto a' quali è nascoso il veleno infernale, il qual noi, come il pesce con l'ésca piglia l'amo, cosí quasi sempre co' diletti prendiamo, e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvador n'ammaestra e sollecita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice: «Vigilate, et orate: spiritus quidem promptus, caro autem infirma». E san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice: «Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus spiritum»; vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali. Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria; nascondendo sotto la sua falsa luce i tradimenti, le violenze, gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, l'invidie e i furori e i cadimenti e altre cose assai, senza le quali né pigliare né tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste grandezze temporali: le quali tutte, e ciascuna, n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine. Susseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se della sua via usciremo; attorniandoci sempre con agguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietá con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e cosí impedisce tanto chi vuole alla via della veritá ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce. E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da' nostri nemici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne dimostra.]

«Mentre ch'io ruinava in basso loco». Nella precedente parte di questo canto è stato dimostrato, per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato, e disiderar d'uscir di quello, e tornare alla via della veritá, da lui per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscono: in questa parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, accioché, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che opportuno è alla sua salute. E come questo mandato gli fosse, piú distintamente si mostrerá nel canto seguente. E, percioché, come noi per esperienza veggiamo, coloro i quali delle infermitá si lievano, esser deboli e male atanti della persona; cosí creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla infermitá del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanitá. E, come il nostro corpo infermo, senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote, né muoversi ad alcuno atto utile; cosí l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenza non può cosa alcuna aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore di mostrarci come Iddio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietá diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con l'aiuto e colla dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con piú avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.

Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sí per discrezione, e sí per iscienza, e sí ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, percioché Virgilio, quantunque con altro senso, in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare; e ancora, percioché il trattato dee essere poetico, era piú conveniente un poeta che alcuno altro sublime uomo; e però prese lui, piú tosto che alcun altro, percioché egli tra' latini ottiene il principato.

E costui, dice, gli apparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno e senza conforto.

Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, lá dove bisogno será, nella presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio, e per la quale noi siamo chiamati «animali razionali»; percioché la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa seconda grazia ricevere e abitare, conciosiacosaché essa ne sia da Dio data non solamente a cooperare con l'altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizzare e a guidare ogni nostra operazione in bene. La qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi; ma, quando la sensualitá, per le nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon piú secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E, percioché sotto i piedi della sensualitá era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue parole paresse «fioca».

Questa adunque, come il disiderio della virtú torna, abbattuta la sensualitá, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni virtú, d'ogni buona operazione, vacuo, pronta e apparecchiata ad ogni sua opportunitá: [e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento dei vizi sospignere allo 'nferno. Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia, e qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalitá, la quale è morale e laudevole virtú, ella fia scacciata, superata e vinta, e in inferno rimessa lá onde il diavolo, per invidia della gloriosa vita promessa all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, accioché per la sua opera, l'anime, create ad essere beate, fossero laggiú traboccate, onde ella era stata menata]. E di questo séguita che, poiché, per lo impedimento dei vizi, quella via piú propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscir della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostratrice della veritá, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.

Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio, volendo uscire dello stato della miseria e ritornar nella grazia, tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi tenere. E la ragione può esser questa: opportuno è a ciascuno, il quale vuol fare quello che detto è, primieramente conoscere le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giustizia di Dio siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è principio della sapienza, come il salmista ne dice. Questo timore di Dio incontanente fa seguire nelle nostre menti contrizione e pentimento delle cose non ben fatte; dalla quale, secondo che la censura ecclesiastica ne dimostra, si viene [alla confessione, e da quella] alla satisfazione, dopo la quale si sale alla gloria, come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che il nostro autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al salire alla gloria, ne può la nostra ragion dimostrare; percioché tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.

[Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione, che tien qui luogo della grazia cooperante, gli dá, cioè che egli per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni (li quali, a rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in inferno); e, tra quegli, considerati quegli che la nostra ragione, le leggi positive e la divina dannino: conoscerá quello da che astener si dee ciascuno che secondo virtú vuol vivere, e quello che, seguendol, merita pena, e qual pena secondo le leggi temporali e secondo l'eterne; conoscerá la giustizia di Dio, e meritamente avrá timore dell'ira sua. E da questo luogo, giá delle cose men che ben fatte pentendosi, venga a vedere coloro che son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenzia; accioché quindi, dietro alla guida della teologia, le cui ragioni e dimostrazioni la nostra ragion non può comprendere, salga purgato delle offese all'eterna beatitudine.] Ed in questo mi pare consista la sentenza dell'allegoria di questo primo canto.

Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che dirizzi l'animo ciascuno che il presente libro legge, e quella disidera di sapere; cioè quello che l'autore abbia voluto sentire per quello veltro, la cui nazione dice dovere esser «tra feltro e feltro». E, per quello che io abbia potuto comprendere, sí per le parole dell'autore, sí per li ragionamenti intorno a questo di ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui dovere essere alcuna costellazion celeste, la quale dee negli uomini generalmente impriemere la vertú della liberalitá, come giá è lungo tempo, e ancora persevera quella del vizio dell'avarizia. Il che l'autore assai chiaro dimostra nel Purgatorio, dove dice:

O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di quaggiú trasmutarsi, quando verrá, per cui questa disceda?

cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio dell'avarizia. [Or non so io, se questo dovere avvenire, l'autore ne' moti futuri de' superiori corpi si vide, o se per alcuna altra coniettura ciò dovere avvenire s'è avvisato: è nondimeno assai chiaro i costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra trasportarsi. Percioché, sí come ne mostrano le istorie de' gentili e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cose temporali cominciando sotto Nino re, fu molte centinaia d'anni sotto gli assiri, sotto i medi e sotto i persi; e lungamente avanti v'era stata la religione e la scienza, le quali, come prima lá erano state, cosí primieramente se ne partirono, e vennerne in Egitto, e d'Egitto in Grecia; e poi da Alessandro re di Macedonia fu d'Asia lo 'mperio trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e l'armi poi partendosi ne vennero appo i latini, e qui per lungo spazio furono; poi di qui paiono andate inver' ponente, essendo appo i tedeschi e appo i galli, e par giá che il cielo ne minacci di portarle in Inghilterra: il che per avventura potrá, se piacer fia di Dio, di questa costellazione che l'autor dice, avvenire, ecc.] E, percioché queste impressioni del cielo conviene che quaggiú s'inizino, e comincino ad apparere i loro effetti o per alcuno uomo, o per piú; par l'autore qui sentire che per uno si debbano gli alti effetti di questa impression dimostrare: il quale metaforice chiama «veltro», percioché i suoi effetti saranno del tutto cosí contrari all'avarizia, come il veltro di sua natura è contrario al lupo.

E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro. E questa è quella parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente discrizion si contiene. La qual parte io manifestamente confesso ch'io non intendo: e perciò in questa sarò piú recitatore de' sentimenti altrui che esponitore de' miei.

Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi intendere Cristo, e la sua venuta dovere esser nell'estremo giudicio, ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia, della quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio rimettere in inferno. Ma questa opinione a niun partito mi piace; percioché Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni altra cosa, non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni, anzi essi, sí come ogni altra creatura, seguitano il suo piacere e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrá, sará il cielo nuovo e la terra nuova, e non saranno piú uomini, ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo; e la venuta di Cristo non sará allora salute né d'Italia né d'altra parte, percioché solo la giustizia avrá luogo, e alla misericordia sará posto silenzio, e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno in perpetuo rilegati in inferno. E, oltre a ciò, Cristo non dee mai piú nascere, dove l'autor dice che questo veltro dee nascere. Né si può dire l'autore aver qui usato il futuro per lo preterito, quasi e' nacque tra feltro e feltro, cioè della Vergine Maria, che era povera donna, e nacque in povero luogo: ma questa ragione non procederebbe, percioché sono MCCCLXXIII anni che egli nacque, e, nei tempi che nacque, era la potenza di questo vizio nelle menti umane grandissima; né poi si vede, non che essere scacciata, ma né mancata. Né si può dire che nascesse tra feltro e feltro, cioè di vile nazione: egli fu figliuolo del Re del cielo e della terra, e della Vergine, che era di reale progenie. E se dire volessono: ella era povera; la povertá non è vizio, e perciò non ha a imporre viltá nel suggetto; percioché noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze temporali poverissimi, e ricchissimi di virtú e di santitá. Perché dich'io tante parole? Questa ragione non procede in alcuno atto.

Altri dicono, e al parer mio con piú sentimento, dover potere avvenire, secondo la potenza conceduta alle stelle, che alcuno, poveramente e di parenti di bassa e d'infima condizione nato (il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro», in quanto questa spezie di panno è, oltre ad ogni altra, vilissima), potrebbe per virtú e laudevoli operazioni in tanta preeminenza venire e in tanta eccellenza di principato, che, dirizzandosi tutte le sue operazioni a magnificenza, senza avere in alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o di tesoro, ed avendo in singulare abbominazione il vizio dell'avarizia, e dando di sé ottimo esempio a tutti nelle cose appartenenti alla magnificenzia, e la costellazione del cielo essendogli a ciò favorevole; che egli potrebbe, o potrá, muovere gli animi de' sudditi a seguire, facendo il simigliante, le sue vestigie, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente del mondo. Ed, essendo salute di quella umile Italia, la qual giá fu capo del mondo, e dove questo vizio, piú che in alcuna altra parte, pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rimanente del mondo; e cosí, d'ogni parte discacciatala, la rimetterebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam dire in quella parte dove gli altri vizi son tutti, e donde ella primieramente surse intra' mortali. E, a roborare questa loro oppenione, inducono questi cotali i tempi giá stati, cioè quegli ne' quali regnò Saturno, li quali per li poeti si truovano essere stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura semplicitá, e ne' quali questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per conseguente, se questo fu, anche dover essere che questi sotto il governo d'alcuno altro uomo sarebbono.

Alcuni altri, accostandosi in ogni cosa alla predetta oppenione, danno del «tra feltro e feltro» una esposizione assai pellegrina, dicendo sé estimare la dimostrazione di questa mutazione, cioè del permutarsi i costumi degli uomini, e gli appetiti da avarizia in liberalitá, doversi cominciare in Tartaria, ovvero nello 'mperio di mezzo, lá dove estimano essere adunate le maggiori [ricchezze e] moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la quale la loro oppenione fortificano, è che dicono essere antico costume degli imperadori dei tartari (le magnificenze de' quali e le ricchezze appo noi sono incredibili), morendo, essere da alcuno de' loro servidori portata sopra un'asta, per la contrada dov'e' muore, una pezza di feltro, e colui che la porta andar gridando:—Ecco ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i suoi tesori;—e, poi che questa grida è andata, in questo feltro inviluppano il morto corpo di quello imperadore; e cosí senza alcun altro ornamento il sepelliscono. E per questo dicon cosí: questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di questa costellazione, nascerá in Tartaria, tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra 'l feltro adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee in lui nella sua morte adoperare. Questa oppinione sarebbero di quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la quale non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare, e questo è, in quanto dicono quegli imperadori aver grandissimi tesori, e però quivi mostran che istimino, dall'abbondanza dei tesori riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riempiere e gli effetti magnifichi cominciare. Il che mi pare piú tosto da ridere che da credere: percioché quanto tesoro fu mai sotto la luna, o sará, non avrebbe forza di saziare la fame di un solo avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra ne sono. Che dunque piú? Tenga di questo ciascuno quello che piú credibile gli pare, ché io per me credo, quando piacer di Dio sará, o con opera del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri costumi. E questo, quanto sopra il primo canto, basti d'avere scritto [sempre a correzione di coloro che piú sentono che io non faccio].

Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano, non solamente in questo libro, ma eziandio in ogni altro [e ne' divini], ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto sé alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e però, non essendo nel precedente canto ad ogni parola altro sentimento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi 'l dicesse, questi cotali sono della loro oppenione ingannati; percioché in ciascuna figurata scrittura si pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata, e alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma però vi si pongono, perché quelle che figurano possan consistere: sí come per esemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera. Che ha a fare al senso allegorico: «La sesta compagnia in duo si scema»? che n'ha a fare: «Cosí discesi del cerchio primaio»? che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come potrá seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende di fare? come acconciarsi quelle che per significare altro si scrivono? Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale a nascondere, di soperchio avrebbe san Girolamo detto nel proemio dell'Apocalissi, e non in altra parte della Scrittura, tanti essere i misteri quante son le parole; conciosiacosaché nell'Apocalissi per eccellenzia quello si creda avvenire, che in alcun altro libro della Sacra Scrittura non avviene. Tuttavia, accioché piú pienamente si creda non ogni parola avere allegorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel libro Dell'eterna Ierusalem, dicendo: «Non omnia, quae gesta narrantur, aliquid etiam significare putanda sunt; sed propter illa, quae aliquid significant, attexuntur; solo enim vomere terra proscinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam caetera aratri membra sunt necessaria. Et soli nervi in citharis atque huiusmodi vasis musicis aptantur ad cantum; sed, ut aptari possint, insunt et caetera in compagibus organorum, quae non percutiuntur a canentibus, sed ea, quae percussa resonant, his connectuntur», ecc. E perciò estimo che molto piú onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente opinare quello che manifestamente si può riprovare; e quinci prendere certezza, se alcuna cosa allegorizzando è omessa, quella non per negligenza, ma per non conoscere che opportuna vi sia l'allegoria, essere stata intralasciata.

CANTO SECONDO

I

SENSO LETTERALE

[Lez. VII]

«Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno», ecc. Comincia qui la parte seconda di questa prima cantica chiamata Inferno, nella qual dissi l'autore cominciare il suo trattato. E, come che questa si potesse in diverse maniere dividere, questa sola intendo che basti per universale, cioè dividersi in tante parti, quanti canti seguitano; percioché pare che ciascun canto tratti di materia differente dagli altri. E questo canto dividerò in sei parti: nella prima si continua l'autore al precedente; nella seconda, secondo il costume poetico, fa la sua invocazione; nella terza muove l'autore a Virgilio un dubbio; nella quarta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella quinta l'autore, rassicurato, dice di volere seguir Virgilio; nella sesta ed ultima l'autor mostra come appresso a Virgilio entrò in cammino. La seconda comincia quivi: «O mese, o alto ingegno»; la terza quivi: «Io cominciai:—Poeta»; la quarta quivi: «Se io ho ben la tua parola»; la quinta quivi: «Quale i fioretti»; la sesta quivi: «E poi che mosso fue».

Dico adunque che l'autore si continua alle cose precedenti; percioché, avendo detto nella fine del precedente canto sé esser mosso dietro a Virgilio, nel principio di questo discrive l'ora nella quale si mossero, dicendo: «Lo giorno se n'andava», e questo per lo chinare del sole all'occidente; «e l'aer bruno», cioè la notte sopravvegnente, la qual sempre all'occultar del sole séguita. [Di che appare null'altra cosa essere il dí, se non la stanza del sole sopra la terra; e questo è quello che è cosí chiamato, cioè «dí» dalla luce. (E percioché, al levarsi di quello, sempre la notte fugge, Pronapide, greco poeta e maestro di Omero, racconta una cotale favola.) E vogliono gli astrologi questo chiamarsi «dí artificiale», cioè quello spazio il quale si contiene tra il levare del sole e l'occultare; e la ragione è, perché essi, usandolo nelle loro elevazioni, d'ogni tempo il dividono in dodici parti equali, e cosí fanno la notte. Il dí naturale è di ventiquattro ore equali, e in questo è notte congiunta col dí; ma dinominasi tutto dí dalla parte piú degna, cioè dalla parte splendida. E chiamasi dí da «Dios» graece, il quale in latino viene a dire «Iddio»; percioché, come Iddio sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, cosí nelle nostre operazioni ne aiuta il dí con la sua luce. E potrebbesi dire che egli n'aiuta nelle buone, percioché chi fa male ha in odio la luce.] E mostra, per questa discrizione del farsi notte, che l'autore fosse stato, dal farsi dí infino al farsi notte di quel dí, in quella valle, occupato da quelle tre bestie ed a ragionar con Virgilio.

«Toglieva gli animai che sono in terra, Dalle fatiche loro». Dimostrane qui l'autore una delle operazioni della notte, la quale l'ordine della natura attribuisce al riposo e alla quiete degli animali, degli affanni avuti il dí passato; percioché, se alcun tempo al riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno animale che nelle sue operazioni potesse perseverare; e però dice l'autore che l'aer bruno «toglieva», cioè levava, «Dalle fatiche loro». E séguita: «ed io sol uno». Par che qui sia un vizio, il qual si chiama «inculcatio», cioè porre parole sopra parole che una medesima cosa significhino, come qui sono; percioché «solo» non può essere se non uno, e «uno» non può essere se non solo; ma questo si scusa per lo lungo e continuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo di parlare, contro al vizio della inculcazione. O potrebbesi dire questo nome «solo» fosse nome adiettivo, e «uno» fosse nome proprio di quel numero, e cosí cesserebbe il vizio. «M'apparecchiava a sostener la guerra», cioè la fatica, nemica e infesta al mio riposo, «sí del cammino», che far dovea (in che mostra dovere il corpo esser gravato), «e sí della pietate», cioè della compassione, la quale aspetta d'avere vedendo l'afflizione e le pene de' dannati e di quegli che nel fuoco si purgano. Ed in questo dimostra l'anima dovere esser faticata, percioché essa è dalle passioni, che dalle cose esteriori vengono, gravata e noiata essa, e non il corpo; quantunque ella sia ancor gravata dalle passioni corporali. «Che tratterá», cioè racconterá, «la mente», cioè la potenza memorativa, «che non erra»; e questo dice, percioché si conosceva aver tenace memoria, per la qual cosa non temeva dovere errare né nella quantitá né nella qualitá.

«O muse, o alto ingegno». In questa seconda parte l'autore fa la sua invocazione, secondo il costume poetico. Usano i poeti in pochi versi dire la intenzion sommaria di ciò che poi intendono di trattare in tutto il processo del libro, e, questo detto, fare la loro invocazione. E cosí fa Virgilio nel principio del suo Eneida:

… at nunc horrentia Martis arma, virumque cano, Troiae qui primus ab oris, ecc.;

e, questi pochi versi detti, incontanente invoca, dicendo:

Musa, mihi causas memora; quo numine laeso, ecc.

E Ovidio, nel principio del suo maggior volume, dice:

In nova fert animus mutatas dicere formas corpora;

ed incontanente invoca, dicendo:

…dii coeptis, nam vos mutastis et illas, aspirate meis, ecc.

E talvolta i poeti, insieme con la invocazione, mescolano la sommaria intenzion loro; e cosí, nel principio della sua Odissea, fece Omero, li versi del quale ottimamente traslatò in latino Orazio, dicendo:

Dic mihi, musa, virum, captae post tempora Troiae, qui mores hominum multorum vidit, et urbes.

Cosí similmente il venerabile mio precettore messer Francesco Petrarca fece nel principio della sua Africa, dicendo:

Et mihi cospicuum meritis, belloque tremendum, musa, virum referas.

Ma il nostro autore s'accostò piú allo stilo di Virgilio, come in ciascuna cosa fa, che a quello d'alcun altro; percioché, avendo sotto brevitá nel precedente canto mostrato quello che intende in tutto il libro suo di dire, lá dove dice: «E trarrotti di qui per luogo eterno», ecc.; qui fa la sua invocazione, dicendo: «O muse, o alto ingegno, or m'aiutate. O mente, che scrivesti», ecc. [Invoca adunque in questo suo principio, sí come appare, le muse, come di sopra è mostrato far gli altri poeti: per che pare di dover dichiarare che cosa sieno queste muse e quante, e qual sia il loro uficio; e questo, sí per piú pienamente dar lo intelletto del presente testo, e sí ancora perché in piú parti del presente libro se ne fará menzione.]

[È adunque da sapere, secondo che i poeti fingono, che le muse son nove, e furono figliuole di Giove e della Memoria: e la ragione perché questo sia da' poeti, fingendo, detto, è questa. Piace ad Isodoro, cristiano e santissimo uomo e pontefice, nel libro Delle etimologie, che, percioché il suono delle predette muse è cosa sensibile, e che nel preterito passa, e impriemesi nella memoria, però essere da' poeti dette figliuole di Giove e della Memoria. Ma io, a maggior dichiarazione di questo sentimento, estimo che sia cosí da dire: che, conciosiacosaché da Dio sia ogni scienzia, come nel principio del libro Della sapienza si legge, e non basti a ricever quella solamente l'avere inteso, ma che, a farla in noi essere scienza, sia di necessitá le cose intese commendare alla memoria, e cosí divenire in noi scienza (il che l'autore appresso assai bene ne dimostra, lá dove dice:

Apri la mente a quel ch'io ti paleso, e fermal dentro, ché non fa scienza, senza lo ritenere, avere inteso);

dobbiamo, e possiam dire, queste muse, cioè scienza, in noi giá abituata per lo intelletto e per la memoria, potersi dire figliuole di Giove, cioè di Dio Padre e della Memoria. E dico Giove doversi intendere qui Iddio Padre, percioché alcuno altro nome non so piú conveniente a Dio Padre che questo. E la ragione è che Giove si chiama in latino Iupiter, il qual noi intendiamo «iuvans pater»: il qual nome, se ben vorremo riguardare, ad alcun altro che a Dio Padre dirittamente non s'appartiene, percioché esso solo dirittamente si può dir padre; percioché, essendo senza avere avuto padre, è delle cose eterne, ed eziando dell'altre, unico e vero creatore e padre; e, oltre a ciò, ad ogni onesta operazione è veramente aiutatore, né si può senza il suo aiuto alcuna cosa perfettamente ad effetto recare: e cosí, quante volte in alcuno onesto atto Giove si nomina, possiamo e dobbiamo di Dio onnipotente intendere. Cosí adunque, ritornando al proposito, meritamente di Giove e della Memoria possiam dire le muse essere state figliuole, in quanto egli è vero dimostratore della ragione di qualunque cosa; le quali sue dimostrazioni, servate nella memoria, fanno scienza ne' mortali, per la quale qui, largamente prendendo, s'intendono le muse: e cosí sará la memoria, ricevitrice e ritenitrice di questo santo seme, e poi riducitrice, quasi partoritrice, madre delle muse. Le quali dice il predetto Isidoro, nel libro preallegato, esser nominate «a quaerendo», cioè da «cercare»; percioché per esse, sí come gli antichi vogliono, si cerca la ragione de' versi e la modulazione della voce; e per questo, per derivazione, viene dal nome loro questo nome di «musica», la quale è scienza di sapere moderare le voci. E da questa ragione si può prendere la cagione perché piú se l'hanno i poeti appropriate e fatte familiari che alcun'altra maniera di scientifici.]

[Son queste muse in numero nove. E perché elle sieno nove, si sforza di mostrare Macrobio nel secondo libro Super somnio Scipionis, equiparando quelle a' canti delle otto spere del cielo, vogliendo poi la nona essere il concento che nasce della modulazione di tutti e otto i cieli; aggiugnendo poi le muse essere il canto del mondo, e questo, non che dall'altre genti; ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, percioché da loro sono le muse chiamate «camene», quasi «canene», dal «cantare» cosí nominate.]

[E, accioché voi intendiate che vuol dire questo canto del mondo, dovete sapere che fu oppinione di Pitagora e di altri filosofi, che ciascun cielo, di questi otto, cioè l'ottava spera e i sette de' sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, facessero alcuno ruggire, qual piú aguto e qual piú grave, sí, per divino artificio, di debiti tempi misurati, che, insieme concordando, facevano una soavissima melodia, la quale qui intende Macrobio per lo concento; della qual noi, per l'udirla continuo, non ci curiamo, né vi riguardiamo. Ma questa oppinione di Pitagora con manifeste ragioni è riprovata da Aristotile.]

[Ma di questo rende Fulgenzio nel libro delle sue Mitologie altra ragione, dicendo per queste nove muse doversi intendere la formazione perfetta della nostra voce: la qual voce, dice, si forma da quattro denti, li quali la lingua percuote quando l'uomo parla; de' quali, se alcun mancasse, parrebbe che piú tosto si mandasse fuori un sufolo che voce. Appresso questo, dice formarsi la voce dalle due nostre labbra, le quali non altrimenti sono che due cembali modulanti la comoditá delle nostre parole; e cosí la lingua, col suo piegamento e circunflessione, essere a modo che un plettro, il quale formi lo spirito vocale; e quindi essere opportuno il palato, per la concavitá del quale si proffera il suono. E ultimamente, accioché nove cose sieno, s'aggiugne la canna della gola, la qual presta il corso spirituale per la sua ritonda via. Ed oltre a questo, percioché da molti si dice Apollo cantare con queste nove muse, non altrimenti che servatore del concento al canto delle predette cose, è dal detto Fulgenzio aggiunto il polmone, il quale, a guisa d'un mantaco, le cose concette manda fuori e rivoca dentro. E, non volendo che in cosí riposto segreto della natura a lui solamente paia di dovere esser prestata fede di cosí esquisita ragione, induce per testimoni Anassimandro lampsaceno e Zenofane eracleopolita, li quali conferma queste cose avere scritte ne' libri loro; aggiugnendo ancora queste medesime cose da molti chiarissimi filosofi essere affermate, sí come da Pisandro fisico, e da Eussimene in quel libro il quale egli chiama Thelugumenon.]

[Appresso, il detto Fulgenzio ad altro intelletto e piú divulgato disegna gli effetti di queste muse, i loro nomi ponendo e quello per ciascuno in particularitá si debba intendere. E cosí la prima nomina Clio, e per questa vuole s'intenda il primo pensiero d'apparare; percioché «Clios» in greco viene a dire «fama» in latino; e nullo è che cerchi scienza se non quella nella quale crede potere prolungare la dignitá della fama sua: e per questa cagione è chiamata la prima Clio, cioè «pensiero di cercare scienza». La seconda è in greco chiamata Euterpe, la quale in latino vuol dire «bene dilettante», accioché primieramente sia il cercare scienza, e appresso sia il dilettarsi in quello che tu cerchi. La terza è appellata Melpomene quasi «melempio comene» cioè «facente stare la meditazione»; accioché primieramente sia il volere, e appresso che quello ti diletti che tu vuogli, e, oltre a ciò, perseverare, meditando quello che tu disideri. La quarta ha nome Talia, cioè capacitá, quasí come l'uom dicesse «Tithonlia», cioè «pognente cosa che germini». La quinta si chiama Polimnia, quasi «poliumneemen», cioè «cosa che faccia molta memoria»; percioché noi diciamo che, dopo la capacitá, è necessaria la memoria. La sesta è chiamata Erato cioè «eurun comenon», il qual noi in latino diciamo «trovatore del simile»; percioché, dopo la scienza e dopo la memoria, è giusta cosa che l'uomo di suo trovi alcuna cosa simile. La settima si chiama Tersicore, cioè «dilettante ammaestramento»: adunque, appresso la invenzione, bisogna che l'uomo discerna e giudichi quello che esso truovi. L'ottava si chiama Urania, cioè «celestiale»; percioché, dopo l'aver giudicato, elegge l'uomo quello che egli debba dire e quello che egli debba rifiutare; percioché lo eleggere quello che sia utile e rifiutare quello che sia caduco e disutile, è atto di celestiale ingegno. La nona è chiamata Calliope, cioè «ottima voce». Sará dunque l'ordine questo: primieramente volere la dottrina; appresso dilettarsi in quello che l'uom vuole; poi perseverare in quello che diletta; e, oltre a ciò, prendere quello in che si dee perseverare; e quinci ricordarsi di quello che l'uom prende; appresso trovare del suo cosa simigliante a quello di che l'uom si ricorda; dopo questo, giudicar di quello di che l'uom si ricorda; e cosí eleggere quello di che si giudichi; e ultimamente profferere bene quello che l'uomo avrá eletto.]

[Dalle quali dimostrazioni, e spezialmente per le prime, si può comprendere che cagione muova i poeti ad invocare il loro aiuto. Nondimeno pare ad alcuno che le muse si debbano dinominare da «moys», che in latino viene a dire «acqua». E questo vogliono, percioché il comporre, e ancora il meditare alcuna invenzione e la composta esaminare, si sogliano con meno difficultá fare su per la riva di un bel fiume o d'alcun chiaro fonte che in altra parte, quasi il riguardar dell'acqua abbia alle predette cose e muovere e incitar gl'ingegni. E questo par che vogliano prendere da ciò che Cadmo re di Tebe, sedendo sopra il fonte chiamato Ippocrene, trovò le figure delle lettere greche, le quali essi ancora usano; come che da Palamede poi, e ancora da Pittagora, ve ne fossero alcune aggiunte; e quivi similemente meditò la loro composizione insieme, accioché, secondo quello che era opportuno al greco idioma, per quelle si profferesse; affermando ancora molti fonti, secondo l'antico errore, essere stati alle muse consecrati, sí come il fonte Castalio, il fonte Aganippe ed altri, questo rispetto avendo, che sopra quegli fossero gl'ingegni umani piú pronti alle meditazioni che in alcun'altra parte.]

«O alto ingegno.» È l'ingegno dell'uomo una forza intrinseca dell'animo, per la quale noi spesse volte troviamo di nuovo quello che mai da alcuno non abbiamo apparato. Il che avere sovente fatto l'autore in questo libro si trova, percioché, quantunque Omero e, appresso lui, Virgilio dello scendere in inferno scrivessero, ancora che in alcuna parte gli abbia l'autore imitati nello 'Nferno, nelle piú delle cose tiene da loro cammino molto diverso: del quale peroché alcuno altro scrittore non si truova che in quella forma trattato n'abbia, assai manifestamente possiam vedere della forza del suo ingegno questa invenzione e il modo del procedere essere premuto.

«Or m'aiutate»: percioché mi bisogna a questo punto la 'nventiva, e 'l modo del procedere, e la sonoritá dello stilo.

«O mente». Non bastando solo lo 'ngegno, per la cui forza le pellegrine inventive si truovano, invoca ancora la mente sua, accioché, per l'opera di lei, quello possa servare e poi raccontare, che avrá trovato. [Ed è questa mente, secondo che Papia scrive, la piú nobile parte della nostra anima, dalla quale procede l'intelligenzia, e per la quale l'uomo è detto fatto alla immagine di Dio; o è l'anima stessa, la quale per li molti suoi effetti ha diversi nomi meritati. Ella è allora chiamata «anima», quando ella vivifica il corpo; ella è chiamata «animo», quando ella alcuna cosa vuole; ella è chiamata «ragione», quando ella alcuna cosa dirittamente giudica; ella è chiamata «spirito», quando ella spira; ella è chiamata «senso», quando ella alcuna cosa sente; ella è chiamata «mente», quando ella sa ed intende.] Questa sta nella piú eccelsa parte dell'anima, e perciò è chiamata mente, perché ella si ricorda. Per lo quale effetto qui il suo aiuto invoca l'autore; percioché, se in questo la mente non l'aiutasse, invano sarebbe disceso o discenderebbe a vedere tante cose e cosí diverse, quanto per opera della mente ne scrive.

«Che scrivesti», cioè in te raccogliesti, «ciò ch'i' vidi», nel cammino da me fatto, «Qui», cioè nella presente opera, «si parrá la tua nobilitate», cioè la tua sufficienza in conservare; percioché la nobilitate della cosa consiste molto nello esercitar bene e compiutamente quello che al suo uficio appartiene.

«Io cominciai:—Poeta». In questa terza parte del presente canto dissi che l'autore moveva un dubbio a Virgilio: il quale, mosso da pusillanimitá mostra di temere di mettersi nel cammino, il quale Virgilio nella fine del primo canto disse di dovergli mostrare; e dice: «Io cominciai», a dire:—«Poeta», Virgilio, «che mi guidi, Guarda», cioè esamina, «la mia virtú», cioè la mia forza, «s'ella è possente», a sostener tanto affanno, quanto nel lungo cammino e malagevole, per lo quale tu di' di volermi menare, fia di necessitá di sofferire; e fa' questo, «Prima che all'alto passo», cioè d'entrare in inferno, «tu mi fidi», tu mi commetta. Quasi voglia dire:—Io vorrei per avventura ad ora tornare indietro ch'io non potrei.—

«Tu dici». Qui vuole l'autore levar via una risposta, la qual Virgilio, sí come egli avvisava, gli avrebbe potuta fare, cioè di dire:—Non puo' tu venire, o non credi poter, lá dove andò Enea e ancora lá dove andò san Paolo?—E comincia: «Tu dici», nel sesto libro del tuo Eneida, «che di Silvio lo parente», cioè padre.

Ebbe Enea due figliuoli, de' quali fu l'uno chiamato Iulio Ascanio, e questo ebbe di Creusa, figliuola di Priamo re di Troia; e l'altro ebbe nome Iulio Silvio Postumo, il quale Lavinia, figliuola del re Latino, essendo rimasa gravida d'Enea, partorí dopo la morte d'Enea in una selva. Per la qual cosa ella il cognominò Silvio; e Postumo fu chiamato, percioché dopo la umazione del padre, cioè poi che 'l padre fu messo sotterra, era nato: e cosí si chiamano tutti quelli che dopo la morte de' padri loro nascono.

«Corruttibile ancora», cioè ancora vivo (percioché chiunque nella presente vita vive è corruttibile, cioè atto a corruzione), «ad immortale», cioè eterno, «secolo», cioè mondo.

«Secolo», secondo il suo proprio significato, è uno spazio di tempo di cento anni, secondo il romano uso: ma in questa parte non lo 'ntende l'autore per ispazio di tempo, ma, seguendo l'uso del parlare fiorentino, nel quale, volendo dire «in questo mondo», spesso si dice «in questo secolo», rivolgendo il nome del tempo in nome del luogo dove il tempo s'usa, cioè nel mondo, chiama «secolo» l'altro mondo, cioè lo 'nferno, il quale noi similmente assai spesso chiamiamo «l'altro mondo», il che la sacra Scrittura similemente fa alcuna volta. [Il quale del presente mondo dicendo, dice san Paolo: «Pie et iuste viventes in hoc saeculo»; e dell'altra vita parlando: «Nescimus in quos fines saeculi devenerunt».]

«Andò, e fu sensibilmente»: volendo per questo s'intenda Enea, non per visione o per contemplazione essere andato in inferno, ma col vero corpo sensibilmente. E questo prende l'autore da ciò che Virgilio scrive nel sesto dell'Eneida, nel qual dice che, essendo Enea, poi che di Cicilia si partí, pervenuto nel seno di Baia, e quivi in assai tranquillo mare, dando per avventura riposo a' suoi compagni, e disideroso di sapere quello che di questa sua peregrinazione gli dovesse avvenire; essendo andato al lago d'Averno, dove avea udito essere l'oraculo della sibilla cumana ed essa altresí, la pregò che in inferno il menasse al padre; e, dietro alla sua guida, vivo e con l'arme discese: e, per quello passando, pervenne ne' campi Elisi, lá dove quegli, che in istato di beatitudine, erano secondo l'antico errore. E perciò dice l'autore che egli andò «sensibilmente».

«Perché, se l'avversario d'ogni male», cioè Iddio, «Cortese fu», di lasciarlo andare senza alcuna offensione, non è maraviglia, «pensando l'alto effetto Che uscir dovea di lui», cioè d'Enea, «e 'l chi, e 'l quale», [cioè Cesare dettatore, o Ottaviano imperadore. De' quali ciascun fu da molto, e ciascun si potrebbe dire essere stato fondatore della imperial dignitá; percioché, quantunque Cesare non fosse imperadore, egli fu dettatore perpetuo, e fu il primo, dopo i re cacciati di Roma, il quale recò nelle sue mani violentemente tutto il governo della republica. Del quale occupamento seguí il triumvirato di Ottaviano e de' compagni; e da quello, essendo da Ottaviano, per loro bestialitá, posti giú dell'uficio del triumvirato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solo triumviro, ne seguí, o per tacita forza, o pure per ispontaneo piacere del senato e del popolo di Roma, l'essergli il governo della republica commesso, quando cognominato fu Augusto; dopo il quale sempre fu servato poi, uno dopo l'altro, essere in quella dignitá sustituiti e chiamati imperadori. E risponde qui l'autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire:—Come déi tu, che se' cristiano, credere che Iddio fosse piú liberale ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno, che a te?—A che egli e nelle parole predette risponde e in quelle che seguono, dicendo:]

«Non pare indegno» l'avere Iddio sostenuto l'andata d'Enea «ad uomo d'intelletto», il cui giudicio è ragionevole e giusto, e massimamente avendo riguardo «Ch'ei», Enea, «fu dell'alma», cioè eccelsa, «Roma», la quale tutto il mondo si sottomise, «e dello 'mpero», cioè della signoria di Roma, o vogliam dire della dignitá spettante a quelli che noi chiamiamo imperadori, de' quali fu il primo Ottaviano, disceso per molti mezzi della schiatta d'Enea, «Nell'empireo ciel», cioè nel cielo della luce dove si crede essere il solio della divina maestá; [e chiamasi «empireo», cioè igneo, percioché «pir» in greco, viene a dire «fuoco» in latino: e vogliono i nostri santi quello dirsi «empireo», percioché egli arde tutto di perfetta caritá;] «per padre eletto». Vuol per questo sentir l'autore per divina disposizione essere d'Enea seguito quello che leggiamo essere stato operato per li suoi successori.

E dice qui Enea esser padre di Roma e dello 'mperio, percioché quegli che di lui nacquero per sedici re, infino a Numitore, che fu l'ultimo della schiatta d'Enea, regnarono in Alba per ispazio di quattrocento ventiquattro anni. Poi, essendo di Numitore re nata Ilia, e Amulio, fratello di Numitore, piú giovane d'etá, tolto a Numitore il regno, fece uccidere un figliuolo di Numitore chiamato Lauso; e per torre ad Ilia speranza di figliuoli, la fece vergine vestale, alle quali era pena d'essere sotterrate vive, se in adulterio fossero state trovate. Nondimeno questa Ilia, come che ella si facesse, [o con cui ella si giacesse,] ella ingravidò, e partorí due figliuoli ad un parto, dei quali l'uno fu chiamato Romolo e l'altro Remulo: li quali, essendo giá, per comandamento di Amulio, Ilia stata sotterrata viva, furono gittati, da persone mandate dal re a ciò, non nel corso del Tevero, al quale, perché cresciuto era, non si poteva andare, ma alla riva: e 'l fiume scemato, ed essi trovati vivi da una chiamata Acca Laurenzia, moglie d'un pastore del re, chiamato Faustulo, furono raccolti e nutricati, niente sappiendone il re, e cosí nominati da Faustolo. Li quali cresciuti, ed avendo reale animo, ed essendo pastori e capitani e maggiori di ladroni e d'uomini violenti, ed avendo da Faustulo sentito cui figliuoli erano; composto il modo tra loro, fu l'un di loro preso e menato davanti dal re e accusato; e l'altro, attendendo il re ad udire la querela, feritolo di dietro, l'uccise, e a Numitore loro avolo, che in villa si stava, restituirono il reame; ed essi, tornatisene lá dove allevati erano stati, fecero quella cittá, la qual, da Romolo dinominata Roma, divenne donna del mondo. Per la qual cosa appare Enea essere stato padre di Roma.

Appresso, partitosi Iulio Proculo, il quale fu bisnipote di Iulio Silvio e di Romulo, re d'Alba, e discendente, come detto è, d'Enea, e venutosene con Romolo ad abitare a Roma; quivi fondò la famiglia de' Giuli secondo che Eusebio, in libro Temporum, dice: li quali poi in Roma, per continue successioni perseverando, infino a Gaio Iulio Cesare pervennero. Il quale, non avendo alcun figliuolo, s'adottò in figliuolo Ottaviano Ottavio [li cui antichi, secondo che dice Svetonio, De XII Caesaribus, furono di Velletri], figliuolo d'una sua sirocchia carnale, chiamata Iulia: ed in costui poi fu di pari consentimento del senato e del popolo di Roma, come davanti è detto, commesso il governo della republica, e fu cognominato Augusto; e fu il primo imperadore, e de' discendenti di Enea. E cosí Enea fu similmente padre dello 'mperio, cioè della dignitá imperiale.

«La quale», cioè Roma, «e 'l quale», imperio, «a voler dir lo vero, Fûr stabiliti», ordinati per evidenzia da Dio, «per lo loco santo», cioè per la sedia apostolica, «U' siede il successor», cioè il papa, «del maggior Piero», cioè di san Piero apostolo, il quale chiama «maggiore» per la dignitá papale e a differenza di piú altri santi uomini nominati Piero. E che questo fosse preveduto e ordinato da Dio, appare nelle cose seguite poi, tra le quali sappiamo Costantino imperadore, mondato della lebbra da san Silvestro papa, lasciò Roma e la imperial sedia al papa, e andossene in Costantinopoli; e oltre a questo, ordinò e fe' i suoi successori sempre con la loro potenza esser presti contro a ciascheduno il quale infestasse o turbasse la quiete della Chiesa di Dio e dei pastori di quella: per che meritamente dice l'autore essere stabiliti e Roma e lo 'mperio per lo santo luogo dell'apostolica sede. E però conoscendo Iddio, al quale nulla cosa è nascosa, questo, non è da maravigliare se esso fu cortese ad Enea di lasciarlo andare in inferno; e massimamente sappiendo che esso dovea laggiú udir cose, le quali l'animerebbero a dover dare opera a quello di che dovea questo seguire.

E poi soggiugne l'autore: «Per questa andata», di Enea in inferno, «onde», cioè della quale, «tu mi dái vanto», cioè promessione, dicendo di menarmi laggiú (benché in alcuni libri si legge: «Per questa andata, onde tu gli dái vanto», ad Enea, commendandolo ed estollendolo per quella, lá ove tu di' nel sesto dell'Eneida:

Noctes atque dies patet atri ianua Ditis sed revocare gradum superasque evadere ad auras, hoc opus, hic labor est. Pauci, quos aequus amavit Iuppiter, aut ardens evexit ad aethera virtus, Dis geniti potuere:

per le quali parole estimo migliore questa seconda lettera che la prima), «Intese cose», Enea, «che furon cagione Di sua vittoria», in quanto, riempiendolo di buona speranza, il fecero animoso all'impresa contro a Turno re de' rutuli, del quale avuto vittoria, e giá in Italia divenuto potente, ne seguí l'effetto che poco avanti si legge, cioè «del papale ammanto». Vuol qui l'autore per parte s'intenda il tutto, cioè per lo papale ammanto tutta l'autoritá papale. Ed è da intender qui che egli in quelle cose che da Anchise intese, come Virgilio nel sesto dell'Eneida mostra, cominciando quivi:

Nunc age, Dardaniam prolem quae deinde sequatur gloria, ecc.,

non udí cosa alcuna del papale ammanto, ma udí cose le quali poi in processo di tempo, come detto è, furon cagione che Roma divenisse sedia del papa, come lungamente giá fu.

«Andovvi poi», cioè lungo tempo dopo Enea, «il vaso d'elezione», cioè san Paolo, il quale non andò in inferno come Enea, ma fu rapito in paradiso, lá dove tu di' che io andrò se io vorrò. La qual cosa è vera, sí come egli medesimo testimonia, affermando sé aver vedute cose delle quali non è lecito agli uomini di favellare: e percioché Iddio l'aveva eletto per vaso dello Spirito santo, conoscendo il frutto che delle sue predicazioni doveva uscire, non è mirabile se Iddio di cosí fatta andata gli fu cortese, e massimamente considerando che egli v'andò, «Per recarne», quaggiú tra noi, «conforto a quella fede», cristiana, «Ch'è principio alla via di salvazione». E questo è certissimo, peroché, non possendosi gli alti segreti della divinitá per alcuna nostra ragione conoscere, è di necessitá, innanzi ad ogni altra cosa, che per fede si credano. Sí che ben dice l'autore la fede cattolica esser principio alla via di salvazione; alla quale, ancora debole e fredda nelle menti di molti giá cristiani divenuti, san Paolo, con la dottrina appresa nel celeste regno, recò molto conforto, riscaldando colle sue predicazioni e con l'epistole le menti fredde e quasi ancora dubitanti.

«Ma io perché venirvi?» ne' luoghi ne' quali tu mi prometti di menarmi, quasi dica:—per qual mio merito?—«o chi 'l concede?», cioè che io in questi luoghi debba venire; volendo per questo intendere, come appresso dimostra, esser temeraria cosa l'andare in alcun segreto luogo, senza alcun merito o senza licenza.

«Io non Enea», al quale Iddio fu cortese per le ragioni giá mostrate. Chi Enea fosse, ancora che a molti sia noto, nondimeno piú distesamente si dirá appresso nel quarto canto di questo libro, e però, quanto è al presente, basti quello che detto n'è.

«Io non Paolo sono». San Paolo fu del tribo di Beniamin, e fu per patria di Tarso cittá di Cilicia: [e avanti che divenisse cristiano, fu nelle scienze mondane assai ammaestrato, e fu ferventissimo perseguitore de' cristiani. Poi, chiamato da Dio al suo servigio, fu mirabilissimo dottore, e con le sue predicazioni molte nazioni convertí al cristianesimo, molti pericoli e molte avversitá di mare e di terra e d'uomini sostenne per lo nome di Cristo, e ultimamente, imperante Nerone Cesare, per lo nome di Cristo ricevette il martirio; e, percioché era cittadino di Roma, gli fu tagliata la testa, e non fu, come san Piero, crocefisso. Di costui predisse Iacob, molte centinaia d'anni avanti, in persona di Beniamin suo figliuolo, e del quale egli doveva discendere: «Beniamin, lupus rapax, mane devorat praedam et vespere dividit spolia». Il quale vaticinio appartenere a san Paolo assai chiaramente si vede, percioché esso fu lupo rapace: e la mattina, cioè nella sua giovanezza, divorò la preda, cioè uccise i cristiani; e al vespro, cioè nella sua etá piú matura, divenuto servidore a Cristo, divise le spoglie.] Il quale da Dio fu eletto per conforto della nostra fede.

«Me degno a ciò». Quasi voglia dire: perché io non sia Enea né san Paolo, io potrei per alcun altro gran merito credere d'esser degno di venirvi, ma io non so; e, per questo, d'esser di venir degno «né io né altri il crede».

Appresso questo, conchiude al dubbio suo, dicendo: «Per che», cioè per non esserne degno, «se del venire», lá dove tu mi vuoi menare, «io m'abbandono», cioè mi metto in avventura, «Temo che la venuta», mia, «non sia folle», cioè stolta, in quanto male e vergogna me ne potrebbe seguire. E quinci rende Virgilio, al quale egli parla, attento a dover guardare al dubbio il quale egli muove, in quanto dice: «Se' savio, e», per questo, «intendi me' ch'i' non ragiono», cioè che io non ti so dire.—E, appresso questo, per una comparazione liberamente apre l'animo suo dicendo: «E quale è quei che disvuol», cioè non vuole, «ciò ch'e' volle», poco avanti, «E per nuovi pensier», sopravvenuti, «cangia proposta», quello che prima avea proposto di fare, «Sí che dal cominciar tutto si tolle; Tal mi fec'io in quella oscura costa»; percioché mostra non fossero ancor tanto andati, che usciti fossero del luogo oscuro, nel quale destandosi s'era trovato. «Per che, pensando»; mostra la cagione perché divenuto era tale, quale è colui il quale disvuole ciò ch'e' volle, e dice che, pensando non fosse il suo andare pericoloso, «consumai», cioè finii, «l'impresa», che fatta avea di seguir Virgilio. «Che fu, nel cominciar, cotanto tosta», cioè súbita, in quanto senza troppo pensare aveva risposto a Virgilio, come nel canto precedente appare, pregandolo che il menasse.

[Lez. VIII]

—«Se io ho ben la tua parola intesa»—In questa quarta parte del presente canto, dimostra l'autore qual fosse la risposta fattagli da Virgilio: nella qual discrive come e da cui e perché e donde Virgilio fosse mosso a dover venire allo scampo suo. Dice adunque: «Rispuose», a me, «del magnanimo quell'ombra», cioè quell'anima di Virgilio, il quale cognomina «magnanimo», e meritamente, percioché, sí come Aristotile nel quarto della sua Etica dimostra, colui è da dire «magnanimo», il quale si fa degno d'imprendere e d'adoperare le gran cose. La qual cosa maravigliosamente bene fece Virgilio in quello esercizio, il quale alla sua facultá s'apparteneva: percioché primieramente, con lungo studio e con vigilanza, si fece degno di dover potere sicuramente ogni alta materia imprendere, per dovere d'essa in sublime stilo trattare; e, fattosene col bene adoperare degno, non dubitò d'imprenderla e di proseguirla e recarla a perfezione. E ciò si fu di cantare d'Enea e delle sue magnifiche opere, in onore d'Ottaviano Cesare: le quali in sí fatto e sí eccelso stilo ne discrisse, che né prima era stato, né fu poi alcun latino poeta che v'aggiugnesse.—«Se io ho ben la tua parola intesa», cioè il tuo ragionare, il quale veramente aveva bene inteso, «L'anima tua è da viltate offesa», cioè occupata da tiepidezza e da pusillanimitá, la quale non che le maggiori cose, ma eziando quelle che a colui, nel quale ella si pon, si convengono, non ardisce d'imprendere. «La qual», viltá, «molte fiate l'uomo ingombra», cioè impedisce, «Sí che d'onrata impresa» [poi fatta] «l'arivolve», [dal]la sua misera e tiepida oppinione, «Come», ingombra, «falso veder», parendo una cosa per un'altra vedere (il che addiviene per ricevere troppo tosto nella virtú fantastica alcuna forma, nella immaginativa subitamente venuta), «bestia quand'ombra», cioè adombra, e temendo non vuole piú avanti andare. E vuolsi questa lettera cosí ordinare: «la quale molte fiate ingombra l'uomo, come falso vedere fa bestia, quand'ombra, e d'onorata impresa l'arivolve».

Poi séguita: «Da questa téma», la quale tu hai di venire lá dove detto t'ho, «accioché tu ti solve», cioè sciolghi, sí che ella non ti tenga piú impedito, «Dirotti perch'i' venni, e», dirotti, «quel ch'io intesi, Nel primo punto che di te mi dolve», cioè che io ebbi compassion di te.

«Io era tra color che son sospesi», in quanto non sono demersi nella profonditá dello 'nferno, né nella profonda miseria de' supplici piú gravi, come sono molti altri dannati; né sono non che in gloria, ma in alcuna speranza di minor pena, che quella la qual sostengono. Poi segue Virgilio: ed essendo quivi, «E donna mi chiamò beata e bella». Dove, per mostrare piú degna colei che il chiamò, le pone tre epiteti: prima dice che era «donna», il qual titolo, come che molte, anzi quasi tutte, oggi usino le femmine, a molte poche si confá degnamente; e dimostrasi per questo la condizione di costei non esser servile. Dice, oltre a questo, che ella era «bella»; e l'esser bella è singular dono della natura, il quale, quantunque nelle mondane donne sia fragile e poco durabile, nondimeno da tutte è maravigliosamente disiderato; senza che egli è pure alcun segno di benivole stelle operatesi nella concezione di quella cotale, che questo dono riceve; e quasi non mai sogliono i superiori corpi questo concedere, ch'egli non sia d'alcuna altra grazia accompagnato: per la qual cosa paiono piú venerabili quelle persone, che hanno bello aspetto, che gli altri. Appresso dice che era «beata», nella qual cosa racchiude tutte quelle cose, le quali debbano potere muovere a' suoi comandamenti qualunque persona richiesta; peroché chi è beato non è verisimile dovere d'alcuna cosa, se non onestissima, richiedere alcuno; e può chi è beato remunerare; e dé' si credere lui esser grato verso chi a' suoi piacer si dispone. Le quali cose Virgilio, sí come avvedutissimo uomo, conoscendo, dice: ella era «Tal che di comandare i' la richiesi»; cioè offersimi, come ella mi chiamò, presto ad ogni suo comandamento. E ben doveva questa donna esser degna di reverenza, quando tanto uomo, quanto Virgilio fu, si proffera a lei.

Poi segue continuando il suo dire, e ancora piú degna la dimostra, dicendo: «Lucevan gli occhi suoi piú che la stella». Dé'si qui intendere l'autore volere preporre la luce degli occhi di questa donna alla luce di quella stella ch'è piú lucente. «E cominciommi a dir», questa donna, «soave e piana»: nel qual modo di parlare si comprende la qualitá dell'animo di colui che favella dovere essere riposata, non mossa da alcuna passione, e, oltre a ciò, in questo disegna l'atto dell'onesto, il quale in ogni suo movimento dee esser soave e riposato. «Con angelica voce» aggiugne un'altra cosa, mirabilmente opportuna nelle donne, d'aver la voce piacevole, né piú sonora né meno che alla gravitá donnesca si richiede; e queste cosí fatte voci fra noi sono chiamate «angeliche». E, oltre a questo, l'attribuisce Virgilio questa voce in testimonio della beatitudine di lei, percioché estimar dobbiamo alcuna cosa deforme non potere essere in alcun beato. «In sua favella», cioè in fiorentino volgare, non ostante che Virgilio fosse mantovano. Ed in ciò n'ammaestra alcuno non dovere la sua original favella lasciare per alcun'altra, dove necessitá a ciò nol costrignesse. La qual cosa fu tanto all'animo de' romani, che essi, dove che s'andassero, o ambasciadori o in altri ufici, mai in altro idioma che romano non parlavano; e giá ordinarono che alcuno, di che che nazion si fosse, in senato non parlasse altra lingua che la romana. Per la qual cosa assai nazioni mandaron giá de' loro giovani ad imprendere quello linguaggio, accioché intendesser quello e in quello sapessero e proporre e rispondere.

Ma potrebbesi qui muovere un dubbio, e dire:—Come sai tu che questa donna parlasse fiorentino?—A che si può rispondere apparire in piú luoghi, in questo volume, Beatrice essere stata una gentildonna fiorentina, la quale l'autore onestamente amò molto tempo; e per questo comprendere e dire lei in fiorentin volgare aver parlato.

E percioché questa è la primiera volta che di questa donna nel presente libro si fa menzione, non pare indegna cosa alquanto manifestare di cui l'autore, in alcune parti della presente opera, intenda nominando lei, conciosiacosaché non sempre di lei allegoricamente favelli. Fu adunque questa donna (secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe, e fu per consanguinitá strettissima a lei) figliuola d'un valente uomo chiamato Folco Portinari, antico cittadino di Firenze: e, come che l'autore sempre la nomini Beatrice dal suo primitivo, ella fu chiamata Bice; ed egli acconciamente il testimonia nel Paradiso, lá dove dice: «Ma quella reverenza, che s'indonna Di tutto me, pur per B e per ice». E fu di costumi e d'onestá laudevole quanto donna esser debba e possa, e di bellezza e di leggiadria assai ornata; e fu moglie d'un cavaliere de' Bardi, chiamato messer Simone; nel ventiquattresimo anno della sua etá passò di questa vita, negli anni di Cristo milleduecentonovanta. Fu questa donna maravigliosamente amata dall'autore. Né cominciò questo amore nella loro provetta etá, ma nella loro fanciullezza; peroché, essendo ella d'etá d'otto anni e l'autore di nove, sí come egli medesimo testimonia nel principio della sua Vita nuova, prima piacque agli occhi suoi. Ed in questo amore con maravigliosa onestá perseverò mentre ella visse. E molte cose in rima, per amore ed in onor di lei giá compose; e, secondo che egli nella fine della sua Vita Nuova scrive, esso in onor di lei a comporre la presente opera si dispose; e come appare e qui e in altre parti, assai maravigliosamente l'onora.

—«O anima». Qui cominciano le parole, le quali Virgilio dice essergli state dette da questa donna, nelle quali la donna, con tre commendazioni di Virgilio, si sforza di farlosi benivolo ed ubbidiente, dicendo primieramente: «cortese», il che in qualunque, quantunque eccellente uomo e onorevole, titolo è da disiderare, percioché in ciascuno nostro atto è laudevole cosa l'esser cortese; quantunque molti vogliano che ad altro non si riferisca l'esser cortese, se non nel donare il suo ad altrui; «mantovana», il che la donna dice per mostrare che ella il conosca, e a lui voglia dire e dica, e non ad un altro; «La cui fama nel mondo ancora dura», cioè persevera. E questa è la seconda cosa per la quale la donna si vuol fare benivolo Virgilio, mostrandogli lui essere famoso.

[È la Fama un romore generale d'alcuna cosa, la qual sia stata operata, o si creda essere stata, da alcuno, sí come noi sentiamo e ragioniamo delle magnifiche opere di Scipione Africano, della laudevole povertá di Fabrizio e della fornicazione di Didone e di simiglianti: la qual finge Virgilio, nel quarto del suo Eneida, essere stata figliuola della Terra e sorella di Ceo e d'Anchelado, e lei la Terra, commossa dall'ira degl'iddii, aver partorita. Della qual si racconta una cotal favola, che, conciofossecosaché, per desiderio d'ottenere il regno Olimpo, fosse nata guerra tra i Titani, uomini giganti, figliuoli della Terra, e Giove; si divenne in questo, che tutti i figliuoli della Terra, li quali inimicavan Giove, furon dal detto Giove e dagli altri iddii occisi: per lo qual dolore la Terra commossa e disiderosa di vendetta, conciofossecosaché a lei non fossero arme contro a cosí possenti nemici, accioché con quelle forze, le quali essa potesse, alcun male contro agl'iddii facesse, costretto il ventre suo, ne mandò fuori la Fama, raccontatrice delle scellerate operazioni degl'iddii. La forma della quale Virgilio nel preallegato libro discrive, e dice:

Fama, malum quo non aliud velocius ullum, ecc.,

seguendo che ella vive per movimento, e andando acquista forze, e nella prima tema è piccola, ma poi se medesima lieva in alto, e quindi va su per lo suolo della terra e il suo capo nasconde tra' nuvoli; e ch'ella è in su i piè velocissima, e ha alie molto ratte, ed è un mostro orribile e grande; e quante penne ha nel corpo suo, tanti occhi n'ha sotto che sempre vegghiano, e tante lingue e tante bocche le quali continuamente parlano, e tanti orecchi li quali sempre tiene levati; e vola la notte per lo mezzo del cielo e per l'ombra della terra, stridendo, senza dormir mai; e 'l dí siede ragguardatrice sopra la sommitá delle case, e spaventa le cittá grandi: tenace cosí de' composti mali, come rapportatrice del vero.]

[Ma, se io, avendo la sua origine e la forma e gli effetti secondo le fizion poetiche discritte, non aprissi quello che essi sotto questa crosta sentano, potrei forse meritamente essere ripreso. Dico adunque che gl'iddii, per l'ira de' quali la Terra si commosse e turbò, è da intendere intorno ad alcuna cosa l'operazion delle stelle, le quali gli antichi, erronei, chiamavano «iddii», avendo riguardo alla loro eternitá e alla loro integritá, che alcuna corruzione non ricevea. Le quali stelle e corpi superiori, senza alcun dubbio per la potenza loro attribuita dal creatore di quelle, adoperano in noi secondo le disposizioni delle cose riceventi le loro impressioni; e da questo avviene che il fanciullo, o vogliam dire il giovane, per loro opera è aumentato, conciosiacosaché colui che invecchia sia diminuito, e conciosiacosaché mai si scostino dalla ragione dell'ottimo e perfetto governatore. Alcuna volta fanno cose, le quali dal repentino e falso giudicio de' mortali pare che abbino, sí come adirati, fatte, come quando per loro opera muore un giusto re, un felice imperadore, un caro e opportuno uomo al ben comune, un savissimo uomo, o un nobile ed egregio cavaliere: e per questo, cioè per lo fare venir meno i solenni uomini, pare che come adirati contro a loro faccino.]